Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere – Ubitennis

Interviste

Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere

NEW YORK – Craig O’Shannessy, lo stratega del team Djokovic, ci racconta il suo lavoro. Numeri, statistiche… anche se odia la matematica. In esclusiva per Ubitennis, scopriamo come Novak prepara ogni partita

Luca Baldissera

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Un bel pomeriggio all’inizio della seconda settimana allo US Open 2018, nel giardino antistante la sala media, e un’interessantissima chiacchierata con quello che probabilmente è il massimo esperto mondiale di numeri e statistiche legate al tennis. Craig O’Shannessy, australiano, ex-allenatore (tra gli altri, di Kevin Anderson), è l’analista dati per l’ATP, Wimbledon, Australian Open e New York Times, dati che raccoglie, interpreta, divulga sui siti ufficiali dei tornei e dell’associazione, e che sul suo seguitissimo sito braingametennis.com fornisce a richiesta a coach e tecnici. Ha tenuto anche diversi seminari in Italia, per la FIT.

Dalla fine del 2017 è entrato a far parte del team di Novak Djokovic (ufficialmente, in realtà la collaborazione era iniziata un anno prima). Craig, oltre a essere un autentico “mago dei numeri”, è pure un tipo simpaticissimo, anche se (soprattutto da quando lavora con Nole), non è molto incline a parlare di quello che fa, o a farsi intervistare al di fuori dei canali istituzionali. Ma dopo averci parlato tante volte, in tanti tornei, discutendo di tecnica e di tattica nelle sale stampa di mezzo mondo, l’ho convinto a concedermi una video-intervista, che abbiamo realizzato un paio d’ore prima dei quarti di finale in cui Djokovic avrebbe affrontato John Millman. Scopriamo insieme i dettagli di come un campione della caratura del serbo prepara le partite, qui sotto il video e la trascrizione integrale in italiano.

 

Siamo qui con Craig O’Shannessy, che è il massimo esperto mondiale di numeri legati al tennis, e ora ci racconterà un po’ dei suoi segreti: come sappiamo da qualche mese lavora con Novak Djokovic, ma non è che abbia cominciato con Nole. I numeri per Craig sono importantissimi da una vita. Quindi, Craig, come è che è iniziato tutto? Un giorno ti sei detto, questo è in gioco fantastico, dritti, rovesci, servizi, ma c’è qualcosa su cui tutto questo è basato, come hai cominciato?
Assolutamente. Io ho cominciato come giornalista, la parte matematica non la avevo mai amata. A scuola sono stato quasi bocciato in matematica: semplicemente non mi piace. Non sono mai stato quindi un appassionato di statistica. Ho iniziato ad usarla per capire le cose basilari, tipo: è meglio servire esterno o servire centrale cercando la T, è meglio cercare il rovescio o il dritto di un avversario, è meglio andare a rete o restare a fondo, le cose più semplici insomma. Volevo capire la struttura del gioco, gli strati su cui viene costruito dal punto di vista tattico e strategico. La cosa bella del tennis è che ci possono essere molti modi diversi di essere vincente: puoi essere alto, basso, destro, mancino, puoi colpire con molta rotazione oppure usarne di meno, puoi essere uno che attacca la rete oppure uno che scambia da fondo. Avere infiniti stili di gioco possibili è la cosa più bella di questo gioco, ma alla base di tutto ci sono statistiche e tendenze che permettono di interpretarlo. Quindi torniamo indietro al 2005, quando venne sviluppato Dartfish, un software di analisi che avevano iniziato ad usare alle Olimpiadi. All’interno del software ho aggiunto una funzione chiamata “match tag”. Sono andato al primo meeting del comitato olimpico americano, ad Atlanta, ho mostrato le nuove funzionalità del programma, e gli ho detto di provarlo. Normalmente quando guardiamo una partita di tennis abbiamo una percezione cronologica di quello che avviene. Vediamo l’inizio, seguiamo il gioco punto dopo punto, e arriviamo alla fine. Con la funzione tag del programma Dartfish io potevo mettere degli indicatori in tutta la partita, e per esempio vedere tutti i vincenti di dritto, oppure tutti gli errori di rovescio, o tutti i servizi esterni, a prescindere dal momento in cui venivano eseguiti. Dal punto di vista del coach analizzare una partita in ordine cronologico è la cosa peggiore, bisogna focalizzarsi sulle tendenze. Se tu analizzi in ordine di tempo, per esempio diciamo che un vincente di dritto viene tirato al secondo minuto e poi non ce ne sono più fino all’undicesimo minuto e poi al quattordicesimo minuto…

Rischi di perdere di vista la tendenza generale!
Eh sì, perché quando gli avvenimenti non sono continui, non li colleghiamo nella nostra mente, ma se invece li vediamo elencati uno dopo l’altro troviamo che magari sono praticamente tutti uguali, hanno lo stesso esito. Dartfish mi ha aiutato a capire per la prima volta l’esistenza di questo tipo di tendenze.

Immagino che ora con la tecnologia Hawk-eye sia come Disneyland per te…Voglio dire, hai i dati su tutto! Ho letto un paio di cose che hai scritto che mi hanno colpito, perché io sono arrivato al giornalismo partendo dall’essere un allenatore. La famosa regola dei “four shots”, che evidenzia come il 71% dei punti nel tennis venga risolto entro i primi quattro colpi. E poi quella del 55, che ci dice che i migliori giocatori del mondo conquistano non più del 55% dei punti che giocano. È incredibile no!? Uno guarda giocare il miglior Federer e pensa: “Ma va, Roger? Farà come minimo l’ottanta per cento dei punti!”, e invece non è così!
(risata) Sì, è vero, è come Disneyland! Hai perfettamente ragione, andiamo con ordine allora. Quando comincio a lavorare con un giocatore, Djokovic compreso, penso “ok, vuoi diventare il numero uno del mondo? Tutti lo vogliono“, poi vai a vedere i match che vincono i migliori di tutti, scopri che sono circa il 90%, ma che li vincono facendo appunto il 55% di punti. Per esempio Djokovic nel 2015 ha fatto 82 vittorie e 6 sconfitte, mi pare. Era una belva! Ma se andiamo ad analizzare i cosiddetti “anni da Superman”, come quello, e come anche certi di Nadal al Roland Garros, vediamo che per ottenere prestazioni incredibili tutto quello che ci è voluto è stato passare dal 55% al 56% dei punti vinti.

Quindi un margine dell’ uno per cento significa passare da ‘semplice’ gran giocatore a Slam su Slam vinti in serie! Incredibile!
Infatti! L’uno per cento! Una palla su cento! Quando guardiamo la partita da bordocampo è impossibile capire, su cento punti, quale sia stato quello decisivo senza l’ausilio dell’informatica. Quindi io sono partito da questo dato del 55% e sono passato ad analizzare le tendenze nella lunghezza degli scambi. Entro i tre scambi dopo il servizio, come dicevamo, si risolvono il 70% dei punti, dal quinto all’ottavo colpo il 20% e oltre il nono solo il 10%.

Ma allora perché vedo tanta gente allenarsi a tenere a lungo la palla in campo? Se il 70% dei punti si risolvono nei primi tre scambi dopo il servizio, da allenatore dovrò dire ai miei giocatori di concentrarsi nel colpire forte e aggressivo all’inizio degli scambi perché è lì che si vincono le partite.
È esattamente così! Qui allo US Open, ad esempio, dopo il primo turno maschile, abbiamo avuto il 73% di punti chiusi entro quel margine. Per arrivare ad avere questi dati però il percorso è stato lungo. Prima del 1991 praticamente non avevamo statistiche, poi fino al 2002 avevamo delle analisi molto primitive, molto semplici. Già sapere il numero degli ace era un lusso, poi le cose sono migliorate sempre di più e dal 2015 siamo stati in grado di identificare i tanti strati di lettura di un match e le relative tendenze. Io vengo in Italia un paio di volte all’anno, ho un ottimo rapporto con la FIT, faccio delle conferenze con i tecnici e gli mostro che a tutti i livelli (junior compresi), e pure sulla terra battuta, la regola dei primi quattro colpi è sempre valida. Ed è in quella fase di gioco che bisogna concentrare il lavoro, sforzandoci di abbandonare il concetto di scambio lungo colpo dopo colpo. Non è così decisivo che tu sia in grado di tirare dodici rovesci diagonali di fila. Sei in grado, invece, di tirare dodici seconde palle aggressive di fila? Perché quello è infinitamente più importante per farti vincere più match! Quindi dobbiamo portare sul campo di allenamento quello che abbiamo visto essere decisivo nella partita.

Scusami, ma ovviamente devo chiedertelo. Senza rivelare i tuoi piani segreti, facci un esempio di come lavori con uno come Djokovic, ma immagino che potrebbe valere per chiunque. Per dire, stasera giocate contro Millman, che avete affrontato al Queen’s un paio di mesi fa, e Novak ha vinto 6-2 6-1. Ora, Millmann non è un giocatore così conosciuto. Tutti conoscono ogni dettaglio di come giocano Nadal, Federer, Wawrinka, Murray, eccetera. Come prepari una partita contro Millman? Non so, te lo studi e scopri che, se viene attaccato a sinistra, John due volte su tre si difende col passante diagonale, e prepari una strategia per quella situazione?
Giusto, proprio così. Mi metto ad analizzare, come ho fatto negli ultimi due giorni, che cosa Millman sta facendo così bene questa settimana qui allo US Open. Il precedente al Queen’s conta meno perché era una superficie differente, John non è così forte sull’erba, il suo meglio lo dà sulle superfici dure. Cosa ha fatto Millman qui per battere Fognini, Kukushkin e Federer? Ho cercato di capire in che zone di campo si trova più a suo agio, da dove produce più vincenti oppure commette più errori. Ogni giocatore ha specifiche zone di campo dove si trova meglio, e altre dove va più spesso in difficoltà. Ho identificato queste zone per quanto riguarda Millman, ho capito dove gli piace stare in campo durante questo US Open, e dove invece può avere dei problemi. Stasera cercheremo di applicare queste analisi.

Quindi, fondamentalmente, tu vai da Novak e gli dici, per esempio: “Stai attento perché in uno scambio ad alta velocità è pericoloso mettergli la palla là, piuttosto che da un’altra parte, perché John da là ha tirato il 50% dei vincenti“?
Esattamente. Abbiamo diviso il fondo del campo in quattro zone A, B, C e D, partendo dall’angolo esterno della diagonale destra. Sono zone di uguale grandezza. Novak ha imparato molto bene questo linguaggio tanto che con lui parliamo sempre in termini di A, B, C , D e lo hanno imparato anche tecnici italiani, è un ottimo sistema per identificare le geometrie del campo.

A Novak piace questo approccio? Ti ascolta? Lo vedi applicare in campo quello che gli hai detto di fare prima della partita?
Assolutamente sì! Adora l’approccio analitico e lo segue al 100%.

Deve essere una bella soddisfazione per te! Tu sei lì in tribuna e vedi il tuo giocatore seguire perfettamente le tue indicazioni.
Certo, e poi Marian Vajda la pensa esattamente come me. È chiaramente un grande piacere lavorare con Djokovic ma ancora di più con Marian. Abbiamo appena passato un’ora, poco fa, rivedendo le strategie per la partita di stasera. Ha una gran testa da tennis, è facile comunicare e rapportarsi con lui per risolvere i problemi. In definitiva quindi per stasera abbiamo studiato l’utilizzo delle zone A, B, C, D, dove servire (su questo lavoriamo tantissimo), come rispondere, le parti di campo da attaccare e magari quelle da attaccare all’inizio per poi cambiare obiettivo. Quello che è importante e che ci tengo a far capire, è che tutto questo lavoro che faccio con Marian e Novak è perfettamente trasferibile e applicabile a qualunque altro livello di coaching, dai professionisti fino ai bambini. Sono le stesse cose che ho insegnato ai convegni in Italia a Roma, a Napoli, a Bologna e a Bari.

Grazie Craig, è stato un vero piacere parlare con te, dovremo rifarlo, magari in Australia! Facciamoci una bella chiacchierata a ogni Slam.
Assolutamente! Sarò anche a Milano alle NextGen Finals!

Ah! Lavori anche con qualche giocatore giovane o ti dedichi esclusivamente a Novak per adesso?
No, solo Djokovic. È abbastanza per tenermi ben occupato.

Grazie ancora, in bocca al lupo per stasera. Non so come andrà la partita ma ho come il sospetto che verrà giocata in modo tatticamente intelligente…
Certo! Millman è un giocatore molto intelligente. Sarà una partita tattica, e sono molto contento per John che è un grande lavoratore, si merita i risultati ottenuti qui e arriverà al match molto ben preparato anche lui. Ciao!


Come sappiamo, è andata a finire piuttosto bene. Bravo Craig!

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Australian Open

Australian Open: Halep, lupa solitaria. Azarenka crolla, Genie sfida Serena

Così lontane, così vicine. Cosa hanno in comune Bouchard e Williams? La numero uno del mondo si vendica di Kanepi: “Non ho aspettative”. Vika Azarenka in lacrime: “Perché tutto questo?”

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Tra lacrime, vendette e felici ritorni si è chiusa la seconda giornata dell’Australia Open 2019, che ci consegna il quadro completo dei primi turni. Serena Williams dopo due anni ha rimesso piede su quella Rod Laver Arena in cui festeggiò il 23esimo Slam della sua carriera. Un ritorno a Melbourne sul velluto il suo. Solo due giochi concessi a Tatjana Maria, un’ottima prestazione per iniziare al meglio la rincorsa al record di 24 Slam ancora nelle mani di Margaret Court. Al secondo turno però gli occhi non saranno tutti puntati su di lei. Ciò non capita molto spesso, ma quando dall’altro lato della rete c’è Eugenie Bouchard è più che comprensibile. L’amatissima tennista canadese, tornata in top 100 da pochi mesi, ha battuto in meno di un’ora Shuai Peng in un match che sembrava ben indirizzato già dai primi punti.

Genie ha qualche chance di sorprendere Serena in un secondo turno Slam? Le speranze sono esigue, la fiducia non è al massimo, ma Bouchard ha – finalmente – buone sensazioni: “Ora sono felice. Mi diverto in campo e sento che negli ultimi mesi ho fatto dei miglioramenti importanti. Ho giocato in modo solido negli ultimi tornei, mi sono goduta le partite e anche gli allenamenti. Questo è molto importante, perché ho avuto molti momenti in cui non mi sono divertita tanto.” Se guardassimo solamente i due palmares, la sfida avrebbe pochissima risonanza mediatica, ma l’enorme seguito di tifosi che sperano di vedere una versione di Bouchard nuova – e soprattutto vincente – amplifica in modo anche eccessivo le voci sulla prossima partita. E i media cavalcano l’onda.

Le domande dei giornalisti hanno tuttavia evidenziato un tratto comune tra Serena e Genie, le quali apparentemente condividono davvero poche cose. “Sarà un gran match” ha detto Williams, “lei gioca molto bene. Apprezzo molto il fatto che non abbia mollato. La gente la dà per finita e lei non si lascia turbare da questo. Continua a lottare e a fare ciò che deve.” La voglia di rialzarsi sempre e di non mollare mai nonostante le mille voci in circolazione è un tratto caratteristico non solo della canadese anche della carriera di Serena, sebbene quest’ultima lo abbia fatto sempre a livelli straordinari. Bouchard ha elogiato così la sua prossima avversaria: “Ammiro la longevità della sua carriera e il suo dominio negli anni, ma ovviamente ammiro anche il fatto che sia ritornata forte così tante volte, dopo gli infortuni, dopo la gravidanza”.

 

Dopo aver deluso così tante aspettative (spesso troppo elevate) è complicato parlare di una Bouchard pronta al grande salto. Ma a volte proprio un match apparentemente impossibile da vincere può determinare la svolta. Chi può dire che sia troppo tardi?

Serena, come all’ultimo US Open, si trova nell’ottavo della prima testa di serie, Simona Halep. Anche a Flushing Meadows la rumena si era trovata di fronte l’estone Kaia Kanepi al primo turno e il match si era concluso piuttosto male per lei, così tanto da liquidare in questo modo le domande dei giornalisti su quell’incontro: “E’ passato. Quel torneo per me non esiste più.” I brutti ricordi di quel perentorio 6-2 6-4 e la striscia aperta di cinque sconfitte consecutive rendevano l’esordio di Simona all’Australian Open un’autentica trappola, dalla quale è dovuta uscire senza l’aiuto di Cahill. La finalista uscente affronterà questa prima parte di stagione senza un allenatore, dopo aver chiuso l’esperienza con il coach che l’ha fatta diventare grande: “Com’è venire in Australia senza Darren? Strano e difficile (sorride). Lui però è qui, mi dà qualche consiglio e gli sono grata per essermi così vicino. Siamo amici anche se non abbiamo più il rapporto coach-giocatore.

Ora spetta solo a lei ricercare il giusto approccio al match e in questo primo turno l’ha fatto nel modo giusto. Dopo essere stata bombardata per più di un’ora da Kanepi, Halep ha vendicato la sconfitta patita qualche mese fa rimontando un set e un break di ritardo e ha raggiunto il secondo turno: “Sì, non vincevo un match da Cincinnati, ma se penso a tutte queste cose prima di un match non potrei più giocare a tennis. Ho preso un rischio arrivando tardi in Australia, ma avevo bisogno di passare del tempo a casa. Mi sono detta di non avere aspettative venendo qui. Nessuna pressione. Solo dare il mio meglio e trovare il ritmo giusto. Ora ho fatto un passo in avanti, non mi sento a un alto livello, ma sono motivata.”

Non è stata una buona giornata invece per Victoria Azarenka, due volte campionessa a Melbourne nel 2012 e 2013. La bielorussa è stata eliminata da Laura Siegemund dopo aver vinto il primo, un brutto colpo per Vika, che si è presentata in conferenza stampa con il morale sotto i piedi. Non l’ha aiutata affatto la domanda di un giornalista, che le ha chiesto cosa le dà la forza di superare tutte le sfide che sta affrontando da quando è nato suo figlio. La tennista è scoppiata in lacrime:Ho dovuto affrontare molte brutte cose nella mia vita. Mi chiedo perché, penso che questo mi renda più forte. Almeno vorrei crederci. A volte ho solo bisogno di tempo, di pazienza e un po’ di supporto”.

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Australian Open

Shapovalov tra Twitter e court dopo l’esordio: “Sto giocando alla grande”

Espulso dalla nota rete social per presunte irregolarità nella comunicazione anagrafica, il canadese ha brillantemente superato il primo turno dell’Australian Open. E in conferenza ha chiacchierato parecchio

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Tutto sotto controllo per Denis Shapovalov, apparso fresco come un fiore di campo nella conferenza stampa seguita alla facile vittoria su Pablo Andujar nel giorno dell’esordio a Melbourne. Il (quasi) ventenne canadese è apparso in forma sfolgorante, con tanto di taglio di capelli rimodellato sul corto, dopo il passo falso commesso ad Auckland un paio di settimane fa, quando Denis ha dovuto ingoiare un’inopinata sconfitta contro Joao Sousa, non certo il principe delle superfici rapide. “Ma lui in Nuova Zelanda ha giocato bene, e io mi stavo ancora rodando”. In effetti, com’è arcinoto, Shapovalov si è sottoposto a una preparazione invernale molto severa, accompagnato nel raggiungimento dello scopo dal nuovo coach Rob Steckley: a quanto pare la collaborazione tra i due si è rivelata prodiga di frutti, dal momento che Steckley, ingaggiato ad interim lo scorso settembre, avrebbe dovuto “provare” solo fino al termine della passata stagione. “Ci stiamo trovando bene, abbiamo studiato varie soluzioni per portare il mio gioco a un livello successivo e più alto e forse proprio per questo motivo ho faticato sia contro Sousa ad Auckland, sia contro Sock al Kooyong Classic. Soprattutto in Nuova Zelanda avevo ben preciso in mente quello che dovevo fare, ma semplicemente non riuscivo a portare il lavoro a termine, soprattutto a causa di errori con il dritto. Quando si prova qualcosa di nuovo è normale che sia così: gli stessi dritti che con Sousa uscivano oggi sono entrati”.

Ha voglia di interloquire, Denis, forse perché detta possibilità gli è stata preclusa su Twitter: secondo quanto ha fatto sapere il giocatore, apparso scherzosamente (ma non troppo) preoccupato dalla faccenda, il noto social fondato a San Francisco gli avrebbe sospeso l’account per verifiche sui suoi dati anagrafici. “Hanno messo in piedi delle complicazioni assurde perché ritengono che io mi sia iscritto quando ero troppo giovane, quindi mi hanno chiesto di spedire una lettera con la certificazione di un genitore. Fa ridere vero? Se qualcuno di influente è in ascolto, mi aiuti a essere riammesso!”.

Di buon umore, e ci mancherebbe altro: dei sessantaquattro qualificati al secondo round, “Shapo” è parso tra i più brillanti, e il corridoio verso i sedicesimi con presumibile vista su Novak Djokovic pare essere piuttosto sgombro: “Ma Taro Daniel – il suo prossimo rivale – è pericoloso. Dovrò prestare molta attenzione, del resto lui a New York qualche anno fa è stato sopra di un set e un break contro Rafa Nadal”.

 

Dichiarazioni di circostanza in favore del terraiolo giapponese a parte, Denis può fare un buon torneo, ed entro la fine del 2019 in molti si attendono da lui il grande salto. In primis i vertici dell’ATP, sempre alla spasmodica ricerca di nuove star da affiancare alle veterane leggende over 30, che vedono nel canadese una delle vedette in grado di vendere, e vendere bene, il prodotto nel futuro prossimo. “Sono entusiasta di quello che sta avvenendo e avverrà nel circuito in termini di ricambio generazionale. Ci sono molti talenti, provenienti da molte nazioni diverse, che adottano stili parecchio differenti. Io, Tsitsipas, Tiafoe, De Minaur: naturalmente i primi della classe dominano ancora e saranno in giro per molto tempo, quindi dobbiamo salire di livello”.

Shapovalov promette di installarsi ai vertici di un circuito in fase di piena trasformazione, una trasformazione che lo aggrada, a quanto pare: “Dall’anno prossimo l’ATP Cup permetterà a tutti di preparare meglio l’Australian Open, e girerà a tutti i giocatori molti soldi utili a foraggiare l’attività professionistica. In generale il mondo delle competizioni a squadre si sta evolvendo in un modo che sono molto curioso di esplorare”. Il tutto sotto l’occhio vigile dei grandi rappresentanti dei giocatori in seno al fatidico Council: “Sono molto giovane, e anche se ho le mie idee non mi sento di entrare in una stanza e svelare il mio punto di vista con decisione. Ciò non vuol dire che non ragioni su moltissimi aspetti della vita nel Tour, ma non mi sento ancora arrivato a quella fase della carriera in cui posso pretendere di essere ascoltato con attenzione. Del resto oggigiorno mi sento tutelato da grandi uomini come Novak Djokovic, Kevin Anderson, Robin Haase e Vasek Pospisil, non potrei chiedere di meglio”.

Forse solo una cosa, giusto per essere onesti: “La settimana scorsa ho fatto una seduta d’allenamento con Roger e mi dicevo è impossibile, quello dall’altra parte della rete si chiama Roger Federer e ritiene che il mio livello sia sufficiente ad allenarlo, ero in stato di shock”. Pare che Roger abbia espresso pareri entusiastici sullo stile di gioco del canadese: “Lo ringrazio, ma mi ha distrutto”. Per superare i vecchietti ce ne vuole ancora un po’.

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Australian Open

Federer: “Sapere di Andy è stato uno shock”. Djokovic: “Sono stato male per lui”

MELBOURNE – Nelle dichiarazioni pre-torneo tutto il rammarico di Roger e Novak per il ritiro di Murray

Luca Baldissera

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Roger Federer nella conferenza stampa pre-torneo - Australian Open 2019 (foto @AustralianOpen Twitter)

da Melbourne, il nostro inviato

ROGER FEDERER

Cosa pensi del ritiro di Andy Murray? Quanto è stato difficile, secondo te, prendere questa decisione?
Beh, purtroppo credo che in questo caso sia stato il suo corpo a prendere la decisione per lui. Devono essere stati due anni duri per lui. Mi ricordo quando abbiamo giocato a Glasgow, sapevo quanto non stesse bene allora. Facevo fatica a credere che riuscisse a giocare, ma era per una buona causa, e sentiva di essere in grado di farlo. Credo che tutti possano capire, quando ti rendi conto che non potrai mai tornare al 100% è comprensibile arrivare a questa decisione. Ero triste, deluso, è stato uno shock sapere che lo avremmo perso, ma sappiamo che prima o poi una fine arriva per tutti.

 

Com’è andata la preparazione invernale? Hai cambiato qualcosa quest’anno?
Non ho fatto alcun cambiamento, ho potuto lavorare più intensamente di quanto mi aspettavo, ma non ho fatto variazioni in vista di un’eventuale stagione sulla terra rossa. Dopo mi sono sentito bene, il mio corpo mi ha consentito di allenarmi come programmato e anche di più.

Come sono cambiate le tue sensazioni fisiche, da atleta di oltre 37 anni? Rispetto a 10 anni fa cos’è cambiato?
Con l’età si impiega più tempo a recuperare dai piccoli traumi, dai doloretti. Probabilmente ogni giocatore ha un punto debole, per alcuni è l’anca, per altri il ginocchio, o la spalla, eccetera. E gli infortuni a quelle parti del corpo impiegano di più per guarire.

La Hopman Cup ti ha dato più convinzione?
Ha funzionato tutto molto bene, come nell’ultimo paio di anni. Sempre molto divertente giocare in squadra con Belinda, il pubblico a Perth è incredibile. E poi, logisticamente, venendo da Dubai è comodo, il fuso orario non è pesante da assorbire.

Lo scorso anno dicesti di non avere la sensazione che avresti vinto. Come ti senti quest’anno?
Sento di stare giocando bene, certo Denis (Istomin n.d.r.) è un avversario pericoloso, gioca bene sui campi veloci, me lo ricordo quando battè Novak qui due anni fa.

Ritornando al discorso riguardante la forma fisica, durante la loro carriera Rafa, Novak e Stan hanno avuto problemi più seri dei tuoi. Qual è il motivo della tuo essere così in forma alla tua età, secondo te?
C’è bisogno di un po’ di fortuna, magari qualche anno fa un piccolo intoppo l’ho avuto con l’incidente al ginocchio in bagno. Ma ormai conosco e capisco bene il mio corpo, so quando posso giocare, so quando devo fermarmi. In parte può anche essere il mio stile di gioco, ma anche se tutti mi dicono che sono fluido nei colpi, per ottenere questo ci vuole moltissimo lavoro.

NOVAK DJOKOVIC

Cosa si prova a giocare uno Slam che senti quasi come casa tua?
Lo chiamano lo Slam felice (Happy Slam) per un motivo! L’atmosfera è fantastica, anche in giro per la città ci sono un sacco di vibrazioni positive, e poi qui a Melbourne c’è una numerosa comunità serba, che mi sostiene tutti gli anni.

Domanda inevitabile su Andy Murray: vi siete allenati insieme l’altro ieri, ti sarai sicuramente accorto delle sue difficoltà, hai forse trattenuto un po’ il braccio?
No, ho spinto come al solito. Era ovvio che avesse dei problemi, Andy è stato per anni uno dei giocatori più in forma del circuito, uno di quelli che ti rimanda sempre una palla in più. Le nostre carriere sono state simili, fin dagli junior. Siamo nati a una settimana di distanza, abbiamo giocato insieme e contro per tutta la vita, anche tecnicamente il suo tennis è simile al mio. Sono stato male per lui a vederlo così in difficoltà. Andy è amatissimo e rispettato da tutti negli spogliatoi, è una leggenda del nostro sport, plurivincitore Slam, due ori Olimpici, la Coppa Davis.

Hai vinto qui la prima volta 10 anni fa. Cosa si prova a difendere un titolo Slam?
Nel 2008 ero un ragazzino che sgomitava per emergere, vincere qui è stato incredibile. La seconda volta è stata molto diversa, le prospettive cambiano. Ho dovuto aspettare diverso tempo per fare nuovamente un exploit simile.

Ieri il player’s council ha votato per la sostituzione del presidente ATP a fine anno. In qualità di presidente del council, credi che ci sia voglia di cambiamento da parte dei giocatori?
Non so come tu abbia avuto questa informazione, sono cose riservate, non posso commentare nulla al riguardo. Sul prize money, siamo soddisfatti dell’andamento generale. C’è una discussione in corso con gli Slam, lo scopo è ottenere più montepremi per i primi turni, e per le qualificazioni. Dovrebbero esserci più di un centinaio di giocatori che possono permettersi di viaggiare per il tour e vivere bene di tennis.

Andy era incredibilmente rispettato anche dalle giocatrici e dalla WTA. Cosa credi si possa fare per far sì che ci sia un’armonia maggiore tra ATP e WTA?
Credo che uomini e donne siano parte della stessa squadra, dovremmo tutti essere in armonia, rispettandoci a vicenda, e facendo del nostro meglio per far prosperare il tennis.

Come si inserisce in questo contesto il fatto che uno come Stakhovsky, noto per le sue posizioni negative e controverse, sia nel player’s council?
Hai puntualizzato le cose negative su Sergiy, ma ce ne sono anche molte di positive, come il suo contributo e il suo impegno nel migliorare le condizioni dei giocatori oltre la 50ma posizione. Riguardo a Justin Gimelstob, prima di esprimere delle valutazioni bisogna attendere che l’inchiesta che lo coinvolge si concluda. Lui è molto rispettato tra i giocatori, e ha fatto parecchie cose importanti. Non posso dire di più, il processo è ancora in corso.

Alla fine delle domande in inglese, mentre i giornalisti internazionali si allontanavano dalla stanza, Novak, sorridendo, ha detto in serbo: “Che razza di prima conferenza stampa, abbiamo parlato più di politica che di tennis!“.

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