L’allenamento mentale diventa strategico: a scuola dai professionisti

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L’allenamento mentale diventa strategico: a scuola dai professionisti

Cecilia Morini, mental coach di atleti di livello olimpico, ci spiega come i modelli della psicologica strategica trovino perfetta applicazione nel mental coaching sportivo

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Serena Williams - US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Questo mese l’articolo della rubrica ISMCA è di Cecilia Morini, psicologa, psicoterapeuta strategica e psicologa dello sport. Laureata in psicologia Clinica, nel 2002 decide di dedicarsi alla psicoterapia, specializzandosi in Terapia Breve Strategica. Si occupa di psicologia dello sport da più di dieci anni (Master in Psicologia dello Sport nel 2010), applicando da sempre l’approccio strategico. Nel frattempo ha approfondito anche l’utilizzo delle tecniche yoga nello sport, ampliando la sua formazione all’ambito delle neuroscienze e diventando yogatherapist. Mental Coach certificato dalla FIT, in ambito tennistico collabora da diversi anni con Alberto Castellani: è infatti membro GPTCA e fa attualmente parte del comitato scientifico della ISMCA. Lavora con atleti di alto livello dal 2011, tra i quali cui spiccano i nomi di Arianna Errigo (bi-campionessa mondiale e vice campionessa olimpica di fioretto individuale e medaglia d’oro nel fioretto a squadre alle Olimpiadi di Londra 2012) e Matteo Piano (vice campione olimpico nella pallavolo maschile alle Olimpiadi di Rio 2016).

Da oltre 10 anni seguo gli atleti come psicologa dello sport. La mia formazione di psicoterapeuta strategica – unita all’approfondimento di neuroscienze e yoga therapy negli Stati Uniti – mi ha permesso di lavorare con atleti e squadre ad ogni livello. Con loro, spazio dal miglioramento della performance, al superamento di blocchi mentali ed emotivi, fino al trattamento psicoterapeutico breve – se necessario – per favorire il pieno recupero psicofisico e la realizzazione delle loro potenzialità. Ogni programma è altamente individualizzato e costruito su caratteristiche e limiti che l’atleta deve superare o affrontare.

Il mio è sicuramente un osservatorio privilegiato sul mondo dello sport, ma anche della vita personale dei giovani atleti e del loro ciclo di vita. Troppo spesso questi ragazzi sono considerati solo atleti che devono vincere e raggiungere obiettivi sportivi, trascurando quanto sia difficile il loro percorso di vita, se paragonato ai loro coetanei. I giovani atleti, soprattutto i tennisti, sono spesso sradicati dai propri paesi di origine, dalle proprie famiglie, crescono molto in fretta e sono chiamati ad adattarsi continuamente a nuove realtà e a nuove persone, portandosi addosso responsabilità e pressioni. Per me è sempre una grande soddisfazione assistere alla crescita non solo dell’atleta, ma anche della persona. L’esperienza mi ha portato a comprendere quanto la crescita personale di un atleta, la sua maturità fuori dal campo, lo renda capace di accettare le sfide del gioco e della gara. La vita è un gioco e il gioco è la vita; in esso riflettiamo il nostro modo di collaborare, di affrontare le difficoltà, di gestire le emozioni. È fondamentale avere degli strumenti che siano in grado di andare incontro a tali esigenze di crescita e maturazione, oltre all’obiettivo di vincere delle gare.

 

Perché uso l’approccio strategico

Il modello strategico è il punto di riferimento del mio modus operandi. A qualunque livello, il fine primario è stimolare le risorse dell’atleta, guidandolo a chiarire la natura della difficoltà che si trova ad affrontare, a individuare gli obiettivi concreti che intende raggiungere. Il mio compito è aiutarlo a focalizzare e a mettere in atto le strategie più efficaci per raggiungere il risultato auspicato, quindi, renderlo progressivamente indipendente e autonomo, nel suo programma di allenamento mentale ed emotivo.

Garbine Muguruza – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Adottare il modello strategico mi consente di mantenere rigore e flessibilità nell’intervento e costruire con l’atleta un programma efficace ed efficiente, ossia raggiungere i risultati in tempi rapidi. La tipologia dell’intervento breve (i risultati si osservano in un arco limitato di tempo) e strategico (mirato ad un obiettivo specifico) è molto adatta alle necessità degli atleti, perché in grado di favorire significativi cambiamenti, osservabili entro i primi incontri, grazie ad un approccio attivo e prescrittivo molto focale. Spesso gli atleti manifestano sintomi in prossimità della gara, così il rapido e concreto sblocco, la riduzione o il superamento della sintomatologia, consentono loro di acquistare fiducia.

Pur seguendo una metodologia rigorosa, ogni intervento è flessibile e mirato, in modo diretto all’atleta, o indiretto, orientato alla consulenza e supervisione di allenatori, genitori di giovanissimi atleti o società sportive. Nella mia pratica di psicologa dello sport ho inoltre notato che l’approccio strategico si adatta bene alla personalità degli atleti, solitamente collaborativi, concreti, disciplinati, abituati cioè a eseguire un compito e ad allenarsi per creare automatismi funzionali.

Come utilizzo il coaching strategico

Il coaching strategico è un intervento di breve durata, finalizzato al raggiungimento di un obiettivo. L’intervento si orienta al miglioramento di una certa capacità di cui l’atleta ha già appreso i fondamenti tecnici. Tale obiettivo è inscrivibile in due macro-categorie:

  • il potenziamento di una performance;
  • la rimozione degli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

In quest’ottica, assumo il ruolo di partner piuttosto che di esperto; facilito e favorisco la crescita personale dell’atleta, stimolandone il cambiamento nella direzione desiderata. Ciò significa concretamente scegliere gli strumenti più opportuni da fornire all’atleta, perché possa incrementare la sua capacità di osservare e rilevare i comportamenti non funzionali, al fine di correggerli. Nell’intervento di coaching guido ogni atleta ad imparare come diventare un problem solver, ad incrementare la motivazione al cambiamento e la flessibilità di azione, sviluppando nuove abilità e strategie, al fine di ottenere il cambiamento con il minimo sforzo. In altre parole, da coach metto al servizio dello sport e dell’atleta la mia conoscenza operativa, orientata al cambiamento migliorativo.

Come avviene il cambiamento

Gran parte delle problematiche, riguardanti gli atleti, sono strettamente legate ai disturbi fobico-ossessivi, in modo particolare al blocco della performance. In questi casi applico gli specifici protocolli di trattamento, propri dell’approccio strategico. Un protocollo di trattamento è una strategia d’intervento composta da un insieme di linee-guida formalizzate e autocorrettive in grado di adattarsi e modificarsi costantemente durante il percorso. Pur applicando la stessa strategia di intervento usata in ambito clinico, l’interazione, la relazione ed il tipo di comunicazione che uso, si adatta al contesto e alla personalità dell’atleta.

Solitamente le situazioni problematiche portate da atleti in difficoltà non corrispondono ad aspetti psicopatologici dell’individuo, ma a difficoltà che si trasformano in un problema, spesso circoscritto all’ambito sportivo, in seguito tentativi falliti nel risolverle. L’utilizzo del modello di problem solving strategico è ciò che guida il mio lavoro con l’atleta. Uso un modello scientifico, empirico-sperimentale: conoscere il problema attraverso la ricerca della soluzione.

Simona Halep – Roland Garros 2017 (foto @Gianni Ciaccia)

Concretamente, quando una persona bussa alla porta del mio studio per la prima volta parto dal definire il problema o la situazione da migliorare, cercando di individuarle attraverso descrizioni concrete ed esempi pratici.

  • Definiremo insieme un obiettivo concreto, che non sarà solo quello di vincere, ma articoleremo questa meta, suddividendola in piccole tappe, che renderanno l’atleta ogni giorno più forte e fiducioso del proprio percorso.
  • Analizzeremo le Tentate Soluzioni, ciò che l’atleta ha provato a fare fino a quel momento e non ha prodotto risultati o ha portato peggioramenti. L’analisi serve a rendere l’atleta consapevole di ciò che andrà evitato, per uscire dalla situazione problematica e cominciare a migliorarla.
  • Andremo a trovare e valorizzare eventuali eccezioni positive, quasi sempre presenti ma spesso poco evidenziate, per mettere in luce le risorse di cui l’atleta dispone.
  • Inizierò a fornire prescrizioni mirate a risolvere il problema o le difficoltà, attraverso stratagemmi e tecniche comunicative, orientate a far cambiare la percezione all’atleta e a produrre in lui esperienze emozionali correttive.

Una delle peculiarità di questo metodo consiste nel partire dall’esistente, da ciò che l’atleta fa, per correggere progressivamente ciò che non funziona, sostituendolo con comportamenti e modalità più efficaci. Dall’utilizzo di esercizi concreti, che seguono una logica non ordinaria, finalizzata al produrre cambiamenti, l’atleta può relazionarsi diversamente con la situazione critica, vivere un’esperienza diversa che lo porterà ad un modo diverso di percepire se stesso e la sua prestazione. Tale trasformazione, definita esperienza emozionale correttiva, guiderà gradualmente l’atleta verso il cambiamento, che sarà progressivamente consolidato dall’allenamento per arrivare in fine alla piena consapevolezza degli strumenti utilizzati e del cambiamento realizzato.

In questo modo, al termine del percorso l’atleta si sentirà pronto per affrontare le sue paure, per saltare i suoi ostacoli, per migliorare la prestazione, come atleta e come persona. Avrà gli strumenti per farlo e la capacità di saperli utilizzare all’occorrenza e in autonomia. L’atleta non sarà una marionetta nelle mani del coach, ma una persona indipendente, capace di adattarsi e di cambiare strategia all’occorrenza e se cadrà, saprà rialzarsi. Se dovesse perdere di nuovo la strada, avrà la capacità di riconoscerlo in tempo, di comprendere e accettare le proprie debolezze e chiedere aiuto con fiducia e coraggio.

Ecco ciò che faccio e ciò che guida il mio lavoro nella valorizzazione del talento degli atleti e delle loro risorse.

Riferimenti bibliografici
R. Milanese, P. Mordazzi – Coaching strategico. Trasformare i limiti in risorse
M. Rampin –  Lo sport dal collo in su
G. Nardone – Problem solving strategico da tasca
G. Nardone – Oltre i limiti della paura
P. Watzlawick, G. Nardone – Terapia Breve Strategica

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ATP

Federer firma la decima ad Halle, Goffin dura solo un set

Lo svizzero vince il titolo numero 102 della carriera in Germania, il 19esimo su erba. Sarà testa di serie numero a Wimbledon

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Roger Federer - Halle 2019 (foto via Twitter, @ATPHalle)

[1] R. Federer b. D. Goffin 7-6(2) 6-1 (da Halle, il nostro inviato)

Roger Federer entra nel ristrettissimo club (due soli soci) di quelli che hanno vinto un torneo almeno 10 volte nell’Era Open. 10 Halle per Roger, 11 Montecarlo, 11 Barcellona e 12 Roland Garros per Nadal. La finale ha deluso, perché Goffin non ha ripetuto la grandi prove di venerdì contro Zverev e di sabato contro Berrettini. La formidabile risposta di ieri è rimasta nello spogliatoio, ma il merito è anche di Federer, che a differenza del giovane azzurro ha un servizio molto più vario e oggi ha incantato con questo fondamentale, impedendo sistematicamente la lettura all’avversario.

David ha giocato un primo set alla pari, ma i numerosi errori specie col dritto si sono manifestati anche nel tie-break, perso nettamente (7-2). Il servizio perso subito dopo nel soffertissimo gioco d’apertura del secondo set l’ha smontato mentalmente, dando via libera a Roger, oggi non molto spettacolare ma dannatamente efficace e vincente. Grazie a questo successo lo svizzero sarà testa di serie numero 2 a Wimbledon, scavalcando Nadal nella speciale classifica che tiene conto dei risultati su erba.

IL MATCH -Il venticello che ieri in alcuni momenti era anche bello frizzantino è già un lontano ricordo. Torna il forte caldo ma il pubblico assisterebbe alla finale con Federer con qualsiasi temperatura. Sulle note della vera colonna sonora di questi Noventi Open (quel Seven Nation Army dei The White Stripes che batteva a tempo con le palpitazioni dei nostri cuori ai Mondiali di Germania 2006) il primo a essere annunciato ed entrare in campo è Carlos Bernardes, anche lui accolto quasi come una rock star. Ovvio che il boato per i due protagonisti sia ben più fragoroso, con la standing ovation che dalla tribuna stampa amiamo sempre tanto, visto che ci impedisce di goderci l’entrata in scena di Roger Federer e David Goffin.

 

Oggi la risposta di David sembra ben al di sotto di quella monumentale di ieri contro Berrettini, ma è per merito della varietà del servizio svizzero efficace sia al centro sia in slice esterno. Sul 2 pari però il belga torna sui livelli di ieri e indovina risposte sontuose. Due pesanti gratuiti di dritto in rete costringono il nove volte campione qui ad annullare tre palle break, stavolta con la complicità di Goffin, che sbaglia a sua volta due dritti (grave il dritto in lungo linea sul 30-40). Il gioco dura 12 punti ma alla fine il campione di 20 Major ne esce indenne. Nel successivo turno di servizio Roger va sotto 0-30 ma rimedia alla grande con servizi vincenti sempre diversi.

Quando è il belga a trovarsi 0-30 sul 5 pari dopo aver fallito malamente una volée banale, tutto fa pensare che il suo dritto deficitario gli faccia perdere il servizio, ma David reagisce bene e rimanda la contesa al tie-break. Sono passati 47 minuti ma il tie-break ne dura solo 5: Goffin è troppo falloso col dritto, mentre al servizio Federer è molto più efficace dell’avversario e così non c’è storia, ma sarebbe criminale non sottolineare la siderale demivolée di rovescio a seguito del servizio di Re Roger.

È un duro colpo per l’ex top ten belga, ma il primo game del secondo set, sul suo servizio, sarà per lui una caienna. Le braccia allargate come a dire ‘non ne metto più una di làmanifestano il suo disagio, ma dopo aver annullato due break-point arriva il secondo doppio fallo del game e la terza palla break da annullare. Federer chiede il falco perché vede out la prima di Goffin che ha preso il net e vince la sfida contro la sua bestia nera non maiorchina (Mr Hawk-eye). Giocare la seconda è l’ultima cosa che vorrebbe il ventottenne belga, che cede alla pressione mentale e commette il terzo doppio fallo. A quel punto la tensione la può scaricare gettando via la racchetta, ma il danno è fatto. Anche se tiene il servizio successivo, David è quasi del tutto uscito dal match e sul 3-1 Federer subisce il secondo break: un dritto in chop lunghissimo sancisce di fatto la sua sconfitta.

Federer chiude la pratica e solleva al cielo il decimo trofeo di Halle della sua sempre più sconfinata bacheca, che ora conta 102 titoli, mentre il pubblico applaude in visibilio e si accalca – ma sempre con molto ordine – verso le file più vicino al campo per procacciarsi più che l’autografo la firma, firma d’oro, è firma di Re.

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WTA

Barty si prende il trofeo di Birmingham e il n.1

L’australiana salva un set point nel secondo parziale e supera Goerges per il terzo titolo su tre superfici diverse. Da lunedì sarà in vetta al ranking WTA

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[2] A. Barty b. [8] J. Goerges 6-3 7-5

Ashleigh Barty è la nuova numero uno del mondo. Dopo il primo titolo Slam, conquistato un paio di settimane fa al Roland Garros, la vittoria nel WTA Premier di Birmingham in finale contro Julia Goerges le consegna anche la vetta del ranking. Un traguardo ampiamente meritato per quanto fatto vedere in questa prima metà di 2019, nella quale Barty ha stupito per continuità e adattabilità a tutte le superfici. Il torneo inglese è il terzo vinto in stagione dall’australiana dopo le affermazioni sul cemento di Miami e, ovviamente, sulla terra rossa di Parigi. In totale sale a cinque il numero dei trofei custoditi nella sua bacheca.

Barty scalza dunque Naomi Osaka, prima della classe da 21 settimane, e diventa la 27esima numero uno da quando per la prima volta fu stilata una classifica delle migliori giocatrici del mondo, nel novembre del 1975. Allora fu Chris Evert a sedere per prima sul trono del tennis femminile, seguita a ruota dall’unica altra australiana capace di issarsi in cima al ranking, anche se solo per due settimane, ovvero Evonne Goolagong. Il regno di Barty è presumibilmente destinato a durare più a lungo, se il livello di gioco messo in mostra negli ultimi mesi la sosterrà. Oltre al tennis vario ed elegante sorprende la forza mentale della 23enne di Ipswich, che le ha permesso di trionfare anche nella finale odierna. In una giornata in cui tecnicamente non era proprio straripante, Barty ha vinto grazie alla maggiore costanza, che le ha permesso di assorbire gli urti degli alti di Goerges e di approfittare dei suoi (numerosi) bassi.

 

In avvio di match, sembrava infatti che la tedesca fosse padrona della situazione. Impeccabile al servizio e da subito pungente in risposta (due palle break mancate nel primo gioco dell’incontro), Goerges si è però accartocciata nel quinto game che le è di fatto costato il primo set. Nel secondo parziale, Barty ha avuto l’occasione di mettere in ghiaccio la situazione sin da subito, ma dopo aver sciupato due palle break ha dovuto fare i conti con la rinnovata aggressività e precisione di Goerges. La tedesca ha cominciato a mettere i piedi in campo sin dalla risposta, mietendo vincenti da entrambi i lati del campo. Sul 3-1 però un altro black out ha permesso a Barty di impattare sul 3-3.

Le fasi finali del set sono state piuttosto concitate: prima Barty ha perso l’occasione di andare a servire per il match sul 4-4, poi ha concesso addirittura un set point nel decimo game (annullato con l’ace) e infine è riuscita ad ottenere l’agognato break grazie ad un altro brutto game al servizio giocato da Goerges. Chiudere il match è stata una formalità per una Barty in missione, che nella valigia per Wimbledon metterà, oltre alla salsiera ornata di nastri giallo-verdi di Birmingham, anche tanta fiducia, una striscia aperta di dodici vittorie consecutive e la certificazione di essere ufficialmente la migliore giocatrice del mondo.

LE NUMERO 1 WTA DAL 1975

1 USAChris Evert
2 AUSEvonne Goolagong
3 USAMartina Navratilova
4 USATracy Austin
5 FRGSteffi Graf
6 YUGMonica Seles
7 ESPArantxa Sánchez
8 SUIMartina Hingis
9 USALindsay Davenport
10 USAJennifer Capriati
11 USAVenus Williams
12 USASerena Williams
13 BELKim Clijsters
14 BELJustine Henin
15 FRAAmélie Mauresmo
16 RUSMaria Sharapova
17 SRBAna Ivanovic
18 SRBJelena Janković
19 RUSDinara Safina
20 DENCaroline Wozniacki
21 BLRVictoria Azarenka
22 GERAngelique Kerber
23 CZEKarolína Plíšková
24 ESPGarbiñe Muguruza
25 ROUSimona Halep
26 JPNNaomi Osaka
27 AUS Ashleigh Barty

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Editoriali del Direttore

A Juan Martin del Potro l’Oscar della sfortuna. Ce la farà a risorgere?

Cinque operazioni chirurgiche e molti più stop avrebbero messo KO chiunque. Ma l’argentino è tipo che non si arrende. Non c’è, nel circuito, chi non gli voglia bene. E noi di Ubitennis pure

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Juan Martin del Potro - US Open 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Certo che al mondo c’è gente più sfortunata. E certamente anche fra i tennisti che non sono riusciti a sfondare. Ma fra quelli che invece certe soddisfazioni, di successi, di ranking, di soldi, beh Juan Martin del Potro è certo uno dei più… ‘sfigati’ (mi passino il termine anche i tanti leoni da tastiera e Clerici in pectore che scrivono commenti su questo sito pretendendo di dare lezioni di italiano al colto e all’inclita, di insegnare tennis, di diffondere genialità a tutto il resto del mondo, ammantandosi talvolta di finta, ipocrita modestia oppure salendo in cattedra con insopportabile arroganza e prosopopea).

Affibbiategli l’aggettivo che preferite, ma il fatto è uno solo: lo sfortunato Juan Martin si è rotto di nuovo. Al ginocchio stavolta. E dovrà affrontare una quinta operazione. Non si sa nemmeno se per tornare a giocare a tennis oppure più semplicemente per tornare a camminare e a vivere da persona non colpita da zoppia.

Juan Martin del Potro – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Fino al 2020 di tennis di sicuro non se ne parla. Essere alti un metro e 98, avere ossa fini, alle gambe lunghe come pertiche, ai polsi logorati dalle terribili frustate che Delpo tira fin da molto prima di essere diventato la Torre di Tandil, gli sta facendo pagare un prezzo indubbiamente assai caro. Quante volte si è dovuto fermare, ha dovuto ricominciare da capo? Riprendere a combattere di nuovo o rassegnarsi? Questo il suo continuo dilemma scespiriano. Si potrebbe scrivere che i suoi infortuni non fanno più notizia. E invece la fanno, perché non c’è aficionado che non lo abbia in simpatia. Che non tifi per lui quando abbandona i ferri del chirurgo, il letto di un ospedale, le cliniche e le palestre del recupero ogni volta più sofferto, complesso, difficile.

 

Nell’autunno del 2018, grazie all’eccellente US Open, era riuscito ad issarsi al terzo posto, si ipotizzava addirittura un possibile assalto alla leadership mondiale sempre detenuta da uno dei soliti Fab, ma anche lì, ad ottobre, ecco uno scivolone e addio rotula destra. Quante volte ormai l’abbiamo sentito ripetere frasi tristemente simili: “È un duro colpo, mi lascia senza forze, non so in questo momento se ce la farò a riprendermi, a tornare a giocare”.

In questo momento? Ma sono stati almeno cinque, quante le operazioni, quei momenti – tre gli interventi al polso sinistro (24 marzo 2014, 20 gennaio 2015, 18 giugno 2015) e uno a quello destro (4 maggio 2010). Senza ripensare a tutti quei momenti in cui lo spettro dell’operazione veniva allontanato nella speranza di poterla scansare. Ma, alla fine, sempre perdendo la battaglia. E poi però vincendola, determinato e testardo come un mulo. Irriducibile. Non ho mai avvertito, da parte degli altri tennisti, forti e meno forti, altrettanta solidarietà quanto quella mostrata a Delpo.

Juan Martin del Potro – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

“Ho chiesto ai medici cosa avrei dovuto fare, pensando alla mia salute, non al tennis. Tutti mi hanno consigliato l’intervento chirurgico. Non c’era altra scelta possibile. Evvai, si ricomincia!”.

Guillermo Vilas, che sta purtroppo malissimo, non è mai riuscito a sopportare l’ingiustizia di non essere diventato n.1 del mondo nel ’77 quando vinse due Slam e un Masters infilando strisce impossibili di vittorie sui campi rossi. Juan Martin è stato certamente il tennista argentino più forte degli ultimi 40 anni e quello che più di chiunque si è avvicinato al trono del tennis mondiale, anche se di Slam ne ha vinto uno solo e ha centrato solo una finale e quattro semifinali.

Non ha ancora 31 anni, li compirà il 23 settembre, ma di lui già si può dire che è stato un “increible luchador”. Nel 2016, uscito dai primi 1000 giocatori ATP, è stato capace di risollevarsi dall’inferno per risalire fino all’undicesimo posto dopo avere giocato un memorabile torneo olimpico a Rio, quando fece piangere al primo turno Djokovic e in semifinale Nadal, conquistando una medaglia d’argento che per poco non fu d’oro, tanto rese dura la vita a Andy Murray. In quell’anno della Resurrezione, in cui vinse anche il torneo di Stoccolma, riuscì anche a coronare il sogno di un intero Paese, quello argentino, che non aveva mai visto i propri eroi – neppure ai tempi illuminati da Vilas e Clerc – trionfare in Coppa Davis a dispetto di varie finali. Accadde in Croazia, a Zagabria, quando rimontò due set di handicap a Marin Cilic in un’atmosfera che certamente con la nuova brutta copia della Davis non vivremo più.

Juan Martin del Potro – Olimpiadi Rio 2016 (foto Ray Giubilo)

Forse nessuno ha mai avuto un dritto più poderoso, pesante, schioccante, di Delpo. È stato capace di tirarlo da tutte le posizioni, su palle basse come su palle alte sulle quali si è avventato come una furia, per scagliarli in tutti gli angoli. Il suo ultimo grande match a Roma contro Djokovic, con quel matchpoint a fine secondo set in cui fu tradito proprio dal suo colpo migliore, non potrà essere dimenticato da chiunque abbia avuto la ventura di assistervi.

Capirei benissimo se Juan Martin dicesse adesso “no mas” come Mano de Piedra Duran con Sugar Ray Leonard, però spero di non sentirglielo dire mai. Il suo tennis, la sua storia non lo meritano. Chissà quanti successi avrebbe potuto cogliere, dopo quello straordinario ed illusorio US Open 2009, se non fosse incappato in tutta questa implacabile, davvero impietosa serie di infortuni.

Mentre i successi di Matteo Berrettini mi lasciano finalmente sognare qualcosa di grande per il tennis italiano anche sull’erba quasi sempre indigesta di Wimbledon – e se non sarà quest’anno, sarà magari l’anno venturo o uno dei prossimi –, senza essere argentino consentitemi di sognare anche l’ennesimo recupero del giocatore di Tandil, perché davvero non vorrei che la sua carriera finisse così. L’ho sempre ammirato come giocatore, ma l’ho sempre considerato anche una bella persona. E non mi sentirei di dire la stessa cosa per molti dei suoi colleghi. Che però, a onor del vero, nei confronti di Juan Martin hanno sempre manifestato stima, affetto, solidarietà, simpatia.

L’abbraccio tra Juan Martin del Potro e Rafa Nadal al termine della splendida sfida di Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

I numeri di Delpo

  • 30 anni (Tandil, 23 settembre 1988)
  • 22 titoli in carriera, tra cui 1 Slam (US Open 2009) e un 1000 (Indian Wells 2018)
  • 1 medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio 2016 e una medaglia di bronzo a Londra 2012
  • un trionfo in Coppa Davis nel 2016
  • 13 finali perse, tra cui 1 a livello Slam (US Open 2018), 3 a livello 1000 (Rogers Cup 2009, Indian Wells e Shanghai nel 2013) e una finale Masters nel 2009
  • 25,857,515 dollari di montepremi
  • best ranking di numero 3 del mondo (13 agosto 2018)
  • record in carriera: 438 vittorie e 173 sconfitte

Qualche link dal nostro archivio

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