Tie-break a 12 pari? E il seguito Nole-Rafa prima o dopo la finale donne?

Editoriali del Direttore

Tie-break a 12 pari? E il seguito Nole-Rafa prima o dopo la finale donne?

LONDRA – La proposta Isner. Sei ore e 36 minuti? Troppi. Condivido la scelta di Wimbledon, contestata da Wta e tenniste. Rafa e Nole, super show. Anderson-Isner critiche immeritate

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da Londra, il Direttore

Sono stati parecchi, a giudicare dalle visite a Ubitennis, ma chi ha deciso di non seguire la giornata delle semifinali semplicemente perché non era più in gara Roger Federer, avrà avuto i suoi motivi, ma secondo me non ha avuto ragione. Sia perché il match vinto da Anderson su Isner 7-6 (6) 6-7 (5) 6-7 (9) 6-4 26-24 non è stato solo una battaglia di servizi, anche se certo tutti faranno riferimento soprattutto a quelli, ai 53 ace di Isner e ai 49 di Anderson, nonché ai 214 ace di Isner che così supera il record di 213 di Ivanisevic, sia perché i 3 set di lotta feroce fra Djokovic e Nadal sono stati di livello straordinario, extraterrestre. Fantastici. Certo durante le prime 6 ore e 36 minuti della prima semifinale ci saranno stati molti che avrebbero gridato “Aridatece Federer!”, però anche se tutto quel tempo è davvero troppo e non c’è più ragione – come hanno vigorosamente sostenuto i due protagonisti (e vittime) della prima semifinale – per non imitare l’US Open che dal 1970 (48 anni fa!) ha optato per il tiebreak anche al quinto set.

 

Vero che qui a Wimbledon ci saremmo persi certe finali leggendarie quali quello concluse per 9-7 al quinto del 2008 fra Nadal e Federer, del 2001 fra Ivanisevic e Rafter, i 16-14 del 2009 fra Federer e Roddick. Ma vero anche che se certi long-set accadono nei turni precedenti alle finali, chi li vince è quasi sempre spacciato al turno successivo. A me viene sempre in mente quell’anno in Australia quando Roddick battè El Ayanoui 21-19 al quinto, e poi al turno successivo crollò letteralmente contro Schuettler. Le chances di Anderson di disputare una bella finale, chiunque sia l’avversario che uscirà dal match interrotto sul 2 set a 1 per Djokovic, sono davvero modeste secondo me. 13-11 al quinto con Federer dopo 77 game, 26-24 al quinto con Isner dopo 99 game – e nel mezzo ci sono in realtà 4 tie-break che “pesano” e durano molto più di solito di un game qualsiasi, l’eroico sudafricano si è sobbarcato la bellezza di 10 set e 176 game in 48 ore, stando in campo per più di 10. “h e 55  minuti soltanto per il quinto set. Anderson non è più un ragazzino: ha 32 anni.

Ci credo che non vorrebbe più il long set a fine quinto! Idem Isner che – sebbene diventato molto più famoso per il celebre 70-68 al quinto con tanto di placca dorata a ricordare l’evento sul campo 18 – di long set non ne vorrebbe più sapere dopo aver tentato di raggiungere la prima finale di Slam per un americano dal 2009 (Roddick). E non solo perché ha 33 anni, uno più del suo giustiziere di ieri, di cui è ottimo amico da più di 14 anni. Qualcuno ricorda che Isner dopo quel famigerato 70-68 perse al turno successivo da De Bakker senza riuscire a mettere a segno un solo ace? Non è un dato che la dice lunga? Mi è sembrata, peraltro intelligente, la proposta dello stesso Isner, evidentemente ancora lucido nonostante il ritardo con cui è arrivato in sala stampa, peraltro scusandosi con grande educazione e… non fatemi dire a chi penso quando questo succede a un giocatore italiano che a scusarsi proprio neppure ci pensa. “Si potrebbe giocare il tie-break dal 12 pari. Se fino a 12 pari nessuno è riuscito a far fuori (finish off) l’avversario, beh allora che sia il tiebreak a chiudere il match”.

Chi più di Isner ha diritto ad avanzare una proposta al riguardo? Io gliela sposo in toto. Si salverebbero quei match citati sopra e non si arriverebbe a queste “torture urologiche” come le battezzò l’inventore del tie-break, Jimmy Van Alen, dopo aver visto nella sua Newport (Rhode Island) un doppio finito (mi par di ricordare eh) 44-42. Anderson ha aggiunto una considerazione molto onesta (e umile): “Gli spettatori che hanno pagato il biglietto hanno rischiato di vedere una sola semifinale… e credo che parecchi non vedessero l’ora che noi finissimo. Non c’era bisogno che ci guardassero per 6 ore e mezzo! E poi anche per Rafa e Novak non è ideale giocare una partita in due tempi e riprendere un match interrotto… ”. Poco sopra ho detto che questo match, per quanto ovviamente condizionato dai servizi, non è stato brutto. I due giganti non sanno solo servire. E i momenti emozionanti non sono mancati. A parte il fatto che ci sono stati 4 break a Isner e 2 a Anderson, le palle break sono state 16, e ciascuna di quelle aveva il sapore di un set point o di un match point. Quindi 16 punti più i 6 dei break significa che ci sono stati 22 punti di grande suspense. Se si aggiungono i 4 set point trasformati e il match point, diventano 27 punti che meritavano di essere giocati con grande attenzione, ma anche di essere seguiti con altrettanta attenzione. Alla fine non poi così pochi.

A tutto ciò mi pare si debba aggiungere che almeno io ho visto bei scambi di 23 colpi, di 18 e di 13. E altri me ne saranno sfuggiti. Sono stati 22 i punti con più di 15 scambi e 15 di quelli sono stati appannaggio di Anderson, decisamente il tennista più mobile e più completo. Non è stato solo tennis essenziale, scarno: ben 77 punti si sono decisi fra il quinto e l’ottavo colpo. Quindi se oggi leggerete da qualche parte che è stata solo battaglia di servizi, perché un set che finisce 26-24 non può che dare quell’impressione, e la loro altezza da giganti del basket certo corrobora questa sensazione, beh diffidatene almeno in parte. Anderson, già finalista all’US Open, già protagonista anni fa nel 2015 quando battè Andy Murray a New York, già strenuo avversario di Djokovic qui tre anni fa sul campo n.1 quando andò avanti due set a zero e perse soltanto di misura al quinto dopo aver avuto palle break per andare avanti di un break, ha vinto con pieno merito dimostrando, come già contro Federer, di avere davvero attributi fuori del comune.

Sia con Roger sia con Isner, dal 5-4 in poi il biondo e filiforme sudafricano di 203 centimetri è stato costretto sempre a inseguire. Per 15 game se non conto male, con Isner. Guardate che è dura, durissima. E sempre ha saputo reagire all’indubbio stress senza concedere palle break. Formidabile. E incredibile che, tutto sommato, sia venuto fuori a questi livelli dai 30 in poi. “Non sono quasi mai stato sotto 0-15 o 15-30 e cominciare bene il game aiuta molto psicologicamente” ha detto il sudafricano che alla fine della più lunga semifinale della storia, prima di concedersi in un lungo abbraccio a Isner, non ha avuto nemmeno la forza di esultare o di cacciare un grido di gioia. Era esausto lui, era stremato Isner. E poi sono scesi in campo, alle 20,05 locali, con il “coprifuoco” imposto dai residenti del sobborgo di Wimbledon, Djokovic e Nadal.

Come abbiano vissuto quella lunghissima attesa lo sapremo soltanto dopo la conclusione del loro match, sospeso sul due set a uno per un risorto Djokovic – oggi della sua resurrezione non si può più dubitare, anche se dovesse perdere al quinto – e programmato per oggi alle 14 italiane, con una decisione che ha fatto arrabbiare tutti i fans del tennis femminile e di chi dice che una finale di uno Slam merita altro rispetto, ma che invece mi trova d’accordo. Di fatto per le ragazze giocare alle 14 oppure alle 17 – come è capitato a tutti e a tutte tante volte (e non alle 20,05 ieri a Nadal e Djokovic)  – non sposta niente sotto il profilo della regolarità tecnica del match. Invece se, poniamo, la prosecuzione del match Djokovic-Nadal fosse stata programmata per le 17 e fosse finita anch’essa con un long-long set, beh la regolarità tecnica della finale maschile dell’indomani sarebbe andata a farsi benedire.

Quindi secondo me, e non si tratta di essere maschilisti o femministi (parafrasando…che non c’entra nulla), qui Andrew Jarrett, il direttore del torneo, ha preso una decisione giusta. Dei tre set giocati da Djokovic e Nadal posso solo dire che è stato un grande, grandissimo spettacolo. Forse favorito anche in parte da un impianto strepitoso per un’illuminazione perfetta. Sembrava di giocare in pieno pomeriggio. E l’impianto restituiva con un’acustica sublime l’efficacia e la potenza dei colpi. I due attori poi hanno fatto cose straordinarie. Da ripetute standing ovation. Come le tre smorzate giocate, due da Rafa e una da Nole, tutte vincenti al termine di scambi mozzafiato, nel tie-break che ha deciso il terzo set. Ancor più del 26-24 della prima semifinale che poteva suggerire nel pareggio la soluzione più giusta e salomonica (ma in realtà non era così, perché sebbene Isner fosse andato avanti due set a uno, Anderson era stato migliore), se la sospensione della seconda semifinale avesse potuto arrivare sul 6-6 del terzo – ed era chiaro che non poteva arrivare lì – sarebbe stato più equo.

I due rivali alla cinquantaduesima sfida si erano equivalsi. Mai negli ultimi due anni avevo più visto Djokovic servire così bene e forte. Un set ciascuno e poi nel terzo set senza break la decisione inevitabile era il tie-break. Lì Nole è stato avanti 5-3, poi Rafa ha avuto tre set point, 6-5, 7-6, 8-7, ma solo uno sul proprio servizio. E lì rimpiangerà forse di aver messo soltanto una seconda di battuta. Al secondo set point è stato Djokovic a far suo il set – 6-4, 3-6, 7-6 (9) che gli consentirebbe oggi di vincerne anche uno solo su due per conquistare una finale che, dopo tutto quel che ha passato Anderson, lo vedrebbe certamente favorito per un quarto trionfo a Wimbledon. Ma lo stesso discorso varrebbe ovviamente anche per Nadal, ove di set sapesse conquistarne due. Dopo di che, poiché il tennis è lo sport del diavolo, come diceva sempre sor Mario Belardinelli, magari il torneo lo vince proprio Anderson e mette tutti d’accordo. Sulla finale donne ho lasciato il compito di parlarne ai miei validissimi collaboratori. Non ho faticato come Anderson questo lunghissimo venerdì, ma… ho anche più del doppio dei suoi anni.

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Editoriali del Direttore

Federer come l’Edberg del ‘96, segnali di declino

LONDRA – Tre semifinali consecutive perse e 11 palle break mancate non sono un caso. Come i due match point di Wimbledon? Gli mancano sempre due centimetri. Non lo vedo più favorito nei grandi tornei. Tsitsipas futuro n.1, anche dovesse perdere oggi con Thiem

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da Londra, il direttore

Avevo incontrato Gentleman Tim Henman, “true Brit” (non come Greg Rusedski!), quattro volte semifinalista a Wimbledon (e altre quattro nei quarti) e lui, classe 1974, ex n.4 ATP che aveva giocato 13 volte con Roger Federer perdendo le ultime 6 prima di ritirarsi nel 2007, pareva non avere il minimo dubbio.

Ora che sono fuori Djokovic e Nadal, il favorito naturale del torneo, anche per come ha giocato contro Djokovic, servendo due prime palle su tre (il 73% complessivamente, dopo un primo set addirittura all’83%) è certo Roger Federer. Dirò anzi – aggiungeva a Stuart Fraser del Times – che ero un po’ deluso dei nostri stessi commenti in TV, perché per il fatto che Nadal e Djokovic si sono divisi quest’anno i quattro Slam, ci siamo esposti troppo presto a considerarlo fuori gioco per una sua affermazione finale in queste ATP Finals, non appena lo abbiamo visto perdere da Thiem… e per la terza volta quest’anno. Invece, su una superficie indoor veloce come questa, avremmo dovuto essere più prudenti e…rispettosi nei confronti di un campione del suo smisurato talento ed orgoglio. Il modo in cui ha giocato contro Djokovic è stato impressionante sotto tutti i profili… la qualità straordinaria dei suoi servizi, la consistenza. Batteva costantemente 6 o 7 miglia più veloce di Novak (10 km circa) mettendone molte più dentro, sembrava decisamente perfino più veloce di uno dei giocatori più veloci che esistano, e pur prendendo sempre l’iniziativa, correndo grandi rischi, non ha fatto che pochissimi errori gratuiti (cinque!). È stata una delle migliori performance che io abbia visto. E ora, raggiunte nuovamente le semifinali (per la sedicesima volta su 17! N.d.UBS) avrà la fiducia alle stelle”.

 

Sic dixit Tim Henman. E sembrava proprio difficile non essere d’accordo con lui.

Così mi ritrovavo poi al tavolo del media restaurant della 02 Arena ieri mattina, un’oretta prima che scendessero in campo Roger Federer e Stefanos Tsitsipas in quella che era certamente la semifinale più attesa, a condividere quelle sensazioni espresse da Henman. A quel tavolo erano seduti un bel po’ di svizzeri, dall’ex campione olimpico di Barcellona ’92 Marc Rosset, all’ex capitano di Davis, ex giocatore e capitano di Davis Claudio Mezzadri, al giornalista di un gruppo editoriale svizzero Mathieu Aeschmann, all’inviato de l’Equipe, il francese Julien Reboullet, a Hervè Borsier di Radio Swiss.

Strafavorito adesso Roger?” provocavo un po’ i commensali, tutti federeriani iper-convinti dai piedi alla punta dei capelli. E lì, ma non so quanto fosse per scaramanzia, Mathieu Aeschmann, ex giocatore junior di buon livello coetaneo di Roger, mostrava inattesa cautela: “Attenzione Ubaldo, se Roger ha perso qui il Masters del 2017, quando gli altri tre semifinalisti erano Sock, Goffin e Dimitrov, tutto può succedere”.

Effettivamente quella era stata una clamorosa sorpresa: Roger vantava 6 vittorie a zero contro il suo avversario di semifinale Goffin e 6 vittorie a 0 anche con Dimitrov, probabilissimo finalista dovendo il bulgaro affrontare il mediocre Sock. Ebbene, Roger perse del tutto inopinatamente da Goffin 6-4 al terzo. Ancor più incredibilmente, perché aveva dominato il primo set 6-2.

Beh, ormai sapete come è andata fra Federer e Tsitsipas (6-3 6-4). E ricorderete che un anno fa Federer aveva perso in due set anche la semifinale con Zverev (7-5 7-6). Insomma per tre anni di fila Roger ha perso qui in semifinale, quando i più lo davano favorito. Del match e del torneo. Un caso? Sospetto di no. Addolorandomene.

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Immagino che basti pronunciare questo mio “sospetto di no, temo non sia un caso” per suscitare la ripulsa dei tifosi di Federer. “Ecco il direttore di Ubitennis che un giorno descrive Roger Federer come un fenomeno intramontabile che non finisce di stupire… e il giorno dopo, perché Federer perde da un ottimo Tsitsipas, adombra ipotesi di un suo declino, sottolinea i suoi 38 anni e mezzo ben diversamente dal giorno prima”. “I 38 anni gli stanno cadendo addosso tutti in una volta – eccetera eccetera – i soliti giornalisti del senno del poi”. Ecco, sì, mi sono immaginato che un fan sfegatato di Federer ragioni così.

Poiché però ci sono anche fan di Federer, fra i milioni, anche più distaccati, sereni, mi rivolgo a loro ricordando quel che da sempre ho potuto osservare sui campioni, quelli davvero grandi, dei numeri uno, che non sono più ragazzini. E faccio un esempio che considero significativo: Stefan Edberg classe 1966, all’inizio del ’96 – quando celebra appena il trentesimo compleanno che per una dozzina d’anni ha sempre compiuto durante l’Australian Open con tanto di torta in sala stampa – annuncia, che basta così. Quello sarà il suo ultimo anno di tennis.

Saranno 12 mesi con una passerella d’addio dopo l’altra, una più commovente dell’altra, da una città all’altra, per un grandissimo campione del serve&volley, un numero uno sul campo e fuori, ‘mister Fair Play’ ammirato da tutti, perfino dai beckeriani cui lui ha procurato tanti dolori, in particolare con le due finali di Wimbledon 1988 e 1990. E coach per un paio d’anni proprio di Roger Federer.

Ancora top-10 nel febbraio ’95, dopo essere stato n.1 del mondo per 72 settimane, l’Agnolo Biondo comincia il 1996 da n.23. Non ha dimenticato di come sa giocare, non ha perso il suo talento, può fare e vincere ancora partite straordinarie e perderne di orribili. Scivola al n.54, ma poi risale fino a n.14. Ma al di là della classifica, sono gli avversari che batte e quelli da cui perde, che spiegano benissimo secondo me quanto sta accadendo a Roger Federer che resta un fenomeno perché vive fra alti e bassi, da un giorno all’altro, quanto Edberg e decine di grandissimi campioni hanno vissuto con otto anni di meno.

Se non vi va di ripercorrere il dettagliato 1996 di Edberg con tutti i suoi alti e bassi passate pure al successivo paragrafo.

Il 1996 di Stefan Edberg

Stefanello, come lo chiamava vezzosamente Clerici, nell’anno del canto del cigno biondo va a Melbourne, batte il n.30 Novak (non Djokovic!) per perdere dal n.154 Fleurian. A Doha perde da Prinosil, che non è una pomata ma il n.50. A Scottsdale lascia 7 games a Todd Martin n.17 in due set, ma poi perde da Sandon Stolle n.125. Dopo qualche torneo senza infamia e senza lode, a Monaco di Baviera lascia 5 game a Berasategui n.32 e due anni prima finalista al Roland Garros, per cedere al turno successivo al modestissimo Karbacher, n.59. Eccolo a Roma: batte Pioline 19 e Ivanisevic 6, ma perde contro Krajicek 25. A Parigi, lui che aveva perso sorprendentemente con il miracolato Chang nella finale dell’89, lascia 4 game a Moya 20 e si vendica con Chang 4, per perdere da Rosset 15. Al Queen’s Edberg trova modo di battere due erbivori come Ivanisevic 7 e Martin 18 (che due settimane dopo sarà in semifinale a Wimbledon) prima di rimontare Muster n.2, sempre scherzato da Edberg (10-0 negli scontri diretti a fine carriera). Arriva a Wimbledon sulla scia di quei successi e che fa? Perde da Tillstrom n.58. A Stoccarda dal recentemente scomparso Volkov, 87. Riesce a fare peggio: ko con Caratti 141 a Cincinnati, con Roux 112 a Indianapolis.

Dai, ormai è finito! Macchè! All’US Open Stefan batte Krajicek n.8 due mesi prima campione di Wimbledon, Hharhuis 26, Henman 39 in ottavi. Batte Korda e Vacek in Davis, ma a Basilea cede a Goellner 79. Gioca il suo ultimo Masters 1000 (non si chiamava ancora così) centrando i quarti: batte Stich 17, la solita vittima Muster 6, per cedere di misura al connazionale Enqvist. Le ultime due sconfitte in carriera arriveranno in casa, contro il connazionale Kulti (71) sull’indoor di Stoccolma e nel match di apertura della finale di Davis contro Pioline (21), perso come l’intera sfida di Malmö dagli svedesi, che si arresero 3-2. In quell’ultima partita Stefan si fece anche male alla caviglia destra in un tentativo di serve&volley, ma riuscì comunque a completare l’incontro.

Stefan Edberg a terra dopo l’infortunio nel suo ultimo match contro Pioline

Federer come Edberg?

Che cosa volevo dimostrare in dettaglio? Che quel che manca a una certa età è la continuità. Può giocare e servire da favola contro Djokovic e due giorni dopo mettere soltanto poco più di una prima su due (56%) e così il rampante Tsitsipas che non aveva avuto alcun timore reverenziale a Melbourne, ma che non aveva saputo conquistarsi una sola palla break contro Rafa Nadal il giorno prima, gli strappa tre volte il servizio e rischia di farlo una quarta.I tifosi di Federer devono rassegnarsi. Il suo tennis varrà sempre il prezzo del biglietto, anche a 40 anni e oltre, ma quando affronterà avversari fra i primi 10/15 oggi, fra i primi 20/25 fra un anno, potrà sempre perdere, pur dando spettacolo.

Il game che ha dato il primo set a Tsitsipas sul 5-3, 22 punti e con il settimo set point che è stato quello buono dopo che Roger aveva mancato 2 palle break, è stato ricco di suspence, di scambi spettacolari, di punti magnifici (anche se c’è stato pure qualche errore). Ma se poi nel secondo set Roger gioca un game di battuta osceno contrassegnato da quattro errori proprio gratuiti, a cosa si può attribuire la colpa se non all’età che ti rende discontinuo? Reagisce con la fiammata del campione e si riprende il break, ma nel game successivo cicca due smash “Come non credo mi sia mai capitato” – dirà poi – e un secondo break a un Tsitsipas sempre più gasato non lo recupera neppure Federer nonostante le due palle break per il 5 pari che avrebbero potuto riaprire la partita.

Insomma i rimpianti per il Federer che era stato due giorni prima, che poteva essere e non è stato, non finiranno mai, ma si ripeteranno nell’anno a venire. Sempre di più. È triste ma è inevitabile. Federer non crollerà mai, almeno per un bel po’, perdendo un primo turno dopo l’altro. Ne sono sicuro. Anche perché a quel punto sarebbe lui per primo, orgoglioso com’è a voler smettere. Ma ora a smettere non ci pensa nemmeno. E perchè ancora si diverte. E perché guadagna ancora una montagna di soldi ogni piè sospinto. Non fosse così non andrebbe a fare cinque/sei esibizioni in Sud America con Zverev la prossima settimana ed altre quattro a fine anno in Cina. Probabilmente sono i suoi manager a spremerlo come un grappolo d’uva. Io al suo posto – sentite cosa vi dico! – starei più con Mirka. Non credo se la porti dietro con i bambini in Sud America, dove ogni giorno giocano in un posto diverso. E in Cina…mah!

Sia chiaro: lungi da mancare di rispetto a un grande campione come Roger che ha tutto il diritto di non arrendersi all’età per essere stato due volte a un punto dal trionfare ancora a Wimbledon – chissà per quanto li rimpiangerà! Lui e i suoi tifosi – ma anche per essersi appena preso qui a Londra una bellissima rivincita con Djokovic impedendogli di tornare n.1 del mondo per la sesta volta… credo però che i segnali di declino di Roger ci siano e siano anche abbastanza evidenti, anche se vince per la decima volta il torneo di Basilea.

Negli scambi da fondocampo, sulla spettacolare diagonale dei due rovesci a una mano, Roger era quasi sempre in affanno, in ritardo. Tsitsipas giocava molto più profondo, con maggiore potenza, prima di lasciar partire un tracciante lungolinea che lasciava secco Federer. E quando Roger, quasi disperato per l’impossibilità di trovare una via d’uscita nei palleggi, ha provato a buttarsi a rete, il greco d’Atene l’ha infilzato come un tordo. Poi c’erano quei lampi di genio tipicamente federeriani che ti facevano sperare nel terzo set, un paio di smorzate che parevano messe di là dalla rete con la mano, però erano fuochi di paglia.

Diciamo la verità: il miglior Federer avrebbe saputo trasformare qualche palla break in più – ne ha avute ben 12, ma gli è riuscito un solo break – soprattutto quando Tsitsipas (solo 6 ace, ma diversi prime battute efficaci) ha dovuto far ricorso alla seconda di servizio. A quelle Roger rispondeva peggio che alle prime. Perché i riflessi c’erano ancora, le gambe per gli spostamenti meno. Vedendogli mancare tutte quelle opportunità per un break, mi sono tornati a mente i match point falliti a Wimbledon. Stessa sindrome? Non casuali? Mah, si dice male quando un paio di centimetri decretano un verdetto. Però se a mancare quei due centimetri è sempre più spesso Federer…

Insomma, per finalmente concludere, augurando a me stesso, prima ancora che a lui e ai suoi tifosi, che mi smentisca, io credo che un Federer ancora vincente negli Slam, nei grandi tornei, non lo vedremo quasi più. Vero che lo pensavamo tutti già nel 2016, ma il tempo che passa non gioca a suo favore.

E Tsitsipas? Beh lui invece lo vedremo ancora, sempre più forte, sempre più deciso. Può anche benissimo perdere stasera dall’ottimo Thiem che sta accorciando in modo considerevole l’apertura del dritto e sta facendo progressi un po’ dappertutto, ma – e non solo perché Stefanos ha cinque anni di meno rispetto a Dominic e si ripropone lo stesso gap anagrafico esistente fra Nadal e Federer (mi si passi il doppio confronto, ma nei prossimi anni questa è una rivalità che vivrà parecchi episodi) – io ho l’impressione che Tsitsipas abbia il potenziale per diventare il n.1 del mondo. Soprattutto appena Djokovic, che ho rivisto parzialmente spento, gli darà anche lui via libera. Fra due anni? Secondo me ci sta. Ed è anche augurabile perché è un bel personaggio, come tennista e anche no. Francamente più di Thiem e Medvedev. Ciò detto però – e qui sono d’accordo con Zverevche tutti i quattro Slam nel 2020 vadano a finire nella bacheca dei soliti quattro non lo credo proprio.

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Editoriali del Direttore

La maledetta formula del Masters che ‘ammazza’ Nadal e chi ne scrive

Almeno tre match, ogni anno alle ATP Finals, o sono farlocchi o rischiano di passare per tali. I gironi all’italiana sono pensati perché chi organizza l’evento guadagni dei bei soldi, ma il vero tennis è un’altra cosa

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Rafael Nadal - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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Se vi dico che non sopporto la formula delle ATP Finals, anche se ne capisco bene i vantaggi commerciali, non è solo per il paradosso di un Rafa Nadal che viene premiato quale miglior tennista ATP dell’anno nel pomeriggio quando non sa neppure se il giorno dopo sarà in campo a sfidare il rivale di sempre Roger Federer oppure invece su un aereo alla volta della Spagna. Ormai sapete che gli è toccato salire sull’aereo, a dispetto di una magnifica partita vinta contro Tsitsipas. Ha saputo di doversi preparare per l’aeroporto soltanto alle 22, dopo aver cenato e seguito la solita routine quotidiana nel caso avesse dovuto giocare.

Ma intorno alle 22 Zverev ha prevedibilmente battuto Medvedev 6-4 7-6 e così Nadal, che aveva perso da Zverev, è arrivato terzo nel gruppo e ha dovuto fare le valigie. Perché ho scritto “prevedibilmente” pur avendo recentemente Medvedev dato nella finale di Shanghai un secco 6-4 6-1 a Zverev? La risposta è: perché a seguito della vittoria pomeridiana di Nadal su Tsitsipas, Medvedev era out, eliminato. A questi livelli di portafogli, di conti in banca, 192.000 euro di cash per chi vince un match alle ATP Finals, sono noccioline. Non un incentivo sufficiente a dare il meglio di sé. Non è che Medvedev abbia buttato la partita, ma insomma Zverev – campione in carica e reduce da un’annata no, da una qualificazione raggiunta soltanto a Bercy all’ultimo tuffo, e con un solo torneo vinto (Ginevra) – aveva molta più fame di vincere. Le motivazioni, fra campioni di questo calibro, fanno la differenza.

Anche il già qualificato Thiem contro Berrettini non si era davvero dannato l’anima per battere il nostro, sia detto senza nulla togliere all’eccellente performance di Matteo e alla soddisfazione di essere il primo italiano ad aver vinto una partita ad un Masters di fine anno. Thiem aveva detto dopo la sconfitta: “Era una situazione un po’ particolare sapendo che ero già qualificato per le semifinali. La concentrazione, l’adrenalina erano più basse… Nella mia testa c’era che dovevo preoccuparmi per sabato perché c’era da giocare un match molto più importante… dopo una lunga stagione dovevo preservare il corpo al 100% per sabato, non sarebbe stato furbo (smart) se fossi stato in campo altre tre ore.

Perfino Tsitsipas, che pure ha giocato una splendida partita contro Nadal, forse la migliore del torneo con quella vinta da Thiem vs Djokovic, perdendola dopo 2 ore e 3 quarti, alla fin fine non è riuscito a conquistare una sola palla break contro Nadal. Vero che Nadal ha servito, e giocato benissimo – per la 128esima volta ha vinto un match senza concedere palle break – ma vero anche che il giocatore più concentrato e voglioso di vincere alla fine quasi sempre prevale. Rafa ha avuto ben nove palle break, Tsitsipas che pure in superficie dava l’impressione di lottare tanto nemmeno una. E nel post match ci avrebbe detto: “Ho lasciato qualcosa nel serbatoio, non ho spinto fino in fondo, volevo vincere sì, ma non ero pronto a morire sul campo pur di riuscirci. Lendl, e non solo lui, non sarebbe stato di certo in campo 2 ore e tre quarti, al suo posto.

Ecco, vi ho detto di questi tre match e potrei raccontarvi di decine di match visti nelle giornate finali dei Masters che ho seguito (una quarantina) che non mi piace troppo seguire, con il retropensiero che non mi abbandona: “Sarà vero match oppure no?”. Chi organizza sa che può vendere la presenza dei top-player per almeno tre giorni. Tre giorni hanno giocato anche Djokovic e Nadal che sono andati a casa. Federer è a quota quattro e magari arriva a giocarne cinque. Però il tutto può essere anche fastidioso. Era anche peggio nei primi anni quando il sospetto di combine o anche di match persi apposta (ho raccontato l’altro giorno il caso di Lendl apostrofato da Connors “vigliacco!”) era ancora più frequente perché non si era imparato a programmare i match giorno per giorno, proprio per evitare troppi incontri ridotti a pure esibizioni.

 
Rafael Nadal – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Negli ultimi anni i due che vincono il primo match si incontrano subito fra loro, così come i due che li perdono. Una volta non era così e accadeva di tutto. Con polemiche e discussioni a non finire. Infine, ma capisco che alla stragrande maggioranza dei lettori non frega nulla, per un giornalista che debba scrivere per una prima edizione di un giornale che chiude verso le 22:30 italiane – qua sono le 21:30 per l’ora di fuso – è un incubo. Pensate a ieri. Nel giorno in cui si doveva celebrare l’incoronazione di Nadal a n.1 del mondo, non si poteva scrivere se alle 15 italiane contro Federer sarebbe sceso in campo Nadal oppure no. Occorreva scrivere tutte le ipotesi concatenate all’esito del match serale Zverev-Medvedev (vittorie in tre set, in due, confronti diretti fra questo e quello), tenendo ben presente che chi avrebbe letto al mattino quella prima edizione avrebbe già saputo chi fra Nadal, Zverev e Medvedev era approdato alle semifinali e contro chi.

Un pezzo complesso e noiosetto che andava scritto con un approccio della seguente tipologia: “Al momento della sua incoronazione Rafa Nadal non sapeva fino a che punto essere felice per la vittoria appena ottenuta a spese di Tsitsipas e se l’indomani sarebbe ritornato su quel campo. Tanto che ringraziava ATP, sponsor e spettatori ignorando se l’arrivederci era per l’indomani o per l’anno prossimo. Doveva sperare che vincesse Medvedev, questa era l’unica cosa sicura. Ma sapeva anche quanto era difficile che accedesse (per i motivi su esposti). Il destino non era nelle sue mani”. Vabbè, smetto di tediarvi con le paturnie del giornalista alle prese con queste piccole problematiche professionali (ce ne sono di peggio), concludendo che naturalmente una discreta parte di quanto era stato scritto per la prima edizione doveva finire nel cestino per essere sostituita nei tempi più rapidi possibili con il testo per la seconda. Prima si scrive più destinazioni vengono raggiunte dalla seconda edizione. Non molto divertente.

In conclusione la quinta giornata delle finali ATP ha decretato che le semifinali saranno Federer-Tsitsipas (2-1 per Roger che ha vinto a casa sua, anzi… nelle sue due residenze, a Dubai e Basilea), la più intrigante dopo quanto accadde all’Australian Open, e quella tutta in lingua tedesca Thiem-Zverev: 5-2 per l’austriaco, ma i due stanno 1 a 1 sui campi duri. Con Zverev che mira a riscattare un anno semi-disastroso facendo il bis d’un anno fa, dopo essersi qualificato all’ultimo tuffo, a Bercy. Lui avendo vinto un solo torneo, Ginevra, è dentro. Nadal che ha vinto tutto quel che ha vinto, è fuori. Paradossi di una manifestazione strana che più strana non ce n’è.

Nessuno dei quattro semifinalisti ha vinto tutte e tre le partite del girone. Dunque niente super premio da 533.000 dollari per il campione imbattuto che non c’è. Ma chi vincerà il torneo si potrà comunque consolare con un ‘premiuccio’ di 430.000 dollari per due vittorie nel round robin, 657.000 dollari per essere arrivato in finale, 1 milione e 354.000 dollari per il successo. La somma la lascio fare a quelli cui interessa. A me non entra un dollaro. Anzi… per riuscire a vedere Berrettini già alle 14 di domenica scorsa ho dovuto buttare via un biglietto aereo fatto mesi prima (costava meno: chi pensava a un Berrettini “Master”?), comprarne un altro, raggiungere Londra un giorno prima, pagare una notte d’albergo in più. Tutto per un’oretta e un 6-2 6-1 di lezione Djokovic. Maledetta passione.

Uno solo dei Fab Four è ancora in lizza e, manco a dirlo, è il più vecchio di tutti. Ha 38 anni e mezzo e si chiama Roger Federer. Lui in questo torneo, in 17 partecipazioni, ha trionfato sei volte. Si è guadagnato il diritto a giocare la semifinale battendo Berrettini ma soprattutto facendo fuori Djokovic, aiutando Nadal a diventare n.1 a fine stagione per la quinta volta. Due Slam all’attivo, Parigi e New York, una terza finale Slam a Melbourne, in semifinale anche nel quarto Slam (Wimbledon), due Masters 1000 vinti, Roma e Montreal: è così che Rafa ha potuto eguagliare Federer e Djokovic come re di fine anno. Chi sarà il primo fra loro a raggiungere Sampras, n.1 dal ’93 a ’98, sei volte re? Si accettano scommesse. Chi dice che Federer è fuorigioco perché l’anno prossimo avrà 39 anni e mezzo… è fuori di testa!

Qui una flash su Nadal (che fino a Roma non avrà cambiali pesantissime da pagare, salvo la finale australiana): quasi sempre in questa settimana per le precedenti quattro occasioni doveva ricevere qui il trofeo di miglior giocatore dell’anno; però l’altro trofeo, quello del torneo, non l’ha ma vinto. È uno dei pochi grandi tornei a lui sempre sfuggiti, a lui che ha vinto ben 35 Masters 1000. Qui ha giocato e perso due finali, nel 2010 con Federer e nel 2013 con Djokovic. Nel 2008 era infortunato e non venne neppure. Nel 2018 venne ma dopo un match con Goffin si ritirò e disse “no Mas”.

Una piccola maledizione. Vero che i campi indoor non sono mai stati il suo pane, spesso troppo veloci per le sue caratteristiche – anche se proprio ieri contro Tsitsipas è venuto 33 volte a rete e 28 discese sono state vincenti con volée anche molto complesse – ma sono stati anche gli infortuni di fine stagione all’origine dei suoi mancati successi. La partita con Tsitsipas è stata di grandissima qualità, alla pari con quella vinta da Thiem su Djokovic. Ma Rafa oggi è a casa. Per la verità penso sia a Madrid, più che a Maiorca. Quando ci siamo stretti la mano non ho avuto modo di chiederglielo.

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Certo è che la sfida n.41 con Federer è rinviata a data da destinarsi. È incredibile come il loro sequel infinito non annoi mai. Anche ieri tutti qui a Londra, e gli amici in arrivo dall’Italia per le semifinali, tifavano per vedere ancora l’ennesimo duello. D’altra parte gli appassionati della musica classica si stancano mai di ascoltare Beethoven o Mozart, così diversi, unici, inimitabili? A 33 anni e mezzo Rafa è il più anziano n.1 di fine anno dacchè esiste l’ATP (1973). “Se me l’avessero detto anni fa che a questa età sarei stato ancora il primo giocatore del mondo non ci avrei mai creduto!”.

Ma non è che l’ultimo monarca serbo, 12 mesi fa, fosse un ragazzino imberbe: Nole aveva 31 anni e mezzo. Prima di lui i re più anziani erano stati Lendl e Agassi, entrambi 29enni nell’89 e nel ’99. Rafa ha eguagliato i 5 “troni” di fine anno di Roger Federer e Nole Djokovic. Facendo bene i conti – non è la mia specialità – sono 15 anni dominati dal trio a partire dal 2004, con un unico sovrano “imbucato”: Andy Murray nel 2016.

Oggi pomeriggio mi auguro solo di vedere una bella partita fra Federer e Tsitsipas, il più anziano campione contro il più giovane, 17 anni di divario anagrafico. Stefanos ha voluto tranquillizzare i suoi fan che gli avevano dato del’incosciente per essere rimasto in campo due ore e tre quarti senza troppo senso, salvo che per un sano e quasi anacronistico apprezzabilissimo fair-play: “Sono giovane, sto bene, non credo che risentirò dello sforzo odierno”. Beato lui. Io, maledetta formula del Masters, invece stanco lo sono eccome. Sarà mica a causa dell’età, i 69 anni e… 15 mesi?

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

C‘erano volute “a couple of weeks”, qualcosa più di due settimane, stando alle parole pronunciate da Roger Federer qui a Londra nei giorni scorsi, per smaltire la cocente delusione di quei due matchpoint mancati nella finale maratona di Wimbledon vinta da Djokovic al tiebreak giocato sul 12 pari del quinto set. Ma secondo me sono state pure più di due. A 38 anni non sai mai se certe occasioni si ripresenteranno. “Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella finale e mi piace l’idea di rigiocare di nuovo contro Novak con la possibilità di prendermi la rivincita, in fondo quella partita l’ho persa per due punti, lui avrà un tantino più fiducia di me, ma io non ne ho poca” aveva detto Roger. Parole abbastanza inconsuete per Federer, che di rivincite non ho forse mai sentito parlare.

Certo è che, considerando che Roger non aveva più battuto Novak da quattro anni, dal Masters 2015 qui, chi aveva più da perdere era certamente Novak. Avevo incontrato Greg Rusedski, l’inglese del… Canada, ex n.4 del mondo, che mi aveva detto: Tutta la pressione sarà su Novak perché lui è l’unico dei due a cercare di chiudere l’anno da n.1 e per riuscirci deve battere Roger e vincere questo torneo spodestando così Nadal. Vincendolo eguaglierebbe anche i 6 Masters vinti in carriera da Roger. Si gioca, insomma, tante cose tutte insieme, e in un round robin, sapendo che se perde è anche eliminato dal torneo…”.

Novak Djokovic – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Fatto sta che a fronte di un Federer che ha giocato, e soprattutto servito in maniera straordinaria – le statistiche del primo set, che è quello ha influenzato il trend del match, sono impressionanti: 83% di prime palle pur avendo cercato l’ace (ne ha fatti 8 in 5 game), 16 punti su 19 quando ha messo la prima, 4 punti su 4 le sole volte che ha messo la seconda! Insomma Roger ha ceduto la miseria di 3 punti in cinque turni di servizio – un Djokovic incredibilmente nervoso, capace di regalare un break già nel terzo gioco (dopo aver salvato una pallabreak nel primissimo game) con ben due doppi falli, ha giocato una partita che il mio amico Vuk Brajovic ha sentito definire alla tv serba come “assolutamente catastrofica!”. “E non so spiegarmi perché, dopo tante partite contro Roger – quella di ieri era la n.49 – io non riuscissi proprio a leggere il suo servizio!.

Beh, una cosa del genere, detta dal migliore ribattitore del mondo, fa davvero impressione. E impressionatissimi erano, a fine match, anche due ex capitani di Coppa Davis della Svizzera che hanno conosciuto Roger fin da quando era un ragazzino, Marc Rosset e Claudio Mezzadri, dei quali potete ascoltare le interessanti interviste audio che ho loro fatto. Nonostante le mille partite di Roger che hanno visto e seguito, erano anch’essi stupiti per il livello della performance, tecnica e anche atletica esibita da quel fenomeno di oltre 38 anni. Val la pena ascoltarli.

Così come val la pena sottolineare che a non aver dimenticato i due matchpoint mancati da Roger all’All England Club, c’erano anche tutti gli spettatori della 02 Arena. Il tifo che hanno fatto per il loro eroe, vittima ingiusta ai loro occhi di fan quattro mesi fa, è stato rumoroso e a tratti aggressivo, come a voler far scontare a Nole quella vittoria che li aveva tutti feriti. Un tifo esagerato, a tratti quasi crudele, che mi ha portato a simpatizzare per il serbo trafitto da mille frecce, più di San Sebastiano.

Con questo exploit, ad ogni modo, Roger al momento ha certo reso felice oltre a se stesso anche Rafa Nadal ancor prima dello scontro del maiorchino con Tsitsipas. Il duello del maiorchino con il greco sarà ininfluente per la quinta leadership ATP di fine anno. Nadal sarà sul trono del tennis per la quinta volta, così come ci sono stati cinque volte Federer e Djokovic. È impressionante pensare che negli ultimi 16 anni ci sono stati solo loro con la corona sulla testa, con l’unica intromissione di Andy Murray nel 2016.

Il match Nadal-Tsitsipas sarà invece importante per l’ambizione di Rafa di raggiungere il traguardo delle semifinali di uno dei pochissimi tornei che il maiorchino non ha mai vinto. Rafa, si diceva già ieri, non ha il destino nelle sue mani: deve sperare, oltre che nella propria, anche in una vittoria di Medvedev su Zverev dal quale era stato battuto. In questa duplice combinazione Rafa terminerebbe il suo round robin al primo posto. Altrimenti sarebbe fuori (come direbbe Briatore).

Invece nell’altro gruppo Roger Federer è già sicuro di chiudere al secondo posto, alle spalle di Thiem la cui sconfitta con il nostro Berrettini non lo ha minimamente penalizzato, al di là dei 192.000 euro spettanti al vincitore di ciascun match. Ergo Federer incontrerà in semifinale Tsitsipas oppure, un tantino meno probabilmente secondo me, Nadal. Magari sbaglio ma mi pare improbabile che si verifichino entrambe le ipotesi: Nadal che batte uno Tsitsipas che mi è parso in forma smagliante e Medvedev che lotta per battere Zverev quando anche vincendo non potrebbe comunque qualificarsi per la semifinale.

 
Roger Federer – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Chiunque gli capitasse di fronte… se Roger giocasse come ha giocato ieri il favorito della semifinale prima e del torneo poi, sarebbe proprio lui. Ciò anche se si è ben visto che nessuna giornata è mai uguale all’altra. Roger aveva giocato maluccio con Thiem e solo un po’ meglio, ma non benissimo (salvo che al servizio) con Berrettini. Come cambiano le cose, i pronostici, nell’arco di un giorno o due, financo di poche ore. Ieri pomeriggio, quando avevo chiesto al collega svizzero dell’agenzia Sportcenter Christian Despont, un suo pronostico sul duello più atteso della quinta giornata de Masters. Aveva scosso un po’ la testa e poi detto: “60% Djokovic, 40% Federer”. Dello stesso parere l’altro svizzero Mathieu Aeschmann. E voi che credete che i pronostici li sbagli solo Scanagatta!

Djokovic si è presentato in sala stampa comprensibilmente deluso, direi abbacchiato. Quest’anno niente cioccolatini per la stampa. Era diventata una tradizione a questo Masters, ma ieri sera per lui non c’era proprio niente da celebrare. Anche se, non dimentichiamolo, Novak chiude l’anno 2019 – prima della settimana di Madrid per la Coppa Davis – con un percorso da far invidia a tutti quanti. E cioè con all’attivo due Slam, in Australia e a Wimbledon, due Masters 1000, Madrid e Bercy, più un 500 a Tokyo. Chiude inoltre da n.2 del mondo. Oggi lui che aveva fatto la bocca al n.1 lo avverte come uno smacco, ma insomma allora Federer che dovrebbe dire? Non ha vinto neppure uno Slam quest’anno, è dietro Djokovic, terzo, nel ranking ATP, grazie ai quattro tornei vinti, Dubai, Miami, Halle e Basilea. Vincesse questo Masters conquisterebbe l’alloro più pregiato.

Mi sembra giusto chiudere questo editoriale di giornata plaudendo a Matteo Berrettini. È riuscito dove avevano fallito Panatta e Barazzutti e poco importa il fatto che Thiem, giustiziere nei giorni scorsi tanto di Federer che di Djokovic, fosse già sicuro di un posto in semifinale contro il n.2 dell’altro gruppo. C’è l’ombra di una motivazione un po’ più appannata nell’austriaco – fino a che punto è stata vera gloria? Questa formula ha sempre dato adito a dubbi – ma i precedenti fra Thiem e Berretto, vincitore a Shanghai e sconfitto a Basilea, e direi forse ancor più quella battaglia in quattro set al Roland Garros 2018 quando Matteo non era davvero quello di oggi e Dominic era invece già specialista affermato della terra rossa (due semifinali e due finali a Parigi negli ultimi quattro anni), mi fanno credere che fra i due ci possa essere gara, a prescindere dall’attuale equilibrio statistico: 2 a 2.

Matteo ha servito benissimo, salvo che sul 5-4 quando ha giocato un game davvero brutto. Gli è capitato più volte quest’anno, quando doveva chiudere un set o un match. Il suo coach mentale, Stefano Massari, lo affianca anche per evitare che queste situazioni si ripetano. Mentre coach Vincenzo Santopadre dovrà aiutarlo a migliorare in quelle carenze risapute e indicate nei giorni scorsi anche da Federer in persona: rovescio (per quanto ieri ne abbia giocati alcuni altamente spettacolari, due vincenti strappa-applausi perfino ad una mano), risposta e gioco di piedi. E magari ci sarebbe da migliorare anche la volée di dritto sulla palla calante che lascia calare troppo per mettersi di fianco e poi accarezzarla senza spingerla a sufficienza. Gliene ho viste sbagliare, di facili, contro Federer a Wimbledon e qua, contro Thiem.

Ma non c’è dubbio che Matteo sia sulla buona strada, se non commetterà l’errore di montarsi la testa. Il suo ambiente, molto sano, pare in grado di garantire che ciò non accadrà, però se nel calcio si è sempre detto e scritto che a Roma per vincere un campionato occorre vincerne tre, anche per Berrettini le distrazioni romane potrebbero non aiutare. Non so perché, sarà quasi certamente frutto di due stereotipi… geolocalizzati, Roma e San Candido, ma l’altoatesino Jannik Sinner – di cui già tutto il microcosmo del tennis parla in termini entusiastici – sembra meno naturalmente portato… a comportarsi da star un po’ piaciona.

Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il suo 2019 è stato pazzesco, l’ho scritto in tutte le salse, non so più come scriverlo. Per tutti i primi mesi del 2020 Matteo non ha cambiali da pagare, ma – come ha detto lui stesso“più che entrare e uscire dall’élite dei primi 10, mi piacerebbe vincere un grande torneo, tipo un Masters 1000 (non ha osato dire un Slam…), perché vorrebbe dire che per quella settimana sei stato il migliore del mondo”. Inutile dire, anche perché lui questa volta non l’ha detto, che il torneo che più gli piacerebbe vincere è Roma. Un anno fa non ti qualificasti per le finali Next Gen milanesi, Matteo, oggi sei numero 8 del mondo, non schivi neppure la domanda trabocchetto che ti chiede se sogni di diventare n.1 del mondo… Tempo al tempo, ma intanto ad maiora Matteo.

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