La danza del rovescio monomano (piccolo excursus)

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La danza del rovescio monomano (piccolo excursus)

L’eleganza del colpo sempre più raro e i suoi grandi interpreti del passato e del presente: una forma d’arte che non può morire

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Justine Henin - Wimbledon 2010 (foto @Gianni Ciaccia)

Sguardo fisso. Piede in avanti. Posizionamento del corpo laterale. Si annodano le braccia, flettono le gambe. Contrarsi. Caricare. Esplodere. Un balletto russo, una marziale arte. Il rovescio monomano.

Justine Henin, ostinatamente in direzione contraria. 1 m, 67 cm di altezza, 57 kg di peso. Garbo che risponde alla brutalità, la grettezza si sconfigge con l’eleganza. Non può altro. È la sua fortuna. Justine danza in una cristalleria e non fa cadere nulla. Rovescio ad una mano, gemma più vistosa tra le tante di cui dispone. Datemi una mano, giocherò un rovescio e vi dominerò il mondo. Le fu dato. Vinse 7 titoli dello Slam. Una vita privata ed un gomito tormentati, una carriera breve. Una magnifica coreografia lunga non abbastanza.

Amelie Mauresmo, un rovescio della stessa materia di quello di Justine. Maggiore fisicità, pari tormento fuori dal campo. Amelie ha gran fisico e grosse spalle. Su di esse è caricato il peso della tradizione classica del tennis. Un meraviglioso mondo in via di scomparsa quello di Amelie, popolato da danzatrici monomano, di varietà, fantasia, gioco di volo. Il mondo della generazione delle Goolagoong e di quelle che l’hanno preceduta, dei rovesci cechi di approccio alla rete di Navratilova, Mandlikova e Novotna, di quello total back di Steffi Graf, della sbracciata di Gabriela Sabatini e di quella spagnola ma erbivora di Conchita Martinez. Un mondo alla cui ricerca si son perse Gasparyan, Golubic, Suarez Navarro, Maria.

 

John McEnroe era un genio e come tale non può essere imitato. Interprete della danza del rovescio mancino monomano come Laver, ne esasperò la diabolicità, inscenando coreografie in un tempio antico dal colonnato in stile corinzio dove prima regnava il dorico.

John McEnroe – Australian Open 1989 (foto @Gianni Ciaccia)

Anni ’70. Si affermano i primi rovesci bimani seriali. Jimmy Connors, Chris Evert e Bjorn Borg. Gli ultimi due, loro malgrado, danno vita ad una vera mania imitativa. Non che prima non ci fossero stati tennisti bimani ma serve un testimonial forte per fare un trend. Le bambine iniziano a giocare come Evert, i maschi provano a sentirsi Borg, vestendo anche uguale. Nasce la scuola svedese.

Stefan Edberg è svedese, ma gioca australiano. Da bambino come tutti in patria, impugna dal lato rovescio con presa bimane. Ha propensione alla rete il piccolo Stefan. Un maestro in probabile stato lisergico, vede dove altri non vedono e intuisce che quella propensione deve essere assecondata da un rovescio monomano. Nasce uno dei migliori interpreti del tennis al rovescio, al rimbalzo o al volo che sia. Stefan è nato al rovescio e non vuol certo morir diritto, colpo che non imparerà mai se non ad adattarlo benissimo sui campi veloci e alla risposta al servizio. Da coach, offrirà i suoi insegnamenti a Roger Federer, aiutandone a trasformare il tennis basato essenzialmente sullo schema servizio-diritto in una danza anticipata e di rete di cui un rovescio tutto nuovo in spinta sulle punte e rivolto in avanti ne è parte essenziale. Ivan Ljubicic, altro gran rovescio tradizionale da giocatore, ne avrebbe ereditato il lavoro, perfezionandolo.

Danza il Federer 2.0 e con lui la Svizzera intera, paese neutrale, paradiso fiscale, di orologiai e di sublimi interpreti del rovescio monomano. Stan Wawrinka ne è l’eroe. Tira forte Stanimal con una massima di Beckett tatuata sul braccio a ricordargli che sbagliando si impara a sbagliar meglio. Se Roger è la grazia, il balletto classico, Stan è la personalizzazione di una haka maori. Viktorija Golubic prende appunti e ne fa sfoggio.

Roger Federer – Australian Open 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

L’Italia confina con la Svizzera e di rovesci la sua storia ne è piena, nel tennis e fuori. Nel tennis, specie ad una mano. In copertina Adriano Panatta con le sue coreografie di back seguiti a rete e di volèe alte di rovescio. A lui coevi, i compagni di Davis Barazzutti, Zugarelli, ottimi colpitori dal lato sinistro e Paolo Bertolucci, uno dei più bei rovesci dell’epoca. A seguire negli anni, il turbo rovescio di Paolo Canè, quello oscurato da un diritto mostruoso di Omar Camporese, quello meno della seconda parte del proprio cognome di Pescosolido, quelli che non ti aspetti di Caratti e Furlan, quelli in slow motion mancina di Pozzi e Santopadre, quello di Volandri che chissà se avesse giocato di rovescio anche diritto e servizio, quello bello di Bolelli.

Marco Cecchinato, tirando rovesci alla Kuerten, ha raggiunto le semi al Roland Garros, una storia che non vuole interrompersi, e che insegna che ad una mano eppur si può. Farina, Grande, Garbin, Vinci, ultime tra le donne. Sul trono la leonessa Francesca Schiavone, predicatrice vincente di un verbo passato nel teatro di Parigi.

La fine degli ’80 ed inizio dei ‘90 segnano l’affermazione diffusa del rovescio bimane. C’è chi non vuol morire. Pezzi di storia del tennis, sacche di resistenza. Becker e la risposta bloccata del giardiniere ed il suo alter ego Edberg, Stich, Krajceck, i mancini Muster, Korda, Leconte e Forget, Cash, Rafter e la tradizione australiana, Guga Kuerten e la sua Capoeira al rovescio. Chi gioca ad una mano è un sognatore, un visionario, uno sbagliato, un (mono)maniaco. Shalken, Philippousis, Haas, Ljubicic, Gasquet, Almagro, Youzny, Gonzales, Feliciano Lopez, Kolschreiber, Dimitrov, Copil, Thiem gente che deve avere Omero sul comodino e la passione del mito e degli eroi.

Pete Sampras è uno dei massimi danzatori della storia del tennis. Una danza fatta di balzi, acrobazie, scatti fulminei. Imprevedibilità. Esplosività alternata a passi felpati, gentili. Movenze feline. Serve & volley. Ha un rovescio jazz Pete. Colpito ad una mano, va a sprazzi, ad ondate. Folate di improvvisazione talentuosa e geniale. L’effervescenza totale di cui è composto il suo tennis, fa sì che il suo colpo a rovescio, non nella fase offensiva, al volo o di risposta al servizio, venga visto come un colpo del repertorio “minore”. Ma possono gli Dei aver qualcosa definibile come “minore”?

Pete Sampras – US Open 2002 (foto @Gianni Ciaccia)

Sogna di diventare Roger Federer il ragazzino che litiga col maestro per giocare il rovescio ad una mano. La danza ha bisogno di interpreti assoluti per poter appassionare e sopravvivere, soprattutto in un mondo che la richiede sempre meno. Roger Federer ha una funzione ben più importante delle vittorie, tramandare il tennis classico alle generazioni che verranno. La sua purezza stilistica e tecnica, la sua eleganza anche nei comportamenti, oltre le vittorie e i record, glielo consentono.

Nulla si distrugge, tutto si modifica, molto lo si prova a conservare per non mandarlo disperso. Danza al rovescio Denis Shapovalov. Mancino, erede dei Laver, dei McEnroe e soprattutto di Henry Leconte, folle genio con la kriptnonite nel braccio. Colpisce come pochi Denis braccio veloce, con la variante tutta moderna del colpire anche al salto. A lui si affianca la classicità di Stefanos Tsitsipas, cresciuto a pane e Sampras/Federer. L’accademia della danza del rovescio monomano è nelle loro mani, il gesto più bianco tra i bianchi è nella loro mano ed in quella ancora da arrivare, di Lorenzo Musetti. Forse non tutto è perduto per i monomaniaci. Almeno non ancora.

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WTA Palermo: Ruse non sa più perdere, 12° vittoria di fila e finale contro Collins

PALERMO – La giocatrice rumena centra la seconda finale consecutiva dopo il titolo di Amburgo. Sfiderà ancora Collins, sconfitta ai quarti in Germania

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C’è aria di sport (e pani câ meusa, da assaggiare al mercato Vucciria) anche a Palermo, a oltre diecimila chilometri di distanza dall’epicentro sportivo di queste due settimane, Tokyo, dove si stanno disputando le Olimpiadi. Poco più di quatto ore complessive sono servite per scoprire che la finale della 32° edizione del Palermo Ladies Open sarà un affare tra Danielle Collins – alla prima finale sulla terra battuta, cerca ancora il primo titolo WTA – ed Elena Gabriela Ruse, che sembra aver disimparato la sconfitta e ha vinto la 12° partita consecutiva. Campionessa ad Amburgo partendo dalle qualificazioni, è in finale qui in Sicilia (passata sempre attraverso le forche caudine delle quali) dove ha vinto però una partita in meno, in virtù del ritiro di Teichmann agli ottavi.

Partiamo proprio dalla vittoria di Ruse, che delle quattro ore di gioco odierne ne ha occupate ben tre. A fare da co-protagonista Oceane Dodin, che aveva vinto il primo set ed era riuscita a frenare la rimonta della sua avversaria in ben due momenti del secondo set, salvo poi perdere – a zero – il tie-break che avrebbe potuto darle la vittoria e crollare quindi nel terzo set. Non una partita dai contenuti tecnici memorabili – ne sono prova i ben 22 doppi falli della giocatrice francese, che nel resto del torneo ne aveva commessi altri 30 – ma una partita che si è fatta via via appassionante, e anche più godibile in virtù del sole sempre meno aggressivo.

Dodin era la giocatrice più potente in campo, o quantomeno quella capace di esprimere la maggior velocità sul singolo colpo, ma tante volte l’abbiamo vista sotterrare malamente entrambi i colpi di rimbalzo. Ruse non ha giocato una gran partita, ha anche accusato un mezzo malore dopo il quinto game del secondo set (era in vantaggio di un break, immediatamente svanito al ritorno in campo) a seguito del quale le è stata misurata la pressione, ma sul fatto che lei volesse vincerla più dell’avversaria non c’è mai stato dubbio. Ben incitata dal suo box e da alcuni tifosi dislocati nel resto delle tribune, Ruse ha largamente superato quota venti c’mon nel corso della partita, sbuffato ad ogni errore, incenerito con lo sguardo un gruppo di tifosi troppo rumorosi e proferito a mezza voce qualche frase in rumeno che certamente non aveva i contorni dell’Ave Maria. Dopo aver convertito il match point, ha liberato un urlo tanto acuto da costringere il cameraman a proteggersi dietro l’obiettivo.

 

Insomma, ha tenuto la scena dall’inizio alla fine. Dimostrando grandi doti di mobilità, capacità di colpire in corsa e maggiore abitudine a lavorare la palla per mandare in tilt il fragilissimo cannone avversario. 23 anni, fisico non statuario ma agile e funzionale al suo gioco di rimessa, Ruse forse non diventerà mai una star. Ma probabilmente è destinata a rimanere per tutta la carriera una di quelle giocatrici che non vuoi mai affrontare, specie sulla terra battuta.

Sono morta!” – ha detto Ruse a fine match, – “Ad essere onesta, pensavo che mi sarei ritirata perché mi sentivo davvero male sin dall’inizio. Mi girava la testa, non riesco a immaginare cosa sia successo. Sono così felice di essere in un’altra finale, significa molto per me. Voglio ringraziare il mio allenatore, la mia famiglia, tutti i miei allenatori romeni. Un ringraziamento speciale al mio allenatore di Bucarest e ai miei amici italiani che vengono qui ogni giorno per sostenermi“.

Ha avuto molto meno bisogno di mettere in mostra le sue doti di lottatrice Danielle Collins, che dopo i primi venti minuti disputati a un livello molto alto – da entrambe le giocatrici – nella seconda semifinale contro Shuai Zhang ha alzato di netto i giri del motore, quando era sotto 4-2, finendo per vincere dieci dei successivi tredici game. Decisamente più solida con il servizio (7 ace e il 76% di prime difese, pur avendone messe in campo solo una su due), a un certo punto Danielle ha ritrovato nel borsone il dritto smarrito e ha fatto quello che deve fare la numero uno del seeding, vincere d’autorità. Zhang ha ripreso a colpire qualche buon vincente sul calare del secondo set, col cielo di Palermo ormai scuro, ma Collins aveva smarrito del tutto la voglia di scherzare – ammesso ne abbia, quando va in campo (ci permettiamo di dubitare, visto il temperamento) – e si è presa la finale.

Danielle Collins

La giornata si è poi conclusa lì, perché l’after suitable rest che avrebbe dovuto separare la fine del match dall’inizio della semifinale di doppio con la stessa Zhang in campo si è prolungato ad libitum fino all’annuncio del ritiro della cinese, troppo stanca per scendere in campo dopo le 22.

Sarà quindi ancora Collins vs Ruse, come una settimana fa ad Amburgo con vittoria della rumena in tre set. Oltre al logico sentimento di rivalsa, Danielle (Rose) Collins avrà probabilmente voglia di togliersi dalla spalla la scimmia dei zero tituli in carriera, che per una giocatrice che ha trascorso buona parte degli ultimi tre anni in top 50 è un peccatuccio che deve essere corretto. Sarebbe un peccato, questa volta nostro, dimenticare che in questi mesi ha subito prima una diagnosi di artrite reumatoide e poi quella di endometriosi, storia quest’ultima che si è messa alle spalle appena due mesi fa. Giocherà la sua prima finale in carriera, mentre per la sua avversaria sarà la seconda (ma entrambe negli ultimi sette giorni). Vinca la migliore: si giocherà alle 19:30, col sole basso, alleluja. Anche perché la spiaggia di Mondello dista appena un paio di chilometri e forse è opportuno farci un salto.

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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ATP

Vit Kopriva stupisce ancora: è in semifinale all’ATP di Gstaad

Il tennista ceco conferma la bella vittoria con Shapovalov lasciando un solo game a Ymer. Gaston annulla 4 match point a Garin

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La vittoria su Denis Shapovalov negli ottavi di finale non è stata un caso. Il 24enne Vit Kopriva è l’uomo della settimana all’ATP 250 di Gstaad. Il tennista ceco ha vinto i match di qualificazione per il torneo svizzero e ha potuto fare il suo debutto in un evento ATP. Nel suo primo quarto di finale in carriera nel circuito maggiore, sfidava il classe 1998 Mikael Ymer. Il giovane svedese aveva tutti i favori del pronostico, ma è entrato in campo con un atteggiamento molto remissivo. Kopriva invece, forte della striscia di vittorie inanellata negli ultimi giorni, ha dominato la partita, soprattutto con il dritto. Ymer non ha avuto la pazienza necessaria per tenere il palleggio e non è mai entrato nel match.

Kopriva ha chiuso 6-1 6-0 in appena 51 minuti. È il secondo giocatore che nel 2021 riesce a raggiungere le semifinali al suo primo torneo ATP (Juan Manuel Cerundolo ci arrivò a Cordoba). L’ultimo a farcela fu Attila Balazs a Bucarest 2012.

La semifinale della parte bassa del tabellone vedrà incrociare le racchette Hugo Gaston e Laslo Djere. Il giocatore francese, già messosi in mostra lo scorso autunno al Roland Garros, ha infiammato il match contro lo specialista Christian Garin, sconfitto nei quarti di finale anche una settimana fa a Bastad. Il cileno, quarta testa di serie, ha sprecato un break di vantaggio nel terzo set (conduceva 4-2) e ha anche servito per il match sul 5-4. Nel tie-break Gaston è riuscito ad annullare 4 match point, chiudendo 13-11 il gioco decisivo. Anche per lui sarà la prima semifinale nel circuito maggiore.

 

Djere è invece arrivato nel penultimo atto di un torneo ATP per la terza volta nel solo 2021 (sempre sul rosso). Anche lui ha vinto al terzo set, contro il francese Rinderknech. Djere non ha mai perso il servizio in tutto il match, ma dopo aver chiuso 6-4 il primo ha ceduto il tie-break della seconda frazione al numero 100 ATP. Ha dimostrato una certa sicurezza a inizio terzo parziale, nonostante i suoi turni siano stati sotto attacco per due volte di fila. Un nastro fortunoso che gli ha accomodato la palla sul match point gli ha dato la vittoria finale.

In chiusura di programma Casper Ruud ha superato in 3 set Benoit Paire, apparso comunque in netta ripresa come attengiamento in campo. Il norvegese continua la sua eccellente estate sul rosso dopo la vittoria nell’Open di Svezia a Bastad la scorsa settimana. Affonterà Kopriva in semifinale

Risultati:

[Q] V. Kopriva b. M. Ymer 6-1 6-0
[3] C. Ruud b. [6] B. Paire 6-2 5-7 6-3
H. Gaston b. [4] C. Garin 6-4 1-6 7-6(11)
[7] L. Djere b. A. Rinderknech 6-4 6-7(5) 6-4

Il tabellone completo

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