Federer rilancia: "Vinco più del 2018" (Zanni). Nadal Academy: dove crescono i campioni di domani (Pastorella, Perosino). Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Rossi). ATP Finals, il governo: Torino è a un passo (Ricca, Longhin)

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Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Zanni). Nadal Academy: dove crescono i campioni di domani (Pastorella, Perosino). Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Rossi). ATP Finals, il governo: Torino è a un passo (Ricca, Longhin)

La rassegna stampa di giovedì 21 marzo 2019

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Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Il tempo passa, i tornei cambiano, anche di sede, ma il più amato dai fan rimane sempre Roger Federer. L’ennesima conferma, ma non ce n’era bisogno, al taglio del nastro dei nuovissimi Miami Open. Lasciata Key Biscayne dopo 31 anni per spostarsi a Miami Gardens, una quarantina di chilometri a nord, ieri si è svolta l’inaugurazione ufficiale del nuovo campus realizzato all’interno (e in quello che era l’enorme parcheggio) dell’Hard Rock Stadium, l’impianto nato per il football americano, ora diventato un grande contenitore sportivo. C’erano la padrona di casa (e anche di una quota dei Dolphins, la franchigia di football americano della città) Serena Williams, poi i due numeri 1, la silenziosa Naomi Osaka e Novak Djokovic, ma l’applausometro è schizzato più in alto quando sul centrale da 14.000 posti (ricavato all’interno del campo da football) ha fatto il suo ingresso Roger il Magnifico. Cori senza confini per lui, dai tifosi statunitensi a quelli argentini. «C’è un po’ di tristezza – ha spiegato Federer – per l’aver lasciato Key Biscayne, ma al tempo stesso anche una grande eccitazione: qui è tutto completamente diverso, con uno stadio dentro a uno stadio. Qualcosa del genere lo si è visto in incontri di Coppa Davis, oppure in alcune esibizioni, mai in un torneo. A Key Biscayne c’era meno spazio, ma era accogliente. Per lasciarlo dovevano avere delle buone ragioni, le conosco in parte e le comprendo. Così è come se si trattasse di un torneo nuovo. Ho già provato il campo, mi sembra che la velocità della superficie sia la stessa Mi ricorda un po’ gli US Open, quando hanno messo il tetto, anche qui ci sarà più ombra». Tre successi a Miami per Federer (2005, 2006 e 2017), il record è di Andre Agassi e Novak Djokovic (sei), e l’anno scorso una inusuale eliminazione al debutto (contro Thanasi Kokkinakis). Ma anche se compirà 38 anni in agosto Federer continua a non sentire il peso dell’età. «Quanti titoli voglio vincere ancora? Beh non altri cento…». Ride Roger prima di riprendere a parlare e candidarsi per un nuovo successo a Miami. «Non lo so quanti, di sicuro voglio vincere ancora, adesso mi sento bene, contento di quanto fatto a Dubai e anche a Indian Wells, ci sono andato molto vicino, in definitiva è più facile ora di quando ero più giovane. Spero di avere altre opportunità, l’importante è stare bene fisicamente, essere felice quando si gioca ed è quello che sento ora, direi un buon segno per il futuro». Insomma nessuna minaccia di ritiro… «Senza risultati, gioia di giocare e la buona salute, certo non potrebbe funzionare. Ho bisogno di tutto questo, ma fino a quando continuo a vincere rimango nel tour. Ho un team fantastico, una moglie meravigliosa, quattro figli, nel circuito passo bei momenti e la cosa più importante è poi produrre buoni risultati quando scendo in campo». E il 2019 dovrà essere più vincente del 2018. «Certo, il mio obiettivo è di fare meglio dell’anno scorso – ha ribadito – Anche a Miami ovviamente, visto che dodici mesi fa sono uscito subito» […]

 

Rafa Nadal Academy: ecco dove crescono i campioni di domani (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

Il Paradiso del tennis sognato sta in un posto un po’ brullo di un’isola bellissima, Palma di Maiorca. Manacor, non siamo ipocriti, non meriterebbe nemmeno una visita, ma ha un grosso pregio. Anzi due: ha dato i Natali a Rafael Nadal ed è stata scelta dal tennista spagnolo per aprire la sua Academy, primo e unico esempio di giocatore in attività che pensa alle generazioni future. Tanto basta per farla diventare l’ombelico del mondo per una marea di ragazzini (e una buona “ondata” di adulti) che da due anni e mezzo hanno cominciato a frequentarla. Alla Rafa Nadal Academy, nel programma annuale, si può essere accettati dai 12 ai 17 anni. Il costo è elevato (56 mila euro la retta), ma ci si trova al top non solo del tennis, con istruttori di primissimo livello, ma anche nella scuola, dove è stata scelta la partnership con l’American International School, un’eccellenza in grado di portare gli studenti-tennisti a poter entrare nelle più prestigiose università statunitensi, spesso con una borsa di studio sportiva. «Al momento abbiamo 140 ragazzi, provenienti da più di trenta paesi differenti in rappresentanza di tutti i continenti – ci spiega Maria Julve Garrido, del dipartimento Gruppi ed Eventi della Rafa Nadal Academy -. Lo studio non è affatto secondario, anzi: i ragazzi sono seguiti e devono ottenere risultati anche sui libri, altrimenti scattano le sanzioni. Non tutti da grandi vogliono fare i tennisti, non tutti sognano una classifica ATP o WTA: c’è anche chi è qui per studiare e fare sport». E proprio questo è uno dei motivi che ha convinto Rafael Nadal ad aprire un centro simile: a troppi tennisti (e sportivi ingenerale) non è consentito praticare sport agonistico e studiare. L’Accademia serve anche a questo. I ragazzi vivono, studiano e mangiano in una palazzina a parte, riservata esclusivamente a loro, dove hanno anche una sala fitness, una sala giochi. E stanze rigorosamente doppie. La capienza è di 200 persone, attualmente è occupato al 70% e proprio per questo si sta ancora meglio. D’estate le stanze si svuotano e vengono subito riempite da chi aderisce al Summer Camp: una full immersion nell’Academy più esclusiva. L’altra palazzina, invece, quella nella quale all’ingresso appare gigantesca l’immagine di Rafa in una delle sue posizioni più amate dagli appassionati, è in realtà un hotel a cinque stelle (quattro nella catalogazione spagnola, ma possiamo garantire il livello elevatissimo) riservato a chi invece sceglie l’Academy per uno stage settimanale o bisettimanale. Adulti e bambini sono accolti e coccolati: quando vanno a giocare a tennis, vengono seguiti dagli stessi istruttori destinati ad allenare i big. Tra gli 11 e i 18 anni, i corsi prevedono 22 ore settimanali sul campo, più 6 ore di preparazione atletica e ancora 7 ore di attività su “Come si diventa un campione”. Per i più grandi, le ore di allenamento diventano 12, più 5 di preparazione atletica: non più di tre alunni per maestro. Nelle pause dal tennis, una fantastica spa offre ogni genere di confort, la palestra è dotata delle attrezzatura più sofisticate, la piscina coperta e quella scoperta garantiscono relax e a tavola è meglio controllarsi, sennò poi in campo si fatica il doppio. Imperdibile la visita al Rafa Nadal Museum Experience […] Anche l’Italia sta scoprendo la Rafa Nadal Academy, grazie al pressante lavoro di Simone Neri, responsabile dell’Accademia per il nostro Paese: «[…] Vogliamo riuscire a trasmettere l’idea dei molteplici programmi di allenamento che abbiamo, per tutti i livelli di tennis, da quello professionale a quello amatoriale […] Abbiamo poi ben quattro tornei Future 15.000 dollari, che aprono in gennaio la stagione agonistica professionale, tre tornei ITF Senior, il nuovissimo Challenger a fine agosto e i tornei giovanili Ten Pro, che stanno riscuotendo un grande successo tra i ragazzi di tutta Europa. Credo davvero ci sia la possibilità di portare in Academy tanti tennisti Italiani, per un torneo o per un periodo di allenamento più o meno lungo. Tutti quelli che stanno già venendo, rimangono estasiati dal livello e dall’atmosfera talvolta surreale che si respira. Entrare da vicino nel mondo di Rafa significa scoprire quei valori importantissimi, che sono poi stati il segreto della sua formidabile carriera. Credo che ognuno di noi se li possa un po’ cucire addosso, rielaborarli e assaporarne il gusto, sulla propria pelle».

La lezione di zio Toni: “Tirala sempre dentro. Non complicarti la vita” (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

Come Rafa, anche i Nadal del futuro crescono sotto l’occhio attento di zio Toni. Era il punto di riferimento fino a due anni fa del campione spagnolo, adesso plasma i 140 aspiranti campioni, maschi e femmine, spagnoli e non, all’interno di quel gioiello sportivo che è la Rafa Nadal Academy di Manacor, a una cinquantina di chilometri da Palma, isola di Maiorca. «È stata un’idea di Sebastian, mio fratello e padre di Rafa, cioè costruire un polo sportivo che potesse veicolare il nome di Nadal nel mondo, ma al tempo stesso di essere un centro di incontro per tutti i bambini di Manacor e dintorni, la sua e la nostra terra. A circa due anni e mezzo dall’apertura siamo soddisfatti. Tutto si può migliorare, ovviamente, ma giorno dopo giorno l’accademia cresce nel rispetto di un principio basilare al quale teniamo molto: consentire ai ragazzi di praticare sport studiando e di studiare praticando sport. Quello che Rafa, quando era giovane, non ha potuto fare», spiega Toni Nadal affacciato sul centrale dell’Academy. Per quasi due decenni è stato l’ombra di Rafa in tutti i campi del mondo condividendo con lui sconfitte, poche, e storici trionfi, un’enormità soprattutto al Roland Garros di Parigi dove insegue la magia numero 11, ma sempre con grande compostezza. Poi la decisione di assumere la responsabilità del progetto: «Sono direttore e supervisore dell’Academy. Sono sempre stato un maniaco dell’allenamento, mi piace intervenire, dare consigli ed essere coinvolto nella crescita. Come i maestri nelle scuole, decidiamo le fortune dei nostri allievi. Mi piaceva molto lavorare con un solo atleta, mio nipote, adesso vivo intensamente il piacere di lavorare con tanti. Certo, mi manca l’adrenalina della partita vissuta nel box a bordo campo e confesso che il primo anno è stata dura seguire le partite di Rafa in televisione, a distanza, ma ora mi sento realizzato. Le mie più grandi emozioni al suo fianco? Mi ha emozionato vederlo vincere tanto, il primo e il decimo Roland Garros oppure Wimbledon, ma nella mia memoria è ancora impressa l’emozione di quando tredicenne giocava al Tennis Club Manacor». La Rafa Nadal Academy non è solo una fucina di atleti più o meno promettenti, ma è soprattutto un’idea di sport costruita intorno ad una filosofia con la quale Toni Nadal ha disegnato e accompagnato il trionfale percorso agonistico di Rafa: «Ognuno di noi è consapevole delle proprie qualità, può avere una sensazione e cercare in tutti i modi di assecondarla in ogni singolo allenamento o partita. Federer, per esempio, sapeva di essere Federer sin da quando aveva iniziato la sua carriera, soprattutto perché intimamente ci si proietta sempre verso un futuro ottimistico fatto di vittorie e successi. Nessuno prefigura per se stesso il contrario, sarebbe assurdo. È un percorso mentale importante attraverso il quale ognuno può costruire il proprio percorso. E in questo diventa fondamentale essere presi per mano da istruttori preparati: in questa fase di crescita diventa fondamentale il compromesso tra maestro e allievo. La funzione di un allenatore non è solo cosa dice, ma soprattutto come lo dice e quando lo dice. Credo molto nell’intensità fisica e mentale, non credo nella tecnologia perché proprio non riesco a stare ore davanti a un video ad analizzare movimenti o tecniche. La mia filosofia è semplice: ‘Tirala dentro e non complicarti la vita’. L’avversario non è mai un nemico, Djokovic e Federer sono stati dei rivali con i quali a volte è andata bene, a volte male, ma la sconfitta non è mai stata una tragedia. Io tifo Barcellona, ma non sono contro il Real Madrid». […] Non è una equazione esatta allenarsi alla Rafa Nadal Academy e diventare in automatico campioni. Ma in soli due anni i primi frutti si sono visti attraverso giocatori e giocatrici che stanno scalando le classifiche mondiali: «Jaume Munar, che è di Felanitx, a due passi da Manacor, è venuto da noi che gravitava intorno al numero 280 del mondo e oggi è a ridosso dei primi 50. È un atleta ancora in formazione, sulla palla è agile e unisce bene tecnica e atletismo, ma difetta ancora del colpo vincente che chiude lo scambio. Gli ho insegnato a non accontentarsi mai e a motivarsi nella vita di sportivo, poi toccherà a lui trovare le chiavi per migliorarsi ancora. È stata una grande soddisfazione l’ingresso del norvegese Casper Ruud nei primi cento: un ragazzo d’oro con una famiglia molto educata al fianco. Gli manca un po’ di grinta, però nel suo futuro vedo delle possibilità importanti. Ma proprio in questi giorni stiamo vivendo con grande gioia i successi di una ragazza che può veramente diventare una top ten: la spagnola Rosa Vicens Mas che a 18 anni ha già vinto un Futures e da numero 650 è approdata in semifinale a Tunisi. E poi c’è Pedro Vives, ha 16 anni e viene ad allenarsi da noi da Maiorca. Rafa vede in lui delle qualità e per questo motivo lo chiama spesso a fargli da sparring. Vediamo se saprà cogliere l’occasioni per migliorare se stesso e il suo gioco». Zio Toni non nasconde di essere un tradizionalista, il tennis del futuro lo lascia perplesso e fortemente contrariato: «Non mi piacciono affatto le nuove regole della Next Gen. Il tennis non si adatta ai tempi moderni come hanno fatto la pallavolo o il calcio. La gente vuole novità che abbiano un impatto immediato sul gioco, ma questo non è possibile nel nostro sport. Anche per la Coppa Davis ero molto legato alla vecchia formula, più bella e più avvincente, ma riconosco che nel calendario di oggi un cambiamento, purtroppo, era inevitabile. Quello che non sopporto è il giudizio frettoloso di Federer che ha bollato la figura di Gerard Piqué, artefice con la sua società della rivoluzione del format che riunirà in un’unica sede, nel 2019 sarà a Madrid, le 18 finaliste, come ‘un calciatore che non dovrebbe occuparsi di tennis’. A me pare incredibile che un uomo di sport debba essere etichettato in questo modo. Rafa la pensa come me e, infatti, sarà in campo per difendere i colori della Spagna».

Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Paolo Rossi, Repubblica)

Un Novak Djokovic a trecentosessanta gradi ha aperto le danze dell’ultimo torneo che si gioca oltreoceano, prima che l’Europa si prenda il tennis per la primavera e l’estate. Il serbo, nel giorno inaugurale del Master 1000 di Miami, ha parlato un po’ di tutto. Perfino una battuta sul suo nuovo compagno di doppio, un certo Fabio Fognini. «Quando abbiamo giocato ci siamo parlati in italiano. E mi sembra che a Indian Wells non sia andata malissimo, e anzi volevamo rifarlo qui a Miami ma non è stato possibile per una serie di ragioni che è troppo lungo spiegare ora e non vorrei annoiarvi». Ecco, Miami, nuova di zecca: ha cambiato casa, lasciando Key Biscayne per il tempio dei Dolphins, la squadra di football […] «A me è piaciuto, i colori e tutto il resto» ha detto il serbo promuovendo senza alcun dubbio lo sforzo organizzativo, ma in fondo Djokovic è in conflitto di interessi affettivo, con questa città della Florida. «È che io qui ho vinto il mio primo torneo importante, un fatto che mi ha dato energia per il prosieguo della mia carriera, ha fatto sì che poi tutte le cose capitassero a cascata. Ecco, per cui quando io vengo qui per me è un reimmergermi in un fiume di ricordi belli e positivi che mi danno carica». Un Djokovic tirato a lucido, che ha in mente un solo e unico obiettivo: Parigi, il secondo passo verso il Grande Slam che non viene realizzato dal 1969 (Rod Laver) cui il leader ambisce, più o meno senza mezze misure. Certo, sulla strada c’è un fantasma, ossia quel Rafa Nadal che ha salutato gli Stati Uniti d’America anzitempo per colpa di una ricaduta al ginocchio, proprio la settimana scorsa a Indian Wells […] «Sono felice che sia Roger che Rafa vogliano interessarsi maggiormente alle cose dell’ATP» ha risposto a domanda il serbo. Il punto è che la parte politica del mondo della racchetta è in fibrillazione, dopo il licenziamento di Chris Kermode, amministratore delegato del sindacato. La storia è nota, essendo stato bocciato il suo lavoro, ritenuto lontano dagli interessi dei giocatori e più vicino invece agli organizzatori dei tornei: la famosa e-mail del canadese Pospisil («Ancora oggi i nostri premi sono meno del 10% dei loro introiti») ha dato il via al cambio. «Il Consiglio dei giocatori è un organo democratico, che rappresenta centinaia di altri giocatori che lo eleggono, quindi non è che decido io, o il consiglio. Non solo: essendo Roger e Rafa esponenti di spicco del nostro sport, è ovvio che la loro opinione venga ascoltata con grande interesse per cui dico a loro ‘benvenuti’, felice che abbiano voglia di migliorare il nostro mondo con la loro esperienza». Infine, l’ultimo pensiero della sua giornata a tutto tondo è di tipo familiare, e riguarda Marko, il fratello minore che ha tentato senza fortuna di seguire le sue orme e che ora ha deciso di intraprendere la carriera di allenatore. «Beh, il tennis è pieno di storie di fratelli e sorelle, no? Io sono contento che Marko ritorni sui campi, e voglio che sia chiaro che io non c’entro nulla con la sua scelta, che è assolutamente indipendente. E sono anche certo che farà un buon lavoro, con i ragazzi che seguirà». Così parlò il leader, ascoltato e rispettato. Da oggi, pero, tutti cercheranno di batterlo senza fargli sconti.

Nell’arena della NFL o sulla pista di F1. Tennis senza confini (Stefano Semeraro, Stampa)

Il maggiore Wingfield, il codificatore del Lawn Tennis, era un tipo scorbutico ma lungimirante. Il suo famoso kit – palle, racchette, rete e picchetti contenuti in una scatola di legno – era adattabile a qualsiasi superficie, dall’erba al ghiaccio (e infatti l’ice tennis fu popolare in America a inizio Novecento). Era convinto di aver inventato il passatempo ideale per le coppiette vittoriane in cerca di svago, e si sarebbe sicuramente stupito nel leggere l’estratto conto di Federer o di Djokovic. Molto meno di vedere un torneo traslocato all’interno di uno stadio di football americano, altro sport nato fra gli Anni 60 e 70 dell’Ottocento, come è capitato al Masters 1000 di Miami. Il centrale (temporaneo) da 15 mila posti da quest’anno si adagia alla Curva Sud dell’Hard Rock Stadium, quello dei Miami Dolphins, gli altri 29 – dicasi ventinove – campi, compreso un Grand Stand da 5000 spettatori, sono invece permanenti, voluti espressamente dal proprietario dei Dolphins, Stephens Ross […] Nel 2014 si è giocato uno Stati Uniti-Inghilterra al Petco Park, la casa dei San Francisco Padres di baseball, la Francia da anni bivacca nel gelido Pierre Morouy, dove gioca il Lille, dopo aver noleggiato anche l’arena romana di Nimes. In Austria nel 1990 si inondò di terra battuta una curva del Prater, e per un match con la Francia persino uno degli hangar dell’aeroporto Schwechat di Vienna. Gli olandesi nel 1994 hanno sfruttato una banchina del porto di Rotterdam, i tedeschi un padiglione della Fiera di Dusseldorf. L’Argentina nel 2007 per ospitare Russia e Germania invase il Monumentalito, il campo di allenamento del River Plate. Gli spagnoli hanno profanato (per l’aficion taurina) persino la Plaza de Toros di Madrid, e chi nel 1992 era a Maceiò per i quarti di finale di Coppa Davis fra Brasile e Italia non ha dimenticato le tribune oscillanti sul bagnasciuga […] l’anno prossimo a Monza un Atp 250 (la stessa categoria di Doha), e per giunta sull’erba, potrebbe essere organizzato sulla pit-lane dell’autodromo, una novità assoluta. La data in ballo è la terza settimana di giugno – alla vigilia di Wimbledon – le concorrenti sono Maiorca e Skurup, in Svezia, mentre il promotore della candidatura è l’ex arbitro Giorgio Tarantola, che ha già raccolto un discreto portfolio di sponsor e un primo testimonial in Marco Cecchinato. L’erba necessaria al centrale e altri altri 5 campi, che sorgerebbero nel paddock della F1, verrebbe srotolata e arrotolata ogni anno. Un prodigio giardiniero di cui il vecchio Wingfield, connazionale di Lewis Hamilton, sarebbe fiero. La sua idea, in un secolo e mezzo, ha saputo mettere radici davvero dappertutto.

ATP di tennis, il governo: Torino è a un passo (Jacopo Ricca – Diego Longhin, Repubblica Torino)

Tutti si dicono fiduciosi, come se le Atp Finals fossero già un appuntamento torinese. I contatti tra Miami, dove il circo del tennis mondiale professionistico si è trasferito dopo il torneo di Indian Wells, Roma, dove ha sede la Fit, e Torino, dove la sindaca Chiara Appendino continua a battersi per portare uno dei tornei più importanti del tennis in città, sono costanti. I sottosegretari pentastellati Simone Valente e Laura Castelli, da un lato, e quello leghista, Giancarlo Giorgetti, dall’altro, sono al lavoro per sistemare gli ultimi dettagli sulle garanzie finanziarie, ma anche Appendino si sta spendendo perché l’impegno del governo si traduca in una fideiussione bancaria del tipo richiesto da Atp. «Sento il presidente della Fit Angelo Binaghi che è fiducioso. Se lo è lui lo sono anch’io. So che c’è da sistemare la vicenda della fideiussione ma se ne sta occupando il Credito sportivo», sottolinea Giorgetti. Il sottosegretario d’altronde collega il sostegno agli Atp al «sì» alla copertura economica alle Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. Per Torino ospitare il torneo di tennis dal 2021 sarà un modo per rimarginare la ferita olimpica. La prima cittadina, anche nei momenti più bui, quando da Roma non arrivavano segnali positivi ma solo indicazioni che facevano pensare che la partita fosse chiusa in negativo, ha continuato a sperare e lavorare per tenere la candidatura in piedi. Il Comune di Torino ha stanziato 1,5 milioni, mentre la Regione lunedì darà, approvandolo in prima Commissione, un contributo pluriennale di 7,5 milioni. Per il 2021 ci sono già 600mila euro iscritti a bilancio […] La certezza su chi ospiterà il torneo dal 2021 non ci sarà prima del 27 marzo, forse il termine potrebbe slittare addirittura al 31 e questo impedisce di dire che i giochi siano fatti per Torino. Una cosa è certa: i giocatori hanno ribadito ancora una volta la contrarietà al trasferimento in Asia dell’ultimo torneo dell’anno, quello che precede il periodo di riposo che la maggior parte di loro passa in Europa. Resta l’incognita di Londra, sede attuale, super favorita fino a quando ha scelto di non fare un’offerta al rialzo come si aspettavano i vertici Atp. Se questa dovesse arrivare all’ultimo potrebbe cambiare le carte in tavola, un po’ come il decreto del governo ha fatto la scorsa settimana per Torino.

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Crivelli). Una terra per due (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 22 maggio 2019

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Rieccolo. Da quel campo mancava da quattro anni, e lo ha ritrovato cambiato, in attesa che dal 2020 abbia anche la copertura. L’ultima apparizione di Roger Federer al Roland Garros datava 2015, quando venne sconfitto in tre set nei quarti da Wawrinka, poi vincitore del titolo. Nel 2016 il Divino rinunciò all’ultimo per i guai alla schiena e a un ginocchio, poi per due stagioni ha programmato un calendario personale senza il rosso europeo primaverile. Ritiratosi da Roma per qualche dolorino alla gamba destra seguito alle due partite in un giorno di giovedì, Federer appena arrivato in Francia ha subito voluto testare le condizioni sue e dello Chatrier, rimanendo in campo quasi due ore con Diego Schwartzman, l’argentino semifinalista agli Internazionali. Lo svizzero sarà testa di serie numero 3 nel secondo Slam stagionale (si parte domenica): come al solito Parigi segue il ranking, con Djokovic e la Osaka a guidare il seeding. Nel sorteggio di domani sera ci saranno anche tre italiani tra le 32 teste di serie: Fognini 9, Cecchinato 17 e Berrettini 30, tutti beneficiati di due posti dalle assenze di Anderson e Isner. Amarezze invece dalle qualificazioni maschili: i tre italiani di giornata sono stati eliminati da avversari francesi. Lorenzi ha perso da Couacaud, Viola da Bourgue e Arnaboldi da Blancaneux. Oggi tornano in campo per il secondo turno Quinzi, Caruso, Napolitano, Travaglia, Mager e Bolelli. Tra le donne passano il primo turno la Paolini (Zaja) e la Treviso (Smitkova), oggi gioca la Gatto Monticone. A Parigi sarà sicuramente accolto da gran signore (eufemismo) Nick Kyrgios, che dopo un allenamento a Wimbledon (cosa c’è di meglio dell’erba per preparare la terra, del resto) con Andy Murray ha postato su Instagram un paragone piuttosto eloquente: «Il Roland Garros rispetto a questo posto è una m…a». Incorreggibile. Intanto si gioca sulla terra nella settimana che porta al Bois de Boulogne. A Ginevra debutto per Alexander Zverev, cui serviva un avversario declinante come Gulbis per concedersi un sorriso, anche se il 6-2 6-1 finale non registra le 9 palle break concesse dal numero 5 del mondo (ne ha salvate 8). A Lione debutto vincente per l’attesissimo AugerAliassime (7-6 7-5 a Millman), mentre Dimitrov conferma la caduta senza fondo perdendo da Delbonis (1-6 6-4 6-2).

 

Una terra per due (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Con i suoi modi pacati, un po’ sornioni, di chi potrebbe saperla lunga ma lascia ad altri l’onere della prova, Marco Cecchinato mise il tennis di fronte a un interrogativo che in pochi, fin lì, si erano sentiti in dovere di porsi. Accadeva al Roland Garros di un anno fa e la domanda suonava più o meno così: quanto talento c’è nell’altro tennis? Il Ceck veniva da lì, dal tennis dove tutti transitano e molti vi restano impigliati, quello dei Challenger, dei Futures, delle palle sgonfie e spelacchiate. E il tennis dei dimenticati, perché chi vi transita lo archivia in un lampo, e chi ci resta non ama gli venga ricordato. Ma lui, il Ceck, spedito da Palermo in Friuli per farsi la pelle dura, che nell’altro tennis aveva già speso cinque anni di carriera, se ne stava nel torneo dei grandi come un geco in attesa di una zanzara ottimista. Il primo fuoriuscito dell’altro tennis a tagliare il traguardo di una semifinale Slam nel Campionato Mondiale sulla terra rossa. Roba che solo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti vi erano riusciti. Una semifinale che fece il pieno di carburante al tennis italiano e lo rilanciò, se è vero che da quelle giornate i nostri si sono appropriati di sette tornei del circuito, fra i quali un Masters 1000 firmato da Fabio Fognini. Ecco, Fognini, Fogna2 come si fa chiamare quando gioca bene. Lui a una semifinale Slam non è mai giunto, e non v’è alcuna spiegazione tecnica per chiarire il mistero. La risposta sta nel non riuscire quasi mai a far coincidere l’immagine che ha di sé con la realtà dei fatti. Insomma, quello che gli è riuscito a Montecarlo. Ma è un fatto, lui quella semifinale la vuole, e vorrebbe anche di più se solo fosse possibile. Il meglio lo ha dato con un quarto di finale a Parigi nel 2011, vinse da infortunato l’ottavo con Montanes e fu costretto al ritiro prima di incontrare Djokovic. Poi sono giunti due ottavi australiani, quattro sedicesimi a Wimbledon e un ottavo anche agli Us Open. Ha fatto di nuovo bene a Parigi però, ripresentandosi negli ottavi un anno fa e continua a sostenere di avere una voglia infinita di mostrarsi nei suoi panni migliori anche in un major. Ne ha facoltà, ma vale la pena chiedersi come vi giunga a questo appuntamento. C’è un problemino muscolare in attesa di soluzione definitiva, il professor Parra che l’ha in cura con i suoi laser, dice che non si tratta proprio di una sciocchezza. Lui si sente pronto, si sta allenando a San Marino con Barazzutti: «La vittoria a Montecarlo ha cambiato le cose, ora vado in campo disteso». Il Ceck dovrà aggirare altri ostacoli. Il 2018 l’ha portato stabile fra i primi 20. Ora lo conoscono. Ma non sarà facile non avvertire la morsa della conferma dalla quale è atteso. Ci sono in ballo 640 punti, metà della sua classifica. «Non ci penso, non voglio preoccuparmi», ha detto a Roma. Ma quel nodo lo incontrerà e dovrà dargli un taglio netto, se non vuole che diventi scorsoio.

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Il mondo di Rafa (Crivelli). Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Semeraro). Un Rafa rinnovato (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 21 maggio 2019

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Il mondo di Rafa. Si fa tutto in famiglia: ecco il vero segreto del fenomeno Nadal (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Non aveva ancora diciotto anni, Rafa, eppure quella scena colpì la sua sensibilità di ragazzo. Era al torneo di Chennai nel 2004 e nel tragitto tra l’hotel e i campi rimase scioccato da quanti bambini vivessero sui marciapiedi in completa indigenza. Ne parlò subito a mamma Ana Maria e da lì si sviluppò l’idea di una Fondazione che aiutasse l’infanzia in difficoltà. L’episodio compendia alla perfezione i due segreti del successo di Nadal, che 15 anni dopo quei giorni in India è riconosciuto come uno dei più grandi eroi della storia dello sport: l’umiltà unita alla generosità e la fede assoluta nella famiglia, non scalfita nemmeno dalla separazione (durata due anni) dei genitori. Come ogni isolano, il legame con le radici è profondissimo: la madre e la fidanzata Xisca Perello (che lui chiama Mary) si occupano della Nadal Foundation, lo zio Toni dopo averlo allenato per quasi trent’anni è il punto di riferimento tecnico dell’Accademia di tennis creata nel 2016 a Maiorca, di cui la sorella minore di Rafa, Maria Isabel, è l’anima organizzativa. E quando non è in giro per tornei, non è raro vedere il vincitore di 17 Slam dietro la scrivania a rispondere al telefono o a ricevere le iscrizioni. Questo senso di appartenenza si sublima in uno staff ristretto ma affiatatissimo, ben lontano dai 70 dipendenti dell’azienda Federer, che lavora insieme fin da quando Nadal era un ragazzetto ed è diventato un rifugio e un parafulmine che dà tranquillità e toglie pressione, non tanto per i risultati, che continuano a essere fenomenali, quanto piuttosto per il sostegno nei momenti critici che sono sempre seguiti ai tanti infortuni dell’attuale numero due del mondo. Quando Toni ha deciso di dedicarsi all’insegnamento nell’Accademia, è stato sostituito da Carlos Moya, già numero uno del mondo e maiorchino pure lui, amico di famiglia che conosce Rafa da quando aveva tredici anni. Come secondo coach, lo affianca l’ex pro’ Francisco Roig, nel team dal 2005. Viene ancora più da lontano (2002) il rapporto con il manager Carlos Costa, cui zio Toni, a inizio anni 90, chiese di dare un’occhiata al nipote sedicenne che gli sembrava promettente. L’ex top ten si occupa della gestione dei contratti di sponsorizzazione: «Io sono come un membro della famiglia e viceversa: a volte capita che quando si inizia a vincere non si ascoltino più le persone che ti stanno intorno, Rafa invece ha una grande capacità di ascoltare». Chiude il cerchio Benito Barbadillo, il manager per la comunicazione, che all’inizio seguiva pure Djokovic ma nel 2010 scelse di stare solo con Nadal. Legami familiari e amici fidati: con questo piccolo drappello ha scalato il mondo, arrivando a guadagnare, con la vittoria di Roma, 106 milioni di euro in carriera […] Ma quando si è trattato di soccorrere gli sfollati della sua Maiorca travolti dall’alluvione di ottobre, si è infilato guanti e stivali e ha cominciato a spalare il fango. Umiltà e altruismo. Campione per sempre.

 

Djokovic e Federer, relax prima di Parigi (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

La sconfitta di Roma non ha danneggiato Novak Djokovic, di sicuro non in classifica: il suo vantaggio su Rafa Nadal, suo avversario nella finale, è addirittura aumentato (12.355 punti contro 7945, più 240 rispetto alla scorsa settimana). La novità più grossa nella top-10 riguarda Stefanos Thistpas, che sale al sesto posto scavalcando Key Nishikori, mentre Marin Cilic scende dal 10° al 13° posto. Nella settimana che precede il Roland Garros i big si rilasseranno. Rafa è da ieri a Maiorca, dove si allenerà alla sua Academy e andrà a pescare prima di spostarsi in Francia, con il serbatoio di motivazioni stracolmo e il mirino già puntato sul 12° titolo al Roland Garros. La finale di Roma ha detto che il Cannibale è tornato quasi sui suoi livelli migliori ma ha anche confortato il Djoker capace comunque di strappare un set e lottare nonostante la stanchezza accumulata nelle due maratone tonno Del Potro e Schwartzman. Federer è a Basilea, dove ieri si è fatto un selfie con Hugh Jackman, l’attore australiano protagonista del musical «The greatest showman», e ha messo in ansia i suoi fan spiegando che il prossimo potrebbe essere non solo il suo ultimo Roland Garros, ma il suo ultimo torneo in assoluto: «Tutti i tornei che gioco possono essere l’ultimo, alla mia età», ha dichiarato all’emittente francese Stade 2. Incrociamo le dita, e speriamo intanto che abbia recuperato dal malanno alla gamba rimediato sui campi del Foro. Djokovic si sta godendo due giorni di relax con la famiglia in Spagna, e da mercoledì si trasferirà a Parigi per riprendere gli allenamenti al Bois de Boulogne […]

Un Rafa rinnovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nadal che fai cesti, come un bambino. Gli tirano la palla sul dritto e lui colpisce, e colpisce, e colpisce. Nadal che stringe la Coppa al fianco, e parla ai microfoni guardandola: la cosa più importante è lei, fa capire. «Vivo per queste vittorie e godermele è ancora la cosa più bella che mi possa capitare». Nadal che esulta come quando era il figlio della giungla, un punto e un salto, con quel pugno sguainato come una spada di Toledo, che gli dà slancio verso il cielo. Nadal che non cambia, che ripete la posa di sempre davanti ai fotografi, mentre morde la Coppa, che perpetua se stesso nel mito dell’unico davvero imbattibile sulla terra rossa. E gli è bastata una vittoria, quest’anno, una soltanto, la prima in stagione, per ricordarlo a tutti. A quattordici anni dalla sua prima apparizione romana, Rafa continua a rappresentare l’approdo ideale del tennis sul mattone, il perfetto insieme di destrezza e forza di volontà che rende accessibili queste lande, altrimenti infeconde e vane per i tanti che ci provano senza essere come lui, ancora oggi unico baricentro del tennis più faticoso che vi sia, lo stesso che con protervia il giovane Nick Kyrgios, tennista e lanciatore di sedie, chiede di cancellare dal calendario, perché fuori luogo, incomprensibile, e così poco democratico. «Tanto, vince uno, e tutti gli altri non sono nessuno». Ma la democrazia va meritata, e questo evidentemente il giovane Kyrgios non lo sa. Rafa i meriti li ha, e continua a coltivali. Alla fine è questo che fa la differenza. È il premier della terra rossa, Nadal, e lo è davvero per tutti. Ha cominciato una stagione rientrando da un infortunio, ma con il preciso intento di migliorare il suo modo di stare in campo, dal servizio fino alla posizione dei piedi. Ha mostrato novità tecniche già a Melbourne, ma ha perso malamente la finale. Non ha cambiato strada, ha insistito, poi ha dovuto fermarsi per l’ennesimo infortunio alle ginocchia, ormai di cristallo. È rientrato a Montecarlo e ha perso da Fabio Fognini, poi a Barcellona «ho toccato il fondo», ha raccontato, «non avevo energie», a Madrid è uscito contro Stefanos Tsitsipas annunciando però di sentirsi sempre più vivo, più incisivo nei colpi. Insomma, più Rafa. E a Roma s è ripreso il suo tennis, quasi per intero quello che con il dritto mancino in lungolinea procura guasti anche nelle difese meglio costruite, quello che senza cercare l’ace si affida a un servizio di straordinaria solidità, quello che con la velocità della corsa collega in un edificio a prova di sisma tutte le parti del suo gioco. Lo ha fatto proponendo maggiori variazioni col servizio, e avvicinandosi alla riga di fondo, nel rispetto delle indicazioni di Carlos Moya sulle quali sta lavorando da inizio stagione. A 33 anni (li compirà durante il Roland Garros) e dopo 15 da professionista. «Credo che Rafa abbia ottenuto la quadratura del cerchio che da tempo cercava», ha scritto su El Mundo Josè Perlas, che è stato coach di Moya, Coria e di Fognini, e oggi lo è di Lajovic, «la forza che ha mostrato nei colpi ha molto a che fare con la sua decisione di avanzare la sua posizione sul campo. È certo più difficile, con i piedi vicino alle righe, caricare la palla di quelle rotazioni che Rafa è solito darle, ciò nonostante lui vi è riuscito aumentando la velocità di impatto sulla palla e anticipando il colpo ai limiti del possibile. E quando Rafa carica di piombo i colpi, crea negli avversari una sensazione profonda di angoscia, li fa sentire in balia di un tennis che trovano insopportabile. Ed è ciò che è capitato anche a Novak Djokovic». Roma lo ha rilanciato, due giorni di pesca a Maiorca serviranno per ricaricare le batterie […] Non fosse arrivata la vittoria di Roma, Nadal si sarebbe trovato ad affrontare il suo torneo fra molte sensazioni sconosciute, e per la prima volta senza una vittoria. Lo ammette: «Il segreto è giocare senza lamentarsi, e prendere quello che c’è di buono nelle vittorie come nelle sconfitte. Ma la finale di Roma mi ha detto che ho ritrovato la strada giusta». Era la fiducia che andava cercando, per rilanciarsi ancora una volta. E rinascere. E ricominciare.

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Rassegna stampa

Foro Italico: il nono successo di Rafa Nadal e la vittoria di Karolina Pliskova (Crivelli, Cocchi, Clerici, Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 20 maggio 2019

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Rafa risorge nel tempio di Roma. Djokovic demolito (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nove sono i gironi dell’inferno. Nove sono i cerchi del paradiso. Il viaggio di Nadal dopo i tormenti marzolini di Indian Wells, con il millesimo ritiro forzato dalle ginocchia martoriate, ha prima conosciuto l’abisso e adesso si sublima nell’ascesa al cielo romano dopo una settimana finalmente perfetta: nono trionfo al Foro Italico e primo torneo vinto da agosto (allora fu a Cincinnati). In vista della messa laica parigina le cui campane suoneranno da domenica, il gran sacerdote della terra è tornato a impartire la sua benedizione trionfale. Un rito celebrato con una prestazione mostruosa: il primo parziale dura appena mezz’ora e per la prima volta nei 54 episodi (e 142 set) della rivalità più sostanziosa della storia del tennis, sul tabellone appare un 6-0. Rafa è troppo, Rafa è tutto: il dritto viaggia a velocità supersoniche, la risposta al servizio tiene Djokovic due metri dietro la riga di fondo, i cambi di ritmo e di angoli sono una sentenza. Nole è reduce da cinque ore e mezza di partita in due turni, e le energie perdute sono tutte in quei rovesci che dovrebbero contrastare il gancio del maiorchino e invece sono mozzarelle senza peso e facili da aggredire.

 

(…).

«Non mi attacco certo alla stanchezza – ammetterà cavallerescamente il Djoker – semplicemente nel primo set mi ha spazzato via, ha giocato un tennis terrificante». Ma quando la generazione irripetibile dei Fab Three lascerà e si analizzeranno le ragioni di un dominio che marcherà in eterno la storia dello sport, non serviranno trattati filosofici: sarà sufficiente ricordare la straordinaria forza mentale di atleti titanici, la loro ribellione all’idea di sconfitta, sempre e comunque. Nole è morto, Nole resuscita perché finalmente si muove meglio, è più incisivo, trova contromisure in risposta mentre Nadal, abbagliato dal traguardo, si scopre troppo frettoloso e non sfrutta le occasioni di break.

(…)

Ma è l’ultimo sussulto, una prodezza figlia di un orgoglio smisurato, che allunga lo show e non cambia il destino di una sfida segnata da quell’inizio sconvolgente: il satanasso di Manacor ottiene il break già nel primo game del terzo set (dal 40-30 per Novak) e si invola intoccabile, completando il cammino di redenzione. Djokovic si arrende tra gli applausi: «Nel secondo set il mio rovescio ha funzionato meglio e io sono stato più dinamico, poi i primi tre-quattro game del terzo set sono stati equilibrati ma sono andati verso di lui solo per dettagli. In generale, però, stavolta è stato più forte di me». E dopo le sanguinose sconfitte a Wimbledon e agli Australian Open, Nadal torna a vincere un confronto diretto contro l’arcirivale, il 26° sorriso di una saga infinita. Con lo zucchero del record nei Masters 1000: adesso per il maiorchino sono 34 vittorie nei tornei di categoria, una in più di Novak. Le parole non bastano più.

(…) Rafa diventa il giocatore con più successi contro un numero uno del mondo, 19, e soprattutto allunga la serie di stagioni con almeno un torneo conquistato, iniziata nel lontanissimo 2004 sulla terra di Sopot. Un’altra resurrezione per un guerriero baciato da un talento atletico mai visto e da un cuore sterminato, eppure spesso martoriato dalla salute. Narrano le cronache che dopo lo stop di Indian Wells, Nadal abbia passato giorni tremendi, con il morale ammaccato e visioni dolorose del futuro. A Montecarlo, dopo la pausa forzata, si è presentato fuori condizione e a Barcellona, dopo il successo in tre set contro Mayer al primo turno, si è sentito perduto. Per sua stessa ammissione, quella è stata la partita peggiore, per energia e convinzione, da tanti anni a questa parte e quando è rientrato in hotel si è isolato, scavando dentro motivazioni che sentiva evaporare. Lì, la forza del gigante ha preso il sopravvento e al mattino è tornato ad allenarsi con furia leonina. (…)

Pliskova: “Non ci credo, ho vinto e ho visto CR7” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Due anni fa Karolina Pliskova era numero 1 del mondo poi, in questo tennis orfano di Serena, dove le protagoniste si alternano senza trovare pace, ha vissuto diversi alti e bassi. La stabilità la sta trovando ora insieme a Conchita Martinez. Ieri la giocatrice della Repubblica Ceca ha battuto in due set Johanna Konta e da oggi è numero 2 al mondo con vista sulla vetta.

Karolina, a Roma arriva la sua vittoria più importante sul rosso. «Mi sembra un miracolo. È fantastico, perché nessuno avrebbe mai immaginato che potessi vincere questo titolo. Nemmeno io ci credevo a dire la verità. Prima di arrivare non ero molto fiduciosa, pensavo che avrei fatto al massimo due partite».

La sua coach è Conchita Martinez che al Foro ha trionfato quattro volte. migliore consigliera non poteva avere. «Sì, anche se non è facile dire a qualcuno come si vince un torneo. Abbiamo lavorato su alcuni aspetti del mio gioco che posso riportare sulla terra. Mi ha consigliato di iniziare un po’ a usare la palla corta, alternare i servizi. Piccole cose ma fondamentali. A questo torneo lei è molto affezionata, credo che abbia anche pregato purché vincessi».

(…)

Dopo la vittoria, prima della premiazione l’abbiamo vista col telefono in mano. Di chi è il primo messaggio? «Della mia gemella Krystina. Ancora adesso la gente fa fatica a distinguerci, siamo molto unite. Credo sia un rapporto completamente diverso da quello che c’è normalmente tra sorelle di età diverse. Siamo entrambe tenniste, cerchiamo di darci supporto a vicenda. (…)

Qual è il ricordo più bello che si porterà via da Roma? «11 match point, il trofeo… Ronaldo». In che senso? «Mio marito è un super appassionato di calcio e mi ha portata a vedere Roma-Juventus. Vedere giocare Ronaldo è una grande emozione, un atleta incredibile. (…)

Per celebrare il successo potrebbe farsi un altro tatuaggio oltre ai quattro che ha già. «Amo moltissimo i tatuaggi, i miei sono tutti polinesiani. Ognuno di noi in famiglia ne ha uno, ma nessuno di questi ha a che fare col tennis». Il Foro resterà tatuato sul cuore.

Nadal eterno ritorno, piega Djokovic e si riprende Roma (Stefano Semeraro, La Stampa)

Chiamatelo l’eterno ritorno del tennis, oppure chiamatelo Rafa Nadal, più o meno è la stessa cosa. Il Cannibale si è preso per la nona volta il Foro Italico, battendo in tre set (6-0, 4-6, 6-1) un’edizione un filo scarica di Novak Djokovic – le due maratone notturne nei quarti e in semifinale contro Del Potro e Schwartzman hanno lasciato il segno – e fra un paio di settimane non ci sarebbe nulla di strano nel vedergli in mano la dodicesima coppa dei Moschettieri. (…). Nel 2019 non aveva ancora stretto nulla, il numero 2 del mondo, sconfitto in Australia sempre da Djokovic, poi a secco in tutti i suoi feudi rossi, da Montecarlo a Barcellona e Madrid. Ma Rafa è una salamandra, una fenice, il mentalist di se stesso. Un moto discontinuo ma perpetuo (…). «Qual è il segreto? Andare in campo ogni giorno, senza lamentarsi se ti senti male, se non giochi bene, le cose non vanno come vorresti o magari devi stare fuori per infortunio».

(…)

Qui è andata meglio giorno dopo giorno. E in finale ho giocato un grande match». Anche statisticamente: nei 140 set precedenti fra i due fenomeni mai c’era stato un 6-0. Il Rafa romano però è tornato da 9 anche in pagella, con il dirittone finalmente a regime, micidiale in lungolinea (l’arma in più contro Djokovic) spietato nel dettare il tempo in cross, nel chiudere con il rovescio. Primo 6-0 contro il serbo «Contro Rafa devi sempre giocare un colpo in più, anche se tiri un vincente», sorride Nole, che resta in testa nel conto della rivalità più ricca dell’era Open (28-26) ma deve cedere al rivale il primato nei Masters 1000 in carriera (34 a 33) e nelle finali degli Internazionali (3-2).

(…)

Rafa del futuro prossimo non vuole parlare («mi godo la coppa di Roma, uno dei tornei che fanno la storia del tennis, prima di Parigi mi rilasserò un po’ andando a pescare»), per Djokovic il Roland Garros, dove spera di continuare il suo sogno di Grande Slam, «sarà un torneo interessante: Thiem può battere chiunque, Fognini ha dimostrato di cosa è capace a Montecarlo. Vedrete, ci divertiremo». Con il permesso del padrone di casa, naturalmente.

Nella città eterna risorge il re Nadal (Gianni Clerici, La Repubblica)

Chi legga il risultato 6-0, 4-6.6-1 in favore di Nadal non avrà dubbi. Nadal è stato, per un pomeriggio importantissimo, più forte del numero uno del mondo. Intorno a me, i rispettivi tifosi avevano però opinioni dissimili. Per cominciare, la stanchezza di Djokovic, che l’aveva mandato in campo vistosamente impallidito, dopo le due partite di tre set contro Del Potro venerdì sera, e quella di sabato contro uno Schwartzman ispirato, tanto da sembrare una controfigura di Ferrer, David.

(…)

Il risultato, tuttavia, mi sembra troppo netto perché considerazioni simili abbiano un valore dialettico. Rafa si è attribuito un primo set (…) in solo trentotto minuti, con trentuno punti a quattordici, dei quali sette conquistati nel quinto game, una sorta di score da primo turno. Nel secondo set quasi tutti abbiamo ricordato i ventotto match a venticinque a vantaggio di Nole.

(…) Ma, da qui in avanti, la vittoria di Nadal avrebbe preso corpo, frustrando anche i tifosi più testardi di Djokovic, costretti a vedere il loro eroe a terra, in un istante simbolico di tutta la vicenda, nel sesto game. Lo sconfitto ha reso onore al rivale: «Rafa era troppo forte oggi. Posso dire che non ero al massimo, che non ho giocato il mio miglior tennis ma sono sono riuscito a gestire la battaglia. Mi prendo questo di buono da questa finale». Invece Nadal ha voluto godersi il primo trionfo della stagione: «Ho recuperato la mia salute, il mio livello, l’energia di cui ho bisogno». Lo spagnolo ha ricordato ancora (anche un po’ seccato) il periodo buio dal quale è uscito e ora si presenterà a Parigi secondo gli onori dovuti: «Dopo Indian Wells è stata dura: sono tomato a Maiorca per curarmi, ho dovuto ancora fermarmi e accettarlo. Tutto qua, ma non voglio parlarne più». Insomma, per concludere, Nadal con il suo spaventoso diritto si è imposto più che nettamente su un Nole Djokovic certo troppo stanco per una gara di corsa (…).

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