US Open: Djokovic è una macchina, niente da fare per Nishikori

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US Open: Djokovic è una macchina, niente da fare per Nishikori

NEW YORK – Ottava finale a New York per Nole, alla caccia del terzo titolo contro del Potro. 23esima in totale. Nove semifinali Slam vinte di fila. Kei non può molto contro la solidità del serbo

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[6] N. Djokovic b. [21] K. Nishikori 6-3 6-4 6-2 (da New York, il nostro inviato)

Solido. Efficace. Concreto. Novak Djokovic vince il suo match di semifinale agli Us Open, batte il giapponese Kei Nishikori (n. 19 ATP) e conquista la possibilità di disputare la sua ottava finale nell’ultimo slam dell’anno. Per il serbo si tratterà del ventitreesimo ultimo atto in un torneo del Grande slam e, contro l’argentino Juan Martin del Potro, andrà a caccia del titolo numero 14, il terzo nella “grande mela”. Provando a regalarsi l’opportunità di mettere in bacheca il secondo Major dell’anno dopo quello conquistato nel luglio scorso a Wimbledon, quando, in tre comodi set ha battuto il sudafricano Kevin Anderson (che lo scorso anno qui a New York fu finalista e perse il match contro Rafa Nadal). L’ultima finale disputata sui campi di Flushing Meadows da Djokovic risale a due anni fa, quando, nell’ultimo atto fu sconfitto dallo svizzero Stan Wawrinka.

 

Djokovic, che, oggi è numero 6 del ranking ATP, ha distrutto il sogno del Sol Levante di avere due finalisti slam nella stessa edizione e ha impedito a Kei Nishikori di compiere il percorso fatto dalla connazionale Naomi Osaka che, tra poche ore, scenderà in campo contro Serena Williams andando a caccia del primo titolo slam della carriera. Troppo Djokovic per un Nishikori che non è stato in grado di scardinare il gioco pulito e preciso del serbo e che non è stato in grado di ripetere l’impresa che ha compiuto sui campi di Flushing Meadows nella semifinale del 2014 quando estromise dal torneo l’allora numero 1 al mondo.

Nole è stato solido, preciso, capace di non perdere il servizio in tutto il match e di salvare le sole due palle break concesse; l’unico dato “sfavorevole”, guardando le statistiche, può essere rappresentato dalle sole “quattro” break sfruttate dal serbo rispetto alle 17 che è stato in grado di guadagnarsi nei tre set. È stato proprio l’ex numero uno del mondo ad iniziare subito forte, trovando profondità con i fondamentali e cercando di far muovere il più possibile il giapponese. Questo gli ha permesso di portarsi subito sul 3 a 0: la solidità dell’ex numero 1 del mondo da fondo campo ha fatto la differenza: il rovescio lungolinea di Novak gli ha permesso di crearsi le occasioni per muovere lo scambio, mentre il giapponese ha provato a resistere, cercando di non concedere troppo campo, ma ha commesso qualche gratuito di troppo. Kei ha iniziato a conquistare i game di battuta ma non è stato in grado di trovare la chiave giusta per leggere il servizio del serbo che non ha dato alcun punto di riferimento. Nell’ottavo game Nole ha sbagliato alcuni colpi facili ma il giapponese, nonostante abbia appoggiato male la caviglia mentre si avvicinava alla rete, ha portato a casa il gioco del 5-3. Novak ha servito per chiudere il primo parziale, e dopo tre palle set, ha chiuso sul 6-3 mettendo a segno il secondo ace del match.

Il numero 6 del mondo, anche in apertura di secondo set, ha provato a fare la differenza in risposta, ha continuato a spazzolare le righe del campo e, a questo punto, l’intensità del match è aumentata. Entrambi hanno iniziato a spingere, hanno voluto muovere il gioco, e hanno cercato accelerazioni con il rovescio. Il primo game è durato oltre gli undici minuti, Novak, è sembrato più solido ma non ha concretizzato le quattro palle break concesse dal giapponese che, in questa occasione, è riuscito a salvarsi e chiudere il game. Si è giocato punto su punto con Nishikori che ha provato a verticalizzare il gioco e cercare più spesso la rete. Nel quinto game, dopo tre palle break annullate dal numero 19 ATP, Djokovic, alla quarta occasione ha ottenuto il break.

La maggiore forza mentale di Nole, ancora una volta, hanno fatto la differenza. E l’ex numero uno del mondo, senza ricorrere agli straordinari, ha portato a casa anche il secondo parziale per 6 giochi a 4. Il break nel terzo set che ha permesso al serbo di chiudere senza faticare più del dovuto è arrivato nel terzo game del match quando un Nishikori falloso e poco concreto, alla prima occasione, è stato costretto a cedere la battuta. Il momento no del giapponese è proseguito mentre Nole, punto dopo punto, è stato sempre più concreto ed è salito sul 5 a 2 dandosi la possibilità di chiudere al servizio per la finale. È stato un bellissimo rovescio lungolinea giocato in recupero a regalare a Nole l’opportunità, dopo 2 ore e 23 minuti, di accedere alla sua ottava finale a Flushing Meadows.

Mi sento davvero bene – ha dichiarato Djokovic alla fine del match – Nishikori è uno dei giocatori che si muove meglio nel campo e non ti lascia il tempo di pensare. Gli slam sono i grandi eventi che abbiamo nel tennis. Ogni giocatore vuole giocare bene, fare bene, voglio fare bene soprattutto su questo campo dove ho i ricordi di tantissime battaglie”. Nole ha aggiunto: “Sto cercando di essere il meglio che posso, lavoro duro ogni giorno per cercare di realizzare i miei obiettivi”. “Ero un po’ stanco, dopo aver giocato match duri“, ammette Nishikori.Ho provato a dare il 100%, ma non ci sono riuscito, certo se di là non ci fosse stato Novak, magari… merito a lui, non mi ha permesso di entrare in partita“.

In finale, adesso, l’ex numero 1 del mondo affronterà per la diciannovesima volta l’argentino Juan Martin del Potro: proprio il serbo è avanti nei confronti diretti per 14 sfide vinte a 4. Tre di queste sfide sono state vinte dall’argentino quando indossava la maglia della sua nazione: due sfide olimpiche e una vittoria in Coppa Davis. Sulla finale con Del Potro, Djokovic ha detto: “ Non ci siamo mai incontrati in una finale slam, ho un grande rispetto per lui. È una grande persona ha combattuto molto per tornare dopo i suoi infortuni. Sono sicuro che sarà un bellissimo match”.

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Al femminile

US Open 2020, scontro generazionale

Naomi Osaka e Jennifer Brady da una parte, Victoria Azarenka e Serena Williams dall’altra. A New York la gioventù ha prevalso sull’esperienza

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Naomi Osaka - Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Una conferma e una smentita: il primo Slam giocato nell’epoca del Covid ci ha consegnato un risultato che può essere interpretato in modi diversi. La conferma: nel tennis femminile prosegue la regola che vede il successo negli Slam delle giocatrici giovani. È stata infatti la ventiduenne Naomi Osaka a conquistare il titolo; Osaka è nata il 16 ottobre 1997, e quindi non ha ancora compiuto 23 anni. Dallo US Open 2018 abbiamo sempre avuto vincitrici sotto i 24 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019.

La smentita: questa volta non abbiamo aggiunto un nome nuovo alla lista di vincitrici di Major, come era accaduto di recente (Kenin, Andreescu, Barty). Osaka, infatti è già al suo terzo titolo “pesante”, e ancora giovanissima sta costruendosi un palmarès degno di nota, capace di non sfigurare anche nei raffronti storici con le grandi giocatrici del passato di pari età.

Rimane da definire il valore assoluto del torneo, il contenuto tecnico di una competizione che non aveva al via sei delle prime otto giocatrici del ranking (Barty, Halep, Svitolina, Andreescu, Bertens, Bencic), e con in più l’anomalia della assenza di pubblico a sottolineare l’eccezionalità della situazione. Come ho già scritto in sede di presentazione, penso che solo i tempi della storia stabiliranno la definitiva percezione di questo torneo. Oggi noi possiamo però provare a definire la qualità delle partite giocate.

 

La caduta delle prime due teste di serie
Come detto, delle prime otto giocatrici del mondo, ne erano presenti solo due: Karolina Pliskova (tds 1, numero 3 del ranking WTA) e Sofia Kenin (tds 2, numero 4 del ranking WTA) campionessa in carica dell’Australian Open 2020.

A conti fatti nessuna delle due è risultata protagonista del torneo. Pliskova è stata eliminata al secondo turno da una “nobile decaduta” come Caroline Garcia; oggi fuori dalle teste di serie, ma ex numero 4 del ranking. Credo che per molti aspetti la situazione di Pliskova possa essere considerata esemplare di quanto accaduto a molte giocatrici in questo periodo.

Come si era già capito dalla sua prestazione nel Premier di NewYork/Cincinnati (quando era stata eliminata all’esordio da Kudermetova), Pliskova non era in forma. Credo che per le giocatrici non sia stato semplice gestire preparazione e allenamenti in un contesto del tutto inedito, con un calendario incerto e in continuo divenire. Sbagliare qualcosa nella tempistica era molto facile, e inevitabilmente qualcuna ne ha pagato le conseguenze.

Alla precaria condizione fisico-tecnica, probabilmente Karolina ha aggiunto nello Slam una ulteriore incertezza mentale, causata dalla brutta sconfitta nella settimana precedente. Di fatto il match perso contro Kudermetova aveva certificato la sua scarsa competitività, e sono convinto che la consapevolezza di essere giù di forma non l’abbia aiutata a giocare tranquilla contro Garcia. Chissà, forse se fosse scesa in campo con un atteggiamento più ottimista sarebbe riuscita a recuperare un match nel quale era partita male, ma che nel secondo set poteva ancora essere raddrizzato (6-1, 7-6). Sta di fatto che il tennis funziona con un meccanismo drastico e crudele: un solo passo falso e sei fuori dalla competizione, e questa Pliskova non era pronta per superare le trappole che il tabellone le aveva proposto.

Situazione un po’ diversa per Sofia Kenin, che si è spinta sino agli ottavi di finale. Kenin stava trovando la condizione match dopo match, migliorando progressivamente il rendimento. Lo aveva dimostrato al terzo turno quando aveva sconfitto una giocatrice in ascesa e dal gioco brillante come Ons Jabeur: dopo aver sofferto nel primo set, Sofia aveva finito per prevalere alla distanza grazie alla maggiore continuità mentale (7-6, 6-3).

Poi però nel match degli ottavi di finale, Kenin ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa il cambiamento di status determinato dalla vittoria all’Australian Open. In pratica a New York ha dovuto affrontare la classica situazione di una fresca campionessa Slam: le avversarie ti considerano un “target”, un bersaglio grosso a cui mirare per affermarsi. E se sono di ranking inferiore, giocano contro di te avendo poco da perdere. La responsabilità e il rischio del fallimento ce l’hai tu, che hai vinto a Melbourne e sei chiamata a confermarti a quei livelli. Psicologicamente la peggiore situazione possibile.

Kenin ha trovato di fronte a sé una Elise Mertens in giornata di grazia. Soprattutto il primo set di Mertens è stato eccezionale: Elise ha sfiorato la perfezione, visto che ha commesso appena 4 errori non forzati (e nessuno nei primi sei game) a fronte di 12 vincenti, ottenuti tenendo costantemente in mano la situazione. Vincenti raccolti in ogni modo: 3 ace, 3 dritti, 4 rovesci, 2 volèe. Mai avevo visto una Mertens tanto ispirata, esprimersi così sicura e a braccio libero. In conferenza stampa ha detto: “Oggi ha funzionato tutto”. E davvero non ha esagerato.

Kenin, di fronte a un’avversaria in tale condizione, ha percepito il rischio della sconfitta come un peso sempre più grande, sino a diventare insostenibile. A dispetto del punteggio, (6-3, 6-3), in realtà i due set sono stati piuttosto differenti. Dopo avere provato ad arginare in modo razionale la situazione nel primo set, nel secondo Sofia è andata in crisi anche sul piano mentale. Normalmente è una giocatrice molto carica sul piano agonistico, che però riesce a mantenersi tatticamente sempre lucida. Non è stato così in questo match.

Nel secondo set una volta che si è trovata sotto di un break, Kenin ha cominciato a cercare il vincente su ogni palla: non era più il suo solito tennis, ma una specie di scommessa alla va o la spacca. In questo modo ha sì aumentato il numero di vincenti, ma anche quello degli errori non forzati. Con questo atteggiamento, di fatto Sofia si è consegnata alla avversaria, che ha raccolto tutto il possibile commettendo appena 3 gratuiti.

Alla fine il saldo tra vincenti ed errori non forzati ha restituito la differenza di rendimento in modo evidente: +13 Mertens (20/7), -3 Kenin (23/26). Insomma, un conto è vincere un grande torneo partendo a fari spenti, un altro confermarsi con tutte le responsabilità e le attenzioni riservate alle prime del ranking. Kenin sta affrontando il tipico percorso che tocca inevitabilmente a ogni nuova vincitrice Slam.

a pagina 2: Serena Williams

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Focus

Steve Flink: “Zverev ha sprecato delle opportunità, ma Thiem avrebbe risentito di più della sconfitta”

Ultimo video a tema US Open di Ubaldo Scanagatta che commenta le oltre quattro ore di finale maschile con la partecipazione del giornalista statunitense

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

Il membro della Hall of Fame di Newport, Steve Flink, ha raggiunto il Direttore di Ubitennis per parlare della finale di Flushing Meadows, non sempre bella ma estremamente incerta, fra Dominic Thiem e Sascha Zverev, risoltasi in favore dell’austriaco al tie-break del quinto set. A cosa era dovuta la tensione evidente dei due? Cosa aspettarsi dal Roland Garros con Nadal e Djokovic in prima fila? Questo e altro ancora nel video:

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

00:00 – Si parla della finale maschile degli US Open. Ubaldo: “Una finale molto strana, non credo giocata bene, entrambi i giocatori erano molto tesi. Il livello è stato molto più basso rispetto alle finali con i Big Three”.

 

02:00 – Ubaldo: “L’errore di Zverev è stato non chiudere il secondo set 6-1 o 6-2, perché in tal caso per Thiem sarebbe stato molto più difficile pensare ad una rimonta”.

03:10 – Ubaldo: “Il quinto set è stato pieno di suspence ma non giocato bene”. Flink: “Hanno sofferto durante il tie-break anche perché avevano speso molto fisicamente”.

06:10 – Flink: “Entrambi sono stati coraggiosi, non è stato un match di qualità dall’inizio alla fine ma entrambi hanno avuto fegato. Mi dispiace per Zverev, ha avuto diverse opportunità”. Ubaldo: “È giovane, ma non so quanto tempo gli servirà per dimenticare, è stato quasi uno shock”. Il precedente di Coria.

08:55 – Gli esempi di Murray e Lendl. Flick “Penso che Zverev possa vincere nei prossimi anni, è un giocatore talentuoso”.

10:30 – Flink: “Fantastico per Thiem, per quello che significava per lui, dopo tre finali perse sarebbe stato devastante per lui perdere oggi, ma finalmente ha vinto il suo primo Slam”. Ubaldo: “Per Thiem, un conto è perdere con Nadal o Djokovic, un altro perdere, soprattutto 3-0, con Zverev, contro cui aveva vinto sette dei novi precedenti”.

12:50 – Ubaldo: “Molto dipendeva dal servizio di Zverev, che alla fine l’ha tradito, 15 doppi falli e molte prime non veloci”. Flink; “Zverev ha iniziato a servire veloce, poi ha iniziato a perdere potenza, ha servito ogni set meno veloce del precedente e questo lo ha destabilizzato”.

16:00 – Ubaldo: “Federer, Nadal e Djokovic sin dalla loro prima finale Slam hanno giocato ad alti livelli gestendo la tensione. Stasera entrambi, che sono tra i migliori tra quelli nati negli anni Novanta, hanno un’inattesa fragilità a livello nervoso”. Flink: “Per Thiem ha inciso la pressione della vittoria al quarto tentativo, per Zverev il trovarsi nell’inaspettata possibilità di vincere il titolo. Per Thiem adesso sarà più facile in queste situazioni”.

19:00 Ubaldo: “Se Nadal non è al top della forma, Thiem può essere considerato forse il favorito per il Roland Garros”. Flink: “Djokovic non ha ancora perso quest’anno sul campo, non possiamo non considerarlo tra i favoriti. Sarà una lotta a tre, dipenderà dal sorteggio”.

25:30 – Il Roland Garros, la presenza del pubblico e dei giornalisti, e le aree separate. Flink: “Per me stanno facendo un errore, per quest’anno dovevano seguire l’esempio di Roma e dello US Open”.

31:15 – Ubaldo: “La USTA ha fatto un buon lavoro”. Flink: “Concordo, anche i giocatori lo hanno riconosciuto. Non è stato facile organizzare Cincinnati e lo US Open, e hanno avuto solo pochi problemi, vedi il caso Paire”. Ubaldo: “Per l’organizzazione francese ci saranno più complicazioni per la presenza del pubblico e la sua gestione”.

Trascrizione a cura di Giuseppe Di Paola

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Focus

Il sollievo di Thiem: “Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente”

Il neo-campione dello US Open ha parlato del travaglio mentale della prima finale Slam giocata da favorito. “All’inizio ero molto contratto. Continuavo a chiedermi: ‘Avrò un’altra chance?'”

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Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Lo stato d’animo di Dominic Thiem nella conferenza stampa seguita alla vittoria del suo primo Slam è di liberazione, più ancora che felice. Le oltre quattro ore passate in campo contro l’amico Alexander Zverev l’hanno messo alla prova in più modi, dalla tensione iniziale ai crampi finali, passando per il ruolo di favorito della vigilia di cui avrebbe volentieri fatto a meno. L’austriaco, infatti, non si vedeva come il sicuro vincitore: “Io non mi consideravo il favorito, so di cosa è capace Sascha; erano i media ad avermi messo in quella posizione. Il nostro match in Australia era stato equilibrato fino alla fine, quindi mi aspettavo lo stesso tipo di incontro. Oggi l’andamento è stato diverso, soprattutto all’inizio, ma non ho mai smesso di crederci. Ho vinto uno Slam ed è fantastico, non importa contro chi”.

Elementi come i pronostici e l’esperienza delle finali Major raggiunte negli ultimi due anni e mezzo sono stati a suo dire deleteri per la qualità della sua performance, soprattutto all’inizio: Non credo che le finali precedenti mi abbiano aiutato, anzi, forse il contrario, visto quanto ero contratto all’inizio. Il problema è che volevo tantissimo il titolo, ma allo stesso tempo il pensiero di andare a zero su quattro nelle finali mi ronzava in testa. Continuavo a chiedermi, ‘avrò un’altra chance?’ Questi pensieri non ti aiutano a giocare liberamente”.

LA TENSIONE E I CRAMPI

I primi due set, infatti, sono stati un incubo, tanto che era sorto spontaneamente il dubbio che i problemi fisici accusati durante la semifinale contro Daniil Medvedev non fossero stati risolti appieno. Thiem ha però smentito l’ipotesi:Ero al 100% fisicamente, ho avuto qualche problema al tendine d’Achille in semifinale ma è stato risolto alla grande, non avevo alcun tipo di dolore. Il problema erano i nervi. Non ero più abituato a sentirmi così, e non sapevo come liberarmene, ma in qualche modo ci sono riuscito durante il terzo set”. Anche i crampi finali non sono stati il frutto di errori di preparazione o di problemi pregressi: Erano anni che non avevo i crampi, ma erano dovuti al mio stato mentale, non fisico. Ero stato incredibilmente teso per tutto il giorno, oltre che per i primi due set. La mia convinzione è stata più forte del mio corpo, però. Non sono state quattro settimane facili, né per il corpo né per la mente, e parte del grande sollievo finale è anche dovuto a questo”.

 
Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

I DOLORI DEL GIOVANE SASCHA

Lo svantaggio iniziale era all’apparenza incolmabile, sia per come stava servendo l’avversario, sia per la condizione quasi senza precedenti in cui versava: nell’Era Open, infatti, solo quattro volte un giocatore aveva rimontato due set in una finale Slam, sempre e solo a Parigi (1974, 1984, 1999, 2004). Sarebbe quindi stato normale accettare l’ineluttabilità della sconfitta, ma non per lui: “Restare in partita e continuare è crederci è stato molto complicato, ma ci sono riuscito – voglio dire, era una finale Slam. Stavo giocando male, braccia e gambe pesanti, ma ho sempre sperato che sarei riuscito a liberarmi a un certo punto. Per fortuna, il contro-break nel terzo non è arrivato troppo tardi, e da lì ho iniziato a crederci sempre di più. Ovviamente crederci non era abbastanza, perché sono sicuro che anche Sascha fosse convinto al 100% di poter vincere, e infatti siamo arrivati al tie-break del quinto”.

Va anche detto che, senza una grossa mano dal tedesco, il comeback non sarebbe stato possibile, soprattutto alla fine, quando Zverev ha servito per il match e affrontato il tie-break quasi senza servizio, limitandosi a cercare di evitare il doppio fallo (alterni risultati) con palombelle anodine: “Per lui era la prima finale, e nessuno dei due aveva dovuto battere uno dei Big Three, e credo che questo pensiero fosse presente nella mente di entrambi. Arrivati al tie-break sapevamo che potesse vincere chiunque, e quindi credo che sia comprensibile che non siamo riusciti a giocare il nostro miglior tennis. Quando ha servito per il match io avevo qualche problema fisico, ma ho pensato che anche lui non fosse più troppo fresco, e quindi speravo di avere un’altra chance, perché lui non stava più servendo come all’inizio – ho affrontato quel game alla grande e sono tornato in partita”.

Il finale è stato talmente drammatico (il Direttore l’ha definito “un copione di Agatha Christie diretto da Alfred Hitchcock”) che i due hanno finito per infrangere il protocollo del distanziamento sociale, finendo abbracciati a dispetto delle raccomandazioni e delle emozioni agli antipodi, una dimenticanza tutto sommato comprensibile: “Siamo grandi amici, abbiamo sia un’amicizia a lungo termine che una rivalità a lungo termine. Questa settimana siamo risultati negativi al tampone 14 volte, una cosa del genere. Volevamo solo condividere il momento, e non penso che questo abbia messo in pericolo nessuno, perciò credo che non ci sia stato niente di male”.

Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

CEMENTO MON AMOUR

Nel giorno in cui in patria, a Kitzbuhel si giocava la finale di un torneo di cui lui era il campione uscente, Thiem è diventato il primo austriaco a vincere uno Slam dal Roland Garros del 1995 vinto da Thomas Muster, ma ha sempre pensato di poterne vincere uno? “Ho iniziato a pensare che avrei potuto vincere uno Slam quando ho raggiunto la mia prima semifinale a Parigi [nel 2016, ndr] – da lì ho pensato che potesse essere un obiettivo realistico. Quando ho iniziato a giocare sognavo di farcela, ma era un obiettivo così distante! Poi mi sono avvicinato alla vetta, e mi sono detto, ‘wow, forse un giorno potrò vincere uno dei quattro titoli più importanti del tennis’. Ho lavorato tanto, si può dire che abbia dedicato tutta la mia vita a questo obiettivo, e non vale solo per me, questo è un traguardo anche per il mio team e per la mia famiglia – oggi è il giorno in cui posso restituire molto di quello che hanno fatto per me”.

Molti avevano vaticinato una sua vittoria in un Major, ma quasi tutti avevano sempre pensato che il luogo della consacrazione sarebbe stato Parigi, visto che Dominator nasce come specialista del rosso, e lui era della stessa idea: “Pensavo che le mie chance migliori sarebbero arrivate sulla terra, di gran lunga, ma dallo scorso autunno qualcosa è cambiato: ho vinto Pechino, ho vinto Vienna, ho giocato benissimo alle Finals [perse in finale con Tsitsipas, ndr]; da lì ho capito che il mio gioco si potesse adattare molto bene anche al cemento”. L’uomo che ha cambiato tutto è Nicolas Massù, che l’ha portato prima alla vittoria in un Masters 1000 (Indian Wells 2019) e poi a quella di Flushing Meadows: “Ovviamente Nico ha contribuito tanto a questi miglioramenti. Mi ha fatto cambiare idea su quanto molti dei miei colpi potessero funzionare sul duro. Infatti, credo di aver giocato il mio miglior Slam a Melbourne, prima di questo US Open. In ogni caso l’unica cosa che mi interessa ora è di averne vinto uno, non importa quale!

Una domanda, infine, sulle sue chance al Roland Garros, dove ha perso le ultime due finali contro Nadal – quali saranno gli strascichi, sia positivi che negativi, di New York? “Sarò al 100%, senza dubbio. La grande domanda è la condizione mentale con cui arriverò al torneo, perché non mi sono mai trovato in questa situazione. Ho raggiunto un grande obiettivo, non so come mi sentirò a riguardo nei prossimi giorni. Detto questo, la mia aspettativa è che da ora sarà più facile affrontare i grandi tornei, sarò più rilassato e giocherò liberamente, perché prima di questa vittoria avevo questo tarlo di dover vincere uno Slam”.

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