La danza del rovescio monomano (piccolo excursus)

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La danza del rovescio monomano (piccolo excursus)

L’eleganza del colpo sempre più raro e i suoi grandi interpreti del passato e del presente: una forma d’arte che non può morire

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Justine Henin - Wimbledon 2010 (foto @Gianni Ciaccia)
 

Sguardo fisso. Piede in avanti. Posizionamento del corpo laterale. Si annodano le braccia, flettono le gambe. Contrarsi. Caricare. Esplodere. Un balletto russo, una marziale arte. Il rovescio monomano.

Justine Henin, ostinatamente in direzione contraria. 1 m, 67 cm di altezza, 57 kg di peso. Garbo che risponde alla brutalità, la grettezza si sconfigge con l’eleganza. Non può altro. È la sua fortuna. Justine danza in una cristalleria e non fa cadere nulla. Rovescio ad una mano, gemma più vistosa tra le tante di cui dispone. Datemi una mano, giocherò un rovescio e vi dominerò il mondo. Le fu dato. Vinse 7 titoli dello Slam. Una vita privata ed un gomito tormentati, una carriera breve. Una magnifica coreografia lunga non abbastanza.

Amelie Mauresmo, un rovescio della stessa materia di quello di Justine. Maggiore fisicità, pari tormento fuori dal campo. Amelie ha gran fisico e grosse spalle. Su di esse è caricato il peso della tradizione classica del tennis. Un meraviglioso mondo in via di scomparsa quello di Amelie, popolato da danzatrici monomano, di varietà, fantasia, gioco di volo. Il mondo della generazione delle Goolagoong e di quelle che l’hanno preceduta, dei rovesci cechi di approccio alla rete di Navratilova, Mandlikova e Novotna, di quello total back di Steffi Graf, della sbracciata di Gabriela Sabatini e di quella spagnola ma erbivora di Conchita Martinez. Un mondo alla cui ricerca si son perse Gasparyan, Golubic, Suarez Navarro, Maria.

John McEnroe era un genio e come tale non può essere imitato. Interprete della danza del rovescio mancino monomano come Laver, ne esasperò la diabolicità, inscenando coreografie in un tempio antico dal colonnato in stile corinzio dove prima regnava il dorico.

John McEnroe – Australian Open 1989 (foto @Gianni Ciaccia)

Anni ’70. Si affermano i primi rovesci bimani seriali. Jimmy Connors, Chris Evert e Bjorn Borg. Gli ultimi due, loro malgrado, danno vita ad una vera mania imitativa. Non che prima non ci fossero stati tennisti bimani ma serve un testimonial forte per fare un trend. Le bambine iniziano a giocare come Evert, i maschi provano a sentirsi Borg, vestendo anche uguale. Nasce la scuola svedese.

Stefan Edberg è svedese, ma gioca australiano. Da bambino come tutti in patria, impugna dal lato rovescio con presa bimane. Ha propensione alla rete il piccolo Stefan. Un maestro in probabile stato lisergico, vede dove altri non vedono e intuisce che quella propensione deve essere assecondata da un rovescio monomano. Nasce uno dei migliori interpreti del tennis al rovescio, al rimbalzo o al volo che sia. Stefan è nato al rovescio e non vuol certo morir diritto, colpo che non imparerà mai se non ad adattarlo benissimo sui campi veloci e alla risposta al servizio. Da coach, offrirà i suoi insegnamenti a Roger Federer, aiutandone a trasformare il tennis basato essenzialmente sullo schema servizio-diritto in una danza anticipata e di rete di cui un rovescio tutto nuovo in spinta sulle punte e rivolto in avanti ne è parte essenziale. Ivan Ljubicic, altro gran rovescio tradizionale da giocatore, ne avrebbe ereditato il lavoro, perfezionandolo.

Danza il Federer 2.0 e con lui la Svizzera intera, paese neutrale, paradiso fiscale, di orologiai e di sublimi interpreti del rovescio monomano. Stan Wawrinka ne è l’eroe. Tira forte Stanimal con una massima di Beckett tatuata sul braccio a ricordargli che sbagliando si impara a sbagliar meglio. Se Roger è la grazia, il balletto classico, Stan è la personalizzazione di una haka maori. Viktorija Golubic prende appunti e ne fa sfoggio.

Roger Federer – Australian Open 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

L’Italia confina con la Svizzera e di rovesci la sua storia ne è piena, nel tennis e fuori. Nel tennis, specie ad una mano. In copertina Adriano Panatta con le sue coreografie di back seguiti a rete e di volèe alte di rovescio. A lui coevi, i compagni di Davis Barazzutti, Zugarelli, ottimi colpitori dal lato sinistro e Paolo Bertolucci, uno dei più bei rovesci dell’epoca. A seguire negli anni, il turbo rovescio di Paolo Canè, quello oscurato da un diritto mostruoso di Omar Camporese, quello meno della seconda parte del proprio cognome di Pescosolido, quelli che non ti aspetti di Caratti e Furlan, quelli in slow motion mancina di Pozzi e Santopadre, quello di Volandri che chissà se avesse giocato di rovescio anche diritto e servizio, quello bello di Bolelli.

Marco Cecchinato, tirando rovesci alla Kuerten, ha raggiunto le semi al Roland Garros, una storia che non vuole interrompersi, e che insegna che ad una mano eppur si può. Farina, Grande, Garbin, Vinci, ultime tra le donne. Sul trono la leonessa Francesca Schiavone, predicatrice vincente di un verbo passato nel teatro di Parigi.

La fine degli ’80 ed inizio dei ‘90 segnano l’affermazione diffusa del rovescio bimane. C’è chi non vuol morire. Pezzi di storia del tennis, sacche di resistenza. Becker e la risposta bloccata del giardiniere ed il suo alter ego Edberg, Stich, Krajceck, i mancini Muster, Korda, Leconte e Forget, Cash, Rafter e la tradizione australiana, Guga Kuerten e la sua Capoeira al rovescio. Chi gioca ad una mano è un sognatore, un visionario, uno sbagliato, un (mono)maniaco. Shalken, Philippousis, Haas, Ljubicic, Gasquet, Almagro, Youzny, Gonzales, Feliciano Lopez, Kolschreiber, Dimitrov, Copil, Thiem gente che deve avere Omero sul comodino e la passione del mito e degli eroi.

Pete Sampras è uno dei massimi danzatori della storia del tennis. Una danza fatta di balzi, acrobazie, scatti fulminei. Imprevedibilità. Esplosività alternata a passi felpati, gentili. Movenze feline. Serve & volley. Ha un rovescio jazz Pete. Colpito ad una mano, va a sprazzi, ad ondate. Folate di improvvisazione talentuosa e geniale. L’effervescenza totale di cui è composto il suo tennis, fa sì che il suo colpo a rovescio, non nella fase offensiva, al volo o di risposta al servizio, venga visto come un colpo del repertorio “minore”. Ma possono gli Dei aver qualcosa definibile come “minore”?

Pete Sampras – US Open 2002 (foto @Gianni Ciaccia)

Sogna di diventare Roger Federer il ragazzino che litiga col maestro per giocare il rovescio ad una mano. La danza ha bisogno di interpreti assoluti per poter appassionare e sopravvivere, soprattutto in un mondo che la richiede sempre meno. Roger Federer ha una funzione ben più importante delle vittorie, tramandare il tennis classico alle generazioni che verranno. La sua purezza stilistica e tecnica, la sua eleganza anche nei comportamenti, oltre le vittorie e i record, glielo consentono.

Nulla si distrugge, tutto si modifica, molto lo si prova a conservare per non mandarlo disperso. Danza al rovescio Denis Shapovalov. Mancino, erede dei Laver, dei McEnroe e soprattutto di Henry Leconte, folle genio con la kriptnonite nel braccio. Colpisce come pochi Denis braccio veloce, con la variante tutta moderna del colpire anche al salto. A lui si affianca la classicità di Stefanos Tsitsipas, cresciuto a pane e Sampras/Federer. L’accademia della danza del rovescio monomano è nelle loro mani, il gesto più bianco tra i bianchi è nella loro mano ed in quella ancora da arrivare, di Lorenzo Musetti. Forse non tutto è perduto per i monomaniaci. Almeno non ancora.

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