Tipsarevic: "Posso tornare in top 50. Djokovic supererà Federer, Murray vincerà un altro Slam"

Interviste

Tipsarevic: “Posso tornare in top 50. Djokovic supererà Federer, Murray vincerà un altro Slam”

Janko Tipsarevic si racconta al The Tennis Podcast ripercorrendo le sue sue disavventure fuori dal campo, facendo pronostici sul futuro e sottolineando il valore pedagogico del fallimento

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Janko Tipsarevic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Come ricorda lui stesso in una recente intervista, tanto lunga quando interessante, Janko Tipsarevic è stato numero 1 al mondo under 14, under 16 e under 18, e in tutti i casi con un anno di anticipo. Se non fosse stato per la sua grande tenacia e il suo amore verso il tennis, forse già da tempo lavorerebbe per qualche televisione serba, magari sarebbe occupato a commentare proprio qualche partita junior (categoria nella quale vanta un Australian Open). E invece a cinque anni dall’inizio del suo calvario, sono proprio i sogni svaniti e la serie incessante di fallimenti a dargli la forza per proseguire nel circuito.

CRONOLOGIA CHIRURGICA – Il serbo era sparito dai radar da un po’ e forse solo chi fa un utilizzo assiduo dei social era riuscito a restare “in contatto” con lui, sempre puntuale nell’aggiornare i fan sulle sue condizioni. “Nella mia vita recente ci sono stati un sacco di ospedali, dottori e operazioni”, esordisce Janko. “Negli ultimi cinque anni mi sono sottoposto a sette interventi tutti alle gambe. Le prime due alla pianta del piede sinistro dove avevo un tumore benigno, che era stato asportato una prima volta, ma è ritornato dopo un anno e mi è stata rimossa circa l’80-85% della mia pianta del piede. Dopo questo episodio sono riuscito a tornare fino alla posizione n. 70, ma un anno e mezzo dopo ho iniziato ad avere forti dolori al ginocchio destro a causa della compensazione, e nel giro di un’altro anno e mezzo sono tornato sotto i ferri due volte. A questo punto tutto sembrava andare bene e in sei mesi da zero sono tornato in top 50, salvo poi avere dei problemi ad entrambi i tendini. Per farla breve, alla fine l’ultima operazione è avvenuta due anni e mezzo fa, sia al tendine destro che sinistro. A dicembre sono tornato ad allenarmi e forse ho cominciato la stagione un po’ troppo presto con gli Australian Open (sconfitta al primo turno da Dimitrov), ma volevo iniziare così il 2019; sentivo qualche dolorino anche se superabile”.

IL SEGRETO? DIVERTIRSI… COME ROGER – Al momento il tennista di Belgrado è numero 318 del mondo e con $8,289,581 di montepremi guadagnati in carriera sorge spontaneo chiedersi perché abbia continuato a farlo. “Se non amassi il tennis non l’avrei fatto ovviamente, questo è il punto di partenza. Poi i miei giocatori e i miei coach mi hanno insegnato che ‘è normale lavorare’. Forse suona male e stupido, ma mi è sempre stato detto che ‘è normale dare tutto quello che hai’, ‘è normale provarci’, ‘è normale fare il massimo'”. E adesso ogni volta che scende in campo può godersi il momento come mai aveva fatto prima.

Ora mi diverto molto di più rispetto a quando ero numero 8, perché in quel caso ero favorito contro quasi tutti e se sei un gran giocatore impari a gestire quella sensazione e ti imponi sull’avversario. Ma in quel periodo ero giovane e fresco quindi avevo un piano B: potevo mettermi a faticare da fondo campo, remando e correndo, facendo qualcosa fuori dalle mie corde ma che comunque mi permetteva di portare a casa la partita. Ora, a causa della mia età e della mia salute, non ho un piano B e quindi sapendo che il mio piano A è quello di stare vicino alla linea di fondo e giocare aggressivo, mi diverto di più. Ho imparato molto da Roger: una delle ragioni per le quali sta avendo un successo tremendo è che non ha un piano B, è diventato più saggio tatticamente. In passato quando giocava aggressivo con Nadal e iniziava a sbagliare, decideva di indietreggiare qualche metro e Nadal lo sopraffaceva. Ora invece, sapendo di non avere un piano B gioca sempre costantemente un tennis aggressivo e io credo che anche lui si diverta maggiormente, come me“.

 

LO SPETTRO DELLA DEPRESSIONE – Le difficoltà, tra un tentativo di risalita e l’altro, si sono fatte sentire parecchio e recentemente oltre al fisico anche la mente ha iniziato a dare qualche grattacapo, soprattutto in rapporto a quella che sembra essere una problematica sempre più attuale. “Nel 2018 è stata la prima volta nella mia carriera in cui, non dico che stessi pensando al ritiro, ma ho iniziato a sentire la stanchezza dal punto di vista mentale. Era il quinto anno che tentavo di risalire e mi rendevo conto che c’era sempre qualcosa che non fosse in mio controllo e che mi tratteneva; non potevo fare nulla per sentire meno dolore e la cosa ha avuto un effetto su di me e sulla mia famiglia. Non voglio chiamarla depressione, forse era solo una forma leggera. Io mi ostinavo a non voler parlare con nessuno: il mio corpo aveva messo il pilota automatico. Non direi neanche che mi sentivo di cattivo umore, ero semplicemente piatto, il che è l’opposto della mia personalità“.

Questa sorta di apatia nei confronti del proprio “lavoro” non sembra così dissimile da quanto vissuto da Djokovic due anni fa, e grazie al suo punto di vista privilegiato Janko ha potuto imparare non poco dal suo amico connazionale.

LA LEZIONE DI NOLE – “Molte persone riconoscono che Novak, dopo aver vinto il Roland Garros nel 2017, abbia avuto un crollo mentale, come capitato a Murray dopo essere diventato numero 1. Alcuni ritengono sia stata colpa del guru, della sua dieta, e qualche altra cazzata… ma la ragione per la quale gli è successo – secondo la mia opinione, non so se Novak la condivida o meno – è il fattore infortunio. Quando provi dolore e cerchi di fare qualcosa di straordinario, come nel suo caso, ti senti demotivato e alla fine è come se impazzissi. Non riesci a prendere le decisioni giuste per la tua vita e la tua carriera a causa questo mix letale di infortuni-stanchezza mentale che Novak ha vissuto per un breve periodo, otto mesi. Forse mi sembra breve perché io sono stato infortunato per cinque anni, e inoltre sembra durato ancora meno perché nel giro di altri otto mesi è tornato numero 1. Ho comunque imparato da lui una cosa di fondamentale importanza: applicare lo stile di vita del tennista. Come vivere il tennis ogni giorno. Quando incontrai Novak dopo l’operazione al gomito, vedendo il modo in cui si comportava, gli dissi: ‘L’anno prossimo tu sarai n. 1’, e lui rise perché in quel momento era numero 20″.

L’OSSESSIONE COME DONO – Janko ormai sembra diventata la persona giusta per parlare di casi clinici nel mondo del tennis e un commento su Murray non poteva mancare:Andy tornerà più forte di prima, vincerà un altro Slam. Non so se tornerà n. 1 ma sarà più forte che mai. Ne sono certo al 100%, così come ne ero sicuro quando stavo parlando con Novak dopo la sua operazione. Forse in quel caso è stato un po’ più facile perché ci frequentavamo e sapevo come si stesse comportando. Io non sono molto religioso, ma credo che in qualche modo l’universo sia in grado di riconoscere quando tu vuoi veramente qualcosa. Secondo la mia opinione, Andy Murray è ossessionato dal tennis, il che è un grande dono, e quando si vuole tremendamente una cosa non ci sono motivi per la quale non possa accadere”.

IL PIANO DI DJOKOVIC – Tornado poi a parlare di Djokovic, Tipsarevic si lascia andare anche ad un’altra profezia, forse di ancor più difficile attuazione. “Con Novak non ho mai parlato del futuro ma anche se credo che riuscirà a battere il record di Slam e sarà il tennista ad aver vinto il maggior numero di Master 1000, non penso che a questa età lui abbia questi obiettivi. Piuttosto sta cercando di gestire la sua vita passo passo per cercare di essere il miglior Novak possibile durante questi eventi“.

IL PROBLEMA DEL RUOLO POLITICO – Chiudendo il capitolo sul numero 1 del mondo, il tennista di Belgrado aggiunge: “Una delle cose che al momento sta avendo un impatto negativo sul suo rendimento, è il fatto di essere il presidente del Player Council. Novak detesta essere dipinto come il cattivo di turno e dopo l’addio di Chris Kermode è questa l’immagine di lui che è passata attraverso i media. Lui, contro il mio consiglio, sta prendendo questo ruolo troppo sul serio. In passato, senza fare nomi, c’erano tennisti che ricoprivano questa carica solo per essere presidenti e non si interessavano neanche a un 10% di quanto fa Novak. Durante gli Australian Open stava parlando con i giocatori sul motivo per cui il campo 17 fosse più veloce del campo centrale, mentre io pensavo ‘ma che cazzo stai facendo? Dovresti occuparti di altre cose, soprattutto in questa fase della tua carriera’. Secondo me è rimasto un po’ deluso perché sta cercando davvero di fare del bene per il tennis“.

VIETATO ARRENDERSI – Infine Tipsarevic, con una valigia carica di successi e fallimenti “dai quali ho sempre imparato qualcosa”, guarda al futuro per la prima volta “senza avere un obiettivo”. “Non posso darmi un traguardo realistico perché non so come si comporterà il mio corpo in futuro, anche se penso di poter tornare in top 50. La cosa comunque non cambierebbe la mia vita, ma significherebbe molto per me perché avrei dimostrato che con la forza di volontà e una mentalità mai arrendevole si possono fare queste cose“.

Janko Tipsarevic – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

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Panatta: “I tornei che hanno tradizione vanno tutelati, Federer se ne farà una ragione”

Adriano Panatta, intervistato da ‘La Stampa’, approva lo spostamento del Roland Garros. Per Roma invece “ottobre va benissimo”. E su Federer dice: “Mi sta simpatico ma non possiamo andare dietro a lui”

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I canali social ci permettono di tenerci aggiornati su ogni passo – anche quando non si muovono da casa – di tutti i campioni di nuova generazione, ma quando si vuole sapere come se la passano le vecchie glorie è la carta stampata che corre in aiuto. In questo caso si tratta proprio del quotidiano ‘La Stampa’ che il 26 marzo ha pubblicato un’intervista realizzata da Stefano Semeraro ad Adriano Panatta: la domanda di apertura non poteva non essere sull’emergenza Coronavirus. “Sto in casa, non mi muovo, esco una volta alla settimana per fare la spesa. Basta” ha fatto sapere l’ex tennista romano che ora si trova a Treviso, dove ha da poco aperto un nuovo centro tennis.

Lo sport tuttavia in questo momento passa in secondo piano. “È l’ultimo dei problemi. In questo isolamento forzato però si ha più tempo per cose che di solito trascuriamo. Ad esempio pensare: a quello che potrei fare, a quello che ti impediranno di fare dopo. Le preoccupazioni sono tante. Paragonano questo momento al dopoguerra, cioè il periodo in cui l’Italia, fino al boom degli anni ’60, ha dato il meglio. Speriamo si ripeta quel fenomeno. Speriamo che i nostri governanti abbiano capito che le priorità devono essere diverse”.

Iniziando poi a parlare di tennis, Adriano non nasconde affatto il suo disinnamoramento per questo sport, o quanto meno per il suo aspetto organizzativo. “Non mi piace per niente. Tutto quanto è pensato per i grandi gruppi, che ormai fanno il bello e il cattivo tempo. […] Vogliono lo spettacolo ma lo sport è fatto anche di altre cose“. Sulla decisione di spostare il Roland Garros a settembre si è detto d’accordo, adducendo come motivazione la storia centenaria del torneo: Fine settembre è una collocazione giusta anche se per i giocatori passare dal cemento alla terra battuta è un piccolo problema. Io lo avrei spostato anche una settimana più tardi“. E la concomitanza con la Laver Cup sponsorizzata da Federer non gli appare affatto un problema. Federer mi sta anche simpatico ma si è fatto una società per conto suo, se ne farà una ragione. Non possiamo andare dietro a lui“. Un pensiero decisamente in contrasto con chi vede il campione svizzero come il principale traino del movimento tennis mondiale.

 

La situazione romana per lui è invece di più facile soluzione e non sembra contemplare un cambio di sede. Gli Internazionali “vanno recuperati. Ottobre va benissimo, anche dopo Parigi. Ha presente le famose ottobrate romane? A Roma maggio come clima non è meglio di ottobre, anzi”. E da questo tema parte una richiesta diretta al presidente dell’ATP:Faccio un appello ad Andrea Gaudenzi. Non gli chiedo da italiano di favorire l’Europa, ma le istituzioni del tennis hanno il dovere di salvaguardare i grandi tornei che hanno tradizione. Giocare a Phoenix, Arizona, non è più importante che giocare a Roma. Bisogna che tutti se lo mettano in testa”. Affermazioni non troppo dissimili da quelle fatte qualche giorno fa dall’ex tennista francese Benneteau.

Conclude infine prima con una nota seria e poi con un augurio per il futuro. Quando gli viene fatto notare che i tennisti di secondo piano soffrono economicamente per il blocco, lui ammette schiettamente: “Mi dispiace. Ma sono più preoccupato dell’operaio della Finsider”. Mentre una volta che la vita sarà tornata alla normalità, “speriamo di riuscire a fare un po’ di ironia anche su questa brutta cosa. L’ironia batte tutto“. E lui anche in questo campo se ne intende parecchio.

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Interviste

La fame di vittoria di Sinner: “Le NextGen sono state solo l’inizio”

Il sito dell’ATP dedica un articolo alla grande promessa del nostro tennis, coinvolgendo anche coach Piatti e Claudio Pistolesi. “Jannik adora il tennis. Preferisce riguardarsi un Fedal che andare al cinema”

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Milano, città in questi giorni purtroppo sconvolta dal ciclone coronavirus, ha un significato particolare per Jannik Sinner. Come tutti gli appassionati di tennis italiani e non solo ricordano, nel capoluogo lombardo, pochi mesi fa, il 18enne altoatesino si è consacrato vincendo le NextGen Finals, di fronte al festoso pubblico del Palalido. Ma forse in tanti ignorano che a Milano, poco più che bambino, Jannik fu notato per la prima volta da Riccardo Piatti, il suo mentore e attuale coach. “Ero lì per un torneo e l’ho visto perdere 6-1 6-2”, ha raccontato Piatti all’ATP, in un articolo completamente dedicato a Sinner. “Ma era l’unico ragazzino che provava a modificare il proprio gioco. Aveva un’attitudine vincente. Non metteva solo la palla dall’altra parte della rete e sperava che le cose andassero bene. Era calmo e riusciva bene a controllare le proprie emozioni. Colpiva la palla in maniera pulita ma con poca potenza”.

E lo stesso Sinner si ricorda di com’era quando a soli 13 anni ha lasciato le montagne di San Candido per il mare di Bordighera, sede dell’accademia di Piatti. “Non ho mai dubitato di poter diventare un buon giocatore di tennis perché sono uno che lavora tanto. Ma ero più magro e basso di quanto non sono ora”, ha rivelato Jannik che all’epoca viveva a casa di uno dei coach del centro creato da Piatti, Luka Cviektovic, che aveva dei figli più o meno della stessa età. “Giocavo in maniera aggressiva all’inizio ma a volte non avevo abbastanza fiducia nel mio gioco. Nel tennis si possono vincere delle partite o un intero torneo ma puoi anche perdere tre o quattro volte consecutive al primo turno”. Un ragazzino con grandi potenzialità ma pur sempre un ragazzino, sia dal punto di vista fisico che mentale. 

Ma se è impossibile, oltreché opportuno, forzare il processo di maturazione del corpo di un giovane atleta, è possibile, e a volte proficuo, velocizzare il processo di maturazione mentale. Come si fa nel tennis? Ad esempio saltando praticamente a piè pari i tornei junior, in cui si affrontano avversari magari di eguale talento ma anche di eguali insicurezze, e buttandolo nella mischia dei tornei professionistici, in cui chi sta dalla parte della rete è lì per guadagnarsi da vivere, punto dopo punto. Sinner ha così cominciato dai Futures, il primo gradino della lunga scala del tennis, a inizio 2018, quando aveva appena 16 anni. “La decisione di provare subito a misurarsi con tennisti più esperti è stata mia”, ha raccontato. “Ho sicuramente percorso una strada più difficile, ma mi è servita per riuscire a gestire la pressione che metto su me stesso. Pensi di dover vincere ogni match o punto e poi finisci per strafare. Dovevo capire che in realtà è un lungo processo di apprendimento”.

 

Ma la risposta riguardo alla paternità di questa scelta non convince appieno. La lunga mano di Piatti nel suo percorso è evidente. Il 61enne guru del tennis di Como, in passato sulle panchine di tennisti del calibro di Ljubicic, Raonic e Gasquet, è stato il vero deus ex machina dietro la rapida maturazione di Sinner. L’obiettivo è sempre stato, un po’ come con un computer, metterlo di fronte a problemi molto complessi, e vedere come riusciva a risolvere i problemi.

Un processo educativo, oltreché tennistico, che non ha ammesso scorciatoie e nel quale lo stesso Piatti non si è mai lasciato andare a trionfalismi quando Jannik cominciava ad ottenere risultati di rilievo. “Abbiamo cominciato con i Futures e poi siamo passati ai Challenger. Si è sorpreso lui stesso del suo livello. Quando ha cominciato a battere giocatori più forti di lui, ha capito quanto fosse forte e che non c’era nulla di cui sorprendersi. Quando ha vinto Bergamo gli ho detto: ‘molto bravo ma il tuo avversario non era un granché. Tu eri più forte di lui e ora dobbiamo trovarti gente più forte contro la quale misurarti’, ha sottolineato, non facendo un grande complimento a Roberto Marcora che peraltro ha successivamente circa 100 posizioni in un anno. “Con lui la questione è sempre stata trovargli avversari più vecchi per capire se potesse trovare le soluzioni. Gli volevo far capire che agli avversari non gliene frega niente di chi è lui”. 

Jannik Sinner – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Felice Calabrò)

Ed è stata però proprio quella vittoria all’inizio della scorsa stagione, curiosamente in un’altra città lombarda, a far crescere enormemente la consapevolezza di Jannik nei propri mezzi. E insieme alla fiducia sono arrivati anche le vittorie sul tour maggiore. Il prodigio altoatesino, al battesimo al Foro Italico, ha vinto il suo primo match contro l’americano Steve Johnson. Solo qualche mese più tardi Sinner si ritrovava nella semifinale di un 250 ad Anversa grazie a scalpi di prestigio come quello su Monfils. “Cerco sempre di alzare l’asticella, per capire se sono bravo a battere avversari di diverso livello: Futures, Challenger e, più di recente, circuito maggiore. Si tratta di andare in campo ed eseguire il mio schema di gioco: fare quello che voglio io invece di lasciare che la partita sia dettata da altri”, ha affermato. “Vincere il titolo a Bergamo all’inizio del 2019 è stato un incentivo a migliorare ancora. Quando ho battuto Monfils ad Anversa ad ottobre, ho capito quando strada potessi fare”. 

Poca in realtà, in termini di chilometri, per ritornare a Milano, sede dal 2017 delle Next Gen ATP Finals, il torneo riservato ai migliori otto Under 21 al mondo. Al Palalido mancavano i canadesi Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov, che sarebbero state le prime due teste di serie. Ma comunque Sinner si trovava di fronte avversari di talento e molto più navigati di lui come Alex De Minaur e Frances Tiafoe, due che ad esempio già avevano vinto un titolo ATP in carriera. Eppure, nonostante non partisse come favorito sulla carta e dovesse reggere anche le aspettative del pubblico di casa, venuto a frotte per ammirare quello che veniva descritto come il più grande talento del tennis azzurro da molti anni a questa parte, Sinner ha trionfato. E lo ha fatto con grande autorità, sconfiggendo nettamente De Minaur in finale.  “Ero contento per essere riuscito a reggere la pressione di vincere in casa a Milano ma ho anche capito che volevo provare questa sensazione ancora e ancora”, ha proseguito Jannik. E speriamo che ci riesca. 

Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo ha decisamente la testa sulle spalle, tanta ambizione e un amore esagerato il tennis. “Jannik adora questo sport. Mi piace il mio lavoro e per questo lo faccio da quarant’anni. Lui è come me. Ama il tennis, vuole migliorare e dà il massimo per riuscirci. Guarda un sacco di partite, si allena molto, e non perché è obbligato a farlo. Perché sa quello che vuole. Non è difficile dedicare la propria vita per uno o due anni, ma io dico a Jannik che deve dedicare la sua vita a questo sport per 15 anni”, ha spiegato coach Piatti, con quel misto di severità necessaria affinché il ragazzo non si monti la testa e orgoglio per gli straordinari risultati già conseguiti. “Ora ha una personalità forte. Al contrario di molti giocatori che ho allenato, gli posso parlare apertamente 30 minuti dopo una sconfitta invece di aspettare il giorno successivo. Non si distrae e preferisce ad esempio riguardarsi i match di Federer e Nadal piuttosto che andare al cinema”. Insomma, la vita di Jannik gira totalmente attorno ad una racchetta e una pallina gialla. 

Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Ma per riuscire ad imporsi ai vertici del tennis mondiale non basta essere la persona giusta, serve anche circondarsi delle persone giuste. Secondo Claudio Pistolesi, altro allenatore italiano di fama mondiale ed ex n.1 del ranking Junior a metà degli anni Ottanta, Sinner è in ottime mani da questo punto di vista, a contrario di diversi tennisti azzurri del recente passato. “Piatti e l’accademica possono proteggere Jannik dagli errori che sono stati commessi nello sviluppo di altri giocatori italiani”, ha sostenuto Pistolesi, che pure è stato allenato dal coach lombardo ad inizio carriera, non nascondendo una critica nei confronti dell’operato della Federtennis da questo punto di vista. “Piatti è un grande mentore e può usare il suo network per preparare al meglio Jannik. In questo momento lui deve dare la priorità alla sua carriera e ad avere attorno un grande team”. 

Insomma, il processo va avanti. Non facendosi condizionare dai successi di fine 2019, così come da qualche piccolo incidente di percorso nel primo scorcio di 2020. L’orizzonte temporale è molto più lungo di così. “Il dottore ha detto che crescerà ancora di circa quattro centimetri. Deve allenarsi e giocare ma non dobbiamo esagerare e portarlo al limite. Quando avrà 22-23 anni sarà pronto”, ha detto Piatti. E se già ora è in grado di misurarsi alla pari con praticamente tutti i tennisti del mondo non vediamo l’ora di sapere cosa sarà in grado di fare allora. Quando sarà pronto. A quel punto potrebbero essere gli altri a non essere pronti per lui. 

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Interviste

Il sogno di Shapovalov: “Ispirare i ragazzini a giocare a tennis in Canada”

Il n.16 del mondo viene da una famiglia di tennisti. Ma sa che nonostante i suoi successi, c’è ancora tanto da fare per il tennis canadese. E sostiene: “il mio unico obiettivo è migliorare ogni giorno”

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Come per tanti altri giocatori del circuito ATP, anche per Denis Shapovalov il tennis è sempre stato una cosa di famiglia. La madre Tessa è stata una giocatrice professionista negli anni Novanta, rappresentando la Russia. Terminata l’attività agonistica, è finita ad insegnare tennis al Richmond Hill Tennis Country Club di Toronto, la città più popolosa del Canada. 

La racchetta da tennis è finita ben presto nelle mani del figlio maggiore Evgeny, del quale mamma Tessa è diventata la prima allenatrice. Mentre loro si allenavano, anche il fratello più piccolo, un po’ per spirito di emulazione, cominciava già a dimostrare per lo sport. “Quando lui (Evgeny) lavorava con mia mamma, cercavo di correre in campo e disturbarli. Volevo colpire la palla. All’inizio andava bene perché non la colpivo. Poi ho cominciato a prenderci e così mia mamma ha deciso che era il momento di iniziare a giocare, se volevo”, ha raccontato il n.16 del ranking mondiale al sito della ATP. 

Questo però non significa che la strada sia stata facile per lui. Fin da bambino, Shapovalov ha dovuto fare grandi sacrifici per inseguire il suo sogno diventare un grande tennista. Mentre gli altri bambini, una volta finita la scuola, si rilassavano e giocavano, lui si allenava. “Non ho avuto un’infanzia normale”, ha proseguito. “Mi ricordo che mi svegliavo alle 5-6 del mattino per allenarmi prima della scuola. Altre volte mi sono allenato fino alle 10-11 di sera. Volevo migliorare, cercare di dare il massimo. Ricordo di aver pianto alcune volte sul campo da tennis”. 

 

Ma non era il solo a fare sacrifici. Insieme a lui c’era anche la famiglia, inclusa ovviamente mamma Tessa, a supportarlo finanziariamente oltre che dal punto di vista tecnico. È stata dure anche per loro. “I miei genitori hanno fatti grandi sforzi perché hanno fatto tutto da soli. Non abbiamo ricevuto nessun aiuto quindi tutti i soldi li abbiamo messi noi”, ha sottolineato. “Ad un certo punto ci siamo chiesti se fosse la scelta giusta perché viaggiavamo e non ci potevamo permettere più di partecipare ad altri tornei. Ma io ho sempre creduto nella mia famiglia e la mia famiglia ha sempre creduto in me”.

Non c’è da stupirsi che la famiglia Shapovalov abbia ricevuto poco sostegno. Il Canada non è mai stato un paese dalla grande tradizione tennistica. Ora però si trova con una batteria di giovani talenti che tutti invidiano. Denis e Felix Auger-Aliassime, a rispettivamente 20 e 19 anni, sono già nell’élite del circuito ATP e insieme (anche a Vasek Pospisil) hanno trascinato il team canadese alla finale di Davis. Al femminile, la classe 2000 Bianca Andreescu ha conquistato il suo primo Slam agli ultimi US Open.

Nonostante ciò, Shapovalov sa che il tennis in Canada è ancora uno sport minore e che tanti ragazzini preferiscono magari giocare a hockey. “Vorrei usare il mio gioco per ispirare più bambini che non hanno ricevuto supporto a non mollare e che è possibile farcela se ci si crede e si lavora duro”, ha proseguito. “Spero di poter ispirare una giovane generazione di canadesi a prendere in mano la racchetta e credere che possono diventare dei giocatori di tennis rimanendo a vivere nel loro paese”.

Oltre a pensare agli altri, Shapovalov ha ben chiari anche i suoi obbiettivi. Dopo una deludente parte centrale di stagione, con l’arrivo di Mikahil Youzhny in panchina, il biondino nato a Tel Aviv ha risalito la china, vinto il suo primo torneo sul circuito maggiore in carriera a Stoccolma e centrato la prima finale in un Masters 1000 a Parigi Bercy. L’inizio di 2020 è stato di nuovo poco brillante, a dimostrare che la strada verso la continuità è ancora lunga. Ma va percorsa giorno dopo giorno.

“Quando mi sveglio il mio unico obbiettivo è migliorare. Cercare di crescere come persona e giocatore”, ha concluso. “Mi voglio godere la mia carriera. Non mi devo più preoccupare dei soldi o se vinco un match in più o in meno. Vado in campo per divertirmi e per mostrare quello che so fare”. Quel bambino che si divertiva a disturbare le lezioni di mamma Tessa è cresciuto ma ha ancora voglia di giocare. 

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