La Piccola Biblioteca di Ubitennis. L’Almanacco del Tennis 2018

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. L’Almanacco del Tennis 2018

Un anno tennistico compresso in 834 pagine. Recensiamo oggi l’“Almanacco del tennis 2018”. Uno strumento irrinunciabile per chi scrive, e per chi ama, il tennis

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Lumia M., Almanacco del Tennis 2018, p. 834

Il più grande problema dell’uomo contemporaneo è il potenziale accesso a un numero infinito di dati. Sembrerebbe che l’infinito database rappresentato da Internet abbia reso obsoleti i libri di statistiche come l’“Almanacco del tennis 2018” di Matteo Lumia. Un pazientissimo lavoro che mette assieme praticamente tutto il tennis giocato nel 2017. Volete sapere chi ha incontrato Paolo Lorenzi nel primo turno del torneo di Budapest? (Kukushkin 6-5 7-5), oppure volete ripercorrere turno per turno (e risultato per risultato) qualsiasi giocatore in qualsiasi torneo? L’Almanacco è quello che fa per voi. Non solo i tornei ATP, WTA, Davis, Slam ma anche i Challenger, gli albi d’oro e, ma solo per i più viziosi, quanti punti e soldi danno i tornei turno per turno (il secondo turno di Barcellona? 15.955 euro e 20 punti. Il primo di Roma? 15.210 euro e 10 punti. Il finalista con il piatto in mano? 402.080 euro e 600 punti).

Sfogliare l’Almanacco è più o meno come farsi una passeggiata nel cervello del grande Rino Tommasi [1] l’uomo che ha anticipato i computer e che ha dato parola ai numeri. Come il Capitale di Marx, o il Kamasutra, l’Almanacco non è un libro da leggere ma da frequentare. Una miniera d’informazioni compresse in un tomo da 834 pagine, che riposano placide accanto alla vostra scrivania con il non trascurabile lusso di poter essere sfogliate in ogni momento. Come si diceva una volta (prima di internet) uno strumento formidabile per chi scrive di tennis o per chi vuole farsi una strana passeggiata mnemonica nel 2017 tennistico o nella storia del tennis (sapete quanti sono stati i giocatori italiani che hanno giocato in coppa Davis? 75. Panatta, per dire, ne ha vinte 64 e perse 36. Il mai celebrato abbastanza Gianluca Pozzi 2 ne ha vinte e 2 ne ha perse e Sergio Tacchini, sì quel Sergio Tacchini, ha esordito nel 1959 vincendo 6 partite contro 9 sconfitte). Insomma attraverso la sintesi al fulmicotone di tabelle e risultati, una semplice pagina dell’Almanacco diventa un film o un trampolino per riflessioni da trasformare in potenziali articoli, commenti o altro. Il tutto dando l’impressione di sapere tutto (ehm Kokkinakis è alto 1,96 cm per 79 chili, mentre a Brisbane Francesca Schiavone è uscita al terzo turno delle qualificazioni per il tabellone principale perdendo 6-1 6-2 con Krunic).

 

I dati sono lì nella vostra scrivania che aspettano solo di essere incrociati e usati. Ad ingentilire il flusso di numeri interviene la struttura a capitoli di volta in volta introdotti dalle migliori penne italiane del tennis con la prefazione dell’instancabile Direttore Scanagatta. Insomma non rimane che ringraziare Matteo Lumia che ha fatto per noi un lavoro così poderoso, che verrebbe da dire, ha reso obsoleto, o forse solo intelligente, quel mostro gorgonico chiamato internet.

[1] A dire il vero l’Almanacco è un incrocio tra Rino Tommasi e Matrix.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

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Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (seconda parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco la seconda parte dell’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

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Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

6 (a). Agassi A., Open, Einaudi, 2011

Come il suo gioco ha cambiato il tennis contemporaneo, probabilmente il suo libro ha riscritto il modo di fare le autobiografie. Aprire Open vuol dire salutare per un paio di giorni chi vive con voi. Non farete altro che leggere, leggere e leggere. E vivere con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa moglie, telefono, amante o cibo. Effetto Stephen King per chi frequenta il genere. Circa cinquecento pagine in cui il talento tutto americano di chi scrive (J. R. Moehringer) si fonde perfettamente con l’incredibile storia di Agassi. Più che un’autobiografia, un romanzo di formazione a stelle e strisce in cui un ragazzino povero e martirizzato da un padre orco, riuscirà a trovare l’amore e la pace non prima di essere passato da sconfitte esistenziali, fallimenti matrimoniali e aver danzato a lungo col demone luccicante del successo.

Il drama che incalza ogni riga è però il tennis, o meglio la relazione con il tennis. Nel caso di Agassi una cosa meravigliosa imposta con violenza dalla quale non puoi scappare perché è l’unica cosa che sai fare. È la cosa che detesti di più e quella a cui devi tutto. Drammaturgicamente un vero dilemma. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui Agassi con disarmante sincerità spurga tutti i suoi demoni e li rende pubblici. Con simili presupposti non deve stupire che il premio Pulitzer Moehringer ha trasformato tutto questo materiale narrativo in un libro stupendo che però non saprei definire diversamente da falso capolavoro. Al tavolo manca un grande invitato: il tennis giocato.

6 (b). Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004 

Se volete trasformare Open in un capolavoro dovete integrarne la lettura con Indoor, il suo insostituibile controcampo. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo – inconsapevole – del tennista contemporaneo, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante visionario dell’attuale Tennisduepuntozero. Indoor è la storia di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferendo sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale (bruciandone due su tre). Ma se la vita di Mike, da sola, è mille volte più interessante di quella di André (fidatevi), è sul piano squisitamente tennistico che il libro ci fa vedere come pensava l’eretico che avrebbe cambiato per sempre la storia del tennis. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe.

Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Poi aggiunge. “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. Traferendo sul tennis il suo riscatto sociale Mike diventa un eretico con la presunzione di riscrivere la grammatica balistica del gioco. Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”.

Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

 

7. Bottazzi L., C. Rossi, Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco, Guerini Next, 2015

Sembrerebbe ovvio ma non è così. Bottazzi e Rossi hanno il merito di scrivere un libro che non c’era. Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco restituisce all’orizzonte tennistico contemporaneo la storia, l’arte e la scienza di quello che è probabilmente il tennista più importante della storia del tennis. Il Big Bang che ha generato quello che vediamo oggi. Il corpo centrale del testo è costituito dalla traduzione pressoché integrale di “The art of lawn tennis” del 1921, sul quale si innestano in maniera organica ampie parti di “Match play and the spin of the ball” del 1925 e “How to play better tennis” 1950. Il tutto introdotto da una breve e toccante biografia e chiuso dal Codice Tilden, una ampia e ragionata analisi sulle tematiche principali del grande Bill che non si è limitato a vincere tutto fino a quarant’anni suonati, ha pure scritto i principi fondamentali dei colpi, di fatto il primo manuale da coach, ed è riuscito a capire la direzione che avrebbe preso il tennis con cento anni d’anticipo (prevede l’avvento del professionismo, la quasi scomparsa dell’erba, l’omologazione delle superfici, il ridimensionamento del gioco di volo a discapito di un attaccante coi colpi di rimbalzo).

Ricordo che la sfera di cristallo è datata 1920. Insomma, ci dicono gli autori, non solo è imbarazzante che molti maestri di Tennis non conoscono Tilden e i suoi precetti, ma è semplicemente pazzesco che ancora oggi non ci sia un solo stadio in America dedicato a lui. Sembrerebbe quasi che il tennis contemporaneo abbia rinnegato proprio il giocatore che più di tutti ha influito nel crearlo. E dire che pochi possono raccontare di aver vissuto una vita come la sua: ha dominato il tennis per un ventennio, ha vissuto come un imperatore, ha scritto una ventina di spettacoli teatrali, compare nel libro lolita di Nabokov, subì due processi per omosessualità e morì con soli ottantotto dollari. La ricca bibliografia che chiude il volume e la tensione degli autori di restituire al presente la storia del tennis colloca il libro, ma se aggiungiamo il recente Tennis 100 anni di storie, nel meraviglioso solco aperto da Clerici, lodato sempre sia lodato.

8. J. McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola, Adelphi Editore 2013

1968, semifinale di Forest Hills. Due statunitensi, uno bianco e uno nero. Uno conservatore e uno no. Con la precisione millimetrica di un chirurgo John McPhee disegna, attraverso una partita di tennis, il profilo di Arthur Ashe e di una società intera. Quando la cronaca di un match si trasforma in letteratura e storia sociale.

9. Gilbert B. (con Jamison S.), Vincere sporco (Winning ugly), trad. it. Gibertini V., Priuli & Verlucca Editore, 2013, pagg. 313

Questo libro (tradotto in italiano dal nostro Vanni Gibertini) sta in questa classifica così come il tennis di Gilbert è entrato in top 10. Non per diritti acquisiti ma per meriti conquistati. Un libro sorprendentemente utile anche al giocatore di club che non disdegna analisi acutissime sul tennis dei campioni. Se Elvis è l’uomo che ha portato il corpo dentro dentro il rock, Gilbert è quello che ha portato Machiavelli dentro il tennis. Un maestro zen cattivo che gioca (e vince) dentro i problemi dell’avversario, perché il tennis è fatto al 20% di braccio e all’80% di testa.

10 (a). Holm M. e Roosvald U. (2014), Game. Set. Mach. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande Tennis, add editore, Torino, 2016

Della grande rivoluzione bionda in grado di portare anche cinque giocatori nei primi quindici del mondo non rimane traccia se non nei video su youtube e in un immaginario collettivo che grazie alla figura enigmatica e totemica di Borg si è innamorato del Tennis. Il libro racconta la stagione irripetibile che ha trasformato la piccola Svezia nella capitale tennistica del mondo. Attraverso le vicende e i ricordi dei tre Number One (Borg, Wilander, Edberg), Holm e Roosvald ricostruiscono il clima culturale dei fantastici anni Ottanta e dintorni. Una luce preziosa per penetrare il mistero di Borg con quella impermeabilità magnetica, enigmatica e irresistibile. Più che uno sportivo una specie di protomanuale della comunicazione. Zero parole, massima visibilità. Più che un campione un puro logo. Un’icona che trascendendo l’uomo e il gesto sportivo entra a gamba tesa nel costume e nella realtà quotidiana di migliaia di persone. Più o meno il sogno bagnato di ogni prodotto pubblicitario. Ma di Borg, come dei Beatles, si è già detto e scritto già di tutto. Tranne forse raccontare la storia da un punto di vista culturalmente “interno”. Credo sia il grande merito del libro in questione. Guardare Borg con occhi svedesi e incastonarlo in una realtà storica socialdemocratica che ha prodotto un’incredibile trilogia di numeri uno, prima dell’attuale vuoto cosmico.

10 (b) Bertè L. (con Pagani M.), Traslocando. È andata così, Rizzoli, 2015

Come per Agassi serve almeno un controcampo per poter leggere la tridimensionalità di un campione che ha coinciso con la sua immagine, così bisogna fare per Borg. E non ci può essere nessun controcampo migliore che la splendida biografia di Loredana Berté, prima fidanzata di Panatta poi moglie di Borg. La prima dark lady del tennis. Una che ha vissuto una vita che è concessa a pochi e che in Traslocando ce la racconta senza filtri. Evidentemente non è un libro sul tennis ma gli aneddoti su Borg sono drammaticamente favolosi ancorché siano il resoconto del fallimento di un sogno impossibile. Quello tra una donna che non ha mai perdonato al mondo le ferite che questo ha fatto a una bambina calabrese e un ragazzo semplice con un cognome troppo pesante da indossare, sprofondato lentamente nelle dipendenze, nella paranoia e nella noia di vivere. Insomma un libro anomalo e kamikaze che tennisticamente ci restituisce in maniera brutale la distanza siderale con i nostri giorni politicamente corretti.

“A New York avevo visto John McEnroe impazzire durante un concerto di Santana e salire sul palco all’improvviso per duettare con Carlos. A John del tennis fregava poco. Sicuramente meno di quanto amasse la musica. Si faceva le canne e animava l’eterogeneo gruppetto che si dava appuntamento nel locale che Jim Belushi aveva rilevato nei dintorni del porto. Era un anfratto di quarta categoria, con le mignotte come avvoltoi rapaci sulla porta, che Jim aveva comprato in una notte di follia e generoso sperpero. Camminavamo insieme e gli venne sete. Si fermò davanti alla porta e chiese semplicemente: «Qui si beve?» «Certo» «Quanto costa?». «Quanto costa cosa?» «Il locale. Da adesso è mio. Lo compro». E lo comprò davvero, riempiendolo dei suoi amici. C’era Woody Allen che non sapeva suonare la chitarra, ma attaccava il jack sulle casse e gli bastava per essere felice…

Di quegli anni incredibili e irripetibili Borg ne costituì la figura più emblematica. Fu il detonatore di un’intera epoca e il più vulnerabile, il meno attrezzato a viverla. Con quel fisico perfetto, con quel carisma misterioso, con quei silenzi iconici che invece di proteggere un animo solitario, curioso e spaurito scatenarono le lusinghe e la morbosità di una società che aveva trovato la gallina dalle uova d’oro. Loredana è stata tante cose. Tra queste, è stata bellissima ed è ancora la nostra piccola P.J. Harvey italiana, anzi calabrese.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco l’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

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Gianni Clerici, bacheca delle balette (2014)

1.Fisher M. J. (2009), Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi, tr. it Cognetti P. e Bonfanti F., 66th and 2nd, 2013

La Più Bella Partita di Sempre, dentro il libro più bello mai scritto intorno al tennis. Se credete che Federer vs Nadal abbiano rappresentato la vetta emotiva di questo sport, dopo questo libro guarderete il tennis da un’altra prospettiva. Verrete proiettati in un tempo che non c’è più e assisterete dal centrale di Wimbledon alla semifinale di coppa Davis tra Germania e Stati Uniti. Da una parte quello che sarà il primo uomo a completare il Grande Slam e dall’altra un aristocratico barone il cui aspetto e lignaggio rappresentava la sintesi perfetta della propaganda ariana. Da una parte Donald Budge, dall’altra il barone von Cramm. Un figlio della classe media cresciuto a jazz e campetti di periferia contro uno che andava a cavallo quando gli altri non sapevano ancora leggere o scrivere. Annus domini: 1937. Luogo: Centrale di Wimbledon. Posta in gioco: la libertà (quella vera).

Se da soli questi presupposti dovrebbero invogliare alla lettura, in realtà il libro è molto di più. Marshall Jon Fisher usa quella partita come il prisma della celebre copertina dei Pink Floyd. La Partita Più Bella di Sempre entra come un fascio luminoso e si riverbera in mille luci. Ogni luce una storia. Quella del Grande Bill Tilden da sola vale l’intero libro. È un libro dentro il libro. Seguire la sua vicenda è attraversare l’alba del tennis e farsi un giro su un palcoscenico di qualche teatro d’inizio secolo. C’è tutto. La sua infanzia, gli anni del suo dominio, la sua omosessualità, il suo crepuscolo, gli atteggiamenti da divo, l’ipocrisia di un secolo e la sua morte solitaria su di un letto con accanto quelle racchette che non abbandonò mai. Insomma “Terribile splendore” è una specie di capolavoro che tutti gli appassionati di tennis dovrebbero leggere per decreto legge.

2. Clerici G. QUALSIASI COSA ABBIA SCRITTO. Valgono anche i pezzi di cronaca[1], le cartoline agli amici o la lista per la spesa

Siccome però da qualche parte bisognerà pure iniziare, per non sbagliare direi 500 anni di Tennis, Divina, Gesti Bianchi e il Tennis nell’arte, un quadrilatero perfetto che mescola storia (del tennis), un grande inchino alla più grande tennista di sempre (Susanne Lenglen), letteratura a cinque stelle e arte. Con le dovute proporzioni Omero sta alla guerra di Troia come Clerici sta al tennis.

3. Wallace D. F. VALE QUELLO DETTO PER CLERICI

Siccome però Federer come esperienza religiosa l’ha letto anche mia nonna e Infinite Jest è sì un capolavoro, “il monolite nero della letteratura contemporanea” ma è (quasi) illeggibile, consiglierei Wallace D. F. (1999) L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza del genere umano, un saggio di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa perché lo ha scelto anche Andrea Petkovic, contenuto in Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, Minimum fax, Roma, 1999, trad. Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Marina Testa (1997).

Un Wallace a pieni giri davanti alla cosa che ama di più: il Tennis. Non saprei dirla meglio, quelle 50 pagine sono semplicemente inmigliorabili. Mandato a seguire da vicino la giovane promessa americana Michael Joyce attraverso il Vietnam delle qualificazioni degli Open Canadesi “che somigliano alle raffinate finali che si vedono in TV più o meno quanto un macello assomiglia a un pezzo di filetto presentato elegantemente in un ristorante”, il tennis viene fotografato ai raggi x, e ci è restituito dentro la miglior grana letteraria immaginabile. Descrizioni al fulmicotone diluite dentro un reportage quasi esistenzialista (ma allegro) che chiama in causa il concetto di “scelta” e quello di “libertà” più o meno all’interno della trappola dorata del successo e del tennis professionistico. Un esempio: “Michael Chang, 23 anni e n. 5 del mondo, sembra composto di due persone cucite insieme grossolanamente: un tronco normale appollaiato su delle enormi gambe muscolose e completamente prive di peli. Ha la testa a fungo, capelli neri come l’inchiostro e un’espressione di profonda e ostinata infelicità, la faccia più infelice che io abbia mai visto al di fuori di un corso post-laurea di scrittura creativa”.

 
David Foster Wallace

4. Drucker J. (2004), Jimmy Connors mi ha salvato la vita, tr. it Di Falco D., Effepi Libri, 2006

Se nella teoria evoluzionista di Darwin il grande problema è sempre stato trovare il famoso anello di congiunzione, nel tennis il problema non si pone. Il maschio alfa, che ha mandato in soffitta i gesti bianchi e ha catapultato il tennis nell’era contemporanea, ha un nome e un cognome preciso: Jimmy Connors. Se prima di lui il tennis era uno sport snob, elitario, da gentiluomini, in ultima analisi anglosassone, dopo di lui si è trasformato in uno sport di massa, competitivo, spettacolare e spietato. In due parole americano. Con Jimbo il tennis da hobby agonistico è diventato un misto ad alta tensione tra pugilato e rock and roll. Sport, più show. Business, più rissa da saloon. Lo stupendo libro di Drucker ci racconta questo enigma a stelle e strisce in maniera sorprendente. Non una biografia ma due. La storia di Connors viene intrecciata con quella dell’autore, consapevole di quanto la sua vita sarebbe stata diversa senza quella del campione americano, perché, se non lo sapevate, il tennis e la scrittura possono salvare la vita.

5. Picasso Petzschner

Non saprei come dirla meglio. Tolto il totem (Clerici) Picasso Petzschner è di gran lunga il miglior scrittore di tennis in Italia. Poco importa se lo conosciamo in quindici, se non ha mai pubblicato un libro e se non sappiamo nemmeno il suo vero nome. Dovete “accontentarvi” di andare sul suo blog dal titolo azzeccatissimo: Tennis e Psiche. Decine e decine di pagine sul tennis tra satira sociale, spleen esistenziale e pennellate d’autore. Avete presente Bukowski dopo una notte di whisky che va a scommettere sulle corse di cavalli? Dove gli altri vedono dollari e adrenalina lui vede una cruda radiografia della vita che cola bellezza andata a male da tutti i pori. Fatte le dovute proporzioni Picasso Petzschner, gioca la stessa partita. Sostituite il whisky con birra Peroni spuntata, Los Angeles con Tor Pignattara ma è sempre vita cruda quella che viene fuori dalla sua penna. Quasi che su quelle tele immaginarie, che ci ostiniamo a chiamare campi di tennis, si possano davvero divinare i destini e le miserie degli esseri umani.

Dimenticatevi la cronaca, i numeri, l’obiettività e il politicamente corretto. Nella poetica di Picasso la bellezza di un gesto, meglio ancora se perdente, è in grado di riscattare una vita anonima fatta di pomeriggi afosi trascorsi su divani comprati su Postal Market. Credo che se gli chiedessero chi è il più grande giocatore di tutti i tempi lui risponderebbe serissimo “McEnroe”. “E tra quelli in attività?” “McEnroe”, e non sarebbe una battuta.

[1] Clerici G. (2010), Gianni Clerici agli internazionali d’Italia, Mondadori e Clerici G. (2013), Wimbledon. Sessant’anni di storia dal più importante torneo del mondo, Mondadori

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