Questo Wimbledon non lo ricorderemo certo per le finali

Editoriali del Direttore

Questo Wimbledon non lo ricorderemo certo per le finali

LONDRA – I motivi per memorizzarlo però non sono mancati. Il poker di Djokovic che fa 13. Federer altro k.o. con il match point, le maratone, tie-break al quinto sì o no, il tetto nemico di Nadal, l’exploit di Camila Giorgi nonostante…

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da Londra. il Direttore

 

Se un torneo di dovesse memorizzare e ricordare soltanto per le finali, questa edizione 132 di Wimbledon non passerebbe certo alla storia. Shakespeare, che credeva e costruiva le grandi trame “This blessed plot, this realm, this England” sarebbe rimasto deluso della conclusione, contraria alle regole più elementari di un’opera teatrale e di una fiction. Le finali Djokovic-Anderson e Kerber-Serena Williams sono state tutt’altro che esaltanti. Salvo che per chi le ha vinte e per i loro fan. Eppure il prologo, anzi più prologhi, erano stati fantastici. Nel torneo degli uomini battaglie infinite dagli ottavi in poi (Anderson-Federer con Roger che perde il ventesimo duello con il matchpoint  a favore, Nadal-del Potro), maratone record mai registrate prima nelle due semifinali (Anderson-Isner, Djokovic-Nadal), ore di suspense e storia, controversie infinite sulla durata dei match, sulla necessità o meno di un tie-break anche nel quinto set (magari posposto al 12 pari per sfuggire a una sudden death, una morte troppo improvvisa), sulla strana gestione del tetto affidata al “common sense” di un referee di un torneo un po’ outdoor e un  po’ no, che non a tutti (e meno che a tutti a Rafa Nadal) è apparso adeguato common sense. Non sarà il caso di scriversi una bella regoletta anche nel Paese della common law?

Nel torneo delle donne un’ecatombe mai vista prima di teste coronate che rotolavano una dopo l’altra neppure si fosse trasferita a Londra la rivoluzione francese. Dieci teste di serie, dieci k.o, pareva il film dei “Dieci piccoli indiani”. È sopravvissuta la “vittima predestinata” n.11, che doveva essere la vittima designata, per celebrare il trionfo della maternità, ma Angie Kerber che qui aveva giocato una finale contro la stessa Serena Williams e l’aveva persa, ha preso in contropiede tutti quanti. La finale donne è finita 6-3 6-3, proprio quando Serena a detta dei più pareva più pronta di quanto si considerasse lei stessa ad aggiudicarsi il ventiquattresimo Major che l’avrebbe messa sullo stesso piedistallo di Margaret Court… e in realtà un bel po’ più in alto, perché l’australiana aveva conquistato 11 dei suoi 24 Slam a casa sua e in assenza di molte delle più forti rivali in tempi in cui l’Australia era logisticamente molto più lontana di oggi. E la finale uomini pareva avviata ancora peggio, 6-2 6-2, tanto che già stavamo tutti spulciando in tribuna stampa le finali a senso unico dell’era Open, McEnroe-Connors 6-1 6-1 6-2 nel 1984, McEnroe-Lewis l’anno prima 6-2 6-2 6-2, Connors-Rosewall 6-4 6-1 6-1. Quando in un rigurgito di orgoglio Kevin Anderson è finalmente rinvivito e, liberatosi delle sue scorie (anche mentali, non solo fisiche), è stato capace di offrirsi e offrirci almeno cinque palle break (due sul 5-4) e tre sul 6-5 che erano anche set point. Ci fosse stato il quarto set ci saremmo tutti divertiti di più, ad eccezione di Djokovic, Vajda, Jelena, il piccolo Stefan, Dodo Artaldi e il mondo serbo. Per Novak è il primo torneo vinto nel 2018. Ha scelto quello giusto. “Non c’è posto più bello di dove tornare a vincere! Ed è la prima volta che qualcuno mi grida papà, papà, da una tribuna”.

Invece ne è venuta fuori una partita piatta, noiosa, magari prevedibile, ma comunque in grande contrasto con tutto ciò che l’aveva preceduta nella settimana. Capisco che quanto sto scrivendo possa apparire ingiusto nei confronti di Anderson che è stato brillante protagonista di un grandissimo torneo, ancor miglior di quello che lo aveva visto centrare nel settembre scorso all’US Open la sua prima finale di Slam. Si è visto che non era giusto “etichettarlo” come un tennista capace soltanto di servire, però certo la battuta era –è – il suo punto più forte. Beh, contro Djokovic, per due set, e fin dal primissimo game di ciascun set con contorno di doppi falli, quel formidabile servizio è stato invece il suo punto debole. Diventando psicologicamente per Djokovic che quel servizio alla vigilia non poteva non temere, anche se è uno dei migliori ribattitori di sempre… un formidabile vantaggio. Cosa di meglio e di più poteva sperare Novak, per cancellare subito le proprie insicurezze (“Avrei preferito avere un giorno di riposo dopo la lotta con Nadal…”) che un break all’avvio di ciascun set? Un Novak che di finali di Wimbledon ne aveva già giocate quattro e vinte tre. Insomma, di gran lunga il più esperto dei due a questi livelli, aveva forse bisogno di ulteriori aiutini? “It was a perfect start” avrebbe ammesso subito dopo, con ancora Stefan in braccio e il trofeo in mano.

Dal 2103 al primo semestre del 2016, Novak, oggi 31 anni, sembrava dominare il tennis. Molto più di Federer, che dal 2012 al 2017 non avrebbe più vinto un Major, più di Nadal cui Novak sembrava aver preso le misure in modo costante. Di 16 Slam di quel periodo ne aveva vinti sette ed era stato protagonista di altre cinque finali. Quattro Slam li aveva vinti in fila, dall’US Open 2015 al Roland Garros 2016. Ma a Wimbledon venne fuori il tennis elbow, il male al gomito, lo spauracchio più terribile per un tennista insieme ai dolori al polso cui sono passati praticamente tutti i top-players, Nadal, Djokovic, del Potro. Quel problema insieme ad altri, via Becker, dentro e poi via Agassi, le voci insistenti su dissapori coniugali, lo hanno fatto precipitare nel vuoto. Della testa e del ranking. Fino a che in Australia, dopo la cocente delusione infertagli dal NextGen Chung, Novak si è finalmente rassegnato a correre il rischio di un’operazione al gomito che proprio avrebbe voluto evitare. Il chirurgo che l’ha operato, e con successo a quanto si è potuto vedere, era a Wimbledon ieri, ospite di Nole naturalmente (anche se Nole, rispondendo a una mia scherzosa domanda, ha negato l’intenzione di compensarlo con la metà dei 2 milioni e 250.000 sterline del primo premio). Il vero test al gomito di Novak non erano state le 2 h e 19 di questa finale (il quinto set di Anderson con Isner era durato tre ore), ma la semifinale con Nadal.

Ma insieme al gomito era la testa che non funzionava come prima in Novak. “Ho vissuto momenti in cui ero frustrato e mi chiedevo se sarei riuscito a tornare sui miei livelli o no. Ora è facile parlare e dire cose diverse, ma ringrazio il destino per essere passato attraverso tutte queste emozioni contrastanti, turbolenze, momenti ricchi di dubbi, delusioni, frustrazioni, rabbia… sono un essere umano e tutti viviamo situazioni difficili. È una curva di apprendimento, davvero. Mi ha permesso di conoscermi meglio, con maggior profondità”. E Novak mi ha quasi commosso, come già sul campo quando ha potuto salutare suo figlio Stefan che gridava “Daddy, Daddy”, quando ha detto: “Pensare a mio figlio è stata una motivazione in più, se non la più grossa perché mi ero immaginato il momento in cui sarebbe potuto entrare in tribuna e festeggiare con mia moglie e tutti. È dura da descrivere, non era mai stato prima nel mio box a guardarmi in un match e speravo che accadesse a Wimbledon perché ora è abbastanza grande e può stare tranquillo per mezz’ora… forse. Qui ci sono regole speciali e si devono rispettare. Non ha ancora 5 anni e non puoi stare lì altro che per una premiazione, come successe un anno fa per i figli di Roger”.

Ecco, dietro le vittorie, i record, il poker di Djokovic e i 13 Slam che lo avvicinano a Pete Sampras dopo due anni di gap – sembrava che Novak potesse avvicinare i record di Roger e Rafa ed è invece rimasto un po’ indietro – sono forse certi aspetti e contorni umani, la orgogliosa paternità di Nole, la travagliata maternità di Serena, l’avanzata anagrafe dei finalisti – tutti oltre trentenni per la prima volta, uomini e donne – a lasciare le tracce più sensibili di questa edizione dei Championship baciata dal sole come credo non mi fosse più capitato dal primo Wimbledon cui assistetti, nel 1974. Del resto, a mò di consolazione (e frustrazione) per due finali francamente deludenti come quelle di quest’anno, in tutta onestà non è che il Federer-Cilic di un anno fa o il Murray-Raonic di due anni fa, resteranno indelebilmente impresse nella mia memoria. E quanto a quelle femminili, negli ultimi sei anni, si sono sempre concluse in due set, spesso netti, come un anno fa quando Garbine Muguruza battè Venus Williams 7-5 6-0. Volete che vi ricordi le altre? 2013 Bartoli-Lisicki 6-1 6-4, 2014 Kvitova-Bouchard 6-3 6-0, 2015 Serena Muguruza 6-4 6-4, 2016 Serena-Kerber 7-5 6-3 (e non fu male). Volete che vi dica l’ultima davvero emozionante? 2005: Venus Williams-Davenport 4-6 7-6 9-7, seguita (2006) da Mauresmo-Henin 2-6 6-3 6-4. Insomma non lamentiamoci troppo, soprattutto quest’anno che nel singolare femminile almeno abbiamo avuto una tennista, Camila Giorgi, capace di raggiungere i quarti di strappare un set a Serena Williams anche se…non la guarda giocare, tantomeno la studia perché “io faccio il mio gioco” e “il tennis femminile non mi interessa”.  Io dico che se qualcuno, in famiglia o fuori dalla famiglia, riuscirà a trasmetterle passione per questo sport che lei sembra considerare poco più che un lavoro, e insieme alla passione anche la professionalità di un atleta che dovrebbe conoscere a menadito le caratteristiche dei suoi avversari/e, Camila ci darà altre soddisfazioni. Se c’è riuscita con tutti questi limiti oggettivi, pensate un po’ cosa potrebbe fare il giorno che li avesse superati.

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Editoriali del Direttore

Piaccia oppure no ai benpensanti, la Laver Cup è un successo. Però…

GINEVRA – Le perplessità del direttore. Un Roger Federer di gran buon umore, ma pessimo coach. Berrettini che non conquista un break preoccupa più di un brutto Fognini. Come può perdere l’Europa se il World Team perde pure i doppi? Dubbi su Nadal. Come sta?

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da Ginevra, il direttore

Eccomi alla terza edizione della Laver Cup, la mia seconda personale. Gli ingredienti per farne parlare con discreta enfasi sono tanti: ci sono i campioni della vecchia guardia, leggende come Borg, McEnroe e altri, riuniti nel nome di una coppa intitolata intelligentemente a Rod Laver. Un nome, quello del campione australiano, perfetto non solo per essere l’ultimo Grand Slam winner e unico ad esserlo stato due volte, ma anche perché questo evento pensato dall’agente di Roger Federer in associazione con Tennis Australia celebra il più grande tennista australiano del tennis, Open e non Open.

 

Inoltre, nato ad immagine e somiglianza della Ryder Cup di golf, c’è pure assonanza fra Ryder e Laver. Poi ci sono un bel po’ di star del tennis contemporaneo, 5 top ten europei fra cui due dei Big 3, Federer e Nadal, e non è colpa loro se il Resto del Mondo presenta un solo top 20, John Isner, per una sfida che sembrerebbe assai sbilanciata, salvo che ad equilibrarla ci siano sconfitte sorprendenti come quella di Fognini che perde 6-1 7-6 da Sock che quest’anno, dopo sei mesi di problemi fisici, ha perso quattro partite su quattro in competizioni ufficiali.

Ma è salvaguardata una presenza internazionale: i sei tennisti europei rappresentano Spagna, Svizzera, Grecia, Germania, Austria, Italia, e poi c’è la Svezia con capitan Borg e vice Enqvist; i sei del World Group USA – con i due fratelli McEnroe – Australia e Canada pluri-rappresentate.

Si dà importanza anche ai doppi. Novità che viene apprezzata dagli spettatori, soprattutto quando danno l’occasione di far vedere fianco a fianco Federer con Nadal o anche con Zverev. C’è poi questa sorta di spirito di squadra con i giocatori – per solito super egoisti – che seguono in panchina e incoraggiano i compagni di squadra come non capita mai di vedere al di fuori della Coppa Davis, in cui però a giocare sono connazionali e non acerrimi rivali. In quale altro evento si vedrebbe mai Federer e Nadal che insieme si sforzano di consigliare Fognini per uscire da uno dei suoi impasse?

Non ci si sorprende quindi, e men che mai nel Paese di Federer, che i biglietti siano andati a ruba fin dai primissimi giorni e che si preveda sold out per gran parte delle sessioni di gioco. E ciò sebbene il divario fra le due squadre – come già accennato – sembri incolmabile e paia assicurare il terzo successo consecutivo per il team Europa.

Di una presenza svizzera nella sala stampa di questo mega PalExpo (dove l’Italia perse dalla Svizzera nella Davis del 2014, prima che poi la Svizzera conquistasse la sua unica Coppa a Lille contro la Francia) quasi non ci si accorge. Anche tutte le hostess di sala stampa sono australiane, assolutamente ignare riguardo a tutte quelle info concernenti la città di Ginevra, bus, orari, taxi, ristoranti, hotel.

E gli organizzatori australiani, che vorrebbero monopolizzare anche le domande in conferenza stampa con i loro addetti, sembrano preoccuparsi soprattutto di far capire che questo è tennis serio, vero, e non un’esibizione. I giocatori hanno recepito e interiorizzato il messaggio e anche loro fanno di tutto per sottolineare quest’aspetto. Di perdere davanti ai propri stessi compagni, prima ancora che alle immense platee televisive, a nessuno degli “invitati” alla Laver Cup fa piacere. Questione di orgoglio. Inoltre l’ATP ha concesso alla Laver Cup di considerare ufficiali i risultati di questa competizione. Di fatto… contribuendo a fare un discreto casino. Tutte le statistiche dell’ATP sono state ritoccate. Esempio: Federer, che ha vinto due incontri di singolare per ciascuna delle prime due edizioni, vanta ora 4 vittorie in più rispetto a quelle che si contavano fino allo scorso anno. Si modifica anche il suo record per quanto riguarda i suoi match vinti salvando i match point: due in più. Quel che vale per Federer vale per tutti gli altri partecipanti. Anche il record dei tie-break, sebbene qui il terzo set sia un long tie-break a 10, è stato stravolto.

Gli amanti delle statistiche hanno dovuto registrare tutto anche in retroattivo, perché anche le statistiche delle prime due edizioni della Laver Cup hanno dovuto essere incluse.

Inutile dire che se non ci fosse stato Roger Federer di mezzo, più ancora che Tennis Australia, tutto ciò non sarebbe successo. I soldi e i nomi contano più di ogni tradizione. Per quanto mi riguarda sono parecchio perplesso. A me il vero tennis pare un altro. E ciò a prescindere dal fatto che questa Laver Cup sia stata un’idea promozionale eccellente per il tennis e che sia divertente seguirla, proprio perché diversa dagli eventi cosiddetti “normali”.

Però, qualunque cosa succeda qui a Ginevra, è dal settembre 2009 che tutti gli Slam sono vinti da tennisti europei. E che nelle classifiche mondiali, gli europei dominano la scena. Quindi forse, come per la rituale sfida NBA-All Stars, forse il format andrebbe ripensato. C’è chi ha proposto di imitarne il draft: da una parte Federer sceglie i suoi, dall’altra Nadal-Djokovic i loro. Ma magari i progressi del Nord America – leggi soprattutto Canada con Augier-Aliassime e Shapovalov – modificheranno gli attuali precari equilibri.

Forse, al momento qui a Ginevra gli americani potrebbero sperare di vincere più doppi, che alla fine portano gli stessi punti dei singolari. Di fatto un illustre collega che su un sito americano aveva dato per favorito – due set a zero – Shapovalov su Thiem e Fognini su Sock, e un solo singolare in due set, quello fra Tsitsipas e Fritz, e favorito il doppio Sock-Shapovalov su Zverev-Federer… non ne ha azzeccata una. Peggio del Mago Ubaldo e della previsione wimbledoniana Federer-Berrettini!

Per considerazioni di vario tipo su questa Laver Cup vi rimando a quello che aveva scritto Vanni Gibertini dopo Chicago perché molte sue tesi mi paiono condivisibili ancora oggi, quando aveva messo fra i più l’appeal commerciale dell’idea di Godsick, la partecipazione del pubblico a seguito di una proposta interessante per gli spettatori, il piacere di partecipare ad un evento “diverso” da parte dei giocatori che si sentono onorati di essere chiamati a far parte dello show (è quel che ha detto anche Fognini che però non ha dimostrato di avere la stessa professionalità degli altri tennisti nel rispondere alle domande di Laura Guidobaldi, consigliandole di rivolgersi direttamente a Bjorn Borg in svedese anziché far domande a lui!), la formula tutto sommato azzeccata perché se tutti (o quasi) i match si decidono al tie-break del terzo set o comunque riservano discrete emozioni e spettacolo, alla fin fine il timore che l’Europa dovesse farsi un solo boccone del World Team, sembra forse esagerato (lo scrivo in apparente contraddizione con quanto scritto inizialmente). E infine l’organizzazione, anche se fa effetto constatarla così australiana in Europa, contando su grandi sponsor come Rolex, Barilla, Credit Suisse, Jura, Wilson, Moet&Chandon e altri di grandissimo calibro, è certamente notevole e crea, anche nella fan zone, un piacevolissimo impatto.

Laver Cup 2019 (via Twitter, @lavercup)

Come ho accennato sopra riguardo al discorso di considerare questi incontri ufficiali per gli head to head dell’ATP ho delle perplessità anche perché fra match della prima giornata che assegnano un solo punto ai vincitori e quelli che ne assegnano nella terza giornata c’è una bella differenza e non dovrebbero pesare, nel bilancio dei confronti diretti, allo stesso modo. Ciò sebbene, come già detto, non penso che i tennisti che scendono in campo il primo giorno si impegnino meno di quelli che scendono il secondo o il terzo.

C’è poi il solito, ritrito discorso che questo è in pratica un torneo a inviti (e a ingaggi) per cui qualcuno può giovarsene e altri no. E, come già sottolineava Gibertini, mentre chi perde in uno Slam lo vedi andar via furibondo, qui anche chi perde tutto sommato sembra sopportare lo smacco con il sorriso sulle labbra. Anche se magari, come ha fatto Shapovalov quando ha perso il match con i 3 match point contro Thiem, caccia rabbiosamente la racchetta per terra.

LA SCONFITTA DI MATTEO… E PRONOSTICI PER DOMANI – Gli organizzatori del torneo di San Pietroburgo certo non saranno stati contenti della concorrenza esercitata dalla Laver Cup e della modesta fedeltà dell’ATP alle loro esigenze, ma certo i lettori italiano staranno prestando grande attenzione al tentativo di Matteo Berrettini di entrare fra gli otto qualificati al Masters di Londra, 41 anni dopo Barazzutti. Purtroppo quel doppio 7-6 per Gerasimov (14 punti per il bielorusso a 8 complessivamente nei due tie-break) e l’incapacità di Matteo di strappargli anche una sola volta il servizio (dopo essersi procurato tre sole palle break) sembrano dimostrare ancora una volta che il maggior limite di Matteo consiste nella risposta al servizio.

Lo dico senza aver visto un punto del match, quindi magari sbaglio in relazione alla partita odierna. Ma se Matteo, che ha salvato ben sei palle break, si dimostra solido nei frangenti in cui si deve salvare, un po’ meno lo sembra quando invece deve chiudere lui. Ho ancora negli occhi quel dritto sbagliato sul 4-1 nel tiebreak del primo set con Nadal a New York e poi altri momenti in quello stesso tie-break, così come con Popyrin quando doveva chiudere il quarto set servendo per il match. È solido a momenti, fragile in altri. Oggi ha cinque piccolissimi punti di vantaggio su Nishikori ma ha mancato di prendere il largo. Avesse perso con Medvedev in semifinale sarebbe stato normale. Peccato per la semifinale mancata. Speriamo che fra Pechino e Shanghai Matteo raccolga altri punti importanti.

Chiudo sul day one della Laver Cup dicendo che il 3-1 a favore dell’Europa non pregiudica nulla. Basta un solo match vinto dagli USA nella seconda giornata, magari già con Isner contro Zverev nel primo incontro di questo sabato, per pareggiare il conto. Dopo di che Federer con Kyrgios non è un match scontato, anche se lo svizzero è certo favorito. Non più del solito perché gioca in casa, perché Roger gioca in casa in tutto il mondo, ma perché come ha detto Roger ieri notte dopo il doppio che ha vinto con Zverev annullando 6 set point nel secondo set: “Se gioca al 100 per 100 delle sue possibilità Kyrgios può battere chiunque. Ma se gioca soltanto all’80 allora penso di poter vincere io…”. Poco prima, scherzando, avevo detto a Roger che lui e Rafa non avevano dimostrato di essere grandi coach con Fognini che aveva disputato un match pessimo contro Sock malgrado i loro consigli. Mentre Zverev rideva di buon gusto, anche Roger ci ha scherzato su. Salvo eccepire, quando gli ho riferito che Patrick McEnroe mi aveva detto di aver visto un Fognini disastroso soprattutto nel primo set “Eh ma lui è uno dei capitani dell’altra squadra, non bisogna dargli peso”.

Riguardo alle partite di sabato mi fa effetto vedere Nadal che gioca due partite quando i match valgono due punti invece che domenica quando valgono tre. Che sia perché Rafa non è al massimo? Qualcuno mi ha sussurrato che potrebbe avere un problema al polso, che scenderebbe in campo per il primo singolare e se poi accusasse qualche problema potrebbe essere sostituito nel doppio. Vedremo. Intanto posso garantirvi che la disponibilità di Roger a scherzare, a rispondere in tutte le lingue a tutte le domande – fregandosene altamente di quando il vice-manager di Godsick interviene nervoso per dire “ultima domanda!” – è unica. Quasi esagerata. Si capisce proprio che questo è il suo torneo.

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Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

NEW YORK – O Federer trionfa all’Australian Open, oppure Nadal pareggerà i 20 Slam al Roland Garros. A 33 anni corre per cinque ore come un ragazzino. Medvedev è più numero 4 di Thiem. Otto “provocazioni” finali

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Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Avrà sicuramente dormito benissimo Rafa Nadal, se qualche dolorino articolare a seguito dell’emozionante maratona durata poco meno di cinque ore non si è fatto sentire. Prima della finale Rafa aveva detto: “Se non dovessi vincere ora lo Slam n.19 (un Australian Open, 12 Roland Garros, 2 Wimbledon, 4 US Open), non perderò comunque il sonno”. Tuttavia quel numero un certo effetto glielo ha fatto, perché quando lo ha visto comparire sul mega schermo luminoso dell’Arthur Ashe Stadium, il 19 a caratteri cubitali accanto al suo nome, il “duro” Rafa non è riuscito a non commuoversi e a trattenere le lacrime, quasi che fosse stato contagiato da Roger Federer. “Si invecchia, ci si commuove più facilmente” si sarebbe schermito, con un sorriso, Rafa in sala stampa.

Di certo la vittoria sofferta, soffertissima, dopo che per due set e mezzo Rafa era in pieno controllo del match – 7-5 6-3 e 3-2 con un break di vantaggio dopo 2 ore e un quarto di gioco, ha contribuito a farlo temere una rimonta che in uno Slam era riuscita soltanto al nostro Fognini, ma in un secondo turno, non in una finale! La cronaca l’ha già pubblicata con l’abituale tempestività Vanni Gibertini, ma varrà la pena di ricordare che nel secondo game del quinto set, quando erano già trascorse 3 ore e 57 minuti, e Medvedev aveva tenuto il primo game a 15, il ragazzo russo ha avuto ben tre palle break per portarsi sul 2-0. Fosse riuscito a sfruttarne una… chi può sapere come sarebbe finito il match? Ma lì Rafa serve bene, fa male con il dritto sulla prima, pressa sulla seconda, approfitta di due brutte volée di Daniil e salva la pelle.

Gol sbagliato, gol subìto si dice nel calcio, ma stavolta i… gol subiti da Medvedev sono stati addirittura due, come i break patiti sul 2 pari e anche sul 2-4. Match finito? Manco per niente, con il contributo a mio avviso eccessivamente fiscale dell’arbitro americano Ali Nili che – dopo aver inflitto un primo più che legittimo warning nel primissimo game del match come non avevo mai visto accadere (ma, su questo niente da eccepire, probabilmente serviva da monito e non era sbagliato far capire subito che avrebbe voluto applicare subito il regolamento) e poi un secondo dopo che Medvedev si era lamentato: “Ogni volta che batto devo sempre aspettare, ogni volta!”sulla palla break per il 3-5 ha inflitto una terza ammonizione a Nadal costringendolo a servire soltanto una battuta.

Doppio fallo e break, con il pubblico che dopo essere stato tutto per Nadal all’inizio è diventato in gran parte per Medvedev, sia perché avrebbe voluto che l’aspro combattimento non finisse mai, sia perché il giovane russo si era meritato l’apprezzamento generale ed entusiasta per come – alla sua prima finale di Slam contro uno che ne giocava la n.27 – il giovane russo che pure aveva perso in carriera cinque match al quinto set su cinque, aveva reagito, con grande coraggio e non minor intelligenza.

Trascurando la cronaca, già edita dei due match point annullati alla grande da Medvedev e poi la palla break del 5 pari che avrebbe potuto riaprire tutto, ma che Nadal ha salvato prima di chiudere il match sul 6-4 dopo 4 h e 51 minuti (tre meno di quanti ne servirono nel 2012 a Murray per battere Djokovic, la più lunga di sempre a New York. È inoltre la terza finale vinta al quinto set da Nadal in uno Slam dopo quelle contro Federer a Wimbledon 2008 e Australian Open 2009), mi concedo qualche piccola osservazione finale.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

LA PRIMA – Questa finale è stata elettrizzante quasi quanto quella di Wimbledon vinta da Djokovic su Federer. Ok, lì c’era stato un tiebreak sul 12 pari, e in una finale non si era mai visto. C’erano anche stati i due match point non sfruttati da Roger. E quando un giocatore vince una finale annullando match point fa già storia e leggenda. Ma c’erano stati anche set centrali non particolarmente emozionanti se si considera che da due super campioni un grande spettacolo lo si poteva dare quasi per scontato. Qui a New York invece non lo era. I pronostici si dividevano fra un Nadal in grado di vincere in tre set e un Medvedev capace di vincerne al massimo uno. E quando era sotto due set a zero e un break… manco quello.

LA SECONDA – Nei suoi primi cinque anni all’US Open Rafa non era mai giunto neppure alle semifinali. Anche se avrebbe vinto due volte sull’erba di Wimbledon, vox populi era – allora – che Rafa era sì l’indiscutibile re della terra battuta, ma sul cemento – dove si giocano ormai la maggior parte dei tornei – non valeva gli altri Fab (forse neppure Murray, che dei quattro è sempre stato considerato il meno forte). Stanotte Rafa ha conquistato il suo quarto US Open, uno più di Djokovic. E Roger Federer, che qui aveva vinto per cinque anni consecutivi, negli ultimi dieci anni – dopo aver perso la finale con del Potro – non ha raggiunto che una sola finale, perdendola con Djokovic. Si può ancora considerare Rafa Nadal soltanto il re della terra battuta o gli va dato atto dei suoi straordinari progressi anche sulle altre superfici?

Lui ha vinto quattro US Open dal 2010 in anni in cui Roger ha fatto (oltre alla succitata finale del 2015) tre semifinali, tre quarti con quest’anno e due ottavi. Nadal può ancora essere considerato inferiore a Federer sul cemento? Su quello americano – che qui a New York peraltro curiosamente in tanti anni non li ha mai visti di fronte – mi pare corretto ritenere che il dubbio ci sia tutto (anche se magari l’Australia, sia pure con quella vittoria recuperata da Roger sull’1-3 nel quinto, o i Masters 1000 americani possono negarlo). Tenete presente che in questi dieci anni Nadal ha saltato per infortunio due edizioni e in una terza è stato costretto al ritiro. In tutto ha saltato otto Slam. Federer tre (più due Roland Garros per scelta). Djokovic uno.

LA TERZA – Che poi lui sia davvero l’indiscusso re della terra battuta resta vero, nessuno ne dubita. Anzi oggi Murphy Jensen, il doppista che con il fratello Luke ha anche vinto uno Slam (il Roland Garros ’93, più tre tornei), diceva a Steve Flink: “Sebbene quando Pete Sampras conquistò lo Slam n.14 tanti ritenessero che potesse trattarsi di un record imbattibile… io sono quasi certo che Nadal centrerà almeno 14 Slam soltanto al Roland Garros!”. C’è chi si sente di scommettere contro?

LA QUARTA – Ricordo di aver letto tantissimi commenti su questo sito, ma anche ad opera di tanti colleghi, secondo cui Rafa Nadal con il tennis dispendioso, violento che ha sempre praticato, sarebbe rimasto competitivo al massimo a 30 anni. Non come Federer che non suda nemmeno e che grazie alla naturalezza e alla fluidità del suo gioco avrebbe potuto giocare vita natural durante ai massimi livelli. Beh, smentiti tutti! Rafa corre e tira ancora come fosse un ragazzino, con la forza (la garra e l’entusiasmo) di un venticinquenne. C’è stato uno scambio nel secondo punto dell’ottavo game del quinto set in cui Rafa si è prodotto in un recupero multiplo da restare a bocca aperta! Stava giocando da 4h e 30m con un Medvedev che, abbandonando il suo tennis iniziale da puro incontrista (con vari cambi di ritmo per nulla banali e improvvisati), giocava accelerazioni di dritto e rovescio impressionanti e entusiasmanti.

LA QUINTA – Già che parlo di Medvedev e della sua straordinaria progressione estiva di cui si è scritto in tutte le salse, due finali perse, trionfo a Cincinnati, 49 vittorie nell’anno (più di chiunque altro), a prescindere dal fatto che abbia anche due anni di meno e quindi più margini di progresso, merita certamente di aver strappato la quarta posizione ATP a Dominic Thiem. L’austriaco è solidissimo sulla terra battuta, come dimostrano due finali consecutive (e prima due semifinali: quattro anni eccellenti) al Roland Garros e in atri tornei sul “rosso” (Madrid etcetera). Ma è decisamente meno completo di Medvedev. E anche meno forte di carattere.

LA SESTA – Tre anni, 12 Slam, tutti vinti dai Big 3. Ultimo non Big 3 Stan Wawrinka, che vinse nel 2016 l’US Open. Rafa ha detto: “È inevitabile che questa Era, o cosiddetta tale, debba avere un termine. Roger ha 38 anni, io 33, Nole 32…”. Ineccepibile. Però per ora i Big 3 reggono alla grande. Inevitabile che a turno qualcuno di loro tre, o anche due su tre, accusino i malanni dell’età, la spalla, la schiena o altro. Ma basta che uno dei tre resti in piedi perché il torneo, lo Slam, lo vinca lui. Anche al prossimo Australian Open sarà così. Il favorito sarà uno dei tre, anche se Medvedev sarà ancora più agguerrito e ci saranno anche altri Next-Gen temibili. Ma è significativo quel che ha detto Medvedev in francese (che parla benissimo, in due anni lo parla meglio di tanti francesi… è intelligenza anche questa. Di russi così dotati per le lingue non ne ho conosciuti tanti).

“Ero nella stessa metà di Djokovic e Federer… speravo di arrivare ai quarti, se mi avessero detto che sarei arrivato in finale e avrei lottato per cinque set con Nadal avrei firmato subito!. Un ragionamento che avrebbe fatto qualsiasi altro tennista “non Big 3”. A dimostrazione che anche fra i giovani rampanti, la sensazione è sempre quella: gli anni passano, ma i “big 3 sono sempre i più forti… se non accusano qualche acciacco per via dell’età”. E la dichiarazione di Roger Federer (“Se sarò senza dolori probabilmente potrei giocare fino a 40 anni”) al mondo del tennis fa sicuramente gran piacere. Ai giovani avversari forse un po’ meno.

LA SETTIMA – Una piccola soddisfazione statistica, dopo il grande exploit di Berrettini con la prima semifinale italiana dopo 42 anni all’US Open: Fabio Fognini è rimasto il solo giocatore capace di rimontare due set di handicap a Rafa Nadal in uno Slam.

LA OTTAVA – Così come il record dei 14 Slam di Sampras era ritenuto a lungo quasi irraggiungibile, lo stesso si può dire di quello di Federer. Ma oggi non lo crede quasi più nessuno. Fino a un paio d’anni fa si riteneva che sarebbe semmai stato Djokovic quello che aveva più chances di eguagliarlo e superarlo. Ora, con Nole indietro di quattro Slam rispetto a Roger e di tre rispetto a Rafa, cui sembra quasi impossibile negargli il ruolo di favorito n.1 al prossimo Roland Garros, beh, il maggior candidato a raggiungere per primo Roger è proprio Rafa. A meno che Roger vinca a Melbourne. Ma non sarà, se in buone condizioni fisiche, Djokovic il favorito là dove ha già vinto sette volte? Ergo a 20 dovrebbe arrivare – anche se al momento sono previsioni da bar, mancano quattro mesi all’Australian Open e nove mesi al Roland Garros.

E ora basta, detto che sono curioso di vedere se Berrettini farà bene nel trittico San Petersburg, Pechino e Shanghai perché nono nella Race a soli 20 punti da Nishikori che – non glielo auguro ma è quasi sempre rotto a fine anno – e a 190 da Bautista Agut, mi pare di aver messo fin troppa carne al fuoco per favorire le vostre discussioni. Mi raccomando: civili!

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Editoriali del Direttore

US Open: Serena Williams KO, ma non è finita. Andreescu: è solo il primo Slam

NEW YORK – Rispetto alle tre precedenti finali Slam Serena ha giocato meglio, ma non come può. La ragazza canadese ha tutto per diventare numero 1. Lei e Osaka saranno le regine dei prossimi anni

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Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Mi rendo conto che l’inizio è dei più banali: “È nata una stella”. Ma quando a 19 anni una ragazza che all’inizio dell’anno non era neppure nella WTA Media Guide perché era n.152, vince uno Slam battendo una Serena Williams che non era così malmessa come quando aveva perso da Kerber e Halep a Wimbledon e da Osaka qui, che altro si può pensare? Oggi la ragazza canadese che aveva vinto l’Orange Bowl under 16 nel 2014 – l’anno in cui un’altra canadese, Bouchard, aveva raggiunto la finale a Wimbledon – ma poi aveva avuto diversi infortuni che le avevano impedito di giocare con la dovuta continuità, ha battuto Serena giocando con le sue stesse armi.

Quella della gioventù quasi incosciente, infatti è la più giovane campionessa dacché Serena vinse il suo primo Slam qui nel ’99 alla stessa età. Quella dell’aggressività all’ennesima potenza, colpi dirompenti da fondocampo, sia dritto sia rovescio, velocità media di battuta intorno ai 170 km orari ma anche servizi poco sotto i 180. Quella di una personalità davvero notevole che le ha consentito di non farsi intimidire da 20.000 tifosi urlanti in un modo che non mi era mai capitato di sentire, da tapparsi le orecchie e a confronto del quale – anche perché l’Arthur Ashe Stadium è semicoperto e tutto rimbomba – un derby di San Siro fra Inter e Milan parrebbe silenzioso come una messa nemmeno cantata. Erano tutti per Serena e si sono scatenati soprattutto quando la CatWoman ha annullato con un dritto bomba incrociato il match point sull’1-5 ed è risalita fino al 5 pari.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Altri giocatori, e giocatrici, avrebbero rischiato lo svenimento. Lei ha ammesso di aver dubitato “perché l’ho vista risalire tante volte da 5-0, da 5-1, da 5-2, so di che cosa è capace insomma… mi sono detta di restare sul mio piano tattico (muoverla il più possibile, farle giocare più scambi…). Lei aveva cominciato a giocare molto meglio, poi la folla l’ha senz’altro aiutata”, ma alla fin fine non ha fatto una piega. E ha portato a casa, alla sua prima finale di Slam, il titolo che aveva sempre sognato, insieme a 3 milioni e 850.000 dollari. Not bad! “Dacché vinsi l’Orange Bowl credevo che avrei potuto farcela… quasi ogni giorno me lo immaginavo, è pazzesco, ma mi sa che a furia di immaginarmele queste fantasie sono diventate realtà. Hanno funzionato…”.

 

Abbiamo avuto tante altre vincitrici di Slam negli ultimi anni, quando Serena ha lasciato un po’ il passo. Ma insieme a Naomi Osaka, anche lei giovanissima, anche lei figlia di emigranti, Bianca sembra avere le carte in regola per diventare una vera numero 1. Sinceramente assai più che Barty, che pure ha un bel tennis ma non sembra avere la stessa grinta, la stessa solidità. Come Osaka anche Andreescu crede nella meditazione, lo fa tutti i giorni. “A questo livello tutte sanno come si gioca a tennis. La cosa che separa le migliori dalle altre è solo l’aspetto mentale.

Di sicuro concorderà con Bianca e Naomi il nostro Berrettini, che da sei anni si fa seguire da un coach mentale, del quale abbiamo parlato più di una volta nei giorni scorsi. Da marzo a oggi Bianca non aveva perso un solo match completato. A Indian Wells aveva fatto vedere, dopo aver già impressionato chi l’aveva vista in Nuova Zelanda e in Australia, di che panni si vestisse. Un anno fa qui aveva perso nelle qualificazioni. Ma a 18/19 anni le cose cambiano in fretta.

E nel caso di Bianca Andreescu non ho dubbi che se cambieranno sarà sempre in meglio. È venuta fuori da diverse partite dure, un set perso con Townsend, un altro con Mertens, due set durissimi con Bencic, questa finale con Serena Williams che non era davvero quella che aveva perso le altre tre finali di Slam dopo la maternità, anche se certo ha servito sotto al 50% di prime e sbagliato molto più di quando era ancora signorina.

A 38 anni Serena è finita? Io non credo, per ancora un altro anno penso che possa essere competitiva. L’orgoglio della campionessa che non si vuole arrendere è sempre lì. Bisognerà fare ancora i conti con lei.

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