Vecchie novità e nuove abitudini: ci siamo quasi – Ubitennis

Che dice il vice

Vecchie novità e nuove abitudini: ci siamo quasi

Un 2018 che farà pensare, dalle ombre di Federer alle luci di Djokovic

Carlo Carnevale

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Va chiudendosi una stagione che, quando verrà riconsiderata tra qualche tempo, sarà marchiata come quella del “ci siamo quasi”. Siamo a metà degli ultimi scampoli, tra l’ultimo Masters 1000 storicamente bistrattato eppure foriero di vento fresco e le Finals che tutti vorrebbero cambiare ma nessuno cambia mai (tutto sommato era così anche per la Davis, quindi chissà). Arriverà magari un altro acuto da chi sta ascoltando il suo milionesimo de profundis, o più probabilmente un ulteriore graffio di chi invece è tornato alla ribalta, prepotentemente, quando forse nessuno se lo aspettava più. C’è ancora tempo per qualche lampo e perché no, qualche sorpresa in questo scorcio finale di 2018, ma che piaccia o meno, anche ai più romantici in assoluto, ci siamo quasi.

Forse non il prossimo anno, ma converrebbe iniziare concretamente a valutare non l’ipotesi, bensì la certezza che l’attuale sta per diventare trascorso, che dietro l’angolo aspettano quiete novità e riforme, magari qualche fasto reale per i colori azzurri e una nuova dominatrice. Conviene davvero realizzare che questa stagione ne ha dette tante precise, e qualcuna tra le righe, probabilmente le più importanti: il vento sta cambiando, non per forza in meglio o peggio, piuttosto in nuovo e possibilmente diverso. Non è la prima volta che se ne parla, quello che non si conosce generalmente non solo non interessa, spaventa quasi, perché l’ignoto è poco attraente e a nessuno piace saltare nel buio (cit.) o quasi.

Nuovo, sia chiaro, in antitesi al vecchio e soprattutto in sostituzione del, quando non addirittura in contrasto con il, giovane. Quello che arriverà non sarà necessariamente (chiaro, il ciclo delle generazioni è quello eh, ci mancherebbe) da vedere come meno anziano, piuttosto dovrà essere concepito come mai visto prima, o giù di lì. E proprio per questo dovrà essere utilizzato come cuscino su cui sfogarsi quando alla prossima sconfitta si tornerà a dire che “farebbe meglio a smettere ora”, “ormai è cotto”. Smetterà, ora o poi, e nemmeno tanto poi, e questo dovrebbe già bastare per iniziare a concepire un futuro che sia, per l’appunto, nuovo, non migliore o peggiore. Ci siamo quasi e con lui, peraltro, smetteranno anche gli altri due o tre.

 

Nessuno se ne preoccupava dopo lo scorso anno da fantascienza, tutti se ne preoccupano dopo un 2018 appiattitosi dopo il botto iniziale. Tutti se ne preoccupavano quando quell’altro aveva grane in famiglia, adesso è un lontano pensiero, dati gli ultimi mesi fuori dal normale. È una giostra continua che forse diventa anche assuefacente, come se in fondo ci si aspettasse continuamente un colpo di coda, un ritorno, una quarta o quinta giovinezza. Dare per scontato questo come qualsiasi altra cosa è però un errore madornale, perché denota un orizzonte chiuso, un’abitudine, un adagiarsi senza visione d’insieme. E soprattutto, anche se potrebbe sembrare incomprensibile, una mancanza di rispetto.

Perché vanno rispettate le decisioni di tutti e sempre, a prescindere dal condividerle o meno. Va rispettata la dipendenza agonistica che ti porta a prendere schiaffi da Brands ad Amburgo o da Daniel a Indian Wells, la predisposizione al preservarsi che ti fa ritirare a tabellone in corso a Parigi o alle Finals. A maggior ragione andrà rispettata la decisione di voltare pagina quando sarà il momento, perché fan e addetti ai lavori, per quanto fondamentali, non possono essere motivo di un debito così grande. Di altri debiti come impegno e dedizione, quelli sì, e sono parte del rispetto che a loro volta i tifosi e gli addetti ai lavori meritano.

Voltare pagina, dunque, quando sarà il momento, beninteso quando lo sarà per chi dovrà farlo, non per chi guarda dall’esterno. Giudicare le scelte, andando a sviscerarne i moventi e le motivazioni senza (per forza di cose) avere un quadro completo della situazione, è deleterio e anche un tantino arrogante, specialmente se a conti fatti forse sono loro, ad avere un credito. Il libro la cui pagina sarà voltata parlerà infatti di una storia unica, in quanto tale, che volenti o nolenti avrà avuto un impatto su un numero imponderabile e sinceramente assurdo di persone e vite. Appassionati che hanno preso decisioni, spesso non proprio eccellenti, in base alla carriera e alle condizioni di questo o quell’idolo.

Ci si prepari quindi all’aria nuova. Un’altra era come questa non ci sarà mai, ma il movimento italiano magari cova finalmente qualcosa di positivo. Certo saranno altri tempi, eppure quella Yastremska là due cose da dire ce le avrà. Ci si goda quello che ancora deve venire, perché è sacrosanto sia così, ma non ci si permetta di paragonarlo con quello che poi arriverà oltre, in un futuro decisamente non remoto. Si rispetti quello che è stato senza etichettarlo, bacchettarlo, e più di tutto senza arrogarsi il diritto di poter dire come sarebbe stato meglio (o peggio). Nessun periodo sarà uguale a quello che va concludendosi, e dovesse mai, tra duemila anni, iniziarne uno ancora più fulgido, guai a ricominciare con altri rapporti e confronti. Rispettare e apprezzare anche quello che non si vorrebbe accadesse permette di dare la giusta concezione a quello che è accaduto. Quella di vecchio, come inizio del nuovo.

 

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Che dice il vice

La Roma a cui il tennis non importa

ROMA – Ha vinto Nadal, ha perso Zverev. Ma attorno ai campi del Foro c’è una vita che vale la pena di essere ammirata

Carlo Carnevale

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da Roma, il nostro inviato

Buongiorno, caffè?“. Per una settimana il Foro Italico è casa, la sala stampa una camera con scrivania, i colleghi sono coinquilini. È una bolla estemporanea che vive il tempo di un torneo, e si alimenta dell’energia umana di chi la popola, fortissima soprattutto perché in pochi si conoscono e tutti hanno da dire e dare qualcosa. L’intero parco del tennis ribolle nel sole bollente che ha preso il posto dei nuvoloni neri, una marea di anime che si mescolano per diciotto ore al giorno, ognuna fondamentale per l’altra pur senza conoscerne l’esistenza. C’è un lato umano di valore sterminato intorno ai campi, di quelli che fanno imbestialire e riconciliare con l’esistenza, allo stesso tempo.

C’è un tennista che sembra un passante qualsiasi. Magro, con il naso a uncino e un sorriso un po’ stralunato. Albert Ramos ha perso al terzo turno contro Novak Djokovic, dopo una vittoria-battaglia di quasi tre ore (e altrettanti tie-break) vinta con John Isner. Djokovic è calante, o quantomeno lontano dai suoi massimi, si sa. Molti indicano la sua mancanza di serenità come motivazione principale, non è tranquillo e quindi non vince, al di là dello stop per infortunio. Di certo non è facile bilanciare vita privata e frenesia del tour, c’è sempre un gran casino da gestire tra campo, media, tifosi. Ramos però non ha idea di cosa voglia dire: “Non posso giudicare la sua situazione personale. Io non sono così famoso, posso andare dove mi pare e non ho lo stress di essere assalito da pubblico e fotografi, non ho l’ansia di essere sempre controllato. E comunque faccio una vita abbastanza normale, mangio fuori, mi alleno. Niente di che”. Quando i big arrivano al Foro sono scortati dalla security. Quando ci arriva Ramos sembra uno sparring qualsiasi.

 

Undici vincitrici Slam si erano presentate allo start. Lo scorso anno si erano iscritti due nuovi nomi al club: Jelena Ostapenko al Roland Garros, Sloane Stephens agli US Open. Entrambe under 25, sorridenti, spigliate. Personaggi interessanti, una ballerina di sala, l’altra attaccatissima alla madre e ricostruitasi dopo un brutto infortunio che l’ha costretta immobile per mesi. Due vittorie all’esordio per entrambe, due conferenze stampa. Un solo giornalista. Nessuno si è presentato per le dichiarazioni di due campionesse Major in carica: Ostapenko ha esultato scappando (“Nobody wants to talk to me!“), Stephens ha risposta all’unico presente commentando che ci è pure abituata. “Non è la prima volta, almeno posso andare subito a fare la doccia”.

Ci sono decine e decine di ragazzi e ragazze, uno più bello dell’altra nei loro completi neri elegantissimi. 5,40 euro l’ora, due turni che vanno dalle sette alle sedici e dalle sedici fino alla fine della giornata: potenzialmente anche dopo mezzanotte. Indirizzano le auto al parcheggio, smistano il pubblico, gestiscono ingressi e biglietteria, controllano che la tribuna stampa non sia occupata da chi non è autorizzato. Ma soprattutto chiacchierano, scherzano, si confidano e si raccontano. Uno si laurea in settimana, un’altra lotta per se stessa e con il suo futuro, tra università e incertezze. Un microcosmo di vite giovani che con il tennis non hanno il minimo contatto e per i dieci giorni di torneo abitano e animano il Foro.

C’è Nadal incazzato nero. Già nella conferenza pre-torneo era stato lapidario, quasi feroce nei confronti degli interlocutori che gli domandavano della sconfitta con Thiem a Madrid. “Ma sapete come funziona lo sport? Sapete che si può anche perdere?“. Il primo match del suo torneo è stato una sgambata di allenamento, un’ora di pallate per affondare il povero Dzumhur, che per puro caso conquista anche un game prima di passare alla cassa per pagare la lezione. E dopo la gara ancora smorfie e fronte aggrottata, come se Nadal non volesse essere lì, come se l’unica cosa che volesse fare fosse tornare in campo a mulinare con la racchetta. O ammazzare qualcuno, dato il cipiglio. Poi il trionfo, in una finale che una volta di più ha dimostrato che gli altri bravi, sì, ma lui è un’altra cosa: la cattiveria con cui è rientrato dopo la pausa per pioggia faceva impressione anche vista alla televisione.

Ci sono le proverbiali famiglie con bambini al seguito. Un nonno e un padre stanno portando il nipotino sul Centrale, per l’esordio assoluto del bimbetto al Foro Italico. C’è un giovinastro belloccio e tatuato che ha comprato i biglietti del ground dei primi quattro giorni per poter raggiungere il fratello, che lavora qui e non vedeva da mesi. Ci sono le scolaresche, le coppie. E ci sono i solitari, quelli che siedono spesso nelle file più in alto, lontano da tutti e perché no anche a serata inoltrata, per potersi godere qualche ora di relax e sentire lo schiocco sordo della palla che rompe il silenzio. Qualcuno è competente, qualcun altro è qui perché fa figo e alimenta una critica sacrosanta, quella alla sete esasperante di notorietà, foto da Instagram e testa bassa sullo smartphone, perché l’importante è che si sappia dove si è, non apprezzare quello che si ha attorno.

Si vive e si lascia vivere al Foro. Per ricordarsi che il tennis importa, ma un altro milione di cose si respira a due passi dai campi e dai campioni. Domani un altro match ci sarà di sicuro. Un altro caffè pure.

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Che dice il vice

L’unica strada per batterlo

MONTECARLO – C’è un solo modo per non farsi travolgere da Nadal. Una formula che potrebbe evitare il dominio. Esiste, ma in questo momento nessuno ce l’ha

Carlo Carnevale

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Con la collaborazione di Alessandro Stella

Si ringrazia Andy Miller – braingametennis.com

Il corpo? Ovvio, capita a tutti perché è naturale sia così. Sarà talmente logoro un giorno, dopo tutte le scivolate, le sbracciate, le sollecitazioni, che per forza lo costringerà ad abbassare la guardia. Ma non si può certo sperare in un suo malanno, o augurarsi di indovinare una giornata in cui ha la febbre, ha storto il piede uscendo dalla doccia, ha mangiato pesante. Si presenta qualche acciacco, la carta d’identità inizia a chiedere un obolo ogni tanto. Ma sono eccezioni a una regola che ancora lo vede straripante, rapido, potente. Insomma se la si butta sulla battaglia di puri muscoli, col cavolo che si vince.

 

Il tennis? Mah. Ha avuto una flessione negli anni passati, peraltro collegata al fisico di cui sopra. E si è detto che il dritto è corto, che non serve bene, che resta troppo indietro; ed è vero, per carità, la palla gli viaggiava pochissimo e gli avversari aggredivano. Ma da giugno scorso le manate mancine sono tornate pesantissime, la tattica infallibile. Il servizio corre e anche il rovescio è ormai un fendente ben lontano dal colpo di eccessivo contenimento che gli si imputava in passato. Qualcuno è riuscito a imbrigliarlo, senza dubbio: qualcuno ha disegnato e soprattutto interpretato linee perfette, impatti anticipati e soluzioni offensive per togliergli il tempo. Di ragionare, di agire, di controllare.

La mente. È quella la chiave. Perché ogni volta che le sue certezze sono state incrinate, prima ancora che venute meno, l’intera macchina ha cigolato. Quando c’è stato il timore di un fisico ormai allo stremo il gioco ne ha risentito, perché la sicurezza di avere un motore di cilindrata aliena era in bilico. Quando uno dei suoi schemi prediletti è andato in pezzi di fronte a una soluzione inaspettata e un approccio mai visto prima, la solidità psicologica è crollata, perché un’arma affilatissima era stata spuntata e la consapevolezza di poter far male, cancellata.

Il problema vero però è un altro, esageratamente più complesso. Il tennis è uno sport mentale è una citazione che ha anche un po’ rotto le palle, si sa, basta. Ma adesso, in questa fase della stagione, non dipende più da lui, perché è chiaro che non calerebbe mai. Perché a ogni vincente la sua fiducia aumenta, per ciascun recupero impossibile si aggiunge una tacca di autostima succhiata all’avversario. Qui si tratta di trovare qualcuno che riesca proprio a entrarci, nella sua mente. In qualsiasi modo possibile.

Qualcuno che abbia quella cazzimma indispensabile per poter anche solo fare partita pari. Altrimenti non se ne esce. Una trovata alla Becker, che sullo stesso campo che ora Lui sta masticando per l’undicesima volta, ha ricevuto l’anello della Hall of Fame. Quel Becker che per battere Agassi gli andò fin sotto la pelle a Wimbledon nel ’95, tossendogli in faccia ai cambi di campo quando in svantaggio, per scuotergli i nervi, e dopo il match poi vinto fece volare parole grosse. Una malizia un po’ subdola, tipica dei migliori, che lo stesso Agassi fece sua per prendersi la rivincita su Bum Bum, sul palcoscenico importante dello stesso anno, quasi urtandolo alzandosi dalla sedia, con occhiatacce continue.

La malizia però rischia di non bastare: il tennis è una faccenda di testa ma rimane anche una faccenda di tennis, e ci sono determinati accorgimenti tecnico-tattici in mancanza dei quali la prospettiva di metterlo con le spalle al muro non compare neanche tra le alternative. Basta scorrere la lista delle sue trentacinque sconfitte sulla terra: solo Gaudio e Djokovic hanno saputo imporgliene più di due, e solo il secondo quando Nadal era già diventato la montagna più ardua da scalare della storia di questa superficie. Si deve essere (molto) solidi sul lato sinistro, si deve essere sfrontati, si deve sostenere lo sguardo di Rafa senza ottenerne in cambio il timore reverenziale, l’anticamera della sconfitta.

Per batterlo, dunque, servirebbe qualcuno capace di coglierne le debolezze, comprenderle, per arrivare in quello spicchio di cervello che nasconde la sua paura. Federer quello spicchio lo ha dominato lo scorso anno. Ma sulla terra rossa, e questo torneo di Montecarlo non fa eccezione, dubbi e insicurezze si seppelliscono sotto polvere e sole. E qualcuno che sappia come andare a scavare, per scoprirli, studiarli e approfittarne, in questo momento non c’è.

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Che dice il vice

Italia-Francia, il doppio: gemelli diversi a confronto

La sfida con la Francia passa dal doppio. Bolelli/Fognini affrontano Herbert/Mahut. Due coppie non troppo diverse, un solo precedente: Australia 2015…

Carlo Carnevale

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Sono passati tre anni e un paio di mesi dal trionfo australiano di Simone Bolelli e Fabio Fognini, la prima coppia italiana a vincere uno Slam addirittura dal 1959 (Pietrangeli-Sirola). Quando capita di rivederli anche solo allenarsi insieme è inevitabile tornare con la mente a quel torneo perfetto, che fece sognare il tennis azzurro con speranze di vedere il tricolore protagonista almeno in doppio. Il resto del 2015 proseguì con il duo italico finalista in tre Masters 1000, il best ranking come ottava coppia mondiale e la partecipazione alle Finals di novembre, ma per stessa ammissione di entrambi “non avremmo proseguito se non avessimo vinto a Melbourne”. Il singolare è sempre rimasto la priorità: Bolelli troppo spesso alle prese con guai fisici che gli hanno impedito di migliorare il 36 ATP del 2009 (l’anno prima l’unica finale in carriera, persa con Gonzalez a Monaco). E Fognini sempre a un passo dal fare il vero salto di qualità, dall’approdo in top ten, dall’exploit in un Major, nonostante i progressi sensibili degli ultimi anni, anche e soprattutto sul cemento (semifinale a Miami lo scorso anno).

Due strade che si sono spesso intrecciate ma mai più così vicine come a Melbourne, anche a causa di un programmazione diversa considerato il divario di classifica. Due personalità non simili, Bolelli più riservato e meno calamita per i riflettori, a differenza di Fognini ben più bersagliato dalle attenzioni mediatiche troppo frequentemente per i suoi comportamenti, invece che per il suo talento. In Coppa Davis si ritrovano invece alfieri di un gioco coinvolgente, accentuato dalla passione per la maglia che hanno sempre difeso con onore, offuscato dalla questione convocazione di cui fu protagonista Bolelli, ora in archivio. 6-2 il bilancio della coppia nella competizione mondiale dal 2012, a conferma di un’ottima resa in una situazione decisiva come spesso il doppio di Davis si rivela.

A Genova si troveranno di fronte una delle coppie migliori degli ultimi anni, proprio la stessa che sconfissero a Melbourne nel 2015, l’unico precedente. I francesi Nicolas Mahut e Pierre-Hugues Herbert, sei Masters 1000 e due Slam conquistati, tra gli altri titoli, negli ultimi due anni e mezzo. Un team affiatato, costruito su un rapporto quasi familiare, fraterno, che ha sempre visto Mahut fare da chioccia al più giovane compagno, forse galvanizzato da quando finalmente è riuscito a sbloccarsi in singolare nel 2013. I galletti sono in ripresa dopo un inizio di anno non folgorante, per quanto abbiano già vinto il torneo di Rotterdam, dove già si dicevano pronti ad affrontare gli azzurri: “La terra rossa potrebbe fare la differenza, soprattutto considerando che Fognini dà il meglio là. Ma ci stiamo preparando, dopo una brutta uscita a Melbourne stiamo lavorando duro”. Una storia non troppo diversa da quella della coppia azzurra: Mahut, a trentasei anni, continua a dedicarsi al singolare senza risparmiarsi: “Amo il gioco, e mi prefisso obiettivi senza i quali non potrei andare avanti. Non è facile bilanciare entrambi gli impegni, ma finché ho energia per farlo, continuo”. E basta, ovviamente, definirlo solo come quello che ha perso il match più lungo della storia.

 

Herbert, con il suo aspetto da scolaro mesto e uno stile di gioco anacronistico per i tempi di oggi, segue a ruota: “Il singolare è la mia priorità assoluta, senza dubbio. Ma in doppio stiamo facendo benissimo, e quando lo giochiamo ci dedichiamo al massimo. Finché riusciamo, è bello poter competere ad alti livelli”. Pierre-Hugues, che parla un perfetto tedesco stanti le sue origini alsaziane, non ha ancora trovato l’acuto in singolare, forse anche a causa di una certa mancanza di killer instinct e malizia che fanno la differenza quando c’è da confrontarsi con una pressione importante come quella di un paese così blasonato: “Devo farci i conti, senza dubbio, ma di certo non ho la stessa pressione che ha avuto Gasquet! Avere il sostegno del mio paese è unico, io tra l’altro sono sempre stato uno delle seconde linee, è quasi una novità”. 

Come per gli italiani dunque, due esperienze e due caratteri diversi che però quando si incontrano possono dar luogo a momenti di livello assoluto. Sarebbe stupido comparare un eventuale successo con quello australiano di tre anni fa. Ma battere i campioni in carica, nelle figure di due dei migliori interpreti della specialità del mondo, potrebbe davvero essere un grosso scossone per la stagione, oltre che per il tie in sé. La cicatrice della sconfitta a Melbourne è ancora palpabile (“Ci abbiamo già perso una volta, ma siamo pronti“), chissà che la memoria non possa giocare al fianco degli azzurri.

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