Prosegue la favola di Bencic: a Dubai finale contro Kvitova

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Prosegue la favola di Bencic: a Dubai finale contro Kvitova

La svizzera mette in fila la terza top 10 consecutiva. La ceca può riprendersi la seconda posizione in classifica vincendo il torneo

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Belinda Bencic - Dubai 2019 (foto via Twitter, @WTA)

Proverò a recuperare energie in vista di domani“, ha assicurato poco prima di uscire dal campo vittoriosa Petra Kvitova, che battendo Su-Wei Hsieh si è qualificata per la finale del Dubai Duty Free Championships. Per Kvitova si tratta della terza finale stagionale, dopo il successo di Sydney e la gran delusione di Melbourne; la 35esima in carriera e la seconda qui a Dubai dopo il titolo vinto nel 2013 in finale contro Sara Errani.

Perché la ceca abbia dovuto essere esplicita rispetto alla necessità di sfruttare il riposo di queste ventiquattr’ore scarse – la finale è in programma sabato alle 16 – è spiegato dalla prestazione gagliarda di Hsieh, capace di vincere il primo set e mantenersi più o meno in partita fino all’ultimo punto nonostante la notevole progressione di Kvitova. I quasi 50 vincenti di Petra non l’hanno messa al riparo dalla terza partita complicata della settimana, dopo le vittorie in tre set contro Siniakova e Brady. Anche in quelle due occasioni, come oggi, Kvitova è rimasta in campo oltre due ore.

BUONA PARTENZA DI HSIEH – Hsieh è ancora ringalluzzita dall’incredibile rimonta di ieri ai danni di Pliskova ed entra in campo come se tra i due incontri quasi non fosse esistita una soluzione di continuità. Le prime di servizio della taiwanese non sono tante né troppo potenti, ma abbastanza varie da impedire a Kvitova di cogliere uno schema sul quale fare riferimento in risposta. Nulla di cui abbia bisogno Hsieh, che gioca seguendo l’istinto e affidandosi alla mano sopraffina: una strenua difesa e una risposta profondissima, che scopre il nervo del dinamismo non eccelso di Kvitova, valgono alla giocatrice asiatica un preziosissimo break replicato addirittura a zero qualche minuto più tardi. La finalista di Melbourne si congeda dal set con un rovesciaccio al volo da non consegnare ai posteri. Più di tutto in questo set ha pesato l’incapacità della ceca di incidere sulle – morbide – seconde dell’avversaria, tanto lente da mandarla fuori ritmo.

 

RIMONTA E VITTORIA DI PETRA – La giocatrice ceca non è in testa alla Race to Shenzhen per caso, sebbene questa classifica abbia una validità ridotta a questo punto della stagione. Kvitova rientra in campo e breakka alla seconda occasione, nel terzo game, e va ancora a segno nel game di risposta successivo dando la sensazione di aver finalmente trovato il modo di rendere impossibili, e non soltanto improbabili, le difese di Hsieh. La ceca impreziosisce il secondo break con una splendida palla corta incrociata, che la taiwanese rincorre solo con lo sguardo. Chiamata a difendere il doppio vantaggio, Kvitova scaraventa sul campo quasi solo colpi vincenti e trascina di forza la partita al terzo set.

Il terzo set si apre con un altro break ceco, piuttosto annunciato, seguito da un contro-break taiwanese a zero, questo piuttosto sorprendente. Kvitova si riporta subito in vantaggio con uno schiaffo al volo di dritto e da quel momento nessuna delle due giocatrici saprà più infierire sul servizio avversario, con le uniche palle break fallite da Kvitova sul 3-1. In particolare un comodo rovescio a campo semi-spalancato, che non costituirà rimpianto per la mancina di Bilovec in ragione dell’evoluzione positiva del parziale e infine dell’incontro. Brava comunque Hsieh a lottare fino alla fine, con una potenza di fuoco evidentemente inferiore all’avversaria, ancor più brava Kvitova a non lasciarsi irretire dalle geometrie imprevedibili dell’asiatica.

Questo successo permette alla numero quattro del mondo di continuare la difesa ‘postuma’ dei 900 punti conquistati con il titolo di Doha dello scorso anno; i due tornei si scambiano annualmente lo status di Premier 5, e quest’anno tocca al torneo degli Emiri mettere in palio il bottino grosso. Per vincere il terzo titolo stagionale e rimettere piede sul secondo gradino del ranking WTA, Petra Kvitova dovrà battere la ritrovata Belinda Bencic. 

La svizzera supera al termine di un match rocambolesco e palpitante Elina Svitolina. Una battaglia che si chiude al tie-break decisivo dopo poco meno di due ore in cui entrambe le giocatrici sono andate a corrente alternata. Dopo un primo set dominato da Belinda e vinto 6-2, Svitolina approfittando anche del sostegno dalla tribuna di Gael Monfils, è salita di livello nel secondo limitando il numero degli errori. Bencic perde due volte consecutivamente il servizio e si va al terzo.

Nel set decisivo grande equilibrio fino al 3 pari senza nemmeno l’ombra di una palla break. Nel sempre indioso settimo game arriva il break a favore di Svitolina che sembra decidere l’incontro. Chiamata a servire per il match sul 5-4 l’ucraina si inceppa cedendo addirittura la battuta a zero. Bencic ribalta la situazione arrivando a tre match point nel dodicesimo gioco senza riuscire a chiudere. Nel tie-break però la svizzera è ancora la più coraggiosa in campo e lo domina vincendo per 7 punti a 3.

Bencic torna dunque in finale in un Premier 5 dopo 3 anni e mezzo, quando a 18 anni giocò e vinse la finale in Canada contro Simona Halep, rumena che ha battuto di nuovo ieri nei quarti di finale. Arriva in finale dopo un tris di scalpi pazzesco oltre a Halep e Svitolina già negli ottavi aveva superato un’altra top 10 come Aryna Sabalenka.

Una favola che domani avrà la sua conclusione ma che rimane per lei indimenticabile: si tratta della rivincita contro Petra Kvitova che l’ha battuta nettamente al terzo turno dell’Australian Open. Ma dopo una settimana del genere tutto diventa possibile…

Risultati:

[2] P. Kvitova b. S-W. Hsieh 6-3 2-6 6-4
B. Bencic b. [6] E. Svitolina 6-2 3-6 7-6(3)

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Piatti: “Sinner si è allenato con Medvedev, Aliassime, Shapovalov. Vince quasi sempre lui”

L’allenatore di Jannik, intervistato dal Corriere, interviene anche in trasmissione su Supertennis. “La terra sarà dura per lui, ma anche formativa. Mi interessano di più le partite che perde”

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Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Già a Marsiglia con Jannik Sinner per preparare l’esordio – contro un qualificato, verosimilmente martedì – l’allenatore Riccardo Piatti è tornato a parlare del suo allievo. Lo ha fatto prima al Corriere dello Sport, intervistato da Stefano Semeraro, e poi intervenendo brevemente nella mattinata di domenica per un collegamento telefonico con Supertennis.

Le partite che a me interessano di più sono quelle che perde o quelle in cui gioca male“, ha detto Piatti al Corriere. “Dopo aver perso contro Ymer a Montpellier era fuori dalla grazia di Dio per aver perso, gli bruciava da matti. Ho dovuto dirgli ‘l’anno scorso a febbraio eri numero 570 del mondo, quindi non mi rompere le scatole…'”. Pur insistendo sul fatto che gli serva più giocare che vincere, al momento – ‘150 partite ad alto livello, vinte o perse non importa‘ – Piatti si lascia sfuggire aneddoti e considerazioni che possono accendere la fantasia dei tifosi italiani: “Questa settimana si è allenato con tutti: Auger-Aliassime, Medvedev, Shapovalov, e vince quasi sempre lui. Ma deve imparare a gestire le partite. Se avesse saputo gestire meglio alcune situazioni con Carreno, avrebbe vinto in due set“.

A Supertennis ha invece parlato principalmente della stagione sul rosso molto fitta che Jannik ha in programma di disputare quest’anno. “Lui gioca bene sulla terra, ha più tempo per organizzare il suo gioco. Se gioca tanto in America forse salteremo Marrakech e avremo la possibilità di allenarci a Montecarlo, dove ci sono tutti. La terra gli serve molto perché troverà molte partite come quella contro Carreno nelle quali deve imparare a organizzare il suo gioco, giocare con il punteggio, scegliere i vari servizi in modo diverso“. Anche sulla terra, il team alle spalle di Jannik sarà lo stesso: “Ci saremo io, il preparatore atletico Dalibor Sirola e il fisioterapista Claudio Zimaglia. Quando non ci sarò io, mi sostituirà Andrea Volpini. Per Jannik i tornei sono anche momenti di allenamento, a volte si allena più sul posto che quando torna a casa. Quindi la terra sarà dura per lui, ma anche molto formativa. Speriamo che giochi tanti match difficili e che ne vinca qualcuno“.

 

Sull’assunto condiviso un po’ da tutti che il punto di forza di Sinner sia la tenuta mentale, Piatti non ha alcun dubbio. “A livello mentale ha la fortuna di venire da un altro sport, lo sci. Per lui la testa è la cosa più importante di tutto il gioco, ha già una capacità di analisi molto buona: il momento di paura o di rischio lo sente poco e lo sa controllare molto bene. Io sto lavorando molto per fargli acquisire l’idea di giocare con il punteggio, conoscere il punteggio della partita per non giocare tutti i punti allo stesso modo“.

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A San Pietroburgo Rybakina non può nulla. Vince ancora Bertens

L’olandese fa valere la propria esperienza e difende il successo dell’anno scorso. Decimo titolo per lei. Best ranking per Rybakina

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[2] K. Bertens b. [8] E. Rybakina 6-1 6-3

Kiki Bertens è ancora la campionessa del Ladies Trophy di San Pietroburgo. Dopo il successo nel 2019 in finale su Donna Vekic, l’olandese doma (e domina) Elena Rybakina in due set e si conferma sempre più temibile anche fuori dall’amata terra battuta. Degli ultimi cinque titoli conquistati (su dieci totali) ben quattro sono arrivati su superfici rapide (Cincinnati 2019, Seoul 2019 e la doppietta a San Pietroburgo). A farla vincere oggi però, oltre alla tanta esperienza in più rispetto a Rybakina, è stata una certa mentalità da terra, che le ha permesso di spargere sabbia sugli ingranaggi dell’avversaria attraverso un sapiente uso di variazioni, top e difese generose.

Il primo set fila via liscio. Rybakina è molto tesa e per una giocatrice che ama tirare forte su ogni singola pallina non è esattamente la cosa migliore. Bertens mantiene il palleggio profondo e vario, senza rischiare troppo, obbligando l’avversaria a colpire all’altezza della scritta “San Pietroburgo”. La tattica paga i suoi dividendi e in 28 minuti l’olandese va a sedersi avanti 6-1.

 

Al rientro in campo, Rybakina sembra essersi sciolta e finalmente riesce a contenere le proprie tremende accelerazioni entro i confini del campo. Una dopo l’altra però le scivolano via dalle mani ben quattro palle break, tutte nel primo gioco. Bertens allora riprende il controllo delle operazioni e scappa ancora una volta avanti di un break. L’olandese rischia di rimettere subito in gioco l’avversaria con due doppi falli, ma Rybakina non legge bene la situazione e paga cara la propria irruenza. Da qui in poi si contano poche emozioni, la ventenne kazaka spinge tanto e a tratti riesce a centrare il bersaglio, ma dà la sensazione non riuscire a trovare il proverbiale centesimo per arrivare a un euro. Bertens dal canto suo cerca maschera benissimo qualche piccolo momento d’incertezza qua e là e chiude 6-3, lasciandosi sfuggire qualche lacrima dopo il match point concretizzato.

Questa vittoria non fa registrare nessuno sbalzo in classifica per Bertens che rimarrà numero 8 (a soli 160 punti dal settimo posto di Sofia Kenin), mentre Rybakina raccoglie i frutti delle ottime prestazioni degli ultimi mesi e da lunedì potrà consolarsi con il nuovo best ranking di numero 19 del mondo.

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Come si può rovinare una giovane tennista: la storia di Monique Viele

Ha solo un anno in meno di Kim Clijsters, il suo primo manager è stato un certo Donald Trump e non ha mai vinto una partita nel circuito maggiore. La storia di un tennista… che non lo è mai stata, raccontata da Ben Rothenberg

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Pochi ricorderanno la clamorosa meteora Monique Viele, classe 1984, che è stata il soggetto, accattivante anziché no, della partecipazione del giornalista Ben Rothenberg, star di Twitter, al podcast Thirty Love di Carl Bialik, che potete ascoltare qui.

Viele, ragazza prodigio, minacciò di portare la WTA in tribunale per via della “Capriati Rule Age Eligibility Rule”, norma eponima che le stava impedendo di passare professionista a 14 anni, nel 1999. La teenager vinse il braccio di ferro, esordendo (male) a Tokyo due settimane prima del suo quindicesimo compleanno, nel settembre di quell’anno, ma la sovra-esposizione mediatica (a cui contribuì in larga misura il suo manager dell’epoca, tale Donald Trump, che le fece firmare contratti milionari con Fila e Yonex) le rovinò la carriera, poiché non vinse mai un singolo match nel circuito maggiore, non superò la posizione N. 817 in classifica mondiale, e giocò il suo ultimo match a nemmeno 17 anni, nel settembre del 2001.

Rothenberg è partito da un tema che ci riporta ad un’epoca pre-YouTube: è possibile convincere il resto del mondo che si è una grande promessa? In passato il giornalista si era occupato di Darko Grncarov, shibboleth macedone che andò vicino a truffare Adidas e Wilson promuovendosi come una star all’Australian Open del 2018, mentre bel caso di Viele la questione è più controversa: aveva battuto delle top 100 a 14 anni, e aveva vinto tornei minori, eppure non esiste un singolo frame della giovane che gioca a tennis in tutto il web, cosa che già di per sé lascia spazio alle mitologie. E proprio come in una saga, l’unico filo conduttore è il passaparola di gente convinta che sì, Monique Viele era la next big thing, ed era già chiaro quando aveva 13 anni.

 

La sopracitata Capriati è un parallelismo importante nella vicenda sportiva di Monique: Top 10 a 14 anni (!), bruciata a 17, si fermò per due anni per poi tornare lentamente a solcare i grandi palcoscenici, riuscendo finalmente a vincere Slam e diventare N.1 a 24 – Viele avrebbe potuto fare lo stesso?

Rothenberg si è detto abbastanza convinto che sarebbe potuta diventare qualcuno, se solo fosse stata gestita diversamente (o se fosse esplosa oggi), ma allo stesso tempo ha richiamato l’attenzione sulla cultura dell’epoca, una sorta di “sindrome Williams” che prescriveva il lancio immediato nel professionismo nei casi di talento acclarato e precoce, come successo in particolare a Venus e Serena (con la grande differenza che Venus esordì senza sponsor), ma anche a Jennifer Capriati e Martina Hingis – questo sembra essere un elemento significativo della cultura sportiva americana dell’epoca, se pensiamo che dal 1995 in avanti sempre più liceali passano direttamente alla NBA saltando l’università, come nel caso di Kevin Garnett, Kobe Bryant, e più avanti LeBron James, prima che la Lega lo impedisse a partire dal 2006.

In fondo, però, è anche difficile incolpare i suoi Pigmalioni, che se da un lato hanno pensato solo ad arricchirla (e ad arricchirsi) nel breve termine, dall’altro le hanno fatto avere due milioni di dollari quando poteva a malapena guidare, fornendole dei mezzi di sostentamento che la stragrande maggioranza dei giocatori e delle giocatrici si sognano. Questo è un tema affascinante che i tifosi spesso dimenticano, perché giustamente affezionati a una visione decubertiniana del gioco, ma che negli ultimi anni è emerso sempre di più, una sorta di “siamo ciò che mangiamo” di Feuerbach in salsa tennistica che spesso spiega la riluttanza di alcuni di fare il passo ulteriore verso la grandezza, in quanto già soddisfatti della vita data loro dal tennis professionistico.

E un altro aspetto che Rothenberg sottolinea è che a quei livelli, soprattutto a quelli più alti, c’è una quantità incredibilmente numerosa di fattori che devono funzionare alla perfezione, dalla preparazione alle finanze alla salute, e basta una minima scossa per abbattere il Djenga olistico di un giocatore professionista – il paragone scelto da Ben è quello di una start-up, che può implodere rapidamente se anche solo un aspetto non è stato calcolato bene, o di un lavoro a tempo determinato, dove non c’è sicurezza a lungo termine, soprattutto per un nuovo arrivato.

Nel caso specifico, più che di minima scossa si può parlare di un vero e proprio cataclisma, perché Monique perse suo padre proprio in quegli anni, perdendo il riferimento principale e cadendo preda di tutti coloro che volevano un pezzo della sua ascesa. Dell’empatia è perciò d’obbligo, visto che tanti si sono persi per molto meno, come detto nel podcast in riferimento al caso emblematico del tennis americano contemporaneo, Jack Sock, passato dalla Top 10 a non avere ranking in due anni.

La sintesi della deriva della carriera di Monique Viele dopo il lutto è il modo in cui un’adolescente venne trasformata in oggetto sessuale a scopo di marketing, una Lolita solo marginalmente più consenziente – ma d’altronde anche il personaggio di Nabokov viene inizialmente presentato come complice nelle memorie del suo carceriere. Qui il modello diventa Anna Kournikova: se la bella russa era così diventata l’atleta donna più pagata al mondo in quel periodo, perché non riprodurre il suo modello? Quanto il mondo sia cambiato è visibile nel modo in cui sta venendo promossa Coco Gauff, il cui brand viene descritto da Rothenberg come fondato sulla sua genuinità di quindicenne, senza la minima reificazione carnale, e il modo in cui la carriera di Genie Bouchard si è arenata una volta avviata una carriera a latere di questo tipo, cosa che peraltro era successa anche a Caroline Wozniacki per un certo periodo.

Ma come si approcciavano i media dei tardi anni 90 a questo fenomeno inesploso? Rothenberg riporta la grande contraddizione che pervade anche il giornalismo contemporaneo: da una parte, grande scetticismo, in particolare dall’arrivo di Donald Trump (definito “una barzelletta” al tempo), dall’altra, però, una enorme copertura mediatica, all’insegna del “non esiste cattiva pubblicità”, il grande regalo che la stampa fa a personaggi che non vedono l’ora di essere sulla bocca di tutti, ma che diventa un anatema per giovani di talento, soprattutto nello sport, anche se in questo campo va sottolineata la frequente complicità dei campioni del passato, spesso solerti a incoronare il nuovo pur sapendo a cosa andranno incontro.

Va detto che, come sottolinea il reporter americano, ora c’è molta più attenzione a fare le cose con calma, cercando di incanalare i giovani nei tornei junior (ad eccezione di Naomi Osaka), anche se sarebbe interessante parlare dell’effettivo rapporto causa-effetto in questo caso, soprattutto nel maschile: c’è più attenzione a non causare l’implosione di un ragazzo prodigio perché si è imparato dagli errori del passato, o ce ne si occupa di meno perché i giovani hanno effettivamente più difficoltà a sfondare nel tennis di oggi? Impossibile stabilirlo con certezza, anche se Rothenberg si dice sicuro che la vicenda di Viele sia diventata un exemplum che ha fatto da monito per tutte le parti in causa, e ha probabilmente ragione.

Monique Viele e suo papà Richard

L’epitome di questa attitudine è Rick Macci, noto coach americano (fra i suoi assistiti Capriati, le Williams, Sharapova, e Roddick), che la prese sotto la sua ala per poi sostanzialmente abbandonarla dopo la sconfitta all’esordio da pro. Macci ha dedicato alla vicenda un capitolo delle sue umilissime memorie, Macci Magic, e ha parlato con Rothenberg nella preparazione dello speciale su Monique: ciò che il giornalista riporta è la mentalità imprenditoriale del coach, che ancora oggi non considera la sua breve esperienza con la giovane come un capitolo negativo della sua carriera, perché gli diede, ancora una volta, tantissima pubblicità presso genitori convinti di avere il prossimo Sampras in fasce.

E lo stesso vale per Trump, che negli anni 90 aveva spesso cercato una partnership commerciale nel tennis femminile, desideroso di consolidare il proprio status di imprenditore del lusso, e molti erano rimasti sorpresi quando di fatto divenne il manager di Viele, e perché non avvezzo al mondo del tennis (in questo caso Rothenberg fa un parallelismo con Jay-Z e Frances Tiafoe, altro talento la cui carriera sta andando a sud molto in fretta), e perché il suo gruppo, T Management, era tecnicamente una modeling agency, e qui si ritorna ad Anna Kournikova e al successo misurato in guadagni.

Monique Viele appare dunque il prodotto di un sistema ormai decaduto, e di cui forse è stata la vittima perfetta, come testimoniato da tenniste che preferivano non associarsi con l’oggettivazione del proprio talento (Monica Seles, in particolare, stando al libro Venus Envy di Jon Wertheim, non reagì bene all’immagine di Monique che canta l’inno nazionale con annesso tacco 12 prima di affrontarla in un match del World Team Tennis del 2000), ed è tuttora oggetto di scherno per tanti fan di lunga data, e quindi la domanda è sempre la stessa: se si continua a parlare di lei (generando interesse e dibattito per lo sport), davvero non esiste la cattiva pubblicità?  E se è così, qual è il limite? Forse una quattordicenne che è stata coperta di soldi senza aver mai giocato nel circuito maggiore, che come limite sembra un po’ tenue, ma forse ha contribuito a salvare chi è venuto dopo.     

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