Anderson re dell'oltranza a Wimbledon: batte Isner in una semi storica

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Anderson re dell’oltranza a Wimbledon: batte Isner in una semi storica

LONDRA – Il sudafricano vince 26-24 al quinto la semifinale più lunga della storia di Wimbledon. Anderson (seconda finale Slam) contenderà il titolo a Djokovic o Nadal, che cominceranno direttamente sotto il tetto

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[8] K. Anderson b. [9] J. Isner 7-6(6) 6-7(5) 6-7(9) 6-4 26-24 (da Londra, il nostro inviato)

 

Dopo 6 ore e 36 minuti di gioco sul centrale di Wimbledon, al termine della seconda partita più lunga della storia dei Championships, il campo ha decretato il primo finalista dell’edizione 2018. Si tratta di Kevin Anderson, che come contro Federer trascina la partita a oltranza e vince un quinto set incredibile, bissando la vittoria ottenuta nei quarti di finale. Il sudafricano disputerà la seconda finale in uno Slam, la prima qui ai Championships, e da lunedì sarà almeno n.5 del mondo. Isner deve incassare una cocente delusione e può recriminare per qualche scelta tattica avventata, ma alla fine è stato il primo a cedere fisicamente. Per conoscere il nome dell’avversario di Anderson si dovrà attendere ancora: Nadal e Djokovic stanno per scendere in campo sul Centre Court direttamente sotto il tetto, con la concreta possibilità di non riuscire a concludere l’incontro oggi.

KEVIN NON SBAGLIA – Fin dall’inizio, è chiaro chi dei due sia più contratto. Kevin saltella cercando di sciogliere i muscoli tra un servizio e l’altro, fa il pugnetto e grida sul 15 pari del primo game; sono tutti espedienti per scaricare la tensione. Dall’altra parte John pare tranquillissimo, e questa differente attitudine produce i suoi frutti già nel terzo game, di ben 22 punti, in cui Anderson affronta e salva tre palle break non consecutive. In realtà le occasioni vengono fallite da Isner, che sulla prima e sulla seconda sbaglia due dritti non impossibili, sulla terza gli esce una volée. Ogni volta che si parte a scambiare l’impressione è quella di un margine significativo in favore dello statunitense, che come sempre al servizio è ingiocabile. Passato lo spavento, Kevin sembra entrare in ritmo a sua volta: ovviamente alla battuta piovono ace e vincenti anche per lui, è definitivamente iniziato il bombardamento da parte di entrambi. Sul 5-4 per Anderson, una seconda di Isner viene registrata a 202 kmh, ma poco dopo, un doppio fallo di John, che cerca ancora l’ace, gli costa il set-point contro (è l’ottava palla break che Isner concede in tutto il torneo): annullato con la seconda palla sparata a 208 kmh, roba da matti.

Pare proprio che John abbia deciso che non vuole che sia possibile rispondergli, piuttosto sbaglia lui. Non scende sotto i 194-195 kmh mai, nemmeno con le seconde. Si arriva così allo scontato tie-break, tanto scontato che i bookmaker oggi non ne quotavano la probabilità. Strepitoso sventaglio di dritto dal centro di Isner, ed è minibreak per lui nel quarto punto, ma Kevin si riscatta subito dopo con un gran passante in cross, siamo 4-4. Stanno giocando molto bene ora, apprezzabile un bel tocco a rete del sudafricano. 6-5 Isner, set point, bene Kevin in attacco, 7-6 Anderson, set point numero due, e dopo uno scambio di legnate da fondo, va in rete il dritto di John, e il primo set va in archivio, 7-6. Bravo Kevin, che dopo le incertezze iniziali ha elevato nettamente le percentuali e il livello in generale. 21 vincenti e soli 3 errori per lui (23 e 13 Isner), la differenza principale è nel numero dei gratuiti, 10 di meno. C’è voluta un’ora e tre minuti per il solo primo set, se la partita dovesse prolungarsi, potrebbe essere un problema per Nadal e Djokovic.

ZAMPATA FINALE DI JOHN – Un collega in tribuna stampa ci fa simpaticamente notare (si chiacchiera, tra un ace e l’altro, considerato quanto scarno è il gioco) che dal punto di vista dell’abbigliamento, questa semifinale è un derby tra marchi italiani: Lotto per Anderson contro Fila per Isner. Sarebbe stato meglio avere un connazionale con la racchetta, in campo, ma ci accontentiamo. Lo statunitense si fa sistemare una delle fascette protettive che ha sulle dita al cambio campo, e poi si ricomincia con il tiro al piattello. In questa fase, basta che una risposta vada in campo, e già partono gli “ooh” del pubblico. Non accade letteralmente nulla fino al 4-4, quando Kevin azzecca, tipo portiere su un rigore, una risposta incisiva di rovescio e si conquista palla break (seconda del match per lui, nona affrontata nell’intero torneo da Isner), ma John non gli dà scampo con la discesa a rete. Per quel poco di scambi che capita di vedere, Anderson ora è più solido ed equilibrato, Isner soffre dal lato del rovescio, ma tira molto più forte di dritto. Alla fine, siamo lì, in risposta pare un po’ meglio il sudafricano, ma certo non basta a brekkare. Inevitabilmente, eccoci al secondo tie-break. Due grandissime risposte consecutive di Isner, prima di dritto e poi di rovescio nel secondo e terzo punto, e ci sono subito 2 mini-break per lui. Data la situazione, bastano e avanzano, anche se Kevin ne recupera uno con un bel rovescio lungolinea: il 18esimo ace (16 per Kevin) poco dopo consegna il secondo set a John, sono passate 2 ore. Nessun break, 2 palle break Anderson, 3 Isner, 42 a 38 i vincenti per lo statunitense, il dato interessante sono gli appena 4 errori gratuiti di Kevin (20 per John), non sbaglia praticamente mai.

John Isner – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

BREAK E CONTRO-BREAK, UN AVVENIMENTO – Inizia il terzo set, si svuota la tribuna stampa, abbastanza comprensibile in effetti. Sul campo, continuano felicemente a impallinarsi a vicenda, fino al 4-3 per Anderson: qui un paio dritti sbagliati da Isner gli costano il 15-40, e due palle break consecutive. Sulla prima bella risposta di Kevin e arriva il primo break: la striscia di game di servizio consecutivi tenuti da John si ferma a 113 (record precedente qui, Sampras con 118, tra il terzo turno del 2000 e il secondo del 2001). Ma soprattutto, Anderson va a servire per il set sul 5-3. Incredibilmente, però, tocca a lui offrire subito palla del contro-break tirando lungo un colpo facile, e Isner con un bell’attacco di dritto e successiva volée recupera lo svantaggio. Che roba, dopo 31 turni di battuta quasi senza pericoli per chi serviva, uno scossone assolutamente inaspettato. Intorno a noi, giornalisti e spettatori si guardano perplessi, con l’espressione da “vabbè, ma allora ditelo!“. Inevitabile come le tasse, 10 minuti dopo arriva il tie-break.

Primo punto, steccata di dritto per Kevin, e mini-break concesso, ma nel terzo punto, gran risposta di dritto del sudafricano a rimettere a posto le cose. Un ottimo passante lungolinea di rovescio manda avanti Anderson 4-3 e servizio, immediata replica col dritto di Isner, 4-4. Strepitosa demi-volée di John, e poi altrettanto bella stop volley bassa, per andare 6-5, set-point. Lo annulla Kevin con la prima palla centrale, ma poi subisce la risposta d’incontro, e Isner va a servire sul 7-6. Qui, due gran passanti di Anderson, che con due punti in risposta annulla il set-point avversario e se ne conquista un secondo, incredibile. Ancora più incredibile il doppio fallo con cui lo spreca, che tie-break, siamo 8-8. Bel dritto Kevin, 9-8, terzo set-point, cancellato dalla bastonata esterna a 220 kmh abbondanti di John, 9-9. Si cambia campo, altra botta in mezzo ed è 10-9, terzo set-point per John che risponde profondo, trova l’errore di dritto di Anderson ma, cosa più importante, trova l’11-9 e il vantaggio di due set a uno. Sono passate 3 ore e 10 minuti, e siamo ancora ben lontani dalla conclusione.

REAZIONE ANDERSON – Dopo la pausa che si prendono entrambi, per ricaricare i fucili immagino, riprende il tiro al piattello. Nel quinto game, di colpo è ancora patatrac: forse distratto da un giusto “time violation“, Isner sul 40-40 subisce un bel passante e sulla palla break un’altrettanto buona risposta, cedendo il servizio. Ma esattamente come nel terzo parziale, si riscatta immediatamente, prendendosi il contro-break con un gran lungolinea di rovescio. La partita non vuole saperne di aprirsi, siamo 3-3. Sul 4-4, ancora un paio di incertezze in avanzamento di Isner gli costano ancora palla break, che Anderson trasforma passando benissimo con il rovescio diagonale, andando così a servire per il set sul 5-4. Kevin è attento, mette bene la prima palla, e sale 40-0, tre set point consecutivi. John è bravo ad annullarglieli tutti, complice anche una brutta steccata dell’avversario, ma alla fine la bastonata centrale di Anderson, alla quarta opportunità, manda il match al quinto set. Non so cosa stiano facendo in questo momento Nadal e Djokovic, ma di sicuro non sono contenti. Siamo a 3 ore e 41 di partita, certamente non bella o varia, ma molto emozionante in diversi momenti.

Kevin Anderson – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

LOTTA PUNTO A PUNTO – Adesso i due sembrano un po’ stanchi, e ovviamente meno reattivi in risposta, nessuno spiraglio per i ribattitori, si procede game dopo game con gli scambi ridotti al lumicino. Il rischio della maratona ora è concreto. Sul 5-5, nessuno è ancora arrivato a 30 sul servizio avversario, a meno di un deciso calo di uno dei due non si vede come uscirne. Ora sono 40 ace per Isner, 29 per Anderson, che non sarebbero nemmeno un’enormità, ma le pallate vincenti in battuta non si contano. Nel dodicesimo game, John azzecca una bella botta di dritto, va 15-30 sul servizio di Kevin, ma non oltre, 6-6. Con questa, contando le otto del match con Federer, sono 10 le volte che Anderson serve per salvare la partita con successo. Granitico a dire poco, solo complimenti per lui. Dall’altra parte, Isner continua a sua volta a martellare senza pause, ma viene ancora raggiunto, 7-7. Sullo 0-30, John tira su una volée di dritto difficilissima, ma poco dopo viene inchiodato dalla risposta di Anderson: prima palla break del set, è come un match-point, ma è bravissimo lo statunitense a mettere l’ace centrale. Due botte dopo, siamo 8-7 per lui, la patata bollente passa a Kevin. Che impassibile come una sfinge, tiene a zero, salvando la partita alla battuta per la dodicesima volta in questo torneo.

Bene ancora John, 9-8, poi un paio di begli scambi lo portano al 40-40, a due punti dalla vittoria. Ma ci vuole altro per il glaciale Anderson di questi Championships, che spara due servizi vincenti e pareggia 9-9. Sbaglia Isner da fondo, va 0-30, ed è lui stavolta a salvarsi con bravura a rete, per poi salire 10-9. Non fa una piega Kevin, e si prende il 10-10, due prestazioni di tale qualità mentale consecutive per il sudafricano, prima con Federer, ora con Isner, sono incredibili, da standing ovation davvero. Ancora 0-30 John nel ventunesimo game, e arriva il 30-40, secondo break-point per Anderson nel parziale. Attacca con coraggio Isner, stecca il rovescio Kevin, parità, poi gran servizio, bella rincorsa e passante, 11-10 per John. Adesso il centrale trattiene il respiro a ogni punto, atmosfera magnifica, scoccano in questo istante le 5 ore di gioco. L’incredibile Anderson pareggia 11-11, ha perso 8 punti al servizio in tutto in questo set (15 Isner), è una roccia. Lo è anche John, che sale 12-11, per Kevin non ci sono più aggettivi, ecco il 12-12. Avanti 13-12 Isner, ormai il gioco è letteralmente servizio e basta, se va dentro, ok, se arriva la risposta, pazienza, non ci si impegna più di tanto a rincorrere la pallina. 13 -13, siamo a 17 servizi tenuti per rimanere nel match (9 oggi) di Anderson, poi 14-13 per John. 14-14, poi 15-14 Isner, poi 15 -15, siamo contabili ormai in tribuna.

A OLTRANZA, FORSE TROPPO – 5 ore e mezza, il problema (e la critica al long-set), è che o Nadal e Djokovic si ammazzano per cinque-sei ore di fila anche loro, cosa impossibile perchè oltre le 23 qui non si può giocare, o il torneo di chiunque vinca questa semi è finito. L’US Open ha introdotto il tiebreak al quinto set nel 1970, ben 48 anni fa (Il primo match chiuso al tiebreak del quinto fu vinto dall’australiano Ruffels sul francese Rouyer). Van bene le tradizioni, ma quando è troppo è troppo. Nel frattempo, 16-15 Isner, ammirevoli i ragazzi in campo, Kevin tiene a zero, 16-16, bene per l’ennesima volta John, 17-16, poi 17-17. Ufficialmente, ora è la seconda partita più lunga della storia di Wimbledon, superata Querrey-Cilic di 5 ore e 31 minuti nel 2012. John stecca un dritto e va sotto 15-30, ne sbaglia largo un’altro ed è 15-40, terza e quarta palla break da affrontare per lui: soluzione, due ace di fila, roba da non credere (ed è record di ace a Wimbledon, siamo a 214, battuto Ivanisevic con i 212 del 2001).

Per la prima volta, l’atteggiamento di Kevin sembra un minimo demoralizzato, mentre va a cambiare campo sotto 18-17, e si può ben capirlo, le occasioni in questo infinito set le ha avute tutte lui. Ma è sovrumano nella concentrazione Anderson, tiene a zero, 18-18, ormai danno tutto concentrati al massimo in battuta, arriviamo al 20-19 Isner, poi al 20-20. Ovviamente, e non a caso anche quella volta c’era proprio lo statunitense di mezzo, diversi record risalenti al suo 70-68 al quinto qui nel 2010, campo 18, contro Nicolas Mahut, sono e rimarranno intoccabili, ma questa partita sta consolidando il secondo posto assoluto in parecchie statistiche. Sul 21-21, altro momento di pericolo per Isner, che recupera da 0-30, adesso la gente grida a ogni singola palla, comunque finisca il punto. Sempre in bilico lo statunitense, sul 22-22 di nuovo indietro 0-30, ma con grande personalità si salva ancora, 23-22.

Difficile dire, che dei due sia da ammirare di più, ai punti si farebbe preferire Anderson, ma anche John sta facendo una prestazione da rimanere a bocca aperta. 23-23, arriva l’ennesimo 0-30, quasi un’abitudine ormai per Isner, che come fosse nulla tira tre pallate e sale a 24. Sorride ai giocatori l’arbitro Marija Cicak, che non si è mossa dal seggiolone ormai da 6 ore e mezza abbondanti. Sul 24 pari, strepitoso Anderson: prima gran volée, e nel punto successivo, si rialza da terra dopo un ruzzolone, rimette in campo un dritto con la sinistra, e alla fine vince il punto. Viene ricompensato dallo 0-40, tre palle break consecutive: la seconda è quella buona (era la sesta avuta in questo set), viene giù lo stadio, Kevin va al servizio per chiudere in vantaggio 25-24. Sinceramente, lo meriterebbe. Non ha mai tremato in questo infinito set decisivo, non trema ora. Sale 40-15, e chiude al primo match point: chiude con 118 vincenti e appena 24 errori, un incredibile saldo di +94. Ovazione assordante del Centre Court, abbraccio e complimenti a Isner.

La speranza è che dopo due maratone terribili consecutive (6 ore e 36 oggi, 4 ore e 14 con Federer), sia capace di recuperare, e offrirci una partita contro chi vincerà tra Nadal e Djokovic. Difficile pensarlo, ma ormai con questo Kevin Anderson, alla seconda finale Slam, è inutile fare pronostici, possiamo solo applaudirlo, così come se lo merita Isner.
Non so cosa dire adesso, è stato durissimo giocare in queste condizioni, era giusto pareggiare, ma qualcuno doveva vincere, John è una persona eccezionale. Scusate se non sembro troppo felice, è che sono frastornato. Abbiamo giocato molto insieme e contro fin da junior con lui, incredibile finire a fare questa partita. Quando ho giocato con la sinistra? Beh, in quei momenti faresti qualsiasi cosa. Ma con mio padre a volte, da piccolo, mi allenavo con la sinistra, pazzesco che mi sia servito adesso. Come potrò recuperare per domenica? Non lo so, io penso che anche queste situazioni dovrebbero essere un segnale per mettere il tie-break in tutti i set degli Slam, non so davvero come potrà reagire il mio corpo, ma ci proverò“.

Kevin ha perfettamente ragione“, fa eco lo sconfitto John. “Non so come potrà recuperare le forze per domenica, è stato troppe ore in campo. Io mi sento malissimo, avrò bisogno di giorni per riprendermi. Chiunque vinca tra Nadal e Djokovic avrà un grosso vantaggio in finale“.

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Djokovic rinasce a Wimbledon

LONDRA – Anderson acciaccato battuto in tre set (ha avuto cinque set point nel terzo). Quarto trionfo a Londra, tredicesimo Slam in carriera. Tornerà numero 10 ATP

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[12] N. Djokovic b. [8] K. Anderson 6-2 6-2 7-6(3) (da Londra, il nostro inviato)

 

Quarto titolo ai Championships, tredicesimo Slam, ritorno in top 10 (proprio alla decima posizione), altro che “non so se giocherò la stagione su erba“, come disse dopo essere stato sconfitto da Marco Cecchinato ai quarti del Roland Garros. Il gran torneo di Novak Djokovic, con il capolavoro del successo in cinque set su Rafa Nadal nella semifinale divisa in due parti, gli ha consegnato, come regalo e premio, una finale che è stata una passerella per due set, e una lotta solo nel terzo. Il povero Kevin Anderson, alla seconda sconfitta nell’atto conclusivo di un Major dopo lo US Open 2017 (perse da Nadal), non è riuscito a muoversi al 100% in campo, come ampiamente prevedibile dopo le tremende maratone (4 ore e un quarto contro Federer, 6 ore e mezza contro Isner) che ha eroicamente vinto per conquistarsi questa partita.

SPIETATO NOLE – Fin dall’inizio, e qualche maligno in tribuna stampa dice fin dal palleggio di riscaldamento, si vede chiaramente che Anderson è menomato nei movimenti, in particolare pare avere difficoltà ad affondare con efficacia gli appoggi. Voci dal clan sudafricano, ufficiose, sostenevano che il problema maggiore fossero vesciche sotto i piedi, oltre agli ovvi indolenzimenti muscolari assortiti. Sia come sia, il primo set scappa rapidamente in favore di Djokovic, che brekka al primo e al quinto game, per poi chiudere 6-2. A parte qualche sprazzo come alcuni servizi vincenti, e un paio di buone accelerazioni da fondo qua e là, Kevin non sembra davvero in grado di difendere le sue possibilità. Anderson si fa massaggiare il braccio al cambio campo, ma in effetti è l’unica cosa che gli viaggia fluida.

È stata dura recuperare dopo le semifinali, venerdì non ho praticamente dormito, sabato è andata meglio, ma alla fine la partita non è stata condizionata da questo, quanto dal fatto che non sono riuscito a giocare il mio miglior tennis“, si schermisce con grande signorilità Kevin. “Ero nervoso all’inizio, dopo mi sono sentito molto meglio“.

Giustamente, Nole non si fa intenerire, palleggia solido senza esagerare, si concentra a mettere in campo più risposte possibili, e questo gli è più che sufficiente. Il pubblico mormora, e cerca di incoraggiare Anderson con autentiche ovazioni ogni qualvolta Kevin piazza un vincente, ma non c’è nulla da fare. Frastornato, il sudafricano commette anche diversi doppi falli, oltre a fallire accelerazioni di dritto che di solito non sbaglia mai. Due break subiti anche nel secondo parziale per lui, e solo un sussulto, con palla per recuperarne uno, sul 2-5 con Nole al servizio per il secondo set: Anderson è sotto il proverbiale treno, 6-2 6-2 Djokovic. Era la prima palla break mai ottenuta da Kevin in una finale Slam, non ne aveva avute nè contro Nadal a New York, nè ovviamente contro il serbo finora. Non è passata nemmeno un’ora e un quarto, sto immaginando il disappunto dei tanti che, mesi e mesi fa, hanno pagato anche migliaia di sterline per un posto sul Centre Court oggi.

CONCLUSIONE TESA – Il match prosegue, e colpo dopo colpo è sempre evidente la difficoltà di Anderson ad affondare gli appoggi. Può essere che in effetti il problema di vesciche sia davvero quello che lo limita maggiormente. Il suo orgoglio nel rifiutarsi di mollare, facendo il pugnetto a ogni punto conquistato, è assolutamente ammirevole. Gli applausi quando sale 4-3 nel terzo set, tenendo il quarto servizio, sono assordanti, quando Hawk-Eye dà torto a Djokovic poco dopo su un dritto di Kevin ancora di più, e quando arriva addirittura la seconda palla break per Anderson nel match si rischia la standing ovation. La cosa, chiaramente, non infastidisce minimamente Nole, che piazza due servizi vincenti, va 4-4, ed esulta pure lui, quasi contento di aver avuto finalmente una scusa per farlo. Forse in questa fase finale del set Djokovic potrebbe stare accusando un minimo di emozione, vedendo il traguardo tanto vicino, due doppi falli commessi nel decimo game ne sono un sintomo. E rischiano di costargli cari, perché regalano un set-point a Kevin, annullato con un bello scambio in pressione, con tanto di riga esterna presa. Ne arriva incredibilmente un terzo, di doppio errore, il sole che ora punta dritto negli occhi del serbo sicuramente è una concausa, ricordiamo che gioca con le lenti a contatto. Nole annulla senza problemi anche questo secondo set-point, e pareggia 5-5, sinceramente queste sue difficoltà sono giunte inaspettate, anche perchè se le è procurate da solo.

Mi sentivo benissimo i primi due set, poi lui è salito tanto nel terzo, è stato il giocatore migliore in quella fase, ma io ho creduto in me stessospiega Novak alla ESPN subito dopo il match. “Più vinci, più fiducia puoi avere, fiducia su cui contare“.

Bravo, bravissimo Kevin a stare lì, adesso sta servendo bene, mentre Djokovic accenna qualche movimento di stretching. Tiene a zero la battuta il sudafricano, garantendosi il tie-break (con Nole ne ha vinti 3 su 3 in passato). Ma i problemi del serbo continuano, va sotto 0-30, poi 15-40 sbagliando un dritto, e sono altri due set-point per Anderson. Fallisce il primo, bel dritto di Djokovic sul secondo, poi ancora gran pressione di Kevin e ne arriva un terzo, totale 5 nel set. Gli scappa lunga la risposta, però, e poco dopo si arriva al tie-break. Il nervosismo che all’improvviso sta attanagliando Nole si capisce anche dai diversi gesti, anche polemici, che rivolge verso il box giocatori, non si capisce se rivolto al suo clan o agli accompagnatori di Anderson. Siamo a 2 ore e 10 di parita, questo terzo set lottato sta salvando il pomeriggio. Ritrova concentrazione ed efficacia Djokovic, allunga sul 5-2, e chiude senza altri affanni per 7-3. Applausi e un bell’abbraccio per Anderson, che più di così non poteva fare, cuori mandati al pubblico per Nole, che si scrolla di dosso un periodo da incubo durato due anni.

“Durante gli ultimi due anni ho cercato di tenere un diario, per capire tutto quello che stavo attraversando. Ragazzi, se ne ho avuti, di alti e bassi! Ma è la vita, sono cose che succedono. Io ho cercato di migliorare e ritrovare il mio gioco, e questo è un grande, grande risultato. Mio figlio, voglio passare più tempo possibile con lui, parlandogli delle lezioni e delle esperienze che ho avuto nella mia vita. Ma c’è anche tanto che posso imparare da lui, è come fosse anche un mio maestro e un mio amico. Vederlo qui, con me, ora, è meraviglioso.
Tra quelli che hanno vinto 4 o più Wimbledon (Laver 4, Borg 5, Sampras 7, Federer 8), beh, forse quello a cui ho sempre guardato è Sampras, per me era un idolo. E ora gli sono arrivato vicino come numero di titoli Slam, è incredibile!

13 Slam sono tanta roba, 4 Wimbledon lo pongono sopra a gente del calibro di Boris Becker e John McEnroe (entrambi a 3 titoli qui). Bentornato, campione.

(in aggiornamento)

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Djokovic a un passo dal poker. Nessuna speranza per Anderson?

Focus tecnico day 13, la finale. Djokovic è dato per favorito quasi all’unanimità. Sarebbe il quarto titolo qui. Ma Anderson ha già sorpreso tutti, più di una volta. Potrebbe farlo, incredibilmente, ancora? E come?

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dal nostro inviato a Londra

Ne resterà soltanto uno: ogni volta che si arriva alla finale del torneo più prestigioso al mondo non può non venire in mente la “tagline” di uno degli spot televisivi promozionali di Wimbledon più riusciti di sempre, prodotto tanti anni fa da Tele+2, ispirato al film “Highlander” e accompagnato in sottofondo dalla splendida “Who wants to live forever” dei Queen. Ci siamo: dopo uno svolgimento a dir poco travagliato anche il tabellone maschile è arrivato alla fine, manca solo l’ultima partita. Novak Djokovic ha battuto in 5 set Rafa Nadal nella seconda semifinale, ripresa ieri, e ha raggiunto Kevin Anderson nell’atto conclusivo. Tanti problemi organizzativi, con la finale delle ragazze (a proposito, che brava Angelique Kerber!) iniziata in ritardo di oltre due ore, qualche polemica al riguardo e, ironicamente, rimane da fare una riflessione: se quel benedetto passante di rovescio fallito da Roger Federer mercoledì fosse stato vincente nulla di tutto questo sarebbe successo.

 

E sarebbe stato un peccato, sinceramente (scusa, Roger). Niente partita incredibile 26-24 al quinto tra Anderson e Isner, prima di tutto. Chissà come sarebbe finita, poi, Djokovic-Nadal se fosse stata regolarmente giocata tutta il venerdì con il tetto aperto; e ovviamente nessun problema con gli orari della finale femminile. Insomma, quel match point fallito dallo svizzero ha messo in moto una catena di eventi non di poco significato. Che, personalmente, ritengo abbiano reso le fasi finali del torneo molto divertenti, quindi va benissimo così. Cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio tra Kevin Anderson e Novak Djokovic, quindi? Proviamo a capirlo insieme.

Novak Djokovic – Kevin Anderson (ore 15 italiane, centrale, precedenti 5-1 Djokovic)

Tutto farebbe propendere per un pronostico in favore del buon vecchio Nole. L’ovvia caratura del fuoriclasse che il serbo è, i precedenti (2 vinti dal “Djoker” proprio qui a Wimbledon, nel 2011 63 64 62, lottata fino al quinto set nel 2015, 67 67 61 64 75), e soprattutto l’evidenza del fatto che, con gran piacere, possiamo finalmente dire che Djokovic è tornato. Ma proprio quel secondo precedente, non dimentichiamolo, si riferisce all’anno forse migliore di Djokovic, il famoso 2015, mentre tre anni fa Anderson non era certo a questi livelli. Nonostante questo, Nole andò a un passo dalla sconfitta, dopo essere stato sotto 2 set a zero, annullò due palle break nel quarto game del quinto set. In tutta quella formidabile stagione, Djokovic perse solo sei partite (una con Karlovic, una con Wawrinka, una con Murray e 3 con Federer, ci mancò poco quindi che Anderson fosse la settima). L’unica vittoria di Anderson contro Djokovic è datata 2008, a Miami, 6-4 al terzo, sono oltre 10 anni fa. Interessante il dettaglio che hanno giocato te tie-break in 6 partite, e li ha vinti tutti Anderson. Non è quel RoboNole, non lo sarà più, ma a noi va benissimo anche l’ottimo “NormoNole” che stiamo vedendo a Londra, sinceramente dopo il triste spettacolo offerto a marzo negli USA ci eravamo veramente preoccupati per lui. Aveva ragione da vendere Rafa Nadal, altrochè, quando prima della sua semifinale contro il rivale di 52 sfide disse, ripetutamente, che lui aveva ben osservato Djokovic, e che lo riteneva assolutamente rientrato a un livello altissimo.

Affronterà quello che io ritengo il personaggio del torneo, di gran lunga. Ciò che è stato capace di fare tra quarti e semifinale Kevin Anderson è né più né meno che straordinario. Battere Federer su questi campi, e in che modo poi, annullando match-point, rimontando da due set a zero sotto, e vincendo 13-11 al quinto, è impresa fuori dal comune di per sé. Ripetersi due giorni dopo, quando tutti (io per primo) lo davano per spacciato data la fatica fisica e mentale accumulata contro lo svizzero, risalendo da due set a uno di svantaggio con John Isner, per poi prevalere in una maratona da record finita addirittura 26 a 24 nel set decisivo, dopo 6 ore e 36 minuti di terrificante battaglia con i servizi, è fuori dal mondo. Sarebbe una sorta di favola sportiva a lieto fine come se ne sono viste poche, se Kevin trionfasse anche oggi, ma potrebbe esserlo anche il coronamento della rinascita di Nole; la speranza, come sempre, è di avere un match appassionante.

Kevin Anderson – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Dal punto di vista tecnico, poco da fare, va assolutamente considerata come determinante la condizione fisica di Anderson. È pressoché impossibile che il sudafricano si presenti in campo avendo recuperato la forma al 100%, ma alla fin fine questo renderà estremamente semplici le sue scelte tattiche, che già di per sé non sono poi tante anche quando sta benissimo. Avrà di fronte una macchina da fondocampo in grado di stritolarlo nel palleggio ogni qualvolta dovesse trovarsi invischiato in uno scambio lungo. Molto buono con il dritto, Kevin a volte si perde un po’ dal lato del rovescio, che come esecuzione in sé è ottimo, ma sulle palle basse gli capita di giocarlo con la schiena e le spalle un po’ rigidi, senza la giusta rotazione del busto. Comprensibile, data l’altezza. In realtà, guardando le stats totali nel torneo del sudafricano, troviamo un dato sorprendente, ovvero un grande equilibrio nel rendimento anche nei “long rallies“. Negli scambi brevi, il suo prediletto “bum bum”, durati tra 0 e 4 colpi, ha uno score di 826 punti vinti, 718 persi, un bel +108, e questo era prevedibile. Tra 5 e 8 colpi, 143 vinti, 141 persi, oltre i 9 colpi, 41 vinti, 40 persi. Questi ultimi due dati sono notevolissimi vista la tipologia di giocatore, e spiegano bene la spettacolare cavalcata che l’ha portato in finale, sovvertendo tanti pronostici (i miei per primi, bravo e basta Kevin!).

Insomma, non è che finora abbia proprio sofferto tanto anche quando è stato costretto a battagliare con dritto e rovescio. Ma finora non aveva incontrato il grande Djokovic, in crescendo, che abbiamo ammirato qui. A mio avviso, l’unica opzione che potrebbe permettere al “re dei match a oltranza” di avere concrete chance di farcela sarà interpretare la partita, fin dall’inizio, proprio come se si trattasse di un “long set” dal 5 pari in poi. Ovvero, attenzione e determinazione feroci sempre, sempre, nella difesa del proprio turno di battuta, come se anche sul 2-2 ne andasse dell’intero set o match. Ha dimostrato di saperlo fare eccezionalmente bene pure da sfinito, ricordiamo che è andato alla battuta per salvare la partita ben 8 volte contro Federer e 20 contro Isner. Se riuscirà a blindare con successo i suoi game di servizio anche oggi, magari prima o poi uno spiraglio in risposta potrebbe trovarlo, piazzare un paio di pallate, e poi chissà.

Djokovic, rispetto al mostro da Slam ammirato fino a un paio di anni fa, sembra meno potente in senso stretto (la palla banalmente gli viaggia a qualche kmh di meno, sia di dritto che di rovescio), e anche meno pesante nel palleggio, ma è molto manovriero, e usa alla grandissima le combinazioni con gli angoli stretti. Ai “bei tempi” Nole era in grado, quando voleva, di risolvere qualsiasi scambio con un paio di manate lungolinea, variazione di cui aveva controllo assoluto, e che eseguiva con violenza devastante. Gliene stiamo vedendo fare molti di meno, di quei traccianti imprendibili a chiudere, ma in cambio, abbiamo un giocatore che si apre il campo e ne sfrutta le geometrie in modo esemplare. Contro Nadal è stata una partita a scacchi, giocata alla ricerca di ogni spiraglio e spazio possibili, tra due che il terreno di gioco lo coprono come quasi nessun altro. Il “Djoker” ne è uscito con grande intelligenza tattica, più che prevalendo sul piano tecnico (in effetti, qualche esecuzione, soprattutto in avanzamento, l’ha sbagliata, ma ha compensato con una buonissima prestazione al servizio).

Novak Djokovic – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Dal punto di vista fisico, certamente giocare per oltre due ore ieri per concludere la semifinale è un inconveniente, più che dal punto di vista atletico (nei Masters 1000 si gioca 2-3 ore ogni giorno senza problemi), dal punto di vista della fatica mentale. Ma fare 3 ore un giorno, e 2 ore il successivo, non è minimamente paragonabile al farne 6 e mezza di fila. Però il “day off” di riposo in più aiuta tanto. Per concludere, direi che possiamo affidarci alle parole dei giocatori stessi, che secondo me vanno ascoltati con molta attenzione quando fanno certe valutazioni. Rafa, dichiarando che Nole era ormai tornato fortissimo, ci aveva preso in pieno, provandolo tra l’altro sulla propria pelle. Djokovic, sull’argomento stanchezza, relativamente ad Anderson, ha detto che certamente Kevin era stato costretto a due maratone di fila, la seconda pazzesca, ma che alla fine di due settimane Slam un giorno di riposo è fondamentale, e lui a differenza del sudafricano non lo ha avuto. Per cui, fatte le somme, Nole dice che a suo avviso si presenteranno in campo più o meno pari come condizione generale, e che sarà il tennis a fare la differenza. Speriamo che abbia ragione, e che non sia pretattica. Buona finale a tutti.

I precedenti tra i due finalisti:
2015 Wimbledon Novak Djokovic 67(6) 67(6) 61 64 75
2012 Indian Wells Novak Djokovic 62 63
2011 Wimbledon Novak Djokovic 63 64 62
2011 Madrid Novak Djokovic 63 64
2011 Miami Novak Djokovic 64 62
2008 Miami Kevin Anderson 76(1) 36 64

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Wimbledon

Angie Kerber regina di Wimbledon, Serena battuta senza appello

LONDRA – Terzo Slam in carriera per Angelique Kerber: “E’ il torneo che sognavo di vincere sin da ragazzina”. Serena Williams si aggrappa senza successo al servizio, rinviato l’aggancio ai 24 Slam di Smith-Court. La tedesca rientra tra le prime 5 del mondo

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[11] A. Kerber b. [25] S. Williams 6-3 6-3 (dal Londra, il nostro inviato)

 

Angelique Kerber vince il suo terzo Slam in carriera e con questo successo a Wimbledon si porta a un solo passo dal “Career Grand Slam”, visto che ha già in bacheca Australian e US Open. Dopo le vittorie sul cemento, Kerber conquista il Major su erba; ora per completare la collezione le rimane la terra battuta del Roland Garros.

La partita inizia ampiamente in ritardo, dopo che si è concluso il proseguimento della semifinale tra Djokovic e Nadal. La finale era programmata per le 14.00, ma si giocano i primi punti dopo le 16.15. Giustamente gli organizzatori hanno anche lasciato trenta minuti fra i due match, in modo da far recuperare anche il pubblico dalle emozioni vissute, ed evitare un inizio di finale con spettatori distratti. La giornata è di sole, ma le nuvole vanno crescendo. 25 gradi di temperatura nel momento in cui si inizia a giocare. Vento quasi assente: difficile pretendere di meglio per giocare a tennis.

Serena apre al servizio, sale 30-0 ma poi Kerber comincia a rispondere ed entrare nello scambio: e in questo modo conquista i quattro punti successivi. Break in apertura e partita in salita per Serena. Forse la sette volte campionessa di Wimbledon non ha mai scambiato così tanto in tutto il torneo come nei primi game con Kerber. Sul 2-1 Kerber però Angelique ha un passaggio a vuoto: un paio di servizi troppo attaccabili, un gratuito davvero evitabile e uno scambio vinto da Serena dopo un dritto in allungo difensivo rimettono le cose in parità: 2-2.

L’aspetto interessante del match è che Serena, che conosce alla perfezione la sua avversaria, quando è in difficoltà va immediatamente a coprire il proprio angolo destro (quello preferito da Kerber per ottenere vincenti); ma Angelique attende giusto la frazione di secondo necessaria per indirizzare la palla nell’altra direzione, con un tipo di contropiede che è quasi più frutto delle partite precedenti che dello scambio in gioco. Sono le situazioni che si verificano quando si affrontano tenniste che ormai si conoscono a memoria.

Sul 3-3 Williams si complica la vita: con la zavorra di due doppi falli consecutivi non riesce a risalire da 0-40; le è fatale un recupero leggermente lungo sulla tipica accelerazione di dritto lungolinea di Kerber. Secondo break subito nel set. Kerber consolida tenendo la battuta: 5-3. Che Angelique non sia un’avversaria facile lo si capisce da un paio di scambi in cui Serena ha prodotto accelerazioni che contro le giocatrici dei turni precedenti non sarebbero tornate indietro, e che invece Kerber non solo recupera, ma rimanda nell’ultimo metro di campo. Sul 3-5 Serena serve per stare nel set ma di nuovo non riesce a costruirsi situazioni di sufficiente vantaggio con la battuta. E quando si entra nello scambio sono troppi gli errori che commette: terzo break subìto nel set e primo parziale per Kerber: 6-3 in 31 minuti.

Secondo set. Ha cominciato ad alzarsi un po’ il vento: nulla di straordinario, ma qualche folata potrebbe incidere sullo sviluppo del gioco. Serena sembra avere deciso di rispondere più aggressivamente al servizio della sua avversaria, per provare a smuovere una situazione in cui sembra soccombere. Ma Kerber è rapidissima in uscita dal servizio e riesce, almeno per il momento, a gestire la maggiore velocità delle risposte di Williams. I primi cinque game seguono l’ordine dei servizio, senza nemmeno palle break.
Sesto game: la qualità di gioco si alza. Serena al servizio non punge, ma prova comunque a spingere di più nel palleggio. Kerber però vince un paio di scambi grazie a recuperi prodigiosi: 15-40. Williams si salva con la battuta sul primo break point, ma non sul secondo: ancora decisivo il dritto lungolinea di Angelique. Primo break del set. Kerber consolida sul 5-2, a un solo game dal titolo. Serena sente di essere in difficoltà e alterna ottimi colpi a errori di misura determinati dall’evidente desiderio di strafare.
Il problema si ripete quando Kerber va a servire per il match sul 5-3: sul 15-0 Williams manda lunga una volèe elementare, che permette ad Angelique di giocarsi il game più importante della sua stagione con un vantaggio di due quindici: 30-0. Williams è spalle al muro e per fare un punto deve accettare un lungo scambio e poi inventarsi un drop-shot perfetto come conclusione. Una risposta negli ultimi centimetri di campo riporta tutto in parità: 30-30. Ma Kerber si procura comunque il match point con il fedele dritto lungolinea. E poi le basta una buona battuta per concludere tutto: la risposta di Williams in rete decreta la vincitrice. 6-3 in 34 minuti (65 totali).

Alla fine del match Serena non aspetta la sua avversaria a rete per la stretta di mano: si dirige direttamente nel campo opposto per un lungo abbraccio. A conferma che dopo 23 Slam vinti non ha solo imparato a vincere ma anche a perdere, e di saperlo fare con classe.
Angelique Kerber ha battuto di nuovo Serena Williams dopo Melbourne 2016,  e diventa così la seconda giocatrice dopo Venus Williams (US Open 2001, Wimbledon 2008) in grado di sconfiggere per due volte Serena in una finale Slam (Australian Open 2016, Wimbledon 2018).  A distanza di 22 anni dall’ultimo successo di Steffi Graf, il tennis tedesco femminile torna a vincere a Wimbledon.

Statistiche:
Ace/doppi falli: Kerber 1/1, Williams 4/2
Vincenti/errori non forzati: Kerber 11/5, Williams 23/24
Scambi 0-4 colpi: Kerber 40, Williams 30
Scambi 5-8 colpi: Kerber 11, Williams 12
Scambi +9 colpi: Kerber 5, Williams 3
Punti a rete giocati/vinti: Kerber 6/2, Williams 24/12

Il tabellone femminile

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