Federer rilancia: "Vinco più del 2018" (Zanni). Nadal Academy: dove crescono i campioni di domani (Pastorella, Perosino). Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Rossi). ATP Finals, il governo: Torino è a un passo (Ricca, Longhin)

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Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Zanni). Nadal Academy: dove crescono i campioni di domani (Pastorella, Perosino). Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Rossi). ATP Finals, il governo: Torino è a un passo (Ricca, Longhin)

La rassegna stampa di giovedì 21 marzo 2019

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Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Il tempo passa, i tornei cambiano, anche di sede, ma il più amato dai fan rimane sempre Roger Federer. L’ennesima conferma, ma non ce n’era bisogno, al taglio del nastro dei nuovissimi Miami Open. Lasciata Key Biscayne dopo 31 anni per spostarsi a Miami Gardens, una quarantina di chilometri a nord, ieri si è svolta l’inaugurazione ufficiale del nuovo campus realizzato all’interno (e in quello che era l’enorme parcheggio) dell’Hard Rock Stadium, l’impianto nato per il football americano, ora diventato un grande contenitore sportivo. C’erano la padrona di casa (e anche di una quota dei Dolphins, la franchigia di football americano della città) Serena Williams, poi i due numeri 1, la silenziosa Naomi Osaka e Novak Djokovic, ma l’applausometro è schizzato più in alto quando sul centrale da 14.000 posti (ricavato all’interno del campo da football) ha fatto il suo ingresso Roger il Magnifico. Cori senza confini per lui, dai tifosi statunitensi a quelli argentini. «C’è un po’ di tristezza – ha spiegato Federer – per l’aver lasciato Key Biscayne, ma al tempo stesso anche una grande eccitazione: qui è tutto completamente diverso, con uno stadio dentro a uno stadio. Qualcosa del genere lo si è visto in incontri di Coppa Davis, oppure in alcune esibizioni, mai in un torneo. A Key Biscayne c’era meno spazio, ma era accogliente. Per lasciarlo dovevano avere delle buone ragioni, le conosco in parte e le comprendo. Così è come se si trattasse di un torneo nuovo. Ho già provato il campo, mi sembra che la velocità della superficie sia la stessa Mi ricorda un po’ gli US Open, quando hanno messo il tetto, anche qui ci sarà più ombra». Tre successi a Miami per Federer (2005, 2006 e 2017), il record è di Andre Agassi e Novak Djokovic (sei), e l’anno scorso una inusuale eliminazione al debutto (contro Thanasi Kokkinakis). Ma anche se compirà 38 anni in agosto Federer continua a non sentire il peso dell’età. «Quanti titoli voglio vincere ancora? Beh non altri cento…». Ride Roger prima di riprendere a parlare e candidarsi per un nuovo successo a Miami. «Non lo so quanti, di sicuro voglio vincere ancora, adesso mi sento bene, contento di quanto fatto a Dubai e anche a Indian Wells, ci sono andato molto vicino, in definitiva è più facile ora di quando ero più giovane. Spero di avere altre opportunità, l’importante è stare bene fisicamente, essere felice quando si gioca ed è quello che sento ora, direi un buon segno per il futuro». Insomma nessuna minaccia di ritiro… «Senza risultati, gioia di giocare e la buona salute, certo non potrebbe funzionare. Ho bisogno di tutto questo, ma fino a quando continuo a vincere rimango nel tour. Ho un team fantastico, una moglie meravigliosa, quattro figli, nel circuito passo bei momenti e la cosa più importante è poi produrre buoni risultati quando scendo in campo». E il 2019 dovrà essere più vincente del 2018. «Certo, il mio obiettivo è di fare meglio dell’anno scorso – ha ribadito – Anche a Miami ovviamente, visto che dodici mesi fa sono uscito subito» […]

Rafa Nadal Academy: ecco dove crescono i campioni di domani (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

 

Il Paradiso del tennis sognato sta in un posto un po’ brullo di un’isola bellissima, Palma di Maiorca. Manacor, non siamo ipocriti, non meriterebbe nemmeno una visita, ma ha un grosso pregio. Anzi due: ha dato i Natali a Rafael Nadal ed è stata scelta dal tennista spagnolo per aprire la sua Academy, primo e unico esempio di giocatore in attività che pensa alle generazioni future. Tanto basta per farla diventare l’ombelico del mondo per una marea di ragazzini (e una buona “ondata” di adulti) che da due anni e mezzo hanno cominciato a frequentarla. Alla Rafa Nadal Academy, nel programma annuale, si può essere accettati dai 12 ai 17 anni. Il costo è elevato (56 mila euro la retta), ma ci si trova al top non solo del tennis, con istruttori di primissimo livello, ma anche nella scuola, dove è stata scelta la partnership con l’American International School, un’eccellenza in grado di portare gli studenti-tennisti a poter entrare nelle più prestigiose università statunitensi, spesso con una borsa di studio sportiva. «Al momento abbiamo 140 ragazzi, provenienti da più di trenta paesi differenti in rappresentanza di tutti i continenti – ci spiega Maria Julve Garrido, del dipartimento Gruppi ed Eventi della Rafa Nadal Academy -. Lo studio non è affatto secondario, anzi: i ragazzi sono seguiti e devono ottenere risultati anche sui libri, altrimenti scattano le sanzioni. Non tutti da grandi vogliono fare i tennisti, non tutti sognano una classifica ATP o WTA: c’è anche chi è qui per studiare e fare sport». E proprio questo è uno dei motivi che ha convinto Rafael Nadal ad aprire un centro simile: a troppi tennisti (e sportivi ingenerale) non è consentito praticare sport agonistico e studiare. L’Accademia serve anche a questo. I ragazzi vivono, studiano e mangiano in una palazzina a parte, riservata esclusivamente a loro, dove hanno anche una sala fitness, una sala giochi. E stanze rigorosamente doppie. La capienza è di 200 persone, attualmente è occupato al 70% e proprio per questo si sta ancora meglio. D’estate le stanze si svuotano e vengono subito riempite da chi aderisce al Summer Camp: una full immersion nell’Academy più esclusiva. L’altra palazzina, invece, quella nella quale all’ingresso appare gigantesca l’immagine di Rafa in una delle sue posizioni più amate dagli appassionati, è in realtà un hotel a cinque stelle (quattro nella catalogazione spagnola, ma possiamo garantire il livello elevatissimo) riservato a chi invece sceglie l’Academy per uno stage settimanale o bisettimanale. Adulti e bambini sono accolti e coccolati: quando vanno a giocare a tennis, vengono seguiti dagli stessi istruttori destinati ad allenare i big. Tra gli 11 e i 18 anni, i corsi prevedono 22 ore settimanali sul campo, più 6 ore di preparazione atletica e ancora 7 ore di attività su “Come si diventa un campione”. Per i più grandi, le ore di allenamento diventano 12, più 5 di preparazione atletica: non più di tre alunni per maestro. Nelle pause dal tennis, una fantastica spa offre ogni genere di confort, la palestra è dotata delle attrezzatura più sofisticate, la piscina coperta e quella scoperta garantiscono relax e a tavola è meglio controllarsi, sennò poi in campo si fatica il doppio. Imperdibile la visita al Rafa Nadal Museum Experience […] Anche l’Italia sta scoprendo la Rafa Nadal Academy, grazie al pressante lavoro di Simone Neri, responsabile dell’Accademia per il nostro Paese: «[…] Vogliamo riuscire a trasmettere l’idea dei molteplici programmi di allenamento che abbiamo, per tutti i livelli di tennis, da quello professionale a quello amatoriale […] Abbiamo poi ben quattro tornei Future 15.000 dollari, che aprono in gennaio la stagione agonistica professionale, tre tornei ITF Senior, il nuovissimo Challenger a fine agosto e i tornei giovanili Ten Pro, che stanno riscuotendo un grande successo tra i ragazzi di tutta Europa. Credo davvero ci sia la possibilità di portare in Academy tanti tennisti Italiani, per un torneo o per un periodo di allenamento più o meno lungo. Tutti quelli che stanno già venendo, rimangono estasiati dal livello e dall’atmosfera talvolta surreale che si respira. Entrare da vicino nel mondo di Rafa significa scoprire quei valori importantissimi, che sono poi stati il segreto della sua formidabile carriera. Credo che ognuno di noi se li possa un po’ cucire addosso, rielaborarli e assaporarne il gusto, sulla propria pelle».

La lezione di zio Toni: “Tirala sempre dentro. Non complicarti la vita” (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

Come Rafa, anche i Nadal del futuro crescono sotto l’occhio attento di zio Toni. Era il punto di riferimento fino a due anni fa del campione spagnolo, adesso plasma i 140 aspiranti campioni, maschi e femmine, spagnoli e non, all’interno di quel gioiello sportivo che è la Rafa Nadal Academy di Manacor, a una cinquantina di chilometri da Palma, isola di Maiorca. «È stata un’idea di Sebastian, mio fratello e padre di Rafa, cioè costruire un polo sportivo che potesse veicolare il nome di Nadal nel mondo, ma al tempo stesso di essere un centro di incontro per tutti i bambini di Manacor e dintorni, la sua e la nostra terra. A circa due anni e mezzo dall’apertura siamo soddisfatti. Tutto si può migliorare, ovviamente, ma giorno dopo giorno l’accademia cresce nel rispetto di un principio basilare al quale teniamo molto: consentire ai ragazzi di praticare sport studiando e di studiare praticando sport. Quello che Rafa, quando era giovane, non ha potuto fare», spiega Toni Nadal affacciato sul centrale dell’Academy. Per quasi due decenni è stato l’ombra di Rafa in tutti i campi del mondo condividendo con lui sconfitte, poche, e storici trionfi, un’enormità soprattutto al Roland Garros di Parigi dove insegue la magia numero 11, ma sempre con grande compostezza. Poi la decisione di assumere la responsabilità del progetto: «Sono direttore e supervisore dell’Academy. Sono sempre stato un maniaco dell’allenamento, mi piace intervenire, dare consigli ed essere coinvolto nella crescita. Come i maestri nelle scuole, decidiamo le fortune dei nostri allievi. Mi piaceva molto lavorare con un solo atleta, mio nipote, adesso vivo intensamente il piacere di lavorare con tanti. Certo, mi manca l’adrenalina della partita vissuta nel box a bordo campo e confesso che il primo anno è stata dura seguire le partite di Rafa in televisione, a distanza, ma ora mi sento realizzato. Le mie più grandi emozioni al suo fianco? Mi ha emozionato vederlo vincere tanto, il primo e il decimo Roland Garros oppure Wimbledon, ma nella mia memoria è ancora impressa l’emozione di quando tredicenne giocava al Tennis Club Manacor». La Rafa Nadal Academy non è solo una fucina di atleti più o meno promettenti, ma è soprattutto un’idea di sport costruita intorno ad una filosofia con la quale Toni Nadal ha disegnato e accompagnato il trionfale percorso agonistico di Rafa: «Ognuno di noi è consapevole delle proprie qualità, può avere una sensazione e cercare in tutti i modi di assecondarla in ogni singolo allenamento o partita. Federer, per esempio, sapeva di essere Federer sin da quando aveva iniziato la sua carriera, soprattutto perché intimamente ci si proietta sempre verso un futuro ottimistico fatto di vittorie e successi. Nessuno prefigura per se stesso il contrario, sarebbe assurdo. È un percorso mentale importante attraverso il quale ognuno può costruire il proprio percorso. E in questo diventa fondamentale essere presi per mano da istruttori preparati: in questa fase di crescita diventa fondamentale il compromesso tra maestro e allievo. La funzione di un allenatore non è solo cosa dice, ma soprattutto come lo dice e quando lo dice. Credo molto nell’intensità fisica e mentale, non credo nella tecnologia perché proprio non riesco a stare ore davanti a un video ad analizzare movimenti o tecniche. La mia filosofia è semplice: ‘Tirala dentro e non complicarti la vita’. L’avversario non è mai un nemico, Djokovic e Federer sono stati dei rivali con i quali a volte è andata bene, a volte male, ma la sconfitta non è mai stata una tragedia. Io tifo Barcellona, ma non sono contro il Real Madrid». […] Non è una equazione esatta allenarsi alla Rafa Nadal Academy e diventare in automatico campioni. Ma in soli due anni i primi frutti si sono visti attraverso giocatori e giocatrici che stanno scalando le classifiche mondiali: «Jaume Munar, che è di Felanitx, a due passi da Manacor, è venuto da noi che gravitava intorno al numero 280 del mondo e oggi è a ridosso dei primi 50. È un atleta ancora in formazione, sulla palla è agile e unisce bene tecnica e atletismo, ma difetta ancora del colpo vincente che chiude lo scambio. Gli ho insegnato a non accontentarsi mai e a motivarsi nella vita di sportivo, poi toccherà a lui trovare le chiavi per migliorarsi ancora. È stata una grande soddisfazione l’ingresso del norvegese Casper Ruud nei primi cento: un ragazzo d’oro con una famiglia molto educata al fianco. Gli manca un po’ di grinta, però nel suo futuro vedo delle possibilità importanti. Ma proprio in questi giorni stiamo vivendo con grande gioia i successi di una ragazza che può veramente diventare una top ten: la spagnola Rosa Vicens Mas che a 18 anni ha già vinto un Futures e da numero 650 è approdata in semifinale a Tunisi. E poi c’è Pedro Vives, ha 16 anni e viene ad allenarsi da noi da Maiorca. Rafa vede in lui delle qualità e per questo motivo lo chiama spesso a fargli da sparring. Vediamo se saprà cogliere l’occasioni per migliorare se stesso e il suo gioco». Zio Toni non nasconde di essere un tradizionalista, il tennis del futuro lo lascia perplesso e fortemente contrariato: «Non mi piacciono affatto le nuove regole della Next Gen. Il tennis non si adatta ai tempi moderni come hanno fatto la pallavolo o il calcio. La gente vuole novità che abbiano un impatto immediato sul gioco, ma questo non è possibile nel nostro sport. Anche per la Coppa Davis ero molto legato alla vecchia formula, più bella e più avvincente, ma riconosco che nel calendario di oggi un cambiamento, purtroppo, era inevitabile. Quello che non sopporto è il giudizio frettoloso di Federer che ha bollato la figura di Gerard Piqué, artefice con la sua società della rivoluzione del format che riunirà in un’unica sede, nel 2019 sarà a Madrid, le 18 finaliste, come ‘un calciatore che non dovrebbe occuparsi di tennis’. A me pare incredibile che un uomo di sport debba essere etichettato in questo modo. Rafa la pensa come me e, infatti, sarà in campo per difendere i colori della Spagna».

Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Paolo Rossi, Repubblica)

Un Novak Djokovic a trecentosessanta gradi ha aperto le danze dell’ultimo torneo che si gioca oltreoceano, prima che l’Europa si prenda il tennis per la primavera e l’estate. Il serbo, nel giorno inaugurale del Master 1000 di Miami, ha parlato un po’ di tutto. Perfino una battuta sul suo nuovo compagno di doppio, un certo Fabio Fognini. «Quando abbiamo giocato ci siamo parlati in italiano. E mi sembra che a Indian Wells non sia andata malissimo, e anzi volevamo rifarlo qui a Miami ma non è stato possibile per una serie di ragioni che è troppo lungo spiegare ora e non vorrei annoiarvi». Ecco, Miami, nuova di zecca: ha cambiato casa, lasciando Key Biscayne per il tempio dei Dolphins, la squadra di football […] «A me è piaciuto, i colori e tutto il resto» ha detto il serbo promuovendo senza alcun dubbio lo sforzo organizzativo, ma in fondo Djokovic è in conflitto di interessi affettivo, con questa città della Florida. «È che io qui ho vinto il mio primo torneo importante, un fatto che mi ha dato energia per il prosieguo della mia carriera, ha fatto sì che poi tutte le cose capitassero a cascata. Ecco, per cui quando io vengo qui per me è un reimmergermi in un fiume di ricordi belli e positivi che mi danno carica». Un Djokovic tirato a lucido, che ha in mente un solo e unico obiettivo: Parigi, il secondo passo verso il Grande Slam che non viene realizzato dal 1969 (Rod Laver) cui il leader ambisce, più o meno senza mezze misure. Certo, sulla strada c’è un fantasma, ossia quel Rafa Nadal che ha salutato gli Stati Uniti d’America anzitempo per colpa di una ricaduta al ginocchio, proprio la settimana scorsa a Indian Wells […] «Sono felice che sia Roger che Rafa vogliano interessarsi maggiormente alle cose dell’ATP» ha risposto a domanda il serbo. Il punto è che la parte politica del mondo della racchetta è in fibrillazione, dopo il licenziamento di Chris Kermode, amministratore delegato del sindacato. La storia è nota, essendo stato bocciato il suo lavoro, ritenuto lontano dagli interessi dei giocatori e più vicino invece agli organizzatori dei tornei: la famosa e-mail del canadese Pospisil («Ancora oggi i nostri premi sono meno del 10% dei loro introiti») ha dato il via al cambio. «Il Consiglio dei giocatori è un organo democratico, che rappresenta centinaia di altri giocatori che lo eleggono, quindi non è che decido io, o il consiglio. Non solo: essendo Roger e Rafa esponenti di spicco del nostro sport, è ovvio che la loro opinione venga ascoltata con grande interesse per cui dico a loro ‘benvenuti’, felice che abbiano voglia di migliorare il nostro mondo con la loro esperienza». Infine, l’ultimo pensiero della sua giornata a tutto tondo è di tipo familiare, e riguarda Marko, il fratello minore che ha tentato senza fortuna di seguire le sue orme e che ora ha deciso di intraprendere la carriera di allenatore. «Beh, il tennis è pieno di storie di fratelli e sorelle, no? Io sono contento che Marko ritorni sui campi, e voglio che sia chiaro che io non c’entro nulla con la sua scelta, che è assolutamente indipendente. E sono anche certo che farà un buon lavoro, con i ragazzi che seguirà». Così parlò il leader, ascoltato e rispettato. Da oggi, pero, tutti cercheranno di batterlo senza fargli sconti.

Nell’arena della NFL o sulla pista di F1. Tennis senza confini (Stefano Semeraro, Stampa)

Il maggiore Wingfield, il codificatore del Lawn Tennis, era un tipo scorbutico ma lungimirante. Il suo famoso kit – palle, racchette, rete e picchetti contenuti in una scatola di legno – era adattabile a qualsiasi superficie, dall’erba al ghiaccio (e infatti l’ice tennis fu popolare in America a inizio Novecento). Era convinto di aver inventato il passatempo ideale per le coppiette vittoriane in cerca di svago, e si sarebbe sicuramente stupito nel leggere l’estratto conto di Federer o di Djokovic. Molto meno di vedere un torneo traslocato all’interno di uno stadio di football americano, altro sport nato fra gli Anni 60 e 70 dell’Ottocento, come è capitato al Masters 1000 di Miami. Il centrale (temporaneo) da 15 mila posti da quest’anno si adagia alla Curva Sud dell’Hard Rock Stadium, quello dei Miami Dolphins, gli altri 29 – dicasi ventinove – campi, compreso un Grand Stand da 5000 spettatori, sono invece permanenti, voluti espressamente dal proprietario dei Dolphins, Stephens Ross […] Nel 2014 si è giocato uno Stati Uniti-Inghilterra al Petco Park, la casa dei San Francisco Padres di baseball, la Francia da anni bivacca nel gelido Pierre Morouy, dove gioca il Lille, dopo aver noleggiato anche l’arena romana di Nimes. In Austria nel 1990 si inondò di terra battuta una curva del Prater, e per un match con la Francia persino uno degli hangar dell’aeroporto Schwechat di Vienna. Gli olandesi nel 1994 hanno sfruttato una banchina del porto di Rotterdam, i tedeschi un padiglione della Fiera di Dusseldorf. L’Argentina nel 2007 per ospitare Russia e Germania invase il Monumentalito, il campo di allenamento del River Plate. Gli spagnoli hanno profanato (per l’aficion taurina) persino la Plaza de Toros di Madrid, e chi nel 1992 era a Maceiò per i quarti di finale di Coppa Davis fra Brasile e Italia non ha dimenticato le tribune oscillanti sul bagnasciuga […] l’anno prossimo a Monza un Atp 250 (la stessa categoria di Doha), e per giunta sull’erba, potrebbe essere organizzato sulla pit-lane dell’autodromo, una novità assoluta. La data in ballo è la terza settimana di giugno – alla vigilia di Wimbledon – le concorrenti sono Maiorca e Skurup, in Svezia, mentre il promotore della candidatura è l’ex arbitro Giorgio Tarantola, che ha già raccolto un discreto portfolio di sponsor e un primo testimonial in Marco Cecchinato. L’erba necessaria al centrale e altri altri 5 campi, che sorgerebbero nel paddock della F1, verrebbe srotolata e arrotolata ogni anno. Un prodigio giardiniero di cui il vecchio Wingfield, connazionale di Lewis Hamilton, sarebbe fiero. La sua idea, in un secolo e mezzo, ha saputo mettere radici davvero dappertutto.

ATP di tennis, il governo: Torino è a un passo (Jacopo Ricca – Diego Longhin, Repubblica Torino)

Tutti si dicono fiduciosi, come se le Atp Finals fossero già un appuntamento torinese. I contatti tra Miami, dove il circo del tennis mondiale professionistico si è trasferito dopo il torneo di Indian Wells, Roma, dove ha sede la Fit, e Torino, dove la sindaca Chiara Appendino continua a battersi per portare uno dei tornei più importanti del tennis in città, sono costanti. I sottosegretari pentastellati Simone Valente e Laura Castelli, da un lato, e quello leghista, Giancarlo Giorgetti, dall’altro, sono al lavoro per sistemare gli ultimi dettagli sulle garanzie finanziarie, ma anche Appendino si sta spendendo perché l’impegno del governo si traduca in una fideiussione bancaria del tipo richiesto da Atp. «Sento il presidente della Fit Angelo Binaghi che è fiducioso. Se lo è lui lo sono anch’io. So che c’è da sistemare la vicenda della fideiussione ma se ne sta occupando il Credito sportivo», sottolinea Giorgetti. Il sottosegretario d’altronde collega il sostegno agli Atp al «sì» alla copertura economica alle Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. Per Torino ospitare il torneo di tennis dal 2021 sarà un modo per rimarginare la ferita olimpica. La prima cittadina, anche nei momenti più bui, quando da Roma non arrivavano segnali positivi ma solo indicazioni che facevano pensare che la partita fosse chiusa in negativo, ha continuato a sperare e lavorare per tenere la candidatura in piedi. Il Comune di Torino ha stanziato 1,5 milioni, mentre la Regione lunedì darà, approvandolo in prima Commissione, un contributo pluriennale di 7,5 milioni. Per il 2021 ci sono già 600mila euro iscritti a bilancio […] La certezza su chi ospiterà il torneo dal 2021 non ci sarà prima del 27 marzo, forse il termine potrebbe slittare addirittura al 31 e questo impedisce di dire che i giochi siano fatti per Torino. Una cosa è certa: i giocatori hanno ribadito ancora una volta la contrarietà al trasferimento in Asia dell’ultimo torneo dell’anno, quello che precede il periodo di riposo che la maggior parte di loro passa in Europa. Resta l’incognita di Londra, sede attuale, super favorita fino a quando ha scelto di non fare un’offerta al rialzo come si aspettavano i vertici Atp. Se questa dovesse arrivare all’ultimo potrebbe cambiare le carte in tavola, un po’ come il decreto del governo ha fatto la scorsa settimana per Torino.

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Trionfa Medvedev (Crivelli). Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Mancuso). Crazy tennis (Clerici)

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Trionfa Medvedev. Settimana perfetta dell’Orso di Mosca (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La settimana perfetta di Medvevev si conclude come era da pronostico dopo che in semifinale aveva ribaltato il match con Djokovic da un set sotto e 0-30 sul 3-3 del secondo set: con un successo combattuto ma sostanzialmente mai in discussione su Goffin, che regala all’Orso russo (medved significa appunto orso nella lingua di Tolstoj) il primo sorriso in un Masters 1000 e soprattutto il numero 5 della classifica. Da oggi, Daniil è il più in alto della tanto celebrata Next Gen, di cui rappresenta l’archetipo contrario rispetto agli strombazzati Tsitsipas e Shapovalov: pochissima vita sui social, una moglie (Daria) già a carico e una straordinaria etica lavorativa, che lo ha portato a migliorare a grandi passi, soprattutto al servizio. Che a Cincinnati è stato l’arma letale, togliendolo sempre dagli impicci. Medvedev è il giocatore più caldo del momento (tre finali in tre settimane, finalmente si è tolto la scimmia dopo i k.o. di Washington e Montreal) e quello con più vittorie in stagione, 44.

 

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Tra le donne, vittoria della Keys, al primo Premier 5 in carriera.

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Avrebbe tutto per rimanere costantemente al top: un servizio che spacca e colpi molto pesanti da fondo, ma non è mai stata una tigre nei momenti caldi di una partita o di una stagione. È vero, ha giocato una finale Slam a New York nel 2017, ma è stata travolta dalla Stephens e comunque ci si immaginava che alla sua età (24 anni) si fosse già costruita un palmarès da star. Ecco dunque che il trionfo in Ohio ci consegna una giocatrice che finalmente è stata aggressiva quando si è scoperta spalle al muro: la Kuznetsova è stata in vantaggio 5-3 in entrambi i set, ma a quel punto Madison ha alzato l’intensità del gioco ed è uscita dal pantano con 13 ace e 45 vincenti. Chapeau.

Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Angelo Mancuso, Il Messaggero)

Attenuanti generiche. Dopo il ko in semifinale al Masters 1000 di Cincinnati, Djokovic si concentra sugli US Open: «Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo, sarò pronto per New York». Manca una settimana esatta all’ultimo Slam della stagione e il n.1 era al rientro dopo il trionfo a Wimbledon e con il riacutizzarsi del dolore al gomito destro: contro Medvedev ha dominato per un set e mezzo, poi la risposta migliore del pianeta si è inceppata e il talentuoso russo classe 1996 ha messo la freccia (3-6 6-3 6-3). Allarmanti le condizioni di Federer: probabilmente avrebbe avuto bisogno di qualche giorno in più per digerire la sbornia dei 2 match point falliti contro Djokovic nella finale dei Championships. King Roger nel caldo umido di Cincinnati è apparso lento e spaesato e ha incassato una brutta sconfitta già al 3° turno contro Rublev.

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Sempre in tema di Fab Three, Nadal si è chiamato fuori dalla mischia in Ohio dopo aver vinto però a Toronto. GOSSIP In attesa di rivederlo sul cemento degli US Open, gli appassionati di gossip conoscono la data delle nozze con Xisca Perello: la cerimonia si terrà sabato 19 ottobre a Pollensa (…).

Crazy tennis (Gianni Clerici, La Repubblica)

A Cincinnati — Ohio — il tennista australiano Nick Kyrgios, durante il suo match contro il russo Karen Khachanov, n. 9 in classifica, è stato multato di ben 113 mila dollari per otto infrazioni antisportive (…).

Non sorprenderà il lettore che abbia ammirato Kyrgios a Roma scagliare sul campo una sedia durante gli ultimi Internazionali, o me stesso, la prima volta che lo vidi in Australia (…). Fu quella volta, in cui trovò modo di prendersela soltanto con una bottiglietta, che il collega australiano che mi accompagnava mi fece notare quanto dovesse essere difficile il ruolo di “new australian”, come vengono definiti i conquistatori della nuova nazionalità. «Kyrgios — disse l’amico — non ha solo un papà greco, ma una mamma malese».

(…) Scrivo queste cose dopo una presentazione di un mio libretto, Il Tennis nell’Arte, del quale avrete letto forse, se abitate in Lombardia, una intervista di un altro innamorato del tennis, Carlo Annovazzi. (…) Parlando di Kyrgios, il collega mi domandò se nella mia lunga vita sui campi fossi stato testimone di qualche altra vicenda sconveniente, e mi venne in mente il nome, oltre che di McEnroe, di Cecchino Romanoni, che durante la guerra si era trasferito in Portogallo per evitare il servizio militare, era cocainomane e trasportava la droga in un foro praticato nel manico delle racchette di legno. Fu forse sotto l’effetto della cocaina che l’esaltazione della vittoria lo portò a un comportamento che non ebbe mai un suo eguale sui court. Romanoni fu considerato “Il più bel rovescio italiano degli Anni Quaranta”, e pure io lo ammirai, ma la storia mi venne raccontata dall’autore cinematografico e teatrale Franco Brusati, che lo battè sorprendentemente ad un torneo milanese del 1942, l’anno della conquista di Romanoni del titolo italiano. Brusati, autore di film quali Pane e Cioccolata e Dimenticare Venezia, avrebbe avuto la benevolenza di giocare con me negli Anni Cinquanta, e mi avrebbe raccontato che Romanoni, ingaggiato nella troupe americana di Bobby Riggs, n. 1 Usa durante la guerra, esaltato dalla sua prima vittoria sullo stesso Riggs, iniziò a masturbarsi a fine match su un Centrale di Buenos Aires. Fu soltanto un accenno, perché qualcuno fortunatamente intervenne, e la vicenda fu lungi dal causare le conseguenze che stanno costando tesori e riprovazione a Kyrgios, al quale farebbe bene essere seguito da un consigliere più che da un allenatore. Così come sarebbe stato utile a McEnroe, per evitare le abituali liti con gli arbitri che racconta nella sua biografia You cannot be serious, una genitrice meno materna di sua mamma Kathy, per non essere giunto all’espulsione da socio di Wimbledon. L’espulsione fu conseguente ad una attesa che si era protratta troppo a lungo della moglie del presidente del Queen’s Club. Dopo aver atteso una ventina di minuti che Mac finisse il suo allenamento, la presidentessa si decise a ricordargli, molto gentilmente, di aver prenotato il campo, e quel gentiluomo le mostrò il manico della racchetta, e le suggerì, con un sorriso ironico, di farne un uso davvero intimo

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Un analogo fenomeno di cattiva educazione accadde anche a me, giocatore certo immeritevole di rimanere nella storia del tennis. Nella finale del torneo di Nizza, negli anni Cinquanta, il mio avversario di doppio, il numero 1 americano Bartzen, prese a chiamarmi tra un punto e l’altro “piccolo giocatore”, o addirittura “incapace”. Dopo una decina di volte, persi la pazienza, e scavalcai le rete. Avrei tanto desiderato colpirlo con una racchettata, ma mi sentii sollevare dalle manone del mio partner Orlando Sirola, un due metri colossale, che mi riportò al di là della rete, nel nostro campo.

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

La rassegna stampa di domenica 18 agosto 2019

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte ritornano. Nell’invasione russa dei primi anni Duemila, guidata dalla zarina Sharapova, Svetlana Kuznetsova da San Pietroburgo sembrava destinata a un ruolo d’avanguardia, ben oltre il bottino comunque lussuoso di due Slam, a New York nel 2004 (anno in cui, oltre a lei, la Myskina vinse a Parigi e Masha a Wimbledon da diciassettenne) e al Roland Garros nel 2009. Ingiocabile da fondo nelle giornate di grazia, perché dritto e rovescio per lei pari sono, Sveta ha pagato in carriera una certa propensione agli agi extracampo e una cura non proprio maniacale del proprio corpo, che le ha procurato una discreta serie di problemi fisici, ultimo un infortunio a un ginocchio che l’ha tenuta ferma sette mesi e l’ha fatta scivolare oltre il centesimo posto in classifica, lei che vanta un best ranking al n. 2 nel settembre 2007. Avrebbe dovuto debuttare nei tornei statunitensi già a Washington, dove difendeva il titolo 2018, ma la colpevole richiesta tardiva del visto per gli Usa non le ha permesso di iscriversi, facendola crollare ancora di più nel ranking. Da numero 153 mondiale ha avuto una wild card a Cincinnati e fin qui ha messo insieme una settimana dai sapori antichi, perché per arrivare in finale ha battuto tre top ten di fila: Stephens, Pliskova e Barty. Non solo: ha deciso la numero uno della nuova classifica e quindi indirettamente la prima testa di serie agli Us Open, perché i suoi successi sulla ceca nei quarti e sull’australiana in semifinale le hanno private dell’opportunità di prendere la vetta e ci hanno lasciato la Osaka (che intanto si è ritirata contro la Kenin per problemi a un ginocchio). A 34 anni, è cambiato lo spirito, grazie anche al ritorno con il vecchio allenatore, Carlos Martinez: «Ritardare l’arrivo negli Usa alla fine mi ha aiutato, perché ho dormito una settimana in più nel mio letto. Non pensavo di essere già a questo livello, ma adesso mi diverto e non ho pressioni». […]

Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

 

Quattro azzurri al via. A Winston-Salem, in North Carolina, parte questa sera il torneo che vede tra gli altri al via Andy Murray, grazie ad una wild card, che affronterà al primo turno lo statunitense Tennys Sandgren. Il torinese Lorenzo Sonego, n. 47 del mondo, è l’unico ad essere testa di serie, condizione che gli permetterà di partire dal secondo turno. Non si conosce ancora il nome del suo primo avversario. Più difficile il percorso degli altri italiani in gara: Thomas Fabbiano esordirà contro Andrey Rublev, reduce dalla vittoria contro Roger Federer a Cincinnati. Andreas Seppi se la vedrà con il ceco Tomas Berdych, giocatore sempre temibile che però ha giocato molto poco negli ultimi due mesi. L’ultima partita vinta risale a febbraio e la sua condizione di forma rappresenta una vera incognita. Resta Marco Cecchinato, che viene da un lungo digiuno di vittorie. L’ultima volta fu a Roma, a metà maggio, contro De Minaur. Il siciliano sarà opposto ad Alexander Bubilk, giovane kazako. A New York invece sarà impegnata Camila Giorgi contro la russa Margarita Gasparyan. La russa è una giocatrice ostica che fa della potenza la sua arma migliore. Il Bronx Open è una novità nel circuito WTA. Testa di serie n. 1 sarà Qiang Wang, n.17 del mondo. Intanto a Cincinnati, Svetlana Kuznetsova ha ritrovato il suo miglior tennis. La ex numero due del mondo (2007), dopo aver battuto Sloane Stephens e Karolina Pliskova, ha sconfitto anche Ashleigh Barty, conquistando il pass per la finale del “Western e Southern Open. La 34enne russa, attualmente al numero 153 del ranking Wta a causa di alcuni problemi fisici, ha superato l’australiana, numero uno del tabellone e numero due Wta, col punteggio di 6-2 6-4.

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Rassegna stampa

Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

La rassegna stampa del 17 agosto

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Stefano Semeraro, La Stampa)

Sessantadue minuti. Roger Federer non perdeva così in fretta da sedici anni, dal primo turno di Sydney contro Franco Squillari nel 2003, 6-2 6-3 in cinquantaquattro minuti: un infortunio di gioventù, anche se il gaucho Squillari è uno dei non moltissimi che il Genio possono dire di averlo sempre battuto (2 volte su 2, la prima ad Amburgo nel 2001). Aveva 21 anni, Roger, e non aveva ancora vinto (quasi) niente. La lezioncina (6-3 6-4) rimediata giovedì a Cincinnati dal 21enne Andrey Rublev solleva problemi diversi, considerato che oggi di anni Ruggero ne ha 38, che il Masters 1000 dell’Ohio negli ultimi tre lustri lo ha vinto sette volte, e che appena un mesetto fa nella finale di Wimbledon più lunga della storia si era mangiato due matchpoint contro il numero 1 del mondo fallendo di un amen, anzi due, il 21esimo Slam. Che succede, campione? Ci dobbiamo preoccupare? «Io ho avuto problemi fin dall’inizio, Andrey ha giocato benissimo», ha spiegato il numero 1 emerito (e 3 reale) del mondo». Non ha sbagliato niente ed era dappertutto. Mi ha impressionato». Verissimo. […] «Non ha ancora smaltito la delusione di Wimbledon», sostengono i Federeriani Affranti. «Le giornate passate in camper a giocare con i gemelli e a mangiare le torte di Mirka non aiutano la preparazione», ribattono i Federeriani Speranzosi. A Cincy però Roger un turno lo aveva comunque giocato, e sbrigato anche abbastanza brillantemente, contro Londero. Un Federeriano Equilibrato concluderebbe che a 38 anni le giornate storte, inevitabilmente, sono più frequenti che a 21. Che bisogna farci l’abitudine. E sperare che agli Us Open, dove arriverà con appena due partite di rodaggio sul cemento, il Patriarca riesca a produrre altri miracoli. Senza mettere il timer alla Provvidenza

Kyrgios, non c’è limite al peggio. Ora anche l’Australia lo scarica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Prigioniero del suo personaggio, dei suoi fantasmi, della sua nomea di cattivo ragazzo irrecuperabile. Nick Kyrgios ci ha anche giocato, in carriera, quasi che gli show circensi in campo servissero a mantenere desta la fiamma di una passione per il tennis mai veramente coltivata nonostante un talento fuori dall’ordinario. Ma ciò che è accaduto mercoledì a Cincinnati segna probabilmente il superamento definitivo dei confini della decenza. E anche i tanti ammiratori del Kid di Canberra stavolta non hanno potuto derubricare l’evento alla solita mattana. Multa record. La cronaca è presto fatta: sul 4-4 del match di secondo turno contro Khachanov, Kyrgios prende un warning dall’arbitro irlandese Fergus per time violation (25″) sul servizio. Il momento è delicato e il richiamo diventa la scintilla che manda l’australiano ai matti: «Trovami un video in cui Nadal serve così velocemente e io mi tappo la bocca per sempre», dirà d’acchito al giudice di sedia. Cominciando una battaglia personale con Murphy, più volte definito «stupido» e «il peggiore del mondo». Perso il secondo set al tie break, Nick a un certo punto lascerà il campo senza permesso per spaccare due racchette nel tunnel degli spogliatoi, rifiuterà di rispondere a un servizio e sputerà in direzione dell’arbitro alla fine della partita (persa), senza dargli la mano. Alla fine, collezionerà otto violazioni (quattro condotte non sportive, uscita dal campo non permessa, oscenità udibile e abuso verbale) per un totale di 113.000 dollari di multa (102.000 euro), ben superiori ai 39.200 dollari (35.300 euro) del montepremi per l’eliminazione al secondo turno. […] Australia in guerra. Kyrgios venne già sospeso otto settimane nei 2016, dopo le accuse di scarso impegno al torneo di Shanghai, fino a oggi lo zenit delle sue follie, cui si aggiungono molteplici episodi, dagli insulti a Wawrinka sull’onorabilità della fidanzata alla sedia lanciata in campo (con relativa squalifica) agli Internazionali d’Italia a maggio. Ma la notte dell’Ohio colma la misura e i più arrabbiati sono proprio i connazionali australiani. Tony Jones, veterano dei giornalisti tv di Nine (che trasmette gli Australian Open) non ha usato mezze misure: «Nick è un imbarazzo per il nostro sport e credo anche per lo sport mondiale. L’Atp dovrebbe finalmente mostrare la spina dorsale e usare la mano pesante, impedendogli di partecipare ai prossimi Us Open». Parole di fuoco anche da Richard Ings, ex capo dell’antidoping aussie e soprattutto già giudice di sedia nel tennis: «Un atteggiamento spregevole, da idiota. Nessun arbitro si merita di essere trattato come ha fatto Kyrgios». Anche i giornali hanno abbandonato ogni cautela e The Australian ha definito la scenata di Cincinnati «la più vigliacca mai vista, un bambino che perde il controllo e ha un attacco d’ira». Il Sydney Daily Telegraph, invece, ha parlato di «show che ha toccato un nuovo punto più basso». Soprattutto, Kyrgios sembra aver perso la stima anche di chi lo ha sempre difeso, come Andy Murray, uno dei pochi amici del circuito: «Quello che ha fatto Washington due settimane (vittoria nel torneo con partite spettacolari, ndr) è stato sublime, ciò che ha fatto a Cincinnati è da dimenticare in fretta». Ma il tempo della comprensione è finito.

Kyrgios più croce che delizia. Rischia una lunga squalifica (Gaia Picardi, Corriere della Sera)

Lancio della palla: warning. Uscita dal campo non autorizzata: 3 mila dollari. Oscenità udibile: 5 mila. Abuso verbale: 20 mila. Più cinque ammonizioni per condotta antisportiva: 85 mila. Totale: 113 mila dollari di multa. È costato caro a Nicholas Hilmy Kyrgios detto Nick, 24 anni, talento australiano di padre greco e madre malese, irascibile n.27 della classifica mondiale, il secondo turno del torneo di Cincinnati (dove ahinoi ha perso anche Federer con Rublev). E quel che è peggio — ammesso che al reprobo freghi qualcosa — è che l’Atp ha aperto un’indagine (come fece con Fognini dopo gli insulti sessisti alla giudice all’Open Usa 2017) per verificare se il comportamento di Kyrgios dopo la sconfitta con Khachanov (incluso lo sputo al giudice di sedia Fergus Murphy) configuri una «major offense» che giustifichi una squalifica. Siamo punto a capo. Il tennis si spacca di nuovo davanti al comportamento bipolare del più selvaggio dei giovani aspiranti campioni, nell’arco di pochi giorni capace di conquistare il torneo di Washington (sesto titolo Atp) deliziando il pubblico con colpi impossibili e addirittura coinvolgendolo («Devo servire al centro o a uscire?» la sua gag sul match point con uno spettatore delle prime file) e poi di uscire da quello di Cincinnati tra fischi di sdegno e le critiche di mezzo mondo. […] «A volte perde la testa per la frustrazione di non riuscire ad esprimere il suo enorme potenziale — spiega l’amico Andy Murray —, ma fuori dal campo è un bravo ragazzo con un grande cuore. Spero che riesca a risolvere i suoi problemi». Anche gli specialisti si erano arresi: già nell’ottobre 2016, dopo un’orribile sceneggiata a Shanghai (match platealmente buttato via con Zverev: «Mi stavo annoiando»), Kyrgios aveva patteggiato una squalifica con tre settimane di stop per andare in cura da uno psicologo. Tutto inutile. La lista dei misfatti, con le racchette rotte (un classico) e lo sputo di Cincinnati, si allunga. Se giocare con sufficienza e svogliatezza è ormai un cliché (in carriera ha accumulato multe su multe), celebri rimangono la frase sibilata a Wawrinka a Montreal 2015 («Kokkinakis si è portato a letto la tua fidanzata!» alludendo alla tennista croata Donna Vekic), il gesto osceno durante la semifinale 2018 al Queen’s, le pallate al corpo degli avversari (contro Nadal a Wimbledon lo scorso luglio, dopo essersi vantato di aver passato la vigilia al pub: «Se mi scuso con Rafa? No, con i soldi che guadagna può prendere una palla sul petto…») e mille altre mattane che hanno fatto inorridire, tra gli altri, John Newcombe, grande vecchio del tennis aussie: «Kyrgios? Pessimo esempio per i bambini, non rappresenta i nostri valori sportivi». Il più gentile, su twitter, lo chiama «stupido bambino irritante». Alla prossima puntata.

Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon” (Carlo Annovazzi, La Repubblica)

Il signore del tennis continua ad amare la sua passione come la prima volta. Gianni Clerici è un instancabile osservatore e cantore del gioco della racchetta, la sua ultima battaglia è la creazione di un circolo della pallacorda con l’istituzione del club delle Balette, ovvero le palline con le quali si giocava al tennis prima che la gomma fosse scoperta in Sudamerica. […] Che lui ha cercato e, quando possibile, acquistato in giro per il mondo e che ha raccolto in un libro “Il tennis nell’arte — Racconti di quadri e sculture dall’antichità ad oggi”, uscito per Mondadori nella metà bassa dello scorso anno. Stasera Clerici, firma di Repubblica, ne parlerà a Zelbio nel festival curato da Armando Besio, con lui la storica di arte antica Milena Naldi. Premessa. Nelle interviste si dà rigorosamente del lei. Ma stavolta dobbiamo andare oltre le regole, giusto? «Dobbiamo darci del tu, siamo sulla stessa barca». Bene, via allora. Qual è, Gianni, il pezzo artistico di cui vai più fiero? «Il primo è un quadro che purtroppo non mi appartiene. È di un pittore fiammingo, Lucas Gassel, del 1540. Ce ne sono nove copie in giro per il mondo, una è al Louvre, tre a Londra. In primo piano ci sono le figure di Davide e Uria, il marito di Betsabea. Sullo sfondo, come in secondo piano, si vede una sorta di campo di tennis. È il protoquadro del tennis. Ma io non lo possiedo, ahimè. Pensa che una copia l’aveva una famiglia di Como, la corteggiai ma mi chiesero 70 milioni negli anni Sessanta e non li avevo. La prima vera opera d’arte che ritrae il tennis, però, è in Spagna». Dove? «Nella cattedrale di Barcellona. Un bassorilievo ligneo firmato Pere Salgada, in una sedia del coro si riconoscono due monaci con due simil racchette. Me lo ha fatto scoprire una bambina figlia di un collega che segue il tennis. Non lo aveva mai notato nessuno perché quando la cattedrale è aperta li si siede il coro. Il periodo è tra il 1394 e il 1399». Ma il tennis è ancora arte? «Probabilmente lo è ancora. Anche se non ne sono sicurissimo». E perché? «Perché non è più stato rappresentato nell’arte. Non ci sono quadri che ritraggono un contemporaneo, che so, Venus e Serena Williams, Rod Laver. Ormai solo fotografie. È questo mi fa dubitare che il tennis possa essere ancora percepito come arte». Chi è stato il più artista degli infiniti giocatori che hai visto? «È una bellissima domanda a cui però non so rispondere, citandone uno farei torto a un altro». Don Budge? «Mah, lui è stato uno dei più grandi ma aveva mutuato il gesto dal baseball e non so se possiamo definire arte un colpo di baseball, forse si». Qual è invece il luogo di tennis più artistico? «Wimbledon. Perché lì c’è tutto, la storia visto che è nato nel 1874, io non mi ricordo quasi il mio anno di nascita invece quello di Wimbledon mi viene di getto e questo significa quanto io vi sia legato. C’è il museo, ci sono i campi in erba, c’è sempre un torneo dello Slam. Dopo Wimbledon, direi Newport». Dove tu sei protagonista. «Protagonista è eccessivo ma sì, sono nella Hall of Fame in quel bellissimo museo del tennis grazie ai 500 anni di tennis che è, dei ventotto, il mio scritto più famoso al mondo. Il presidente Todd Martin, ex giocatore, è un amico, è stato a casa mia a vedere la collezione e vorrebbe portarla proprio nel museo di Newport, visto che in Italia nessuno ha mostrato interesse. E poi come terzo luogo c’è Forest Hills, raffinatissimo». Gianni, dopo così tanti anni che cosa è ancora per te il tennis? «Un vizio, un’abitudine. Le ore che ho trascorso in o presso un campo sono la mia vita». A Zelbio Alle ore 21 Gianni Clerici parlerà di tennis, di arte e del suo libro edito da Mondadori a Zelbio Cult, giunto alla dodicesima edizione

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