Binaghi (auto)celebra gli Internazionali. Sì, però...

Editoriali

Binaghi (auto)celebra gli Internazionali. Sì, però…

Al Foro tutto bene: grandi Internazionali d’Italia, in attesa del tetto e dei giovani in top 50. Punti deboli? Il settore tecnico. E quella risposta su Panatta

Pubblicato

il

Come ogni anno vado a raccontarvi per filo e per segno quanto è stato detto nella conferenza stampa di fine Internazionali d’Italia, insieme a una ricca serie di grafici qui irriproducibili ma testimonianze di progressi in vari settori dell’evento – fatturati, biglietteria, audience di Supertennis che avrebbe superato Eurosport (chissà se Eurosport si preoccuperà di replicare o meno, certo quando fa vedere il curling forse…). Ovviamente sono stati discorsi tutti celebrativi ed entusiasti, e anche un tantino prolissi. Chi non avesse la pazienza di sorbirsi tutta questa pappardella, ma fosse interessato eventualmente a leggere la mia domanda e la risposte del Presidente federale Angelo Binaghi, potrà scorrere fino in fondo quest’articolo e troverà quello che cerca.

Ecco a seguire i passaggi più importanti degli interventi di Binaghi, del Segretario Generale del CONI Carlo Mornati e del leggendario Nicola Pietrangeli:

 

Angelo Binaghi, presidente FIT: “Per noi gente di tennis gli Internazionali servono per scandire la vita di tutti i giorni, ci ricordano che è passato felicemente un altro anno. Sono orgoglioso di questa edizione. Da un punto di vista tecnico due grandi finali, nel maschile il campione uscente, miglior esponente della Next Gen, contro il campione dei campioni, che più di ogni altro ha vinto a Roma; nel femminile, anche in questo caso la detentrice, contro la n.1 al mondo”.

“Il torneo per noi si divide in due parti: nella prima facciamo i tifosi, con tanti italiani in campo. Nella seconda ci godiamo uno degli spettacoli più belli al mondo. Entrambe quest’anno sono andate molto bene. Nella prima abbiamo avuto lampi da Sonego, Cecchinato, Baldi che confermano ciò che diciamo da anni, che il settore giovanile maschile è in ottima salute, e che si è prolungata grazie alle prestazioni di Fognini. Nel torneo femminile, per la FIT ci sono lavori in corso. Abbiamo la necessità di trovare al più presto un numero consistente di giocatrici che possa darci quelle prospettive che una grande federazione come la nostra deve poter avere in tutti i due settori nel tennis agonistico di alto livello. Abbiamo avuto forti emozioni da Robertina Vinci, che ci ha gratificato nello scegliere il Foro Italico per terminare una carriera staordinaria. Tra poco sarà al nostro fianco nella FIT per aiutarci ad accelerare il processo di crescita dei nostri migliori talenti del settore femminile”.

Abbiamo recuperato Giorgi, credo sia una buonissima notizia per gli appassionati. Con Errani crea una squadra competitiva nel World Group di Fed Cup, che può essere anche un’ottima incubatrice per coloro che verranno”.

“Le condizioni meteo, ma soprattutto le previsioni eccessivamente negative delle previsioni del tempo, hanno impedito di superare ancora una volta il record di biglietti venduti e i 12 milioni di euro di incasso. (sono stati 11.629011 per 203.758 spettatori Nota di UBS) Chi viene rischiando due giorni di pioggia per il ground è un eroe, bisognerebbe dargli una medaglia. Si tratta di una flessione del 3%. In compenso invece il torneo ha realizzato un incasso più del doppio del record per una partita del nostro campionato di calcio. Battuti invece tutti i record di fatturato e di utile, che ci consente di migliorare ciò che io chiamo il ranking del CONI. La percentuale di autofinanziamento del torneo è ben superiore al 90%“.

LE ALTRE VOCI

Carlo Mornati, Segretario Generale del CONI: “Edizione fantastica. La predisposizione del Foro Italico è prevalentemente tennistica, quasi tutte le altre federazioni ce lo invidiano. Tuttavia questo è un sito vincolato, anche in modo stringente, quindi c’è sempre la sovraintendenza da coinvolgere. L’anno prossimo avremo la nuova Next Gen Arena, una struttura sempre temporanea a cui forse daremo un nome e uno scopo diverso. In ogni caso il torneo è di alto livello internazionale ma è pur sempre in Italia, e noi abbiamo fame di successi di tennisti italiani”.

Pietrangeli: “Io sarei la parte più romantica delle cose… Nessuno dei presenti è entrato su questi campi prima di me. Nel 1952, Carlo Della Vida mi disse di venire a fare il giudice di linea per Italia-Egitto di Coppa Davis: i senatori erano cattivi, nel senso che era dura per un ragazzino pensare di poter sbagliare. Non ho sbagliato. L’anno dopo sono entrato da giocatore e ho perso contro un signore che a me sembrava molto anziano, avrà avuto in realtà trent’anni… Da lì in poi questo torneo l’ho sempre visto crescere. E non perché porta il mio nome, quel campo, ma più bello non c’è”.

“L’unica cosa che mi dà fastidio è che ogni anno è passato un anno. Io non lì conto più, come le vecchie signore. A Parigi portavano i quattro moschettieri non dico in barella, ma quasi. Ecco, io quello vorrei evitare. Borotra ha sempre detto: voglio morire sul campo da tennis. Ci ha provato un sacco di volte. Chi è stato al Roland Garros sa che c’è una piazza dedicata ai quattro moschettieri… ma io il campo già ce l’ho. Sono a posto”.

Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, David Haggerty – Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

LE DOMANDE: PIAZZA DEL POPOLO E L’UPGRADE DEL TORNEO

Al termine degli interventi dei tre oratori, c’è stato uno spazio per le domande ai giornalisti, rivolte quasi tutte esclusivamente al Presidente Binaghi. Ecco le sue risposte:

“Già da due anni un intero settore della Next Gen Arena era aperta ai biglietti ground e dava priorità d’ingresso ai tesserati FIT. Dobbiamo promuoverla di più”.

Roberta Vinci… Ragionavo in questi giorni: non riesco a ricordarmi un episodio della sua carriera, dal punto di vista sportivo e comportamentale, che non sia stato del tutto perfetto. Giocatrice straordinaria, grande persona, siamo stati molto fortunati ad essere compagni di questo viaggio straordinario che Roberta, Sara, Francesca, Flavia hanno fatto fare al tennis italiano. Irripetibile. Credo che in questi casi si debba dire chapeau a una carriera del genere. Ho parlato con lei il giorno dopo il suo ultimo incontro. Robertina si è meritata un periodo di vacanza credo abbastanza lungo, e ho riscontrato ancora una volta quanta passione avesse. Sapevamo che questa scelta stava arrivando, noi della FIT, ed era un’occasione da non perdere. Avevamo pensato a molti scenari: comunica molto bene, è spigliata, intelligente, ha molto appeal e pensavamo potesse essere il volto di Supertennis. Invece ha scelto la via più scomoda, vuole continuare a vivere di tennis giocato e praticato, non più del suo ma di quello delle migliori ragazze. Ha scelto di lavorare nel nostro settore tecnico. Si è presa un periodo di pausa e di studio, deve capire lei e dobbiamo capire noi come può operare in quel settore e cosa comporta. Uno dei suoi primi maestri, Michelangelo Dell’Edera, si impegnerà anche lui nel nostro settore tecnico. Siamo felicissimi che avvenga, e credo che avvenga nel momento giusto”.

“C’è un ottimo incremento nell’ultimo biennio di prenotazioni dall’esterno ma sono ancora molto, molto basse rispetto a quello che noi vogliamo che sia, rispetto al valore internazionale dell’evento. Nella nuova riorganizzazione che abbiamo presentato ci sarà una sessione dedicata all’incoming, non solo per Internazionali e Next Gen ma anche per i centri estivi FIT”.

“Federer… Certo, venisse Federer… Se fosse venuto cosa avremmo potuto fare? Alzare ancora il prezzo dei biglietti? Un grande campione. Certo, sarebbe stato un torneo ancora migliore, ma credo che gli Internazionali il problema Federer – che speriamo ci sia ancora nel tennis mondiale, anche se non sappiamo per quanto – i tornei di grande tradizione, come Wimbledon ma come anche il nostro, siano più forti anche del più grande campione di tutti i tempi”.

“Le sfide tra i giovani sono potenzialmente migliori anche del Nadal vs Djokovic visto ieri”.

Sono testardo: il tennis andrà a Piazza del Popolo. Qualcuno se ne farà una ragione. Nell’antichità Piazza del Popolo era utilizzata proprio per manifestazioni sportive, quindi non sarebbe la prima volta né nulla di inusuale, la restituiremmo a una delle sue destinazioni storiche”.

Per due volte pensavamo di aver raggiunto l’upgrade del torneo, a una categoria intermedia tra i Masters 1000 e gli Slam, e per due volte non è accaduto. Ma ogni anno le probabilità sono maggiori perché il successo di ogni edizione si somma a quello della precedente”.

Tetto del Centrale? Riguarda un asse immobiliare che in concessione alla CONI Servizi, noi c’entriamo poco. Il Presidente del CONI Giovanni Malagò è oltremodo sensibile, anche perché sarebbe un regalo a tanti altri sport, come pallacanestro e pallavolo. Ho grande fiducia”.

LA MIA DOMANDA E… PANATTA

Infine la risposta alla mia domanda, che naturalmente non sentirete mai echeggiare su Supertennis: nel momento stesso in cui la parola è stata data ai giornalisti, la diretta della conferenza stampa è stata immediatamente sospesa. Tanto quelle gradevoli e gradite si potevano montare dopo… A Roma fissano astutamente la conferenza stampa a mezzogiorno. Il presidente e gli altri parlano fino a poco prima dell’una, orario d’inizio della finale femminile, e quando si potrebbero porre domande non preconfezionate ecco che inevitabilmente la diretta va sul match.

Prologo alla mia domanda, ultima tra tutte, erano stati i miei sentiti complimenti ai miglioramenti apportati, da Coni Servizi e dal team federale, alla struttura del Foro Italico. E i complimenti anche ai progressi pian piano compiuti da Supertennis in 10 anni (non ho fatto cenno né al break even economico che non c’è mai stato neppure da vicino ed era stato assicurato nell’arco dei tre anni, né alle spese notevolissime e forse esagerate che comporta).

Avevo aggiunto però che riguardo alla situazione tecnica, senza tenniste all’orizzonte all’altezza delle precedenti e con il Centro Tecnico Federale di Tirrenia che in 14 anni non ha tirato fuori un solo top 100 (e figurarsi se un top 10, un top 20 o un top 30 o 50) mi sarei aspettato un minimo di autocritica al riguardo. Qualcosa sarà stato forse sbagliato, oppure no? Concludevo infine ricordando che ero a Fiuggi nel 2000, quando l’attuale presidente si candidò per la prima volta dicendo che al massimo lo avrebbe fatto per due mandati quadriennali e che volevo – e vorrei ancora – sapere se intenderà candidarsi per la sesta volta allo scadere del suo corrente mandato.

La risposta è stata: “Rino Tommasi era molto abile a produrre numeri. Io con i numeri vado d’accordo, li seguo. Premesso che siamo l’Italia, con tutti i limiti che ciò comporta, arrivare dodicesimi nel medagliere delle Olimpiadi Invernali o ottavi nei mondiali di nuoto in casa sono stati considerati ottimi risultati. Il livello del tennis in Italia è ampiamente superiore a quello della media di tutti gli altri sport in Italia”.

Ma soprattutto:

Ripresentarmi per un altro mandato? Ragioniamo giorno per giorno. Io non rappresento me stesso ma un gruppo di dirigenti. Pensavo in questi giorni: accidenti, quanto siamo stati bravi. Agli Internazionali abbiamo avuto grandi partner, ma se quando siamo arrivati, quando avevamo quarant’anni, non avessimo avuto il coraggio di cacciare un tuo amico, che come la Corte d’Appello di Milano ha stabilito ha percepito una somma di danaro illecito, gli Internazionali di tennis sarebbero molto diversi”.

Adriano Panatta e Paolo Bertolucci, Campionati Internazionali BNL d’Italia 2016 – Foro Italico – Roma (foto di Monique Filippella)

Quel mio amico, come avete già capito, è Adriano Panatta, che con questo intervento la Federazione ha perlomeno smesso di ignorare (strano che non sia stato chiamato “l’amico di Malagò”, no?). Negli ultimi anni ha fatto spesso finta che non esistesse neppure, escludendolo dalla “walk of fame” del Foro Italico e dalla promozione del torneo in favore di atleti che, con tutto il rispetto, non hanno rappresentato ciò che Adriano ha rappresentato per lo sport in Italia e per l’Italia nello sport. Tale risposta è stata inoltre ripresa poi in un intervento che mi è stato assai riferito essere stato assai duro da parte del Direttore della Comunicazione Piero Valesio. Vorrei sentire il nastro integrale. Se le cose stessero come ho saputo, Valesio avrebbe fatto meglio a risparmiarselo. Ma da dipendente FIT ha voluto essere più realista del re, tradendo un tantino – a mio avviso – tutta una carriera vissuta da giornalista indipendente per Tuttosport.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali

Su Giorgi e FIT non faccio politica: il problema non è aver perso in Svizzera

Lo spunto dalle accuse di una lettrice: i successi passati in Fed Cup non sono stati fedele indicatore della salute del movimento femminile. E anche sugli attuali risultati in ambito maschile la federazione ha poco di cui vantarsi

Pubblicato

il

Camila Giorgi - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

In risposta a @elisa, che aveva scritto a margine di un audio da lei non ascoltato, e di un testo didascalico invece letto con approssimazione, quanto segue: “Interessante: per anni l’Italia di Fed Cup vinceva e della Fed Cup non importava niente a nessuno. Ora in Fed Cup si perde ed è colpa della FIT. Vi piace vincere facile, insomma. Se un tennista italiano va forte la FIT non ha meriti perché quel tennista si è fatto da solo. Se invece fa schifo allora è colpa della FIT. Questa guerra vi sta un po’ scappando di mano. Quando si portano avanti battaglie ideologiche ogni tanto ci vorrebbe anche un po’ di coerenza altrimenti non si è più attendibili. La Giorgi è stata a lungo in polemica con la FIT, allora si che era forte. Ora che ci si è riappacificata dietrofront, la Giorgi delude. More of that jazz…”.

Cara Elisa, ti prego di ascoltare cortesemente l’audio che ho registrato – seppur lungo , capisco che non tutti avessero voglia e tempo di ascoltarselo – se non ricordi quel che ho scritto mille volte in passato. La Fed Cup, come la Davis, non riflettono la profondità di un movimento tennistico. La continuità dei risultati di più giocatori e giocatrici negli Slam e il ranking invece sì.

 

Le quattro tenniste che sono diventate top-ten e hanno conquistato risultati eccellenti, per non dire straordinari se comparati a quelli degli uomini italiani e comunque in assoluto, hanno anche vinto diverse Fed Cup, ma a mio avviso i trionfi in Fed Cup non valevano come importanza quanto gli altri risultati, se non per il fatto che acclaravano l’omogeneità di una squadra fatta da grandi individualità. Al cui cospetto, in diverse occasioni, si presentavano come avversarie squadre “zoppe”, prive delle migliori. Basti vedere tante finali vinte contro belghe senza Clijsters, americane senza le Williams e altre, russe senza le prime 10 del ranking. Non ne avevamo certo colpa noi Italia, ma erano – spesso, anche se non sempre, perché lungo il percorso vittorioso talvolta abbiamo superato la Francia di Mauresmo, la Russia di Kuznetsova… – risultati da celebrare in modo equilibrato, ben diverso (per intendersi) da come meritavano di essere celebrati i trionfi di Schiavone al Roland Garros e di Pennetta all’US Open.

Gridare ai quattro venti “Siamo campioni del mondo!” era giusto farlo sul momento, sulle ali dell’entusiasmo, ma poi era anche giusto tornare con i piedi per terra e valutare in maniera oggettiva quei risultati di Fed Cup. Senza esagerare in trionfalismi, anche abbastanza ipocriti se – per salire sul carro dei vincitori – si proclamava il successo della “scuola italiana”, pur sapendo che quasi tutte le ragazze protagoniste di tanti successi, individuali e di squadra, avevano optato per allenarsi all’estero, con coach che non avevano nulla a che fare con la Federazione Italiana Tennis.

Non è colpa della FIT se le ragazze perdono in Svizzera, né per come perdono. Cioè male. Mai detto e pensato questo, Elisa. È colpa invece della FIT degli anni Ottanta se a seguito di un boom del tennis strettamente collegato ai successi di Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli – quelli sì tutti, in particolare i primi tre, “prodotti” del centro sportivo federale di Formia e del d.t. Mario Belardinell, quindi legittimamente da considerarsi prodotti FIT – non si è stati managerialmente capaci di dargli un seguitoNon si è saputo investire in competenze tecniche adeguate – Riccardo Piatti è, con Alberto Castellani, Claudio Pistolesi e pochissimi altri, uno di quei coach usciti da quella generazione, ma che anziché essere aiutati dal sistema federale si sono trovati spesso a combatterlo da coach privati che venivano considerati “rivali” e competitor. Né più né meno di come in tempi più recenti sono stati considerati rivali e competitor in una logica commerciale – che non dovrebbe istituzionalmente essere prerogativa di una federazione sportiva – diversi giornalisti e direttori di riviste costretti a smettere di lavorare o a chiudere in quanto autonomi, indipendenti e semplicemente non allineati.

Tornando “ab ovo”, così come rimprovero la FIT degli Anni Ottanta di non aver saputo gestire minimamente né il durante né il dopo Epoca d’Oro del Tennis Maschile Italiano degli Anni Settanta/inizio Ottanta, così rimprovero alla FIT che governa il tennis dal 2000, di non aver saputo organizzarsi nei 15 anni degli exploit compiuti dalla capofila Schiavone e dalle altre ragazze (ma direi già da Farina… perché arrivare a essere n.11 del mondo per me non vale meno di essere n.7… e semmai dovrebbe essere valutata maggiormente una prolungata permanenza ad alti livelli); ritengo che si poteva e doveva fare molto meglio… che non ritrovarsi senza nessuna ragazza fra le prime 150 del mondo per chissà quanti anni. Gli operati gestionali di una dirigenza si giudicano dai risultati che questa ottiene.

Sotto il profilo tecnico abbiamo avuto 15 anni di semi-vuoto a livello maschile, visto che da Tirrenia non è uscito un solo top-100 in tre lustri di attività. Fognini è frutto molto più dei sacrifici economici del padre che della FIT, se qualcuno è in grado di rileggersi la sua storia. Seppi molto più del suo fido coach Sartori che di un movimento, di Lorenzi non parliamo nemmeno, Bolelli a un certo punto proprio quando stava salendo in classifica ai suoi migliori livelli è stato più ostacolato che aiutato come qualcuno forse ricorderà. E mentre le donne ci davano lustro e prestigio, che cosa si è fatto per assicurare al tennis italiano un futuro una volta che questi avessero smesso per limiti anagrafici? Eppure i mezzi finanziari non sono mancati. A Binaghi e soci va riconosciuto un merito non indifferente (soprattutto se rapportato ad altre federazioni… che però, a loro discolpa, non potevano disporre della gallina delle uova d’oro costituito da un torneo quale gli Internazionali d’Italia), e cioè quello di aver sviluppato in positivo i conti economici. Oggi, anche se ci saranno certo i Club che lamentano i pochi servizi ricevuti, la FIT è una federazione ricca.

Ho sempre sostenuto che la priorità assoluta e istituzionale di una federazione debba essere quella di sviluppare il movimento tennistico giovanile e quello tecnico (coach di livello e non “politici”, centri di allenamento, rapporti stretti con i circoli leader per favorire la crescita in loco dei ragazzini più promettenti) con obiettivo primario quello di accompagnare all’allargamento della base dei tennisti una crescita tecnica che possa portare, dopo 40 anni di stasi e recessione, finalmente a qualche top-player. Per top-player non intendo un top-5 , ma almeno nei pressi. Oppure anche quattro o cinque top-25 insieme.

Oggettivamente l’aver cominciato a collaborare con i coach privati sta cominciando a dare buoni frutti (vedi Berrettini…), ma se andaste a rileggere quel che scrivevo 20 anni fa, capireste che c’è voluto troppo tempo! Idem investire su coach di provate capacità, esperienze e impegno. A oggi anche se leggo che, Cicero pro domo sua, si vuole spacciare la situazione del tennis italiano come brillante anche a livello tecnico, sebbene fra le donne ci sia il vuoto assoluto e fra gli uomini i migliori siano ancora due uomini di 31 e 34 anni (Fognini e Seppi che, ripeto, si sono fatti più da soli che altro, di certo non sono stati prodotti di una scuola), più un tennista di 26, Cecchinato, e Berrettini che non possono dirsi “prodotti” di Tirrenia, secondo me non c’è granché di cui vantarsi.

Supertennis è stato uno strumento (peraltro dispendiosissimo, ormai parecchie decine di milioni e quindi molto superiore ad ogni previsione e senza mai aver raggiunto quel break even che era stato annunciato alla sua istituzione dover avvenire in tre anni) utilissimo a far vedere tennis che altrimenti non avremmo visto altro che a pagamento e quindi certamente a promuovere tennis. È servito anche ad altri scopi primari mai dichiarati: magnificare i meriti della FIT, ingraziarsi i circoli amici per vari scopi elettorali e non, fare p.r. con dirigenti di altre federazioni e Coni, aprire spazi a collaborazioni di vario tipo. Alla gente comune interessa goderne e non sapere se sia costato troppo o poco, se sarebbe stato più o meno importante destinare parte di quei fondi a una crescita tecnica che è stata a mio avviso trascurata.

Io resto dell’idea che nessun traino avrebbe avuto maggior successo che quello della creazione delle migliori premesse possibili all’avvento di un campione. Non si può continuare a credere che il campione lo manda soltanto il Padreterno, anche se qualche volta è così. Bisogna crearne le premesse e per 20 anni le premesse sono state trascuratissime. Tutto qua, cara Elisa, io la penso così. E non ho mire politiche. Non aspiro ad altro che quello di poter scrivere più spesso di quanto sia accaduto negli ultimi 20 anni di un giocatore che, come Cecchinato a Parigi, arrivi almeno alle semifinali di uno Slam, qui o là. Anche se a oggi Cecchinato non ha saputo o potuto ripetersi, quella sua settimana a Parigi ha avvicinato al tennis molte più persone che mesi di trasmissioni (benvenute per carità) di Supertennis. Se ci fosse non una settimana, ma quattro o cinque l’anno grazie ad altrettanti exploit, ecco che il tennis farebbe quel balzo di popolarità che io auspico, quello sì. Come davvero prioritario, mia cara Elisa.

Post scriptum: su Giorgi nessun dietrofront… politico, quale quello cui tu Elisa alludi. Come ha scritto in un commento un altro lettore in calce allo stesso articolo, è vero che veder giocare Camila contro Pliskova mi aveva per l’ennesima volta entusiasmato per certe, ripetute splendide azioni di gioco. Nei primi due set, perché nel terzo purtroppo gli errori erano stati più dei vincenti. Però è la delusione per come Camila interpreta certe fasi decisive di una partita – e nell’audio, che non hai evidentemente ascoltato, ho citato quelle quattro risposte cacciate al vento e di metri, del tutto dissennatamente, sul 5-4 per Bencic al servizio dallo 0-15 in poi – che mi ha fatto disperare sulla sua possibilità di crescere, di cambiare. Non ha 28 anni ma 27, però dopo una dozzina di anni che gioca in quel modo, certi aggiustamenti tattici (in particolare al servizio) li ha fatti ma non abbastanza.

Non esiste non cercare di pensare che la tua avversaria che serve per il match sul 5-4 0-15 non possa essere un po’ nervosa e convenga quindi tastare quanto lo sia, metterla alla prova, misurare il suo stato di nervosismo facendole giocare qualche colpo, invece di sparacchiare “alla viva il parroco” quattro bombarde in risposta a dei buoni servizi con scarse possibilità che le restino dentro. L’ho trovato così deprimente che, a caldo, mi sono quasi pentito dei tanti elogi spesi in occasione del match con Pliskova. Ma, credimi, i pregiudizi politici di cui mi accusi, e cioè se Giorgi è in lite con la FIT è brava e se invece ci si mette d’accordo è scarsa, non c’entrano proprio per nulla, non hanno alcun senso. Sono, a mio avviso, semplicemente un segno di disistima nei miei confronti. Che spero non sia condiviso, chissà forse i lettori in calce a questo articolo saranno così gentili da significarmelo, così come non mi illudo granché sul fatto che cambierai idea. I pregiudizi sono difficili da abbattere. E mi sembra che tu mi abbia dimostrato con quel tuo commento di averne.

Continua a leggere

Editoriali

Fed Cup: il flop di Biel figlio degli errori di Giorgi e della FIT [AUDIO]

La disastrosa trasferta in Svizzera pone nuovi interrogativi sul futuro del tennis femminile italiano. L’audio-editoriale del direttore

Pubblicato

il

Giorgi delude, Halep vuole la Fed, la Bielorussia fa paura

 

Il giorno dopo la netta sconfitta di Biel è tempo di analisi: quale futuro per il tennis italiano che ha raccolto le briciole in Svizzera? La retrocessione nei gruppi zonali ora è un’ipotesi concreta. Il direttore analizza la situazione in questo audio-editoriale alla vigilia del sorteggio dei play-out per restare nel World Group II (martedì 12 febbraio, ore 13.

Questi gli argomenti in sintesi:

1) Fed Cup: perdere ci sta, ma non così.

2) Una vera batosta attenuata da un 3-1 in cui l’unico punto arriva da un doppio giocato sullo 0-3.

3) Vincere a Biel era dura ma Bencic ha lasciato 7 giochi a Errani e 6 a Giorgi, neppure fosse la n.1 del mondo.

4) Nelle ultime 7 sfide di Fed Cup, 5 KO e 2 vittorie (una con Taipei che aveva come miglior giocatrice la n.299 WTA, una a Chieti con la Spagna).

5) I miei dubbi sul futuro e sul potenziale effettivo di Giorgi stanno prendendo sempre più corpo, sebbene a me piaccia (e al contempo mi irriti) moltissimo vederla giocare: ha 28 anni, ha vinto due tornei WTA (‘s-Hertogenbosch 2015 e Linz 2018), ha fatto 4 finali, 2 semifinali, un quarto a Wimbledon annullando lungo il cammino un match point e grazie a quei punti è nelle top 30, sennò non sarebbe neppure lì.

6) Nel match con Golubic, su 102 punti della svizzera 72 errori sono stati di Camila, e con Bencic su 64 vinti da Bencic 43 sono ancora errori di Giorgi.

7) Non si può vincere contro buone giocatrici se due terzi dei punti vinti dalle avversarie sono tuoi errori. Questo succede troppo spesso. È evidente che non è successo quando ha battuto le 9 top-ten. Ma sono fuochi di paglia. Con troppe “prove del nove” fallite all’indomani di un exploit.

8) Il solo aspetto positivo sembra essere stato il migliorato rapporto dei due Giorgi, padre e figlia, con il clan azzurro. Ma per quanto se Camila continua a giocare così? Per quanto tempo prima che papà Giorgi non imputi a un ambiente… malsano (dal suo punto di vista) le sconfitte della figlia?

9) A Sara Errani, dopo 8-9 mesi di break, non si poteva chiedere di più. O quantomeno non quanto si sia chiesto a Giorgi. Ho notato qualche leggero progresso al servizio. La superficie certo non la favoriva. Ma ora però ha cambiali pesanti… ricordate i punti che ha fatto nel torneo da 125.000 dollari di Indian Wells un anno fa? Rischia di scendere da n.123 a 200 o dintorni.

10) Il sorteggio di martedì 12 febbraio: ci toccherà una tra la Gran Bretagna di Konta e Boulter (in casa), l’Olanda di Bertens (sede decisa da sorteggio), oppure Russia o Slovacchia (in trasferta). Dopo quel che è successo in Svizzera come si fa a essere ottimisti?

11) Il vuoto dietro Giorgi e una Errani che è ancora un’incognita. Peggio di quello che la FIT degli anni ’80 fece quando non seppe sfruttare il boom dei 4 moschettieri (4 contemporaneamente in top 32). Andrebbero evitati proclami trionfalistici. Non è la Fed Cup la cartina di tornasole di un movimento tennistico. Ma gli Slam e il ranking: dopo 4 top-ten fatichiamo ad avere una top-30 e poi una top 150.

12) Gli exploit di Romania (soprattutto il doppio vinto dalla n.35 e dalla n.51 sulla n.1 e n.2 del ranking WTA, insieme ai due successi della patriota Halep sulle ceche imbattute dal 2009, anche se mancava Kvitova c’era Pliskova) e Australia con Barty che ha vinto quasi da sola sulle americane.


NB: il direttore ha registrato questo audio quando ancora sembrava che fra le teste di serie ci fosse il Giappone della n.1 del mondo Osaka e non invece, come è poi accaduto, la Gran Bretagna di Johanna Konta, Katie Boulter (e possibilmente anche Heather Watson) che ha superato a Bath la Grecia dopo mille polemiche sollevate dalla Sakkari e non solo.

Continua a leggere

Australian Open

Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

Pubblicato

il

Spazio sponsorizzato da Barilla

 

Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement