La sorpresa dell'ultimo arrivato

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La sorpresa dell’ultimo arrivato

Dal nulla, improvviso, fragoroso. Quando quello che non ti aspetti diventa quello che avresti sempre voluto. Due storie diverse che in realtà possono essere sorelle

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L’ultimo arrivato. Quello inaspettato, quello fortunato. Quello non pronosticato, quello non quotato. Indesiderato, non preventivato. Quello che, solo dopo, verrà amato.

Dammi Tre Parole. Sole, cuore e amore. Dammi il tormentone, quello di una estate. Valeria Rossi. Valeria chi? Ma è nuova? Lo spagnolo sostituisce l’inglese come lingua dominante del pop e i chitarristi rock perdono la guerra del testosterone con i rappers latinos tutto passando attraverso uno smart phone. L’attore che recita se stesso rimedia premi per la miglior recitazione, il Nobel per la letteratura finisce ad un folk singer che è il primo a pensare si siano sbagliati, al punto che devono quasi andarlo a prendere a casa per farglielo ritirare. Qualcuno aspetta che una gara di cavalli la vinca un levriero. Un uomo di colore diventa Presidente degli Stati Uniti e l’Argentina dopo il suo calciatore ha un proprio papa ed il Portogallo ancora no. La Grecia vince gli Europei di calcio ma con l’Europa il rapporto continua ad averlo conflittuale. Ulisse è solo il titolo di un programma televisivo.

L’inaspettato è dietro l’angolo, ma se là non fosse diverrebbe scontato perdendone l’essenza. Brasile. Terra di calciatori, spiagge. Ballerine impiumate su carri. Samba. Gente che se le suona danzando. Capoeira. Il mondo il Brasile vuol comprarlo così. Terra di cantanti tristi, di saudade, di piloti di F1 che non muoiono anche dopo morti. Splendide genie di pallavolisti, sport nazionale il calcio. Guga Kuerten nulla di tutto questo. Ragazzo del Sud, di Florianopolis, origine tedesche, riccioli biondi. Pelè è lontano, Baianos e Os Novos Caetanos anche. Guga gioca a tennis. Da l’impressione di poter giocare bene, ma non gli accade spesso.

 

L’8 giugno 1997, O Guga alza la coppa dei moschettieri. Inaspettato. Mai nemmeno preventivato. Una quindicina di giorni prima l’esordio al primo turno degli Open di Francia. Dosedel è asfaltato. I tornei prima di Parigi lo hanno visto giocar talmente male che ha deciso di tornarsene in Brasile a respirare un po’ di aria di casa su quella isola dalle cento spiagge, con la speranza possa servire a qualcosa. Al secondo batte anche Bjorkman e a quel punto c’è il match proibitivo con Thomas Muster. Ma qualcosa per farsi ricordare comunque l’ha già fatta a cominciare da quel completo giallo/blu riconoscibile forse come solo quelli usati da Borg ed Agassi ed i pigiama estivi fatti indossare al Nadal di inizio carriera. Ma soprattutto quelle gran botte di rovescio sono ad imprimersi nella mente.

Kuerten ha un rovescio ad una mano come di rado se ne sono e sarebbero visti. Vario, elegante, sempre incisivo, arma letale specie quello giocato in lungo linea. Oltre il rovescio, gran diritto, grandi gambe, gioco vario, spumeggiante, d’attacco. Guga diverte e si diverte. Tennis Samba imporrebbe dire il luogo comune. Muster è un cagnaccio su terra, potente, agonisticamente solidissimo, palla pesante, mancino. Tra i favoriti del torneo che ha vinto nel 1995, due anni prima. Kuerten sta incantando, ma si parla comunque del numero 66 che sfida uno dei giocatori più forti del circuito nonché specialista del rosso. Favorito Muster quindi ed infatti Guga vince in 5 set mostrando, corsa, testa e tanto tennis. E succede che il non pronosticato, l’ultimo arrivato è subito amato. Guga ispira simpatia e il suo dedicare ogni vittoria al fratellino con problemi di handicap rende tutti più buoni. Poi gioca anche un gran tennis che appassiona, emoziona.

Prossimo turno il russo Medvedev, altro giocatore che si esprime molto bene su terra. Altra battaglia in 5 set ed è ancora Guga che vince. Come tra i banchi di scuola il poema epico. Ai quarti di finale c’è Kafelnikov, vincitore dell’edizione precedente. Per quel che si è fin’ora, il tennis di Kuerten è bastante per fargli battere chiunque e non solo Kafelnikov, ma è sempre del numero 66 che si parla, quindi bisogna andarci piano. O Guga non va piano manco per niente ed anche Kafelnikov è domato in 5 set. Quello oramai amato diventa idolatrato. Nasce la KuertenMania, di giallo blu vestita e la ditta italiana che gli fa le maglie sentitamente ringrazia. A quel punto tutti aspettano la finale, visto che in semi c’è l’altra sorpresa il belga DeWulf. DeWulf non si azzarda nemmeno a mettersi di traverso e viene matato in 4 set che senza una mezz’ora di sonno da pigrizia brasiliana, sarebbero stati rapidi 3.

Resta la finale contro Sergi Bruguera, già vincitore di due Parigi. Il favorito d’obbligo è Bruguera, ma in realtà non ci crede nessuno. Quello non quotato è divenuto quello da tutti aspettato. Guga per ringraziare della stima, dell’amore ricevuto si concede la sua migliore interpretazione proprio nella recita conclusiva. Vittoria in tre set e Bruguera trattato come uno dei ragazzini della leva, sommerso da colpi di cannone, spada, fioretto e spargimenti di petali. Il biondo Guga Kuerten, detto O Guga, di giallo blu vestito, scarpe blu, racchetta blu, vince Parigi e scrive una delle storie più belle sull’effetto sorpresa del tennis degli ultimi anni. Ne avrebbe vinti altri due di Parigi e forse altri ancora se un infortunio non avesse deciso di mettersi tra lui e i più grandi tennisti di ogni tempo, lasciandogli un ruolo tra quelli che stanno subito sotto ai primi. Guga oggi continua a farsi amare, curando progetti per bambini brasiliani e sostenendo il tennis in quel Paese, cosa per la quale ha rinunciato anche ad importanti partnership come coach di importanti giocatori.

Quello mai quotato, quello che per quote ha rischiato. In un campo secondario di un torneo Challenger in un circolo tra la collina e il mare, si sta allenando l’ultimo vincitore di Wimbledon Juniores. Il mondo del tennis italiano punta molto su di lui, che non fa nulla per non farlo notare in ogni suo gesto. Dall’altra parte della rete, per sparring, è stato scelto un ragazzo palermitano che di quella città, ha la vivacità tutta nel braccio destro. Dalla sua racchetta gialla esce un tennis filante, vario, colpi tirati con estrema scioltezza. Il designato messia viene preso a pallate, non di rado scherzato, costretto, ingobbito a sbuffare, remare, inseguire aggrappato ad una presa bimane e ad un tennis monocorde, gli estri dell’altro. Pur denotando un caratterino presuntuoso niente male, quello sparring con la racchetta gialla, mai avrebbe immaginato che sarebbe diventato un giorno, per tutti il Ceck.

Una carriera fatta di medi e bassi. L’idea di poter diventare un buon giocatore specie da rosso Marco Cecchinato l’ha sempre data, ma diverse vicende anche extra campo lo han portato un po’ a rallentarne la crescita. Tra Challenger buttati via, qualcuno vinto, ogni tanto Marco fa capolino tra i tornei di prima fascia, con risultati difficili da leggere nel tabellone del secondo turno. A Bucarest finisce per l’ennesima volta eliminato nelle qualificazioni. Viene ripescato come lucky loser. Approfitterà del dono della sorte vincendo il torneo. Bucarest non è certo il Roland Garros, ma per chi prima di allora ha vinto solo pochi match nel circuito è Bucarest e non Parigi. Che val più di una Messa. Marco è in fiducia. A Roma batte Cuevas e perde di poco da Goffin. Con ottime sensazioni, si va a Parigi.

Primo turno: 10-8 al quinto a Copil, di tigna, corsa e diversi vincenti. Al secondo turno il ripescato argentino Trungelliti. Vittoria di carattere, di litigi e gran numero di vincenti. Sedicesmi contro Carreno Busta, seriale tennista boscaiolo spagnolo. Un tennista in fiducia e in buono stato fisico, tecnico e mentale quando non ha nulla da perdere può essere un cliente difficile. Cecchinato è tutto questo e si pensa possa farcela. Marco vince in 4 set, con Carreno Busta che guarda smarrito il suo angolo per chiedere come fare per arginare l’uragano siculo. Prossimo step Goffin, rivincita di Roma. Intorno a Marco qualcuno inizia a vederci una luce giallo blu e Palermo ricorda sempre più per rumori una città del Sud del Brasile. Goffin infatti battuto e la storia continua.

Ostacolo Djokovic, forse il Kafelnikov di quella storia già vista? Djokovic non è più il robot snodato recupera tutto dai nervi d’acciaio di qualche anno prima, ma sempre Djokovic è. Primo set dominato dal Ceck, secondo vinto di nervi. Terzo di riposo e si va al quarto che ha come epilogo il tie break. Il tiebreak ha la sceneggiatura di Stephen King e la regia di Hitchcock. Uno scappa nel punteggio, l’altro lo raggiunge supera per finir superato. Si arriva alla inevitabile alternanza set point/match point. Marco non sbaglia nulla, sembra uno che ha giocato mille battaglie simili. A questi livelli è solo la prima. Djoko i punti deve farseli lui che l’altro non ne sbaglia mezza.

Ennesimo match point, serve Djoko sull’11-12. Serve e segue a rete, Marco risponde lungo linea di rovescio, non irresistibile, ma il serbo copre la rete come il portiere del Liverpool la porta nella finale di Champions e la vita di Marco Cecchinato diventa un’altra cosa. Primo italiano dopo Panatta a vedere le semi a Parigi e nuovo spot vivente del tennis italiano. Quello inaspettato, non pronosticato diventa il più ricercato, il più richiesto, il nuovo faro del tennis italiano. Semifinale con Thiem. Gioco simile, più vario Cecchinato, più solido l’austriaco con un servizio che può fare la differenza. L’inizio è italiano, ma Thiem non molla e vince 7-5 il primo. Il secondo set è un braccio di ferro. Il Ceck malgrado tre set ponit, lo perde al tie break che tanto amico gli era stato con Djoko. Il terzo è una formalità e Marco lo gioca rivivendo il suo torneo e pensando ai ringraziamenti da fare nelle interviste post partita. Di interviste ne farà molte, perché Marco è il nuovo nome della lista degli ultimi arrivati.

Quelli non quotati, che trovi improvvisamente dove non ti aspetti. L’inaspettato, la sorpresa sono utili, danno brio alla vita. Il certo annoia, l’estemporaneità no e su questa ci si può perdere del tempo. Altrimenti Dio non avrebbe creato i bookmakers.

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Racconti

La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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Australian Open

Diari australiani: perché l’Australian Open è un torneo speciale. In un luogo speciale

L’eredità australiana, da Evonne Goolagong ad Ash Barty, passando per Rafter e Hewitt. Ma anche la ‘passione’ aborigena e la bellezza di Cate Blanchett

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Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il nostro Fede Torre ci ha donato questo racconto sull’Australian Open. Sull’Australia, più che soltanto sul torneo. L’idea era quella di pubblicarlo prima dell’inizio delle ostilità, ma il calendario forsennato del mese down under ci ha costretto a tenerlo in soffitta per un paio di settimane in più. Ve lo proponiamo oggi, per salutare l’edizione appena conclusa dell’Happy Slam e dare appuntamento all’Australian Open 2021.


Ne “La Via dei Canti“, Chatwin analizza i canti tradizionali dei nativi australiani, vedendo in loro una sorta di mappa di linee, strade invisibili, piste del sogno che collegano tutto il continente. Chi in Australia è arrivato alla ricerca di Tyche, deve averla immaginata col volto di Cate Blanchett. Un piano accompagna una voce cavernosa: “Into my arms”, sì, tra le tue braccia. Un bambino difficilmente riuscirà ad abbracciare un mappamondo senza che nulla resti fuori. Se lo si prende dall’equatore, facile l’Australia sfugga. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, nessuna tristezza, questo è il regno della bellezza.

Paese continente, lontano da molto, lontano da quasi tutto. Unire i punti marroni dal Sud Est asiatico verso Sud, giochino da rivista di enigmistica, ed ecco l’Australia. Down Under dal loro alto, dicono gli inglesi. Australia, terra sognata, sperata ancor prima di essere scoperta e conquistata, dal sapore vintage di Commonwealth, Made in UK. Australiani, la via intrapresa dagli avi da ripercorrere al contrario per inseguire qualche altro mondo. Aussies.

 

“Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle” (B. Chatwin). Evonne Goolagong degli australiani ne aveva il sangue, quello vero, primordiale. Tennista australiana, rischiò di vivere nell’ombra del totem nazionale Margaret Smith, 24 Slam in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Evonne aveva personalità e storie da raccontare. La luce da lei emanata fu enorme. “Thunderstruck”. Angus Young e il riff di chitarra perfetto, fulminate le avversarie della Goolagong da un tennis felino, leggero, con zampate improvvise. AC/DC, alternative current/direct current. Evonne Goolagong vinse e perse molto. 18 finali Slam in singolare, di cui “solo” 7 vinte, più titoli in doppio ed altro. La sua vittoria più famosa resta Wimbledon ’80, nove anni dopo la prima e quattro dopo esser divenuta madre, la più prestigiosa l’essere stata ambasciatrice della sua gente, i nativi d’Australia, protagonisti di una storia a molti sconosciuta e da molto dimenticata.

Un boomerang torna indietro, ti si ritorce contro, di certo per stereotipata definizione. Stereotipo vuole che l’Australia sia anche terra di tennisti. 28 Coppe Davis, innumerevoli titoli Slam, un susseguirsi continuo di fenomeni: Frank Sedgman, Lew Hoad, Fred Stolle, Roy Emerson, Ken Rosewall, il GOAT della sua epoca Rod Laver, John Newcombe e altri meravigliosi come Tony Roche, John Alexander, Phil Dent e il “caso” Mark Edmonson, uno dei vincitori Slam più improbabili che riuscì nell’impresa da numero 212 del seeding. Il tennis australiano ha lasciato ai posteri anche coppie di doppio vincenti dai nomi bizzarri, come i Woodies (Woodforde/Woodbridge) e i SuperMac (Mc Namee/Mc Namara). In campo femminile sette Fed Cup, tutte concentrate nel decennio 1964/74, e un elenco di titoli Slam da pallottoliere.

Australia, barriera corallina, onde paradiso di surfisti, parco giochi per grandi squali, bianchi o tigrati. Squali tennisti predatori di trofei, per un periodo improvvisamente placatisi. Pat Cash dei segni li lasciò, ma causa infortuni, durò non abbastanza per gli standard seriali a cui l’Australia aveva abituato. L’arrivo di un nuovo Pat, Rafter, fu pertanto attesa messianica. Ci mise un po’ ad affermarsi, recuperò, vincendo due US Open e passando suo malgrado alla storia per i due Oscar consecutivi a Wimbledon nel ruolo di miglior attore non protagonista nelle finali del 2000 e 2001, quelle dell’ultima vittoria di Sampras e la “finalmente” di Ivanisevic. Rafter giocava bene, giocava “bello”, perfetto spot della scuola tennistica australiana.

Pat Rafter – Wimbledon 2001 (foto @Gianni Ciaccia)

Mark Philippoussis ne fu di questa, una versione aggiornata in potenza. Problemi continui alle ginocchia, ne resero incompiuta e zoppa la carriera. Toccò ad un figlio d’arte, creativo della maleducazione, riprendere le fila del discorso Slam: Lleyton Hewitt. Urla, pugnetti, aggressioni verbali, provocazioni gratuite, esultanze eccessive, spropositate ed un tennis al rimbalzo che nulla aveva a che fare con la gestualità tradizionale dei suoi precursori, ne fanno lo spartiacque tra l’Australia del tennis che fu, quella delle nuove leve a venire e dei Kyrgios e de Minaur che son venuti già.

Australiana vera per tennis, comportamento e DNA è Ashleigh Barty, australiana moderna, muscolata e da gesti ruvidi Samantha Stosur. Il tennis femminile australiano non è rimasto propriamente a guardare tra una oriunda e l’altra. Modula la voce Lisa Gerrard, il cangiante volto della Kidman, quello unico di Margot Robbie, Uluru e le declinazioni del rosso. A balzi procedono i canguri, lenti e ponderati i gesti del koala, a spallate i Wallabies alla ricerca della palla ovale. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, non vi è tristezza, si impone la bellezza.

Melbourne non riesce ad essere prima. Seconda città più popolosa dell’Australia dopo Sydney, nessuna delle due ne è Capitale. Lo è nel tennis. Sede dello Slam australiano, qui stanziatovi dopo che per anni si è disputato in diverse città. Dal 1972 al 1987, nello stadio di Kooyong, dal fascino vintage del lown tennis che odora di the sorseggiato in bianchi calzoni lunghi. Nel 1988 ci si trasferisce nel nuovo stadio di Flinders Park, ora Melbourne Park. Si cambia anche superficie, passando dall’erba al cemento. Questo impianto è il più avveniristico dei quattro dello Slam, il primo ad essersi dotato di coperture mobili. La sua costruzione ha rappresentato la pietra miliare su cui rilanciare lo Slam australiano, per anni ridotto a livelli partecipativi davvero miseri. Dal 1987 inoltre si è decretato il suo definitivo collocamento in gennaio, Rinascita completata. Il tavolo Slam non ha più tre gambe, ma solide quattro.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima” (B.Chatwin). Non son riusciti a evitare che per il resto del mondo, loro fossero già domani.

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