Allarme rosso per Halep: soffre di ernia del disco, ma non si opererà – Ubitennis

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Allarme rosso per Halep: soffre di ernia del disco, ma non si opererà

Le preoccupazioni della numero uno del mondo erano fondate: il fastidio alla schiena è dovuto a un’ernia del disco. “Ne parlerò con i medici, spero di rientrare presto”. Finale di stagione a rischio

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Gli esami strumentali a cui Simona Halep si è sottoposta dopo essere rientrata a casa da Pechino non hanno, purtroppo, confortato la prima giocatrice del mondo. L’infortunio alla schiena che ne aveva condizionato le prestazioni a Wuhan e Pechino, dove non a caso sono arrivate due sconfitte al primo turno, è dovuto a un’ernia del disco. Lo ha annunciato la stessa giocatrice sui canali social.

Salve a tutti, volevo darvi un rapido aggiornamento. Mi sono sottoposto a una risonanza magnetica alla schiena che ha confermato che soffro di ernia del disco. Ne parlerò con i medici nei prossimi giorni e spero di poter tornare presto. Vi terrò aggiornati, grazie per il vostro supporto

Simona viene da quattro sconfitte consecutive, tre delle quali – US Open, Wuhan e Pechino – al primo turno. Al momento conserva un vantaggio di circa 1600 punti su Angelique Kerber, seconda nella Race to Singapore, che ha possibilità di ridurlo avanzando ancora a Pechino (in caso di vittoria del titolo si porterebbe a meno di 700 punti). La leadership di Halep al momento non è a rischio, ma la sua partecipazione agli ultimi tornei stagionali sembrerebbe di sì. Prima di volare a Singapore la rumena dovrebbe partecipare al Premier di Mosca, la cui organizzazione le ha già riservato una wild card, per soddisfare uno dei criteri del Player Commitment imposto alle giocatrici che hanno concluso la stagione precedente in top 10: disputare almeno due tornei di categoria Premier (pena uno ‘zero’ in classifica), mentre Halep quest’anno ha partecipato solo a quello di Stoccarda. In attesa di ulteriori sviluppi, è verosimile credere che Simona possa saltare il torneo russo e non può essere esclusa neanche la prospettiva di un suo forfait alle Finals, al via tra meno di venti giorni (21-28 ottobre).

L’INFORTUNIO – L’ernia del disco è un disturbo di origine traumatica o degenerativa che può colpire i dischi intervertebrali provocando, a seguito della rottura del guscio fibroso, una fuoriuscita parziale o totale del nucleo rispetto alla sua posizione originaria. La sintomatologia è variabile a seconda della zona colpita (dalla zona del collo, passando per quella lombare fino agli arti inferiori) e in base alla sua gravità può essere trattata con cure conservative o con un approccio chirurgico. Tra le cure conservative si annoverano trattamenti osteopatici e/o fisioterapici e farmacologici, ma non tutte le ernie possono essere trattate per vie conservativa. In molti casi, specie quando l’interessamento è a carico di più radici nervose e implica una compromissione della forza muscolare, si rende necessario l’intervento chirurgico.

Non è sicuramente un buon segno che la sintomatologia del disturbo di Halep sia già emersa, poiché le ernie più facilmente trattabili sono quelle scoperte casualmente per via strumentale quando ancora non provocano dolore. Si aggiunga lo stress a cui la zona lombare (quella più di frequente colpita) è sottoposta nella pratica del tennis, dal movimento del servizio fino alle brusche torsioni necessarie per l’esecuzione dei colpi da fondo campo. L’augurio per Halep è che le terapie conservative possano risolvere il suo problema, poiché un’operazione metterebbe quasi certamente fine al suo 2018.

AGGIORNAMENTO – Con un altro post pubblicato su Facebook poche ore più tardi, la n.1 del mondo ha smentito la possibilità di un’operazione chirurgica e ha confermato che svolgerà le cure conservative – esercizi e fisioterapia – per recuperare dall’infortunio.

Multumesc fanilor mei de peste tot si in special din Romania, pentru grija pe care mi-o poarta si care sunt ingrijorati…

Pubblicato da Simona Halep su Martedì 2 ottobre 2018

A.S.

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Australian Open

Finisce senza rimpianti l’Australian Open di Fabbiano

MELBOURNE – Il pugliese gioca un’ottima partita e impegna Dimitrov, ma purtroppo per lui il bulgaro è in giornata e vince con merito. Rimane un gran torneo per Thomas: un nuovo punto di partenza

Luca Baldissera

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista del New York Times Ben Rothenberg: la sorpresa Anisimova

 

[20] G. Dimitrov b. T. Fabbiano 7-6(5) 6-4 6-4 (dal nostro inviato a Melbourne)

La Melbourne Arena, con tetto chiuso a causa della variabilità del meteo, è un gran bel palcoscenico per il terzo turno che vede opposti Thomas Fabbiano e Grigor Dimitrov. Il bulgaro è avversario di livello, ma l’azzurro, sopravvissuto nel match precedente al bombardamento terrificante di Opelka (“Dopo questa, il servizio di Dimitrov mi sembrerà lento!“), non si fa intimorire, e inizia subito a giocare con grinta e attenzione. Per i primi cinque game Thomas regge bene lo scambio, ma purtroppo paga – senza colpe, dato il gap di altezza – una minore efficacia al servizio, la cosa si concretizza in negativo sul 3-2, con un break subìto a zero. La reazione di Fabbiano è immediata e da applausi, fuori tutto in aggressione e a rete, arriva lo 0-40, e alla terza occasione il dritto tradisce Grigor, il set ritorna in equilibrio. Che bravo Thomas.

Gli applausi continuano quando nel primo punto del decimo game l’azzurro tira in sequenza rovescio in controbalzo più dritto strepitoso chiuso sempre in demi-volée dalla riga di fondo, roba da Federer questa, è bello e riempie di orgoglio sentire l’“oooh” dello stadio. Anche Dimitrov spara diversi vincenti dei suoi, bellissimi alcuni rovesci e soprattutto una smorzata di classe su passante basso di Fabbiano, ottimo livello, ci stiamo divertendo tutti.

Il tie-break giusta conclusione del parziale. Agassi, in tribuna a seguire Grigor, non ha proprio una faccia rilassata. Thomas cerca di essere aggressivo appena può, è anche sfortunato quando un passante che sarebbe stato vincente gli viene deviato fuori dal nastro, e sul 5-5 mette uno slice in rete: set point col servizio per Dimitrov, che tira giù una bella botta e chiude. 7-6 e un set a zero per il bulgaro. Non deve avvilirsi l’azzurro, però, è ancora lunga.

Grigor Dimitrov – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

EPILOGO Thomas accusa il colpo psicologicamente e va subito sotto 2-0, ma è ancora bravo a scuotersi immediatamente e a rimanere in scia all’avversario. Grigor si rende conto che l’azzurro non è disposto a mollargliela facilmente e cerca di salire il più possibile di livello, lasciando andare i colpi appena può. Fabbiano, encomiabile, stringe i denti, e riesce a piazzare il contro-break del 3-3. Ma la mini-rimonta presenta il conto, ed è il bulgaro a riprendersi il vantaggio brekkando ancora, per poi chiudere 6-3. Per risolvere il secondo set, comunque, ci è voluto il miglior Dimitrov, il che non è poco. Un colpo in particolare testimonia quanto abbia dovuto mettercela tutta Grigor: un lungolinea vincente di dritto da fantascienza, cose che si vedono davvero raramente, e che suscita anche l’ammirato applauso dell’azzurro, tutto molto bello.

Sta di fatto, però, che siamo sotto due set a zero, e la salita da scalare ora appare insormontabile. L’italiano cerca di stare lì, nella speranza di poter approfittare di un eventuale calo dell’avversario, però ora Grigor ha ingranato definitivamente una marcia superiore, e sul 3-3 capitalizza un paio di errori di Thomas per prendersi il break decisivo. Non ci sono altri sussulti, e alla fine il rovescio fallito in risposta da Fabbiano conclude il suo ottimo Australian Open, 6-4 e partita Dimitrov. Il bulgaro giocherà gli ottavi di finale contro Frances Tiafoe, che ha superato Andreas Seppi al quinto, Thomas va a casa, ma deve essere orgoglioso di aver costretto l’ex numero 3 ATP, e vincitore delle Finals poco più di un anno fa, a dare il suo meglio.

“Beh, sì, in effetti il servizio di Grigor mi pareva lento dopo l’altro giorno con Opelka”, sorride Fabbiano, molto sereno e tranquillo nonostante la sconfitta. “Sono stato molto lucido per tutta la partita, che è stata ottima anche se l’ho persa. Me la sono goduta tutta. Quel passante nel tie-break del primo set, oh, io stavo già esultando accidenti… poi lui giocava benissimo. Sì, il drittone pazzesco lo ricordo bene, gli ho fatto l’applauso, ma se avessi dovuto dirgli bravo ogni volta che lui faceva qualcosa di straordinario, mi si sarebbe seccata la gola. Accidenti, ha perso Andreas proprio ora? Uff…

Sì, ho dato uno sguardo sul maxischermo a un certo punto, ho visto una testa pelata nel suo box (Andre Agassi), e ho detto ‘oh, che ca…, c’è qualcuno di interessante a vedere la partita’. Ha dovuto dare il suo meglio, ha dovuto giocare bene, abbiamo espresso entrambi un buon tennis. Mi porto a casa da questo torneo il fatto di essere stato capace di rimanere tranquillo e zitto mentre prendevo 67 ace l’altro ieri, questa ultima partita è stata la migliore anche se l’ho persa. Non so se ora andrò in India con la squadra di Davis, ancora non abbiamo avuto informazioni, in ogni caso giocherò Sofia, Indian Wells e Miami”.

Il tabellone maschile 

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Australian Open

Retroscena Federer: “Da giovane ho rinunciato a giocare troppo”

In conferenza stampa a Melbourne lo svizzero racconta il piano a lungo termine dietro la sua longevità tennistica. La rinuncia agli assegni di ieri per creare il campione di oggi

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Roger Federer - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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Secondo Novak Djokovic, i favoriti per le grandi coppe saranno i soliti anche nel 2019. Roger Federer, pur noto per una modestia sportiva ma spesso poco realistica, non si è nascosto dietro un dito e ha confermato: “Noi tre sappiamo come si vincono gli Slam, Novak, Rafa e io”. Manca un nome, il quarto, quello che in questi primi giorni di Australian Open è stato al centro dell’attenzione mediatica e di una sorta di lutto collettivo: quello di Andy Murray.

 

Purtroppo la lista di Federer è corretta: oggi non ha più senso parlare di Fab Four. Nella più ottimistica delle previsioni, il futuro di Murray rimane appeso a un filo. Tra le lacrime di frustrazione, lo scozzese ha confessato che, potendo tornare indietro, eviterebbe di sovraccaricare il proprio fisico, ascoltandone i segnali e prendendosi più giorni off. L’esperienza di Federer è invece diametralmente opposta, e i risultati si vedono. “Ricordo bene una conversazione avuta con Pierre Paganini, il mio preparatore atletico, nel 2004, proprio qui a Melbourne, quando ero appena diventato numero 1. Mi disse: ‘Per favore, non inseguire ogni gettone di presenza e non giocare tutti i tornei che ti propongono’. Gli risposi che non lo avrei fatto, e che se l’offerta fosse stata esorbitante, o se io avessi avuto desiderio di giocare in un certo posto, ne avremmo parlato in anticipo”.

“Sono molto felice di aver fatto quella scelta” ha proseguito Federer. “All’epoca avevo ventitré anni, non avevo idea di quanto a lungo sarei rimasto al vertice, né di quante altre volte avrei ricevuto offerte come quelle. Semplicemente, non sapevo quando successo avrei ancora avuto”. In effetti, all’epoca in cui lo svizzero iniziava a imporsi nel circuito, le prime posizioni del ranking e le finali dei grandi tornei mostravano una alternanza di facce molto più serrata. I trent’anni inoltre sembravano ancora un limite temporale per molte carriere, mentre Federer ne compirà ormai trentotto il prossimo agosto. Penso che la vita di un tennista sia fatta di piani a breve termine. È un equilibrio difficile: non abbiamo contratti da cinque anni come negli sport di squadra. Dobbiamo condurre vite normali, in un certo senso, cosa che credo ci aiuti tutti a rimanere umili”.

Le rinunce di Federer, che non gioca un match su terra battuta ormai da tre anni proprio dietro consiglio di Paganini, hanno pagato: insieme al suo talento naturale, sono la ragione per la sua longevità ad altissimo livello in un’era di infortuni sempre più frequenti. Al di fuori dell’incidente domestico di inizio 2016, nessun grave infortunio direttamente causato dal tennis ha fermato un corpo da novantanove titoli di singolare. Dal gennaio 1999 per più di diciassette anni, Federer non è mai stato costretto a saltare una singola presenza Slam. Qui emerge il delicato equilibrio di questa ultima fase della carriera dello svizzero: proprio dai risultati nei grandi tornei, oggi, dipendono la riuscita del suo progetto e insieme la sopravvivenza del suo ranking stellare. Anche se non sempre è facile tenere fede alle proprie scelte di gioventù, soprattutto quando il tempo sembra sempre meno.

È dura sottopormi a un blocco di allenamento per cinque, sei settimane durane la stagione mentre gli altri vincono tornei e io penso: ‘Oh, potrei starne vincendo un paio anche io'”. In effetti Federer, scalati i punti del titolo all’Australian Open che difende in queste settimane, si ritrova virtualmente fuori dalla top 5. La stessa situazione si ripeterà in febbraio a Rotterdam, con altri 500 punti da difendere. Per le ragioni già spiegate da lui stesso, il numero di eventi a cui Federer può partecipare nel corso della stagione non può essere aumentato di troppo (e nella maggior parte dei casi la sua programmazione già include quelli che sono i suoi punti di forza, come erba, cemento nordamericano, e i maggiori indoor). Questo fa appunto sì che il suo margine di errore, ogni volta che si ripresenta a Melbourne, a Wimbledon o a Flushing Meadows, sia quasi inesistente.

A proposito di Slam: da quest’anno ogni major avrà il proprio modo di risolvere un eventuale 6-6 al quinto set. L’Australian Open ha adottato una formula intermedia, quella del tie-break ai dieci punti (già felicemente sfruttata dal nostro Thomas Fabbiano). “Penso sia divertente avere quattro finali diversi” ha commentato Federer. Dopo una riflessione romantica sui campioni delle ere passate, in cui il tie-break non era stato ancora inventato per nessuno dei set, e sul non potersi confrontare con loro, lo svizzero è tornato pragmatico. Capisco che il gioco oggi chiede molto di più al nostro fisico. E giocare un tie-break finale, come qui o agli US Open, aumenta le possibilità di proseguire il torneo giocando al meglio. Spero comunque di non trovarmici in prima persona ha concluso con un sorriso. Perché alla fine è sempre meglio giocare di meno, per giocare di più.

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Australian Open

Australian Open: 4 italiani al terzo round, un discreto risultato [VIDEO]

Un po’ di storia azzurra a Melbourne. Indovinate quante volte e partite hanno giocato Pietrangeli e Panatta. E il migliore fra tutti? Il più continuo?

Ubaldo Scanagatta

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VIDEO: Zverev shows great character in 2nd round battle

Quattro tennisti italiani al terzo turno dell’Australian Open. Dopo Fabbiano e Seppi anche Fognini e Giorgi ce l’hanno fatta. E loro senza perdere un set, mentre Fabbiano aveva battuto Opelka al long tiebreak del quinto set e Andreas in tre su Thompson.

 

Non è ancora un risultato straordinario, ma di Slam ne ho seguiti parecchi – questo è il mio n.151 (45 Wimbledon, 43 Roland Garros, 35 US Open e 28 Australian Open – e ne ho visti parecchi andare molto peggio a cominciare da quello tristemente memorabile di un Wimbledon in cui perdemmo 11 partite su 11 al primo turno.

Stanotte giocheranno Fabbiano contro Dimitrov testa di serie n.20 nella Melbourne Arena e qui una volta in semifinale e due nei quarti e Seppi contro Tiafoe (Andreas nel 2015 battè Federer!) il primo certamente contro pronostico, il secondo più equilibrato sulla carta.

Andreas è n.35 ATP, Tiafoe n.39. Andreas ha quasi 35 anni, Tiafoe ne ha 20, 15 di meno. Di chi è il vantaggio? Meglio essere più esperti o più giovani? Non dovrebbe fare troppo caldo. Seppi non sarà entusiasta dell’orario, secondo match del giorno dopo un doppio, ma il clima non sarà torrido: “A me piace giocare o il primo match, così sai esattamente a che ora cominci, oppure va bene anche il terzo perché si va verso ore più fresche anche se su certi campi possono dar noia giochi di luce e ombra”.

È la prima volta nell’Australian Open che tre italiani hanno raggiunto il terzo turno qua. L’anno scorso fu il primo anno in cui in due raggiunsero contemporaneamente gli ottavi: Fognini e Seppi. Fognini per la seconda volta dopo il 2014 e perse netto da Berdych, Seppi per la quarta e perse da Edmund.

Ricordando che Camila Giorgi dovrà affrontare Karolina Pliskova (ci ha perso 4 volte su 5; l’unica vittoria è arrivata sulla terra rossa, la superficie meno amata dalla Pliskova che perse a Praga, torneo che non avrebbe mai giocato se non fosse stato a casa sua), Fognini domani dovrà giocare con Carreno Busta con il quale ha perso 5 volte su 5 sembra abbastanza improbabile – mai dire mai però – che vincano tutti e tre e si qualifichino quindi in massa per gli ottavi. Se succedesse sarebbe la prima assoluta per il nostro tennis maschile non solo qua ma in tutti gli Slam a livello di Era Open.

Ora si dirà che in fondo aver vinto due partite non è poi granché, però è abbastanza curioso pensare che una volta in Australia i nostri giocatori più forti non venivano neppure. I due nostri giocatori di maggior prestigio, Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta sono venuti fin qui una sola volta. Come, del resto, Bjorn Borg che avrebbe affrontato la trasferta australiana soltanto se avesse potuto centrare il Grande Slam come Rod Laver: ma quattro finali perse all’US Open lo persuasero a restarsene a casa.

Quell’unica volta, nel ’57, Nicola Pietrangeli si fermò proprio al terzo turno e perse dall’australiano Mal Anderson 97 62 62. Panatta venne soltanto a 18 anni e mezzo, quando la federtennis decise di inviare in Australia cinque giocatori per un paio di mesi. Adriano l’erba non l’ha mai digerita troppo. Aveva un servizio potente ma piatto, senza troppo slice esterno. Perse al primo turno da un australiano ben più modesto di Anderson, Terry Addison. E perse proprio male: 60 75 61 al primo turno nel 1969. Contro Addison-Keldie, mi capitò di perderci un doppio.

Agli ottavi in Australia il primo azzurro di sempre è stato Omar Camporese. Era il ’92 e Omar perse da Lendl in tre set. L’anno prima era stato il terzo turno quando lui perse un match memorabile 14-12 al quinto da Boris Becker che avrebbe poi vinto il torneo e sarebbe diventato n.1 del mondo. Qualche giorno dopo quel trionfo Boris affrontò l’Italia in Coppa Davis a Dortmund. L’Italia perse ma Camporese batté Stich (che a luglio avrebbe vinto Wimbledon battendo in finale Becker nell’unica finale tutta tedesca di tutti i tempi) e rese nuovamente dura la vita a Becker. Alla vigilia di quel match fui in grado di realizzare una clamorosa intervista scoop…solo perché Boris mantenne la parola di farsi perdonare per essermi franato addosso sull’aereo Lufthansa di ritorno Melbourne Francoforte e mi concesse un’intervista esclusiva dopo aver fatto uscire dalla sala conferenze della Westfalen Arena di Dortmund dopo aver fatto uscire un centinaio di increduli colleghi tedeschi – Boris era appena diventato il primo n.1 del mondo della storia del tennis tedesco – e una dozzina di italiani. Vedi video aneddoto  ma decisamente quando mi addormento – vedi recente episodio con Rafa Nadal – ottengo risultati insperati!

A Melbourne Furlan arrivò in ottavi nel ‘96 dopo aver battuto Ivanisevic, ma perse da Enqvist. Ma Cristiano Caratti aveva fatto meglio di tutti nel ’91: è stato il piemontese l’unico azzurro mai giunto qui nei quarti. Batté Krajicek al quinto, e perse da Patrick McEnroe al quinto. Krajicek, classe ’71 aveva 20 anni e ancora pochissimo rovescio. Era cresciuto 25 cm in poco più di un anno, fino al metro e 96, e si muoveva male perché le cartilagini delle ginocchia avevano sofferto per una crescita troppo rapida. Il padre un giorno sì e l’altro pure lo seminava con l’auto a 7 km da casa, sulla via del ritorno dal circolo tennis, e lo costringeva a rincorrerlo fino allo sfinimento. Però l’olandese nel ’96 avrebbe vinto Wimbledon spezzando la serie di Sampras.

Tornando agli italiani e al terzo turno forse sarà il caso di ricordare che Pozzi (in 11 partecipazioni) e Gaudenzi (in 9…) al terzo turno ci sono arrivati una sola volta. Per questo l’attuale traguardo dei nostri tre …non è banale né disprezzabile.

Certo, al di là del risultato estemporaneo di Caratti, e di quello più pronosticabile di Camporese, nessuno ha fatto meglio in Australia di Andreas Seppi che non ha quasi 38 anni come Federer, ma il 21 febbraio ne compie 35. Non c’è dubbio che qua in Australia si trova meglio che…a Caldaro, il suo paese di nascita. Altrimenti non avrebbe centrato già quattro volte gli ottavi di finale, incluse le ultime due edizioni. Per lui, insomma, approdare al terzo turno, non è una gran novità, anche se da n.35 del mondo significa intanto essere in fondo entrato fra i 32 superstiti del torneo. Chissà perché a New York, dove si gioca sempre su campi in cemento anche se un tantino diversi, Andreas non è mai andato oltre tre terzi turni in 15 presenze, con 7 ko al primo e 5 al secondo.

Lui lo spiega con il fatto che a settembre arriva stanco, mentre qui arriva dopo qualche settimana di riposo e qualche altra di preparazione fisica. Perché lui e il suo coach di sempre Sartori non abbiano mai pensato che forse poteva valere la pena di non giocare tornei ad agosto ma di fare una ripresa di preparazione fisica non so.

Parlando di tenniste invece qui ai quarti ricordo esserci arrivate Adriana Serra Zanetti – cui ebbi l’incombenza di farle da coach il giorno in cui giocò contro Martina Hingis solo perché il suo coach abituale era ripartito con sua sorella Antonella: chissà che se Adriana avesse battuto Martina non avrei cambiato mestiere, liberandovi da un Ubitennis mai nato – Francesca Schiavone e Sara Errani.

Ho esaurito qui il capitolo italiani e spero di non avervi annoiato con gli amarcord.

Tennis Internazionale allora?

Fra le donne non è successo nulla, perché la sola testa di serie a crollare è stata la Suarez Navarro, n.23, davanti all’ucraina Yastremska. Ma se perdeva Simona Halep con la Kenin avanti 4-2 nel terzo, sarebbe stata ben altra notizia. Ma a Simona piace vivere pericolosamente.

Fra gli uomini va registrato il ritiro di Thiem, n.7, con la wild card aussie Popyrin, la battaglia vinta al tiebreak decisivo di Nishikori con Karlovic che aspirava a 40 anni a diventare il tennista più anziano al terzo turno dai tempi di Ken Rosewall che nel 1978 aveva qualcosa come 44 anni e 62 giorni! Quando si dice un Maestro. In cinque set ha vinto anche Zverev con Chardy. Mentre Chung, semifinalista qui un anno fa, perdendo dal doppista francese Herbert, scenderà a n.50 dopo essersi arrampicato su fino a n.19. Una brutta retrocessione dovuta in buona parte a problemi fisici.

Invece sono bastati 3 set a Djokovic con Tsonga, 11 anni dopo la finale del 2008 che coincise con il primo Slam vinto da Djokovic, nel match serale cominciato molto tardi dopo che Serena aveva spazzato via la Bouchard ma il duello di 4 set e 4 tiebreak vinto da Raonic e Wawrinka era durato 4 ore (cui si era aggiunta anche l’interruzione dovuta alla pioggia). Così Djokovic e Tsonga hanno giocato fin quasi alle una di notte. Meno male che i due italiani questo venerdì non giocano per primi. Un po’ si dorme…se non si vuole cadere nelle braccia di Morfeo alla prossima conferenza stampa di Nadal (alle prese in serata con De Minaur) o di Federer (con Fritz).

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