Perché certi circoli sono più "sportivi" di altri? Al CT Firenze dopo Federer e Hingis...

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Perché certi circoli sono più “sportivi” di altri? Al CT Firenze dopo Federer e Hingis…

Tennisti di 55 Nazioni volevano iscriversi al “giovanile” di Pasqua. Accettati solo 24 Paesi. A ottobre un challenger da 64.000 euro alle Cascine? Più racchette e meno carte

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FIRENZE – Non tutti i circoli sono uguali, non tutti i tornei sono uguali. E non è un caso. Più giù capirete cosa voglio dire quando dico che c’è dirigente e dirigente… Quale torneo è stato vinto da numeri uno del mondo quali Roger Federer, Jennifer Capriati, Martina Hingis, Amelie Mauresmo, Dinara Safina, Simona Halep e in doppio da Andy Murray, Sara Errani, Roberta Vinci? È un torneo che ho visto nascere. Quando si disputò la prima edizione, 43 anni fa, infatti mio padre era presidente del Circolo Tennis Firenze. Lui come qui chi scrive eravamo entusiasti di quell’iniziativa. Io avevo 26 anni e non avevo ancora intuito che il tennis avrebbe continuato ad essere gran parte della mia vita, sebbene il mio primo articolo per il quotidiano stampato a Firenze dal 1848, La Nazione, fosse uscito già nell’ottobre 1972, in occasione delle finali del circuito professionistico WCT che si disputarono a Roma. E quindi il sogno di fare il giornalista fosse già avviato.

Ricordo che arbitrai anche diverse partite, su quello stesso campo centrale (che è sempre stato curiosamente contrassegnato dal n.3, mentre quello davanti alla palazzina, la Club House, è sempre rimasto il n.4), dove avevo fatto di tutto: dal raccattapalle ai grandi australiani e americani campioni di Slam (Rose, Cooper, Patty, Larsen) più i vari Davidson, Drobny, Ayala, Morea, Nielsen, al “segnapunti” sul tabellone manuale per gli incontri di Davis con India, Russia e Sud Africa nel ’59 e nel ’60 (Krishnan, Kumar, Lejus, Likhatchev, Forbes, Segal), all’arbitro per i match di Roche e Newcombe nel ’65 quando di lì a poco avrebbero vinto il primo dei loro 7 Wimbledon. Fino a che – approfittando dell’essere giocatore di casa – ebbi perfino il privilegio di giocare qualche edizione del torneo cui partecipavano campioni come Osuna, Pietrangeli, Merlo, Franulovic (in doppio con Beppino Bonardi io e con Boro Jovanovic lui arrivammo a condurre 4-1 al terzo!), Davidson (mi dette una gran stesa!), Alexander, Panatta, Tiriac, e altri grandi. Fra le donne c’erano campionesse plurime di Wimbledon, Althea Gibson, Maria Ester Bueno, Maureen Connolly che nel ’53 vinse Firenze e realizzò il Grande Slam, prima tennista della storia (ma io scorrazzavo per i prati del club e non me la ricordo: avevo 3 anni e mezzo). Con Bueno ho invece anche giocato e vinto un set in allenamento. Aveva vinto Wimbledon 3 volte!

A parte questi miei amarcord personali, potrei aggiungere mille aneddoti del torneo giovanile. Mi è rimasto impresso quello di una ragazzina italiana, poi diventata giornalista di Telemontecarlo, Flavia Filippi, che aveva vinto il premio per la miglior giovane nel torneo (coppa e 100.000 lire di rimborso… che allora era un bel rimborso) finché si scoprì che aveva fatto più strada di lei una ragazzina straniera. Flavia scoppiò a piangere quando glielo dissero… Andò a finire che il premio… imprevisto, glielo diede mio padre di tasca sua. Per il resto ho conservato nel mio album le foto con due tredicenni, Jennifer Capriati e Martina Hingis che vinsero il torneo con cinque anni di anticipo anagrafico su altre partecipanti! Mi manca – ahimè – invece quella con Roger Federer non ancora diciassettenne perché nel giorno della sua finale del ’98, ero a Montecarlo e se non sbaglio commentavo in tv per Tele + con Rino Tommasi e Gianni Clerici. Mi sarei… fatto giustizia a Neuchatel meno di un anno dopo, facendomi una foto con un Federer biondo ossigenato – e con sua mamma Lynette disgustata! – quando Roger batté Sanguinetti in 4 set subito dopo che Rosset aveva sconfitto in 3 Pozzi e fece vedere fin dall’esordio di che panni si vestiva.

 

Il torneo di Firenze si gioca sempre nella settimana di Pasqua. Questa collocazione, cui mai ha voluto rinunciare, gli è costata qualcosa in termini di grado ITF: i tornei giovanili di Firenze e Prato (ai primi di maggio) sono di grado inferiore rispetto a quello di Santa Croce sull’Arno, ma tutti hanno superato i 40 anni organizzativi. Un motivo di vanto per il tennis toscano. Tutti i migliori tennisti italiani, soprattutto nel periodo in cui il presidente FIT era il fiorentino Paolo Galgani, hanno giocato questo torneo. Filippo Volandri, nel ’98, ebbe la sfortuna di incappare proprio nell’anno di Federer e di perdere da lui in finale. Tre anni fa Berrettini ha vinto il doppio. Quest’anno sarà comunque presente tutta la nazionale under 16. Quindi forse i giovani più interessanti da vedere in prospettiva. Fra gli altri quel ragazzino Nardi che un anno fa vidi a Londra durante le finali ATP, quando erano stati riuniti i migliori under 14 del mondo. Lui era già un costolone allora. Sono proprio curioso di rivederlo. Come sono curioso di vedere più i ragazzi classe 2003 e 2002 che quelli all’ultimo anno da junior, cioè classe 2000, sebbene oggi sappiamo che non è necessario essere forti a 18 anni per esserlo poi a 24.

Qualcuno si chiederà perché un circolo come il Tennis Firenze sia riuscito per tutti questi anni a mantenere la barra dritta sull’attività organizzativa e agonistica. È certo una conseguenza della tradizione, di una capacità organizzativa collaudata negli anni, di una mentalità. Ma credo anche che non sia un caso che ai vertici dirigenziali del CT Firenze ci siano sempre stati tennisti di un certo livello, più che professionisti di altri settori incapaci di tenere una racchetta in mano. A Firenze era stata fondata, dal marchese Piero Antinori (della celebre dinastia dei vinattieri) nel 1910, la Federazione Italiana tennis. Antinori era stato presidente fino al 1934. Il presidente Fred Dalgas, tale dal 1935 al 1946 e poi dal ‘52 al ’73 era stato un seconda categoria. Con Fred Dalgas andai io nel 1967 al CONI, reggendo il gonfalone del CT Firenze, a ricevere la massima onorificenza sportiva del CONI, la stella d’oro al merito sportivo. Fui scelto, credo, perché avevo vinto i campionati italiani di terza categoria di doppio a Como insieme al catanese Agostino Serra per aver battuto 6-3 al quinto set i “pariolini” Adriano Panatta e Stefano Matteoli (che erano i favoriti).

A Fred Dalgas successe  mio padre, anche lui campione italiano a squadre di seconda categoria con il circolo. Dopo – mentre l’altro socio Paolo Galgani diventava presidente della Federtennis – a mio padre (scomparso nel ’78 a 60 anni) sarebbe succeduto nel ’78 Eugenio Migone, altro ottimo seconda categoria, nonché capitano di Coppa Davis (in alternanza sulla panchina azzurra ad un altro consigliere del CT Firenze Vanni Canepele, campione d’Italia assoluto nel ’39 e  nel ’49). E a Migone dopo più di un decennio  Carlo Pennisi, poi  Alessandro Dalgas – altri due ex seconda categoria che hanno giocato centinaia di tornei e decine di campionati a squadra – quindi Sandro Quagliotti. Oggi il presidente  lo è un altro ex seconda categoria, Giorgio Giovannardi. Tutta questa storia – per molti di voi magari un po’ pallosa – l’ho fatta per sottolineare che il CT Firenze – che ha ospitato un torneo internazionale Grand Prix e ATP dal 1974 al 1994 (ho avuto il privilegio e l’onore di dirigere per diversi anni, quando i vincitori erano Bertolucci Gomez, Clerc, Ramirez, Panatta e fra i partecipanti riuscii a far venire Arthur Ashe, Harold Solomon e altri) – non ha per caso una mentalità prettamente sportiva, sia in senso organizzativo sia in senso agonistico. Quando i dirigenti, il presidente come gran parte dei consiglieri, sono stati buoni giocatori… è difficile che si dimentichino il tennis giocato per favorire il gioco delle carte.

Sono le tradizioni organizzative che stimolano la crescita e la cura dei tornei. E sono per solito i dirigenti che sono stati ex giocatori i più inclini a dare una svolta veramente sportiva, agonistica e organizzativa dello sport giocato ai club...Mentre laddove molti dirigenti sono diventati tali più per l’ambizione di ricoprire un ruolo di prestigio cittadino,  piuttosto che non per una smisurata passione per il gioco del tennis, seppure magari professionisti di chiara fama nell’esercizio della loro professione, avvocati, notai, architetti…beh, è successo spesso che non abbiano dimostrato la stessa inclinazione a favorire lo sviluppo del tennis.  Quando invece il tennis dovrebbe sempre essere prevalente rispetto a chi gioca a carte, a conchino, la peppa, o il bridge.  D’altra parte è la stessa  FIT a dare il cattivo esempio. Essa ha infatti astutamente e obbligatoriamente tesserato i soci di tutti i circoli, equiparando i tennisti ai non tennisti, con lo scoperto obiettivo di farsi dare più contributi dal CONI sventolando un numero sempre maggiore di tesserati a …riprova della crescita del movimento tennistico. Questa è l’Italia dei furbetti.  La sfacciataggine FIT – ma anche di altre federazioni – peggiorerà ancora quando verranno tesserati – con il solito medesimo scopo – anche gli studenti delle elementari che rientreranno nel progetto d’ingresso di alcuni sport nella scuola. Non saranno veri tennisti, ma chissenefrega. Verranno tesserati, evviva, E il tennis diventerà – truffaldinamente – il terzo sport italiano. Se solo il nuoto si decidesse a tesserare tutti coloro che fanno il bagno al mare – in fondo è gente che nuota no? – avrebbe fatto Bingo! 

 Tornando a dirigenti che non hanno il tennis nel loro DNA è evidente che saranno più inclini a tagliare le spese sportive e tenderanno a non imbarcarsi in avventure sportivo-agonistico per le quali ci vuole passione, entusiasmo, manageriale imprenditorialità e anche la disponibilità ad assumersi qualche rischio.

Per fortuna almeno i tre club  toscani succitati che ospitano i tornei giovanili di livello internazionale possono vantare tradizioni e dirigenti con una passione genuina per lo sport della racchetta. E va detto anche che i fiorentini, i toscani in genere, hanno dimostrato una particolare passione per il tennis. Per assistere a questo torneo giovanile delle Cascine c’è sempre tantissima gente, tanti appassionati desiderosi di scoprirsi talent-scout. Di vedere giovani prospect che avanzano, che rispettano le loro previsioni. I giorni delle finali, a Pasquetta, ma anche i precedenti fanno registrare il tutto esaurito. Vero che non si paga il biglietto, ma anche per il vecchio torneo internazionale dove invece lo si pagava io ricordo che certe volte 4.500 posti in tribuna non bastavano, come quando Nastase batté Panatta 6-4 al quinto nel ’73. Vabbè, per ora la pianto qui. Ma avrò modo di tornare su tanti aneddoti che spero vi interessino. Ma intanto la notizia che, se l’ATP non privilegerà un torneo spagnolo (hanno meno Challenger di noi) nella prima settimana di settembre, il CT Firenze ospiterà un torneo challenger da 64.000 euro (più ospitalità) con l’organizzazione affidata alla Makers di Carlo Alagna (che già organizza il torneo dell’Harbour Club a Milano e ha promosso una quarantina di eventi), dimostra che a Firenze la fame di tennis è tanta e continuerà a essere alimentata.


IL COMUNICATO UFFICIALE DEL CT FIRENZE

La 43esima edizione del torneo internazionale giovanile under 18, Trofeo CR Firenze, organizzata dal Club delle Cascine, stata presentata alla stampa nella club house del circolo fiorentino. Si comincerà a giocare mercoledì 28 marzo e la conclusione è stata fissata, come da consuetudine, il 2 aprile che coincide con il lunedì di Pasqua. Un antipasto interessante è dato dai tabelloni di qualificazione programmati nei giorni 26-27 marzo. La novità più importante scaturita dalla conferenza stampa e l’adeguamento del tabellone maschile, fino allo scorso anno aperto a 48 partecipanti, al tabellone femminile che prevede 32 giocatrici.  Rimanendo nell’ambito tennistico internazionale un’altra novità, anche se riveste ancora un carattere di ufficiosità, è l’intenzione del club fiorentino di riportare a Firenze il tennis professionistico dando vita ad un challenger nel prossimo mese di ottobre. La notizia viene data dal Presidente Giorgio Giovannardi che afferma che il club è pronto con tutte le coperture economiche necessarie e si aspetta solamente il nulla osta da parte della federazione internazionale che dovrebbe, condizionale obbligatorio, dare il via tra un paio di settimane.

Alla presentazione del “Città di Firenze” hanno partecipato, oltre al padrone di casa Giorgio Giovannardi, l’Assessore allo sport Andrea Vannucci, il Consigliere Nazionale FIT Guido Turi, il presidente della Federtennis Toscana Luigi Brunetti e l’Amministratore Delegato della Belardinelli Roberto Pellegrini. Il padrone di casa Giorgio Giovannardi ha aperto i lavori con un doveroso saluto agli intervenuti ed ai rappresentanti della stampa presenti in grande numero. “Un ringraziamento va a tutte le componenti che concorrono ad organizzare una manifestazione che tiene vivo l’interesse degli appassionati di questo sport da ben 43 edizioni. Naturalmente un grazie particolare alla Banca CR Firenze che, da anni, è nostro interlocutore privilegiato. Mi fa piacere vedere la presenza di tanti rappresentanti dei media che è un segnale d’apprezzamento per il nostro lavoro”. La città di Firenze è orgogliosa di questo evento giunto all’edizione n. 43afferma l’Assessore Andrea Vannucci. Si tratta di un appuntamento fisso che richiede un impegno particolare ed un’organizzazione perfetta tutta tesa a rendere la settimana di Pasqua una settimana di tennis spettacolare per i tantissimi appassionati che affollano sempre le tribune del circolo”.

“L’attività giovanile è molto importante per la nostra regione – afferma Guido Turi – e la Toscana con il trittico di tornei giovanili internazionali la rende straordinaria. Abbiamo tre tornei, Firenze, Prato e Santa Croce che hanno costruito la storia del tennis giovanile e hanno lanciato tutti i più grandi campioni di questo sport. Una tradizione che prosegue e che spero possa accompagnarsi a quella professionista data l’intenzione del Circolo del Tennis di aprire  ad un torneo Challenger”. Il Presidente della Federtennis Toscana Luigi Brunetti afferma che “il torneo internazionale di Firenze rappresenta un fiore all’occhiello per la toscana tennistica. Firenze, Prato e Santa Croce annualmente ci presentano i futuri prospetti del tennis professionistico e, come spesso accade, sono delle rampe di lancio per una carriera di notevole spessore”. “È sempre un piacere assistere a manifestazioni giovanili – dice Roberto Pellegrini. E il “Città di Firenze”, vuoi per la caratteristica di svolgersi sempre nella settimana di Pasqua, risulta sempre tra i tornei più apprezzati. A Tirrenia seguo tantissimi tra ragazzi e ragazze ed è un motivo in più per apprezzarne i circoli che compiono sforzi enormi per organizzare eventi del genere”.

Quindi il direttore del torneo e del circolo Flavio Benvenuti si è soffermato sul fattore tecnico del torneo che si presenta di ottimo livello. Favoriti dei tabelloni maschile e femminile del torneo “Città di Firenze – Trofeo Banca CR Firenze” sono l’azzurrino Lorenzo Musetti che, lo scorso anno, ha lasciato una buonissima impressione e la danese Clara Tauson ritenuta l’erede di una certa Carolina Wozniacki. Molte e interessanti le presenze di atleti ancora sedicenni nei due tabelloni, il che rende l’edizione numero 43 del “Città di Firenze” ancora più interessante. Di seguito le wild card per il torneo principale assegnate da club organizzatore: al maschile entrano nel main draw  Niccolò Marianelli ed Edoardo Graziani.  Per il settore tecnico la scelta è caduta su Giacomo D’Ambrosi mentre rimane da assegnare un’altra wild card. Per il settore femminile sono state privilegiate due allieve del settore giovanile del club: Matilde Gori (2000) ed Anna Paradisi (2003). Il settore tecnico ha scelto Alice Amendola (2001) e Cristina Elena Tiglea (2001).

Per il torneo di qualificazione maschile le wild card del club sono state assegnate a Francesco Maestrelli, Alessio Gelli e Stefanacci Guglielmo. Al femminile la scelta è caduta invece su Eleonora Parducci (2001), Bianca Caselli (2003) e Diletta Cherubini (2002). Il settore tecnico federale ha concesso le wild card a Giovanni Peruffo (2001), Andrea Fiorentini (2001) e Francesco Passaro (2001) mentre al femminile le prescelte sono Alessia Tagleinte (2001), Jennifer Ruggeri (2003) e Giulia Carbonaro (2000). Si comincia lunedì 26 marzo con i tornei di qualificazioni che saranno chiusi martedì 27, mentre da mercoledì 28 fino al 2 aprile (lunedì di Pasqua) si gioca per i tornei principali. Sono 32 gli ammessi al tabellone maschile e 32 a quello femminile. 16 coppie di doppio maschile e 16 di doppio femminile completeranno il programma. Il torneo potrà essere seguito via internet sul sito del club: www.ctfirenze.it e sui siti della Federtennis Toscana e Ubitennis. Per l’intera durata del torneo l’ingresso è gratuito.

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Novak Djokovic è il re del quinto set. O forse no?

Il serbo ha il miglior rendimento sulla lunga distanza tra i Big Three, ma tra i tennisti in attività c’è chi ha fatto di meglio

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Inutile girarci intorno, per un appassionato di tennis non c’è cosa più affascinante del poter assistere al quinto set di una partita equilibrata e emozionante. Allo stesso tempo, per un tennista il quinto set rappresenta la prova più dura, sia dal punto di vista fisico che mentale. Avere un buon record in questo genere di partite è indice di una forza, mentale ancorché tennistica in senso stretto, che difficilmente può essere sottovalutata. Vero è però che nella attuale top 10 ad esempio, si trovano situazioni molto diverse per quanto riguarda questa particolare voce statistica, ma ci arriveremo più avanti.

Il caso dei Big Three: chi fa meglio al quinto?

La domanda a cui vorremmo rispondere prima è la seguente: chi tra i Big Three se la cava meglio sulla massima distanza? Se vi sembra che la risposta a questa domanda sia facile, probabilmente avete indovinato. Il record migliore è quello di Novak Djokovic. Passiamo allora ad un altro quesito: c’è davvero il divario che immaginiamo tra Roger Federer, spesso accusato di avere una minor tenuta mentale e fisica, e due giocatori come Djokovic e Nadal?

Di seguito il bilancio al quinto set dei tre dominatori dell’era moderna (dati di TennisAbstract):

 
  • Novak Djokovic 31-10 (75,6%)
  • Rafael Nadal 22-12 (64,7%)
  • Roger Federer 32-23 (58,2%)

I numeri sembrano abbastanza chiari e sono più o meno quelli attesi. Quando il gioco si fa duro, Djokovic è il più pronto dei tre. La resistenza fisica del numero uno al mondo è riconosciuta da tutti, ma come sempre a fare la differenza è probabilmente l’aspetto mentale. Spicca in effetti la capacità di Nole di incassare colpi, dell’avversario e del tifo avverso, e di trarne nuove energie. Della sua forza mentale, del resto, vi avevamo offerto un altro punto di vista statistico in questo articolo. Altro dato a favore della forza di Djokovic è il saldo nelle finali Slam conclusesi al quinto set: quattro vittorie (Australian Open ’12 e ’20, Wimbledon ’14 e ’19) e una sola sconfitta (US Open ’12 contro Murray, dopo essere stato in svantaggio di due set). In particolare la reazione al quarto set perso contro Federer nel 2014, i due celeberrimi match point annullati nel 2019 e la recente vittoria in Australia contro Thiem sono manifesti evidenti della grande resilienza di Djokovic.

Anche i dati di Nadal sono piuttosto buoni. Non sorprende il 4-0 negli incontri su terra battuta (menzione speciale ovviamente per le finali di Roma 2005 e 2006, rispettivamente contro Coria e Federer), mentre sorprendono un po’ di più alcune delle sconfitte: in primis quelle del 2016 contro Verdasco in Australia e contro Pouille a New York, ma anche la grande rimonta di Fognini agli US Open 2015 (unica volta in cui Nadal ha sciupato due set di vantaggio) e con Muller a Wimbledon 2017.

Meno appariscenti, ma in parte ce lo si aspettava, i numeri di Federer. Lo svizzero è quello tra i tre con più vittorie e il suo bilancio non è comunque malvagio (poco meno del 60% di successi), ma le sue statistiche sono molto lontane da quelle dei suoi più grandi rivali. A un primo sguardo si potrebbe dedurre che con l’avanzare dell’età il record di Federer sia peggiorato dovendo affrontare avversari nel loro prime fisico e tecnico, ma analizzando meglio l’andamento dei match questa ipotesi naufraga. Dall’Australian Open 2017 a oggi il record di Federer al quinto set è 8-3. In due delle tre sconfitte lo svizzero aveva praticamente la partita in mano (due set di vantaggio contro Anderson a Wimbledon 2018 e due match point contro Djokovic a Wimbledon 2019). Le prestazioni di Roger dunque non sono affatto peggiorate, anzi è probabile che la minuziosa e stringata programmazione, unita a un tennis più rapido e meno dispendioso, faccia di lui un avversario ancora molto temibile per tutti sulla lunga distanza, forse addirittura più di prima.

Roger Federer – Australian Open 2017

Proviamo ora a scendere ancora più nel dettaglio prendendo in considerazione solo i match contro i top 10:

  • Novak Djokovic 14-6 (70%)
  • Rafael Nadal 7-5 (58,3%)
  • Roger Federer 11-16 (40,7%)

Le sorprese non mancano. Se da una parte il divario tra Djokovic e i due rivali è aumentato, dall’altra balza all’occhio il bilancio negativo di Federer. Partiamo da Nole per apprezzare ancora una volta quanto possa essere sottile la linea tra grandezza e mediocrità (relative, s’intende). In ben quattro delle sue quattordici vittorie, il serbo ha annullato match point all’avversario: tre volte a Federer (US Open ’10-’11 e Wimbledon ’19) e una a Tsonga (Roland Garros 2012). Sono discorsi che lasciano un po’ il tempo che trovano, ma se avesse perso quelle partite, il suo bilancio sarebbe in perfetta parità (10-10).

Più articolato il discorso su Federer. Anche in questo caso verrebbe da pensare che aver dovuto affrontare, a trent’anni suonati, avversari come Nadal e Djokovic di cinque/sei anni più giovani e al massimo della condizione abbia avuto un peso significativo. In realtà non è così. La fama di giocatore un po’ “morbido” (il termine va ovviamente relativizzato) segue Federer dagli inizi della carriera e proprio nei suoi primi anni affonda le radici più solide. Dei primi undici incontri nei quali è stato costretto al quinto da un top 10, lo svizzero ne ha vinti soltanto tre. Roger dunque non brillava in questo tipo di incontri già dai tempi in cui i suoi maggiori avversari erano Hewitt, Safin, Enqvist, Haas, Novak e Nalbandian. Il dato si inserisce in un quadro più generale che fino alla fine del 2008 lo vedeva girare sul tour con un per niente impressionante saldo di 12-11 negli incontri terminati alla massima distanza.

Gli altri Top 10 e il vero re del quinto set

Allargando lo sguardo agli altri giocatori che attualmente compongono la top 10 del ranking ATP, si riscontrano non poche sorprese, a partire dall’impietoso bilancio di zero vittorie e sei sconfitte di Daniil Medvedev, nonostante si avvalga del supporto di un data analyst. Altrettanto sorprendente a una prima occhiata il record estremamente positivo di Alexander Zverev: 13-6 (68,4%). Il dato sembrerebbe confutare la sua presunta fragilità mentale negli Slam (unici tornei al giorno d’oggi si gioca al meglio dei cinque set). Scrutando dietro la tenda opaca dei freddi numeri però si va a scoprire che il ranking medio degli avversari che lo hanno portato al quinto è 51. Essendo ormai da quasi quattro anni un top 10 affermato, il dato si ridimensiona un po’ e lascia il posto alla seguente domanda: è più importante non cacciarsi nei guai contro tennisti di classifica molto più bassa o saperne comunque uscire il più delle volte quando accade? Ciascuno scelga la risposta che preferisca, per completezza aggiungiamo che non ha mai battuto uno dei primi dieci al quinto set (0-3).

Anche le statistiche di Dominic Thiem, attuale numero tre del mondo e primo antagonista dei Big Three negli ultimi anni, hanno un che di inaspettato: 8-7 il totale e 1-2 contro Top 10. Quest’ultimo dato è addolcito dal fatto che non si tratta di top 10 “qualunque”, ma di Nadal e Djokovic, mai classificati peggio del numero 2 al momento delle loro sfide.

Il miglior record tra i primi dieci tennisti del mondo però lo detiene David Goffin che con il suo 76,5% (13-4) supera persino Djokovic. Il campione delle partite è ovviamente inferiore e anche in questo caso il ranking medio degli avversari non è altissimo (65), ma 7 volte su 17, ovvero nel 41% dei casi, il belga aveva una classifica più bassa del tennista di là dalla rete.

Neanche lui però è il giocatore con il miglior record tra quelli in attività. La corona di re del quinto set infatti è mollemente adagiata sulla testa di Kei Nishikori, sempre che la perifrasi “in attività” possa ancora accostarsi al tennista giapponese – che non disputa un incontro ufficiale dalla sconfitta allo US Open 2019 contro de Minaur. Il suo taccuino riporta un saldo di 23 vittorie e sole 6 (79,3%), oltre ad un eccellente 7-1 contro i Top 10; ben cinque di queste vittorie contro top 10 sono arrivate allo US Open, l’unico Slam nel quale abbia raggiunto la finale. Proprio nel 2014, prima di arrendersi a Cilic all’ultimo atto, aveva avuto bisogno di cinque set per rimontare Raonic (numero 6 del mondo) agli ottavi e Wawrinka ai quarti (numero 4).

Kei Nishikori – US Open 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

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Fabio Fognini si opera in artroscopia a entrambe le caviglie

Lo stop normalmente è di circa 40-60 giorni, ma con la doppia operazione i tempi potrebbero allungarsi. Una decisione che Fabio meditava già da due anni, ora diventata inevitabile

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

Se esiste un momento ideale per risolvere chirurgicamente – si spera in via definitiva – un problema fisico, questo momento è di sicuro l’off-season. Dunque quale momento migliore di una off-season supplementare, dalla durata ancora incerta, come quella che ci è stata imposta dall’emergenza coronavirus.

Fabio Fognini ha deciso di sfruttare questo periodo per sottoporsi a una doppia artroscopia, a entrambe le caviglie, per risolvere un fastidio che si porta dietro da diversi anni alla caviglia sinistra e a cui più di recente si è aggiunto un fastidio analogo alla caviglia destra. L’operazione si svolgerà quest’oggi in Italia.

Ciao a tutti, da circa tre anni e mezzo soffro di un problema alla caviglia sinistra. È un risentimento con cui ho convissuto e, tra alti e bassi, sono riuscito a gestirlo. Sfortunatamente negli ultimi due anni anche la caviglia destra ha iniziato a farmi tribolare. Dopo più di due mesi di stop per il lockdown ho ripreso ad allenarmi sul campo e i problemi che speravo si fossero risolti con il riposo, si sono ripresentati. Ho fatto l’ennesima visita specialistica e dopo un’attenta discussione con il mio team ho deciso di sottopormi a un intervento in artroscopia su entrambe le caviglie. Penso sia la cosa giusta da fare in questo momento di stop forzato del circuito. Oggi mi opererò in Italia. Non vedo l’ora di tornare a giocare! So che mi supporterete in questo percorso. Vi abbraccio. Fabio“.

Con questo messaggio Fognini ha annunciato la sua decisione di andare sotto i ferri. Il fatto che il ligure abbia deciso di non perdere troppo tempo indica che i tempi di riabilitazione dovrebbero consentirgli di tornare in campo già quest’anno, qualora ovviamente il circuito ripartisse. Di norma per questo tipo di operazione i tempi di recupero sono stimabili in circa 40-60 giorni. Fognini potrebbe dunque essere pronto ad agosto, ma considerando il tempo necessario a recuperare il tono muscolare ai due arti l’orizzonte potrebbe diventare quello di settembre; come ci spiega un fisioterapista esperto in materia, una normale riabilitazione si basa sulla possibilità di ‘caricare’ sulla gamba sana, una possibilità che Fognini non avrà a disposizione. I tempi di recupero saranno dunque un po’ più lunghi rispetto all’operazione a una singola caviglia.

Ricordiamo che al momento lo US Open è programmato a partire dal 31 agosto: in caso di normale svolgimento dello Slam statunitense, potrebbe essere l’obiettivo principale per il rientro in campo.

DECISIONE QUASI OBBLIGATA? – Il tennista ligure, attualmente numero 11 del mondo, aveva manifestato già da tempo l’intenzione di provare a risolvere chirurgicamente questo problema. Durante la corsa alla qualificazione per le Finals 2018, obiettivo che Fognini non riuscì poi a raggiungere, il tennista aveva confermato di avere ‘dei frammenti ossei sopra il collo del piede destro‘ – quindi il problema era già esteso a entrambe le caviglie – che gli procuravano parecchio dolore: “Sto pensando di operarmi, sinceramente non ne posso più. L’operazione sarebbe difficile e dura, a 31 anni e mezzo rappresenterebbe un’incognita e vorrei evitarla. E poi non si conoscerebbero i tempi di recupero, vanno da un mese e mezzo in su, ma sono difficilmente quantificabili“.

Un anno dopo, sempre per inseguire le Finals (anche in questo caso senza successo), Fognini decise di stringere i denti e andare avanti, confermando però di provare dolore e di continuare a valutare l’ipotesi dell’operazione che dopo meno di un anno da quelle dichiarazioni è diventata realtà. L’augurio è che questa scelta possa migliorare le prospettive del finale di carriera di Fognini, piuttosto che pregiudicarle.

Nel primo pomeriggio Fabio ha pubblicato una storia Instagram confermando che l’operazione è stata eseguita con successo.

L’ultima storia Instagram di Fognini

A.S.

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Original 9: Judy Dalton

Terzo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Judy Tegart Dalton, che lavorava come contabile per poter giocare a tennis

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Judy Dalton (foto dal sito dello US Open)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La terza protagonista è Judy DaltonQui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nella prima puntata di una nuova serie sulle giocatrici che hanno fondato la WTA abbiamo incontrato Judy Dalton, membro delle “Original 9” che si è guadagnata l’affettuoso soprannome di “Old Fruit” e che ha lavorato come contabile per poter sostenere economicamente la sua carriera nei tornei di tennis.

Dotata di uno stile serve-and-volley degno della miglior tradizione australiana, Judy Tegart Dalton ha conquistato il career Grand Slam nel doppio femminile, conquistando cinque dei suoi otto major con Margaret Court, e ha vinto il doppio misto agli Australian Open 1996. Nel singolare ha raggiunto la finale a Wimbledon nel 1968, sconfiggendo Court e Nancy Richey prima di capitolare al cospetto di Billie Jean King. Ma se si dà uno sguardo alle foto di quella partita è difficile capire chi fu la vincitrice.

Nel settembre del 1970, all’età di 32 anni, Judy è stata finalista al Virginia Slims Invitational di Houston, perdendo contro Rosie Casals nel torneo nel quale le “Original 9” presero posizione a favore dell’equità dei sessi, e continuò a giocare sino agli Australian Open del 1977, quando si ritirò a 40 anni. Nel 2019 è stata nominata Membro dell’Ordine dell’Australia durante l’Australia Day per il suo significativo contributo a favore del tennis come giocatrice, a favore dell’equità dei sessi nello sport come donna, e a favore delle fondazioni sportive”.

Come hai iniziato a giocare a tennis?
Mio padre era un buon giocatore e ha iniziato a mettermi una racchetta in mano quando avevo cinque anni.

 

In quale momento hai capito che amavi il tennis tanto da sceglierlo come mestiere?
Amo il tennis da sempre. Giocavo già durante gli anni della scuola. Poi per un po’ sono passata al basket ma sono tornata al tennis dopo che mi chiesero di entrare a far parte della nazionale di basket australiana. Lì ho capito che la mia passione era il tennis, non la pallacanestro. Ovviamente, il percorso non è stato tutto rose e fiori sin dall’inizio, e prima di incassare un reddito regolare con il Virginia Slims Circuit ho lavorato come contabile, nei momenti in cui non ero in viaggio per i tornei.

Come descriveresti il tuo stile di gioco? Quali sono stati i tuoi punti di forza?
Ho uno stile di gioco aggressivo, mi piace il serve-and-volley. La mia forza è il servizio. Questo è stato determinante per i miei successi nel doppio.

Avevi qualche rito particolare, quando giocavi a tennis?
Preparavo il borsone sempre la sera prima per paura di dimenticare qualcosa.

Quale era il tuo torneo preferito da giocare?
Wimbledon, ovviamente, perché è la casa del tennis e si gioca sull’erba, la mia superficie preferita. C’è sempre un’atmosfera magica ed è un posto davvero speciale.

Descrivi un ostacolo che sei riuscita a superare durante la tua carriera nel tennis.
Come membro delle “Original 9”, ho sfidato lo status quo che sosteneva che le donne non fossero da valutare come tenniste professioniste e ho lavorato per migliorare l’equità tra i sessi. È stata una battaglia politica molto dura, ma quando insieme a Gladys Heldman abbiamo firmato il contratto da un dollaro abbiamo capito che era la strada giusta.

A chi ti ispiri, e perché?
A Suzanne Lenglen. Era una grande giocatrice ed è sempre rimasta fedele a se stessa. È stata una tennista ma anche una celebrità internazionale. Era capace di vincere tornei senza perdere un game. Se non sapete chi era, cercatela!

Che cosa hai fatto da quando ti sei ritirata?
Dopo aver costruito una famiglia con mio marito David – abbiamo avuto due figli, Samantha e David, e due nipoti, Sophie e Abby – ho fatto la coach sia di giocatrici del singolare che del doppio, incluso anche il team di Fed Cup dell’Australia, il che ha significato molto per me avendo fatto parte di due squadre campioni. Sono stata coinvolta nei progetti di sviluppo del tennis giovanile del Presidente dell’Australian Fed Cup Foundation per trent’anni e ho smesso di lavorare a questo solo di recente. Sono stata attiva anche sul fronte dei media, commentando tennis femminile in Australia e nel Regno Unito. Dopo che mio marito David è mancato nel 2009 ho lasciato la nostra azienda agricola nel Victoria e ora vivo a Melbourne.

Che consiglio daresti oggi a te stessa da giovane o a qualcuno che sta muovendo i primi passi da tennista?
Se vuoi fare del tennis il tuo mestiere devi essere pronta a lavorare duro e a fare sacrifici. La strada sarà lunga e sarà colma di momenti impegnativi, ma se non molli e credi in te stessa, riuscirai a ottenere quel che vuoi e ne sarà valsa la pena. Non perdere la tua passione per il gioco e non mollare mai.

Come è stata influenzata la tua vita dal tennis?
Mi ha dato l’opportunità di viaggiare in giro per il mondo e di conoscere persone interessanti. E mi ha anche regalato amicizie di una vita con le colleghe tenniste.


Traduzione a cura di Gianluca Sartori

  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman

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