I mondi diversi di Haggerty, Giudicelli, Binaghi e Noah

Editoriali del Direttore

I mondi diversi di Haggerty, Giudicelli, Binaghi e Noah

LILLE – La Coppa Davis dice addio in croato e nel segno di Marin Cilic sulle tracce di… Goran Ivanisevic. Una vittoria così netta forse non ha precedenti

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Da Lille, il Direttore

Coppa Davis addio. Quella che abbiamo vissuto e conosciuto non ci sarà più. Capisco le leggi del marketing, quelle che dicono di non gettare a mare l’avviamento di un brand storico – e nel caso della Davis si tratta di un avviamento durato 118 anni – però ha ragione Yannick Noah nel dire che quella che seguirà a questa non sarà mai la Coppa Davis. Riporto qui le sue parole anche se sono già state riportate in più posti: “Spero veramente che non la chiameranno Coppa Davis perché non lo è. Giocare due set non è la Davis, giocarla in sede neutra non è la Davis. Chi dice che è la Davis, mente. E io gli dico: “Siete dei bugiardi”. Come ho fatto quando ho parlato l’altra sera alla cena ufficiale. Ho detto al presidente (sia Giudicelli sia Haggerty; non l’ha detto a Binaghi perché il presidente della FIT non c’era ma anche la Federtennis italiana ha votato per la Kosmos Davis e i dollari): sono disgustato e molto triste. L’ho detto in faccia perché è la verità. Io sento così. Non dico che tutti debbano sentire così”.

 

Poi, rispondendo a una mia domanda (“Sento che tutti i giocatori francesi sembrano scettici sulla possibilità di giocare la prossima Davis-Kosmos-Piqué Cup…ma allora la Francia sparirà dagli scenari delle competizioni tennistiche a squadre?”) Yannick si è scatenato in una risposta interminabile di cui diamo il resoconto altrove qui su Ubitennis. Fra le tante frasi una è stata questa: “Devo molto alla Coppa Davis. Mi ha regalato tante di quelle cose. Come giocatore, spettatore, fan. Vi potrei raccontare la storia della Coppa Davis dell’Italia. Dove sarebbe il tennis in Italia senza la Coppa Davis? Dove? Ha rappresentato talmente tanto. Quelle persone che hanno deciso…forse non lo sanno, o magari per loro è uguale. Come ho detto ai Presidenti io non appartengo a quel mondo. Noi apparteniamo a due mondi diversi”.

L’atmosfera vissuta qui a Lille, e sì che la Francia ha perso e nettamente, senza alcuna vera suspance, effettivamente non sarà ripetibile. 24.000 spettatori che tifano in modo entusiasta, colorito e incessante per la loro squadra, e a spanne direi che di quelli almeno 2.000 fossero croati, probabilmente non li vedremo più. Il tennis non è il calcio dove le tifoserie hanno altri numeri e sono disposte a spostarsi in massa. “A Singapore di certo non andranno!” ha detto ancora Noah. Qui, poi si parla di due possibili eventi: una brutta copia della Davis a Madrid nel novembre 2019 con due semifinali che si giocano al sabato e la finale che comincia e finisce la domenica. Se anche alla Caja Magica fossero presenti 12.500 spettatori che la riempissero non potranno mai essere –salvo che in finale ci sia la Spagna – tifosi delle due squadre che avranno giocato il sabato. Anche a volerlo fortemente e sarebbe stato impossibile per tanta gente conquistare fra il sabato e la domenica disponibilità dei biglietti e organizzare viaggio e albergo in poche ore.

L’altra ipotesi è una ATP CUP che si svolgerebbe ogni anno in Australia a gennaio. Anche lì, salvo che si mobilitino assai improbabilmente per noi i 200.000 emigranti di Laygoon e Carlton a Melbourne, i 300.000 greci, altrettanti fra cinesi e filippini, che si possa addivenire a un’atmosfera sugli spalti simil Lille, mi pare fortemente improbabile. Soltanto all’epoca della guerra dei Balcani ricordo che Serbi e Croati a Flinders Park (si chiamava così) facevano quasi più risse che tifo. Quel tipo di atmosfera non la rimpiango.

Più netta e convincente di così la vittoria della Croazia non poteva essere. Dall’abolizione del Challenge Round a oggi era accaduto solo quattro volte che una squadra vincesse tutti i singolari disputati senza perdere un set (tre in questo caso, due quando un Paese aveva vinto 3-0) e fra quelle quattro sconfitte senza altro alibi che la netta superiorità dei più forti c’era purtroppo quella che patì l’Italia a San Francisco nel 1989, di fronte ai mostri McEnroe e Gerulaitis. C’ero così come c’ero allo Svezia-Usa del 1984 dove le vittime di Wilander e Sundstrom furono Connors e McEnroe, mentre non andai in Svezia nell’87 presumendo la disfatta dei fratelli indiani Amritraj. Non c’ero nemmeno quando nel ’90 gli Stati Uniti demolirono un’Australia assai modesta. Cilic in sei set fra Tsonga e Pouille, Coric in tre set con Chardy non hanno mai neppure perso il servizio. E per questa statistica potrebbe trattarsi di una “prima” assoluta. Richiederebbe una ricerca molto complessa appurare se possa essere già successo in quelle quattro occasioni citate.

Cilic va a far compagnia ai Fab Four, Federer, Nadal, Djokovic, Murray, e poi del Potro e Wawrinka nel gruppo degli “Slam-Winners” che hanno vinto anche la Davis. L’ultimo vincitore di Slam a non aver vinto la Davis resta Gaston Gaudio (Roland Garros 2004). E ora in Croazia si comincerà forse a discutere se sia stato più grande Goran Ivanisevic o Marin Cilic. Il primo è stato n.2 del mondo in tre riprese, mentre Marin al massimo è stato n.3. Goran ha vinto 22 tornei, Marin 18. Di Slam ne hanno vinto uno ciascuno, Marin US Open 2014, Goran Wimbledon 2001. Ma Marin ha vinto ora una Coppa Davis e Goran no. Marin ha perso due finali di Slam, a Wimbledon e in Australia, Goran tre ma tutte a Wimbledon. Quest’ultimo dato potrebbe far pensare che Marin sia stato tennista più completo, perché ha giocato tre finali in tre Slam e tra superfici diverse. E il suo gioco è effettivamente più completo di quello di Goran, che si affidava in particolare al suo straordinario servizio mancino. Però la personalità, il carisma, il sense of humour di Goran in Croazia hanno lasciato una traccia indelebile e mi dicevano anche oggi i giornalisti croati che nell’immaginario collettivo il mito di Goran è inscalfibile.

Vero però che Marin ha solo 30 anni e che nei prossimi tre o quattro potrebbe ottenere – approfittando anche del calo dei Fab Four – tali risultati da risalire la corrente anche in patria. Uno dei suoi rivali più agguerriti potrebbe essere proprio Borna Coric, il cui pieno potenziale non è ancora del tutto espresso. È ancora giovane e Riccardo Piatti che lavora indefessamente con lui – a proposito Riccardo ha recentemente compiuto 60 anni, auguri! – è convinto che abbia ancora grandi margini di miglioramento. Intanto, n.12, è già a ridosso dei top-ten. Sarei molto sorpreso se l’anno prossimo non vi facesse irruzione. Il tennis di un Paese di soli 4 milioni di abitanti ha raccolto in questi anni molti più risultati della nostra Italietta. Vincitori di Slam, di Coppe Davis, finali qua e là, giovani emergenti, ottimi doppisti che si arrampicano nelle prime posizioni mondiali. Li avevamo sopravanzati con le nostre donne, ma ora siamo molto indietro anche con quelle. Piatti ha contribuito molto più ai successi croati (da Ljubicic in poi) che a quelli dei nostri azzurri (dopo la conclusione dell’era Furlan, Caratti, Mordegan, Brandi, Camporese).

Speriamo che qualcosa cambi. Intanto ringraziamo di… essere andati in Cile. Quella del 1976 è stata l’unica nostra Coppa Davis vinta. E rimarrà la sola.

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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