Ultimi pensieri dal Foro

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Ultimi pensieri dal Foro

Vecchio e moderno si incontrano a Roma. Attraverso gli occhi di chi ha visto, o immaginato il cambiamento

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Una volta era quasi tutta campagna. Quantomeno abbastanza. Fino al 1931. Il Foro Italico fu inaugurato nel 1932 col nome di Foro Mussolini e pian piano completato nel dopoguerra. Nel 1935 vi si disputarono gli Internazionali d’Italia maschili di tennis per la prima volta. Le cinque edizioni prima di allora a Milano. Nel 1969 divenne un torneo professionistico. Queste le tappe fondamentali. Con alterne vicende e un paio di spostamenti di location, quali i femminili a Perugia, e una edizione nel 1961 a Torino per festeggiare l’Unità d’Italia, Foro Italico ed Internazionali di Italia di Tennis non si son mai lasciati come le coppie longeve dello spettacolo.

Il Foro Italico ha anche vissuto i fasti della Davis. Per anni è stato il tempio di Adriano Panatta. Il Campo Centrale meriterebbe avere il suo nome, ma l’Italia è sempre alla ricerca di eroi per accorgersi e rispettare quelli che ha. Porta un nome importante invece il Pietrangeli, già Stadio della Pallacorda. Si dice sia lo stadio del tennis più fascinoso del mondo, grazie a quello stile che affonda le radici nella storia antica e in una recente che ai suoi fasti si richiama. Seduti tra marmi di stile antico a pochi metri dai giocatori, spicca il contrasto con la navicella spaziale che sembra essere il nuovo Centrale. Distano pochi metri, a separarli fast foods di ogni specie. Un grosso Centro Commerciale dove si comprano trigliceridi. Dal Centrale vien fuori una musica tunz tunz. La storia di qua, il club vacanze di là. Volumi da rave. Il cambio campo. Lecito immaginare il pubblico impegnato a far trenini con i giocatori che urlano “su le mani” tra gavettoni e racchettoni. Il tributo alla modernità fa sempre tanto rumore.

 

Gente ovunque, file ovunque. Si sta come sui ponti di Venezia al sabato pomeriggio in primavera. Telefono alla mano si fotografa qualsiasi cosa. Dall’appassionato/giocatore di club dei tempi che furono dell’evento di nicchia, all’evento “social”, dove l’esserci e mostrarlo è più importante che capire perché si è e dove. Selfie ergo sum. C’è anche il tennis. Ovviamente tanto. Sold out il Centrale, eppure le cose migliori nei primi turni sono altrove. Curiosare tra i numerosi campi di allenamento per esempio, la vera novità delle ultime edizioni. I segreti della tecnica dei campioni a portata di mano. Pochi metri tra la quarta categoria e il cielo.

C’è calca davanti agli schermi vicino alla Next Gen Arena. Next Gen, il logo di una categoria “fake” per un evento inutilmente simpatico. Dallo schermo mandano le immagini del match di un italiano. Si tifa come in un derby. Il Centrale stracolmo. Musica, cori, urla. L’inferno, ma nessuno gli da questo nome. L’italiano vince. Ancora più in alto i c(u)ori. Musica impazzita. Germania 2006 è ancora tra noi. Nel 1987 si ebbe il coraggio di lamentarsi per il volume della musica degli U2 nella tappa romana del tour di “The Joshua Tree”. Il terremoto del Flaminio scrissero. Questo del Centrale ha connotazioni artistiche molto meno nobili, ma per una nazione fondata sul pallone, che un italiano vinca è ottimo motivo per crearne di nuovi.

Direzione campi secondari. Spalti non propriamente pieni. Grugniti, gemiti e pallate. Match femminile. Gesti in sequenza. Seriali. Su due campi adiacenti, qualche anno fa, si allenavano contemporaneamente le Loro Maestà Roger Federer e Serena Williams. Dallo stesso lato colpi in sincrono si sovrappongono. Medesima direzione. Serena tirava forse anche più forte, ma la palla di RF arrivava dall’altro lato molto prima. I segreti dell’anticipo e dell’importanza del prendere il tempo all’avversario. Zenone che gioca a tennis con Achille e la tartaruga e tutti insieme ridisegnano il paradosso. Su quel campo, un ventennio prima, c’era gente che ammirava le acrobazie di Noah e il rito del suo togliersi la maglia. Sorrisi di giubilo del pubblico femminile. Su uno dei nuovi campo di allenamento c’è Deliciano Lopez. Altro prototipo di bellezza, con in più le sue volée mancine e rovescio monomano. Bouchard, Ivanovic, Sharapova, Pennetta, Kournikova, Sabatini, Evert. Borg, Vilas, Noah,WIlander, Rafter, Moya, Lopez. Lo sport adora abbinare alla forza la bellezza. Gli eroi son tutti giovani e belli.

Il Foro ha sempre dispensato amore. Vilas, Gerulaitis, Noah, Sabatini, Agassi, Kurten, Martinez, Nadal, Federer, Sharapova. Manco a dirlo Panatta. A far sognare dopo di lui, Zugarelli in finale contro Gerulaitis, Errani contro Serena ed un Volandri che batte Federer e poi basta, mai quel “poi”, una vita intera. In mezzo tanti amori da un giorno per chi è stato eroe per un giorno. Un solo set vinto da un italiano, è sufficiente per parlare di un nuovo Top 10. Il canale televisivo tematico del tennis italiano lo certificherà usando il garbo e il fascino sbarazzino di una conduttrice di cui è semplice innamorarsi. Al cuor non si comanda e si da ragione.

Verso sera. Una volta il regno del Villaggio dell’ospitalità. Uomini della politica e dello spettacolo, dello sport e rampolli di famiglie che più famiglie non si può “in selvaggia parata”. TV tra i tavoli. Interviste. L’evento mondano del maggio romano. La “bella vita” di Fellini, una “grande bellezza” di Sorrentino. Il Marchese del Grillo è stato visto andar via da poco. Qui ora comanda Instagram. Il Foro Italico è cambiato e con esso i suoi abitanti, i suoi attori protagonisti. È cambiato l’immaginario e con esso gli odori, i colori. È cambiato il modo di vivere il tennis, di vestirlo, giocarlo. Si è adeguato allo spirito del mondo che viene, che sempre dura poco per poi passare e divenire sempre qualcos’altro. Ciclicamente.

Dal garbato “Panatta alla battuta” all’“incredibile! Ma cosa ha fatto?” urlato ad ogni 15 dall’indemoniato telecronista dal canale tematico TV del tennis italiano, anche le voci, i toni e lo stile dei commentatori, son cambiati. Per colpire di rovescio non basta più una mano ed esultare in faccia all’avversario anche al suo errore, fa molto fighter. Chi non ha tic gioca male. Si allenano anche quelli. Il pugnetto ad ogni 15 lo insegnano nelle scuole tennis così come il gesto per ordinare al raccattapalle di porgergli l’asciugamano. Igiene e rispetto, c’eravamo tanto amati. Son cambiati i suoni. Grugnire è obbligatorio, specie per i giocatori nati sul rosso che ne hanno più tempo. Si insegna in diverse lingue il verbo “andare” nella prima persona plurale. Urlato esortativo.

Fine giornata. Domani si chiama l’amico e lo si costringe a fare da sparring essendo certi di esser diventati tennisti migliori. I bambini giocheranno facendosi addosso la telecronaca, interpretando i propri idoli. I giornalisti han mandato già in stampa il pezzo e lo spettatore turista si avvia in qualche ristorante del centro tra una colonna antica ed uno stazionamento taxi. Ci si avvia verso l’uscita. Il frastuono tra i viali del Foro continua ad essere notevole. Chissà perché il moderno si annuncia sempre attraverso tanto rumore.

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Australian Open 1985, il primo volo dell’angelo Edberg

Non fu il match decisivo ma una semifinale, spesso l’ostacolo più duro verso il titolo, soprattutto se di là c’è il numero uno del mondo. Ecco il racconto del momento esatto in cui Stefan Edberg da Vastervik decise di essere un campione

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Sono stato schivato per un pelo da una laurea in Storia e agito la racchetta dall’età di otto anni. Nessuna sorpresa quindi se ho sempre avuto un debole per il tennis del passato, i suoi miti, riti e luoghi. Certo, la scarsità di immagini obbliga a ricostruire le atmosfere di quei tempi solo attraverso le parole dei testimoni e qualche foto spesso seppiata e sgranata, ma questo è sempre un esercizio affascinante. Libera dalla noiosa incombenza di registrare incessantemente attraverso gli occhi, la mente può dedicarsi all’immaginazione e l’incantesimo è tutto qui. Il resto lo fanno loro, quei grandi che hanno scritto la storia del nostro gioco ma sono condannati a una sorta di limbo perché la loro maestria è stata catturata dalla dea televisione in poca parte o punta.

Sarà strano ma in un certo qual modo varcare immaginariamente l’Atlantico con i Doherty Brothers alla caccia della Davis, allenare per un inverno intero il rovescio insieme a Big Bill Tilden o il servizio con Power Jack Kramer è un modo come un altro per sentirsi eternamente giovani. Perché lo sarai sempre più di loro. Il problema sorge quando il passato di cui scegli di scrivere per te si è svolto l’altro ieri o quasi. E le consolazioni del buon senso comune per cui l’età è solo un fatto anagrafico e l’importante è come ci si sente dentro, non appaiono magre bensì scheletriche. Soprattutto se la mattina seguente al consueto doppio con gli amici del giovedì sera l’unica parte che non duole sono i lobi delle orecchie. Ma prima o poi doveva capitare.

 

Siamo esattamente a metà degli anni ottanta, il Secolo Breve iniziato con la Prima Guerra Mondiale volge al termine ma nessuno se ne accorge mentre Freddy Mercury e Bono Vox dominano la scena al Live Aid di Londra. Lo spettacolo viene chiuso da un Paul McCartney reso afono da problemi al microfono per tutta la prima parte di “Let it Be”. Un chiaro segno che i tempi “They are a changing”. Il tennis attraversa un’età dell’oro iniziata con il trio Connors-Borg-McEnroe, in rigoroso ordine cronologico, affiancati dal cecoslovacco Ivan Lendl. Ma all’epoca dei fatti una nuova leva di campioni si fa avanti a dettare legge fino all’avvento di Sampras e Agassi, tutti nati nell’arco di poco più di tre anni nella vecchia Europa.

Il primo colpo d’ariete lo scaglia a Parigi un diciottenne svedese di nome Mats Wilander, che nel 1982 batte in sequenza Gerulaitis, Clerc e Vilas per prendersi la coppa dei Moschettieri. Tre anni dopo Boris Becker, pel di carota e piedoni enormi, fa ancora meglio centrando Wimbledon prima di poter guidare l’automobile. E non è ancora finita perché in quello stesso autunno un giovane cavaliere biondo che non avrebbe sfigurato alla Tavola Rotonda di Camelot vola fino all’altra metà del mondo per prendersi la sua prima gemma Slam. Si chiama Stefan Edberg, è svedese fino al midollo ma quando scende in campo sembra un californiano cresciuto sul cemento del LA Tennis Club. Attacco, attacco e poi ancora attacco, dietro a un servizio carico di spin o a un rovescio che se non è stato il migliore di sempre poco ci manca. Poi, una volta passata la linea del servizio, ecco la vera meraviglia. Mezze volate, approcci, volée di tocco o potenza perfette e naturali come un sorso d’acqua fresca. Sempre in equilibrio dinamico, sempre in armonia. Nureyev con una Wilson nera.

È stato l’unico tennista a chiudere il Grande Slam juniores, che per lui non sarà mai un buon ricordo. Il 10 settembre 1983 infatti, nel corso della finale di New York contro l’australiano Simon Youl, una sua prima di servizio colpisce in pieno l’inguine del giudice di linea Dick Wertheim, che cade all’indietro sbattendo violentemente la nuca sul cemento. Morirà cinque giorni dopo in ospedale. Quando lo seppe Stefan fu a un passo dall’abbandonare il tennis.

Sono passati poco più di due anni da quei fatti quando Edberg varca la soglia della storia del gioco per non uscirne mai più. Siamo in Australia, da qualche anno il torneo è stato spostato a dicembre e i fasti del passato sono consunti dal tempo come il terreno spelacchiato e gibboso del Koyoong Stadium di Melbourne. Mats Wilander ha sconfitto il bombardiere jugoslavo Bobo Zivojinovic, giustiziere di McEnroe, e attende calmo in finale. Domenica 8 dicembre, a tre anni esatti dalla morte di John Lennon, sul glorioso Centrale ci si gioca il diritto di vedersela con lui per il trofeo che fu di Norman Brookes.

Ivan Lendl è il re del tennis, spalle larghe come una forca e potenza devastante. La mitologica vittoria contro McEnroe a Parigi dell’anno prima lo ha definitivamente liberato dalle catene della paura e niente sembra poterlo fermare. A fine estate si è preso anche gli US Open stendendo nuovamente Supermac a botte di dritto e servizio. Il favorito è lui. Oltre la rete Edberg è uno dei pochi a non essere d’accordo sul pronostico. È ormai un top ten e la sconfitta subita al WCT di Dallas mesi prima dopo aver condotto due set a uno brucia ancora parecchio. Vuole vendetta e l’avrà.

In Italia è notte fonda quando inizia il palleggio di riscaldamento. A rivederle oggi è pura nostalgia, le racchette di legno sono ormai estinte ma il bianco predomina nelle divise da gioco e i calzoncini sono ancora attillati. Agassi non era ancora giunto, Nadal in canotta e pinocchietti neanche nato… La gloriosa erba che vide i canguri dominare la Davis per un ventennio mostra vuoti nelle tribune e tutti gli impietosi segni del tempo. Ma il fascino signori miei è sempre intatto. Come per Marlon Brando o Elvis, chili in più e rughe non contano nulla.

Stefan apre al servizio e il suo stile di gioco scintillante ruba l’occhio per tutto il primo parziale. Lendl soffre dannatamente a centro set per difendere la battuta e in un’occasione finisce pure sotto 0-40 sforacchiato da rovesci lungolinea che giungono da ogni angolo del campo. È il granito della sua forza di volontà a tenerlo a galla fino al sei pari e nel tie break esce dalla trincea. Edberg mette solo una prima palla in campo, Ivan spara al corpo come amava fare contro McEnroe e si prende il vantaggio con un netto 7-3.

Nel secondo set lo svedese svela l’acciaio del suo carattere, insospettabile in tanta purezza formale di movimenti. Ora è il suo turno per soffrire le pene dell’inferno sotto un cielo che si fa sempre più inquietante. Lendl si è fatto spavaldo in risposta e le palle break fioccano ma Stefan non cede e quando Lendl serve sotto 5-6 le sue spalle sono curve sotto il peso delle tante occasioni mancate che avrebbero potuto portarlo sopra di due set. Mentre il cecoslovacco lancia la palla sul primo punto del game una motocicletta passa a tutto gas vicino al campo: doppio fallo. Com’era quel detto sul buongiorno e il mattino? È una maratona di nervi, Ivan recupera ma sul 40-30 commette ancora doppio fallo – alla fine del game saranno quattro – e la rabbia comincia a montare. Un altro vantaggio interno si schianta sul cavo d’acciaio che regge il nastro, sarebbe stato un passante vincente.

Nella roulette russa delle occasioni incrociate il primo a trovare la pallottola è Lendl. E si tratta proprio di un suicidio perché Ivan sbaglia quattro servizi in fila, disturbato sul primo, a onor del vero, da un bambino (svedese? Non si seppe mai) che pensa bene di mettersi a piangere fra prima e seconda palla. Lancillotto Edberg chiude così il set al servizio, non prima di aver impartito una lezione sui mille usi della voléè di rovescio. Il punteggio è 15-30 perché Ivan ha appena piazzato una fucilata di dritto delle sue. Battuta esterna e approccio in avanzamento su risposta secca e bassa, Lendl gioca un cross stretto e veloce in back e qui la pennellata del capolavoro. Stefan fa mezzo passo in avanti d’istinto e in allungo piazza un delicato colpo con taglio a uscire nei pressi della riga del corridoio. La veronica dorsale che chiude lo scambio è una bazzeccola.

Un modo inglorioso di cedere le armi e il cecoslovacco passa uno di quei momenti, non rari in carriera, nei quali non riesce a scorgere bene la pallina fra i fumi della rabbia. Lo spicchio di cielo sopra il catino di Kooyong si riempie di nuvoloni neri al seguito di un teso vento da Nord Ovest mentre Edberg sale in paradiso e incamera un comodo 6-1. Lendl appare completamente fuori controllo e dallo 0-3 pesante smette di giocare. Ha anche qualche problema al ginocchio sinistro, conseguenza di un recupero in scivolata innaturale. Dopo la sosta Ivan chiede – in modo poco urbano, invero – l’intervento di un medico, dopodiché riprende a giocare come nulla fosse. Una spettacolosa sua risposta di rovescio in allungo e anticipo, con la pallina che corre imprendibile lungo la riga mostra che lui è lì in spirito e corpo. Visto com’era andata in precedenza, se Edberg non fosse nato in Svezia ma diciamo più giù, per esempio a Napoli, avrebbe dovuto iniziare a preoccuparsi dal secondo gioco in poi, quando non riesce a sfruttare per primo un 15-40. E infatti subito dopo si imbarca in un lungo gioco ai vantaggi, lascia per strada tre doppi falli e il quarto gli è fatale.

L’elettricità crepita nell’aria e fra i giocatori, Lendl è tornato minaccioso ma proprio mentre le prime gocce colpiscono il terreno Stefan infila un pregiata risposta di rovescio dal centro a uscire che gli vale il pareggio a quattro. Non ricordo se il padre di Ivan si chiami Peleo, ma di certo la furia del cecoslovacco mentre raccatta le sue cose e torna negli spogliatoi è degna di Achille. La pioggia arriva a secchiate. La sosta per non annegare è un balsamo per i delicati nervi del Terribile, che al rientro mostra con i fatti di aver digerito il boccone e si prende subito il servizio dell’avversario e poco dopo il set del pareggio.

John McEnroe raccontava che lui e Borg nelle esibizioni si accordavano nello spartirsi i set iniziali per poi darsele in quello decisivo. E accade proprio così. Il quinto set sarà un’ordalia, un duello all’alba, una sfida all’OK Corral, scegliete voi. I due mettono subito in chiaro che non ci si fermerà al primo sangue e lo scontro finale si apre in modo perfettamente simmetrico, quasi musicale a un orecchio allenato. Perfettamente in linea col carattere dei due. Primo game, servizio Edberg. Ivan scappa 15-40 piantando le gambone nel prato e sparando a tutto braccio un rovescio all’altezza del plesso solare dell’uomo a rete, che si salva per grazie ricevuta. Poco dopo Stefan restituisce la pariglia con i suoi modi, perché lui era un tipo cui piaceva vincere per merito. Sul 15-30 Lendl scende dietro a una bomba centrale e Edberg gioca nel giro di otto secondi due colpi difensivi e due d’attacco coprendo tutto il campo. Una risposta in allungo di rovescio, un passante in corsa di puro polso e un attacco prima di chiudere con lo smash. Il boato della folla arriva ben prima che lui colpisca la pallina.

Scorrono i giochi e pian piano Edberg prende il sopravvento. Lo svedese è nato per giocare sull’erba mentre Lendl deve scontare anche la fatica mentale di forzarsi continuamente al serve & volley. Stefan potrebbe di fatto chiudere con il break del 5-3, quando sul 30-40 gioca quasi col sorriso e in piena scioltezza una risposta lungolinea di rovescio su tremante seconda del ceco. Quando si accorge che la palla è fuori di un dito crolla sdraiato e incredulo. Ma è sul 5-4 che Stefan Edberg da Vastervik, provincia di Camelot, mostra a diciannove anni di avere un cuore a prova di infarto dentro al petto. Il cuore di un campione. Accade che lo svedese si procuri due match point consecutivi e li sprechi malamente col suo colpo migliore. Un raro dritto vincente gliene vale subito un terzo. Quel punto Ivan il terribile lo gioca con addosso solo il suo orgoglioso coraggio.

Si butta dietro a un servizio lentissimo e sulla sassata che gli torna fra le stringhe è bravo anche solo a metterla di là. Il pubblico comincia ad alzarsi e a gridare quando Edberg carica il rovescio e muove il primo passo verso la pallina che rimbalza docile e centrale nei pressi della linea di battuta. Ha il tempo di guardare negli occhi il suo avversario per attimi interminabili, come i pistoleri di Sergio Leone. Poi spara e la palla esce. Lendl era andato dall’altra parte. Stefan non mostra emozioni e cerca di continuare a pensare. Non c’è tie break, finché non perde il servizio è in gioco (Kramer Dixit) e lì concentra quel che gli rimane. Nei tre turni di battuta che lo portano sul punteggio di 8-7 non rischia mai nulla mentre l’avversario sbuffa per tenergli dietro. Per poi crollare di schianto.

Un doppio fallo di Lendl e un incredibile contro-smash fanno intravvedere la luce a Edberg, che sul 40-30 chiude gli occhi e si affida al suo braccio. Pareggio con una serie di tre rovesci in avanzamento chiusi da una volée incrociata e vantaggio su un passante in corsa di rovescio. Il momento è ora. Ivan mette una prima solida ma Stefan lo inchioda di rovescio prima di scrivere la parola FINE col dritto. Da brividi, e io l’ho visto.

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Grand Slam, quinta e ultima parte: ATP Finals

Il racconto più intrigante della off season, purtroppo, si conclude. Con una tappa italiana in cui vengono svelati molti misteri

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Grand Slam, le prime tre puntate: Australian OpenRoland Garros,Wimbledon, US Open

XXVII°

Mole Antonelliana, Torino, Italia – Venerdì 11 novembre ore 11:30

 
  • E qui termina il nostro tour guidato all’interno della Mole Antonelliana e museo del cinema Italiano. Spero che la visita sia stata di vostro gradimento. Ora vi lascio in compagnia del nostro simpatico e affidabile Piero per l’ultima parte del tour, la vista dalla cima della Mole. Vi ricordo che la capienza dell’ascensore è di nove posti. Più Piero ovviamente. Ma ormai tutti qua lo consideriamo parte dell’ascensore stesso.

Risatine, applausi alla guida. Qualche turista americano e tedesco si avvicinò al giovane locale, dall’inglese impeccabile, per lasciare un po’ di mancia. Lo fece anche Michael Madison, capo progetto della Smash. Lì ufficialmente come rappresentante d’azienda in occasione del Master di fine anno. Ufficiosamente per qualcos’altro.

Il torneo dei Maestri, con i migliori otto tennisti del mondo a contendersi uno dei titoli più ambiti di questo sport, si riproponeva in una location tutta nuova, o quasi. Per il secondo anno il torneo si svolgeva al Palasport Olimpico, uno dei gioielli dell’architettura moderna della città.

L’ascensore comandato da Piero cominciò a salire nel bel mezzo dell’enorme cavità dall’interno della mole. Le pareti in vetro non lasciavano nulla all’immaginazione e un paio di ragazzi si fecero prendere dal panico a causa delle vertigini. Una scena che Piero ignorò, in quanto pane quotidiano per lui. Dopo una quarantina di secondi l’ascensore raggiunse la cima della cupola e si infilò, per gli ultimi metri, all’interno della guglia più famosa della città. Uno schiocco all’interno delle orecchie avvisò i ragazzi viaggianti ad occhi chiusi che qualcosa attorno a loro era cambiato. Aprirono gli occhi proprio mentre l’ascensore rallentava depositando dolcemente il suo carico sulla piattaforma di osservazione: uno stretto corridoio che girava tutt’intorno alla cupola regalando una vista a 360 gradi di Torino.

Una città fiera, una ex capitale, dal design urbanistico atipico per l’Europa, con strade che si incrociano, con rare eccezioni, a perfetti angoli di novanta gradi. Ordinata e poco appariscente come i suoi abitanti. Le Alpi nel sottofondo vegliavano come ogni giorno sulla città. Era davvero un bel luogo, pensò Mister Madison. Il posto giusto per terminare ufficialmente il progetto di sperimentazione nanotecnologica della Smash.

Da lì si vedeva anche l’Università Degli Studi di Torino, proprio sotto la Mole. Michael Madison doveva sbrigarsi; in mezz’ora proprio lì avrebbe incontrato il Professor Pyke e la sua collega norvegese. E tutti insieme avrebbero ricevuto Sandor Kiraly.

XXVIII°

Palasport Olimpico, Torino, Italia – Domenica 13 novembre ore 15:11

Il primo punto della 53esima edizione del Master di fine anno era stato appena giocato. Un’inusuale stecca di Erwin Siles. Il pubblico riempiva in ogni ordine di posto i 15mila seggiolini del palazzetto di Isozaki, attirato dall’importanza dell’evento e da tutto il dramma e il gossip attorno ad esso. Soprattutto attorno alla figura del numero uno del mondo. Un carneade, giunto da una nazione senza alcuna tradizione tennistica, che dal nulla vince 3 Slam di fila, conquista la prima posizione del ranking e, durante un discorso di premiazione a New York, annuncia a sorpresa il ritiro. Salvo poi ripensarci dopo un paio di mesi e presentarsi all’ultimo torneo dell’anno senza partite nelle gambe.

Siles era convinto di ciò che disse quella sera a New York. Lo ribadì in conferenza stampa e in qualche successiva intervista. Per una settimana fece il tour di tutti i media possibili, cominciando ovviamente dal Tonight Show alla corte di Jimmy Fallon, senza mai scendere troppo nei dettagli del perché di questa decisione. Dopodichè era sparito.

Tornato in Bolivia per un po’ di tempo, forse per qualche progetto umanitario a favore dei suoi connazionali, era stato accolto come un eroe. A fine ottobre era tornato in Europa ed era stato visto a Londra, alla sede della Smash, probabilmente a discutere le varie clausole del contratto che lo legava alla giovane casa inglese. Pochi giorni dopo, a sorpresa, l’annuncio: Siles ci sarà alle Finals. Per l’obbligo morale di giocare in quanto numero uno del mondo, disse. Un torneo solo e poi, a seconda del risultato, avrebbe deciso cosa fare la stagione successiva. Era un concetto che aveva stupito molti: qual era il risultato che Siles voleva? Aveva già vinto durante l’anno ogni singolo match che contasse da Aprile in poi. Trentatrè vittorie e una sconfitta di scarsa importanza da Roma a New York. Forse a Torino voleva vincerle tutte 6-0 6-0, pensavano alcuni.

In ogni caso non pareva quella la storia odierna. I colpi del boliviano filavano di meno. Le gambe giravano al rallentatore. Probabilmente la mancanza di allenamento si faceva sentire anche per un cyborg come lui. Un’ora e ventisette minuti dopo l’esibizione era conclusa. Sul tabellone il punteggio finale recitava 6-3 6-3 a favore di Roy Bartlett. Molti erano stupiti. Alcuni delusi di aver assistito ad un match mediocre, vinto dal meno peggio. Solo due persone in tutto il palazzetto erano incredibilmente felici. Uno poteva mostrarlo a tutto il mondo: Roy Bartlett. L’altro doveva nasconderlo il meglio possibile, ed era la persona che giunta a rete gli strinse la mano: il numero uno del mondo Erwin Siles, che aveva appena giocato la sua peggior partita degli ultimi otto mesi. E non poteva esserci per lui notizia migliore.

XXIX°

Via Roma, Torino, Italia – Venerdì 11 novembre ore 12:10

  • Ma quando finiscono questi portici?

I due giovani vagavano per la via dello shopping torinese. Dall’albergo avevano percordo via Vittorio Emanuele e quindi imboccato via Roma in direzione di Piazza Castello.

  • Dev’essere perché piove tanto. Da quando siamo qui non abbiamo visto il sole.
  • Credo che tutta questa zona sia così a novembre. Le Fiandre, da dove provengo io, non sono molto diverse.

Grandi firme della moda, negozi di elettronica, ristoranti di lusso e le prime luminarie natalizie componevano la scenografia di via Roma. Un giro per un po’ di shopping era necessario prima di andare definitivamente in vacanza. Nel mezzo dell’area pedonale un appassionato di tennis riconobbe il più celebre dei due.

  • Signor Kiraly?
  • Si sono io.
  • Posso avere un autografo, signor Kiraly? Sono un suo grande ammiratore…
  • Fa un po’ freddino per togliere i guanti…
  • Allora un selfie?
  • Vada per un selfie!

Il fan tirò fuori dalla tasca il telefono, si tolse velocemente i guanti e fece partire la camera. Un capannello di curiosi si era formato tenendosi a leggera distanza e chiedendosi chi fosse quel vip.

  • Ho visto tutti i suoi match la settimana scorsa al torneo NextGen. Complimenti! Peccato per la finale…
  • Elofsson è un osso duro.
  • Non sapevo fosse qui.
  • Io e il mio collega Claude siamo venuti per fare da sparring partner a un tennista impegnato nelle Finals.
  • Oh mi scusi, la riconosco solo ora. Lei è Claude Groen! Complimenti anche a lei!
  • Meno meritati però. Ho perso tutte le partite a Milano.

Si schernì Claude. I due congedarono l’ammiratore e proseguirono la camminata.

  • Non ti ho mai ringraziato abbastanza Claude.
  • Di lasciarti vincere in allenamento.
  • Ah ah. No, di quello che hai fatto in questi ultimi mesi. Non sei stato solo un collega ma anche un amico. Non sono molti quelli che sono venuti a trovarmi in ospedale a Melbourne. Tu dovevi prendere il volo il lunedì sera e l’hai spostato per restare…
  • Speravo che potessi nominarmi erede del tuo prize money pochi istanti prima di morire.
  • Ti è andata male.
  • A parte gli scherzi, Vassily ha sempre insistito che noi tre siamo un team. Nella buona e nella cattiva sorte. Ti siamo stati di fianco quando vincevi, non potevamo non farlo dopo il tuo incidente.
  • Sai Claude: più volte durante gli Open in Australia ho pensato di essere imbattibile. E in quanto tale di non aver bisogno di un coach. Più cresceva il mio senso di onnipotenza, più aumentavano le discussioni con Vassily. Ricordo il venerdì prima della semifinale con Foley. Una litigata continua. Avessi convertito quell’ultimo punto, avrei dato il benservito a tutti voi.
  • È comprensibile.
  • E avrei sbagliato. Vassily aveva ragione, ero un pallone gonfiato. Questo malore mi ha fatto maturare molto. Col senno di poi, sono felice che tutto sia andato come è andato. Cioè, non una felicità vera. E più che altro un senso di… Di non so spiegare. Forse, avere attorno delle persone di cui ti puoi fidare vale più di ogni successo.
  • Vale lo stesso per me.
  • Oh eccoci qua: via Verdi. Qui è l’Università. E’ qui che ho l’incontro con la Smash.
  • Buona fortuna.
  • Servirà a loro, per quante gliene dirò. Ci vediamo dopo al palazzetto per gli allenamenti con Erwin.

XXX°

Smash Headquarter, Londra, Lunedì 24 ottobre

  • Buongiorno Signor Siles. Grazie per aver accettato il nostro invito.
  • Come se avessi avuto alternative…

Fin dalle prime battute l’incontro non pareva dei più amichevoli. Entrambe le parti in causa si sentivano tradite dall’altra. Uno, per essere stato dissuaso, spinto a fare qualcosa che per etica non avrebbe mai voluto, attirato dallo specchietto del denaro e della gloria. Ed in più, inconsapevole dei danni che il suo fisico avrebbe prima o poi riportato.

Siles sapeva che anche Kiraly aveva seguito il metodo Smash. E sapeva cosa gli successe a Melbourne. Ciononostante solo dopo il colloquio con il tennista ungherese a New York aveva davvero compreso il pericolo per la sua salute. In quei giorni di torneo successivi aveva maturato la sua decisione. Interrompere la cura nanotecnologica e continuare a giocare non era un’opzione: i risultati sarebbero tornati quelli di un numero 100 del mondo, con ovvia perdita di popolarità e aumento del sospetto generale sulla sua storia. No, Erwin era al massimo della popolarità e della fama: ritirarsi ora gli avrebbe permesso di spendersi bene come personaggio pubblico. Era più che convinto di aver preso la decisione giusta. Quanto alla Smash, voleva chiudere ogni tipo di rapporto il prima possibile, pagando quello che ci fosse stato da pagare. Mai più la sua faccia su un cartellone di fianco al loro logo. Mai più comparsate, mai più peana per la sua casa fornitrice.

Dall’altra c’era un’altra persona a sentirsi tradita. Mister Madison non aveva preso molto bene la decisione di Siles. Non per la scelta in sé, ma per non essersi consultato con loro. Un gravissimo affronto nel mondo del marketing, un testimonial che si ritira senza darne comunicazione. Nel nuovo contratto, firmato dopo la vittoria di Parigi, figuravano salate penali per tutti i casi di decisioni estreme prese senza il beneplacito della Smash.

Ma, alla fin fine, Mister Madison era disposto a passarci sopra, se Siles fosse tornato a giocare. E sapeva bene che, dopo quello che stava per dirgli, lo avrebbe fatto.

  • Eravamo preoccupati per lei signor Siles. Dove era finito?
  • Sono stato per un periodo in Bolivia, a sbrigare alcuni affari. In ogni caso, non mi pare che voi vi siate mai preoccupati per me, Signor Madison.
  • Cosa intende?
  • Mi avete usato come cavia di un esperimento medico per mesi…
  • Onestamente, signor Siles, ha appena detto una sacrosanta verità. Lei è stata una cavia per un esperimento. Ma il motivo per cui l’ho convocata qui è proprio per spiegarle bene quale sia questo esperimento.
  • Ne abbiamo parlato abbondantemente in primavera.
  • Venga con me.

Il signor Madison abbandonò la sala dove fino a quel giorno aveva sempre ricevuto i suoi pupilli tennisti, percorse un corridoio ricambiando i saluti riverenti di segretarie e altri accoliti, seguito da Erwin. Una strisciata di badge gli aprì una porta dietro alla quale si celava una piccola saletta, molto più intima. Ad attendere all’interno altre due persone.

  • Signor Siles, mi permetta di introdurle il professor Pyke, docente di medicina psichiatrica dell’università di Cambridge, e la signora Bjoentegaard, esperta di Psicosomatica dell’ateneo di Oslo. Miei partner nel progetto Nanotech.
  • Salve signor Siles. E’ un gran piacere incontrarla di persona dopo tutto questo tempo. Come prima cosa voglio porgerle le nostre scuse per tutto lo stress che questa situazione può averle provocato.

Il signor Pyke pareva, almeno all’aspetto, un vero professore di Cambridge. Non uno scienziato pazzo come Siles poteva immaginarsi chiunque fosse coinvolto in questa storia. Una strana aura di normalità era improvvisamente calata sulla Smash, e persino Mister Madison sembrava avere un’attitudine molto più serena e genuina, ora che la sua parte era conclusa.

  • Ho voluto che i due professori fossero qui oggi a spiegarle direttamente lo scopo del progetto Nanotech, perché sicuramente possono farlo molto meglio del sottoscritto. Io sono un povero capo del marketing. Capisco poco di medicina.

Fece Madison incanalando la testa fra le spalle, un atteggiamento che l’uomo conosciuto da Siles fino a due minuti prima non avrebbe mai e poi mai effettuato. I quattro si sedettero e Bjoentegaard prese la parola.

  • Grazie mille signor Madison. Lei capirà poco di medicina, come dice, ma ha svolto il suo ruolo in questo esperimento come meglio non potevamo sperare. La ringraziamo, e ringraziamo tutta la Smash per la vostra collaborazione. Ma non teniamo il nostro ospite sulle spine. Signor Siles, se questo può tranquillizzarla, nessuna sostanza nociva o dopante è mai entrata nel suo corpo.
  • Siamo più precisi, Marit: nessuna sostanza, punto. Lei, signor Siles, è uno dei nostri test per uno dei maggiori esperimenti sull’effetto placebo a livello mondiale.

Il tennista era molto disorientato. Era una presa in giro? Un maldestro tentativo della smash di porre una toppa sul danno fatto?

  • Come lei saprà l’effetto placebo è quell’aspetto della nostra psiche che ci permette, a volte, di beneficiare degli effetti di un qualcosa che in realtà non abbiamo ottenuto, se crediamo però fortemente di averlo fatto. E’ ormai dato per assodato che funzioni, ma scientificamente non riusciamo ancora a spiegarci il perché.
  • Alla fine dello scorso anno diverse università europee hanno concordato un esperimento di nuova portata sull’effetto placebo in soggetti sani, per vedere quanto quest’ultimo può influire non solo sulla cura di malattie, ma anche sul miglioramento delle prestazioni fisiologiche. Abbiamo selezionato praticanti sportivi in discipline di tre categorie diverse. Prevalentemente fisiche, come corsa e sollevamento pesi. Prevalentemente tecniche come tiro con l’arco e scacchi. E equilibrate come tennis e pentathlon moderno.
  • Ora siamo alla fine della stagione e stiamo raccogliendo i risultati. Che sono, le anticipo, sorprendenti in tutte e tre le categorie. La Smash è stata molto gentile a collaborare con il progetto nel settore tennistico.

Erwin Siles credeva poco che tutto quello che aveva prodotto sul campo da tennis negli ultimi mesi potesse essere un semplice inganno della mente

  • È un qualcosa di molto difficile a credere.
  • Lo è anche per noi, signor Siles. Ogni volta che lanciamo un progetto siamo i primi ad essere sorpresi dai risultati. Ma le assicuro che è tutto vero. E per dimostrarlo ora faremo il test contrario. Per questo, le chiediamo di giocare ancora un torneo, le Finals.
  • E cosa dovrei fare?
  • Quello che ha sempre fatto negli ultimi mesi: se ha ancora del materiale “dopante” che le abbiamo fornito, riprenda ad assumerlo come faceva fino ad Agosto. Né più né meno. Deve rispettare le stesse prassi pre-partita che osservava. La semplice consapevolezza di non aver ingerito nessuna sostanza migliorante dovrebbe riportarla al livello che aveva prima dell’esperienza.

Il racconto continua a pagina 2

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Racconti

Grand Slam, parte quarta: US Open

Il racconto più intrigante della off season arriva al momento clou. Tappa a New York per entrare nel vivo

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Grand Slam, le prime tre puntate: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon

Rockefeller Plaza, Manhattan, New York City – Lunedì 29 agosto

 

Le immagini di vari incontri del primo turno degli US Open scorrevano fluide sul megaschermo che, come tutti gli anni, il municipio di Manhattan aveva installato in Rockefeller Plaza a uso e consumo gratuito della popolazione e dei turisti. L’estate si avviava alla fine e l’imminenza del Labor Day avrebbe sancito nei cuori dei newyorkesi il ritorno ai ritmi usuali e frenetici per cui la città era celebre in tutto il mondo. All’uscita dal lavoro, fra una sessione e l’altra di shopping, oppure semplicemente passandovi davanti per caso, erano migliaia ogni giorno le persone che gettavano un’occhiata al megaschermo, oppure prendevano posto con una bibita sulle sedie nell’area attrezzata a gustarsi qualche scambio. A parte i paladini di casa, decisi a riprendersi il titolo di Flushing Meadows dopo diversi anni di astinenza, il pubblico generalista conosceva solo due nomi. Uno per meriti di cronaca: quel Sandor Kiraly che sette mesi prima aveva spaventato milioni di persone e che oggi finalmente, in serata, sarebbe tornato a calcare un campo da tennis. Forte dei suoi 1570 punti nel ranking, frutto quasi interamente di quella sfortunata performance in Australia, aveva la testa di serie numero 26 e un primo turno potenzialmente agevole contro un qualificato. Ma la grande incognita sarebbe stata la sua condizione.

L’altro per meriti sportivi. La clamorosa scalata di Erwin Siles, giunto dalle favelas della Bolivia e capace in pochi mesi di issarsi al numero uno del ranking, era divenuta una favola che tutti volevano raccontare. Roma, Roland Garros, Wimbledon, Cincinnati, messi in cascina da vero dominatore. C’era stato un piccolo intoppo a Montreal con l’uscita in semifinale. Ma in Ohio con la sconfitta anzitempo di Foley, la conquista del titolo l’avrebbe messo sul trono del mondo per qualche decina di punti. Detto fatto. Erwin Siles giungeva a New York da numero uno del ranking e con tutta l’intenzione di aumentare il margine sugli altri conquistando il suo terzo Slam. E la sorte, o forse un’organizzazione lungimirante, aveva messo queste due celebrità nello stesso spicchio di tabellone, pronti ad affrontarsi in un ipotetico terzo turno.


Tennis Integrity Unit Headquarter, Roehampton, Venerdì 17 Febbraio

“Ecco Mister Veyveris, questo è un prospetto di come un ipotetico orologio del genere potrebbe funzionare”, disse il tecnico spiattellando sulla scrivania di Connor un prospetto di una decina di pagine. Il signor Bartow era stato interpellato al riguardo da Yura e subito convocato ad esporre.
“Si tratterebbe, in poche parole, di uno smartwatch come quello che Kiraly indossava, modificato per inviare delle scosse elettriche. Un po’ come i vecchi collari per ammaestrare i cani, per dare l’idea”
Connor era sempre più perplesso e quasi rassegnato davanti alla mole di stupidaggini che stava ascoltando. Ore di lavoro della sua stagista buttate dietro a una pista improbabile, anzi quasi impossibile, solo perché la signorina Sung aveva il gusto per l’inverosimile, le grandi storie e i complotti.
“Mi scusi signorina Sung”
“Mi dica…”
“Ecco, l’ipotesi che mi proponete è che qualcuno possa aver usato un orologio, che in realtà è una batteria, per folgorare un tennista mentre sta giocando?”
“Non esattamente, non è questa la teoria cui stiamo pensando”

“Ora io ho una domanda da idiota quale sono in materia: se il signor Kiraly avesse ricevuto uno shock elettrico, non dovrebbe ricordarselo? E soprattutto, non dovrebbero esserci dei riscontri fisici sul suo corpo di questa avvenuta scossa?”
“Si, se fosse rimasto folgorato sì. Ma come le dicevo noi propendiamo per un’altra teoria”
“Le spiego, Mister Veyveris – irruppe il signor Bartow – La pericolosità di una scarica elettrica per il corpo umano varia a seconda di molti fattori. L’intensità è solo una di questi. A volte ci sono nell’aria condizioni di elettricità statica con differenze di potenziale di migliaia di volt. Eppure non sono pericolose per l’uomo”
“Dov’è quindi il pericolo?”
“Come dicevo, dipende da diversi fattori: uno di questi è l’impedenza del corpo. Un essere umano offre naturalmente una certa resistenza al passaggio della corrente. Sotto una certa soglia, diciamo intorno a un milliAmpere, la scossa non è nemmeno percepita dal cervello. Se una scossa di tale piccola portata viene però ripetuta in continuazione, con il passare del tempo può indurre nel corpo un leggero stato di confusione e spossatezza. Noi crediamo che chiunque abbia escogitato questo piano, volesse produrre delle scariche di questo tipo in direzione di Kiraly. E probabilmente le abbia prodotte nel corso della partita. Con scarso successo”
“Ok. E da qui però come si spiega l’arresto cardiaco?”
“La resistenza rappresentata dal corpo di Kiraly via via è diventata sempre minore per colpa soprattutto di due fattori. Il primo è l’organismo affaticato. Il cuore di Kiraly, per tutta la durata del match, è stato sottoposto a un tour de force dovuto alla stanchezza fisica in buona parte, e anche un po’ probabilmente all’emozione. Un mix che a volte già da solo può causare scompensi cardiaci. Il secondo e ben più importante è il sudore”

“Cosa c’entra il sudore?”
“Sulla pelle bagnata la scossa elettrica ha un’efficacia di gran lunga superiore. E verso la fine dell’incontro, data anche la serata particolarmente afosa di Melbourne quel giorno, Kiraly era molto sudato”
“Ergo?”
“Ergo una scarica di corrente quasi impercettibile, ma protratta nel tempo e aumentata dalle condizioni spossate del soggetto e dall’umidità della pelle, possono aver attivato la fibrillazione cardiaca”
“Un piano diabolico”, concluse Connor Veyveris, con una punta di scherno. Stava cercando di calcolare quali fossero le chance che una cosa del genere fosse davvero la spiegazione al malore del tennista ungherese. Una su mille? No, meno. Una su un milione probabilmente.
“Supponiamo che sia vero… Chi potrebbe costruire un aggeggio del genere?”
“Costruire una sorta di braccialetto elettrico non è così complicato, direi che chiunque potenzialmente può farlo. Anzi, il fatto che qualcosa sia andato storto fa pensare che sia l’opera artigianale di un amatore. Camuffare un congegno del genere inserendolo all’interno di un comune orologio richiede qualche competenza in più”
“E queste scariche elettriche possono essere comandate a distanza?”
“Certo, una persona all’interno dello stadio, seduta vicino al campo, non avrebbe problemi”

“Bene, quindi saremmo ora alla ricerca di una persona rimasta per tutto il match nei pressi del campo e che in quei pochi minuti di confusione abbia potuto rimuovere l’orologio dal polso di Kiraly. Oltre ad aver avuto chance di sostituirlo prima”
“Esatto”
“Insomma: il suo allenatore”
“Vuole che lo faccia convocare per un’udienza? O vuole parlare con Kiraly prima?”
“Sarò franco e diretto cara Yura. La sua pista è, a mio parere, inverosimile. Molto ben articolata lo ammetto, ma non c’è una minima prova a suffragio. Ci sono almeno una dozzina di altre teorie ben più plausibili che spiegano la sparizione dell’orologio. Convocare qualcuno qui a Londra per porre domande su una pista di cui non siamo sicuri può solo avere due effetti: renderci ridicoli se è sbagliata; insospettirlo se è giusta”
“Quindi cosa facciamo?”
“Aspettiamo finchè queste persone che vogliamo sentire saranno in loco”
“E perché mai dovrebbero venire loro da noi?”
“A fine giugno c’è un torneino di tennis, 3 miglia a sud di Roehampton. Si chiama Wimbledon, non so se l’ha mai sentito nominare. Scommetto che qualcuno dei nostri verrà a fare una visita”


Flushing Meadows, Queens, New York City – Venerdì 2 settembre ore 17:30

“Benvenuti cari ascoltatori ad un altro episodio di Gwen, Seb and Match…”, disse Gwen Ridle con il suo usuale sorriso a centinaia di denti dritto in camera.
“Siamo quindi giunti al giorno del match più importante e più atteso di questa prima settimana. Dico bene, Seb?”
“Dici benissimo Gwen. Fin dal sorteggio del tabellone, la settimana scorsa, tutti gli appassionati hanno tifato perché questo incontro avesse luogo. Le due grandi sensazioni dell’anno, uno contro l’altro”
“Anche se ci arrivano con stati di forma diversi…”
“Certamente. Siles è il solito schiacciasassi e ha dominato i suoi incontri senza problemi, da degno numero uno del mondo. Su questo non ci sarebbero stati dubbi. La vera incognita era Kiraly. Nessuno, e credo nemmeno lui, poteva avere davvero idea di quale tennista sarebbe sceso in campo qui a New York e suppongo che l’obiettivo massimo che l’ungherese si era posto fosse proprio il terzo turno”
“Obiettivo centrato dunque”
“Certo, con un po’ di fatica. Diciamo che aver incontrato due tennisti fuori dalla top100 lo ha aiutato. Ma non dimentichiamo che anche Kiraly, paradossalmente, era fuori dalla top100 a gennaio e da allora non ha più giocato. Il suo gioco non è affatto quello scintillante messo in mostra in Australia. Si muove peggio, colpisce peggio ed è in poche parole arrugginito. Ma come dicevo, passare due turni per un agonista nelle sue condizioni è un successo. E’ un primo mattoncino verso il recupero totale di questa straordinaria promessa.

“Un pronostico, Seb?”
“Siles è stato in campo meno di 4 ore in tutto nei primi due turni, ha perso un solo match negli ultimi 28 ed è il numero uno del mondo. Kiraly ha giocato già nove set in due incontri, rientra da una lunga convalescenza e ha un gioco che non convince. Non ho dubbi: vincerà il boliviano in 3 set”

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