Rafael. Che non è più Nadal

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Rafael. Che non è più Nadal

L’eco di qualcosa che si è rotto, nella stanchezza delle parole di Rafael Nadal

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Rafa Nadal - Indian Wells 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Quando Fabio Fognini è andato a servire sul 5 a 0 e 40 a 0 in suo favore, Rafael Nadal Parera ha avuto voglia che tutto finisse. Che tutti tornassero a casa. Che i raccattapalle riponessero le palle nei tubi. Che i giornalisti non facessero domande e si accontentassero degli occhi freschi di pianto esibiti in conferenza stampa.

Ha avuto voglia di correre altrove. A pesca, a Manacor. Al matrimonio, con Cisca. Ad abbracciare qualcuno che non fosse sporco di terra battuta. Avrebbe voluto correre ancora, ma non più alla disperata caccia dei colpi del nemico più ispirato che abbia mai incontrato su questi campi.

Quando il pensiero è apparso nitido nella sua mente, ha allora deciso di ardere di un sol fuoco, tirando i colpi più violenti e perfetti del suo torneo. Ciò ha illuso pochi di noi, che vedevamo in quella reazione la stessa reazione che Rafael avrà visto in anni di ami e canne: lo scomposto agitarsi della preda cha ha oramai abboccato, scalpitante, e che riesce in realtà soltanto a conficcare più un fondo alla gola l’amo e prolungare la sua agonia.

 

Avrebbe voluto spegnere il tabellone del punteggio. Avrebbe voluto fermare lo speaker che gridava al cielo monegasco “Fabio Fognini”. Avrebbe voluto la sordina sulle voci dei bambini che hanno gridato “Rafa” per un’ora e mezza, e poi “Rafa” a partita finita e che torneranno a casa piangendo “Rafa” delusi: perché vaglielo a spiegare a chi ha pochi anni che qualcosa, per davvero, possa finire.

Avrebbe voluto, Nadal, che Wystan Auden parlasse di lui nella celebre Funeral Blues. Fermare gli orologi, far tacere il cane con un osso succulento. E invece deve accontentarsi di chi scrive queste parole con negli occhi non solo la grande impresa di Fognini, ma anche la sconfitta di Rafael Nadal. Sconfitto non tanto perché non ha difeso il titolo del Principato. Gli è già successo in passato e in quelle occasioni ha fatto spallucce ed è tornato. Rafael è sconfitto perché, malgrado il periodo pasquale, sembra essersi stancato di risorgere di nuovo.

C’era stanchezza nelle sue parole, non solo tristezza. La stanchezza per avere compreso di non essere ancora dove vorrebbe stare, dove dovrebbe stare, dove è sempre stato in questo punto della stagione. Sappiamo bene che è tutto giustificato dal ginocchio del quale abbiamo tutti una radiografia nella testa visto che ce ne parla anche dopo le vittorie. E che è giustificato anche dagli anni, di cui però nessuno parla più, perché abbiamo tutti un occhio puntato su Federer e ci consideriamo eterni.

Quando in conferenza stampa ha risposto dicendo che dopo questa sconfitta allenarsi l’indomani sarebbe stato difficile, Rafael non ha soltanto espresso la logica necessità di smaltire la delusione. Ha inteso qualcosa di diverso, di più profondo e compatibile con il suo nuovo stato d’animo. Si è dichiarato consapevole di non essere ancora al meglio della sua condizione e, sai che c’è di nuovo?, di non essere neppure certo di volerci arrivare.

La già vacillante essenza del “nadalismo” del combattere attraverso le difficoltà, del sollevarsi dopo le cadute, del prevalere su chi magari ha qualcosa in più di te nel gioco, ma in meno quanto a cuore, attributi e stimoli, è crollata sotto i lungolinea di Fabio Fognini. La retorica del suo spirito guerriero, di cui ci riempiamo la bocca da quindici anni, appare oggi stucchevole e fuori luogo, irrispettosa delle difficoltà di chi ne è stato ispirazione. Schiavo del suo personaggio, abbiamo da tempo messo la belva in gabbia, additandola ai nostri figli e a chi avesse bisogno di stimoli come esempio a non mollare, mai. Forse Rafael se ne accorge solo adesso, e così dopo che ha ceduto il fisico di un tennista che sarà tra i più grandi della storia, inizia a cederne persino l’incrollabile metafisica.

Sappiamo bene che le messe in requiem per lo spagnolo sono state cantate infinite volte, e mai a proposito. Al toro, cui lo si associava quando era ragazzo in smanicato e pinocchietto, abbiamo sostituito da tempo l’araba fenice. Per questo non diciamo che “Nadal è finito”. Perché affermare ciò presuppone l’ovvio, quel che se non accade oggi accadrà domani, roba che un campione destinato a proiettarsi nella Storia non merita.

Nadal non è finito, ma Rafael è stanco. Il Nadalismo vive e lotta con noi, ma Rafael ne cede il copyright, non ne vuol più fare parte. I due si sono scissi, sotto i nostri occhi, tagliati in due dai colpi di Fabio. Il sottile legamento che teneva unita la persona Rafael ed il mito Nadal è stato reciso dal dritto che ha dato la finale al nostro giocatore. Chi non era sul campo non se ne può essere accorto. Nel momento in cui la palla di Fabio atterrava nei pressi della linea, si è sentito un sottile “tac”, distinguibile anche nel boato del Court Ranier III. L’eco di quella frattura è arrivata in conferenza stampa e da quel momento, l’uomo ed il giocatore, hanno cominciato a procedere per vie separate.

Rafael è stanco perché non di solo mito si alimenta l’uomo. Perché nutrirsi di se stesso non può servire a guarire da un male incurabile: che è il tempo, gli infortuni, gli avversari e su tutto l’essere miserabilmente umano. Aspetteremo Parigi, dove Djokovic arriverà al suo meglio e Federer arriverà con il mito ancora ben saldato all’uomo. Chissà se questo appuntamento lo aspetta anche Nadal, o per la prima volta ne teme l’arrivo. Nel frattempo è a Barcellona, andrà a Madrid e a Roma. Ci smentirà, ne siamo certi, ma non potrà mai più smentire le parole dette a caldo dopo la semifinale.

Se poi come ha fatto sabato, contro ogni logica ed aspettativa, contro la sorte, contro i rimpianti, contro le ginocchia fragili e gli occhi stanchi, Rafael Nadal Parera volesse di nuovo infiammarsi e ardere in un momento, ebbene, sarebbe bello essere invitati. Nessuno, neanche il suo più accanito detrattore, potrà accampare scuse e trattenere un inchino quando divamperà una nuova ultima fiamma, brillante come quelle che consumano ogni cosa e non lasciano residuo. Svuotati di ogni dolore, prossimi all’infinito balzo, Rafael e Nadal torneranno a essere uno, come in un respiro che espelle e riassorbe. Lì vorremmo essere presenti ancora, invitati a ballare intorno ai fuochi, testimoni di una storia sportiva che resterà negli anni, per celebrare il campione e per abbracciare l’uomo.

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Coppa Davis

Coppa Davis: nuova formula con gironi in Europa e fase finale ad Abu Dhabi. Sarebbe il colpo di grazia?

Le Finali di Coppa Davis “costrette” all’esilio negli Emirati. Dubbi su quanto pubblico potra assistere ai match di Abu Dhabi

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Coppa Davis a Madrid - Finali 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’indiscrezione trapelata qualche giorno fa che suggeriva Abu Dhabi come potenziale la nuova sede delle Finali di Coppa Davis aveva generato qualche preoccupazione sul futuro successo della manifestazione, ma ora che sono emersi altri dettagli sui piani di sviluppo di Kosmos per i prossimi cinque anni le preoccupazioni sono cresciute e sono più che legittime.

Secondo quanto pubblicato dal quotidiano inglese The Daily Telegraph, lo stesso che aveva dato per primo la notizia del possibile spostamento negli Emirati Arabi, la rinnovata formula della manifestazione vedrà la partecipazione di 16 squadre, divisi in quattro gironi da quattro, e la fase di round robin verrà ospitata da quattro località europee da definirsi. Le prime due classificate di ogni girone si qualificheranno poi per la fase a eliminazione diretta, che avrà luogo invece ad Abu Dhabi, secondo un contratto di cinque anni che sarà firmato da Kosmos con gli organizzatori degli Emirati.

Maggiori dettagli saranno ufficializzati domenica prossima alle 11 quando in un albergo del centro di Madrid Kosmos Tennis presenterà alla stampa il nuovo meccanismo delle Finali di Coppa Davis. Tuttavia se queste indiscrezioni dovessero essere confermate c’è di che temere per la sorte della manifestazione.

 

Quando Kosmos Tennis aveva rilevato dalla Federazione Internazionale la gestione commerciale della Coppa Davis, uno dei capisaldi della loro visione era quello che intendeva trasformare la più antica competizione a squadre dello sport in un evento che riunisse tutti i Paesi partecipanti nello stesso luogo nel corso di un periodo di tempo circoscritto, esattamente come succede per i Mondiali di calcio e per le Olimpiadi. Infatti nelle immagini che sono state trasmesse nell’ultima settimana dalle tre sedi di Madrid, Innsbruck e Torino si poteva veder campeggiare lo slogan “The World Cup of Tennis”. Ma se ciò poteva essere con la sede unica di Madrid dell’edizione inaugurale del 2019, il modello che sembra stia per essere adottato appare sempre più lontano da questa visione.

Il trasloco ad Abu Dhabi può essere giustificato soltanto se si riesce a trasformare la Coppa Davis in un “destination event” in tutto e per tutto, nel quale la presenza e il calore del pubblico sugli spalti fa principalmente affidamento agli appassionati dei Paesi in gara che seguono la propria nazionale in trasferta che non l’interesse della popolazione locale. È inverosimile infatti pensare che gli spettatori di Abu Dhabi o della relativamente vicina Dubai (circa 130 km) possano da soli riempire gli spalti delle fasi conclusive della Coppa Davis.

Tuttavia, se i gironi dovessero veramente svolgersi in quattro città europee, sarebbe molto complicato per i tifosi programmare la trasferta in Medio Oriente non potendo avere la certezza che la loro squadra sarà qualificata ai quarti di finale fino a qualche giorno prima di dover partire. Una cosa è chiedere ai fans di pianificare un viaggio negli Emirati per assistere alla manifestazione ed eventualmente prolungare il soggiorno per seguire anche le finali, un’altra è aspettarsi che possano modificare i loro piani in maniera così significativa nel giro di pochi giorni.

E anche dal punto di vista dei giocatori la situazione si profila tutt’altro che ideale: passi per le 6-7 ore di volo che separano l’Europa da Abu Dhabi (si tratterebbe di un volo simile a un costa a costa negli Stati Uniti, con tanto di fuso orario), ma ci si troverebbe anche a dover cambiare completamente scenario, passando dall’indoor di un palazzetto europeo ai campi all’aperto sotto il sole mediorientale.

Il Telegraph suggerisce che la scelta di Abu Dhabi sia stata più o meno forzata, dato che non erano state presentate alternative credibili. E allora viene da pensare che Kosmos abbia fatto il passo più lungo della gamba mettendo sul tavolo la favolosa cifra di 3 miliardi di dollari per 25 anni, sovrastimando il potenziale commerciale della Coppa Davis, e ora stia cercando di trovare qualunque soluzione per non rimetterci anche la camicia.

Ne sapremo sicuramente di più tra qualche giorno quando potremo mettere insieme tutti i pezzi e fare una valutazione più completa della situazione, ma gli ingredienti per un potenziale disastro ci sono tutti.

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Al femminile

WTA, protagoniste del 2021: Williams, Andreescu e Raducanu

Secondo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Serena Williams
Quarant’anni compiuti nel mese di settembre, 23 titoli Slam vinti in singolare e 17 match disputati nella stagione 2021 (12 vinti, 5 persi). Per la gloriosa e inimitabile carriera di Serena Williams, l’ultimo dato è quello che pone più interrogativi nei confronti del futuro: appena 17 match. Da quando ha cominciato a giocare stabilmente a tennis da professionista, solo nel 2017, anno dello stop per maternità, Williams aveva disputato meno partite. Allora aveva giocato solo in gennaio-febbraio: 9 partite totali, comunque terminate vincendo l’Australian Open.

Come è noto, nelle ultime stagioni Serena ha deciso di organizzare i suoi impegni soltanto in chiave Slam; significa che, se prende parte ad altri tornei, lo fa per trovare la forma in vista dei Major. E così ha fatto anche nel 2021.

Partenza in Australia, dove comincia trascorrendo ad Adelaide la quarantena più leggera. Esibizioni a parte, scende in campo per il primo match ufficiale allo Yarra Valley Classic, un WTA 500, con il puro intento di scaldare i motori. E infatti, dopo aver superato i primi tre turni, preferisce rinunciare alla semifinale contro Barty per dedicarsi con il massimo impegno all’Australian Open.




 

Ormai sono passati molti mesi, e a distanza di tempo non è obbligatorio ricordarsi di tutte le partite di tutte le giocatrici. Sottolineo però che a Melbourne Serena non gioca affatto male. Prime cinque partite, dieci set vinti, uno solo perso. Sconfigge nell’ordine: Siegemund, Stojanovic, Potapova, Sabalenka (6-4, 2-6, 6-4) e Halep (6-3, 6-3).

Battere una dopo l’altra Sabalenka e Halep (allora teste di serie numero 7 e numero 2) non è proprio cosa da poco. E grazie a questi successi si spinge sino alla semifinale. Per Williams, 39 anni, è la seconda semifinale Slam consecutiva sul cemento, dato che era arrivata al penultimo turno anche allo US Open 2020 (eliminata da Azarenka).

Ma, forse un po’ ingenerosamente, del suo ultimo Australian Open rimane più impresso il big match perso contro Osaka, la futura vincitrice del titolo. Naomi si impone in modo abbastanza chiaro (6-3, 6-4), dando la sensazione di essere meglio di Serena in ogni ambito di gioco (compresa l’incisività del servizio). Ma va detto che quando Osaka è in forma, sul cemento è capace di offrire prestazioni di primissima qualità. Un parziale di 8 game a 1 a cavallo dei due set, insieme a uno sprint conclusivo di 8 punti a zero (sempre per Osaka) decidono la partita.

Per Williams la trasferta in Australia si chiude senza successo, ma non è tutto negativo: ha dimostrato che è ancora in grado di sconfiggere molte Top 10, e che per fermarla ci vuole una giocatrice di livello superiore come Osaka.

Segue una lunga pausa senza tornei, da febbraio a maggio. Serena torna a competere agli Internazionali d’Italia, naturalmente in vista del Roland Garros. L’intento è mettere qualche partita nelle gambe sul rosso, per cercare di presentarsi al massimo sulla superficie meno congeniale. Ma tra Roma (sconfitta all’esordio da Podoroska) e Parma (battuta da Siniakova) la sensazione è che la “campagna di Francia” non sia cominciata nel modo migliore.

Parigi. Ancora non lo sappiamo, ma il Roland Garros sarà il suo ultimo torneo del 2021 disputato da sana. E la sconfitta al quarto turno subita contro Rybakina (6-3, 7-5), l’ultimo match intero giocato sino a oggi.

Poi solo problemi. L’impegno di Wimbledon dura appena sei game. Nell’incontro di primo turno contro Sasnovich, infatti, una scivolata mette fine al torneo di Williams, sul 3-3 primo set. Ma non si tratta di un fulmine a ciel sereno: quando Serena si presenta a Londra, sono già circolate voci di un dolore al tendine del ginocchio sinistro, che ormai la affligge periodicamente. Sull’erba umida del Centre Court la caduta acuisce l’infortunio, costringendola al ritiro.

E che il guaio sia serio lo si capisce dalla decisione di rinunciare allo US Open. Stagione finita. Per Williams un forfait allo Slam non è cosa frequente: a parte il periodo di pausa per maternità, non rinunciava a uno Slam dal 2011, quando si era fermata a causa dei gravi problemi di salute determinati da una embolia polmonare.

Arriviamo a oggi. La notizia più recente è di segno positivo: Williams ha annunciato che andrà in Australia per affrontare il primo Slam del 2022. Lo scorso anno dopo la sconfitta contro Osaka a Melbourne, Serena aveva lasciato la conferenza stampa commossa. In molti avevano pensato che le sue lacrime fossero di commiato, e che quello potesse diventare l’ultimo Australian Open da giocatrice. Ma questa recente notizia ci dice che forse quelle lacrime erano semplicemente di amarezza per la sconfitta e che, almeno per il momento, la pluricampionessa Slam non ha ancora deciso di appendere la racchetta al chiodo.

In questa scelta, Serena Williams ricorda molto da vicino Roger Federer: entrambi nati nel 1981, entrambi con l’ultimo match disputato a Wimbledon, ed entrambi alle prese con un ginocchio che non vuole saperne di lasciarli in pace. E tutti e due che, di fronte a chi suggerisce il ritiro, decidono l’opposto. Evidentemente è più forte il desiderio di verificare i loro limiti: lasceranno al campo rivelare se potranno essere di nuovo competitivi, magari con la speranza di esserlo al punto tale da potere ancora sconfiggere tutti.

a pagina 2: Bianca Andreescu

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Coppa Davis

Coppa Davis: Isner completa il disastro Usa

Gli Stati uniti perdono anche il tie con la Colombia, nonostante la vittoria thrilling di Tiafoe su Mejia. Anche i colombiani eliminati

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da Torino, il nostro inviato

Questa apparizione torinese del team Usa non passerà certamente alla storia. I trentadue volte campioni della Coppa Davis escono dal gruppo D con le ossa rotte e Mardy Fish dovrà interrogarsi anche sulle sue scelte. Isner e Opelka sono apparsi lontanissimi da una condizione accettabile, il forfait di Fritz, il migliore degli americani nel finale di stagione, è un alibi che non può spiegare la debacle americana. La sensazione è che il finalista delle NextGen Final Sebastian Korda, il ventunenne Jenson Brooksby e forse anche Tommy Paul avrebbero venduto cara la pelle molto più dei “veterani”.

Di fronte alla pochezza americana, fa piacere applaudire l’orgoglio e il grande coraggio mostrato dai colombiani con il numero 2 Nicolas Mejia, che già aveva giocato un ottimo match contro Sonego vincendo il primo set al tiebreak, che ha sfiorato l’impresa contro Fraces Tiafoe, numero 38 del mondo e dunque ben duecentotrentasette posizioni più su nel ranking rispetto al giovane colombiano.

 

“Nico”, sostenuto in tribuna da un nugolo di una trentina di scatenati connazionali, è riuscito a salvare con grande coraggio tre match point sul 5-6 del terzo set per forzare il match al tiebreak. Lì ha avuto sulla racchetta l’occasione più importante della carriera sul 6-4 ma sul primo match point con il servizio a disposizione si è avventurato a rete e Tiafoe è stato bravo a infilarlo con il passante e sul secondo ha commesso un errore di pura tansione. E’ stato l’americano ad avere un quarto match point, annullato con coraggio da Mejia che però ha capitolato alla quinta chance americana. Nico è scoppiato in lacrime, consolato dai suoi compagni di squadra e osannato dal boato del Pala-Alpitour.

A quel punto, i risultati che provenivano dagli altri campi, producevano l’eliminazione matematica della Colombia con gli Usa appesi ad un filo. Ci ha pensato Jhon Isner ad affossare le residue speranze americane, perdendo il primo set contro Galan e decretando l’esclusione della sua squadra dalla lotta per i quarti di finale. Isner ha poi finito per perdere anche la partita, fallendo un match point nel tiebreak del terzo set.

La figuraccia della squadra di Mardy Fish si è completata con il teatrino del doppio. E’ senza dubbio vero che l’attuale formula della competizione “obbliga” le squadre a giocare il doppio anche quando sono già sicuramente eliminate ( successe anche all’Italia due anni fa con gli azzurri in campo a notte fonda), ma il ritiro di Opelka e Sock dopo solo due game è una scena che, per dirla alla Nicola Pietrangeli, avrà fatto rivoltare Dwight Davis nella tomba…

Applausi alla Colombia che festeggia la sua prima vittoria contro gli Usa e torna a casa con un’insperata vittoria.

Le parole di Mardy Fish dedicate al team colombiano sono il premio più bello ma avranno fatto fischiare le orecchie anche a qualcun altro. “Si vede la passione per la Coppa Davis. Ma guardate la passione che hanno alcuni di questi paesi, per come giocano e come competono anche quando erano già eliminati. È impressionante, ed è qualcosa che spero, come capitano, di poter raggiungere anche per i nostri giocatori. Non è un torneo individuale, non è una competizione del singolo. Non è soltanto una questione di come si gioca in una giornata specifica. È la consapevolezza di star giocando e lottando per i tuoi compagni di squadra e per tutti i membri del team di supporto che sono qui. Lo ripeto, ci sono molte persone che hanno sacrificato molte cose per essere qui questa settimana, compresi i giocatori. Quindi speriamo di poter far bene anche noi in futuro”.

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