L’allenamento mentale diventa strategico: a scuola dai professionisti

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L’allenamento mentale diventa strategico: a scuola dai professionisti

Cecilia Morini, mental coach di atleti di livello olimpico, ci spiega come i modelli della psicologica strategica trovino perfetta applicazione nel mental coaching sportivo

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Serena Williams - US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Questo mese l’articolo della rubrica ISMCA è di Cecilia Morini, psicologa, psicoterapeuta strategica e psicologa dello sport. Laureata in psicologia Clinica, nel 2002 decide di dedicarsi alla psicoterapia, specializzandosi in Terapia Breve Strategica. Si occupa di psicologia dello sport da più di dieci anni (Master in Psicologia dello Sport nel 2010), applicando da sempre l’approccio strategico. Nel frattempo ha approfondito anche l’utilizzo delle tecniche yoga nello sport, ampliando la sua formazione all’ambito delle neuroscienze e diventando yogatherapist. Mental Coach certificato dalla FIT, in ambito tennistico collabora da diversi anni con Alberto Castellani: è infatti membro GPTCA e fa attualmente parte del comitato scientifico della ISMCA. Lavora con atleti di alto livello dal 2011, tra i quali cui spiccano i nomi di Arianna Errigo (bi-campionessa mondiale e vice campionessa olimpica di fioretto individuale e medaglia d’oro nel fioretto a squadre alle Olimpiadi di Londra 2012) e Matteo Piano (vice campione olimpico nella pallavolo maschile alle Olimpiadi di Rio 2016).

Da oltre 10 anni seguo gli atleti come psicologa dello sport. La mia formazione di psicoterapeuta strategica – unita all’approfondimento di neuroscienze e yoga therapy negli Stati Uniti – mi ha permesso di lavorare con atleti e squadre ad ogni livello. Con loro, spazio dal miglioramento della performance, al superamento di blocchi mentali ed emotivi, fino al trattamento psicoterapeutico breve – se necessario – per favorire il pieno recupero psicofisico e la realizzazione delle loro potenzialità. Ogni programma è altamente individualizzato e costruito su caratteristiche e limiti che l’atleta deve superare o affrontare.

Il mio è sicuramente un osservatorio privilegiato sul mondo dello sport, ma anche della vita personale dei giovani atleti e del loro ciclo di vita. Troppo spesso questi ragazzi sono considerati solo atleti che devono vincere e raggiungere obiettivi sportivi, trascurando quanto sia difficile il loro percorso di vita, se paragonato ai loro coetanei. I giovani atleti, soprattutto i tennisti, sono spesso sradicati dai propri paesi di origine, dalle proprie famiglie, crescono molto in fretta e sono chiamati ad adattarsi continuamente a nuove realtà e a nuove persone, portandosi addosso responsabilità e pressioni. Per me è sempre una grande soddisfazione assistere alla crescita non solo dell’atleta, ma anche della persona. L’esperienza mi ha portato a comprendere quanto la crescita personale di un atleta, la sua maturità fuori dal campo, lo renda capace di accettare le sfide del gioco e della gara. La vita è un gioco e il gioco è la vita; in esso riflettiamo il nostro modo di collaborare, di affrontare le difficoltà, di gestire le emozioni. È fondamentale avere degli strumenti che siano in grado di andare incontro a tali esigenze di crescita e maturazione, oltre all’obiettivo di vincere delle gare.

 

Perché uso l’approccio strategico

Il modello strategico è il punto di riferimento del mio modus operandi. A qualunque livello, il fine primario è stimolare le risorse dell’atleta, guidandolo a chiarire la natura della difficoltà che si trova ad affrontare, a individuare gli obiettivi concreti che intende raggiungere. Il mio compito è aiutarlo a focalizzare e a mettere in atto le strategie più efficaci per raggiungere il risultato auspicato, quindi, renderlo progressivamente indipendente e autonomo, nel suo programma di allenamento mentale ed emotivo.

Garbine Muguruza – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Adottare il modello strategico mi consente di mantenere rigore e flessibilità nell’intervento e costruire con l’atleta un programma efficace ed efficiente, ossia raggiungere i risultati in tempi rapidi. La tipologia dell’intervento breve (i risultati si osservano in un arco limitato di tempo) e strategico (mirato ad un obiettivo specifico) è molto adatta alle necessità degli atleti, perché in grado di favorire significativi cambiamenti, osservabili entro i primi incontri, grazie ad un approccio attivo e prescrittivo molto focale. Spesso gli atleti manifestano sintomi in prossimità della gara, così il rapido e concreto sblocco, la riduzione o il superamento della sintomatologia, consentono loro di acquistare fiducia.

Pur seguendo una metodologia rigorosa, ogni intervento è flessibile e mirato, in modo diretto all’atleta, o indiretto, orientato alla consulenza e supervisione di allenatori, genitori di giovanissimi atleti o società sportive. Nella mia pratica di psicologa dello sport ho inoltre notato che l’approccio strategico si adatta bene alla personalità degli atleti, solitamente collaborativi, concreti, disciplinati, abituati cioè a eseguire un compito e ad allenarsi per creare automatismi funzionali.

Come utilizzo il coaching strategico

Il coaching strategico è un intervento di breve durata, finalizzato al raggiungimento di un obiettivo. L’intervento si orienta al miglioramento di una certa capacità di cui l’atleta ha già appreso i fondamenti tecnici. Tale obiettivo è inscrivibile in due macro-categorie:

  • il potenziamento di una performance;
  • la rimozione degli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

In quest’ottica, assumo il ruolo di partner piuttosto che di esperto; facilito e favorisco la crescita personale dell’atleta, stimolandone il cambiamento nella direzione desiderata. Ciò significa concretamente scegliere gli strumenti più opportuni da fornire all’atleta, perché possa incrementare la sua capacità di osservare e rilevare i comportamenti non funzionali, al fine di correggerli. Nell’intervento di coaching guido ogni atleta ad imparare come diventare un problem solver, ad incrementare la motivazione al cambiamento e la flessibilità di azione, sviluppando nuove abilità e strategie, al fine di ottenere il cambiamento con il minimo sforzo. In altre parole, da coach metto al servizio dello sport e dell’atleta la mia conoscenza operativa, orientata al cambiamento migliorativo.

Come avviene il cambiamento

Gran parte delle problematiche, riguardanti gli atleti, sono strettamente legate ai disturbi fobico-ossessivi, in modo particolare al blocco della performance. In questi casi applico gli specifici protocolli di trattamento, propri dell’approccio strategico. Un protocollo di trattamento è una strategia d’intervento composta da un insieme di linee-guida formalizzate e autocorrettive in grado di adattarsi e modificarsi costantemente durante il percorso. Pur applicando la stessa strategia di intervento usata in ambito clinico, l’interazione, la relazione ed il tipo di comunicazione che uso, si adatta al contesto e alla personalità dell’atleta.

Solitamente le situazioni problematiche portate da atleti in difficoltà non corrispondono ad aspetti psicopatologici dell’individuo, ma a difficoltà che si trasformano in un problema, spesso circoscritto all’ambito sportivo, in seguito tentativi falliti nel risolverle. L’utilizzo del modello di problem solving strategico è ciò che guida il mio lavoro con l’atleta. Uso un modello scientifico, empirico-sperimentale: conoscere il problema attraverso la ricerca della soluzione.

Simona Halep – Roland Garros 2017 (foto @Gianni Ciaccia)

Concretamente, quando una persona bussa alla porta del mio studio per la prima volta parto dal definire il problema o la situazione da migliorare, cercando di individuarle attraverso descrizioni concrete ed esempi pratici.

  • Definiremo insieme un obiettivo concreto, che non sarà solo quello di vincere, ma articoleremo questa meta, suddividendola in piccole tappe, che renderanno l’atleta ogni giorno più forte e fiducioso del proprio percorso.
  • Analizzeremo le Tentate Soluzioni, ciò che l’atleta ha provato a fare fino a quel momento e non ha prodotto risultati o ha portato peggioramenti. L’analisi serve a rendere l’atleta consapevole di ciò che andrà evitato, per uscire dalla situazione problematica e cominciare a migliorarla.
  • Andremo a trovare e valorizzare eventuali eccezioni positive, quasi sempre presenti ma spesso poco evidenziate, per mettere in luce le risorse di cui l’atleta dispone.
  • Inizierò a fornire prescrizioni mirate a risolvere il problema o le difficoltà, attraverso stratagemmi e tecniche comunicative, orientate a far cambiare la percezione all’atleta e a produrre in lui esperienze emozionali correttive.

Una delle peculiarità di questo metodo consiste nel partire dall’esistente, da ciò che l’atleta fa, per correggere progressivamente ciò che non funziona, sostituendolo con comportamenti e modalità più efficaci. Dall’utilizzo di esercizi concreti, che seguono una logica non ordinaria, finalizzata al produrre cambiamenti, l’atleta può relazionarsi diversamente con la situazione critica, vivere un’esperienza diversa che lo porterà ad un modo diverso di percepire se stesso e la sua prestazione. Tale trasformazione, definita esperienza emozionale correttiva, guiderà gradualmente l’atleta verso il cambiamento, che sarà progressivamente consolidato dall’allenamento per arrivare in fine alla piena consapevolezza degli strumenti utilizzati e del cambiamento realizzato.

In questo modo, al termine del percorso l’atleta si sentirà pronto per affrontare le sue paure, per saltare i suoi ostacoli, per migliorare la prestazione, come atleta e come persona. Avrà gli strumenti per farlo e la capacità di saperli utilizzare all’occorrenza e in autonomia. L’atleta non sarà una marionetta nelle mani del coach, ma una persona indipendente, capace di adattarsi e di cambiare strategia all’occorrenza e se cadrà, saprà rialzarsi. Se dovesse perdere di nuovo la strada, avrà la capacità di riconoscerlo in tempo, di comprendere e accettare le proprie debolezze e chiedere aiuto con fiducia e coraggio.

Ecco ciò che faccio e ciò che guida il mio lavoro nella valorizzazione del talento degli atleti e delle loro risorse.

Riferimenti bibliografici
R. Milanese, P. Mordazzi – Coaching strategico. Trasformare i limiti in risorse
M. Rampin –  Lo sport dal collo in su
G. Nardone – Problem solving strategico da tasca
G. Nardone – Oltre i limiti della paura
P. Watzlawick, G. Nardone – Terapia Breve Strategica

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ATP

ATP Roma, per la decima volta vige la legge Nadal: battuto ancora Djokovic

Quasi tre ore per superare un ottimo e combattivo Nole. Decimo successo agli Internazionali per Nadal, 88° titolo e 36° Masters 1000 (raggiunto proprio Djokovic)

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Rafael Nadal - ATP Roma 2021 (via Twitter, @atptour)

[2] R. Nadal b. [1] N. Djokovic 7-5 1-6 6-3

Rafael Nadal vince per la decima volta il Masters 1000 di Roma e lo fa superando in tre set il numero uno del mondo Novak Djokovic, dopo due ore e quarantanove minuti di battaglia. La partita è stato il solito match di grande intensità, non dissimile dalla grande maggioranza dei precedenti (29-28 in favore di Djokovic il bilancio aggiornato). Il maiorchino ha giocato complessivamente meglio, accusando un brutto calo nel secondo set, perso 6-1, ma riprendendosi alla grande nel terzo. Proprio nel parziale decisivo le ben note doti da combattente di Rafa hanno fatto la differenza con lo spagnolo che dopo aver annullato due palle break è riuscito a mettere a segno lo strappo decisivo, alzando la coppa a sedici anni dalla prima volta.

Ma diamo un’occhiata ai numeri aggiornati dello spagnolo, che impressionano non poco: titolo numero 88 in carriera, 62 esimo sulla terra (su 70 finali) e 36esimo Masters 1000 (agganciato proprio Djokovic). Con questo successo inoltre Nadal solleva per la settima volta in carriera un trofeo dopo aver salvato match point nel corso del suo percorso (due contro Denis Shapovalov) e ottiene la 22° vittoria contro un numero uno del mondo.

 

Pallottoliere a parte, Nadal sarà ancora una volta l’uomo da battere sui campi del Roland Garros (ma questo a prescindere dal successo odierno), ma il Djokovic visto questa settimana è apparso in buona forma e sembra avviato sulla buona strada per poter essere decisamente pericoloso.

IL MATCH – Nole parte forte e, dopo aver tenuto la battuta, mette in difficoltà Rafa con la risposta. Prima parte con ampio anticipo su un dritto in chiusura di Nadal trovando addirittura il vincente al volo, poi risponde profondissimo e si procura una palla break, che Rafa annulla con una smorzata millimetrica in uscita dal servizio. Djokovic, quasi punto sul vivo, replica a sua volta con due palle corte, annullando una palla dell’1-1 e tornando a palla break. Nadal si salva ancora con una prima vincente, ma alla terza chance si arrende alla pressione dell’avversario. Il vantaggio dura però poco perché lo spagnolo si rifà immediatamente sotto, chiudendo Nole in un angolo col dritto e impattando sul 2-2.

Sul 3-3, Rafa riesce a procurarsi palla break con uno strepitoso dritto in corsa, nonostante una caduta che fa preoccupare il pubblico e anche lo stesso spagnolo. La reazione al punto vinto è una via di mezzo tra un’esultanza e un urlo di rabbia per essersi piantato sulla riga, rischiando seriamente di farsi male. È incredibile. Finiremo per ammazzarci è il commento a caldo, prima che un raccattapalle venga chiamato a martellare la riga, evidentemente rialzata e mal sistemata. Non proprio una bella scena da vedere nella finale di un Masters 1000, tanto più se si considera che non è la prima volta che i giocatori si lamentano delle condizioni dei campi di Roma, sia quest’anno che nelle edizioni passate.

Djokovic annulla la palla break con un doppio rovescio lungolinea dei suoi e riesce poi a tenere il servizio. Sa bene come infastidire Nadal sulla terra – d’altronde lo ha battuto sette volte, impresa a cui gli altri non si sono nemmeno avvicinati – e domina gli scambi sopra i nove colpi (8 vinti e uno solo perso a questo punto della partita), ma per ora sta subendo l’aggressività dell’avversario nei primissimi colpi e col dritto non incide abbastanza. Lo spagnolo viaggia poi sopra l’80% di prime palle, il che gli permette di incanalare si da subito gli scambi su binari favorevoli. Djokovic invece litiga un po’ con la seconda, commettendo un doppio fallo sulla palla del 6-5 e subendo poi la risposta profonda di Nadal, che trova il break e va a servire per il set. Ai vantaggi, rimontando da 0-30, ma il maiorchino riesce infine a far suo il parziale dopo ben un’ora e quindici minuti di gioco.

Nole è palesemente nervoso e continua a subire l’iniziativa di Rafa nei primi giochi. Dopo aver salvato una palla break nel terzo game però, riesce finalmente ad aprirsi il campo col rovescio e un po’ a sorpresa è lui a effettuare il primo strappo, sfruttando anche due brutte smorzate di Nadal e salendo 4-1. Il break revitalizza Djokovic e viceversa mina un po’ le certezze dello spagnolo, che rimane invischiato in un altro turno di battuta complicato e finisce per trovarsi sotto 5-1. Rafa annulla due set point alla sua maniera, ma al terzo capitola: dopo due ore siamo un set pari.

Molto interessante la scelta di piazzamento del dritto da parte del serbo in questo secondo set: il 72% lo ha giocato incrociato (ovvero sul rovescio di Nadal) contro il 54% del primo parziale.

Nadal – ma la cosa non stupisce – non accusa il colpo dei tanti errori e del set appena perso in maniera così netta, anzi riparte con piglio decisamente bellicoso. Djokovic non è da meno e assorbe l’urto della rinnovata aggressività dell’avversario. L’intensità della partita ora è alle stelle, gli scambi sono quasi tutti da spellarsi le mani e i vincenti tornano a farsi consistenti. Il serbo si procura due palle break sul 2-2: sulla prima è lui a sbagliare, sulla seconda viene infilato da un rovescio lungolinea vincente di Rafa. Break mancato, break subito. Nole si ritrova sotto 0-40 con due errori, un nastro che accomoda la palla a Nadal e poi subisce un gran passante del maiorchino, cedendo a zero la battuta. Sotto 5-2, Djokovic si lascia prendere dalla fretta e deve fronteggiare un match point, sul quale Rafa stecca la risposta, prima di difendere il turno di servizio. L’inevitabile è solo rimandato perché nel game successivo, lo spagnolo può festeggiare la “decima” a Roma.

Il tabellone finale del torneo con tutti i risultati

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WTA

WTA Roma: Swiatek tramortisce Pliskova in finale con un doppio 6-0 ed entra in top 10

La finale femminile degli Internazionali d’Italia 2021 dura solo 46 minuti: Swiatek lascia tredici punti a una Pliskova spaesata e vince il suo terzo titolo. Da lunedì sarà in top 10, e a Parigi tra le favorite

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Iga Swiatek - WTA Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

[15] I. Swiatek b. [9] Ka. Pliskova 6-0 6-0

Il quindicesimo e il sedicesimo bagel nella storia delle finali femminili degli Internazionali d’Italia si manifestano insieme, per grossi meriti di Iga Swiatek e cospicui demeriti di Karolina Pliskova, che perde la seconda finale di fila al Foro Italico senza alcuna possibilità di contendere il trofeo all’avversaria. Nel 2020 era stata la coscia sinistra, già fasciata a inizio partita, a costringerla al ritiro sotto 6-0 2-1 contro Simona Halep; quest’anno il fisico era (apparentemente) integro ma è mancato tutto il resto, primariamente la capacità di tenere la palla in campo.

Iga Swiatek ha dominato col doppio 6-0 una non-finale che si è conclusa in soli quarantasei minuti con lo scoraggiante score di 51 punti a 13 in favore della giocatrice polacca, al terzo titolo in carriera dopo il Roland Garros 2020 e Adelaide 2021. Grazie a questo successo, che in un certo senso ci si aspettava in virtù della sua maggior attitudine alla superficie ma che era certamente impossibile prevedere nelle proporzioni, Iga Swiatek farà il suo esordio in top 10 (e salirà al quinto posto nella Race). Quanto mai meritato, dopo le ultra-fatiche di sabato (giorno in cui ha dovuto superare sia i quarti che le semifinali, contro Svitolina e Gauff) e la prestazione impeccabile di questa domenica.

 

Sul match non c’è molto da dire, e poco da dire ha avuto anche Karolina Pliskova in fase di premiazione: “Purtroppo non è stata la mia miglior giornata. Ma devo fare i miei complimenti a Iga, che ha giocato davvero una grande partita. Ho giocato delle belle partite qui, cercherò solo di dimenticare quella di oggi!“.

Come detto non era andata granché bene nemmeno lo scorso anno; Karolina deve così ad archiviare un misero game vinto nelle ultime due finali giocate a Roma, dopo aver vinto quella del 2019 contro Konta. Subisce inoltre l’undicesimo e il dodicesimo bagel della carriera nel circuito maggiore, ma c’è un precedente piuttosto bizzarro che risale alla sua carriera a livello ITF; nel marzo 2009, pochi giorni dopo aver compiuto 17 anni, aveva subito un doppio 6-0 (l’unico della sua carriera prima di oggi) nei quarti dell’ITF giocato a Latina presso il Tennis Club Nascosa, meno di novanta chilometri di distanza dal Foro Italico. Speriamo solo abbia voglia di tornare a giocare a tennis nel Lazio, verrebbe da pensare.

Appare però doveroso concentrarsi sul tennis offerto da Iga Swiatek. Se non c’è mai stata partita, al netto dei sei doppi falli commessi dalla giocatrice ceca e del suo senso di generale impotenza, è principalmente per merito di una Swiatek che ha perso solo tre punti al servizio e interpretato l’incontro alla perfezione, trovando profondità e spin immediatamente con il primo colpo dopo il servizio (o direttamente in risposta) per impedire a Pliskova di colpire alle sue condizioni. Se infatti Karolina è una colpitrice di rara pulizia ed efficacia quando ha il tempo di trovare gli appoggi, quando deve colpire in corsa o è costretta a indietreggiare per trovare la giusta distanza, entra facilmente in confusione e inizia a sbagliare.

Oggi è successo questo, e dall’altra parte ha trovato una giocatrice che ha chiuso praticamente tutti i punti che voleva col vincente. E che ha dimostrato di avere una straordinaria facilità nei movimenti sulla terra battuta, sfruttando alla perfezione l’arte dello scivolamento per raggiungere la palla nel modo migliore e scoccare un vincente.

Con questo biglietto da visita, che è anche il primo 6-0 6-0 nella storia delle finali degli Internazionali d’Italia (ambosessi), Iga Swiatek si presenterà a Parigi con tutte le credenziali per difendere il trofeo sollevato lo scorso ottobre. Non sarà una passeggiata, ma se esisteva un modo ideale per arrivarci, beh, era esattamente questo.

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Editoriali del Direttore

Ancora i soliti due, Nadal e Djokovic. Rischiano, ma alla fine sono i più forti [VIDEO-COMMENTO]

ROMA – Sonego che batte il n.15 Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e lotta alla pari con il n.1 Djokovic è la storia più bella che poteva capitare al tennis italiano, già protagonista in tutti i Masters 1000 dell’anno. Il Connors de noantri

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

da Roma, il direttore

I soliti due. Dov’è la notizia? Non c’è dubbio che la notizia più clamorosa sarebbe stata quella di un Sonego in finale, come lo fu per l’ultima volta qui al Foro Adriano Panatta nel ’78 battuto da Bjorn Borg al quinto set nel famoso match in cui un calabrone ingaggiò un duello con la Donnay di Borg che dovette schivare anche qualche monetina lanciata da qualche italopiteco che fu rimbrottato perfino da Adriano Panatta, quando lo svedese disse: “Se me ne tirate un’altra me ne vado!”.

Mi pare giusto ricordare, a questo punto, che anche l’anno prima un italiano aveva raggiunto la finale, e cioè Tonino Zugarelli che perse in quattro set contro Vitas Gerulaitis, così come in quattro set nel ’76 era stato Panatta ad avere la meglio su Guillermo Vilas.

 

Non è andato in finale, rimpiangerà forse le tre palle break iniziali del terzo set (“La partita avrebbe potuto prendere un’altra piega, comunque Sonego ha dimostrato perché aveva raggiunto le semifinali” gli ha subito riconosciuto Novak Djokovic), ma comunque così come nessuno ha dimenticato che Filippo Volandri raggiunse le semifinali qui nel 2007, nessuno dimenticherà che l’eroe azzurro di questa edizione è stato Lorenzo Sonego, un ragazzo capace di straordinari progressi che peraltro il suo coach Gipo Arbino mi aveva garantito di aver constatato già quando ci parlai a gennaio.

Lorenzo ha battuto in un solo torneo il n.15 del mondo Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e ha giocato per oltre due ore alla pari contro il n.1 del mondo, uno che ha vinto questo torneo cinque volte e che aveva fatto vedere contro Tsitsipas, al termine di un match bellissimo, la sua straordinaria bravura e irriducibilità.

Lorenzo Sonego – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Lorenzo è stato alla sua altezza, all’altezza di un supercampione come Djokovic, assolutamente, dimostrando un coraggio, una personalità e doti tecniche che un anno fa forse solo Gipo Arbino, il suo mentore, aveva intravisto.

Mi è piaciuto da morire anche, conoscendo la sua timidezza e umiltà fuori del campo, la sua grande educazione, quel suo modo di incitare la folla perché a sua volta lo incitasse, lo caricasse ancor più di adrenalina, quasi come se avesse bisogno di ancor più garra. Come se altrimenti potesse rischiare di mollare. Ma quando mai!

Lorenzo, e potrò venire accusato di blasfemia perché ovviamente in termini di risultati il paragone non regge, ma con quel suo modo di caricare la folla mi ha ricordato quel che faceva allo US Open nientemeno che Jimmy Connors. Bellissimo, trascinante. Uno vero, che non si nasconde dietro il politically correct perché corretto, correttissimo è in campo… tant’è che ha subito senza fiatare anche due errori arbitrali di cui si sono resi conto soltanto gli spettatori davanti alla TV.  Immagino la soddisfazione dei suoi sponsor, uno dei quali, Reale Mutua non poteva davvero immaginarsi un simile exploit del suo “ambassador” (ormai si dice così…, chissà perchè il sostantivo testimonial è passato di moda) proprio nel torneo di Roma di cui è sponsor. Giocando sul core business dell’antica società torinese d’assicurazione – sarà mica intervenuta nel mondo tennis perchè proprio a Torino ci saranno le finali ATP per i prossimi 5 anni? – si può dire che essa si è “assicurata” un tennista dal grande presente e da un probabilissimo grande futuro, al di là di ogni più rosea aspettativa: di certo al momento in cui hanno firmato …la polizza, i riflessi mediatici e televisivi di quella sponsorship non erano onestamente prevedibili. A volte nel firmare un contratto con un atleta non sai davvero dove puoi cadere. Ti può andare bene bene perchè quello improvvisamente comincia a vincere match su match o anche male, molto male. Pensate, giusto per accennare ad un paio di “immortali”: Barilla e Uniqlo hanno investito una fortuna su Federer e lo svizzero negli ultimi due anni non ha quasi giocato. Mi direte che a “prendere” un giocatore di 38 anni ci sta che scivoli nella vasca da bagno mentre fa il bagnetto a un gemellino e si rovini un ginocchio, così come ci sta che una prima operazione non basti, ma avete idea degli investimenti, anche se Federer è e resta icona mondiale anche quando non gioca a tennis e gira uno spot in cucina con un Master Chef. Idem il primo anno, disastroso, di Djokovic con Lacoste. Un 2011, un 2015 e i primi 6 mesi del 2016 da Mille e Una Notte, poi un pessimo secondo semestre del 2016, tanto che pure avendo un margini di punti pazzesco nei confronti di Murray, finì proprio con le finali ATP di Londra per perdere la leadership.

Chiusa qui la parentesi sponsor – e non ho accennato al discorso pandemia, ai 6 mesi di stop dovuti al virus, chi poteva immaginarli? E quelli che avevano firmato un contratto di un anno soltanto per il 2020? – avremo certo modo di riparlare degli incredibili progressi mostrati da Lorenzo Sonego, ora che è 12° nella Race è la possibilità che ci sia anche lui fra i tre italiani che lotteranno per arrivare a disputare le finali ATP di Torino alla luce di quanto si è visto in questi primi quattro mesi dell’anno, c’è, è reale, non è pura utopia, un sogno impossibile. Per carità, che ce la facciano tutti e tre, Berrettini, Sinner e Sonego è quasi impossibile, siamo onesti. Però quel quasi uno ce lo può mettere, e io ce lo metto, senza passare da illuso sciovinista. Ragazzi, quando si batte tre top 15 in un torneo, ci sta tutto. Quando si fanno due finali di un Mille con due giocatori e una semifinale con un terzo, sognare è lecito e non è detto che si debba cascare dal letto.

Sonego e Djokovic – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

VERSO LA FINALE – Pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per lo straordinario torneo di Sonego, devo passare ai due sfidanti della finale maschile. Ancora loro, i duellanti degli ultimi tre lustri che si sono sfidati fino a oggi la bellezza di 56 volte e giocheranno per la sesta volta per il titolo degli Internazionali d’Italia. Snocciolo subito altri numeri, così me li levo tutti di torno. Djokovic ha vinto in 29 occasioni, Nadal in 27. Nelle nove finali di Slam Nadal conduce 5-4, negli incontri giocati in toto negli Slam (16) Nadal è avanti 10-6. Nelle finali dei Masters 1000 invece è avanti, anche lui di misura, Djokovic, 7-6. Nei Masters 1000, fra finali e non, i due si sono incontrati 28 volte e Djokovic è avanti 16 a 12.

Infine eccoci a Roma, dove Nadal ha trionfato nove volte (2005-2006-2007-2009-2010-2012-2013-2018-2019) ed è a caccia della “Decima”. Djokovic si è imposto 5 volte (2008-2011-2014-2015-2020) e cerca le “Sesta”. In totale, sono arrivati in finale rispettivamente 12 e 11 volte (compresa questa) e il Masters 1000 di Roma vanta una particolarità: dopo il 2004, quando Moya batté Nalbandian, in finale c’è sempre stato uno dei due. In cinque occasioni ci sono arrivati entrambi e Nadal conduce 3-2 avendo vinto l’ultima finale nel 2019, 6-0 4-6 6-1. Come dicevo all’inizio di questa sfilza di dati, si contenderanno per la sesta volta il trofeo dei nostri Internazionali.

In totale a Roma però si sono affrontati otto volte e il bilancio è di cinque vittorie per Nadal e tre per Djokovic. Quale anno, quale turno e quale duello fra loro, quale vincitore, quale risultato?

Ecco qua:

  • 2007, quarti, duello n.4, Nadal 6-2 6-3; 
  • 2009, finale, duello n.17, Nadal 7-6 6-2; 
  • 2011, finale, duello n.27, Djokovic 6-4 6-4; 
  • 2012, finale, duello n.32, Nadal 7-5 6-3;
  • 2014, finale, duello n.41, Djokovic 4-6 6-3 6-3; 
  • 2016, quarti, duello n.49, Djokovic 7-5 7-6; 
  • 2018, semifinale, duello n.51, Nadal 7-6(4)6-3; 
  • 2019, finale, duello n.54, Nadal 6-0 4-6 6-1.

Sei loro duelli si sono conclusi in due set, mentre soltanto due sfide – curiosamente – sono andate al terzo. E a Roma le loro non sono sempre state grandi partite. Speriamo che lo sia quella odierna. Anche se Djokovic ci arriva dopo due notevoli battaglie, mentre Nadal, che aveva annullato due match point nei quarti, ieri ha avuto una giornata decisamente più leggera.

A mio avviso nessuno dei due è al massimo, però. Nonostante questo, in fondo sono arrivati ancora una volta loro.

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