Ritratti: la sorpresa dell'ultimo arrivato

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Ritratti: la sorpresa dell’ultimo arrivato

1997-2018, da Guga Kuerten a Marco Cecchinato. Senza l’epilogo più bello, la storia dell’ultimo arrivato che quasi ci riesce come il brasiliano 21 anni prima

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L’ultimo arrivato. Quello inaspettato, quello fortunato. Quello non pronosticato, quello non quotato. Indesiderato, non preventivato. Quello che, solo dopo, verrà amato.

Dammi Tre Parole. Sole, cuore e amore. Dammi il tormentone, quello di una estate. Valeria Rossi. Valeria chi? Ma è nuova? Lo spagnolo sostituisce l’inglese come lingua dominante del pop e i chitarristi rock perdono la guerra del testosterone con i rapper latinos tutto passando attraverso uno smartphone. L’attore che recita se stesso rimedia premi per la miglior recitazione, il Nobel per la letteratura finisce ad un folk singer che è il primo a pensare si siano sbagliati al punto che devono quasi andarlo a prendere a casa per farglielo ritirare.

 

Qualcuno aspetta che una gara di cavalli la vinca un levriero. Un uomo di colore diventa Presidente degli Stati Uniti e l’Argentina dopo il suo calciatore ha un proprio papa e il Portogallo ancora no. La Grecia vince gli Europei di calcio ma con l’Europa il rapporto continua ad averlo conflittuale. Ulisse è solo il titolo di un programma televisivo. L’inaspettato è dietro l’angolo, ma se là non fosse diverrebbe scontato perdendone l’essenza.

Brasile. Terra di calciatori, spiagge. Ballerine impiumate su carri. Samba. Gente che se le suona danzando: Capoeira. Il mondo il Brasile vuol comprarlo così. Terra di cantanti tristi, di saudade, di piloti di F1 che non muoiono anche dopo morti. Splendide genie di pallavolisti, sport nazionale il calcio. Guga Kuerten nulla di tutto questo. Ragazzo del Sud, di Florianopolis, origine tedesche, riccioli biondi. Pelè è lontano, Baianos e Os Novos Caetanos anche. Guga gioca a tennis. Da l’impressione di poter giocare bene, ma non gli accade spesso. L’8 giugno 1997, Guga alza la coppa dei moschettieri. Inaspettato. Mai nemmeno preventivato. 

8 Jun 1997: Gustavo Kuerten of Brazil kisses the French Open Trophy after victory against Sergi Bruguera of Spain at Roland Garros Stadium in Paris, France. Mandatory Credit: Gary M Prior/Allsport

Una quindicina di giorni prima l’esordio al primo turno degli Open di Francia. Dosedel è asfaltato. I tornei prima di Parigi lo hanno visto giocar talmente male che ha deciso di tornarsene in Brasile a respirare un po’ di aria di casa su quell’isola dalle cento spiagge, con la speranza possa servire a qualcosa. Al secondo batte anche Bjorkman e a quel punto c’è il match proibitivo con Thomas Muster. Ma qualcosa per farsi ricordare comunque l’ha già fatta a cominciare da quel completo giallo/blu riconoscibile forse come solo quelli usati da Borg ed Agassi e come i pigiama estivi fatti indossare al Nadal di inizio carriera. Ma soprattutto quelle gran botte di rovescio sono ad imprimersi nella mente. Kuerten ha un rovescio ad una mano come di rado se ne sono e sarebbero visti. Vario, elegante, sempre incisivo, arma letale specie quello giocato in lungo linea. Oltre il rovescio, gran diritto, grandi gambe, gioco vario, spumeggiante, d’attacco. Guga diverte e si diverte. Tennis Samba imporrebbe dire il luogo comune.

Muster è un cagnaccio su terra, potente, agonisticamente solidissimo, palla pesante, mancino. Tra i i favoriti del torneo che ha vinto nel 1995, due anni prima. Kuerten sta incantando, ma si parla comunque del numero 66 che sfida uno dei giocatori più forti del circuito nonché specialista del rosso. Favorito Muster quindi, e infatti Guga vince in 5 set mostrando, corsa, testa e tanto tennis. E succede che il non pronosticato, l’ultimo arrivato è subito amato. Guga ispira simpatia e il suo dedicare ogni vittoria al fratellino con problemi di handicap rende tutti più buoni. Poi gioca anche un gran tennis che appassiona, emoziona.

Prossimo turno il russo Medvedev, altro giocatore che si esprime molto bene su terra. Altra battaglia in 5 set ed è ancora Guga che vince. Come tra i banchi di scuola il poema epico. Ai quarti di finale c’è Kafelnikov, vincitore dell’edizione precedente. Per quel che si è visto finora il tennis di Kuerten è bastante per fargli battere chiunque e non solo Kafelnikov, ma è sempre del numero 66 che si parla, quindi bisogna andarci piano. O Guga non va piano manco per niente e anche Kafelnikov è domato in 5 set. Quello oramai amato diventa idolatrato. Nasce la KuertenMania, di giallo-blu vestita e la ditta italiana che gli fa le maglie sentitamente ringrazia.

A quel punto tutti aspettano la finale, visto che in semi c’è l’altra sorpresa del torneo, il belga DeWulf. DeWulf non si azzarda nemmeno a mettersi di traverso e viene ‘matato’ in 4 set, che senza una mezz’ora di sonno da pigrizia brasiliana sarebbero stati rapidi 3. Resta la finale contro Sergi Bruguera, gia vincitore di due Parigi. Il favorito d’obbligo è Bruguera, ma in realtà non ci crede nessuno. Quello non quotato è divenuto quello da tutti aspettato. Guga per ringraziare della stima, dell’amore ricevuto si concede la sua migliore interpretazione proprio nella recita conclusiva. Vittoria in tre set e Bruguera trattato come uno dei ragazzini della leva, sommerso da colpi di cannone, spada, fioretto e spargimenti di petali.

Il biondo Guga Kuerten, detto O Guga, di giallo-blu vestito, scarpe blu, racchetta blu, vince Parigi e scrive una delle storie più belle sull’effetto sorpresa del tennis degli ultimi anni. Ne avrebbe vinti altri due di Parigi e forse altri ancora se un infortunio non avesse deciso di mettersi tra lui e i più grandi tennisti di ogni tempo, lasciandogli un ruolo tra quelli che stanno subito sotto ai primi. Guga oggi continua a farsi amare, curando progetti per bambini brasiliani e sostenendo il tennis in quel Paese, cosa per la quale ha rinunciato anche ad importanti partnership come coach di importanti giocatori.

Quello mai quotato, quello che per quote ha rischiato. In un campo secondario di un torneo Challenger in un circolo tra la collina e il mare, si sta allenando l’ultimo vincitore di Wimbledon Juniores. Il mondo del tennis italiano punta molto su di lui, che non fa nulla per non farlo notare in ogni suo gesto. Dall’altra parte della rete, per sparring, è stato scelto un ragazzo palermitano che di quella città ha la vivacità tutta nel braccio destro. Dalla sua racchetta gialla esce un tennis filante, vario, colpi tirati con estrema scioltezza. Il designato messia viene preso a pallate, non di rado scherzato, costretto, ingobbito, a sbuffare, remare, inseguire aggrappato a una presa bimane e a un tennis monocorde, gli estri dell’altro. Pur denotando un caratterino presuntuoso niente male, quello sparring con la racchetta gialla, mai avrebbe immaginato che sarebbe diventato un giorno, per tutti il Ceck.

Una carriera fatta di medi e bassi. L’idea di poter diventare un buon giocatore specie da rosso Marco Cecchinato l’ha sempre data, ma diverse vicende anche extra campo lo han portato un po’ a rallentarne la crescita. Tra Challenger buttati via, qualcuno vinto, ogni tanto Marco fa capolino tra i tornei di prima fascia, con risultati difficili da leggere nel tabellone del secondo turno.

A Budapest finisce per l’ennesima volta eliminato nelle qualificazioni. Viene ripescato come lucky loser. Approfitterà del dono della sorte vincendo il torneo. Budapest non è certo il Roland Garros, ma per chi prima di allora ha vinto solo pochi match nel circuito è Budapest e non Parigi. che val più di una Messa. Marco è in fiducia. A Roma batte Cuevas e perde di poco da Goffin. Con ottime sensazioni, si va a Parigi.

Primo turno: 10-8 al quinto a Copil, di tigna, corsa e diversi vincenti. Al secondo turno il ripescato argentino Trungelliti. Vittoria di carattere, di litigi e gran numero di vincenti. Sedicesmi contro Carreno Busta, seriale tennista boscaiolo spagnolo. Un tennista in fiducia e in buono stato fisico, tecnico e mentale quando non ha nulla da perdere può essere un cliente difficile. Cecchinato è tutto questo e si pensa possa farcela. Marco vince in 4 set, con Carreno Busta che guarda smarrito il suo angolo per chiedere come fare per arginare l’uragano siculo. Prossimo step Goffin, rivincita di Roma.

Intorno a Marco qualcuno inizia a vederci una luce giallo blu e Palermo ricorda sempre più per rumori una città del Sud del Brasile. Goffin infatti battuto e la storia continua. Ostacolo Djokovic, forse il Kafelnikov di quella storia già vista? Djokovic non è più il robot snodato recupera tutto dai nervi d’acciaio di qualche anno prima, ma sempre Djokovic è. Primo set dominato dal Ceck, secondo vinto di nervi. Terzo di riposo e si va al quarto che ha come epilogo il tie-break. Il tie-break ha la sceneggiatura di Stephen King e la regia di Hitchcock.

Uno scappa nel punteggio, l’altro lo raggiunge supera per finir superato. Si arriva alla inevitabile alternanza set poin/march point. Marco non sbaglia nulla, sembra uno che ha giocato mille battaglie simili. A questi livelli è solo la prima. Djoko i punti deve farseli lui che l’altro non ne sbaglia mezza. Ennesimo match point, serve Djoko sull’11-12. Serve e segue a rete, Marco risponde lungo linea di rovescio, non irresistibile, ma il serbo copre la rete come il portiere del Liverpool la porta nella finale di Champion e la vita di Marco Cecchinato diventa un’altra cosa. Primo italiano dopo Barazzutti a vedere le semi a Parigi e nuovo spot vivente del tennis italiano. Quello inaspettato, non pronosticato diventa il più ricercato, il più richiesto, il nuovo faro del tennis italiano.

Semifinale con Thiem. Gioco simile, più vario Cecchinato, più solido e potente l’austriaco con un servizio che può fare la differenza. L’inizio è italiano, ma Thiem non molla e vince 7-5 il primo. Il secondo set è un braccio di ferro. Il Ceck malgrado tre set pont, lo perde al tie-break che tanto amico gli era stato con Djoko. Il terzo è una formalità e Marco lo gioca rivivendo il suo torneo e pensando ai ringraziamenti da fare nelle interviste post-partita. Di interviste ne farà molte, perché Marco è il nuovo nome della lista degli ultimi arrivati. Quelli non quotati che trovi improvvisamente dove non ti aspetti.

L’inaspettato, la sorpresa sono utili, danno brio alla vita. Il certo annoia, l’estemporaneità no e su questa ci si può perdere del tempo. Altrimenti Dio non avrebbe creato i bookmakers.

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85 anni da Maestro: nessuno come Rino

Il 23 febbraio 1934 nasce a Verona uno dei più grandi giornalisti sportivi di sempre in Italia, indimenticabile voce e penna per tutti gli appassionati

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In occasione dell’ottantacinquesimo compleanno di Rino Tommasi riproponiamo l’articolo che ripercorre il meglio della sua immensa carriera

Il dottor Divago: fenomenologia televisiva della coppia Clerici-Tommasi

“I circoletti rossi” di Rino Tommasi. Clicca qui per scaricare il libro in PDF

 

DA LAS VEGAS A WIMBLEDON – Un maestro del giornalismo sportivo, Rino Tommasi, rappresenta una straordinaria testimonianza su oltre mezzo secolo di grande sport visto, e vissuto, con quella eccezionale passione in cui vita e lavoro coicidono tout court. Si può infatti, a ragione, sostenere che il suo rappresenti uno di quei felici e sempre più rari casi in cui lavoro, divertimento, competenze ed esperienze di vita perdono i loro tradizionali confini.

Innamorato dello sport in quanto tale – prima ancora che di boxe, o tennis, o calcio – lo ha praticato, lo ha promosso, lo ha raccontato, lo ha commentato, dedicandogli tempo, intelligenza, energie, studio, talento. Nato a Verona nel 1934, e laureato in Scienze Politiche con una tesi sull’organizzazione internazionale dello sport, è stato negli anni sessanta il più giovane organizzatore pugilistico nel mondo, il primo in Italia. Discreto tennista, è stato per quattro volte campione italiano universitario, partecipando a tre Universiadi e conquistando due medaglie di bronzo, una in singolare a San Sebastian nel 1955 ed una nel doppio misto nel 1957 a Parigi. Ha iniziato la carriera giornalistica a “Tuttosport”, quindi è stato inviato della “Gazzetta dello Sport”, oltre che per il “Gazzettino” di Venezia e Il “Tempo” di Roma.

Ho sempre pensato che lo sport insegna ad affrontare due situazioniimportanti e con le quali quasi tutti dobbiamo confrontarci, insegna a vincere e insegna a perdere, in altre parole insegna a vivere. E io sono contento della mia vita

(Rino Tommasi)

Nel 1981 è stato il primo direttore dei servizi sportivi dell’appena nata Canale 5 e nel 1991 il primo direttore dei servizi gionalistici di Telepiù. Da giornalista ha seguito 13 edizioni dei Giochi Olimpici, per la televisione ha commentato più di 400 incontri valevoli per un titolo mondiale di pugilato, 7 edizioni del Super Bowl e 140 tornei del Grande Slam di tennis. Ha pubblicato inoltre numerosi annuari su tennis e pugilato, tra cui “Storia del tennis‛ (Longanesi) e “La grande boxe” (Rizzoli), vincendo per due volte il Premio di letteratura sportiva del Coni.Nel 1982 e nel 1991 gli è stato assegnato, dall’ATP (Associazione Tennisti Professionisti), il Premio “Tennis Writer of the Year”, riconoscimento che ha sempre modestamente sminuito in quanto, a suo parere, era risultato vincitore solo perché ‚i numeri non hanno bisogno di traduzione‛. Di lui Gianni Brera ha scritto: “Stimo Rino Tommasi, uno dei più culti giornalisti sportivi in assoluto, un cervello essenzialmente matematico però capace di digressioni epico-fantastiche quali consente uno sport come il pugilato. Io lo chiamo Professore senza la minima ombra di esagerazione scherzosa“.

Nel 1981 è stato il primo direttore dei servizi sportivi dell’appena nata Canale 5 e nel 1991 il primo direttore dei servizi gionalistici di Telepiù. Da giornalista ha seguito 13 edizioni dei Giochi Olimpici, per la televisione ha commentato più di 400 incontri valevoli per un titolo mondiale di pugilato, 7 edizioni del Super Bowl e 140 tornei del Grande Slam di tennis. Ha pubblicato inoltre numerosi annuari su tennis e pugilato, tra cui “Storia del tennis‛ (Longanesi) e “La grande boxe” (Rizzoli), vincendo per due volte il Premio di letteratura sportiva del Coni.Nel 1982 e nel 1991 gli è stato assegnato, dall’ATP (Associazione Tennisti Professionisti), il Premio “Tennis Writer of the Year”, riconoscimento che ha sempre modestamente sminuito in quanto, a suo parere, era risultato vincitore solo perché ‚i numeri non hanno bisogno di traduzione‛. Di lui Gianni Brera ha scritto: “Stimo Rino Tommasi, uno dei più culti giornalisti sportivi in assoluto, un cervello essenzialmente matematico però capace di digressioni epico-fantastiche quali consente uno sport come il pugilato. Io lo chiamo Professore senza la minima ombra di esagerazione scherzosa“.

TENNIS E TV – La rivoluzione di Rino per il tennis in televisione avviene nel 1987: la TV italo-slovena Telecapodistria, fino a quel momento visibile solo in Slovenia e nel nord-est italiano, firma un accordo con il gruppo Fininvest per sdoppiare il segnale e creare una versione del canale italiano dedicato esclusivamente allo sport e ottenendo così il via libera alle sue trasmissioni in gran parte del territorio italiano.

Il canale diventa a tutti gli effetti la rete sportiva del gruppo Fininvest e proprio Rino Tommasi, Direttore dei servizi sportivi di Canale 5, porta sulla rete una copertura di eventi mai vista prima, che aveva nel tennis il suo maggior punto di forza. I tornei del Grande Slam, abbandonati dalla Rai e cioè Wimbledon, US Open e Australian Open, tornano di prepotenza sui teleschermi con al commento le due voci più autorevoli e amate del tennis italiano: quelle di Tommasi e del suo grande amico Gianni Clerici.

Fu proprio Tommasi in questo periodo a portare su Capodistria prima, e sui canali Fininvest poi, i primi programmi di approfondimento sul tennis come la fortunata rubrica “Il Grande Tennis”, dove lo stesso Tommasi invitava anche grandi protagonisti del mondo del tennis.

La situazione mutò però rapidamente perché, come detto in precedenza, nel 1991 le frequenze di Telecapodistria furono utilizzate dal Gruppo Fininvest per far nascere la prima vera TV a pagamento in Italia, fondandoil gruppo Telepiù. Pagando circa 30 mila lire al mese, gli abbonati poterono continuare a guardare una TV interamente dedita allo sport, che coprì al meglio il tennis, non solo con i quattro Slam, ma anche con diversi tornei di altissimo livello, arrivando fino al Masters di fine anno.

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Focus

Bencic e Hsieh, due furie a Dubai contro le top 10

Al Premier 5 degli Emirati Arabi la svizzera e la taiwanese raggiungono le semifinali, eliminando Halep e Pliskova. Affronteranno rispettivamente la “padrona di casa” Svitolina e Kvitova

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Non lo chiamerei un ritorno, non sono mai andata via, semplicemente giocavo male”. È una battuta ma è anche una risposta molto lucida quella di Belinda Bencic nel microfono marcato WTA, subito dopo la grande vittoria in rimonta contro Simona Halep. Il 4-6 6-4 6-2 finale che proietta la svizzera alle semifinali del Dubai Duty Free Tennis Championships è inaspettata e, anche per questo, per lei ancor più bello.

Bencic è partita con il break in tutti e tre i set: è servito, ma non è bastato a evitarle una battaglia da fondo campo lunga più di due ore. Giocando profondo al limite della riga, e accelerando sia col dritto che col rovescio, ha provato a sopraffare Halep con la potenza; la romena ha combattuto, mostrando dei picchi di rendimento che anche un po’ casualmente le hanno consentito di aggiudicarsi il parziale d’apertura e di tenere vivo anche il terzo fino alla fine, provando a rientrare nell’ultimo game, senza però riuscire a manifestare il suo miglior tennis con costanza sufficiente. Neppure il fisico è sembrato assistere Halep come si deve: fin dall’inizio è apparsa infastidita dalla scarsa reattività della sua gamba destra, forse rigida per la stanchezza accumulata. Pur giocando anche lei a strappi, Bencic alla fine ha avuto la dose di continuità necessaria a portare a casa l’incontro.

 

Per Bencic si tratta del secondo upset consecutivo dopo quello contro Aryna Sabalenka, alla quale ha annullato due match point negli ottavi di finale. (Ora la striscia di vittorie sale a sei, includendo anche quelle – per noi dolorose – contro la formazione italiana di Fed Cup.) È appena la seconda volta in carriera che raggiunge una semifinale ad alto livello. Per una ragazza nata nel 1997 è comunque di per sé un risultato positivo: la enorme differenza con quell’agosto a Toronto nel 2015 è però che oggi Belinda non è più la bambina prodigio, arrivata sotto i riflettori con quasi mezzo decennio di anticipo sulle coetanee, bensì una tennista come tutte le altre, che deve sudarsi i propri alti e rimediare ai propri bassi. Il suo punto di forza è che sembra finalmente averlo chiaro. Intanto salirà di almeno una dozzina di posizioni in classifica, dalla 45 alla 33, e potrebbe guadagnarne altre dieci in caso di titolo.

In semifinale Bencic affronterà Elina Svitolina, vincitrice su Carla Suarez Navarro. L’ucraina sembra avere un feeling particolare con gli Emirati, dato che è campionessa in carica a Dubai ormai da due anni, sebbene a difendere i punti del titolo questa settimana sia in realtà Petra Kvitova, a causa dell’alternanza annuale tra il torneo di Dubai e quello di Doha nella categoria WTA Premier 5.

Kvitova ha superato agevolmente Viktoria Kuzmova in due set, con un filotto di otto game vinti dal 4-4 nel primo, mentre è stato disastro per l’altra ceca, Karolina Pliskova, sconfitta clamorosamente dal “diavolo” taiwanese Su-Wei Hsieh. Il lato clamoroso non sta tanto nel risultato, dato che mercoledì Hsieh era riuscita a mandare in confusione col suo tennis eterodosso già un’altra avversaria quotata come Angelique Kerber nel turno precedente, quanto per come è maturato punto dopo punto…

Dopo un primo set ottimo, specialmente nella scelta dei colpi, Hsieh non era più riuscita a spostare la palla e aveva iniziato a subire il gioco più potente di Pliskova, regredendo nel proprio e iniziando a commettere molti più errori. Dopo aver stravinto il secondo parziale, la ex numero uno si è portata prima sul 5-1 in quello decisivo prima di perdersi di colpo. Si è bloccata coi piedi e con la testa, rendendo evidente, pur nel suo consueto atteggiamento freddo, lo scoramento per un gioco improvvisamente svanito dalla sua racchetta, fino all’ultimo dritto fuori misura. “Lei tira un ace quasi ogni game, non è facile rimontarla” ha commentato Hsieh nel dopo gara. “Mi sono detta: ok, se non tira un ace colpisco la palla così forte che non potrà tirare neppure un vincente”. Quasi infantile, ma ha funzionato alla perfezione. E ora a una tra lei e Bencic riuscirà il terzo colpaccio consecutivo?

Risultati:

S. Hsieh b. [4] Ka. Pliskova 6-4 1-6 7-5
[2] P. Kvitova b. V. Kuzmova 6-4 6-0
B. Bencic b. [3] S. Halep 4-6 6-4 6-2
[6] E. Svitolina b. C. Suarez Navarro 6-2 6-3

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ATP

Berrettini si arrende a Rublev a Marsiglia, Coric fuori subito contro Humbert

Il russo vince in due set sul nostro miglior giovane. Grande prova del francese contro il croato

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Matteo Berrettini - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

È la rivincita della sfida di Gstaad della scorsa estate, quando Matteo Berrettini si liberò in un’ora di Andrey Rublev sulla strada del suo primo titolo ATP, e il russo non fallisce l’occasione di pareggiare il conto. Dopo l’ottima prova contro Chardy nonostante l’influenza dei giorni precedenti, Matteo cede subito il turno di servizio che decide il primo set. Con una percentuale di trasformazione della prima inferiore al solito e in svantaggio anche nel secondo parziale, rientra in extremis, ma Rublev si impone nettamente al tie-break.

Precipitato fuori dai primi 100 dopo un brutto 2018 condizionato dai problemi alla schiena, il ventunenne moscovita aveva già dato buoni segnali contro Tsonga e ora troverà ai quarti Mikhail Kukushkin, mentre Berrettini è atteso a Dubai. Interessante la scelta degli organizzatori di programmare l’incontro a mezzogiorno, senza copertura televisiva (di cui godeva invece il doppio con il fratellino di Su-wei Hsieh sul campo 1), mentre hanno riservato i riflettori della serata a Sergiy Stakhovsky e Gregoire Barrere, il derby dei lucky loser.

 

È una giornataccia per Fernando Verdasco e ne approfitta volentieri il qualificato tedesco Matthias Bachinger, che si distingue – per così dire – grazie al dritto identico a quello del concittadino Peter Gojowczyk. È però con il rovescio colpito in anticipo che oggi fa male a Nando, per quanto lo spagnolo ci metta del suo sbagliando tantissimo; le gambe sono scariche e l’impressione è che proprio non senta la palla, mentre si sentono bene le sue imprecazioni rivolte verso il soffitto o il suo angolo. Matthias fa tutto bene e si merita il confronto di venerdì con Ugo Humbert, il mancino francese in rapida crescita che sta sfruttando al meglio la wild card ricevuta.

Sceso in campo dopo Bachinger, ha regolato con un inequivocabile doppio 6-3 il secondo favorito del seeding Borna Coric, che perde così all’esordio in quello che è il suo secondo torneo della stagione. Un Coric sicuramente non ai massimi livelli e che si è preso qualche fischio per il lancio della racchetta in preda alla frustrazione, ma va sottolineata l’ottima prestazione di Humbert, quasi inavvicinabile al servizio (due palle break concesse e annullate) e molto solido ed efficace negli scambi; con questo risultato, migliora ulteriormente il best ranking (virtualmente è ora al n. 66).

GOFFIN STENDE PAIREContro il n. 59 ATP Benoit Paire, David Goffin ottiene la sua miglior vittoria di questo inizio di stagione nel quale ha già mostrato sprazzi dei suoi livelli migliori salvo poi perdere comunque, come gli è accaduto la settimana scorsa a Rotterdam contro uno scatenato Gael Monfils. Si stanno accumulando i diversi match di cui il belga ha come sempre bisogno per ritrovare le giuste sensazioni dopo una pausa per infortunio (in questo caso, l’edema osseo al gomito che lo ha fermato a fine 2018) e i risultati non possono non arrivare.

L’incontro di cartello del giovedì di Marsiglia parte bene per entrambi i contendenti e, di conseguenza, per il pubblico. Al quinto gioco, l’arbitro Moscarella annuncia che Paire non ha più challenge, ma pochi secondi dopo gli viene in aiuto con un overrule sulla prima di servizio di Goffin nel silenzio della giudice di linea. Nulla può però salvare il francese che, sul 40-0 nel game successivo, si distrae e in attimo Goffin incamera un inaspettato quanto incoraggiante 6-2. Il lato destro del barbuto è dove gli avversari si rifugiano nei momenti in cui la palla scotta; il problema è quando, invece dell’errore, il dritto gli procura il vincente, soprattutto se lo porta a giocarsi la prima palla break del match. David lo sfida a riprovarci seguendo a rete il servizio e si ritrova la risposta di dritto ingestibile in mezzo alle scarpe. 

Le trovate estemporanee e qualche bello scambio disegnato con il rovescio, peraltro troppo falloso, finiscono tuttavia con il soccombere di fronte alla continuità del belga che riagguanta subito l’avversario. Se, poi, David lo supera anche nei “numeri” come accade nel fantastico ottavo gioco, Benoit non può che reagire in modo da prendersi un warning (calci allo scatolone pubblicitario nei pressi della rete) e un penalty point (racchetta sfasciata). Goffin si ritrova così anche un 15 di vantaggio andando a servire per chiudere contro un avversario che è già sotto la doccia. Venerdì, il quinto confronto con Gilles Simon dirimerà l’equilibrio far i due.

Risultati:

A. Rublev b. M. Berrettini 6-3 7-6(2)
[Q] M. Bachinger b. [5] F. Verdasco 6-4 6-3
[WC] U. Humbert b. [2] B. Coric 6-3 6-3
[3] D. Goffin b. B. Paire 6-2 6-3
[LL] S. Stakhovsky b. [LL] G. Barrere 6-3 6-4

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