Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere

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Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere

NEW YORK – Craig O’Shannessy, lo stratega del team Djokovic, ci racconta il suo lavoro. Numeri, statistiche… anche se odia la matematica. In esclusiva per Ubitennis, scopriamo come Novak prepara ogni partita

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Un bel pomeriggio all’inizio della seconda settimana allo US Open 2018, nel giardino antistante la sala media, e un’interessantissima chiacchierata con quello che probabilmente è il massimo esperto mondiale di numeri e statistiche legate al tennis. Craig O’Shannessy, australiano, ex-allenatore (tra gli altri, di Kevin Anderson), è l’analista dati per l’ATP, Wimbledon, Australian Open e New York Times, dati che raccoglie, interpreta, divulga sui siti ufficiali dei tornei e dell’associazione, e che sul suo seguitissimo sito braingametennis.com fornisce a richiesta a coach e tecnici. Ha tenuto anche diversi seminari in Italia, per la FIT.

Dalla fine del 2017 è entrato a far parte del team di Novak Djokovic (ufficialmente, in realtà la collaborazione era iniziata un anno prima). Craig, oltre a essere un autentico “mago dei numeri”, è pure un tipo simpaticissimo, anche se (soprattutto da quando lavora con Nole), non è molto incline a parlare di quello che fa, o a farsi intervistare al di fuori dei canali istituzionali. Ma dopo averci parlato tante volte, in tanti tornei, discutendo di tecnica e di tattica nelle sale stampa di mezzo mondo, l’ho convinto a concedermi una video-intervista, che abbiamo realizzato un paio d’ore prima dei quarti di finale in cui Djokovic avrebbe affrontato John Millman. Scopriamo insieme i dettagli di come un campione della caratura del serbo prepara le partite, qui sotto il video e la trascrizione integrale in italiano.

 

Siamo qui con Craig O’Shannessy, che è il massimo esperto mondiale di numeri legati al tennis, e ora ci racconterà un po’ dei suoi segreti: come sappiamo da qualche mese lavora con Novak Djokovic, ma non è che abbia cominciato con Nole. I numeri per Craig sono importantissimi da una vita. Quindi, Craig, come è che è iniziato tutto? Un giorno ti sei detto, questo è in gioco fantastico, dritti, rovesci, servizi, ma c’è qualcosa su cui tutto questo è basato, come hai cominciato?
Assolutamente. Io ho cominciato come giornalista, la parte matematica non la avevo mai amata. A scuola sono stato quasi bocciato in matematica: semplicemente non mi piace. Non sono mai stato quindi un appassionato di statistica. Ho iniziato ad usarla per capire le cose basilari, tipo: è meglio servire esterno o servire centrale cercando la T, è meglio cercare il rovescio o il dritto di un avversario, è meglio andare a rete o restare a fondo, le cose più semplici insomma. Volevo capire la struttura del gioco, gli strati su cui viene costruito dal punto di vista tattico e strategico. La cosa bella del tennis è che ci possono essere molti modi diversi di essere vincente: puoi essere alto, basso, destro, mancino, puoi colpire con molta rotazione oppure usarne di meno, puoi essere uno che attacca la rete oppure uno che scambia da fondo. Avere infiniti stili di gioco possibili è la cosa più bella di questo gioco, ma alla base di tutto ci sono statistiche e tendenze che permettono di interpretarlo. Quindi torniamo indietro al 2005, quando venne sviluppato Dartfish, un software di analisi che avevano iniziato ad usare alle Olimpiadi. All’interno del software ho aggiunto una funzione chiamata “match tag”. Sono andato al primo meeting del comitato olimpico americano, ad Atlanta, ho mostrato le nuove funzionalità del programma, e gli ho detto di provarlo. Normalmente quando guardiamo una partita di tennis abbiamo una percezione cronologica di quello che avviene. Vediamo l’inizio, seguiamo il gioco punto dopo punto, e arriviamo alla fine. Con la funzione tag del programma Dartfish io potevo mettere degli indicatori in tutta la partita, e per esempio vedere tutti i vincenti di dritto, oppure tutti gli errori di rovescio, o tutti i servizi esterni, a prescindere dal momento in cui venivano eseguiti. Dal punto di vista del coach analizzare una partita in ordine cronologico è la cosa peggiore, bisogna focalizzarsi sulle tendenze. Se tu analizzi in ordine di tempo, per esempio diciamo che un vincente di dritto viene tirato al secondo minuto e poi non ce ne sono più fino all’undicesimo minuto e poi al quattordicesimo minuto…

Rischi di perdere di vista la tendenza generale!
Eh sì, perché quando gli avvenimenti non sono continui, non li colleghiamo nella nostra mente, ma se invece li vediamo elencati uno dopo l’altro troviamo che magari sono praticamente tutti uguali, hanno lo stesso esito. Dartfish mi ha aiutato a capire per la prima volta l’esistenza di questo tipo di tendenze.

Immagino che ora con la tecnologia Hawk-eye sia come Disneyland per te…Voglio dire, hai i dati su tutto! Ho letto un paio di cose che hai scritto che mi hanno colpito, perché io sono arrivato al giornalismo partendo dall’essere un allenatore. La famosa regola dei “four shots”, che evidenzia come il 71% dei punti nel tennis venga risolto entro i primi quattro colpi. E poi quella del 55, che ci dice che i migliori giocatori del mondo conquistano non più del 55% dei punti che giocano. È incredibile no!? Uno guarda giocare il miglior Federer e pensa: “Ma va, Roger? Farà come minimo l’ottanta per cento dei punti!”, e invece non è così!
(risata) Sì, è vero, è come Disneyland! Hai perfettamente ragione, andiamo con ordine allora. Quando comincio a lavorare con un giocatore, Djokovic compreso, penso “ok, vuoi diventare il numero uno del mondo? Tutti lo vogliono“, poi vai a vedere i match che vincono i migliori di tutti, scopri che sono circa il 90%, ma che li vincono facendo appunto il 55% di punti. Per esempio Djokovic nel 2015 ha fatto 82 vittorie e 6 sconfitte, mi pare. Era una belva! Ma se andiamo ad analizzare i cosiddetti “anni da Superman”, come quello, e come anche certi di Nadal al Roland Garros, vediamo che per ottenere prestazioni incredibili tutto quello che ci è voluto è stato passare dal 55% al 56% dei punti vinti.

Quindi un margine dell’ uno per cento significa passare da ‘semplice’ gran giocatore a Slam su Slam vinti in serie! Incredibile!
Infatti! L’uno per cento! Una palla su cento! Quando guardiamo la partita da bordocampo è impossibile capire, su cento punti, quale sia stato quello decisivo senza l’ausilio dell’informatica. Quindi io sono partito da questo dato del 55% e sono passato ad analizzare le tendenze nella lunghezza degli scambi. Entro i tre scambi dopo il servizio, come dicevamo, si risolvono il 70% dei punti, dal quinto all’ottavo colpo il 20% e oltre il nono solo il 10%.

Ma allora perché vedo tanta gente allenarsi a tenere a lungo la palla in campo? Se il 70% dei punti si risolvono nei primi tre scambi dopo il servizio, da allenatore dovrò dire ai miei giocatori di concentrarsi nel colpire forte e aggressivo all’inizio degli scambi perché è lì che si vincono le partite.
È esattamente così! Qui allo US Open, ad esempio, dopo il primo turno maschile, abbiamo avuto il 73% di punti chiusi entro quel margine. Per arrivare ad avere questi dati però il percorso è stato lungo. Prima del 1991 praticamente non avevamo statistiche, poi fino al 2002 avevamo delle analisi molto primitive, molto semplici. Già sapere il numero degli ace era un lusso, poi le cose sono migliorate sempre di più e dal 2015 siamo stati in grado di identificare i tanti strati di lettura di un match e le relative tendenze. Io vengo in Italia un paio di volte all’anno, ho un ottimo rapporto con la FIT, faccio delle conferenze con i tecnici e gli mostro che a tutti i livelli (junior compresi), e pure sulla terra battuta, la regola dei primi quattro colpi è sempre valida. Ed è in quella fase di gioco che bisogna concentrare il lavoro, sforzandoci di abbandonare il concetto di scambio lungo colpo dopo colpo. Non è così decisivo che tu sia in grado di tirare dodici rovesci diagonali di fila. Sei in grado, invece, di tirare dodici seconde palle aggressive di fila? Perché quello è infinitamente più importante per farti vincere più match! Quindi dobbiamo portare sul campo di allenamento quello che abbiamo visto essere decisivo nella partita.

Scusami, ma ovviamente devo chiedertelo. Senza rivelare i tuoi piani segreti, facci un esempio di come lavori con uno come Djokovic, ma immagino che potrebbe valere per chiunque. Per dire, stasera giocate contro Millman, che avete affrontato al Queen’s un paio di mesi fa, e Novak ha vinto 6-2 6-1. Ora, Millmann non è un giocatore così conosciuto. Tutti conoscono ogni dettaglio di come giocano Nadal, Federer, Wawrinka, Murray, eccetera. Come prepari una partita contro Millman? Non so, te lo studi e scopri che, se viene attaccato a sinistra, John due volte su tre si difende col passante diagonale, e prepari una strategia per quella situazione?
Giusto, proprio così. Mi metto ad analizzare, come ho fatto negli ultimi due giorni, che cosa Millman sta facendo così bene questa settimana qui allo US Open. Il precedente al Queen’s conta meno perché era una superficie differente, John non è così forte sull’erba, il suo meglio lo dà sulle superfici dure. Cosa ha fatto Millman qui per battere Fognini, Kukushkin e Federer? Ho cercato di capire in che zone di campo si trova più a suo agio, da dove produce più vincenti oppure commette più errori. Ogni giocatore ha specifiche zone di campo dove si trova meglio, e altre dove va più spesso in difficoltà. Ho identificato queste zone per quanto riguarda Millman, ho capito dove gli piace stare in campo durante questo US Open, e dove invece può avere dei problemi. Stasera cercheremo di applicare queste analisi.

Quindi, fondamentalmente, tu vai da Novak e gli dici, per esempio: “Stai attento perché in uno scambio ad alta velocità è pericoloso mettergli la palla là, piuttosto che da un’altra parte, perché John da là ha tirato il 50% dei vincenti“?
Esattamente. Abbiamo diviso il fondo del campo in quattro zone A, B, C e D, partendo dall’angolo esterno della diagonale destra. Sono zone di uguale grandezza. Novak ha imparato molto bene questo linguaggio tanto che con lui parliamo sempre in termini di A, B, C , D e lo hanno imparato anche tecnici italiani, è un ottimo sistema per identificare le geometrie del campo.

A Novak piace questo approccio? Ti ascolta? Lo vedi applicare in campo quello che gli hai detto di fare prima della partita?
Assolutamente sì! Adora l’approccio analitico e lo segue al 100%.

Deve essere una bella soddisfazione per te! Tu sei lì in tribuna e vedi il tuo giocatore seguire perfettamente le tue indicazioni.
Certo, e poi Marian Vajda la pensa esattamente come me. È chiaramente un grande piacere lavorare con Djokovic ma ancora di più con Marian. Abbiamo appena passato un’ora, poco fa, rivedendo le strategie per la partita di stasera. Ha una gran testa da tennis, è facile comunicare e rapportarsi con lui per risolvere i problemi. In definitiva quindi per stasera abbiamo studiato l’utilizzo delle zone A, B, C, D, dove servire (su questo lavoriamo tantissimo), come rispondere, le parti di campo da attaccare e magari quelle da attaccare all’inizio per poi cambiare obiettivo. Quello che è importante e che ci tengo a far capire, è che tutto questo lavoro che faccio con Marian e Novak è perfettamente trasferibile e applicabile a qualunque altro livello di coaching, dai professionisti fino ai bambini. Sono le stesse cose che ho insegnato ai convegni in Italia a Roma, a Napoli, a Bologna e a Bari.

Grazie Craig, è stato un vero piacere parlare con te, dovremo rifarlo, magari in Australia! Facciamoci una bella chiacchierata a ogni Slam.
Assolutamente! Sarò anche a Milano alle NextGen Finals!

Ah! Lavori anche con qualche giocatore giovane o ti dedichi esclusivamente a Novak per adesso?
No, solo Djokovic. È abbastanza per tenermi ben occupato.

Grazie ancora, in bocca al lupo per stasera. Non so come andrà la partita ma ho come il sospetto che verrà giocata in modo tatticamente intelligente…
Certo! Millman è un giocatore molto intelligente. Sarà una partita tattica, e sono molto contento per John che è un grande lavoratore, si merita i risultati ottenuti qui e arriverà al match molto ben preparato anche lui. Ciao!


Come sappiamo, è andata a finire piuttosto bene. Bravo Craig!

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Nadal: “Io gioco per essere felice. Non esistono solo gli Slam”

Rafa dopo la finale dello US Open e il suo 19esimo trionfo Slam: “Non posso perdere energie per inseguire il numero 1”

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Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il nostro inviato

Felice, ma anche riflessivo, dopo la finale Rafa Nadal evita il più possibile i discorsi sulla “gara Slam” e sulla corsa al numero 1 ATP.

“Emozioni forti… Le ultime tre ore del match sono state tanto intense, mentalmente e fisicamente. Daniil ha il merito di aver fatto diventare memorabile questa serata, è un campione, avrà altre occasioni. Queste partite in finali Slam sono più speciali, se poi diventano così drammatiche diventano storiche, o almeno saranno parte della mia storia. Lui ha 23 anni, gioca in modo impressionante, ha un gran futuro davanti, vincerà Slam, è difficile fare previsioni, ma la sua carriera promette molto molto bene.

 

Mentre guardavo il filmato sullo schermo pensavo: ‘Beh, stiamo diventando vecchi, e io sono ancora qui dopo tutto quello che ho passato’. Per me è speciale, mi sono tornati alla mente tanti momenti ed è stato difficile nascondere le emozioni.

Quando ti trovi in situazioni negative, l’esperienza ti aiuta a vedere le possibilità di farcela comunque. I miei pensieri, all’inizio del quinto, erano di tenere il servizio, sapevo che se ci fossi riuscito avrei avuto le mie possibilità. Non penso a cosa farò tra 4 anni, all’età di Roger, penso nel breve periodo, nella vita può capitare di tutto, bisogna godersi i momenti. Ho adattato il mio gioco ai miei problemi e ai miei obiettivi, come l’utilizzo del serve&volley.

Essere ancora competitivo, lottare per il numero uno? Non lotto per quello, voglio solo essere competitivo nel modo che voglio io. Alla mia età non posso perdere tempo o energie per inseguire il numero 1 ATP, io voglio poter giocare il più a lungo possibile. Dovessi arrivarci, fantastico, ma non è il mio obiettivo.

Se avessi perso, mah… ero sotto palla break nel quinto, ma di solito non penso a cosa avrei detto se avessi perso. Lui era in una situazione diversa quando l’ha pensato, sotto due set. Ho giocato un buon game per andare 3-2, ma alla fine le cose si sono complicate di nuovo.

19 Slam, la gara tra noi tre… io non la vedo così, certo che mi piacerebbe essere quello che ha vinto di più, ma non mi alleno e non gioco per questo. Lo faccio perché amo questo sport, non esistono solo gli Slam, io gioco per essere felice. Poi certo se la cosa crea interesse nei tifosi, va bene, e mi sento onorato di essere parte di questa battaglia. Ho ottenuto tanto nella mia carriera, dovessi arrivare sopra gli altri non sarei ne più né meno felice che se non ci riuscissi”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

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Medvedev: “I Fab 3 sono troppo forti, è dura anche vincere un set con loro”

Le parole di Daniil dopo la finale dello US Open persa al quinto contro Nadal: “La migliore atmosfera della mia vita. Rafa era una belva”

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Daniil Medvedev - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il nostro inviato

Soddisfatto anche dopo la sconfitta, Daniil Medvedev racconta la sua prima finale Slam.

“Certo che mi ricorderò questa serata, fantastica partita, fantastica estate. Come Rafa si ricorda la sua prima finale, anche se lui l’ha vinta! Sotto due set e break, pensavo: ‘Tra 20 minuti devo fare un discorso, che dirò?’. Sono sicuro che tutti noi giovani stiamo lottando per far avvenire il cambio generazionale, ma questi sono forti, non posso dire altro, sono troppo forti, è dura anche vincere un set con loro. Se mi avessero detto 15 giorni fa che avrei incontrato Djokovic e Federer e che poi sarei arrivato in finale addirittura al quinto set con Nadal non ci avrei creduto, mi sarei accontentato dei quarti di finale.

 

Mia moglie mi dice sempre di non essere troppo critico con me stesso, per esempio stasera non sono soddisfatto di aver perso, ma devo essere contento del mio torneo, di queste ultime settimane. I primi due set stavo lì, ma Rafa era una belva, trovava soluzioni a tutto quello che facevo. Quei tre sono incredibili anche tatticamente. Poi non so nemmeno io come, ma sono riuscito a rientrare nella partita. Io cerco di essere me stesso, spero di essere riuscito a farmi capire dal pubblico. Quando ho recuperato il break nel terzo ho sentito che volevano ancora tennis, mi tifavano come matti, e ho lottato anche per loro.

Nel tennis, il cosiddetto ‘atteggiamento russo’, l’indolenza, a volte ti porta a non impegnarti. Io non sono così, voglio lottare su ogni palla, per poter dire di aver fatto tutto quello che potevo. Stare là fuori stasera è stato un piacere, sentire il mio nome gridato oltre a quello di Rafa, la migliore atmosfera della mia vita. A rete ci siamo fatti le congratulazioni a vicenda, i complimenti. Penso che tra loro tre sia una bella gara, bella anche da vedere.

Nel tennis certo che puoi avere paura, puoi perdere fiducia. Questa estate non ne ho avuta, né stasera, era Rafa che aveva tanto da perdere. Ho giocato a tennis per 17 anni ormai, ero pronto per un momento come questo. Era solo questione di due tennisti che combattevano uno contro l’altro, lui è stato il migliore, e basta.

Quando avrò 33 anni mi vedo ancora a competere, lo spero, sì. Ma come ha detto Rafa lui ha cambiato il suo gioco, chissà se ne sarò capace. Sto lavorando tantissimo sul fisico, il mio allenatore mi uccide per essere pronto a questi tornei. Mangio la pasta, certo, e anche la pizza. So che gli italiani potrebbero fischiarmi per questo, ma mi piace la pizza con l’ananas!”.

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Bianca Andreescu: “Mi sono solo detta di mettere quella dannata palla in campo”

La campionessa dello US Open è raggiante: “Sognavo una finale Slam con Serena da tutta la vita”

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il nostro inviato

Sorride da un orecchio all’altro, e ci mancherebbe, la trionfatrice dello US Open 2019. Applausi della sala stampa per lei, e perfino momenti di commozione. Tutta l’ammirazione del mondo per Serena Williams nelle parole di Bianca, e tutta la felicità del mondo nei suoi occhi.

Sul 5-5 ho avuto dubbi, mi ricordavo le sue capacità di rimonta, stava giocando meglio, il tifo la aiutava. C’era un frastuono incredibile, non sentivo nemmeno i miei stessi pensieri, ma è quello che fa di questo torneo una cosa speciale. Certo, quando lei ha rimontato, da campionessa qual è, la cosa è stata difficile, ho dovuto essere brava, fare il mio gioco, e ha funzionato.

 

Prima del match avevo tanti pensieri, più di qualsiasi volta precedente. Ho cercato di respirare, tenere sotto controllo i nervi, non è stato facile per nulla. Il primo game, credo lei abbia fatto un doppio fallo, è stato buono per me! Non ricordo esattamente la finale dell’anno scorso con Naomi, non l’ho guardata, solo degli highlights. Ero a casa, seduta, infortunata all’epoca! A entrambe, me e Serena, piace tenere brevi i punti, spingendo con aggressività a partire dal servizio.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Me lo ero immaginato di giocare una finale contro Serena Williams un giorno, ragazzi, per tutta la vita, è un momento che ho sognato da quando ho vinto l’Orange Bowl (ha un momento di commozione). Lo visualizzavo ogni singolo giorno, che sia avvenuto davvero è pazzesco. No, sto bene, continuiamo, devo fare l’antidoping dopo, meglio stare qui in conferenza! (risate). Era un mio obiettivo ispirare le persone, specialmente gli atleti canadesi. Spero che questi miei risultati ci riescano, tanti atleti del mio paese mi hanno ispirato e aperto la strada, ora tocca a me.

Un anno fa mi deprimevo e mi venivano spesso pensieri negativi, rompevo racchette, anche in allenamento, ma ho visto che non funzionava comportarmi così. Ho chiesto aiuto e consiglio ad altre persone, e ho imparato ad avere una visione positiva anche nelle difficoltà. Ho fatto meditazione questa mattina, l’ho fatto per tutto il torneo, cerco di immaginare e visualizzare situazioni che potrebbero capitare nei match, e immagino come potrei risolverle. A questo livello tutte sanno giocare bene a tennis, la cosa che separa le campionesse dalle altre è l’attitudine mentale. Nella vita non avrai mai solo fasi positive, devi sempre continuare a lottare per i tuoi sogni, insistere, e credere che ci potranno essere momenti migliori in seguito, questo ti può far superare le difficoltà.

Essere famosa e riconosciuta? (ride) Beh immagino che sia bello, non ci ho mai pensato, i miei sogni fin da piccola erano vincere Slam e diventare numero 1, non la fama. Ma certo, non mi lamento se mi riconoscono, questa stagione è stata una corsa incredibile.

Durante il cambio campo sul 6-5, mi sono solo detta di mettere quella dannata palla in campo, e di respirare con calma. Volevo vincere il primo punto del game per farle vedere che c’ero. L’ho vinto? Manco me lo ricordo… Non sono l’unica che ha avuto Serena come ispirazione e riferimento, non solo sul campo, anche per quello che fa al di fuori. È carinissima, un cuore d’oro, è venuta a parlarmi negli spogliatoi e mi ha detto cose belle. Spero di riuscire a essere come lei un giorno.

Non ho mai avuto tanti soldi in vita mia! (tre milioni e 850.000 dollari, n.d.r.). Ma evidentemente l’immaginazione, tutte quelle meditazioni e visualizzazioni hanno funzionato per me! Sono solo tanto felice di non aver mai rinunciato ai miei sogni. Quando vado in campo cerco di mostrare i lati migliori del mio carattere, se Serena, Roger, Steve Nash (ex giocatore canadese in NBA, n.d.r.) possono farlo, posso forse farlo anch’io.

Crescere in Canada con genitori immigrati non è stato affatto difficile, è un paese meraviglioso, multiculturale, per questo amo il mio paese così tanto. Non potrò mai ringraziare abbastanza Tennis Canada, da quando avevo 10 anni sono con loro, il programma della federazione mi ha aiutato così tanto, non sarei di certo qui senza di loro”.

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