Binaghi (auto)celebra gli Internazionali. Sì, però...

Editoriali del Direttore

Binaghi (auto)celebra gli Internazionali. Sì, però…

Al Foro tutto bene: grandi Internazionali d’Italia, in attesa del tetto e dei giovani in top 50. Punti deboli? Il settore tecnico. E quella risposta su Panatta

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Come ogni anno vado a raccontarvi per filo e per segno quanto è stato detto nella conferenza stampa di fine Internazionali d’Italia, insieme a una ricca serie di grafici qui irriproducibili ma testimonianze di progressi in vari settori dell’evento – fatturati, biglietteria, audience di Supertennis che avrebbe superato Eurosport (chissà se Eurosport si preoccuperà di replicare o meno, certo quando fa vedere il curling forse…). Ovviamente sono stati discorsi tutti celebrativi ed entusiasti, e anche un tantino prolissi. Chi non avesse la pazienza di sorbirsi tutta questa pappardella, ma fosse interessato eventualmente a leggere la mia domanda e la risposte del Presidente federale Angelo Binaghi, potrà scorrere fino in fondo quest’articolo e troverà quello che cerca.

Ecco a seguire i passaggi più importanti degli interventi di Binaghi, del Segretario Generale del CONI Carlo Mornati e del leggendario Nicola Pietrangeli:

Angelo Binaghi, presidente FIT: “Per noi gente di tennis gli Internazionali servono per scandire la vita di tutti i giorni, ci ricordano che è passato felicemente un altro anno. Sono orgoglioso di questa edizione. Da un punto di vista tecnico due grandi finali, nel maschile il campione uscente, miglior esponente della Next Gen, contro il campione dei campioni, che più di ogni altro ha vinto a Roma; nel femminile, anche in questo caso la detentrice, contro la n.1 al mondo”.

 

“Il torneo per noi si divide in due parti: nella prima facciamo i tifosi, con tanti italiani in campo. Nella seconda ci godiamo uno degli spettacoli più belli al mondo. Entrambe quest’anno sono andate molto bene. Nella prima abbiamo avuto lampi da Sonego, Cecchinato, Baldi che confermano ciò che diciamo da anni, che il settore giovanile maschile è in ottima salute, e che si è prolungata grazie alle prestazioni di Fognini. Nel torneo femminile, per la FIT ci sono lavori in corso. Abbiamo la necessità di trovare al più presto un numero consistente di giocatrici che possa darci quelle prospettive che una grande federazione come la nostra deve poter avere in tutti i due settori nel tennis agonistico di alto livello. Abbiamo avuto forti emozioni da Robertina Vinci, che ci ha gratificato nello scegliere il Foro Italico per terminare una carriera staordinaria. Tra poco sarà al nostro fianco nella FIT per aiutarci ad accelerare il processo di crescita dei nostri migliori talenti del settore femminile”.

Abbiamo recuperato Giorgi, credo sia una buonissima notizia per gli appassionati. Con Errani crea una squadra competitiva nel World Group di Fed Cup, che può essere anche un’ottima incubatrice per coloro che verranno”.

“Le condizioni meteo, ma soprattutto le previsioni eccessivamente negative delle previsioni del tempo, hanno impedito di superare ancora una volta il record di biglietti venduti e i 12 milioni di euro di incasso. (sono stati 11.629011 per 203.758 spettatori Nota di UBS) Chi viene rischiando due giorni di pioggia per il ground è un eroe, bisognerebbe dargli una medaglia. Si tratta di una flessione del 3%. In compenso invece il torneo ha realizzato un incasso più del doppio del record per una partita del nostro campionato di calcio. Battuti invece tutti i record di fatturato e di utile, che ci consente di migliorare ciò che io chiamo il ranking del CONI. La percentuale di autofinanziamento del torneo è ben superiore al 90%“.

LE ALTRE VOCI

Carlo Mornati, Segretario Generale del CONI: “Edizione fantastica. La predisposizione del Foro Italico è prevalentemente tennistica, quasi tutte le altre federazioni ce lo invidiano. Tuttavia questo è un sito vincolato, anche in modo stringente, quindi c’è sempre la sovraintendenza da coinvolgere. L’anno prossimo avremo la nuova Next Gen Arena, una struttura sempre temporanea a cui forse daremo un nome e uno scopo diverso. In ogni caso il torneo è di alto livello internazionale ma è pur sempre in Italia, e noi abbiamo fame di successi di tennisti italiani”.

Pietrangeli: “Io sarei la parte più romantica delle cose… Nessuno dei presenti è entrato su questi campi prima di me. Nel 1952, Carlo Della Vida mi disse di venire a fare il giudice di linea per Italia-Egitto di Coppa Davis: i senatori erano cattivi, nel senso che era dura per un ragazzino pensare di poter sbagliare. Non ho sbagliato. L’anno dopo sono entrato da giocatore e ho perso contro un signore che a me sembrava molto anziano, avrà avuto in realtà trent’anni… Da lì in poi questo torneo l’ho sempre visto crescere. E non perché porta il mio nome, quel campo, ma più bello non c’è”.

“L’unica cosa che mi dà fastidio è che ogni anno è passato un anno. Io non lì conto più, come le vecchie signore. A Parigi portavano i quattro moschettieri non dico in barella, ma quasi. Ecco, io quello vorrei evitare. Borotra ha sempre detto: voglio morire sul campo da tennis. Ci ha provato un sacco di volte. Chi è stato al Roland Garros sa che c’è una piazza dedicata ai quattro moschettieri… ma io il campo già ce l’ho. Sono a posto”.

Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, David Haggerty – Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

LE DOMANDE: PIAZZA DEL POPOLO E L’UPGRADE DEL TORNEO

Al termine degli interventi dei tre oratori, c’è stato uno spazio per le domande ai giornalisti, rivolte quasi tutte esclusivamente al Presidente Binaghi. Ecco le sue risposte:

“Già da due anni un intero settore della Next Gen Arena era aperta ai biglietti ground e dava priorità d’ingresso ai tesserati FIT. Dobbiamo promuoverla di più”.

Roberta Vinci… Ragionavo in questi giorni: non riesco a ricordarmi un episodio della sua carriera, dal punto di vista sportivo e comportamentale, che non sia stato del tutto perfetto. Giocatrice straordinaria, grande persona, siamo stati molto fortunati ad essere compagni di questo viaggio straordinario che Roberta, Sara, Francesca, Flavia hanno fatto fare al tennis italiano. Irripetibile. Credo che in questi casi si debba dire chapeau a una carriera del genere. Ho parlato con lei il giorno dopo il suo ultimo incontro. Robertina si è meritata un periodo di vacanza credo abbastanza lungo, e ho riscontrato ancora una volta quanta passione avesse. Sapevamo che questa scelta stava arrivando, noi della FIT, ed era un’occasione da non perdere. Avevamo pensato a molti scenari: comunica molto bene, è spigliata, intelligente, ha molto appeal e pensavamo potesse essere il volto di Supertennis. Invece ha scelto la via più scomoda, vuole continuare a vivere di tennis giocato e praticato, non più del suo ma di quello delle migliori ragazze. Ha scelto di lavorare nel nostro settore tecnico. Si è presa un periodo di pausa e di studio, deve capire lei e dobbiamo capire noi come può operare in quel settore e cosa comporta. Uno dei suoi primi maestri, Michelangelo Dell’Edera, si impegnerà anche lui nel nostro settore tecnico. Siamo felicissimi che avvenga, e credo che avvenga nel momento giusto”.

“C’è un ottimo incremento nell’ultimo biennio di prenotazioni dall’esterno ma sono ancora molto, molto basse rispetto a quello che noi vogliamo che sia, rispetto al valore internazionale dell’evento. Nella nuova riorganizzazione che abbiamo presentato ci sarà una sessione dedicata all’incoming, non solo per Internazionali e Next Gen ma anche per i centri estivi FIT”.

“Federer… Certo, venisse Federer… Se fosse venuto cosa avremmo potuto fare? Alzare ancora il prezzo dei biglietti? Un grande campione. Certo, sarebbe stato un torneo ancora migliore, ma credo che gli Internazionali il problema Federer – che speriamo ci sia ancora nel tennis mondiale, anche se non sappiamo per quanto – i tornei di grande tradizione, come Wimbledon ma come anche il nostro, siano più forti anche del più grande campione di tutti i tempi”.

“Le sfide tra i giovani sono potenzialmente migliori anche del Nadal vs Djokovic visto ieri”.

Sono testardo: il tennis andrà a Piazza del Popolo. Qualcuno se ne farà una ragione. Nell’antichità Piazza del Popolo era utilizzata proprio per manifestazioni sportive, quindi non sarebbe la prima volta né nulla di inusuale, la restituiremmo a una delle sue destinazioni storiche”.

Per due volte pensavamo di aver raggiunto l’upgrade del torneo, a una categoria intermedia tra i Masters 1000 e gli Slam, e per due volte non è accaduto. Ma ogni anno le probabilità sono maggiori perché il successo di ogni edizione si somma a quello della precedente”.

Tetto del Centrale? Riguarda un asse immobiliare che in concessione alla CONI Servizi, noi c’entriamo poco. Il Presidente del CONI Giovanni Malagò è oltremodo sensibile, anche perché sarebbe un regalo a tanti altri sport, come pallacanestro e pallavolo. Ho grande fiducia”.

LA MIA DOMANDA E… PANATTA

Infine la risposta alla mia domanda, che naturalmente non sentirete mai echeggiare su Supertennis: nel momento stesso in cui la parola è stata data ai giornalisti, la diretta della conferenza stampa è stata immediatamente sospesa. Tanto quelle gradevoli e gradite si potevano montare dopo… A Roma fissano astutamente la conferenza stampa a mezzogiorno. Il presidente e gli altri parlano fino a poco prima dell’una, orario d’inizio della finale femminile, e quando si potrebbero porre domande non preconfezionate ecco che inevitabilmente la diretta va sul match.

Prologo alla mia domanda, ultima tra tutte, erano stati i miei sentiti complimenti ai miglioramenti apportati, da Coni Servizi e dal team federale, alla struttura del Foro Italico. E i complimenti anche ai progressi pian piano compiuti da Supertennis in 10 anni (non ho fatto cenno né al break even economico che non c’è mai stato neppure da vicino ed era stato assicurato nell’arco dei tre anni, né alle spese notevolissime e forse esagerate che comporta).

Avevo aggiunto però che riguardo alla situazione tecnica, senza tenniste all’orizzonte all’altezza delle precedenti e con il Centro Tecnico Federale di Tirrenia che in 14 anni non ha tirato fuori un solo top 100 (e figurarsi se un top 10, un top 20 o un top 30 o 50) mi sarei aspettato un minimo di autocritica al riguardo. Qualcosa sarà stato forse sbagliato, oppure no? Concludevo infine ricordando che ero a Fiuggi nel 2000, quando l’attuale presidente si candidò per la prima volta dicendo che al massimo lo avrebbe fatto per due mandati quadriennali e che volevo – e vorrei ancora – sapere se intenderà candidarsi per la sesta volta allo scadere del suo corrente mandato.

La risposta è stata: “Rino Tommasi era molto abile a produrre numeri. Io con i numeri vado d’accordo, li seguo. Premesso che siamo l’Italia, con tutti i limiti che ciò comporta, arrivare dodicesimi nel medagliere delle Olimpiadi Invernali o ottavi nei mondiali di nuoto in casa sono stati considerati ottimi risultati. Il livello del tennis in Italia è ampiamente superiore a quello della media di tutti gli altri sport in Italia”.

Ma soprattutto:

Ripresentarmi per un altro mandato? Ragioniamo giorno per giorno. Io non rappresento me stesso ma un gruppo di dirigenti. Pensavo in questi giorni: accidenti, quanto siamo stati bravi. Agli Internazionali abbiamo avuto grandi partner, ma se quando siamo arrivati, quando avevamo quarant’anni, non avessimo avuto il coraggio di cacciare un tuo amico, che come la Corte d’Appello di Milano ha stabilito ha percepito una somma di danaro illecito, gli Internazionali di tennis sarebbero molto diversi”.

Adriano Panatta e Paolo Bertolucci, Campionati Internazionali BNL d’Italia 2016 – Foro Italico – Roma (foto di Monique Filippella)

Quel mio amico, come avete già capito, è Adriano Panatta, che con questo intervento la Federazione ha perlomeno smesso di ignorare (strano che non sia stato chiamato “l’amico di Malagò”, no?). Negli ultimi anni ha fatto spesso finta che non esistesse neppure, escludendolo dalla “walk of fame” del Foro Italico e dalla promozione del torneo in favore di atleti che, con tutto il rispetto, non hanno rappresentato ciò che Adriano ha rappresentato per lo sport in Italia e per l’Italia nello sport. Tale risposta è stata inoltre ripresa poi in un intervento che mi è stato assai riferito essere stato assai duro da parte del Direttore della Comunicazione Piero Valesio. Vorrei sentire il nastro integrale. Se le cose stessero come ho saputo, Valesio avrebbe fatto meglio a risparmiarselo. Ma da dipendente FIT ha voluto essere più realista del re, tradendo un tantino – a mio avviso – tutta una carriera vissuta da giornalista indipendente per Tuttosport.

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Australian Open

Perde Shapovalov e vorreste miracoli da Sinner. Ma Federer è già in love con Jannik

MELBOURNE – Se nella notte Jannik avrà vinto anche un terzo set contro Purcell dovrà battersi contro Fucsovics, il giustiziere di Shapovalov. Meno talentuoso del canadese, ma più esperto e diversamente solido. Federer…

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da Melbourne, il direttore

Tutti a preoccuparsi del fuoco che ha bruciato e devastato gran parte dell’Australia, seminando morte e distruzione fra gli esseri umani e le loro civili abitazioni, migliaia di animali (inclusi i simpatici koala che quando sono spaventati si arrampicano sugli alberi, non sapendo di correre incontro a morte sicura), poi tutti, australiani e non australiani, ad angosciarsi legittimamente dell’aria irrespirabile e corrosiva, con conseguenze non facilmente prevedibili per i polmoni di tanti, troppi.

Non solo quindi di giocatori con palla e racchetta, raccattapalle, spettatori di un torneo che ha un peso economico sempre più importante, per Melbourne e lo stato di Victoria.

 

Era quindi più che giusto che la disputa dell’Australian Open fosse argomento del tutto secondario, anche se era lecito sospettare che con tutte le centinaia di milioni di fatturato e di utile che procura ormai anche questo Slam – una volta “the limping leg of the Slams table”, la gamba zoppa dei 4 Slam – ci fosse anche chi cinicamente avrebbe negato qualsiasi minaccia, qualsiasi pericolo all’insegna del “the show must go on”.

Però alla fine magari Lassù qualcuno dei vecchi scomparsi campioni di tennis deve aver brigato perché l’Australian Open potesse avere il via nelle date previste.

Solo che se non fosse stato per i tre stadi coperti, avremmo parlato soltanto della pioggia e dei pochi match che si sarebbero potuto condurre a termine. Grazie a quei tre tetti straordinari si sono potuti concludere 15 match sugli show court, in aggiunta ad altri 17 finiti miracolosamente fuori. Il totale dei campi utilizzati sono stati 17. E per la seconda giornata dell’AO (che non è un’interiezione romanesca e che prevede 96 incontri) l’inizio delle ostilità è stato anticipato di una mezzora: il via è a mezzanotte e mezzo ora italiana. Ma per vedere su Eurosport – sui canali del pacchetto SKY come sul Player – i 4 incontri sospesi di Sinner, Travaglia, Fognini e Giustino, occorrerà la pazienza di attendere una partita giocata da altri tennisti.

I punteggi dei 4 match interrotti li conoscete, teoricamente Sinner è molto vicino al secondo round dove affronterebbe l’ungherese Fucsovics anziché Shapovalov, la “testa coronata” (n.13) più illustre fra quelle già rotolate. “Ero troppo teso, ho cominciato perdendo subito il servizio, avevo tante aspettative per questo primo Slam dell’anno anche perché ultimamente stavo giocando così bene… ma mi era successo anche a Wimbledon, sono tutte “’learning experiences’”. Processi di maturazione inevitabili. Per questo chi pensava che Sinner nei suoi primi tornei del 2020 dovesse immediatamente fare sfracelli farà bene a darsi una calmata, a dar retta quel dice Riccardo Piatti “Il ragazzo è ancora giovane, di strada da fare ce n’è ancora tanta, magari fra due o tre anni si vedrà…”. Non lo dice, il tecnico comasco che pure ho visto piuttosto teso ieri, per togliere pressione a Jannik, lo dice perché lo pensa.

Ma è curioso che ovunque in sala stampa si parli di Jannik si sentono anche colleghi per solito prudenti esporsi in maniera perfino esagerata. Non so se influenzati dalle recenti dichiarazioni di John McEnroe. Ma ad esempio un vecchio lupo di mare delle sale stampa, il canadese Tom Tebbutt che ha perfino più anni del vostro cronista, ha dichiarato ieri papale papale nel bel mezzo di un gruppetto di colleghi britannici che o annuivano o parevano condividere: “Sinner vincerà più Slam di tutti i giocatori attualmente in attività, tolti i Fab 3…”.

Mah, spero proprio che il vecchio Tom abbia ragione, ma tutti sappiamo quanto sia difficile fare pronostici del genere. Troppe sono le incognite per azzardare pronostici che vanno oltre pochi mesi, un anno, diversi anni. Oltretutto è vero che i tempi in cui i diciassettenni potevano vincere gli Slam (Wilander a Parigi 1982, Becker a Wimbledon 1985, Chang a Parigi 1989) appartengono ad un’altra epoca, ma dai tempi di Nadal non c’è più stato uno meglio classificato di Sinner nel ranking ATP a 18 anni e spiccioli, mentre Djokovic era addirittura dietro di 5 posti al Pel di Carota altoatesino. Per trovare un altro diciottenne in classifica bisogna arrivare ai piedi dei primi 300, al 299esimo posto del taiwanese Tseng.

Mi è parso poco determinato Fabio Fognini. La pioggia però potrebbe averlo salvato. Uno che sul cemento ha rimontato due set a Nadal in uno Slam (US Open) non può rimontare Opelka e vincere tre set? Secondo me può riuscirci benissimo, solo che ci creda e davvero lo voglia. Ogni tanto ieri, come quando ha chiesto il MTO all’inizio del terzo set, rivolgeva dei sorrisi verso il suo nuovo coach Barazzutti che non capivo se volessero tranquillizzare Corrado o invece dare l’impressione di un certo disinteresse allo sviluppo del match. Era rassegnazione? Era fiducia invece nella possibilità di una rimonta? Vattelapesca, con Fognini non lo sai mai. Forse non lo sa neppure lui. Ma quando ci si chiede se l’interruzione dovuta alla pioggia abbia magari favorito un giocatore oppure l’altro, beh di solito chi è in vantaggio è scontento (e in taluni casi furibondo) per la sospensione. Tutto dipende dal carattere del tennista. Secondo me un tipo alla Sinner non se ne fa né in qua né in là.

Fosse stato Fognini al posto di Opelka avrebbe smoccolato. E magari pure Opelka lo ha fatto, perché non mi pare un tipo iper-controllato. Certo bisogna strappargli una volta il servizio per vederlo incresparsi.

Giustino, purtroppo, non può neppure più sperare che Raonic possa rompersi come spesso gli accade: la partita è troppo compromessa perché possa recuperare. Già Travaglia qualche speranziella può nutrirla, anche se Garin pare più giocatore. Non è n.32 del mondo per un caso. E Travaglia ha conquistato punti preziosi grazie a quella ATP Cup che li distribuisce in una misura un tantino discutibile.

Federer tanto per cambiare ha “passeggiato” al primo turno. E chi l’ammazza quello?, è stato il commento un po’ becero ma detto in simpatia da un amico super-spontaneo.

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non hai mai perso al primo turno dacchè vincesti il tuo primo Slam? – è stata la prima domanda rivolta allo svizzero in conferenza. E lui, coscienzioso come sempre nel riflettere sul tipo di risposta ha detto: “Prima di tutto qualche primo turno è stato “close” (combattuto, equilibrato). Poi sono migliorato. Quindi il sistema con 32 teste di serie ha aiutato. Quando venni sul circuito le teste di serie erano 16…Poi sì, mi sono costruito un tipo di gioco che mi consente di gestirmi con un po’ tutti i vari tipi di giocatori classificati al di fuori dei top 30. Ecco perché i Masters 1000 sono duri a volte. Puoi affrontare un top 20 già al primo turno”. Federer ha anche parlato di Sinner, tessendone peraltro le lodi.

CHI VINCE IL TORNEO?

Ma il favorito del torneo chi è? Il vincitore sarà uno che non ha mai vinto uno Slam.  

Beh, su, Novak Djokovic ha vinto questo Slam australiano già 7 volte ed è il grande favorito anche alla luce della recente Atp Cup in cui ha battuto Nadal per l’ennesima volta di fila sul cemento – le ultime nove; non ci ha più perso dall’US Open 2013! –  ma secondo me resta più probabile che un nuovo campione di Slam sia laureato da questo torneo che non a Parigi (salvo che Nadal sia infortunato) o a Wimbledon (dove dovrebbero essere infortunati almeno 2 dei 3 Fab Three).

Questo è lo Slam n.469 della storia, dal n.1 di Wimbledon 1877 a oggi. E fino a oggi, come scrive il mio grande amico e collaboratore (fin quando non è passato a Gazzetta dello Sport) Luca Marianantoni nel suo interessantissimo libro edito da Pendragon “150 volte Slam”, i vincitori sono stati in tutto 149, da Spencer Gore in poi. Il sottotitolo è “le imprese dei campioni che hanno trionfato nei quattro tornei più prestigiosi del mondo, storie del grande tennis”. Il 150° in realtà ancora non c’è stato. Ma un titolo “149 Slam” sarebbe stato meno accattivante. E, appunto, il vincitore di Slam n.150 potrebbe venire fuori da Melbourne 2020. Tsitsipas? Medvedev? Zverev? Thiem? Berrettini? In quel caso sarebbe l’unica biografia mancante al libro di Luca, che degli altri 149 campioni ha scritto di tutto e di più. In casa di un vero appassionato è un libro che non dovrebbe mancare.

Chiudo perché mi sono dilungato fin troppo pur avendo scritto nulla o quasi di Matteo Berrettini, ma il suo avversario era davvero troppo debole e semmai ci si potrebbe forse rallegrare che dal suo settore sia uscita di scena la testa di serie Coric – in crisi profonda: l’aver lasciato Piatti per una crisi di…comprensibile gelosia, trascurato fra Maria Sharapova e Jannik Sinner, ha un po’ destabilizzato il giovane croato – ma non è che Querrey sia un osso così morbido. Premesso che prima Matteo potrebbe affrontare quel Sandgren che proprio qui due anni fa giunse nei quarti (seminando scompiglio anche con alcune sue dichiarazioni poco politically correct…) e guai a sottovalutarlo. È un pesciaccio. Mille volte meglio affrontare Trungelliti, il…nemico dei tennisti argentini che lo accusano di aver messo in piazza rivelando agli investigatori della TIU i malaffari di suoi connazionali inclini a scommesse scorrette.

Dico che l’impatto con l’Australian Open è stato complesso per un errore fatto con il mio pass, mi ha costretto a due code prolungate e un acquazzone che mi ha travolto nonostante l’ombrello. Sono tornato in sala stampa bagnato fradicio da capo a piedi, assai poco piacevole. Ma quando ho incontrato già alla tenda dell’ufficio accrediti Paul McNamee che aveva il pass per un solo giorno, mi sono detto che non bisognerebbe prendersela. La ragazza degli accrediti non aveva la minima idea di chi fosse McNamee. Allora io le ho detto: “Guardi che questo signore ha vinto tre volte Wimbledon”. Paul ha sorriso e sottovoce mi ha sussurrato: “Well, sono stato anche direttore di questo Slam per diversi anni…”. Ma non c’è stato nulla da fare, per il docile Paul, se non di farsi dall’esterno tutto il giro dell’immenso impianto per andare farsi cambiare il tipo di accredito.

Avrete letto della mise di Dimitrov. E io che credevo che la maglietta Nike di Sinner fosse di pessimo gusto! Beh Dimitrov però è troppo simpatico. Può indossare quel che vuole. Vabbè, gli stilisti di Nike all’ultimo Pitti Uomo di Firenze che mi ha visto invece ospite non c’erano. Magari l’anno prossimo spedisco loro un invito. Poi però, ripensandoci, Maria Sharapova sulle mise di Dimitrov e Sinner non ha mai espresso un giudizio negativo. E non credo che sia soltanto perché veste Nike anche lei. Una ventata, nella giornata di pioggia, l’ha portata ancora Coco Gauff. Nella sua intervista si legge perché lei si consideri una quindicenne come tante altre quando si tratta di dire che cosa le piace di più. Di certo era di miglior umore di Venus Williams, ancora una volta, come già a Wimbledon, battuta da una ragazzina di 25 anni più giovane. Sono batoste che lasciano il segno anche – o forse soprattutto – su una giocatrice che è stata n.1 del mondo e quasi nessuno pare ricordarlo perché la sua stella è stata oscurata per prima dalla sorella più giovane, più forte e più completa. E, già che ci siamo, pure più simpatica e più… mamma.

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Editoriali del Direttore

Si critica tanto questa Coppa Davis… e l’ATP ne ripropone un doppione

Sarà più facile riempire tre stadi in tre città diverse che in un unico complesso come la Caja Magica. Ma l’Australia è lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

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(Photo by Pedro Salado / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Il Canada arriva a disputare la prima finale di Coppa Davis della sua storia (dove affronterà la Spagna dell’inossidabile Nadal) grazie alla vittoria in doppio della coppia Pospisil-Shapovalov che hanno conquistato il punto decisivo sia con gli australiani sia con i russi. Unica partita persa dai due in coppia quella con l’Italia – piccola soddisfazione, meglio che niente! – anche se rispondendo a una mia domanda Vasek Pospisil, ha detto abbastanza chiaramente che un conto è giocare un doppio decisivo sull’1 pari per vincere un incontro e un altro è giocarlo sullo 0-2: “Sì, c’è differenza. Io contro l’Italia non ho giocato bene nel primo set, ma poteva dipendere anche dal fatto che era parecchio che non giocavo in doppio. Non so quindi bene…ma se c’è maggior stimolo per un punto davvero decisivo, trovi maggior adrenalina. C’è differenza se giochi un match decisivo nei confronti di uno che è meno importante”.

Pospisil è stato fin qui il miglior doppista del lotto. Non è una sorpresa. Ex n.25 in singolare, il canadese che per un certo periodo della sua vita è tornato nella terra dei suoi genitori, la Repubblica Ceca, ad allenarsi a Prostejov, è stato n.4 del mondo di doppio nel 2015 e aveva vinto in coppia con Jack Sock il doppio di Wimbledon nel 2014.

 

Il doppio canadese potrebbe vincere anche il doppio in finale, se sarà decisivo e lo si giocherà, ma dovrebbe riuscire ad aver ragione di un Nadal in completa trance (nazional)agonistica. Se non altro stasera non si dovrebbe finire tardi come le altre sere. Si comincia alle 16.30, e se una squadra dovesse vincere i due singolari non si giocherebbe nemmeno il doppio. Il sogno di una cena al ristorante a Madrid, in una settimana di mensa semi-aziendale alla Caja Magica davvero poco appagante, c’è. Molti giornalisti faranno il tifo, nel secondo singolare, per la squadra che avrà vinto il primo. Senza dubbio magari all’Amazonico nel Barrio Salamanca o ai ristorantini deliziosi de La Cava Baja si mangerà meglio, con o senza paella.

È vero che in Spagna si cena più tardi, quasi tutti i ristoranti tengono la cucina aperta fino a mezzanotte, qualcuno anche alle una del mattino, ma se ripenso a Italia-USA e allo sfortunato doppio perso da Bolelli e Fognini contro Querrey-Sock finito alle 4,04 con ritorno a Madrid centro con il bus che impiega mezzora, tutt’al più si poteva pensare a un breakfast anticipato.

L’ho già scritto in tutte le salse che la peggior cosa di questa settimana di Davis sono stati gli orari impossibili, sia del mattino senza pubblico, sia del pomeriggio. Sarebbe bastato cominciare il torneo al mercoledì o al giovedì e finire la prossima domenica (non questa) e non ci sarebbe stato bisogno di fare tutte queste corse con questa programmazione folle, che oltretutto ha costretto alcune squadre (come la Gran Bretagna) a giocare per quattro giorni di fila da mercoledì a sabato con la prospettiva, peraltro ipergradita di giocarne cinque in caso di approdo alla finale.

Per anni la Davis finiva nel primo weekend di dicembre. Qui sarebbe bastato spingersi all’ultimo weekend di novembre. Con tutti i soldi che ci sono in palio, per giocatori e federazioni, è un sacrificio che si poteva chiedere a questi giocatori. Se proprio i suddetti non fossero d’accordo di farlo per chiudere prima l’annata agonistica, potrebbero sempre chiedere al loro sindacato, l’ATP, di trovare un’altra spazio nel calendario.

In fondo qui a Madrid c’erano 80/90 giocatori per le 18 squadre. Una forza d’urto sufficiente per premere sull’ATP. Ma questa al momento sembra preoccuparsi primariamente di competere con l’attuale Davis rivoluzionata con la sua ATP Cup del prossimo gennaio.

Essa si disputerà in tre differenti sedi, Perth (dove c’è l’Italia con Russia, Norvegia e ancora USA!), Sydney e Brisbane. Saranno 24 squadre suddivise in sei gruppi e anche lì avremo una prima squadra classificata per ciascuno dei sei gironi. Le sei prime andranno nei quarti insieme alle migliori due fra le seconde. Anche lì due singolari e un doppio ogni giorno, tutto due su tre. E sempre calcoli su calcoli da fare. E anche qualche partita che sul finire dei gironi non conterà un tubo, proprio come accade nel Masters ATP di fine anno. Nei gironi a 3 di Madrid contavano set e game, ma partite ridotte a mera esibizione (con i soldi unico incentivo) non ce ne potevano essere. In Australia in ogni città è probabile che qualcuna invece ci sarà. Chissà se lì, dopo aver visto le polemiche che ha suscitato qui, ci sarà la regola che dà il 6-0 6-0 alla squadra che approfitta di un forfait di chi decide di non giocare un inutile doppio. Gli australiani si saranno fatti furbi.

Safin, Becker e Muster – Presentazione ATP Cup 2020

Sarà tuttavia difficile contestare, per l’ATP, il formato della nuova Davis, visto che il suo è praticamente identico, salvo il fatto (non banale) che c’è più tempo per portarla avanti e quindi orari più civili, ma ci sarà in compenso la necessità di spostarsi per le squadre che emergano da Perth e Brisbane, visto che la fase finale si gioca a Sydney. Non sarà divertente per chi dovrà affrontare quei problemi logistici, anche se la federtennis australiana certi errori che hanno commesso qui a Madrid non li farà di certo.

Tuttavia anche se i problemi logistici si rivelassero banali, per le squadre emergenti da Perth e Brisbane che dovranno attendere in linea di massima che tutti i… ragionieri si siano messi d’accordo nel calcolare quozienti set e game nel caso il numero degli incontri vinti non bastasse per determinare le due migliori seconde, dovranno comunque sbrigarsi ad adattarsi ai nuovi campi, a nuove ambientazioni e luci.

Ci sarà più gente sulle tribune dell’ATP Cup? Probabilmente sì. Gli australiani hanno più tradizione e passione per il tennis di quanto ne abbiano gli spagnoli. E poi a gennaio potranno raccogliere i frutti turistici della stagione estiva. All’Australian Open c’è sempre stata una massiccia presenza di tifosi stranieri, soprattutto dal Nord Europa in fuga da neve e freddi polari. Giocando diversi dei migliori del mondo nelle tre città australiane ci sarà certo più pubblico che qui a Madrid. Ma l’Australia resta lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

Il campo centrale qua è stato spesso sold-out quando giocava la Spagna, ma né il campo 2 con i suoi 3.500 posti di capienza né il campo 3 con 2.500 sono mai stati vicino al pieno completo. E questo è certo il maggior problema – sebbene non il solo come si è capito anche da quel che mi ha detto Arnaud Boetsch, il direttore della comunicazione di Rolex nonché un ex vincitore di Coppa Davis – che Kosmos, Piqué e ITF dovranno affrontare se vogliono uscire indenni dal diluvio di critiche che hanno subito.

Tuttavia avendo raccolto i pareri di diversi giocatori mi pare di aver constatato che la maggior parte di loro ritiene che anche questa contestatissima Coppa Davis (in massima parte dai giocatori anziani che hanno vissuto quella che la Davis era anni fa ma che forse non si sono resi conto fino in fondo di quella che era diventata) abbia un notevole potenziale per arrivare a coprire tutti quei posti vuoti che ho visto in questi giorni una volta che la gente avrà capito come funziona il tutto.

Magari, come ha accennato Djokovic, si potrebbe ridurre il numero delle squadre a 8, dopo aver fatto giocare le previe eliminatorie in partite disputate come quelle di una volta.

Però allora l’ITF non avrebbe dovuto annunciare già ieri di aver concesso le due wildcard per la prossima edizione a Francia e Serbia, che sono quindi già sicure di tornare qui a Madrid insieme alle quattro squadre semifinaliste di quest’anno. Se sei squadre sono già decise per Madrid 2020, che si fa? Eliminatorie per qualificare soltanto altre due squadre? Secondo me se si dovesse passare a 8 squadre, con un ritorno all’eliminazione diretta, allora non avrebbe senso regalare due wildcard.

Oltretutto …per quale motivo le wild card siano andate a quei Paesi non è dato sapere. Non l’hanno spiegato. Forse lo faranno questa mattina. Ma più probabilmente non lo spiegheranno. Forse sarebbe più facile spiegarlo per la Francia che per la Serbia. In fondo, il concetto di wild card rimane piuttosto discrezionale.

Infatti presumo che nel caso della Francia, che aveva disputato 3 finali fra il 2014 e il 2018 ci sia stato un occhio di riguardo alla tradizione e alla sua storia, ma anche la volontà di compiere una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una nazione che ad oggi si è dimostrata la più fiera oppositrice di questo nuovo format. A volte a far la voce grossa ci si guadagna. Mentre il perché della wild card alla Serbia mi suona assai politico: meglio ingraziarsi Novak Djokovic no? È il n.2 o il n.1 del mondo dei prossimi dodici mesi, salvo imprevisti, ma soprattutto è il presidente del council dell’ATP. Averlo dalla propria parte è tutt’altro che stupido. E certe dichiarazioni, a mio avviso un tantino ipocrite, di Novak che sembra scoprire solo oggi, dopo tre anni di mosse e contromosse, che due eventi a squadre simili a distanza di sei settimane…”farebbero meglio a fondersi in unico evento”. Di due doppioni, e con formule discutibili, non se ne sente il bisogno. Salvo che per i giocatori siano due bei cespiti (irrinunciabili?) di guadagno. 

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)


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Editoriali del Direttore

Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l’eliminazione commuovono tutti

MADRID – Djokovic fatica a parlare ma “non mi chiedere della nuova Davis, leggi…”. Zimonjic si interrompe due volte e si copre il volto. Occhi arrossati per tutti quando Troicki: “È colpa mia, scusate. Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno e oggi mi ha tolto tutto”. Da Tipsarevic una grande lezione

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Team Serbia in conferenza - Davis Finals Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Madrid, il direttore

Piangono tutti. Una scena che non ricordo d’aver mai visto. Da Troicki che s’è mangiato due match point, a Djokovic che ne ha fallito uno, a Krajinovic che ha perso il suo singolare e piange come un bambino al capitano Nenad Zimonijc che si interrompe singhiozzando due volte (con Djokovic che gli mette prima una mano su una spalla e poi su una gamba per confortarlo).

Scrivevo l’altro giorno che credo di aver presenziato a 18000 conferenze stampa in 45 anni (e più…) da giornalista, ma una scena del genere giuro che non l’avevo mai vista, tanto che mi sono sentito in dovere a un certo punto di chiedere ai giornalisti presenti un applauso per Team Serbia, dopo aver ascoltato il commovente discorso strappalacrime anche per noi di un Troicki letteralmente devastato che con gli occhi arrossati di pianto e un’espressione da funerale si assumeva tutte le colpe: “Una volta Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno, mi ha dato la fortuna di vincere la Coppa Davis con il punto decisivo. Ora me l’ha portata via. Sono davvero molto deluso con me stesso. Ci sono state tante emozioni, un match durissimo, un solo punto che l’ha deciso, sono davvero delusissimo con me stesso per non essere riuscito a stare attento fino alla fine e chiudere!”). Un altro applauso spontaneo sarebbe scoppiato a fine conferenza dopo il toccante discorso di Tipsarevic (leggi più in basso).

 

I tennisti serbi non sono dei bambini, né degli junior. È gente esperta, passata attraverso mille battaglie – e non sto parlando di quelle vere che molti di loro hanno vissuto di persona o indirettamente tramite familiari e amici durante la sanguinosa guerra dei Balcani – ragazzi (Krajinovic) e giovanotti (Djokovic, Tipsarevic, Lajovic, Troicki, Zimonjic) che da sempre vivono nello sport e hanno giocato migliaia di incontri, vinto Davis, Slam e naturalmente anche perso diverse partite con match point a favore come contro, in singolo come in doppio.

Vederli tutti così disperati, tutti in lacrime come se avessero davvero perso una guerra con morti e feriti, evidentemente travolti da una commozione collettiva che deve averli coinvolti nell’ora e mezzo che hanno vissuto insieme negli spogliatoi prima di affrontare la stampa, ha finito per turbare e commuovere anche il sottoscritto.

Questa nuova Coppa Davis sta ricevendo grosse critiche da chi ricorda la vecchia – senza averne sempre compreso a fondo la crisi senza fine che attraversava – e i nostalgici sembrano oggi come oggi in maggior numero rispetto ai nuovi anche perché sono fortemente influenzati dalle carenze organizzative di questa prima edizione, dalle tribune insufficientemente riempite (tranne che quando gioca la Spagna, come è normale che sia), dagli orari folli e tuttavia inevitabile per i troppi incontri compressi in soli sette giorni, dai calcoli eccessivi che occorre fare per stabilire chi esce dai gironi e si batte per un secondo posto, dalle regole sbagliate e dalle tante magagne che emergono.

Ma tutto ciò premesso, chi dubitasse della voglia di battersi e di vincere questa Coppa Davis da parte dei giocatori avrebbe torto.

Non sono quindi d’accordo con Adriano Panatta per quel che ha detto ieri (ma anche Pietrangeli non le ha mandate a dire). Ho letto sulla rassegna stampa che trovate ogni giorno in fondo alla nostra home page di Ubitennis il suo pensiero in un’intervista resa a Gaia Piccardi del Corsera. Inciso per il lettore: la rassegna stampa consente di leggere (anche dall’estero dove magari i giornali italiani non è così facile comprarli) tutto quel che scrivono di tennis i nostri colleghi sulle varie testate. Io la consulto quotidianamente con grande interesse e posso capire che sia deformazione personale, ma mi stupisce che, sebbene tocchi scendere molto in basso per trovarla, non lo facciate un po’ tutti voi lettori.

Adriano appartiene certamente alla squadra dei nostalgici come tutti quelli che hanno giocato la Davis 40 anni fa. Riprendo questo stralcio dell’intervista, dacchè Adriano decreta: “I giocatori di oggi sono mercenari al servizio del business”.Io, premesso che penso che gran parte dei tennisti professionisti lo fossero anche 40 anni fa, riferisco qui l’osservazione della collega: -Però a Madrid danno l’anima fino alle prime luci dell’alba…

E lui: “E te credo! Non vogliono giocare la Davis spalmata nell’anno e gli va bene così: in una settimana, tutti insieme appassionatamente, si garantiscono l’ingaggio e la qualificazione per i Giochi. E nessuno, in patria, può accusarli di non essere attaccati alla bandiera. Ma è convenienza, non patriottismo. Si lavano la coscienza in sette giorni: cosa chiedere di più? Ma perché dovrei guardare la Davis ridotta così? Le cambino nome, sarebbe più serio”.

Beh, se Panatta fosse stato presente a questa conferenza stampa dei serbi, non avrebbe detto quello che ha detto. E, penso che non lo avrebbe detto anche se avesse seguito tutti i match che abbiamo visto noi a Madrid.

Non sono certo un ingenuo, è certo possibile che molti tennisti degli 80/90 che sono qui per le 18 squadre non sarebbero venuti a Madrid se non ci fossero stati tutti questi soldi in palio – 9 milioni e mezzo di montepremi – ma è vero che in campo danno tutti l’anima, financo all’alba come si è visto fra i doppisti italiani e americani. E la danno i tennisti multimilionari come gli altri meno ricchi. Ovunque ho notato uno spirito di squadra fortissimo e grande solidarietà fra compagni di equipe. Non solo serbi, ma russi, inglesi, italiani, americani, belgi…tutti insomma. Quindi tutti sono liberi di pensare quel che vogliono su questa Coppa Davis, ma chi sostenga che si tratta di esibizioni oppure che i giocatori se ne fregano, beh si sbaglia di grosso.

Non posso farvi vedere i visi di Djokovic e compagni, altro che con in fotografia, ma trascrivo qui alcune delle risposte. All’inizio tutte le domande sono per Djokovic che non ha nessuna voglia di rispondere, nero come un calabrone…con gli occhi rossi. Bill Simons, giornalista californiano veterano di Tennis Inside, la prende alla larga: “Novak giornata dura per te… Lo sport si riassume tutto in vittoria e sconfitta e tu sei stato parte di momenti molto speciali. So che sei appena uscito dal campo, puoi paragonare l’emozione di quando hai battuto Roger quest’estate e questa dura sconfitta?”.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Djokovic, occhi bassi, quasi se lo mangerebbe se avesse la forza: “Non sono d’accordo, con tutto il rispetto. Lo sport non è solo vittorie e sconfitte, è molto di più. Non si comincia a giocare a tennis perché si vuole vincere nella vita, ma perché ci piace fare quel che facciamo. Certo vincere o perdere a un livello professionistico influenza il tuo umore, la tua carriera. Quindi questa fa male, molto male. Questo tipo di incontri capitano una volta … magari per sempre, è così, la stagione è finita, voltiamo pagina e domani sarà diverso”. Un giornalista americano di ESPN fa peggio: “Cosa hai pensato prima di scendere in campo in doppio e cosa pensi del formato di questa Coppa Davis?  Djokovic non crede alle sue orecchie e si trattiene a stento: “Comincio dalla seconda domanda. Ho già parlato di questo argomento da 3 giorni, puoi leggere le precedenti conferenze…”.

Quando finalmente chiedono a Troicki dei tre match point, lasciando in pace Novak (cui mi son ben guardato di fare alcuna domanda), il povero Viktor parla a voce bassissima: “Non mi sono mai sentito peggio. Non ho mai sperimentato una momento del genere nella mia carriera, nella mia vita. Ho fatto perdere la mia squadra e me ne scuso…”.Fa proprio pena, avreste dovuto vedere la faccia. Può sembrare un’esagerazione tutto questo, quanto volte abbiamo sentito dire a tennisti sconfitti malamente ‘Beh non è la fine del mondo’?. Evidentemente in Serbia, probabilmente per cause storiche, il senso di appartenenza alla bandiera, al Paese, il patriottismo è quasi esagerato. Troicki prosegue dicendo la frase sopra già riportata ‘Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno…eccetera’.

Poi viene interpellato il capitano e gli viene chiesto: “I tuoi ragazzi sono davvero… sofferenti ora, come ti comporti con loro?”. E lui: “Quando giochi per il tuo Paese, una volta che decidi di farlo, fai di tutto per dare il meglio di te. Loro hanno dato tutto. A volte vinci, a volte perdi. Novak doveva vincere i due singolari (per arrivare ai quarti) ma dovevamo vincere come squadra altre partite per arrivare qua. Si vince e si perde come squadra, non importa chi porta un punto o l’altro. Tutti hanno fatto la loro parte, non solo ora, ma durante la carriera, e era una sensazione molto molto forte perché sapete che per Janko era l’ultima partita….”. E lì il grande e forte, barbuto Nenad, ha il groppo in gola, non trattiene le lacrime…si interrompe nascondendosi il viso con le mani. Poi dice solo: “Sorry” mentre il vicino Djokovic gli mette una mano sulla spalla, poi su una gamba.

In quel momento, con tutti un po’ turbati, mi viene spontaneo richiedere un applauso dei presenti alla squadra serba. “Potete fare un applauso alla squadra serba per lo sforzo che hanno compiuto?” Tutti applaudono convinti, all’unisono.

“Sorry, non è perchè abbiamo vinto o perso…” riprende Zimonjic che, per farla breve qui per voi, pur commuovendosi ancora sottolinea “siamo davvero grandi amici, il sogno era di celebrare tutti insieme una vittoria, ma a volte non accade. La cosa più importante però è quanto ciascuno di noi tiene all’altro, quando ci vogliamo bene e questo ci ha portato qui, voglio ringraziarli tutti. Oggi comincia a chiudersi il ciclo della generazione d’oro del tennis serbo, con il ritiro di Tipsarevic. Ma ci sarà una nuova generazione con Filip e Dusan che porteranno avanti il testimone e con Novak che rimarrà ancora per anni il nostro leader. Oggi abbiamo perso, ma si vince e si perde come team, ovviamente ci sarebbe piaciuto celebrare in altro modo la fine della carriera di Tipsarevic, e mi dispiace che lo abbiamo deluso”.

E giù lacrime di tutti sulle gote. Finché interviene il saggio, e più colto, della compagnia, Janko Tipsarevic: “Non sono le vittorie, le sconfitte, è questo sport che ti fa diventare duro; quelle emozioni che ti spingerebbero al suicidio in un giorno come questo, sono quelle emozioni che si vivono in 20 anni di gioco per il mio Paese e per me individualmente. Qualcuno di voi si è scusato con me, amici, ma io non accetto le vostre scuse perché nessuno di voi mi ha abbandonato in questi 20 anni. E non sono d’accordo con te Viktor (quando dici, ndr) che Dio ti ha tolto questo. Tu ci hai portato fino a quell’ultimo punto. Riguardo alla squadra, tutti sono miei fratelli e sarò sempre con la squadra in un ruolo o in un altro e vorrei ringraziarli tutti per essere stati con me in questo viaggio”.

Janko Tipsarevic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Parte spontaneo un altro applauso all’indirizzo di tutti. Edmondo de Amicis con il suo “Cuore” non sarebbe riuscito a far di meglio. Se non avete versato nemmeno una lacrima… peggio per voi!

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