La sorpresa dell'ultimo arrivato

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La sorpresa dell’ultimo arrivato

Dal nulla, improvviso, fragoroso. Quando quello che non ti aspetti diventa quello che avresti sempre voluto. Due storie diverse che in realtà possono essere sorelle

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L’ultimo arrivato. Quello inaspettato, quello fortunato. Quello non pronosticato, quello non quotato. Indesiderato, non preventivato. Quello che, solo dopo, verrà amato.

Dammi Tre Parole. Sole, cuore e amore. Dammi il tormentone, quello di una estate. Valeria Rossi. Valeria chi? Ma è nuova? Lo spagnolo sostituisce l’inglese come lingua dominante del pop e i chitarristi rock perdono la guerra del testosterone con i rappers latinos tutto passando attraverso uno smart phone. L’attore che recita se stesso rimedia premi per la miglior recitazione, il Nobel per la letteratura finisce ad un folk singer che è il primo a pensare si siano sbagliati, al punto che devono quasi andarlo a prendere a casa per farglielo ritirare. Qualcuno aspetta che una gara di cavalli la vinca un levriero. Un uomo di colore diventa Presidente degli Stati Uniti e l’Argentina dopo il suo calciatore ha un proprio papa ed il Portogallo ancora no. La Grecia vince gli Europei di calcio ma con l’Europa il rapporto continua ad averlo conflittuale. Ulisse è solo il titolo di un programma televisivo.

L’inaspettato è dietro l’angolo, ma se là non fosse diverrebbe scontato perdendone l’essenza. Brasile. Terra di calciatori, spiagge. Ballerine impiumate su carri. Samba. Gente che se le suona danzando. Capoeira. Il mondo il Brasile vuol comprarlo così. Terra di cantanti tristi, di saudade, di piloti di F1 che non muoiono anche dopo morti. Splendide genie di pallavolisti, sport nazionale il calcio. Guga Kuerten nulla di tutto questo. Ragazzo del Sud, di Florianopolis, origine tedesche, riccioli biondi. Pelè è lontano, Baianos e Os Novos Caetanos anche. Guga gioca a tennis. Da l’impressione di poter giocare bene, ma non gli accade spesso.

 

L’8 giugno 1997, O Guga alza la coppa dei moschettieri. Inaspettato. Mai nemmeno preventivato. Una quindicina di giorni prima l’esordio al primo turno degli Open di Francia. Dosedel è asfaltato. I tornei prima di Parigi lo hanno visto giocar talmente male che ha deciso di tornarsene in Brasile a respirare un po’ di aria di casa su quella isola dalle cento spiagge, con la speranza possa servire a qualcosa. Al secondo batte anche Bjorkman e a quel punto c’è il match proibitivo con Thomas Muster. Ma qualcosa per farsi ricordare comunque l’ha già fatta a cominciare da quel completo giallo/blu riconoscibile forse come solo quelli usati da Borg ed Agassi ed i pigiama estivi fatti indossare al Nadal di inizio carriera. Ma soprattutto quelle gran botte di rovescio sono ad imprimersi nella mente.

Kuerten ha un rovescio ad una mano come di rado se ne sono e sarebbero visti. Vario, elegante, sempre incisivo, arma letale specie quello giocato in lungo linea. Oltre il rovescio, gran diritto, grandi gambe, gioco vario, spumeggiante, d’attacco. Guga diverte e si diverte. Tennis Samba imporrebbe dire il luogo comune. Muster è un cagnaccio su terra, potente, agonisticamente solidissimo, palla pesante, mancino. Tra i favoriti del torneo che ha vinto nel 1995, due anni prima. Kuerten sta incantando, ma si parla comunque del numero 66 che sfida uno dei giocatori più forti del circuito nonché specialista del rosso. Favorito Muster quindi ed infatti Guga vince in 5 set mostrando, corsa, testa e tanto tennis. E succede che il non pronosticato, l’ultimo arrivato è subito amato. Guga ispira simpatia e il suo dedicare ogni vittoria al fratellino con problemi di handicap rende tutti più buoni. Poi gioca anche un gran tennis che appassiona, emoziona.

Prossimo turno il russo Medvedev, altro giocatore che si esprime molto bene su terra. Altra battaglia in 5 set ed è ancora Guga che vince. Come tra i banchi di scuola il poema epico. Ai quarti di finale c’è Kafelnikov, vincitore dell’edizione precedente. Per quel che si è fin’ora, il tennis di Kuerten è bastante per fargli battere chiunque e non solo Kafelnikov, ma è sempre del numero 66 che si parla, quindi bisogna andarci piano. O Guga non va piano manco per niente ed anche Kafelnikov è domato in 5 set. Quello oramai amato diventa idolatrato. Nasce la KuertenMania, di giallo blu vestita e la ditta italiana che gli fa le maglie sentitamente ringrazia. A quel punto tutti aspettano la finale, visto che in semi c’è l’altra sorpresa il belga DeWulf. DeWulf non si azzarda nemmeno a mettersi di traverso e viene matato in 4 set che senza una mezz’ora di sonno da pigrizia brasiliana, sarebbero stati rapidi 3.

Resta la finale contro Sergi Bruguera, già vincitore di due Parigi. Il favorito d’obbligo è Bruguera, ma in realtà non ci crede nessuno. Quello non quotato è divenuto quello da tutti aspettato. Guga per ringraziare della stima, dell’amore ricevuto si concede la sua migliore interpretazione proprio nella recita conclusiva. Vittoria in tre set e Bruguera trattato come uno dei ragazzini della leva, sommerso da colpi di cannone, spada, fioretto e spargimenti di petali. Il biondo Guga Kuerten, detto O Guga, di giallo blu vestito, scarpe blu, racchetta blu, vince Parigi e scrive una delle storie più belle sull’effetto sorpresa del tennis degli ultimi anni. Ne avrebbe vinti altri due di Parigi e forse altri ancora se un infortunio non avesse deciso di mettersi tra lui e i più grandi tennisti di ogni tempo, lasciandogli un ruolo tra quelli che stanno subito sotto ai primi. Guga oggi continua a farsi amare, curando progetti per bambini brasiliani e sostenendo il tennis in quel Paese, cosa per la quale ha rinunciato anche ad importanti partnership come coach di importanti giocatori.

Quello mai quotato, quello che per quote ha rischiato. In un campo secondario di un torneo Challenger in un circolo tra la collina e il mare, si sta allenando l’ultimo vincitore di Wimbledon Juniores. Il mondo del tennis italiano punta molto su di lui, che non fa nulla per non farlo notare in ogni suo gesto. Dall’altra parte della rete, per sparring, è stato scelto un ragazzo palermitano che di quella città, ha la vivacità tutta nel braccio destro. Dalla sua racchetta gialla esce un tennis filante, vario, colpi tirati con estrema scioltezza. Il designato messia viene preso a pallate, non di rado scherzato, costretto, ingobbito a sbuffare, remare, inseguire aggrappato ad una presa bimane e ad un tennis monocorde, gli estri dell’altro. Pur denotando un caratterino presuntuoso niente male, quello sparring con la racchetta gialla, mai avrebbe immaginato che sarebbe diventato un giorno, per tutti il Ceck.

Una carriera fatta di medi e bassi. L’idea di poter diventare un buon giocatore specie da rosso Marco Cecchinato l’ha sempre data, ma diverse vicende anche extra campo lo han portato un po’ a rallentarne la crescita. Tra Challenger buttati via, qualcuno vinto, ogni tanto Marco fa capolino tra i tornei di prima fascia, con risultati difficili da leggere nel tabellone del secondo turno. A Bucarest finisce per l’ennesima volta eliminato nelle qualificazioni. Viene ripescato come lucky loser. Approfitterà del dono della sorte vincendo il torneo. Bucarest non è certo il Roland Garros, ma per chi prima di allora ha vinto solo pochi match nel circuito è Bucarest e non Parigi. Che val più di una Messa. Marco è in fiducia. A Roma batte Cuevas e perde di poco da Goffin. Con ottime sensazioni, si va a Parigi.

Primo turno: 10-8 al quinto a Copil, di tigna, corsa e diversi vincenti. Al secondo turno il ripescato argentino Trungelliti. Vittoria di carattere, di litigi e gran numero di vincenti. Sedicesmi contro Carreno Busta, seriale tennista boscaiolo spagnolo. Un tennista in fiducia e in buono stato fisico, tecnico e mentale quando non ha nulla da perdere può essere un cliente difficile. Cecchinato è tutto questo e si pensa possa farcela. Marco vince in 4 set, con Carreno Busta che guarda smarrito il suo angolo per chiedere come fare per arginare l’uragano siculo. Prossimo step Goffin, rivincita di Roma. Intorno a Marco qualcuno inizia a vederci una luce giallo blu e Palermo ricorda sempre più per rumori una città del Sud del Brasile. Goffin infatti battuto e la storia continua.

Ostacolo Djokovic, forse il Kafelnikov di quella storia già vista? Djokovic non è più il robot snodato recupera tutto dai nervi d’acciaio di qualche anno prima, ma sempre Djokovic è. Primo set dominato dal Ceck, secondo vinto di nervi. Terzo di riposo e si va al quarto che ha come epilogo il tie break. Il tiebreak ha la sceneggiatura di Stephen King e la regia di Hitchcock. Uno scappa nel punteggio, l’altro lo raggiunge supera per finir superato. Si arriva alla inevitabile alternanza set point/match point. Marco non sbaglia nulla, sembra uno che ha giocato mille battaglie simili. A questi livelli è solo la prima. Djoko i punti deve farseli lui che l’altro non ne sbaglia mezza.

Ennesimo match point, serve Djoko sull’11-12. Serve e segue a rete, Marco risponde lungo linea di rovescio, non irresistibile, ma il serbo copre la rete come il portiere del Liverpool la porta nella finale di Champions e la vita di Marco Cecchinato diventa un’altra cosa. Primo italiano dopo Panatta a vedere le semi a Parigi e nuovo spot vivente del tennis italiano. Quello inaspettato, non pronosticato diventa il più ricercato, il più richiesto, il nuovo faro del tennis italiano. Semifinale con Thiem. Gioco simile, più vario Cecchinato, più solido l’austriaco con un servizio che può fare la differenza. L’inizio è italiano, ma Thiem non molla e vince 7-5 il primo. Il secondo set è un braccio di ferro. Il Ceck malgrado tre set ponit, lo perde al tie break che tanto amico gli era stato con Djoko. Il terzo è una formalità e Marco lo gioca rivivendo il suo torneo e pensando ai ringraziamenti da fare nelle interviste post partita. Di interviste ne farà molte, perché Marco è il nuovo nome della lista degli ultimi arrivati.

Quelli non quotati, che trovi improvvisamente dove non ti aspetti. L’inaspettato, la sorpresa sono utili, danno brio alla vita. Il certo annoia, l’estemporaneità no e su questa ci si può perdere del tempo. Altrimenti Dio non avrebbe creato i bookmakers.

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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ATP

Una fermata ai box

Sulla scorta della legalizzazione del coaching, approvato in via sperimentale a partire da questa settimana, accendiamo i riflettori sul rapporto tra i campioni e i loro box

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Severin Luthi, Mirka Federer e Ivan Ljubicic nel box di Roger Federer - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Clicca qui per guardare il video intero!

Da lunedì scorso l’ATP ha finalmente aperto al coaching “libero”: durante il match ora assisteremo a un più scorrevole dialogo tra allenatore e giocatore, non più delegato a illegittime quanto smaccate gestualità, bensì sdoganato anche nella parte verbale, pur con persistenti limitazioni. In sintesi ora i due potranno parlarsi, e ciò aumenterà il già consolidato appeal del cosiddetto “box”, l’angolo di riferimento tecnico-affettivo dei tennisti. 

Per noi che non abbiamo più vent’anni salta all’occhio la progressiva attenzione che la televisione ha nel tempo dedicato a parenti e team degli atleti: i registi hanno via via capito che le smorfie di madri, fidanzate e fisioterapisti aggiungono spettacolo allo spettacolo e hanno infittito le inquadrature, in un’alternanza sempre più sinergica tra rettangolo di gioco e tribuna. Per carità, non che in passato le telecamere non indugiassero sul cipiglio avvocatizio del padre di McEnroe, sull’impassibilità marmorea di Lennart Bergelin, il coach-mentore di Borg, o sull’avvenenza discussa di quella Patti McGuire che Jimbo Connors strappò alle copertine di Playboy. Ma erano immagini di corredo, occasionali, varianti frivole sul tema dominante e serissimo degli scambi tra i giocatori. Oggi le frequenti zoomate sui volti preoccupati o raggianti o distesi dei familiari rappresentano una tessera irrinunciabile dell’articolato mosaico televisivo tennistico, un contraltare efficacissimo a stemperare e insieme esaltare l’agonismo esasperato del campo.

 

Cosa sarebbero le imprese dei Big 3 senza il riverbero dell’esultanza sugli spalti dei loro cari? Mere vittorie sportive, gloriose ma prive di narrazione, dell’epos che solo l’occhio prensile del grande fratello sa regalare. Prendiamo l’angolo di Rafa: è come tornare alla Sicilia prerisorgimentale, uomini e donne rigorosamente separati, da una parte i mille fratelli Nadal convinti di governare, dall’altra il gineceo composto da madre, sorella e moglie, che gestendo il focolare domestico, e i tic dell’amato figlio, fratello e sposo, finisce per contare assai più dei pur potenti viceré spagnoli – recuperate online la bellissima foto di Xisca che accarezza Rafa negli spogliatoi dopo l’ennesimo trionfo a Parigi e capirete cosa intendo. 

Meno folcloristica ma altrettanto compatta e determinante la famiglia Federer. Al compassato aplomb borghese dei genitori Robert e Lynette, irreprensibili nei loro colori pastello, fa da contrappunto il piglio di Miroslava Vavrinec, detta Mirka, la moglie-balia di Roger, la sua prima tifosa, disposta anche a oltrepassare i confini non scritti del bon ton elvetico per agevolare la vittoria del marito – chiedere a Wawrinka di quel “piagnone” urlatogli dalla signora Federer al Master 2014. È lei la vera mental coach di Roger, altro che Lüthi o Ljubicic, e le telecamere lo sanno.

Diverso il caso dei Djokovic. Spesso presenti sugli spalti, soprattutto negli Slam, papà Srdjan e mamma Dijana mediaticamente spaccano, non tanto per il look da pizzaioli balcanici il cui primogenito ha fatto i soldi – non me ne vogliano i pizzaioli e i balcanici, ma al cospetto degli altri genitori VIP i due paiono ogni volta seguire le istruzioni sconsolate di una sartoria – quanto per la grana della loro partigianeria estrema, espressa in realtà più nelle conferenze stampa deliranti che sulle poltroncine dei box, dove invece risaltano i cappellini di paglia e gli ombrellini da sole di Jelena, madame Nole, appena uscita da un quadro di Renoir. Utilissimi al racconto televisivo, rimane forte il dubbio che i Djokovic lo siano anche in relazione ai successi del figlio, che anzi sembra sovente combattere contro due fuochi, quello nemico degli avversari e quello amico della famiglia. 

A causa del fisiologico appannarsi dei mostri sacri – se è consentito parlare di appannamento per coloro che hanno vinto sei degli ultimi sette Slam – da qualche tempo sono saliti alla ribalta i clan della ex next-gen. Tralasciamo i dolori del giovane Zverev, il gelo di casa Ruud, i pupazzetti parlanti di mamma Shapovalov e concentriamoci sui due personaggi più interessanti.

Molti lo chiamano Madman, per la natura diciamo imprevedibile. Ora che vive il paradosso di occupare il n.1 del ranking senza aver vinto un torneo da Us Open 2021 – cinque finali perse su cinque – la sua bizzarria elettrica, perfino attrattiva in un’epoca di deprimente anonimato tennistico, è purtroppo sporcata da un crescente e molesto nervosismo. Stiamo parlando naturalmente di Daniil Medvedev da Mosca: quel Medvedev che un mesetto fa ad Halle ha pesantemente insultato il coach Gilles Cervara provocandone l’uscita dal campo – agli occhi del russo Cervara sarà stato l’unico colpevole della scarsa competitività nei confronti di Hurkacz, fin lì, e fino alla vittoria finale, decisamente superiore. Daniil si è poi scusato, ma non con Cervara, con la moglie Daria, la cui mimica facciale raccontava di un mal dissimulato fastidio verso le intemperanze del marito.

Clicca qui per leggere la classifica ATP aggiornata al 25 luglio 2022!

Distante nell’aspetto e nello spirito, Tsitsipas emula Medvedev nella tendenza a eleggere il parentame quale capro espiatorio per l’insoddisfacente rendimento sul campo. Il ruolo di parafulmine è impersonato soprattutto da papà Apostolos, altrimenti detto il re del coaching furtivo: ecco, la neonata possibilità di colloquiare senza punizioni col figliolo ci priverà dei suoi show, fatti di alfabeto muto, sgranchimenti improvvisi, sguardi da scopone scientifico; guadagneremo però in trasparenza e buon senso, ché fanno davvero specie i warning e le multe per uno “Stefanos, scendi a rete” smozzicato tra i denti. E comunque rimarranno le gustosissime gag tra Apostolos e Julia, siparietti coniugali degni di Casa Vianello: Stefanos sbaglia un rovescio? Julia chiude gli occhi, arriccia la bocca, gira la testa verso Apostolos e, senza guardarlo, gli dice qualcosa che ha il sapore di un nefasto oracolo greco. Stefanos conquista un set? Julia chiude gli occhi, arriccia la bocca, gira la testa verso Apostolos, stavolta tace, riapre gli occhi e fa il pugnetto al figlio. Figlio che recentemente ha virato dal machismo omerico alla teatralità delle farse di Aristofane, tutto ghigni sarcastici, linguacce e monologhi peripatetici.

Tra i nati dopo il 2000, la nuova next gen, affascinano gli entourages di Alcaraz e Rune. Il primo ha in coach Ferrerouna sorta di dr. Frankenstein la cui creatura sta sfuggendo di mano al creatore. C’è ancora molto compiacimento, lo si vede bene quando il pupillo gioca e vince facile: Mosquito e il suo sosia Juanjo Moreno – fisio di Carlitos – abbozzano un sorrisetto di gradimento non troppo sorpreso, come a dire, che fiuto abbiamo avuto a vedere nel ragazzino un fuoriclasse. Ma c’è anche una sorta di turbamento, come a dire, quando Carlos capirà che ha tutto per gestirsi da solo e si prenderà pure una laurea in medicina per cucirsi le ferite come Rambo, a tutti noi ci licenzierà all’istante.

Rune ha la fortuna-sventura di avere la mamma coach, donna peraltro gradevolissima e misuratissima, come schiatta danese impone. Il diciannovenne Holger le si scaglia addosso ad ogni gratuito per poi accucciolarsi sotto la sua ala a fine match nella più trita rappresentazione freudiana del conflitto madre-figlio: dal ranking in ascesa la messinscena psicanalitica però pare funzioni.

Guardiamoci in casa adesso. Chi più chi meno, anche in base alle diverse latitudini, i nostri corazzieri interagiscono volentieri con le anime in subbuglio appese qualche gradino più su. Berrettini, per esempio, si porta ovunque dietro l’intera stirpe, avesse un criceto o un pesce rosso ci sarebbero pure loro ad applaudirlo. Al martello romano evidentemente piace quel clima da domenica al mare che si riflette nell’allegria da famiglia Bradford di madre, padre e fratello: che il congiunto vinca o perda, loro sorridono, come se stare lì fosse ogni volta un regalo inaspettato. Questa spensieratezza è la loro forza, trasmette a Matteo altrettanta forza che va a mescolarsi con la sapiente guida tecnica di coach Santopadre, ecco lui magari un po’ meno rilassato degli altri in tribuna. 

Lo staff di Sinner è decisamente più congelato, forse in ossequio alle sue radici sudtirolesi. Partito Piatti e in attesa di vagliare Cahill, per ora emerge l’ombrosità in corso di partita di Vagnozzi che lo apparenta al pessimismo cosmico del conterraneo Leopardi; pessimismo subito abbandonato al “game, set and match” per il rosso della Val Pusteria – perché in fondo è dolce naufragare se quel mare si chiama Jannik.

Musetti si è circondato di persone brave e competenti, si vede, però Tartarini, che isolato dal contesto ricorda i latinlover anni Settanta della riviera romagnola, affiancato al preparatore Petrignani fa molto Soprano, con la Polo al posto del gessato. Con lui Muso ha un rapporto di scambio continuo, di occhiate, dritte, incoraggiamenti, è comprensibile vista la lunga collaborazione però, forse, eccessivo: Lorenzo avrebbe bisogno di affrancarsi dalla sua protezione emotiva, di camminare sulle proprie gambe, altrimenti quel terzo maledetto set con serbi e greci non lo porterà mai a casa. 

E poi ci sono Sonego e Gipo Arbino, il mio preferito, l’unico coach che sembra appena rientrato da una battuta di pesca, pronto per il cicchetto al bar. Me lo ricordo bene l’anno scorso a Roma, quando il suo ragazzo, quello cui ha messo la racchetta in mano, stava toreando Djokovic. Arbino aveva gli occhi umidi e a Sonny urlava “Sei un leone!”. Difficile non avere in simpatia Lorenzo ma Gipo gli vuole proprio bene, come un padre, più di un padre. E se pure il ranking dovesse calare ancora, al ragazzone di Torino questo basta e avanza. 

Menzione a parte, in realtà meriterebbero un intero articolo o perfino un libro, per la coppia Camila-Sergio, in arte i Giorgi – e così allontaniamo pure eventuali accuse di misoginia a parlare sempre e solo dei maschietti. Confesso la mia incapacità di decifrarli: a prenderli separatamente sono entrambi libri aperti, Camila fragile e testarda, Sergio inquieto e polemico. È il loro rapporto a sfuggirmi. Al di là del naturale attaccamento padre-figlia, cosa porta una giocatrice ad affidarsi ancora a un coach per il quale ogni punto implica il rischio di un ictus? Lo avete presente Sergio Giorgi, l’uomo che mica si mangia le unghie, se le strappa, l’uomo che gira la testa sui matchpoint, che parla da solo, che frigge sulla sedia, nemmeno fosse quella elettrica. Camila ha le sue colpe ma con un padre-coach tanto instabile e ansiogeno aver vinto il poco che ha vinto è già un miracolo. 

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