US Open, alla scoperta delle telecamere-robot

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US Open, alla scoperta delle telecamere-robot

Sedici campi coperti grazie ad una nuova tecnologia: due sole persone controllano quattro telecamere, replay, hawk-eye e grafica

Vanni Gibertini

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Da qualche anno a questa parte la copertura televisiva dei grandi eventi tennistici è diventata sempre più capillare: ormai ogni campo sul quale si disputano incontri ufficiali nei tornei del Grande Slam (e non solo) è dotato di copertura televisiva e le immagini vengono messe a disposizione di chi ha acquistato i diritti per farne l’uso che viene ritenuto più consono. Alcune televisioni, come per esempio Sky, scelgono di creare ad hoc dei canali appositi per la trasmissione simultanea dei campi secondari; altre invece, come Eurosport, si affidano alla soluzione streaming per fornire feed multipli ad un costo aggiuntivo.

Dietro a questo allargamento quasi esponenziale dell’offerta ci sono evoluzioni tecnologiche che permettono agli “host broadcaster”, ovvero le televisioni che producono le immagini, di coprire un elevato numero di campi con un numero molto ridotto di persone, rendendo quindi l’operazione economicamente possibile. Durante lo US Open 2018 la ESPN, titolare dei diritti per gli USA e host broadcaster, ha deciso di selezionare una tecnologia nuova per la ripresa dei campi laterali (a Flushing Meadows dal n.4 al n.15) creata dalla combinazione del SimplyLive ViBox System e della Fletcher Tr-ACE robotic camera. Questo tipo di tecnologia doveva esordire durante l’ultimo torneo di Wimbledon, ma i test effettuati in primavera non avevano dato risultati soddisfacenti ed il debutto è stato ritardato agli US Open, dopo che durante l’estate sono stati fatti sostanziali aggiornamenti ai software di gestione.

 

Con ViBox e Tr-ACE è possibile coprire un campo con quattro telecamere comandate a distanza e solamente due persone situate nella sala controlli che si occupano della regia e della messa in onda. “Con una copertura tradizionale ogni campo richiederebbe 8-9 persone – ci dice Steph Trudel, da 18 anni responsabile della grafica sul campo centrale di tutti i Masters 1000 e quest’anno per la prima volta seduto in cabina di regia con il sistema ViBox – con questo nuovo metodo invece bastano un operatore delle telecamere ed un regista/produttore per ottenere un prodotto di livello professionale”.

Delle quattro telecamere che sono sul campo, due sono posizionate in fondo sul lato corto, per mostrare il gioco, mentre le altre due sono sul lato lungo e sono fisse sui giocatori. La cosiddetta camera 1 è quella principale che fa vedere lo svolgersi dei punti, la camera 2 è posizionata da un angolo diverso e viene utilizzata per i replay, mentre la n.3 e n.4 sono come detto al lato del campo e seguono i due protagonisti. Il sistema Tr-ACE, infatti, utilizza un software di riconoscimento per individuare i giocatori e, controllando tutti gli elementi che si muovono in campo, mantiene le telecamere puntate sui soggetti individuati. È compito poi dell’operatore segnalare alla singola telecamera quale soggetto deve essere seguito. Nel caso di un doppio, per esempio, l’operatore cambia il giocatore da seguire a seconda delle situazioni di gioco, chi serve, chi risponde, il punteggio e così via.

Chi svolge questo lavoro deve conoscere il tennis, in modo da essere in grado di ‘raccontare la storia della partita’, mettendo insieme gli elementi più rilevanti” ci spiega Trudel mentre ci mostra la sala operativa della ESPN dedicata ai campi coperti da ViBox. Ci sono 12 banchi che vedono operatore e regista lavorare fianco a fianco, una zona separata con 4-5 persone che si occupano dello “shading” delle telecamere, ovvero di assicurarsi che i settaggi siano in linea con le condizioni di luce del campo e che vengano mantenuti corretti durante tutta la giornata, e poi c’è una postazione di controllo per il responsabile dell’unità, coadiuvato da un’altra persona cui vengono segnalati gli episodi curiosi, in modo tale che possano essere utilizzati per brevi filmati da postare sul sito degli US Open o sui vari social media.

Le immagini provenienti dalle quattro telecamere vengono mostrate su un display touch screen di fronte al regista, che ha la possibilità di decidere quale immagine mandare in onda delle quattro che riceve. C’è poi la possibilità di passare da una camera all’altra direttamente, oppure attraverso un passaggio sfumato, con il logo degli US Open che guida il “fade in”, per il quale il regista può utilizzare uno schermo di preview, in modo da far sì che il passaggio avvenga nel momento giusto. Il registra dispone inoltre di un pulsante per riavvolgere il “nastro” (che ora ovviamente non esiste più) e mostrare un replay da una qualunque delle quattro telecamere, e sul touch screen display ci sono anche le immagini da Hawk-eye (in caso di challenge), quelle della grafica, che riceve il punteggio direttamente dal tablet del giudice di sedia, e i cosiddetti “beauty shots” ovvero le immagini dalle telecamere in esterna che mostrano la panoramica di Flushing Meadows.

L’unità che si occupa della copertura di ViBox è stata creata in maniera totalmente indipendente dal Broadcast Center di ESPN, in quando è stata assemblata una settimana prima per coprire anche le qualificazioni. Grazie a questa nuova soluzione il canale sportivo americano via cavo, che dal 2015 trasmette in esclusiva gli US Open negli Stati Uniti, coprirà il torneo con 130 ore di diretta televisiva ed oltre 1300 ore di diretta streaming attraverso la propria app, il canale in streaming ESPN3 e la soluzione “Over The Top” ESPN+. Ci sono voluti due anni e mezzo di ricerca e sviluppo per mettere a punto questo nuovo sistema che rappresenta un notevole passo avanti nel modo di trasmettere tennis in TV e che molto probabilmente verrà adottato anche da altri tornei, riducendo i costi di copertura sui campi laterali e permettendo la trasmissione di immagini di qualità di sempre più incontri.

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Il favolistico giorno in cui Bye vinse il suo primo incontro

L’incredibile episodio accaduto a Lione è stato però cancellato dall’ordine costituito

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In uno scontro fratricida (e anche qualcosa di più, essendo opposto a se stesso), Bye, il più celebre perdente della storia del tennis, vince un incontro, supera finalmente un turno e, come se non bastasse, in un impeto di spavalderia, lo fa addirittura in un main draw ATP. Che questa sia un’epoca di transizione è opinione condivisa; tuttavia, il percorso ora imboccato con questo episodio pare sconfinare in terre il cui solo ventilarne l’esistenza genera tormenti wertheriani o, in subordine, incubi orwelliani.

BYE OF THE TIGER – È un martedì di maggio decisamente tranquillo all’ATP 250 Open Parc Auvergne-Rhône-Alpes de Lyon. E non può essere altrimenti visto che lo sbadiglio prende il sopravvento già a metà del nome del torneo. Tranne uno, tutti i giocatori che vantano ambizioni importanti per il Roland Garros si sono presi la consueta settimana di riposo. Sul Centrale, “tranne uno”, al secolo Dominic Thiem, è impegnato ma non troppo da Carballes Baena; tanto disinteressato alle perplessità, quando non critiche, di addetti ai lavori e appassionati riguardo alla sua programmazione quanto preoccupato dalla ricerca di un ritmo che sembra perduto da parecchi mesi, l’austriaco scortica feltri gialli sparandoli in direzione nord (oppure sud, dipende dai cambi campo). Durante il riposo alla fine del primo set, Benjamin, uno spettatore felice di godersi dal vivo un top ten a pochi passi da casa alla faccia di chi vorrebbe Dominic in pantofole, estrae lo smartphone per controllare il tabellone del torneo. Se la bella ragazza dai capelli corvini seduta nel posto accanto lo stesse guardando mentre muove la punta dell’indice sullo schermo, lo vedrebbe alzare lievemente un sopracciglio. Di solito, però, le belle ragazze non si soffermano a guardarlo – e neanche quelle meno belle, aggiungerebbe chi si diverte a calpestare la linea tra sincerità e cattiveria gratuita. No, impossibile, sono gli occhi stanchi che giocano scherzi, pensa Ben, incurante del proprio aspetto ordinario. Ma la conferma ricevuta da uno sguardo più attento lo riporta prepotentemente alla realtà. Per non dire alla irrealtà: secondo il sito dell’ATP, Bye deve giocare contro Bye e, ça va sans dire, il mai domo Bye passerà il turno. Fiero della scoperta, Benjamin la condivide con la vicina di posto dopo essersi faticosamente liberato dell’abituale timidezza.

 

AS TIME GOES BYE – Le radici della storia perdente di Bye affondano nientemeno che nell’età vittoriana, lasciandoci il dubbio se l’accostamento dei due aggettivi sia puramente casuale o se, citando un personaggio interpretato da Robin Williams, il destino sia davvero “l’unica forza cosmica con un tragico senso dell’umorismo”. Nato nell’83 (1883) da uno stato di alterazione di By [fonte: Merriam-Webster], si è subito distinto per la sua scarsa propensione a buttare di là una singola palla, tanto che sempre più spesso i suoi avversari evitavano proprio di giocarci passando oltre senza farci caso (passing bye, appunto). Costantemente irriso e protagonista di facili battute, perfino fuori dall’enorme circolo dei suoi detrattori l’idea era che solo un’improbabile serie di bizzarre coincidenze si sarebbe potuta risolvere in un suo successo; tuttavia, com’è noto, è improbabile che non accada mai alcun evento improbabile e si tratta semplicemente di avere abbastanza tempo a disposizione. E chi ha più tempo di qualcuno che frequenta da oltre un secolo i tabelloni dei tornei di tennis senza mai giocare un incontro? Finalmente, sembrava che l’attesa fosse stata ripagata con quell’abbinamento degno della più emozionante narrazione epica.

MANOVRE BASSE AI PIANI ALTI – Nondimeno, ci è stato negato il privilegio di vedere il nome di Bye al secondo turno anche in quella propizia occasione. L’establishment della racchetta non può certo permettersi di tollerare simili lampi fantastici che ne rivelino il grigiore e gli slanci di genialità devono perciò essere contenuti entro determinati schemi perché sia preservata la tradizione, termine alternativamente abusato e minimizzato a seconda delle occasioni. Allora, con un’imbarazzante operazione di insabbiamento, nella riga inferiore Bye è stato prontamente rinominato lucky loser nel maldestro tentativo di farlo passare per qualcuno (il belga Joris De Loore) che avrebbe preso il posto di una presunta testa di serie apparentemente ritirata (Hyeon Chung). Ma è proprio l’epiteto affibbiatogli a tradire in modo freudiano la situazione fortunata avuta dall’ormai ex perdente per antonomasia.

EPILOGO 1 – A dispetto della versione ufficiale, il fato ha finalmente arriso a Bye che, con pieno merito, ha ottenuto la sua prima, eroica vittoria. Goffamente mascherato da errore, nascosto ma non eradicato dalle pieghe della memoria e della rete, è un traguardo romantico che dimostra come, a dispetto di scellerati desideri di riscriverne le regole fondanti per sciocchi timori e vile danaro, il Tennis trovi sempre la via verso eventi e orizzonti che potranno piacevolmente sorprenderci se sapremo semplicemente accoglierli con lo spirito di chi ancora sa nutrirsi di favole.

EPILOGO 2 – Il tramonto di quella giornata lionese colora di rosso il cielo sopra il Parc de la Tête d’Or. Benjamin si ferma sulla riva del lago ad ammirare il riflesso sull’acqua della bella ragazza dai capelli corvini che sorride accanto a lui. Dopo alcuni secondi, l’immagine svanisce e Benjamin, sospirando, riprende la sua passeggiata solitaria.

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Forse Grigor Dimitrov preferirebbe essere il vero flop dell’anno

Da numero 3 a 19 per una caduta che sembra non aver fatto rumore. Quest’anno non se l’è passata benissimo neanche lo sconfitto delle Finals 2017, David Goffin

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Chiudere il 2017 come terzo giocatore del mondo e dodici mesi dopo ritrovarsi diciannovesimo: cose che capitano a Grigor Dimitrov. Tre del ranking, per di più a fine anno e, come se non bastasse, nell’era dei fab four. Certo, in un contesto lavorativo verrebbe definita una “posizione aperta” perché Djokovic e Murray si erano chiamati fuori dalle competizioni dopo Wimbledon, ma ciò non ha fatto altro che alimentare combattività e speranze in un numero maggiore di candidati e la grandezza del risultato è dimostrata da quanti fossero riusciti nell’impresa durante i dieci anni precedenti: solo Ferrer nel 2013 e Raonic nel 2016. Non è stato quindi il tonfo più clamoroso dell’anno? Senza dimenticare che David chiuse la stagione successiva al decimo posto mentre gli infortuni fecero precipitare Milos al numero 24, lasciamo in sospeso la domanda per ricordare i tre punti salienti della scalata bulgara alla classifica.

COME ERA ARRIVATO SUL PODIO – Il più bello del circuito secondo la maggior parte dei suoi colleghi aveva iniziato il 2017 regalando al pubblico la magnifica semifinale di Melbourne contro Rafa Nadal, anche se di giocare una grande partita e perderla sono capaci (quasi) tutti; poi, il trionfo al Masters 1000 di Cincinnati, la sua vittoria più prestigiosa eppure già superata tre mesi dopo dal titolo alle Finals di Londra. Alla O2 Arena, l’avversario in finale era un Goffin in grande spolvero che il giorno prima aveva battuto Federer e, seppur inutilmente, dominato Tsonga e Pouille nella finale di Coppa Davis a Lille; ciononostante, Dimitrov è riuscito a imporsi sul belga in particolar modo grazie a una prestazione atletica strepitosa che gli ha permesso di vincere punti pesanti in difesa. Insomma, per quanto il dritto abbia indubbiamente fatto la sua parte, è stato un match – e soprattutto un terzo set – in cui ‘Master Grisha’ ha remato che neanche i fratelli Abbagnale nelle cronache di Giampiero Galeazzi. Tuttavia, per vincere in quel modo con continuità, restando imprescindibile la condizione fisica sempre al top, occorrono anche una forza mentale superiore, un’attenzione che faccia capire in anticipo i momenti di svolta del match e la freddezza, oltre che la lucidità, per approfittarne magari con cambi di atteggiamento tattico. Dimitrov ha infine fatto proprie quelle caratteristiche che, storicamente, non lo hanno mai contraddistinto nel circuito se non per la sporadicità con cui le trovava? Si potrebbe mettere momentaneamente da parte anche questa domanda, ma la risposta – che non necessita di un allarme spoiler – è no.

 

COSA NON HA FUNZIONATO – Se l’abuso di difesa e rovescio slice, peraltro inizialmente giustificato dacché si parla delle armi che gli hanno consegnato le Finals, può essere considerato un abbaglio di natura tattica, il primo problema di quest’anno è da ricercarsi nella seconda palla di servizio sia in termini assoluti sia rispetto alla carriera. Grigor ha chiuso al n. 88 la classifica per percentuale di punti vinti con la seconda, seguito a ruota da chi ha avuto problemi alla schiena (Berdych e Rublev) o è sul viale del tramonto (Lopez, Muller, Benneteau), mentre la sua media in carriera lo metterebbe al 43° posto. Per quanto riguarda invece il numero di doppi falli per incontro, solo in quattro hanno fatto peggio di lui nella stagione, laddove, avesse mantenuto il dato medio in carriera, non comparirebbe fra i trenta più fallosi. Ragionando per ipotesi, qualcosa nel meccanismo del servizio potrebbe essersi inceppato, verosimilmente a causa della pressione delle promesse di inizio anno o per l’infortunio alla spalla che lo ha costretto al ritiro dal torneo di Sofia all’inizio di febbraio e forse comparso già in Australia con il picco dei 15 doppi errori nei quattro set contro Andrey Rublev. Un’altra criticità è rappresentata dall’alto numero di gratuiti in cui è frequentemente incorso, un handicap particolarmente grave per un giocatore che vorrebbe riproporre le prestazioni da ribattitore delle “sue” Finals e in ogni caso dotato di colpi non così devastanti.

Grigor Dimitrov, pensieroso – Australian Open 2018 (via Twitter, @AustralianOpen)

Guardando i risultati di quest’anno, anche quelli migliori non sono esenti da “però”: nei quarti a Melbourne ha perso da favorito contro Kyle Edmund dopo aver rischiato al secondo turno con Mackenzie McDonald (8-6 al quinto set); in finale di Rotterdam è stato annichilito da Roger Federer; dopo la semifinale a Montecarlo, sconfitto nettamente da Nadal, non ha raccolto molto altro sulla terra battuta; malissimo sull’erba, ha terminato con un saldo vittorie-sconfitte negativo la stagione sul duro (sommando indoor e all’aperto). L’ottima performance nella sconfitta contro Novak Djokovic a Cincinnati non fa che confermare l’intermittenza con cui esprime il suo potenziale e sospettare che, spesso, questo non sia comunque abbastanza.

CREDIBILITÀ DELLE ASPETTATIVE – Tornando alla domanda iniziale, vale a dire se sia da ritenersi il vero flop ATP in virtù non solo del risultato raggiunto e perduto, ma anche delle aspettative create dalla prova di forza e dalla convinzione espresse sul campo, la risposta non è affatto scontata e richiede invece la formulazione di un nuovo quesito: si può ancora parlare di promesse non mantenute da parte di Grigor Dimitrov? I dubbi che hanno tenuto banco quest’anno spaziano dai fab tra età, guai fisici e di motivazione (che non hanno comunque impedito ai soliti tre di accaparrarsi tutti i major) ai giovani che forse arrivano e forse no, dal rapporto di Sascha Zverev con gli Slam a quello di Thiem con il cemento; tante e diverse questioni fra le quali il tradimento delle aspettative di Grigor non ha quasi trovato spazio, come del resto il bulgaro non ne ha trovato fra quelli che hanno deluso – non solo per guai fisici ma, in un paio di casi, perché avevano raggiunto posizioni nel ranking obiettivamente superiori al tennis che normalmente possono esprimere. Se la sua caduta non ha fatto rumore nonostante quanto fatto vedere e ottenuto nella stagione precedente, forse significa che le promesse dell’ex “baby Federer” non sono più credibili e ciò è peggio che essere considerato il fiasco dell’anno.

IL LATO POSITIVO – La scarsa continuità di Dimitrov può anche essere vista da un’angolazione favorevole perché dimostra che da sempre è pronto a rialzarsi, non importa quanto rovinosa sia la caduta. All’ottimo 2014 della semifinale a Wimbledon che gli è valsa il primo ingresso in carriera nella top 10, ha fatto seguito un lungo periodo anonimo in cui è scivolato al n.40 del luglio 2016 – il punto più basso in tre anni e mezzo – dal quale ha saputo risalire costantemente fino a diventare il terzo giocatore del mondo. Allora, Grigor, non resta che confermarti con le migliori intenzioni, a dispetto dell’apparente poco clamore suscitato, che sei tu il vero flop ATP del 2018. Ma questo lui già lo sapeva, così come è convinto di poter riproporre quel livello, e l‘inserimento di Andre Agassi nel team ne è la prova. Con il dominio dei fab la cui eternità è altamente improbabile e la nuova generazione che scalpita, il prossimo anno potrebbe passare l’ultimo treno per un’affermazione che lasci davvero il segno. Questa volta, però, deve farsi trovare con in mano il biglietto giusto.

CHE DIRE ALLORA DELL’EX VICE-MAESTRO? – Come e più del quasi coetaneo Dimitrov, nel finale del 2017 aveva impressionato David Goffin. Nel suo caso, è stata la cattiva sorte a mettersi di traverso – e comincia a diventare una costante nel fortunoso percorso di Goffin degli ultimi diciotto mesi. Sconfitto inopinatamente al secondo turno dell’Australian Open da Benneteau (e dal caldo), si ritira durante la non-rivincita contro Grisha a Rotterdam quando colpisce male una volée e la palla lo centra all’occhio sinistro. Rientra un mese dopo a Miami e perde 6-0 6-1 da Joao Sousa. Sì, perché il tennista di Rocourt ha bisogno di giocare parecchi incontri prima di ritrovarsi tornando da uno stop per infortunio. Lo stesso era accaduto nel 2017 dopo l’incidente alla caviglia del Roland Garros: a Umago, superato a fatica Attila Balazs (che fa paura solo per il nome), perse da Ivan Dodig il quale, ormai solo doppista, a malapena si ricordava di andare a rispondere a sinistra. E via così fino all’autunno. Quest’anno, invece, dopo due sconfitte e zero vittorie sull’erba, arriva in semifinale a Cincinnati contro Federer e si ritira all’inizio del secondo set per un problema al gomito destro (scoprirà poi essere un edema osseo) che lo costringerà a chiudere in anticipo la stagione. Non è certo il caso di inserire una fattucchiera nel team, ma teniamo le dita incrociate per goderci il suo tennis durante l’intera prossima stagione.

David Goffin – ATP Rotterdam (foto Roberto Dell’Olivo)

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Angelique Kerber: maturità e sicurezza per tornare in alto

Dopo un 2017 difficile, Angie ha riportato il titolo più prestigioso in Germania dopo 22 anni. Saprà contendere il trono a Simona Halep nel 2019?

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La merita vittoria di Elina Svitolina al Masters di Singapore ha concluso la stagione 2018 del circuito WTA, dimostratasi ancora una volta ricca di grandi cambiamenti al vertice del ranking mondiale, spesso completamente impronosticabili. Ad esempio, è stata un’annata da dimenticare per la spagnola Garbiñe Muguruza. La bi-campionessa Slam, detentrice del titolo del Wimbledon 2017, ha mostrato un’involuzione preoccupante nel suo gioco, afflitto da una mancanza di continuità sia nell’arco della stagione che, ancor di più, all’interno delle singole partite.

Come contraltare a situazioni simili a quella di Garbiñe, alla quale auguriamo di dedicare questo articolo nel 2019, questa stagione ci ha regalato tante storie di rientri ad alti livelli da parte di tenniste dotate di grande talento ma che, per un motivo o per un altro, hanno vissuto un anno di transizione. Le tre che più hanno colpito sono state Serena Williams, rientrata alla posizione numero 16 dopo la maternità e un ranking minimo pari al 491esimo posto, Petra Kvitova, tornata alla posizione numero 4 (7 a fine anno) dopo essere scesa fino alla 29 in seguito al terribile infortunio alla mano sinistra, e Angelique Kerber, ex numero 1 smarritasi nel gioco e nella mente che ha scalato ben 20 posizioni in stagione fino a tornare al numero 2.

 

COMEBACK INASPETTATO – Tutte sarebbero meritevoli di vincere questo titolo, con Serena che in realtà si è già aggiudicata quello ufficiale della WTA. In questo caso però ci sentiamo di premiare la nuova scalata al vertice della tedesca Angie Kerber, tanto inaspettata quanto meritata. Angelique ha infatti stupito tutti questa stagione, soprattutto coloro che vedevano il 2016 COME una stagione irripetibile e straordinaria se paragonata al resto della sua carriera. In quell’anno infatti, la tedesca di Brema riuscì ad aggiudicarsi due titoli dello slam (AO e US Open), consacrandosi a fine stagione con il numero 1 nel ranking. Questi risultati risaltano ancora di più se si pensa che, dopo essere stata un paio di stagioni attorno alla posizione 40, era riuscita ad entrare in top ten per la prima volta a 24 anni (come numero 5, nel 2012), riuscendo però a confermarsi faticosamente nei 3 anni successivi, tutti chiusi attorno alla nona/decima piazza. Il disastroso 2017, che l’aveva fatta nuovamente sprofondare alla posizione numero 22 dopo l’inattesa uscita al primo turno degli US Open, sembrava porre le basi per l’inizio del declino della giocatrice tedesca: a 29 anni e con un gioco molto regolare basato su corsa e solidi colpi da fondo, era difficile pensare che avremmo potuto rivederla al top e che, probabilmente, il meglio era passato. Nessuno aveva fatto i conti con lei e con le sue capacità.

NUOVO COACH, NUOVA VITA  Ad inizio 2018 Kerber è decisa a dare una svolta importante per tornare al top, e si affida a Wim Fissette come nuovo coach. I risultati non tardano ad arrivare: dopo aver chiuso il 2017 con quattro sconfitte consecutive, Angelique infila quattordici successi di fila, vincendo il torneo di Sydney (il primo dopo gli US Open del 2016) e disputando una incredibile semifinale agli Australian Open contro la numero uno del mondo Simona Halep (match che AGF ha inserito nella classifica delle partite più belle dell’anno). Kerber cede solo al terzo set 9-7, vittima oltre che del gioco dell’avversaria anche della stanchezza accumulata nel trionfale inizio di stagione. La tedesca prosegue il resto della primavera con risultati non eclatanti, limitati anche dagli incroci di racchetta con la futura Maestra Elina Svitolina: l’ucraina blocca la corsa della tedesca sia a Dubai (semifinale) che a Roma (quarti). In entrambi i casi poi, Elina vincerà il torneo. La nota positiva per Kerber è che pian piano sta ritrovando sia fiducia nei suoi colpi, sia la brillante condizione atletica che le avevano permesso di issarsi sul tetto del mondo. Una dimostrazione evidente della ritrovata competitività della tedesca arriva al Roland Garros, dove per la prima volta dal 2012 riesce a riportarsi ai quarti di finale, suo miglior risultato. Ancora una volta però è la sfortuna negli accoppiamenti a giocarle un brutto scherzo: perderà nuovamente contro Halep, lanciata verso la conquista del suo primo slam.

APOGEO VERDE E RIENTRO AL VERTICE – È la sua miglior stagione sul verde che ne consacra il ritorno al vertice e certifica definitivamente la ritrovata competitività. La sconfitta in semifinale ad Eastbourne per mano dI Wozniacki (curiosamente di nuovo futura vincitrice del torneo… consigliamo un viaggio a Lourdes per il 2019), è solo il preludio al grandissimo trionfo sui campi dell’All England TenniS Club. 22 anni dopo Steffi Graf infatti è infatti lei, Angelique Kerber, a riportare il trofeo di Wimbledon in Germania, perdendo un solo set durante il torneo e riconquistando il numero 4 in classifica mondiale. Nota di curiosità: Kerber è riuscita a battere quattro giocatrici del 1997 nel suo percorso (Bencic, Kasatkina, Ostapenko e la futura vincitrice degli US Open Osaka), prima di prendersi la rivincita dell’edizione 2016 travolgendo Serena Williams in finale grazie ad un perentorio 6-3 6-3 in appena 65 minuti.

“I miei 30 anni” sono il segreto del suo rientro secondo la tedesca. L’esperienza, chiave di molti suoi colleghi in questo periodo storico del tennis, le ha consentito di ritrovare la lucidità e la sicurezza durante i momenti chiave delle partite, permettendole di ritornare dove si merita di stare. La parte finale di stagione si rivelerà avaro di soddisfazioni per lei: verrà sconfitta al terzo turno degli US Open dalla bestia nera Cibulkova, già sua giustiziera al Masters del 2016, ma riconquisterà il numero 2 del ranking mondiale. Alle Finals di Singapore, dove invece torna da numero 1 del seeding dopo il 2016 a casua del ritiro di Halep, gioca male e viene eliminata nel round robin. Infine, si separa dal coach della resurrezione Fissette, tornato da Azarenka, per iniziare un nuovo percorso con Rainer Schuettler, ex numero 5 ATP. Se riuscirà a mantenere il livello atletico e la tenuta mentale mostrate nel 2018, Angelique potrà seriamente candidarsi a futura numero 1 mondiale, insidiando il trono di Halep ancora alle prese con i postumi dell’infortunio alla schiena.

Lorenzo Fattorini

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