Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere

Interviste

Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere

NEW YORK – Craig O’Shannessy, lo stratega del team Djokovic, ci racconta il suo lavoro. Numeri, statistiche… anche se odia la matematica. In esclusiva per Ubitennis, scopriamo come Novak prepara ogni partita

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Un bel pomeriggio all’inizio della seconda settimana allo US Open 2018, nel giardino antistante la sala media, e un’interessantissima chiacchierata con quello che probabilmente è il massimo esperto mondiale di numeri e statistiche legate al tennis. Craig O’Shannessy, australiano, ex-allenatore (tra gli altri, di Kevin Anderson), è l’analista dati per l’ATP, Wimbledon, Australian Open e New York Times, dati che raccoglie, interpreta, divulga sui siti ufficiali dei tornei e dell’associazione, e che sul suo seguitissimo sito braingametennis.com fornisce a richiesta a coach e tecnici. Ha tenuto anche diversi seminari in Italia, per la FIT.

Dalla fine del 2017 è entrato a far parte del team di Novak Djokovic (ufficialmente, in realtà la collaborazione era iniziata un anno prima). Craig, oltre a essere un autentico “mago dei numeri”, è pure un tipo simpaticissimo, anche se (soprattutto da quando lavora con Nole), non è molto incline a parlare di quello che fa, o a farsi intervistare al di fuori dei canali istituzionali. Ma dopo averci parlato tante volte, in tanti tornei, discutendo di tecnica e di tattica nelle sale stampa di mezzo mondo, l’ho convinto a concedermi una video-intervista, che abbiamo realizzato un paio d’ore prima dei quarti di finale in cui Djokovic avrebbe affrontato John Millman. Scopriamo insieme i dettagli di come un campione della caratura del serbo prepara le partite, qui sotto il video e la trascrizione integrale in italiano.

 

Siamo qui con Craig O’Shannessy, che è il massimo esperto mondiale di numeri legati al tennis, e ora ci racconterà un po’ dei suoi segreti: come sappiamo da qualche mese lavora con Novak Djokovic, ma non è che abbia cominciato con Nole. I numeri per Craig sono importantissimi da una vita. Quindi, Craig, come è che è iniziato tutto? Un giorno ti sei detto, questo è in gioco fantastico, dritti, rovesci, servizi, ma c’è qualcosa su cui tutto questo è basato, come hai cominciato?
Assolutamente. Io ho cominciato come giornalista, la parte matematica non la avevo mai amata. A scuola sono stato quasi bocciato in matematica: semplicemente non mi piace. Non sono mai stato quindi un appassionato di statistica. Ho iniziato ad usarla per capire le cose basilari, tipo: è meglio servire esterno o servire centrale cercando la T, è meglio cercare il rovescio o il dritto di un avversario, è meglio andare a rete o restare a fondo, le cose più semplici insomma. Volevo capire la struttura del gioco, gli strati su cui viene costruito dal punto di vista tattico e strategico. La cosa bella del tennis è che ci possono essere molti modi diversi di essere vincente: puoi essere alto, basso, destro, mancino, puoi colpire con molta rotazione oppure usarne di meno, puoi essere uno che attacca la rete oppure uno che scambia da fondo. Avere infiniti stili di gioco possibili è la cosa più bella di questo gioco, ma alla base di tutto ci sono statistiche e tendenze che permettono di interpretarlo. Quindi torniamo indietro al 2005, quando venne sviluppato Dartfish, un software di analisi che avevano iniziato ad usare alle Olimpiadi. All’interno del software ho aggiunto una funzione chiamata “match tag”. Sono andato al primo meeting del comitato olimpico americano, ad Atlanta, ho mostrato le nuove funzionalità del programma, e gli ho detto di provarlo. Normalmente quando guardiamo una partita di tennis abbiamo una percezione cronologica di quello che avviene. Vediamo l’inizio, seguiamo il gioco punto dopo punto, e arriviamo alla fine. Con la funzione tag del programma Dartfish io potevo mettere degli indicatori in tutta la partita, e per esempio vedere tutti i vincenti di dritto, oppure tutti gli errori di rovescio, o tutti i servizi esterni, a prescindere dal momento in cui venivano eseguiti. Dal punto di vista del coach analizzare una partita in ordine cronologico è la cosa peggiore, bisogna focalizzarsi sulle tendenze. Se tu analizzi in ordine di tempo, per esempio diciamo che un vincente di dritto viene tirato al secondo minuto e poi non ce ne sono più fino all’undicesimo minuto e poi al quattordicesimo minuto…

Rischi di perdere di vista la tendenza generale!
Eh sì, perché quando gli avvenimenti non sono continui, non li colleghiamo nella nostra mente, ma se invece li vediamo elencati uno dopo l’altro troviamo che magari sono praticamente tutti uguali, hanno lo stesso esito. Dartfish mi ha aiutato a capire per la prima volta l’esistenza di questo tipo di tendenze.

Immagino che ora con la tecnologia Hawk-eye sia come Disneyland per te…Voglio dire, hai i dati su tutto! Ho letto un paio di cose che hai scritto che mi hanno colpito, perché io sono arrivato al giornalismo partendo dall’essere un allenatore. La famosa regola dei “four shots”, che evidenzia come il 71% dei punti nel tennis venga risolto entro i primi quattro colpi. E poi quella del 55, che ci dice che i migliori giocatori del mondo conquistano non più del 55% dei punti che giocano. È incredibile no!? Uno guarda giocare il miglior Federer e pensa: “Ma va, Roger? Farà come minimo l’ottanta per cento dei punti!”, e invece non è così!
(risata) Sì, è vero, è come Disneyland! Hai perfettamente ragione, andiamo con ordine allora. Quando comincio a lavorare con un giocatore, Djokovic compreso, penso “ok, vuoi diventare il numero uno del mondo? Tutti lo vogliono“, poi vai a vedere i match che vincono i migliori di tutti, scopri che sono circa il 90%, ma che li vincono facendo appunto il 55% di punti. Per esempio Djokovic nel 2015 ha fatto 82 vittorie e 6 sconfitte, mi pare. Era una belva! Ma se andiamo ad analizzare i cosiddetti “anni da Superman”, come quello, e come anche certi di Nadal al Roland Garros, vediamo che per ottenere prestazioni incredibili tutto quello che ci è voluto è stato passare dal 55% al 56% dei punti vinti.

Quindi un margine dell’ uno per cento significa passare da ‘semplice’ gran giocatore a Slam su Slam vinti in serie! Incredibile!
Infatti! L’uno per cento! Una palla su cento! Quando guardiamo la partita da bordocampo è impossibile capire, su cento punti, quale sia stato quello decisivo senza l’ausilio dell’informatica. Quindi io sono partito da questo dato del 55% e sono passato ad analizzare le tendenze nella lunghezza degli scambi. Entro i tre scambi dopo il servizio, come dicevamo, si risolvono il 70% dei punti, dal quinto all’ottavo colpo il 20% e oltre il nono solo il 10%.

Ma allora perché vedo tanta gente allenarsi a tenere a lungo la palla in campo? Se il 70% dei punti si risolvono nei primi tre scambi dopo il servizio, da allenatore dovrò dire ai miei giocatori di concentrarsi nel colpire forte e aggressivo all’inizio degli scambi perché è lì che si vincono le partite.
È esattamente così! Qui allo US Open, ad esempio, dopo il primo turno maschile, abbiamo avuto il 73% di punti chiusi entro quel margine. Per arrivare ad avere questi dati però il percorso è stato lungo. Prima del 1991 praticamente non avevamo statistiche, poi fino al 2002 avevamo delle analisi molto primitive, molto semplici. Già sapere il numero degli ace era un lusso, poi le cose sono migliorate sempre di più e dal 2015 siamo stati in grado di identificare i tanti strati di lettura di un match e le relative tendenze. Io vengo in Italia un paio di volte all’anno, ho un ottimo rapporto con la FIT, faccio delle conferenze con i tecnici e gli mostro che a tutti i livelli (junior compresi), e pure sulla terra battuta, la regola dei primi quattro colpi è sempre valida. Ed è in quella fase di gioco che bisogna concentrare il lavoro, sforzandoci di abbandonare il concetto di scambio lungo colpo dopo colpo. Non è così decisivo che tu sia in grado di tirare dodici rovesci diagonali di fila. Sei in grado, invece, di tirare dodici seconde palle aggressive di fila? Perché quello è infinitamente più importante per farti vincere più match! Quindi dobbiamo portare sul campo di allenamento quello che abbiamo visto essere decisivo nella partita.

Scusami, ma ovviamente devo chiedertelo. Senza rivelare i tuoi piani segreti, facci un esempio di come lavori con uno come Djokovic, ma immagino che potrebbe valere per chiunque. Per dire, stasera giocate contro Millman, che avete affrontato al Queen’s un paio di mesi fa, e Novak ha vinto 6-2 6-1. Ora, Millmann non è un giocatore così conosciuto. Tutti conoscono ogni dettaglio di come giocano Nadal, Federer, Wawrinka, Murray, eccetera. Come prepari una partita contro Millman? Non so, te lo studi e scopri che, se viene attaccato a sinistra, John due volte su tre si difende col passante diagonale, e prepari una strategia per quella situazione?
Giusto, proprio così. Mi metto ad analizzare, come ho fatto negli ultimi due giorni, che cosa Millman sta facendo così bene questa settimana qui allo US Open. Il precedente al Queen’s conta meno perché era una superficie differente, John non è così forte sull’erba, il suo meglio lo dà sulle superfici dure. Cosa ha fatto Millman qui per battere Fognini, Kukushkin e Federer? Ho cercato di capire in che zone di campo si trova più a suo agio, da dove produce più vincenti oppure commette più errori. Ogni giocatore ha specifiche zone di campo dove si trova meglio, e altre dove va più spesso in difficoltà. Ho identificato queste zone per quanto riguarda Millman, ho capito dove gli piace stare in campo durante questo US Open, e dove invece può avere dei problemi. Stasera cercheremo di applicare queste analisi.

Quindi, fondamentalmente, tu vai da Novak e gli dici, per esempio: “Stai attento perché in uno scambio ad alta velocità è pericoloso mettergli la palla là, piuttosto che da un’altra parte, perché John da là ha tirato il 50% dei vincenti“?
Esattamente. Abbiamo diviso il fondo del campo in quattro zone A, B, C e D, partendo dall’angolo esterno della diagonale destra. Sono zone di uguale grandezza. Novak ha imparato molto bene questo linguaggio tanto che con lui parliamo sempre in termini di A, B, C , D e lo hanno imparato anche tecnici italiani, è un ottimo sistema per identificare le geometrie del campo.

A Novak piace questo approccio? Ti ascolta? Lo vedi applicare in campo quello che gli hai detto di fare prima della partita?
Assolutamente sì! Adora l’approccio analitico e lo segue al 100%.

Deve essere una bella soddisfazione per te! Tu sei lì in tribuna e vedi il tuo giocatore seguire perfettamente le tue indicazioni.
Certo, e poi Marian Vajda la pensa esattamente come me. È chiaramente un grande piacere lavorare con Djokovic ma ancora di più con Marian. Abbiamo appena passato un’ora, poco fa, rivedendo le strategie per la partita di stasera. Ha una gran testa da tennis, è facile comunicare e rapportarsi con lui per risolvere i problemi. In definitiva quindi per stasera abbiamo studiato l’utilizzo delle zone A, B, C, D, dove servire (su questo lavoriamo tantissimo), come rispondere, le parti di campo da attaccare e magari quelle da attaccare all’inizio per poi cambiare obiettivo. Quello che è importante e che ci tengo a far capire, è che tutto questo lavoro che faccio con Marian e Novak è perfettamente trasferibile e applicabile a qualunque altro livello di coaching, dai professionisti fino ai bambini. Sono le stesse cose che ho insegnato ai convegni in Italia a Roma, a Napoli, a Bologna e a Bari.

Grazie Craig, è stato un vero piacere parlare con te, dovremo rifarlo, magari in Australia! Facciamoci una bella chiacchierata a ogni Slam.
Assolutamente! Sarò anche a Milano alle NextGen Finals!

Ah! Lavori anche con qualche giocatore giovane o ti dedichi esclusivamente a Novak per adesso?
No, solo Djokovic. È abbastanza per tenermi ben occupato.

Grazie ancora, in bocca al lupo per stasera. Non so come andrà la partita ma ho come il sospetto che verrà giocata in modo tatticamente intelligente…
Certo! Millman è un giocatore molto intelligente. Sarà una partita tattica, e sono molto contento per John che è un grande lavoratore, si merita i risultati ottenuti qui e arriverà al match molto ben preparato anche lui. Ciao!


Come sappiamo, è andata a finire piuttosto bene. Bravo Craig!

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: Goran Ivanisevic racconta Nole. “È già il più forte di sempre”

L’ex campione croato parla della collaborazione con il n. 1 del mondo (“Un perfezionista”), del rapporto con lui e Vajda (“Mi ha aiutato molto quando sono arrivato”) e di tanto altro. Come la caccia ai record (“A fine carriera i più importanti saranno suoi”) e il rapporto con il pubblico: “Ognuno tifa chi vuole, ma ci vorrebbe rispetto”

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Il 2020 è iniziato veramente alla grande per Goran Ivanisevic. L’ex campione croato, oggi coach del n. 1 del mondo Novak Djokovic, lo scorso gennaio ha ottenuto infatti due grandissime soddisfazioni: in rigoroso ordine di tempo, l’ammissione alla Hall of Fame del tennis e la vittoria del suo assistito all’Australian Open. Rientrato in Croazia, Goran ha rilasciato una lunga intervista esclusiva al quotidiano Jutranji List, in cui ha parlato dei suoi recenti successi, ma soprattutto ha parlato molto della sua collaborazione con Novak Djokovic. E di Novak Djokovic. Ma non solo, come leggerete nel seguito dell’articolo in cui vi proponiamo un’ampia sintesi dell’intervista.

La chiacchierata del campione di Wimbledon 2001 con il giornalista Vladimir Zrinjski inizia con i complimenti per lo Slam appena vinto da coach, con Ivanisevic che ha qualche dubbio su quanti Major abbia vinto in panchina. Sono due –  il recente Australian Open e lo US Open 2014 vinto da Marin Cilic – o tre, se si considera anche l’ultimo Wimbledon dato che la sua collaborazione con Djokovic è iniziata proprio durante quel torneo? “Non so se posso considerarlo oppure no, anche se lì è iniziata la storia. Ci sono argomenti sia a favore che contro, di sicuro questo si conta: sono già da un po’ di tempo nel team, ho seguito tutta la preparazione, ho assistito alla conquista”.

A seguire le congratulazioni per l’ammissione all’International Tennis Hall of Fame di Newport, anche se in realtà la notizia Goran l’aveva ricevuta a fine dello scorso anno – “Quindi direi che l’anno scorso è finito bene e questo è iniziato in maniera incredibile. Dovevo mantenere la notizia riservata, l’ho detto solo alle persone a me più vicine e al team, perché volevo lo sapessero da me e non quando arrivavano in Australia” – e la cerimonia ufficiale sarà solo tra qualche mese. “A luglio, e non è poi così lontano. E nel frattempo, ci saranno da fare un centinaio di cose all’improvviso. Adesso, ad esempio, mi hanno chiesto di recuperare per il museo cinque-sei ricordi della mia infanzia e della mia carriera. Per fortuna mio padre ha tenuto la racchetta e alcune magliette della vittoria di Wimbledon. Probabilmente darò loro anche una delle medaglie olimpiche” (Goran vinse la medaglia di bronzo sia in singolare che in doppio alle Olimpiadi del 1992, ndr).

 

Superati i convenevoli, si passa agli argomenti centrali dell’intervista: il suo punto di vista sulla vittoria di Djokovic a Melbourne, le sue impressioni su come sta procedendo la collaborazione con il fuoriclasse serbo, sul rapporto con Novak e il resto del team e il suo pensiero sul prosieguo della carriera del tennista belgradese.

Torniamo alla finale di Melbourne. Forse c’era meno tensione rispetto alla finale di Wimbledon, ma non potevate farvi mancare il quinto set…
Non direi ci sia stata meno tensione. Si è trattato di un match diverso, che non si ricorderà per la bellezza ma per i capovolgimenti di fronte. È girato su un paio di punti. Nole è partito benissimo, era in controllo e poi ha iniziato a non sentirsi bene. Ed è cambiato tutto. Secondo me il punto più importante è stato quello sull’uno pari del quarto set, palla-break per Thiem, quando Nole ha giocato un serve & volley neanche fosse in allenamento. Anzi, neanche in allenamento sarebbe stato così disinvolto, ha piazzato due volée incredibili. In quel momento ho visto che iniziava a sentirsi meglio e che era di nuovo in partita. Thiem si è innervosito, ha capito di aver perso l’occasione. E poi nel quinto set, il secondo punto più importante, subito dopo aver ottenuto il break: di nuovo una perfetta discesa a rete dopo il servizio, volèe profonda, Thiem sbaglia il rovescio lungolinea. Un po’ mi è dispiaciuto per Thiem, tanto che negli spogliatoi gli ho detto: ‘Guarda, se c’è qualcuno che sa come ti senti adesso, quello sono io’. E lui: ‘Lo so che lo sai, ma non aspetterò così a lungo come te per conquistare uno Slam!’ E io di rimando: ‘No, ne sono certo, non dovrai’. Perché lui è l’unico giocatore che quando è in allungo colpisce più forte di quando è in posizione normale. Vero, aveva Novak in pugno, ma Novak ha fatto qualcosa che io non ho visto fare da nessun altro. Com’è risalito dal baratro… come se avesse un pulsante, che quando lo schiaccia gli consente di ripartire da capo.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Come ha vissuto dalla tribuna quei punti decisivi?
Ho sempre creduto che Novak potesse girare il match, aspettavo solo il momento che accadesse. Lui questo ce l’ha dentro, è un vincente nato, persone così non vogliono perdere. Nole è geniale, ha costretto Thiem a pensare: ‘Ma… Ma sarà mica che la perdo, anche se sono così vicino a vincerla? Mi sta sfuggendo di nuovo’. L’unica cosa di cui ero certo era che il quinto set sarebbe stato dramma, perché non può andare diversamente quando ci sono io nei paraggi! Ma a quel punto se avessero giocato altri dieci set li avrebbe vinti tutti Novak.

Božo Maljković, ex grande allenatore serbo di basket (fu l’allenatore della favolosa Jugoplastika Spalato della fine anni Ottanta che schierava i due giovani fenomeni spalatini Tony Kukoc e Dino Radja, con cui vinse tre scudetti jugoslavi e due Coppe Campioni, ndr) oggi presidente del Comitato Olimpico serbo, ha ricordato di recente come una quindicina di anni fa, a Spalato, lei e suo padre gli diceste che a Belgrado c’era un ragazzino che sarebbe diventato il n. 1. E quando chiese cosa avesse Novak di diverso dagli altri, voi indicaste la testa.
Non dimenticherò mai la prima volta che giocai contro Nole, aveva 14 anni e mezzo, e quando sior Niko
(come Goran chiama affettuosamente, in dialetto spalatino, il grande coach croato Nikki Pilic, ndr) mi disse: ‘Vedi compare, mi taglio le p.… se questo non diventa numero uno’. Ed è qualcosa che si vede veramente. Ci sono ragazzi che giocano bene e ci sono quelli che hanno ‘quel qualcosa’. Qualcosa che non puoi comprare, o ce l’hai o non ce l’hai. Questo differenzia i campioni come Novak da quelli che saranno n. 20 o n. 30. Novak è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, uno con una mentalità simile non l’avevo mai visto. Questa è la qualità che lo contraddistingue ed è per questo che è il più grande. E cosa ancora farà vedere, tra i tornei che vincerà ed i record che batterà. Se prendete gli ultimi dieci anni, nessuno gli è nemmeno vicino.

Cosa nota di Djokovic adesso, dopo 7-8 mesi di collaborazione, e cosa non aveva percepito “da fuori”?
Vedo ancora meglio come si comporta in campo, fuori dal campo, negli allenamenti. Quelle piccole cose che impari a conoscere di ogni persona. Mi ero trovato molte volte nella situazione in cui il mio giocatore lo aveva dovuto affrontare. Quindi forse non sapevo tutto, ma lo seguivo e avevo notato molte cose. Sapevo in linea di massima cosa aspettarmi. Ma quando inizi a relazionarti con qualcuno quotidianamente, allora impari sempre, apprendi cose nuove. In questo Marjan (Vajda, ndr) mi ha aiutato tanto, è con lui da undici anni. Su alcuni particolari abbiamo opinioni diverse, ma sul tennis la pensiamo allo stesso modo. E qualcosa ho ascoltato e preso anche dal fisioterapista Miljan Amanovic. Torno sempre alla mia teoria che è fondamentale capire la mentalità della persona che alleni. E noi abbiamo la stessa mentalità, la stessa lingua, tutto è più facile. So cosa farei io in determinare situazioni. Anche Novak ragiona così, solo ad un livello più alto.

Capita che Novak voglia seguire una strada, Vajda un’altra e lei una terza?
Non capita di frequente. Io e Marjan in genere seguiamo la stessa direzione, solo Novak qualche volta non è soddisfatto di qualche colpo, quando noi pensiamo che non ce ne sia motivo. Ma in campo ci va lui e finché lui non è soddisfatto noi possiamo parlare quanto vogliamo. Ad esempio, in Australia prima del match contro Raonic ci dice che la risposta non va, non è soddisfatto, sta peggiorando. Io lo guardo: ma dov’è il problema? E allora abbiamo rintracciato Karlovic, che era ancora lì, perchè facesse il riscaldamento con lui il giorno prima dell’incontro . E Novak rispondeva come se ‘Karlo’ servisse da 500 metri di distanza. Era soddisfatto, ma non del tutto. E poi arriva al match con Raonic e risponde senza problemi a uno che gli serve a 220-230 km/h. Novak è un perfezionista e fino a quando non sente tutti i colpi come vuole, non è soddisfatto.

Vajda, Djokovic e Ivanisevic

Si può fare un confronto tra la collaborazione con Novak e quella con Raonic, con il quale ha detto di aver avuto difficoltà a comunicare?
No, non si può, perché con ogni giocatore si comunica in modo diverso. Per Raonic il problema non è mai stato il tennis. Da quel punto di vista è un top 5, un top 10, il problema è che non riesce a rimanere tutto intero per un mese, senza infortunarsi. E la comunicazione, l’accettare e il provare cosa gli viene proposto. Una grande cosa di Novak è che prova tutto quello che gli proponi. Non deve per forza essere giusto, ma lui prova. Se non funziona, si passa oltre. Cerca sempre degli elementi nei quali possa migliorare. È più facile comunicare con una persona che da te cerca dei consigli, invece che con qualcuno che tace e devi arrampicarti dentro la sua testa per stabilire un contatto. Ogni cosa è una sfida, ma alla fine conta solo il risultato e quanti match vince.

Capita che Novak vi sorprenda con qualcosa che voi non avete pensato?
Forse certi dettagli li vede in maniera diversa rispetto a me e Marjan. È molto interessante notare quanto segua il tennis. Durante la notte si ricorda di qualcosa e ci manda un messaggio chiedendoci se l’abbiamo visto. Un esempio è prima della finale con Thiem, osservava come si lancia la palla nel servizio, più a sinistra se serve esterno, a destra se serve alla ‘T’. E su tutti i dettagli vuole essere sicuro, sicuro di non aver tralasciato niente che gli potrebbe costare in partita. Incredibile quanto tennis guardi, come confronta le partite precedenti… Guardavamo Thiem e Zverev e già ipotizzavamo gli scenari, cosa fare se vince uno, cosa se vinceva l’altro. Ci sediamo a cena, scherziamo, ma in realtà siamo già con la testa alla partita.

In Australia ha dichiarato che desidera essere presente quando Novak diventerà il più grande della storia. Potrebbe accadere già il prossimo anno?
Potrebbe. Non credo che Novak giocherà ancora cinque anni, anche se ha dentro di sé ancora cinque anni buoni.

Pensa che possa averne abbastanza?
Quando otterrà questi record, tutto è possibile. Potrebbe superare Federer per numero di settimane al n. 1 già dopo lo US Open, e per numero di Slam vinti il prossimo anno. Quest’anno lo potrebbe eguagliare, ma dovrebbe vincere tutti i restanti tre. E se li vincesse tutti e tre ecco che farebbe qualcosa che è riuscito solo a Rod Laver. Ripeto, per me è già adesso il più forte tennista della storia. Quando è centrato, preparato e sano, non c’è nessuno migliore di lui. Su tutto questo si tireranno le somme alla fine della loro carriera (riferito a Federer, Nadal e Djokovic, ndr), deciderà la gente, ma penso che Novak sarà il migliore in tutte le categorie più importanti.

I media è da un po’ che sono fissati con questa sfida, chiedono spesso a Novak quanto sia importante per lui…
Ma sì, la cosa ha un po’ stufato, ma sicuramente per lui conta molto. Non vuole di sicuro essere ricordato come il tennista che ha giocato più finali. Lui, Federer e Nadal sono dei vincenti, gente che in ogni Slam viene per vincere. Non è che questa sfida lo stressi, ma ci pensa. E quando ‘sta bene’ di testa, allora sa di essere il favorito nel 99,9% dei tornei. Solo Nadal ha un piccolo vantaggio a Parigi, perché comunque è il ‘suo’ torneo.

Il palmares dei Big Three dopo l’Australian Open

Cosa ne pensa del rapporto di Novak con i tifosi, di cui si è parlato molto all’inizo della stagione? Prima all’ATP Cup, dove Nadal si è lamentato del pubblico, e poi all’Australian Open. Il papà di Novak dopo la finale ha dichiarato di non aver capito perché il pubblico tifasse per Thiem.
Ci sono diverse teorie su questo. L’ATP Cup è andata benissimo perché c’erano molti tifosi serbi. Non so cosa abbia innervosito Nadal, forse qualcuno gli urlava prima del servizio, ma l’atmosfera era fantastica. Per quanto riguarda l’Australian Open, non so perché questa situazione si ripeta. Ma sposo la tesi che Federer e Nadal hanno iniziato prima e si sono creati la loro base di tifosi. E non è che adesso quei tifosi cambiano e si mettono a tifare per Novak. Lui ha il suo pubblico di sostenitori. Non mi ha disturbato il fatto che abbiano tifato per Dominic, volevano che un ragazzo che si era impegnato e che è un ottimo tennista conquistasse il suo primo Slam. Ma in qualche occasione è troppo evidente che non apprezzano e non rispettano l’uomo che ha vinto più Australian Open nella storia. E a Wimbledon la situazione è stata simile.

Boris Becker dopo Wimbledon ha usato proprio queste parole, che i tifosi dovrebbero apprezzare di più la grandezza di Novak.
Questo mi dà fastidio, che non lo apprezzino come persona. Non posso costringere qualcuno a tifare, tifa pure per l’altro, non mi interessa, ma mostra rispetto. Questo è il problema maggiore, lo avevo notato già prima. Come allo US Open 2015, quando in semifinale battè Marin e in finale 20.000 persone tifarono per Federer. E a quel punto, la ‘lucida follia’ di Novak. Lui è come se si estraniasse dalla situazione, quando qualcuno del pubblico lo fa arrabbiare, gioca ancora meglio. Come se volesse tappargli la bocca. Anche se sarebbe bello gli fosse riservato un trattamento migliore. Si tratta di una persona che ha dato veramente tanto al tennis. Ha creato una Fondazione, investe costantemente su di sé e nello sport, niente per lui è un problema… Per questo dovrebbero rispettarlo di più.

Le è mai capitato di giocare con tutto lo stadio contro?
Non in questo modo. Forse se avessi avuto i cinque minuti, allora avrei avuto tutti contro di me perché si sarebbero resi conto che ero andato in cortocircuito. Ma quanto vedi che uno lotta e si impegna… Mi sembra che qualsiasi cosa Novak faccia, non vada bene. Mentre gli altri, qualsiasi cosa facciano è ok, a loro si perdona tutto, non importa se sono Federer e Nadal. Di Novak si analizza qualsiasi piccolezza, sia positiva che negativa. Come in finale, quando ho sentito fischiare perchè è uscito dal campo. Ma chi farebbe finta in una finale? Vuoi vincere e dai tutto quello che hai. Una finale è una finale. Ha provato di tutto, è rientrato in partita ed ha vinto perché lui ha una testa incredibile.

Può cambiare questo atteggiamento nei suoi confronti?
Sinceramente non lo so, ma più no che sì. Ma Novak va avanti, ha le persone che gli sono vicino e i suoi tifosi che saranno sempre con lui. E se qualcuno avrà qualcosa da criticare, la cosa migliore è che si estranei. Alla fine conterà quanto uno avrà vinto, non quanti tifosi ha avuto.

Scommetterebbe su Thiem come prossimo nuovo campione Slam?
Ce ne sono diversi, ma sì, scommetterei su di lui. Sia a Parigi che allo US Open. Sull’erba probabilmente no, anche se non si sa mai. È un grandissimo lavoratore. E quel discorso dopo il match ha dimostrato quanto sia solido quel ragazzo. Non è facile perdere per la terza volta una finale Slam e tenere un discorso subito dopo.

Anche questo è qualcosa che lei ha vissuto.
Sì, l’ho vissuto. Tanto di cappello. Se qualcuno dall’alto sta guardando, sicuramente lo premierà.

La sconfitta più bruciante della carriera di Ivanisevic, quella
contro Agassi nella finale di Wimbledon 1992

Concorda con McEnroe che sostiene che ai giocatori più giovani manca una forte mentalità, prendendo ad esempio Nadal che “morde” su ogni punto?
Ognuno ‘morde’ a modo suo. E di Nadal ce n’è uno solo, uno così non nascerà più. La gente non comprende le specificità dei tornei del Gradne Slam. Sono due settimane, sette partite, significa due tornei in uno. I giovani lungo questo percorso vengono eliminati, un po’ come se si sopravvalutassero. Non sono ancora maturi, giocano bene uno, due, tre, anche cinque match e poi si bloccano. Hanno bisogno ancora di tempo per giocare bene con continuità. Per questo voto per Thiem, che da questo punto di vista sta migliorando sempre di più. Medvedev ha giocato molto male con Wawrinka. Da Tsitsipas mi aspettavo molto, ma Raonic lo ha impallinato. Molto male anche Shapovalov. Stanno arrivando e saranno difficili da affrontare, ma per un motivo o per l’altro ancora si perdono quando è il momento di alzare i giri del motore.

L’intervista non poteva concludersi senza dare con Ivanisevic uno sguardo al tennis croato maschile. A partire dalle voci che a fine anno volevano il 48enne coach spalatino quale successore di Zeljko Krajan sulla panchina della nazionale di Coppa Davis (“Ne hanno parlato in tanti, ma non ho mai detto di essere pronto a farlo. Sono troppo concentrato sul mio lavoro attuale”) ed alla scelta, invece, del suo ex allenatore Vredan Martic:“Avevo fatto io il suo nome e sono contento che abbia accettato”. Per poi parlare del prossimo match di Davis contro l’India: “Non sarà facile, abbiamo un po’ sottovalutato l’India. Ho sentito che Borna Coric non ci sarà. Quindi non so quale sarà la formazione. Siamo favoriti ma non eccessivamente. Sarebbe bello vincere ed andare a Madrid perché si tratta di una bella iniezione finanziaria per la Federazione. E per i giovani che stanno crescendo, per aiutarli nel loro percorso di vita nel tennis“. Ed infine un’opinione sul periodo difficile che stanno vivendo i due migliori giocatori croati, Borna Coric e Marin Cilic, a cui per motivi diversi (per Borna è stato una specie di mentore sin dal suo esordio tra i professionisti, di Marin è stato il coach dal 2013 al 2016) è molto legato.

Già che ci siamo, parliamo di Coric.
Mi è difficile dire qualcosa. Lo prendevo sempre in giro perché ancora un po’ ‘usciva dallo schermo’ quando lo guardavo alla tv e finalmente lo scorso anno aveva cominciato ad essere più aggressivo, ad avvicinarsi alla riga di fondo, a servire veramente bene. E adesso è come se tutto questo fosse svanito nel nulla. È subentrata l’insicurezza, fa troppi errori non forzati, e lui è un lottatore che non ha mai regalato niente. Come se fosse stato preso dal panico. L’ho visto giocare in Australia, ha fatto troppi errori senza motivo. È troppo bravo come giocatore per non uscire da questa crisi, ma non c’è nessuna bacchetta magica che ti permetta di dire: ‘In questa data uscirò dalla crisi’. Spero che già a Rio giochi meglio e che sia in forma per Indian Wells e Miami.

Quanto lo ha disorientato la separazione da Piatti?
Ogni cambiamento ti disorienta. Perchè ogni allenatore porta qualcosa di nuovo oppure la stessa cosa te la mostra in modo diverso. Martin Stepanek è fantastico come allenatore e come persona, veramente, spero che questa collaborazione duri a lungo e abbia successo. Non so perché si sia separato da Piatti, è vero però che prima che accadesse aveva giocato bene. Per un periodo ha espresso un tennis veramente di alto livello. Non è svanito, nessuno può portartelo via, ma da solo devi ritrovare la forma. Deve scattargli il ‘clic’, io sono un esempio perfetto per lui in questo senso. Lui è quello che prende le decisioni in campo. Mi dispiace perché considero Borna un fratello più giovane, ma non ho paura, ne uscirà fuori e riprenderà il posto che gli spetta.

Borna Coric e Goran Ivanisevic nel 2015

Marin Cilic pian piano sta tornando?
Ho guardato anche lui in Australia e posso dire che era da tempo che non lo vedevo esprimere un tennis di qualità come contro Bautista. Nell’ultimo anno ha veramente fornito delle brutte prestazioni. Il suo non è un problema di tennis, il suo è di una qualità superiore, deve solo trovare la persona che lo ‘resetti’. Che gli restituisca certe cose in modo che possa di nuovo riprendere la strada giusta. Si è un po’ perso, ma il suo tennis è da top ten, non c’è dubbio. È strano vedere un giocatore con quei colpi fuori dal seeding di un torneo. Già a Dubai al primo turno potrebbe incontrare Djokovic… Spero che per Indian Wells migliori la classifica almeno per rientrare tra le teste di serie. È difficile, sei sempre ad inseguire qualcosa, poi rimani indietro… Prima trova l’allenatore che lo sappia indirizzare, meglio sarà per lui. Perché da solo non ce la fa. Ha delle fiammate, ma non è costante.

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Interviste

Magnus Norman: “Difficile che Wawrinka vinca un altro Slam”

Il coach di Wawrinka non è molto fiducioso sul fatto che il suo allievo possa firmare un altro exploit: “Gli manca sfidare i migliori”

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Stan Wawrinka - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Ha passato tempi ben migliori di questi Stan Wawrinka, tre volte campione Slam, ora bloccato ai margini della top 20. L’ultimo grande successo risale allo US Open 2016, qualche mese prima del turning point (in negativo) della sua carriera: l’infortunio al ginocchio. Dopo le due operazioni dell’estate 2017 Stan non è più tornato quello di una volta. Ma in mezzo ai successi e alle tante difficoltà degli ultimi anni, sui campi da tennis lo svizzero ha sempre avuto una costante, il suo coach da quasi otto anni, lo svedese Magnus Norman. Il finalista del Roland Garros 2000 ha parlato al sito cileno “La Tercera”, un po’ del suo allievo e un po’ dell’impegno di Davis della sua Svezia contro il Cile.

Norman non pensa che Wawrinka, a 34 anni, possa tornare ad alzare un trofeo dello Slam: “È molto difficile. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, l’obiettivo non era vincere uno Slam, ma permettergli di giocare il suo miglior tennis e ottenere la sicurezza necessaria per poter gestire le emozioni. Pertanto, ogni seconda settimana dei grandi tornei ci sarebbe stata l’opportunità di fare qualcosa di importante. Ha giocato nell’epoca dei migliori della storia, con Rafa, Roger, Novak, Andy, lui è sempre stato il migliore dietro di loro. Essere in buona salute, rafforzare la fiducia in sé stessi e competere al vertice è ciò su cui lavoriamo. Negli ultimi anni non ha giocato molto contro i giocatori di cui sopra, gli manca farlo e ha voglia di sfidarli“.

Tra il 2013 e il 2016 lo svedese ha lavorato tanto sulla mente dello svizzero, e non c’è alcun dubbio che sia stato lui la chiave per i successi degli anni successivi. Ma come la pensa lo stesso Norman? È molto forte mentalmente. Mostra la sua versione migliore nelle partite importanti e non si blocca per la tensione. Ha vinto così tanto grazie alla sua testa. Io che ho giocato una finale importante, posso dire che i nervi si sentono tantissimo. Ma Stan è bravo. È esperto nel gestire la pressione”. Una volta che si chiuderà il rapporto con Stan Wawrinka, Norman ha voglia di insegnare l’arte della vittoria anche a qualche giovane: Sono motivato ad allenare un ragazzo della nuova generazione dopo Stan. Mi piacciono Kyrgios, Zverev, Ymer, Mmoh, Coric. È un momento molto divertente nel tennis”.

Stan Wawrinka e Magnus Norman – Roland Garros 2015

E gli stessi giovani saranno protagonisti nella sfida di Coppa Davis tra Svezia e Cile. A Stoccolma le due nazionali si giocheranno il 6 e 7 marzo un posto nelle Finali di Madrid: “Sarà un momento speciale per il tennis svedese” ha detto Norman. “Se vinciamo, torneremo tra le migliori nazionali dopo tanti anni. Era il 2012 l’ultima volta che abbiamo giocato nel World Group, quindi la qualificazione a Madrid è senza dubbio qualcosa di molto ambito. La Svezia avrà un enorme vantaggio giocando in casa”.

Da un lato al Cile mancherà Nicolas Jarry, mentre a guidare la Svezia ci saranno i due fratelli Ymer, guidati da Robin Soderling sulla panchina del team. Ecco come vede i due giovani prospetti Magnus Norman: Adesso Mikael è ancora un passo avanti rispetto a Elias. È un giocatore molto intelligente, molto veloce, e fa molto affidamento sulle sue abilità difensive. Di recente ha lavorato anche sul suo gioco offensivo e ora sta cercando più il vincente col dritto, oltre ad aver sviluppato abbastanza il servizio. Lo paragono a Mats Wilander per l’intelligenza che dimostra durante le partite. Ha la capacità di frustrare il rivale. Quando era più giovane era un po’ pigro, a differenza di suo fratello maggiore. Elias è un giocatore di tennis potente, ma solido, al contrario. Manca il servizio. Spero davvero che continui a lavorare sodo e non perda motivazione”.

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Interviste

Marcelo Rios: “L’ATP è la m**** più grande che esiste. Ha beccato e coperto Agassi”

Le uscite dell’ex numero uno del mondo fanno sempre scalpore. Questa volta accusa direttamente Agassi di essersi dopato

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Quando si tratta di parlare con la stampa, Marcelo Rios tende spesso a rifuggire il linguaggio forbito in favore di espressioni più o meno letteralmente scatologiche. Dopo la multa per il… suggerimento dato ai giornalisti due anni fa, “el Chino” rilascia una lunga intervista al quotidiano di Santiago la Tercera, trattando svariati argomenti: dalle Finali della Caja Mágica, dove la squadra cilena è stata subito eliminata, alla sua recente operazione all’anca, con il conseguente dolore che gli rende difficile dormire. Questo per anticipare, se mai ce ne fosse bisogno, che non mancherà l’ampio ricorso alle sue espressioni preferite una volta toccati temi più “caldi”, ma almeno c’è la scusante dell’irritazione dovuta alla mancanza di sonno. Scusante a cui anche noi ci appelliamo per renderle un po’ più attenuate.

Il giornalista Carlos González Lucay non può esimersi dall’introdurre l’argomento doping dopo la positività proprio in Coppa Davis e relativa sospensione provvisoria in attesa di giudizio del concittadino Nicolas Jarry. Rios, presente a Madrid come supporto tecnico a capitan Massú, ricorda il giorno in cui Nico e Garin sono stati controllati. “Quando giocavo io, testavano solo le urine; oggi anche il sangue, così è molto difficile nascondere qualcosa” spiega. E aggiunge: “Io non metto la mano sul fuoco per nessuno. Ho detto a Nico, ‘continua a essere Nico Jarry se ti sospendono per quattro anni o quello che sarà. Ti voglio bene come amico, ti voglio bene come giocatore e, se non giocherai mai più, sarai ancora mio amico”. Marcelo sa come rassicurare le persone che gli stanno accanto. In ogni caso, crede che sia difficile che Jarry abbia assunto volontariamente delle sostanze proibite. “È metodico, ordinato, molto professionale: perché rovinarsi la carriera per il doping? Credo che lo sanzioneranno di sicuro, ma spero siano mesi. Sta cercando di dimostrare che dice la verità e non ha commesso alcun errore. In un caso così, anche se ti squalificano, l’importante è uscirne con l’immagine pulita.

A un passo dal rientro nel Tour poco più di un anno fa, Rios dice che bisogna separare quello che (ti) fai nella vita privata dal doparsi per avere un vantaggio in campo. Quanto successo con Korda, è stato per quel vantaggio. Proprio in uno Slam che avrei potuto vincere. Non è come nell’atletica, dove in questi casi danno il titolo al secondo arrivato. Adesso uno se la ride, però nel suo palmares rimane la vittoria [dell’Australian Open 1998]”. Marcelino assicura che non ha mai fatto uso di sostanze proibite durante la sua carriera: “Alcolici sì, però marijuana e droghe pesanti no, sia per i controlli sia perché non mi interessava restare incastrato in quelle porcherie”.

 

L’ex numero 1 del mondo, l’unico senza Slam nel circuito maschile, scalda i motori quando l’intervistatore introduce il caso Agassi. Lo hanno beccato quattro volte e l’ATP lo ha coperto perché era Agassi e perché il tennis sarebbe finito giù per lo scarico”. Giova ricordare che all’interno della sua autobiografia, ‘Open’, lo stesso Agassi ha ammesso di aver assunto metanfetamina nel 1997 e di aver fallito un controllo antidoping, evitando però la squalifica grazie alla menzogna (presa per buona dall’ATP) secondo cui l’assunzione sarebbe stata accidentale. “Trovo l’ATP la schifezza più sporca che esista [traduzione particolarmente edulcorata]. Gringo impiccioni. I Master erano sempre sul veloce indoor in modo che vincesse Sampras. Con Bruguera, discutevamo di cambiare ogni anno la superficie del Master. Chi è stato danneggiato? I tennisti sudamericani”.

Con i suoi 175 cm, non poteva sommergere gli avversari di servizi vincenti, costretto così a correre sul duro per cinque set. “L’unico sport che cambia quattro superfici. Neanche ho mai capito perché ci siano a disposizione due servizi. È come nel golf quando giochi con gli amici che hai il mulligan [seconda possibilità di tirare il colpo iniziale per quelli scarsi]. È assurdo. Qualcuno lo ha inventato e adesso è un vantaggio per lo scemo di turno che misura 214 cm. Guardavo Karlovic, ha quarant’anni… quando mai si ritira se batte da un palazzo!. Il povero Ivone non ha però colpa della sua (di Rios o propria) altezza. Chissà se gli staranno fischiando le orecchie. No, è troppo buono per prendersela per queste inezie. E, comunque, le parole cilene probabilmente si sono spente prima di arrivare in cima al palazzo.

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