Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere

Interviste

Il mago dei numeri che aiuta Djokovic a vincere

NEW YORK – Craig O’Shannessy, lo stratega del team Djokovic, ci racconta il suo lavoro. Numeri, statistiche… anche se odia la matematica. In esclusiva per Ubitennis, scopriamo come Novak prepara ogni partita

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Un bel pomeriggio all’inizio della seconda settimana allo US Open 2018, nel giardino antistante la sala media, e un’interessantissima chiacchierata con quello che probabilmente è il massimo esperto mondiale di numeri e statistiche legate al tennis. Craig O’Shannessy, australiano, ex-allenatore (tra gli altri, di Kevin Anderson), è l’analista dati per l’ATP, Wimbledon, Australian Open e New York Times, dati che raccoglie, interpreta, divulga sui siti ufficiali dei tornei e dell’associazione, e che sul suo seguitissimo sito braingametennis.com fornisce a richiesta a coach e tecnici. Ha tenuto anche diversi seminari in Italia, per la FIT.

Dalla fine del 2017 è entrato a far parte del team di Novak Djokovic (ufficialmente, in realtà la collaborazione era iniziata un anno prima). Craig, oltre a essere un autentico “mago dei numeri”, è pure un tipo simpaticissimo, anche se (soprattutto da quando lavora con Nole), non è molto incline a parlare di quello che fa, o a farsi intervistare al di fuori dei canali istituzionali. Ma dopo averci parlato tante volte, in tanti tornei, discutendo di tecnica e di tattica nelle sale stampa di mezzo mondo, l’ho convinto a concedermi una video-intervista, che abbiamo realizzato un paio d’ore prima dei quarti di finale in cui Djokovic avrebbe affrontato John Millman. Scopriamo insieme i dettagli di come un campione della caratura del serbo prepara le partite, qui sotto il video e la trascrizione integrale in italiano.

 

Siamo qui con Craig O’Shannessy, che è il massimo esperto mondiale di numeri legati al tennis, e ora ci racconterà un po’ dei suoi segreti: come sappiamo da qualche mese lavora con Novak Djokovic, ma non è che abbia cominciato con Nole. I numeri per Craig sono importantissimi da una vita. Quindi, Craig, come è che è iniziato tutto? Un giorno ti sei detto, questo è in gioco fantastico, dritti, rovesci, servizi, ma c’è qualcosa su cui tutto questo è basato, come hai cominciato?
Assolutamente. Io ho cominciato come giornalista, la parte matematica non la avevo mai amata. A scuola sono stato quasi bocciato in matematica: semplicemente non mi piace. Non sono mai stato quindi un appassionato di statistica. Ho iniziato ad usarla per capire le cose basilari, tipo: è meglio servire esterno o servire centrale cercando la T, è meglio cercare il rovescio o il dritto di un avversario, è meglio andare a rete o restare a fondo, le cose più semplici insomma. Volevo capire la struttura del gioco, gli strati su cui viene costruito dal punto di vista tattico e strategico. La cosa bella del tennis è che ci possono essere molti modi diversi di essere vincente: puoi essere alto, basso, destro, mancino, puoi colpire con molta rotazione oppure usarne di meno, puoi essere uno che attacca la rete oppure uno che scambia da fondo. Avere infiniti stili di gioco possibili è la cosa più bella di questo gioco, ma alla base di tutto ci sono statistiche e tendenze che permettono di interpretarlo. Quindi torniamo indietro al 2005, quando venne sviluppato Dartfish, un software di analisi che avevano iniziato ad usare alle Olimpiadi. All’interno del software ho aggiunto una funzione chiamata “match tag”. Sono andato al primo meeting del comitato olimpico americano, ad Atlanta, ho mostrato le nuove funzionalità del programma, e gli ho detto di provarlo. Normalmente quando guardiamo una partita di tennis abbiamo una percezione cronologica di quello che avviene. Vediamo l’inizio, seguiamo il gioco punto dopo punto, e arriviamo alla fine. Con la funzione tag del programma Dartfish io potevo mettere degli indicatori in tutta la partita, e per esempio vedere tutti i vincenti di dritto, oppure tutti gli errori di rovescio, o tutti i servizi esterni, a prescindere dal momento in cui venivano eseguiti. Dal punto di vista del coach analizzare una partita in ordine cronologico è la cosa peggiore, bisogna focalizzarsi sulle tendenze. Se tu analizzi in ordine di tempo, per esempio diciamo che un vincente di dritto viene tirato al secondo minuto e poi non ce ne sono più fino all’undicesimo minuto e poi al quattordicesimo minuto…

Rischi di perdere di vista la tendenza generale!
Eh sì, perché quando gli avvenimenti non sono continui, non li colleghiamo nella nostra mente, ma se invece li vediamo elencati uno dopo l’altro troviamo che magari sono praticamente tutti uguali, hanno lo stesso esito. Dartfish mi ha aiutato a capire per la prima volta l’esistenza di questo tipo di tendenze.

Immagino che ora con la tecnologia Hawk-eye sia come Disneyland per te…Voglio dire, hai i dati su tutto! Ho letto un paio di cose che hai scritto che mi hanno colpito, perché io sono arrivato al giornalismo partendo dall’essere un allenatore. La famosa regola dei “four shots”, che evidenzia come il 71% dei punti nel tennis venga risolto entro i primi quattro colpi. E poi quella del 55, che ci dice che i migliori giocatori del mondo conquistano non più del 55% dei punti che giocano. È incredibile no!? Uno guarda giocare il miglior Federer e pensa: “Ma va, Roger? Farà come minimo l’ottanta per cento dei punti!”, e invece non è così!
(risata) Sì, è vero, è come Disneyland! Hai perfettamente ragione, andiamo con ordine allora. Quando comincio a lavorare con un giocatore, Djokovic compreso, penso “ok, vuoi diventare il numero uno del mondo? Tutti lo vogliono“, poi vai a vedere i match che vincono i migliori di tutti, scopri che sono circa il 90%, ma che li vincono facendo appunto il 55% di punti. Per esempio Djokovic nel 2015 ha fatto 82 vittorie e 6 sconfitte, mi pare. Era una belva! Ma se andiamo ad analizzare i cosiddetti “anni da Superman”, come quello, e come anche certi di Nadal al Roland Garros, vediamo che per ottenere prestazioni incredibili tutto quello che ci è voluto è stato passare dal 55% al 56% dei punti vinti.

Quindi un margine dell’ uno per cento significa passare da ‘semplice’ gran giocatore a Slam su Slam vinti in serie! Incredibile!
Infatti! L’uno per cento! Una palla su cento! Quando guardiamo la partita da bordocampo è impossibile capire, su cento punti, quale sia stato quello decisivo senza l’ausilio dell’informatica. Quindi io sono partito da questo dato del 55% e sono passato ad analizzare le tendenze nella lunghezza degli scambi. Entro i tre scambi dopo il servizio, come dicevamo, si risolvono il 70% dei punti, dal quinto all’ottavo colpo il 20% e oltre il nono solo il 10%.

Ma allora perché vedo tanta gente allenarsi a tenere a lungo la palla in campo? Se il 70% dei punti si risolvono nei primi tre scambi dopo il servizio, da allenatore dovrò dire ai miei giocatori di concentrarsi nel colpire forte e aggressivo all’inizio degli scambi perché è lì che si vincono le partite.
È esattamente così! Qui allo US Open, ad esempio, dopo il primo turno maschile, abbiamo avuto il 73% di punti chiusi entro quel margine. Per arrivare ad avere questi dati però il percorso è stato lungo. Prima del 1991 praticamente non avevamo statistiche, poi fino al 2002 avevamo delle analisi molto primitive, molto semplici. Già sapere il numero degli ace era un lusso, poi le cose sono migliorate sempre di più e dal 2015 siamo stati in grado di identificare i tanti strati di lettura di un match e le relative tendenze. Io vengo in Italia un paio di volte all’anno, ho un ottimo rapporto con la FIT, faccio delle conferenze con i tecnici e gli mostro che a tutti i livelli (junior compresi), e pure sulla terra battuta, la regola dei primi quattro colpi è sempre valida. Ed è in quella fase di gioco che bisogna concentrare il lavoro, sforzandoci di abbandonare il concetto di scambio lungo colpo dopo colpo. Non è così decisivo che tu sia in grado di tirare dodici rovesci diagonali di fila. Sei in grado, invece, di tirare dodici seconde palle aggressive di fila? Perché quello è infinitamente più importante per farti vincere più match! Quindi dobbiamo portare sul campo di allenamento quello che abbiamo visto essere decisivo nella partita.

Scusami, ma ovviamente devo chiedertelo. Senza rivelare i tuoi piani segreti, facci un esempio di come lavori con uno come Djokovic, ma immagino che potrebbe valere per chiunque. Per dire, stasera giocate contro Millman, che avete affrontato al Queen’s un paio di mesi fa, e Novak ha vinto 6-2 6-1. Ora, Millmann non è un giocatore così conosciuto. Tutti conoscono ogni dettaglio di come giocano Nadal, Federer, Wawrinka, Murray, eccetera. Come prepari una partita contro Millman? Non so, te lo studi e scopri che, se viene attaccato a sinistra, John due volte su tre si difende col passante diagonale, e prepari una strategia per quella situazione?
Giusto, proprio così. Mi metto ad analizzare, come ho fatto negli ultimi due giorni, che cosa Millman sta facendo così bene questa settimana qui allo US Open. Il precedente al Queen’s conta meno perché era una superficie differente, John non è così forte sull’erba, il suo meglio lo dà sulle superfici dure. Cosa ha fatto Millman qui per battere Fognini, Kukushkin e Federer? Ho cercato di capire in che zone di campo si trova più a suo agio, da dove produce più vincenti oppure commette più errori. Ogni giocatore ha specifiche zone di campo dove si trova meglio, e altre dove va più spesso in difficoltà. Ho identificato queste zone per quanto riguarda Millman, ho capito dove gli piace stare in campo durante questo US Open, e dove invece può avere dei problemi. Stasera cercheremo di applicare queste analisi.

Quindi, fondamentalmente, tu vai da Novak e gli dici, per esempio: “Stai attento perché in uno scambio ad alta velocità è pericoloso mettergli la palla là, piuttosto che da un’altra parte, perché John da là ha tirato il 50% dei vincenti“?
Esattamente. Abbiamo diviso il fondo del campo in quattro zone A, B, C e D, partendo dall’angolo esterno della diagonale destra. Sono zone di uguale grandezza. Novak ha imparato molto bene questo linguaggio tanto che con lui parliamo sempre in termini di A, B, C , D e lo hanno imparato anche tecnici italiani, è un ottimo sistema per identificare le geometrie del campo.

A Novak piace questo approccio? Ti ascolta? Lo vedi applicare in campo quello che gli hai detto di fare prima della partita?
Assolutamente sì! Adora l’approccio analitico e lo segue al 100%.

Deve essere una bella soddisfazione per te! Tu sei lì in tribuna e vedi il tuo giocatore seguire perfettamente le tue indicazioni.
Certo, e poi Marian Vajda la pensa esattamente come me. È chiaramente un grande piacere lavorare con Djokovic ma ancora di più con Marian. Abbiamo appena passato un’ora, poco fa, rivedendo le strategie per la partita di stasera. Ha una gran testa da tennis, è facile comunicare e rapportarsi con lui per risolvere i problemi. In definitiva quindi per stasera abbiamo studiato l’utilizzo delle zone A, B, C, D, dove servire (su questo lavoriamo tantissimo), come rispondere, le parti di campo da attaccare e magari quelle da attaccare all’inizio per poi cambiare obiettivo. Quello che è importante e che ci tengo a far capire, è che tutto questo lavoro che faccio con Marian e Novak è perfettamente trasferibile e applicabile a qualunque altro livello di coaching, dai professionisti fino ai bambini. Sono le stesse cose che ho insegnato ai convegni in Italia a Roma, a Napoli, a Bologna e a Bari.

Grazie Craig, è stato un vero piacere parlare con te, dovremo rifarlo, magari in Australia! Facciamoci una bella chiacchierata a ogni Slam.
Assolutamente! Sarò anche a Milano alle NextGen Finals!

Ah! Lavori anche con qualche giocatore giovane o ti dedichi esclusivamente a Novak per adesso?
No, solo Djokovic. È abbastanza per tenermi ben occupato.

Grazie ancora, in bocca al lupo per stasera. Non so come andrà la partita ma ho come il sospetto che verrà giocata in modo tatticamente intelligente…
Certo! Millman è un giocatore molto intelligente. Sarà una partita tattica, e sono molto contento per John che è un grande lavoratore, si merita i risultati ottenuti qui e arriverà al match molto ben preparato anche lui. Ciao!


Come sappiamo, è andata a finire piuttosto bene. Bravo Craig!

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I dolori di Thiem, tra ginocchio malconcio e pensieri negativi: “Sono caduto come in un buco”

L’austriaco spiega al Der Standard di avere un piccolo problema congenito alle ginocchia, che ogni tanto riemerge. E che la pandemia ‘si è presa le cose più belle del tennis’

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Dominic Thiem - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Assente dai campi da un mese e titolare di un inizio di 2021 sfortunato, Dominic Thiem ha parlato del suo momento con il quotidiano austriaco Der Standard, soffermandosi sulle problematiche accusate in questi mesi, sia a livello fisico che mentale, in vista del suo ritorno in campo previsto per il torneo di Madrid.

GLI INFORTUNI E LA PREPARAZIONE

Per quanto riguarda le sue condizioni di salute, il Dominator ha ribadito di non aver patito un grave infortunio: “Si tratta di piccoli acciacchi, ora al ginocchio sinistro, per esempio. Lo scorso anno, durante il primo lockdown, mi è capitata la stessa cosa, ma al destro; all’epoca chiaramente non mi sono dovuto cancellare da nessun torneo, visto che non si stava giocando, quindi ho avuto tutto il tempo necessario per guarire“. Allo stesso tempo, però, si tratta di un fardello di lungo corso: “È un piccolo problema congenito che di tanto in tanto riemerge, anche se questa è la prima volta che l’opinione pubblica ne viene a sapere. Mi ci vorrà qualche settimana prima di non avere più dolore, è così dall’Australia“.

Thiem è da sempre un giocatore dalla preparazione maniacale. Molti ricorderanno il suo sfogo nei confronti degli organizzatori degli Internazionali nel 2019, quando quest’ultimi obbligarono i giocatori a rimanere in attesa al Foro Italico per tutta la giornata di mercoledì nonostante la pioggia battente, impedendo così loro di prepararsi a dovere per il doppio impegno del giorno successivo. Non stupisce quindi che questa serie di problemi fisici lo stia condizionando: “La mia vita è interamente pianificata, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, tutto è organizzato. Mi sento meglio quando so cosa succederà domani. Questa possibilità non esiste al momento“.

 

Per lui è necessario essere al meglio, o il suo tipo di tennis non può reggere: “Se non sei al 100 percento perdi, come successo a Doha e Dubai; il livello è veramente alto e gli avversari sono sempre fortissimi, quindi se non sei in forma puoi perdere al primo o al secondo turno. Rimanere fuori fino a quando non si è pronti è probabilmente la scelta più intelligente: se fossi andato a Belgrado questa settimana avrei perso ancora al primo turno, e sarei entrato in una spirale negativa. Visto che voglio evitare che succeda, preferisco stare a casa e recuperare, non sono il primo e non sarò l’ultimo a fare una scelta di questo tipo“.

I DISAGI DELLE BOLLE E DELLE PORTE CHIUSE

Purtroppo, però, non sono solo gli infortuni a gravare sui tennisti e sulle tenniste in questo momento – tutto ciò che a suo dire animava il circuito è venuto a mancare, e questo non lo aiuta a livello mentale: “Nonostante l’assenza del pubblico il tour è proseguito normalmente […]. Un sacco di pezzi del tennis si stanno perdendo. Il coronavirus si è preso le parti più belle del nostro lavoro, a partire dai viaggi e dalla libertà di spostarsi. Di contro, le cose peggiori sono rimaste. È difficile giocare tutte le settimane in queste condizioni […]. C’è un senso di vuoto, settimana scorsa non ho nemmeno guardato i match di Champions League, e ho seguito pochissimo il torneo di Montecarlo“.

Per certi versi, sembra essere lo stillicidio creato dal Covid a condizionarlo di più, perché inizialmente le cose stavano andando bene: “Dopo la vittoria di New York ero euforico, ma i risultati hanno continuato ad arrivare, visto che ho raggiunto la finale delle Finals Quando ho iniziato a prepararmi per questa stagione, però, sono caduto come in un buco. Pensavo che mi sarei sentito più rilassato dopo aver vinto uno Slam, e spero ancora che quella sensazione arrivi“.

Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Soprattutto di recente, però, le cose sono peggiorate, perché il mondo si è mosso a ritmi diversi da quelli dell’ATP Tour: “A Dubai le restrizioni erano estreme, perché noi eravamo rinchiusi nella bolla, ma al di fuori la vita era tornata alla normalità. Potevamo solo andare dall’hotel ad uno stadio vuoto; non era una bella situazione in cui trovarsi”.

Il momento che l’ha messo più in difficoltà, però, è avvenuto a Melbourne, dove un mini-lockdown è stato implementato durante il programma della parte alta del terzo turno (nel caso del match fra Djokovic e Fritz, al pubblico fu intimato di lasciare lo stadio a match in corso). Quel giorno, Thiem stava giocando un match estremamente intenso, e questa combinazione di fattore gli è pesata non poco: “In Australia ho fatto un grande sforzo ma senza ottenere grandi risultati. Stavo giocando uno dei match più memorabili della mia carriera, rimontando due set al beniamino locale Kyrgios, e c’era un’atmosfera incredibile a Melbourne, anche se il pubblico non tifava per me. Finito il match, tutto d’un tratto è iniziato un altro lockdown; ero nello spogliatoio, ancora madido di sudore, e la struttura è stata evacuata, come se ci fosse stato un attacco nucleare. Nel match successivo con Dimitrov mi sono trovato a giocare sotto il sole di mezzogiorno in uno stadio vuoto, e non sono stato in grado di gestire la situazione“.

Curiosamente, peraltro, Thiem ha anche indicato il tipo di giocatore che potrebbe trarre beneficio dalle norme attuali, facendo due esempi che a prima vista potrebbero apparire contro-intuitivi per via della loro natura istrionica, ma evidentemente secondo l’austriaco è l’impossibilità di svagarsi l’aporia che decide chi sopravvive e chi no nel tennis pandemico: “Ci sono giocatori che riescono a non pensarci, per i quali la bolla potrebbe addirittura essere un vantaggio, per esempio Evans o Bublik. Sono giocatori che in tempi normali fanno fatica a concentrarsi sullo sport, quindi per loro questa situazione è ottima, perché c’è solo il tennis a cui pensare“.

IL ROLAND GARROS RIMANE IL GRANDE SOGNO

Ora che la consacrazione ad altissimi livelli è arrivata, il N.4 ATP vorrebbe rivedere le sue priorità: “Ho inseguito il mio grande obiettivo per 15 anni senza distrazioni. Ora l’ho raggiunto, seppur in circostanze particolari, ma questo non è importante dal mio punto di vista. Nel frattempo ho dovuto mettere da parte molte cose, come la mia vita privata e gli interessi al di fuori del tennis. A un certo punto devi fare qualcosa per la tua testa; finora c’è stato solo il tennis, ma da qui in avanti voglio cambiare un po“.

Detto questo, le sue mire sono ancora molto chiare, e quella di detronizzare Nadal verrà perseguita con la dedizione di sempre: “Il Roland Garros è ancora il mio grande obiettivo. Ovviamente ho un problema in questo momento, e cioè che non affronto i migliori da parecchio, mi mancano quei match nelle gambe, quindi non so quale sia il mio livello. Spero di poter recuperare, in questo senso, a Madrid e Roma. Il mio obiettivo è di essere al massimo a Parigi, ma sarebbe un sogno anche vincere una medaglia alle Olimpiadi, sempre che si disputino. Mi piacerebbe saperlo, ma purtroppo sarà la pandemia a decidere. In ogni caso, non lascerò che la mia passione per il tennis mi venga portata via, perché a un certo punto si tornerà alla normalità“.

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Nadal: “Non puoi vincere contro un giocatore così servendo in questa maniera”

Rafael Nadal saluta uno dei suoi tornei-roccaforte ai quarti di finale battuto da Andrey Rublev. ” “Lui ha giocato bene, ha meritato più di me. La cosa positiva è che ho lottato”

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Rafael Nadal - Montecarlo 2021 (foto Rolex Montecarlo Masters)

Beh, è semplice da spiegare no? Quando affronti un grande giocatore come lui e non giochi bene, perdi. Semplice da analizzare“. Ha esordito così in conferenza stampa Rafael Nadal, pochi minuti dopo il match point trasformato da Andrey Rublev su un campo che raramente condanna il maiorchino alla sconfitta (solo in sei occasioni, inclusa questa). “Per qualche ragione ho avuto problemi al servizio, non capisco come mai; in allenamento non ho avuto problemi di alcun tipo. Ma oggi è stata una giornata disastrosa al servizio, ed è un colpo che ha un impatto sul resto del gioco. E quando servi senza fiducia, sei concentrato semplicemente sul tentativo di servire in campo, non pensi a come vuoi giocare la palla. Quindi hai problemi a preparare il punto nel modo giusto”.

Insomma, è semplice” tira le somme Rafa. “Lui ha giocato bene, ha meritato più di me. La cosa positiva è che ho lottato, ero lì, ma non puoi aspettarti di vincere con un giocatore come lui perdendo il servizio… quante volte? Sei, sette? Decisamente troppe. Lui ha giocato alla grande, aggressivo, è stato bravo. Sono felice per lui, è un bravo ragazzo e gli auguro il meglio“.

Ovviamente questo è un torneo importante per me, lo è sempre stato nel corso della mia carriera” continua Nadal nella sua analisi. “Perdere qui è sempre triste, ho mancato l’opportunità di iniziare la stagione su terra nel mondo giusto. Ma è andata così, non è il momento di lamentarsi. Quando non sei in grado di fare le cose che dovresti fare in campo, non è mai il momento di lamentarsi. L’unica cosa che posso fare è andare a Barcellona e continuare ad allenarmi, per cercare di sistemare le cose che non sono andate al meglio. Credo che anche il mio rovescio oggi non sia stato sufficiente, ho sbagliato molto e non sono riuscito a usarlo per aprirmi il campo. Sono piccole cose, anche difficili da spiegare, che fanno una grande differenza per il risultato finale“.

 

Nonostante sia appena stato battuto da Rublev, e anche in modo piuttosto bruciante, Nadal concede qualche speranza a Casper Ruud, che lo affronterà in semifinale. Il norvegese si è anche allenato presso l’Accademia di Manacor. “Sarebbe bello vedere un ragazzo che si è allenato spesso in Accademia in finale a Montecarlo, e magari vincere. Non vedo un chiaro favorito, credo che entrambi possano vincere. Casper sta giocando alla grande e gli auguro il meglio, anche lui è un gran ragazzo. Sarà una bella partita, non so se potrò guardarlo perché domani sarò in viaggio. Sì, forse Rublev è un pizzico favorito per via del ranking, ma ho fiducia che Casper possa vincere. Tutto può succedere“. Persino che l’undici volte campione di Montecarlo perda, due volte di fila, contro giocatori che non siano Djokovic o Federer e che non abbiano mai vinto un Masters 1000. Fognini ci riuscì proprio nel 2019, dopo aver battuto Rafa; chissà che a Rublev non possa toccare lo stesso destino.

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Fognini su Sinner e Musetti: “Probabilmente faranno la storia del tennis italiano”

“Sinner tra poco lotterà per vincere gli Slam. Lorenzo è più indietro ma è sulla via giusta. E io son lì, se la lampadina rimane accesa posso ancora divertirmi”, è il parere di Fabio Fognini

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Nel corso della conferenza stampa virtuale tenuta dopo la vittoria agli ottavi contro Krajinovic, da Montecarlo, Fognini si è soffermato anche su temi che esulano dal torneo che si sta svolgendo.

Il tennista italiano ha confessato la difficoltà di vivere le dinamiche del circuito da quando è diventato padre, due volte, di Federico (quasi quattro anni) e Farah (un anno e mezzo). “Il rapporto con mio figlio è bello, e anche per questo motivo il viaggiare si fa sempre più duro per me. Però diciamo che qua in Europa abbiamo la fortuna di poter tornare a casa, anche solo per un giorno, tra un torneo e l’altro. Flavia non vuole viaggiare, non ha fatto un torneo da quando è iniziata la pandemia – e ha ragione, capisco che è molto difficile. Io faccio fatica, però son qua“. La famiglia Fognini si divide tra Barcellona e la sua casa di Arma di Taggia, dove Fabio è nato.

In coda alla conferenza, Fognini ha risposto diffusamente a una domanda sul suo rapporto con gli altri tennisti italiani e in particolar modo con Sinner e Musetti, i due ragazzi emergente che hanno in qualche modo oscurato Berrettini e lo stesso Fognini, fino a un anno fa i punti di riferimento del tennis italiano. “Ho un buon rapporto con tutti. In questi 10-15 anni di carriera ho sempre detto che più siamo, meglio è. Ora siamo in tanti e stiamo giocando bene“.

 

Con i due giovani, si spera, siamo coperti per i prossimi dieci anni” continua Fognini. “Sinner è già a un livello super-alto e ha un team pazzesco, perché Riccardo ha costruito Ivan (Ljubicic, ndr) e sa come si fa. Inutile dire che di qui a poco lotterà per vincere gli Slam. Lorenzo (Musetti, ndr) deve acquisire un altro po’ di fiducia, da questo punto di vista è leggermente indietro ma è sulla via giusta. Non bisogna mettere loro fretta: probabilmente questi due ragazzi faranno la storia del tennis italiano, lasciateli giocare. Se li lasciate giocare sicuramente ci saranno delle ottime sorprese“.

Dopo l’elogio dei giovani, Fognini parla anche degli altri. “Ovviamente non bisogna dimenticare gente come Matteo, che nel giro di due o tre anni ha fatto un salto pazzesco; o Lorenzo (Sonego, ndr), che è anche lui tra i primi 30 e ha dimostrato di avere un ottimo livello. Poi c’è quel range di ranking un po’ più basso, con Stefano (Travaglia, ndr), Marco (Cecchinato, ndr) che adesso è in ripresa, Mager. E c’è Seppino – il più vecchio di tutti – che è ancora lì che lotta. Hanno tutti ampi margini di miglioramento. E io son lì; come dice Barazzutti, se la lampadina rimane accesa in questi anni posso ancora divertirmi“.

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