La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Baricco e Federer

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Baricco e Federer

Cosa vede uno scrittore quando guarda Federer? Dopo Wallace, anche Baricco s’inserisce nel club di quello che sta diventando un genere letterario. Recensiamo per voi il piccolo saggio di realtà aumentata

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Baricco A., Essere Roger Federer, Robinson (inserto di Repubblica), 2017

Tra gli infiniti record di Federer ne andrebbero menzionati almeno altri due: ha reso molto più tollerabile l’omosessualità e ha generato un vero sottogenere letterario. Sul primo c’è poco da dire, siamo tutti un po’ più omosessuali quando gioca lo svizzero, il secondo invece testimonia quanto Roger sia ormai fuoriuscito dall’orbita del semplice sport per entrare in un orizzonte più ampio, del quale non si vedono ancora i confini. Se per gli intellettuali scrivere di sport è da sempre una pratica comune – lodato sempre sia lodato Clerici – negli ultimi anni si è generato un vero sottogenere letterario che si potrebbe descrivere così: vado a vedere Federer e racconto quello che vedo. E provo. E penso. Nel misterioso contrasto tra quei gesti così semplici e puliti (per lui), e così impossibili (per noi), si scatenano le affinità segrete tra una pallina e il mondo. In due parole la letteratura. Quella capacità speciale di mentire sempre centrando matematicamente la verità segreta delle cose. Il sottogenere è stato inaugurato da Davis Foster Wallace e trova in Baricco l’ultima puntata. In mezzo episodi meno conosciuti, divagazioni filosofiche, una marea di blog e almeno un caso che conosco molto bene perché l’ho scritto io. Non stavo molto bene e ho deciso di andare a Federer dal vivo come terapia psicanalitica. Giuro. [1]

Quello che differenzia questo sottogenere letterario dalla marea di pagine scritte su Federer è questa: non si tratta di scrivere su Federer e inventare aggettivi nuovi, ma di andare a vederlo dal vivo e raccontare un’esperienza che, nell’epoca della riproducibilità digitale, ha i crismi auratici dell’unicità. Come un concerto di Paganini o essere stati a Woodstock nell’estate dell’amore del 1969, o andare alla mecca se siete musulmani. Se volete è la stessa differenza che c’è tra vedere sul vostro tablet la Gioconda e prendere il treno, andare a Parigi, fare due ore di fila e trovarsi davanti a quello di cui tutti parlano. Il viaggio s’incorpora con l’opera diventando un pellegrinaggio laico, con la sensibile differenza che una partita di Federer è un’opera d’arte aperta, in movimento e col finale non scritto (vero mr. Nadal?). Se di Wallace [2], di Scala [3] e del mio umile libello [4] in questa rubrica abbiamo già scritto, analizziamo oggi Baricco, il nuovo iscritto al Club dei pellegrini laici.

 

Premetto che con Baricco ho un rapporto conflittuale. Folgorato dal suo esordio letterario, non ho mai più trovato nei suoi libri un aggancio. Troppa intenzione, troppo stucchevole, troppo sabaudo forse, tranne quando esce dalla forma libro ed entra nella comunicazione più diretta col lettore. Lì da punti a quasi tutti. Il circolo Pickwick è stata la più bella trasmissione di libri di sempre, la sua immersione narrativa nello stadio River Plate è fantastica, la sua spiegazione dell’invasione pop dei nuovi Barbari è tremendamente efficace e il pezzo su Federer si colloca in questa direzione. Cliccate sul link in testa al pezzo e buona lettura. Sono solo un paio di pagine. Già dall’incipt si capisce il tono dello scritto: “Ci sono molti modi per scoprire cos’è la solitudine, ma solo due prevedono che lo si faccia in compagnia di un’altra persona e costretti in pochi metri quadri: il matrimonio e il tennis. Non male vero? Per farci capire invece dove siamo la frase è questa: “Giuro che se Dio giocasse sarebbe socio lì, e non avrebbe neanche l’armadietto migliore”. Oppure: “Fatta eccezione, forse, per la sala da pranzo di mia madre, non vi è niente di più ordinato, al mondo, di Wimbledon. Anzi, a essere precisi non è neanche una questione di ordine: è piuttosto l’inaudita pretesa di ricondurre a una disciplina certa ogni frammento della realtà, che siano i fiori di un’aiuola o il flusso di migliaia di persone quando parte l’acquazzone”. Applausi signor Baricco. Senza spostarci di un millimetro cominciamo a visualizzare prati come biliardi, trifogli, gesso, uomini elegantissimi, donne dai cappellini discutibili e il tintinnare delle tazzine da tè.

La cosa più bella di questo sottogenere letterario è la capacità di osservare tutto quello che sfugge alla cronaca. “Tutto il tennis del mondo finisce sempre in un errore, è inevitabile. Lo scopo stesso del gioco, è un errore: gratuito o forzato, idiota o sublime, ma sempre un errore. Quindi, riassumendo, questo sembra essere il piano: mettono su un’enorme cattedrale dedicata all’ordine, costruita fin nei dettagli con la pietra dura della perfezione, e lo fanno per custodire, nel cuore di tutto, un errore. Geniale”. E tutta sta meraviglia funziona come caricamento drammaturgico nell’attesa di vedere l’oggetto di pellegrinaggio: Roger Federer.

Quello che vede la letteratura è invisibile alla cronaca. Lì c’è la tensione del risultato, l’esultare per un punto, la disperazione di un break, la meraviglia di una volée, insomma “la partita”. Qui è la cosa infinitamente meno importante (per la cronaca quel giorno Federer giocava con Dolgopolov). Se volete un paragone è come trovarsi davanti ad un quadro impressionista. Non è la realtà in sé a emergere ma il suo tuono nella tela. Nell’inchiostro dello scrittore c’è questo: “Molte cose, anche, compaiono dal nulla: pezzi di campo che non c’erano, salti di tempo che non conoscevi, angoli che non risultavano in nessuna geometria. Questa è una cosa che adoro dei grandi, di quelli che sono veramente grandi. Quando dribbla Messi, ad esempio, tu percepisci nitidamente la sparizione in lui di un pezzetto di tempo: lui lo deglutisce e quello sparisce proprio. Se ti capita di nascere in quell’istante, non nasci, secondo me. È un battito mancante, lo stesso che divide eternamente Bob Dylan dal tempo giusto di una canzone e Céline dalla frase che un altro avrebbe scritto e lui invece accartocciava. Rubano un tempo, non so se mi spiego. Altri, il tempo, lo dilatano: Michel Jordan che rimane in aria, le frasi fluviali di Conrad, le melodie di Bellini. Tutta gente per cui il creato è una cosa ancora da finire: per noi è la regola invalicabile del gioco. Per noi se una cosa è solida, è solida: non scriviamo versi liquidi come Petrarca; e se è imprendibile, è imprendibile: non facciamo diventare la luce qualcosa di toccabile, come i quadri di Hopper. Va così.”

Insomma il grande dono della letteratura è rendere visibile le cose invisibili. Guardare giocare Federer è meraviglioso, guardarlo dopo aver letto Wallace, Clerici, Baricco è come mettersi dei fottuti occhiali 4D e godere dell’esplosione di una realtà aumentata. Che ad aumentare la realtà sia un po’ d’inchiostro su un foglio bianco non è un retaggio antico destinato a scomparire con Internet ma la costante di un’umanità che sarà tale solo finché ci sarà qualcuno in grado di raccontarla. Il cantore, diceva Wenders, è più importante della storia. Senza Omero non sapremmo nulla né di Achille, né di Ettore e la guerra di Troia sarebbe solo una tra le tante. Buon anno dalla Piccola Biblioteca.

[1] Per la cronaca ha anche funzionato
[2] Vedi qui
[3] Vedi qui
[4] Vedi qui

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis

Nel suo nuovo libro il famoso preparatore fisico Salvatore Buzzelli sintetizza, con dovizia di particolari, i suoi studi e la sua pluridecennale esperienza pratica nell’ambito della preparazione fisica del tennis

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Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

S. Buzzelli, Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis – Principi Essenziali e Tendenze Moderne per Massimizzare la Performance e Vincere, Giacomo Catalani Editore

Dopo “Tennis. La Nuova Scienza della Preparazione Fisica con il rivoluzionario Metodo Coordinabolico®”, scritto a quattro mani con l’allievo Marco Mazzilli e di cui avevamo parlato lo scorso marzo in questa rubrica, Salvatore Buzzelli esce con la sua nuova fatica editoriale “Manuale fondamentale di preparazione fisica per il tennis – Principi Essenziali e Tendenze Moderne per Massimizzare la Performance e Vincere

Proprio sul concetto dell’essenzialità, intesa come caratteristica necessaria e fondamentale, unito a quelli di semplicità e concretezza, si basa il manuale di Buzzelli, uno dei massimi esperti nella metodologia dell’allenamento, ricercatore e preparatore fisico, che nel corso del suo lungo percorso professionale ha collaborato con scienziati di fama mondiale come Kenneth Cooper e Carmelo Bosco ed ha allenato diversi tennisti professionisti, tra i quali spiccano Omar Camporese (ex n. 18 ATP), Massimiliano Narducci (ex n. 77 ATP) e l’attuale capitano di Fed Cup Tathiana Garbin (ex n. 22 WTA). Un testo – come sottolineato da lui stesso nella premessa e come ci ha sottolineato in una piacevole conversazione telefonica – che ha l’obiettivo di essere uno strumento di supporto per gli operatori del settore, affinché adottino modalità corrette ed – appunto –  essenziali nel loro lavoro con gli atleti.

 

La preparazione fisica “essenziale” illustrata da Buzzelli, si basa su tre principali presupposti in ambito tennistico. Ovvero, in partita un “atleta-giocatore” deve:

  • saper reagire in tempi brevi all’azione dell’avversario;
  • spostarsi rapidamente nella posizione in cui poter ricevere e colpire la palla in arrivo con efficacia;
  • essere capaci di reiterare il punto 1 e 2 per tutto il tempo della partita.

Partendo da questi presupposti, Buzzelli guida il lettore attraverso le caratteristiche motorie necessarie nel tennis agonistico e propone le soluzioni per ottenere il massimo risultato personale possibile con l’obiettivo di diventare quell’atleta “resiliente” che deve essere il tennista agonista (ovviamente attraverso la combinazione del lavoro tecnico-mentale-fisico), sempre avendo come filo conduttore i concetti di semplicità ed efficacia.

Partendo inoltre dalla considerazione che nel tennis la periodizzazione dell’allenamento – ovvero l’organizzazione del programma di allenamento in periodi – risulta alquanto complessa, in considerazione del fatto che l’attività agonistica è distribuita nell’arco dell’intero anno. Tanto che per i professionisti si dovrebbe ragionare in termini di “periodizzazione multipla”, prevedendo cioè 5-6 periodi agonistici durante la stagione. Questo comporta la necessità che la programmazione del tennista debba essere, come la definisce Buzzelli, “globale”. Cioè la parte tecnico-tattica non dovrebbe mai risultare isolata dalla preparazione fisica generale e specifica, con una interazione tra allenatore e preparatore atletico che deve essere continua, per evitare dispendiosi sovraccarichi funzionali derivanti dalla duplicazione di attività simili dal punto di vista metabolico.

Il manuale entra poi nel pratico. Eccome se ci entra, illustrando dettagliatamente gli elementi sostanziali dell’allenamento del tennista. A partire dal corretto riscaldamento, al lavoro sulla mobilità articolare (con interessanti riflessioni sullo stretching e la sua corretta integrazione in un piano di allenamento), ai diversi ambiti di potenziamento di arti inferiori, arti superiori e core. Per passare agli esercizi in policoncorrenza con la palla zavorrata – importanti perché permettono al giocatore di comprendere ed allenare gli appoggi per produrre spinte efficaci, essenziali nell’esecuzione dei gesti tecnici nel tennis – , al circuit training e poi agli esercizi con gli strumenti creati dallo stesso Buzzelli (come il TR Buzz, la rivisitazione del TRX realizzata per disporre di uno strumento che fosse più in linea con i movimenti richiesti dalla tecniche di molti sport, tra i quali il tennis), ai lavori sulla coordinazione, sulla accelerazione e sulla velocità, con gli ostacoli e infine sul potenziamento organico.

Aspetto, quest’ultimo, determinante dal punto di vista metodologico, considerando il fatto che una partita di tennis ha una durata indefinita, ma tenendo presente che le azioni di gioco son perlopiù incentrate su azioni rapide e veloci. Non poteva ovviamente mancare un capitolo al SensoBuzz, lo strumento elettronico creato dal professore esaustivo per l’allenamento e la valutazione funzionale da campo che supporta la scelta metodologica dell’allenatore, che a sua discrezione imposta l’allenamento sulla base delle necessità (del singolo atleta o del gruppo di atleti) e degli obiettivi (rapidità, velocità, resistenza, ecc.).

Per chiudere con una serie di esempi di programmi, comprensivi di quelli durante il periodo agonistico. Buzzelli, infatti, sostiene che “durante il torneo ci si allena comunque”, ovviamente adeguando l’allenamento sulla base dell’impegno psicofisico sostenuto in partita e degli impegni successivi.

Insomma, prendendo in prestito le parole di un altro grande preparatore fisico come Marco Panichi, attuale preparatore di Novak Djokovic, questo libro è “una “bibbia” essenziale, per chi vuole lavorare nell’ambito del tennis ma anche per chi è un semplice appassionato, proprio per la chiarezza e l’essenzialità dell’esposizione: concetti espressi in modo semplificato e facilmente fruibili nonostante la loro complessità”.

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La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

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Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

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Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

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