Ultimi pensieri dal Foro

Racconti

Ultimi pensieri dal Foro

Vecchio e moderno si incontrano a Roma. Attraverso gli occhi di chi ha visto, o immaginato il cambiamento

Pubblicato

il

Una volta era quasi tutta campagna. Quantomeno abbastanza. Fino al 1931. Il Foro Italico fu inaugurato nel 1932 col nome di Foro Mussolini e pian piano completato nel dopoguerra. Nel 1935 vi si disputarono gli Internazionali d’Italia maschili di tennis per la prima volta. Le cinque edizioni prima di allora a Milano. Nel 1969 divenne un torneo professionistico. Queste le tappe fondamentali. Con alterne vicende e un paio di spostamenti di location, quali i femminili a Perugia, e una edizione nel 1961 a Torino per festeggiare l’Unità d’Italia, Foro Italico ed Internazionali di Italia di Tennis non si son mai lasciati come le coppie longeve dello spettacolo.

Il Foro Italico ha anche vissuto i fasti della Davis. Per anni è stato il tempio di Adriano Panatta. Il Campo Centrale meriterebbe avere il suo nome, ma l’Italia è sempre alla ricerca di eroi per accorgersi e rispettare quelli che ha. Porta un nome importante invece il Pietrangeli, già Stadio della Pallacorda. Si dice sia lo stadio del tennis più fascinoso del mondo, grazie a quello stile che affonda le radici nella storia antica e in una recente che ai suoi fasti si richiama. Seduti tra marmi di stile antico a pochi metri dai giocatori, spicca il contrasto con la navicella spaziale che sembra essere il nuovo Centrale. Distano pochi metri, a separarli fast foods di ogni specie. Un grosso Centro Commerciale dove si comprano trigliceridi. Dal Centrale vien fuori una musica tunz tunz. La storia di qua, il club vacanze di là. Volumi da rave. Il cambio campo. Lecito immaginare il pubblico impegnato a far trenini con i giocatori che urlano “su le mani” tra gavettoni e racchettoni. Il tributo alla modernità fa sempre tanto rumore.

Gente ovunque, file ovunque. Si sta come sui ponti di Venezia al sabato pomeriggio in primavera. Telefono alla mano si fotografa qualsiasi cosa. Dall’appassionato/giocatore di club dei tempi che furono dell’evento di nicchia, all’evento “social”, dove l’esserci e mostrarlo è più importante che capire perché si è e dove. Selfie ergo sum. C’è anche il tennis. Ovviamente tanto. Sold out il Centrale, eppure le cose migliori nei primi turni sono altrove. Curiosare tra i numerosi campi di allenamento per esempio, la vera novità delle ultime edizioni. I segreti della tecnica dei campioni a portata di mano. Pochi metri tra la quarta categoria e il cielo.

 

C’è calca davanti agli schermi vicino alla Next Gen Arena. Next Gen, il logo di una categoria “fake” per un evento inutilmente simpatico. Dallo schermo mandano le immagini del match di un italiano. Si tifa come in un derby. Il Centrale stracolmo. Musica, cori, urla. L’inferno, ma nessuno gli da questo nome. L’italiano vince. Ancora più in alto i c(u)ori. Musica impazzita. Germania 2006 è ancora tra noi. Nel 1987 si ebbe il coraggio di lamentarsi per il volume della musica degli U2 nella tappa romana del tour di “The Joshua Tree”. Il terremoto del Flaminio scrissero. Questo del Centrale ha connotazioni artistiche molto meno nobili, ma per una nazione fondata sul pallone, che un italiano vinca è ottimo motivo per crearne di nuovi.

Direzione campi secondari. Spalti non propriamente pieni. Grugniti, gemiti e pallate. Match femminile. Gesti in sequenza. Seriali. Su due campi adiacenti, qualche anno fa, si allenavano contemporaneamente le Loro Maestà Roger Federer e Serena Williams. Dallo stesso lato colpi in sincrono si sovrappongono. Medesima direzione. Serena tirava forse anche più forte, ma la palla di RF arrivava dall’altro lato molto prima. I segreti dell’anticipo e dell’importanza del prendere il tempo all’avversario. Zenone che gioca a tennis con Achille e la tartaruga e tutti insieme ridisegnano il paradosso. Su quel campo, un ventennio prima, c’era gente che ammirava le acrobazie di Noah e il rito del suo togliersi la maglia. Sorrisi di giubilo del pubblico femminile. Su uno dei nuovi campo di allenamento c’è Deliciano Lopez. Altro prototipo di bellezza, con in più le sue volée mancine e rovescio monomano. Bouchard, Ivanovic, Sharapova, Pennetta, Kournikova, Sabatini, Evert. Borg, Vilas, Noah,WIlander, Rafter, Moya, Lopez. Lo sport adora abbinare alla forza la bellezza. Gli eroi son tutti giovani e belli.

Il Foro ha sempre dispensato amore. Vilas, Gerulaitis, Noah, Sabatini, Agassi, Kurten, Martinez, Nadal, Federer, Sharapova. Manco a dirlo Panatta. A far sognare dopo di lui, Zugarelli in finale contro Gerulaitis, Errani contro Serena ed un Volandri che batte Federer e poi basta, mai quel “poi”, una vita intera. In mezzo tanti amori da un giorno per chi è stato eroe per un giorno. Un solo set vinto da un italiano, è sufficiente per parlare di un nuovo Top 10. Il canale televisivo tematico del tennis italiano lo certificherà usando il garbo e il fascino sbarazzino di una conduttrice di cui è semplice innamorarsi. Al cuor non si comanda e si da ragione.

Verso sera. Una volta il regno del Villaggio dell’ospitalità. Uomini della politica e dello spettacolo, dello sport e rampolli di famiglie che più famiglie non si può “in selvaggia parata”. TV tra i tavoli. Interviste. L’evento mondano del maggio romano. La “bella vita” di Fellini, una “grande bellezza” di Sorrentino. Il Marchese del Grillo è stato visto andar via da poco. Qui ora comanda Instagram. Il Foro Italico è cambiato e con esso i suoi abitanti, i suoi attori protagonisti. È cambiato l’immaginario e con esso gli odori, i colori. È cambiato il modo di vivere il tennis, di vestirlo, giocarlo. Si è adeguato allo spirito del mondo che viene, che sempre dura poco per poi passare e divenire sempre qualcos’altro. Ciclicamente.

Dal garbato “Panatta alla battuta” all’“incredibile! Ma cosa ha fatto?” urlato ad ogni 15 dall’indemoniato telecronista dal canale tematico TV del tennis italiano, anche le voci, i toni e lo stile dei commentatori, son cambiati. Per colpire di rovescio non basta più una mano ed esultare in faccia all’avversario anche al suo errore, fa molto fighter. Chi non ha tic gioca male. Si allenano anche quelli. Il pugnetto ad ogni 15 lo insegnano nelle scuole tennis così come il gesto per ordinare al raccattapalle di porgergli l’asciugamano. Igiene e rispetto, c’eravamo tanto amati. Son cambiati i suoni. Grugnire è obbligatorio, specie per i giocatori nati sul rosso che ne hanno più tempo. Si insegna in diverse lingue il verbo “andare” nella prima persona plurale. Urlato esortativo.

Fine giornata. Domani si chiama l’amico e lo si costringe a fare da sparring essendo certi di esser diventati tennisti migliori. I bambini giocheranno facendosi addosso la telecronaca, interpretando i propri idoli. I giornalisti han mandato già in stampa il pezzo e lo spettatore turista si avvia in qualche ristorante del centro tra una colonna antica ed uno stazionamento taxi. Ci si avvia verso l’uscita. Il frastuono tra i viali del Foro continua ad essere notevole. Chissà perché il moderno si annuncia sempre attraverso tanto rumore.

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

Pubblicato

il

“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis: il ginocchio del Diavolo

Chi dice che iL Diavolo non ha mai calcato i campi del circuito ATP? C’è stato Kent Carlsson, secondo Gianni Clerici ‘il re degli arrotini’

Pubblicato

il

“Oggi ho perso contro il diavolo” (Massimo Cierro, torneo di Bari 1986) 

L’infortunio alla spalla sinistra di Djokovic ha tenuto banco nei forum tennistici nel corso delle ultime settimane. Ma, sempre per rimanere in tema di infortuni, si è parlato anche di Kim Clijsters e della sua volontà di tornare in campo nel 2020 e della vittoria di Filip Polasek a Cincinnati in doppio dopo essere stato lontano dal circuito per cinque anni a causa di gravi problemi fisici.

Oggi rimarremo quindi in argomento narrando le vicende sportive di uno dei più forti e sfortunati terraioli della seconda metà degli anni ’80. Un tennista noto agli appassionati italiani con il soprannome affibbiatogli da Massimo Cierro (best ranking 113) con la  battuta citata in apertura: lo svedese Kent Carlsson.

 

Carlsson nacque a Eskilstuna il 3 gennaio 1968. Alla nascita il neonato ricevette da mamma e papà grandi doti fisiche e un difetto che si rivelerà fatale: una gamba tre centimetri più corta dell’altra (o più lunga, secondo i punti di vista). Probabilmente il piccolo diavolo iniziò a palleggiare già in culla dal momento che lo troviamo a Ginevra nel tabellone principale del torneo nel settembre del 1983; lo vediamo poi aggiudicarsi il Roland Garros junior nel 1984 ed entrare nella top 100 nel luglio del 1985.

Il 1986 fu per lui un anno benedetto dall’assenza di infortuni e ciò gli permise di chiudere la stagione con le vittorie di Bari e Barcellona e il 14esimo posto nel ranking. A Indian Wells nel 1987 si dovette ritirare a causa del primo di una lunga serie di infortuni al ginocchio; da questo in particolare si riprese comunque bene e nella stessa stagione vinse prima a Nizza e poi a Bologna superando in entrambi i casi in finale Emilio Sanchez, uno che di terra rossa se ne intendeva parecchio.

Come lui stesso affermò anni dopo, a Bologna raggiunse probabilmente l’apice della sua arte tennistica e stabilì un record ancora oggi imbattuto, consistente nell’avere perso il minor numero di game complessivi nel corso di un torneo: dieci. Dopo averne concessi cinque al primo turno a Meinecke, nelle quattro partite successive ne smarrì complessivamente altrettanti: tre in finale contro Sanchez; uno contro Paolo Canè; zero contro Franco Davin (l’ex coach di Fognini) e uno 1 contro Rebolledo.

Il giorno successivo alla vittoria bolognese Carlsson raggiunse la top 10 e due mesi dopo fu costretto a entrare in sala operatoria per ricostruire i legamenti del ginocchio. Il ritorno in campo avvenne ad aprile del 1988.

Da quel momento in poi Carlsson giocò bardato da una ginocchiera alla Goldrake e non poté più calcare altri terreni di gioco al di fuori della terra rossa sulla quale si impose nei tornei di Madrid, Amburgo (6-2 6-1 6-4 in finale a Leconte che due mesi dopo giunse in finale al Roland Garros), Kitzbuhel (ancora in finale contro Emilio Sanchez che evidentemente doveva avergli fatto qualche cosa di male) Saint Vincent e Barcellona, che costituirà l’ultimo dei suoi 9 successi.

La ciliegina sulla torta di questa straordinaria annata arrivò a settembre: sesta posizione mondiale alle spalle di Becker, Agassi, Edberg, Lendl e Wilander.Non andò oltre; dove non poterono gli avversari poté il ginocchio che lo costrinse al ritiro ad appena 23 anni dopo avere perso al primo turno del torneo di Kitzbuhel del 1989. Il suo bilancio tennistico è rappresentato da 160 match vinti e 54 persi.

Non si può però parlare di Kent Carlsson senza soffermarsi sul suo modo unico di interpretare il gioco del tennis. I filmati dell’epoca ci mostrano un tennista con movenze curiosamente simili a quelle del cantante Alberto Camerini nel video di “Tanz bambolina”: una specie di marionetta sincopata.

Per avere poi un’idea dello spettacolo che Carlsson infliggeva agli inermi spettatori, prendiamo in prestito un commento scritto da Rino Tommasi per la Gazzetta dello Sport all’indomani della sua vittoria contro Joakim Nystrom nei quarti di finale degli internazionali d’Italia del 1987: “…infine l’ultimo quarto tra gli svedesi Carlsson e Nystrom, una partita alla quale solo uno psicopatico avrebbe potuto assistere”; le cronache parlano di una estenuante vicenda di pallettoni scagliati due metri sopra la rete durata circa tre ore e trenta.

Forte di una resistenza fisica prodigiosa, Kent poteva giocare con la medesima intensità dalle 11 del mattino alle 11 di sera rigorosamente ancorato alla riga di fondo campo. Non esistono testimonianze attendibili di sue discese a rete, e se ne trovate qualcuna su Internet diffidate: è quasi certamente un fake.

Gianni Clerici lo definì a ragione “re degli arrotini poiché egli, brandendo la racchetta con una impugnatura più chiusa di un riccio, con entrambi i colpi di rimbalzo infliggeva alla pallina rotazioni superiori a quelle raggiunte da un frullatore atomico.La sua nemesi tennistica fu un giocatore ancora più cocciuto (e più bravo) di lui, Mats Wilander, che lo batté quattro volte su quattro (tra cui anche una finale a Palermo, nel 1988). Ivan Lendl si prese addirittura il lusso di rifilargli un 6-0 al terzo set nella semifinale di Amburgo dopo avere perso il primo 6-3.

Mats Wilander e Kent Carlsson – Finale del torneo di Palermo 1988

Da tempo Carlsson è uscito dal mondo del tennis dove per qualche anno si distinse come coach di professionisti d’élite quali Magnus Norman e Thomas Johansson. Attualmente vive in Svezia dove alleva cavalli per i quali sin da ragazzo ha avuto una grande passione.

Rileggendo l’articolo ci siamo resi conto di avere omesso di dire quale ginocchio gli fu fatale, se il destro o il sinistro. Dal momento che parliamo del Diavolo ci sembra però superfluo precisarlo.

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis: il conte volante, Panatta e altro ancora

Ci sono stati tennisti… che non hanno fatto soltanto i tennisti. Sì, esatto: anche Adriano Panatta non è stato un campione solo con la racchetta

Pubblicato

il

Seconda puntata dedicata ai tennisti polivalenti, ovvero capaci di eccellere, oltre che nel tennis, anche in altri sport. Nella prima puntata abbiamo parlato di:

  1. Giovanni Balbo di Robecco (calcio)
  2. Fred Perry (Ping pong)
  3. Jaroslav Drobny (Hockey su ghiaccio)
  4. Ellsworth Vines (golf)
  5. Tony Travert (Basket)
  6. Ion Tiriac (Hockey su ghiaccio)

Grazie alle vostre segnalazioni in questa puntata narreremo in ordine cronologico le gesta di due uomini e una donna:

  1. Charlotte “Lottie” Dod
  2. Leonardo Bonzi
  3. Adriano Panatta

Partiamo dalla segnalazione fattaci da Claudio65 – lettore e gentiluomo – che ci pone innanzi a una vera e propria immortale del tennis: l’inglese Charlotte “Lottie” Dod.

 

Dod vinse per la prima volta il singolare a Wimbledon nel 1887 a 15 anni di età, record ancora oggi imbattuto. A questa vittoria ne seguirono altre quattro l’ultima delle quali nel 1893 anno in cui la campionessa britannica abbandonò il tennis agonistica con sole cinque sconfitte ufficiali al passivo. Il Guinness dei Primati la colloca al secondo posto tra le sportive più poliedriche di tutti i tempi poiché oltre al tennis Charlotte praticò con discreti risultati il golf e l’hockey su prato e con eccellenti risultati il tiro con l’arco. In questa disciplina ella conquistò infatti la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1908.

Dopo le Olimpiadi Dod continuò a mietere successi con arco e frecce sino al 1910, anno in cui si ritirò. La morte la colse il 27 giugno 1960 durante il torneo di Wimbledon mentre ascoltava la cronaca radiofonica di un incontro dei Championships. Per la storia fu María Bueno ad aggiudicarsi il singolare femminile nel 1960. 

Il secondo protagonista del nostro racconto ci è stato segnalato dal lettore TennisLover. Si tratta del conte milanese Leonardo Bonzi, personaggio probabilmente sconosciuto ai più (per esempio a chi scrive), ma dalla personalità straordinaria.

Il sito a lui dedicato – www.leonardobonzi.it– lo introduce definendolo alpinista, tennista, aviatore, esploratore, medaglia d’oro al valore aeronautico, 4 medaglie d’argento al valore militare e una decorazione interalleata. Bonzi fu sicuramente tutto questo, ma anche di più; infatti egli fu anche regista e produttore cinematografico grazie al matrimonio con la grande attrice Clara Calamai, la donna  che per prima mostrò il seno nudo in un film italiano e qualche decennio più tardi impugnò un’accetta per diventare l’ indimenticabile assassina di “Profondo rosso“.

Per dare conto di tutto ciò che Leonardo Bonzi fu in grado di compiere nell’arco di una vita iniziata agli albori del ‘900 e conclusasi nel 1977 ci vorrebbe un libro. Per coerenza tematica noi ci concentreremo sui suoi exploit sportivi, ma non possiamo tacere un episodio della sua vita che ne sottolinea la dimensione umana: il volo senza scali effettuato nel 1948 da Milano a Buenos Aires allo scopo di raccogliere fondi a favore dei mutilatini di guerra dell’Istituto per bambini Don Gnocchi.

Veniamo quindi alle imprese sportive del conte Bonzi. Il nobiluomo iniziò a fare parlare di sé nel 1924 quando prese parte alle Olimpiadi invernali di Chamonix in qualità di membro della squadra italiana di bob a quattro. In quella occasione non ebbe molta fortuna e – riposto il bob – si dedicò al tennis  primeggiando in Italia e difendendosi con onore all’estero. Leonardo Bonghi fu infatti più volte campione italiano e per anni difese i nostri colori in Coppa Davis. In campo internazionale il suo anno migliore fu il 1929 quando riuscì a raggiungere il terzo turno a Wimbledon e al Roland Garros. A Parigi fu nettamente sconfitto in un derby dal sangue blu dall’unico italiano ad avere sino ad oggi conquistato una medaglia olimpica nel tennis: Uberto de Morpurgo detto “il Barone”. Terminò la carriera tennistica introno alla metà degli anni ’30 per dedicarsi ai voli e alle esplorazioni.

Per finire eccoci alla segnalazione di 1More (uno pseudonimo che ha il sapore del rimpianto: “ah se anche Federer come Kyrgios avesse avuto un match-point advisor …”) relativa all’Adriano più famoso di tutti i tempi dopo quello narrato da Marguerite Yourcenar: Panatta. L’eroe del ‘76 (Roma-Parigi-Davis) dopo il ritiro dal tennis giocato si è dedicato anche alla motonautica con notevole successo. Nel 1991 ha vinto il titolo mondiale nella classe Evolution e nelle acque del lago di Como ha stabilito il record del mondo di velocità nella categoria entrobordo toccando i 238 km/h. Infine nel 2004 si è laureato campione del mondo di Endurance nella classe Powerboat P1.

Per ora è tutto con le storie di tennis. Se vi sono piaciute, segnalatecene altre e saremo lieti di aggiungere altri capitoli.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement