Wimbledon: Berrettini al cospetto di Federer. Nadal favorito. Gauff, favola finita?

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Wimbledon: Berrettini al cospetto di Federer. Nadal favorito. Gauff, favola finita?

Per Matteo sarà durissima contro Roger, Joao Sousa appare chiuso da Rafa. Cori trova Simona Halep, missione quasi impossibile

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Londra, il nostro inviato

Roger Federer – Matteo Berrettini (terzo incontro, campo centrale, nessun precedente)

Spunti tecnici: Berrettini, servizio e dritto

Il nostro peso massimo nazionale (1.95 per 90 kg, un fisico alla Juan Martin del Potro, e conseguente potenza quasi allo stesso livello), la sta prendendo con la giusta ironia. “Ho dovuto smettere di tifare per Federer quando ho visto per la prima volta il suo nome e il mio nello stesso tabellone“, ha dichiarato in modo assai simpatico, ma lui lo è sempre, in conferenza stampa.

Matteo Berrettini, romano DOC, è allenato dal romano altrettanto DOC Vincenzo Santopadre (“Wow, alla grande”, gli ho detto l’altro ieri incrociandolo tra i campi di allenamento. “Eh sì, ci stiamo divertendo“, mi ha risposto), sta facendo un signor torneo finora. Non ha sconfitto dei fenomeni, questo va detto: Baghdatis era all’ultimo match in carriera, Bedene e Schwartzman sono ossi duri ma non top-player, anche se l’argentino è stato 11 ATP, però le partite bisogna vincerle. In particolare il buon Diego, che da gran sportivo qual è si è premurato di fare i complimenti a Berrettini su Instagram“Bravo Matteo, in bocca al lupo!“, gli ha scritto – per un pelo non lo mandava a casa, avendo fallito tre match point. Dall’analisi delle statistiche, prima della partita, era emerso chiaramente che Schwartzman è uno tra i migliori al mondo in risposta, le conseguenti difficoltà di Matteo erano ampiamente prevedibili e si sono puntualmente verificate.

Il problema, oggi, è che se “El Peque” è un diavoletto, Roger Federer è letteralmente il Grande Satana. “Non mi ha fatto sentire a mio agio in campo“, aveva detto Berrettini dell’argentino, uno che ti sta attaccato come una sanguisuga, e punge come una zanzara. Ma Roger, purtroppo, è in grado di fare ben di peggio. Gli appassionati si fanno comprensibilmente abbagliare dai tocchi sopraffini, dagli anticipi in controbalzo, dall’eleganza regale dei gesti di Federer. Tutto questo luccicare di brillantini e paillettes tennistiche e tecniche, però, nasconde la vera anima del gioco dello svizzero, che prima di tutto è un difensore fenomenale. Fargli punto è un incubo, all’occorrenza è in grado di “remare” e coprire il campo come uno spagnolo anni ’80. Ed è uno tra quelli che sono più perfidi in assoluto nel trovare, cinicamente e scientificamente, i punti deboli degli avversari, incidendo proprio lì senza pietà.

Roger è uno che prima di tutto ti fa giocare male, non ti manda una palla uguale all’altra, le rotazioni le usa tutte e nel modo più efficiente. Per questo ti costringe a molti errori, o a prendere rischi eccessivi, perché se solo ti azzardi ad accorciare o metterla di là in sicurezza, è lui a entrare con tutta la sua devastante classe e seppellirti di vincenti. D’altronde se è il migliore ci sarà un motivo. Matteo è un giocatore perfetto per il tennis moderno, sia fisicamente che come armi da mettere in campo, principalmente il servizio (ben oltre i 220 kmh) e il drittaccio, quasi fosse un novello Andy Roddick. A rete, nulla da dire, è davvero bravo, in particolare se raffrontato al gioco di oggi.

Dal lato del rovescio, ottimo lo slice, onesto e molto migliorato in manovra quello coperto, negli ultimi sei mesi ha saputo lavorare per aggiungere una buona variazione anche in lungolinea. Il punto dolente, dal lato sinistro, è il passante: se lo so io, come tutti, figurarsi se non lo sa Roger. Il timore è che il colpo bimane di Berrettini venga messo sotto torchio da Federer appena possibile, con palle basse, o aperture che lo costringano a impattare in corsa. Potrebbe essere una trappola molto pericolosa per l’italiano.

Dall’altro lato non è che Roger finora abbia a sua volta incantato col rovescio, soprattutto in risposta, e sarà lì che il super-servizio di Matteo dovrà fare danni seri, con alte percentuali. Su ogni ribattuta appena appena aggredibile, via subito con la botta di dritto dall’altra parte, andando a far giocare Federer in allungo sul lato destro, altra situazione di gioco che Roger ama poco e che a volte lo porta a steccare diversi recuperi. Comunque vada, dal punto di vista degli appassionati italiani, una partita da sogno. Gli unici biglietti legalmente disponibili, quelli rivenduti dai “Debenture Holders”, i titolari dei pacchetti già assegnati per interi quinquenni, ieri sera stavano a 1000 sterline l’uno, oggi siamo già a oltre il doppio. Godiamocela tutti, Berrettini per primo, perché se la è ampiamente meritata.

Prima di Berrettini nell’Era Open avevano raggiunto gli ottavi a Wimbledon altri quattro tennisti italiani: Adriano Panatta (quarti nel 1979), Davide Sanguinetti (quarti nel 1998), Gianluca Pozzi (ottavi nel 2000) e Andreas Seppi (ottavi nel 2013). In tempi ben più lontani, gli 8 azzurri in ottavi erano stati: Uberto de Morpurgo nel 1928 (quarti), Giorgio de Stefani nel 1933 (ottavi), Rolando del Bello nel 1949 (ottavi), Gianni Cucelli nel 1949 (ottavi), Fausto Gardini nel 1951 (ottavi), Beppe Merlo nel 1955 (ottavi), Orlando Sirola nel 1959 e 1962 (sempre ottavi) e per cinque volte Nicola Pietrangeli: quarti nel 1955, ottavi nel 1956 e 1958, semifinali nel 1960 e ottavi nel 1965.

Rafael Nadal – Joao Sousa (ore 14 italiane, campo centrale, precedenti 2-0 Nadal)

Risultato a mio avviso praticamente chiuso in favore di Rafa, con tutto il rispetto possibile per l’ottimo Sousa (primo portoghese di sempre alla seconda settimana qui a Wimbledon, e unico tra quelli non testa di serie rimast a vantare un ottavo Slam in precedenza, allo US Open l’anno scorso). Joao sta giocando benissimo, il match vinto sabato sera sull’inglese Evans, con l’ovvio tifo del campo 1 tutto contro, è stato una prova di forza ammirevole. Però Rafa è Rafa, ieri in allenamento ad Aorangi Park l’ho visto davvero bene sia fisicamente che tecnicamente, in particolare ha dedicato grande lavoro e attenzione (lo fa spesso) alle accelerazioni di dritto con poca rotazione. Niente finale “reverse” sopra la spalla, pochi “topponi”, tante fucilate semipiatte che filavano a due spanne dalla rete, di potenza impressionante. Un Nadal “da erba”, bello convinto, che tra l’altro sta servendo come un treno a mio avviso da Sousa non perde mai (più ace di Federer qui finora, 32 contro 25). A meno che non accadano eventi impronosticabili come una giornata contemporaneamente tremenda per Rafa e stratosferica per Joao.

 

Simona Halep – Cori Gauff (secondo incontro, campo 1, nessun precedente)

Il piccolo fenomeno statunitense Cori “Coco” Gauff sta bruciando le tappe a dire poco. Ma siamo alla settima partita per lei (tre di qualificazione, poi in fila le vittorie su Venus Williams, Magdalena Rybarikova e Polona Hercog), praticamente è come se fosse in una finale Slam. Per di più, la buona se non ottima Halep vista finora è difficile immaginare che si faccia irretire dal bel gioco e dalle variazioni della quindicenne venuta dalla Florida. Cori era praticamente già spacciata (6-3 5-2 e match-point) con Hercog, che è una buona giocatrice di seconda fascia (60 WTA), gran servizio, bel dritto, ma non straordinaria nel resto. Simona, su questi campi molto lenti tra l’altro, è durissima da battere. Anche se ne uscisse con le ossa rotte, Gauff potrà tornare a casa con un’esperienza indimenticabile, tanta fiducia e la strada se possibile ancor più spianata verso una carriera ai massimi livelli. Dovesse invece realizzare l’ennesimo miracolo sportivo (tutto può essere nel tennis, Halep come sappiamo è fortissima tecnicamente ma non un cuor di leone se le cose si mettono male), beh, sarebbe la sorpresa dell’anno.

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I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

L’ultimo dei nostri re è Roger Federer, capace di trionfare sul rosso di Parigi nel 2009. Anche grazie al vichingo di Tibro

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Con questo articolo, si conclude la nostra raccolta dedicata ai re e alle regine del Roland Garros.


Secondo un manuale apocrifo in tema di tattica, sul quaranta pari sarebbe buona creanza colpire sodo ampiamente all’interno delle righe, tanto per sortire dalla faccenda con fare più da lepre che non da segugio. Ma, come dice l’adagio, non è sempre oro colato! Così, fedele al suggerimento, Robin Soderling sembrò tradire una certa sorpresa quando un arrischiato slice a uscire l’aveva spinto nei dintorni del pubblico laterale prima di essere chiamato all’angolo opposto per riparare a un maledetto diagonale che se ne infischiava delle buone creanze. Una volta sulla palla, aveva organizzato un passante di rovescio senza troppe pretese lasciando che il satanasso oltre la rete castigasse il tiraccio con una volée vincente di diritto.

Una manovra che aveva portato il punteggio sulla punta dell’iceberg per via di un match point che valeva il Roland Garros 2009. Un punto risolutore che di lì a poco si sarebbe consumato nel fragoroso silenzio dello Chatrier tramite il rito secolare del servizio. Una… due… tre, per otto volte il manto rosso più famoso al mondo restituiva la palla a una mano sinistra nervosa ma non troppo. La stessa che subito dopo si era mossa all’insù liberando la sfera nel cielo sovrastante mentre la destra, armata di racchetta, andava a colpire con violenza destinazione il diritto dello svedese. Per uno strano influsso astrale, quel colpo, che lungo tutto il torneo aveva fatto sfracelli, non era in grado di predisporre una qualsivoglia replica spedendo malamente l’oggetto gommoso tra le ingloriose maglie della rete.

Un batter di ciglia, e l’esplosione del pubblico deflagrava frattanto che un tremante Roger Federer, piegato sulle ginocchia, liberava – nel bel mezzo del grande centrale – un urlo degno di Munch, rivelato soltanto da un marcato labiale che lasciava il sonoro al frastuono generale. Un’apoteosi che rapiva lo svizzero verso uno stato di beata sospensione, uno di quegli spazi eterei in cui il presente si espande all’infinito e il tempo non ha più valore. Una bolla nella quale un Federer lacrimante andava sprigionando sensazioni a briglia sciolta in un misto a mezza via tra gioia e orgoglio. Tutt’intorno l’infinità di volti non oscillava più da un lato all’altro al ritmo degli scambi, ma di colpo si posava su di lui indagando in quegli occhi un semestre alle spalle volato via tra una finale in Australia e qualche semi racimolata qua e là a Doha, Miami e Indian Wells. Un periodo che aveva fatto guardare a lui quasi come a un giocatore in forte crisi.

Dal lato opposto, Soderling muoveva lentamente un primo passo verso la stretta di mano, mentre, il vincitore, ancora estraneo a tutto, si attardava sulle immagini della sua campagna sulle sabbie rosse della vecchia Europa. Dall’uscita con Wawrinka al secondo turno di Montecarlo alla semifinale persa a Roma contro un Djokovic non era accaduto nulla di esaltante! Poi c’erano stati i 674 metri che dal livello del mare conducono a Madrid e la palla, come per incanto, aveva ripreso a viaggiare. In una Caja Magica semi-assolata li aveva messi tutti in fila riservandosi, nel match clou, la gratificazione di un duplice 6-4 rifilato a un frastornato Nadal. In un impulso di ritrovato amor proprio aveva fatto sfoggio di spiccate qualità adattive coniugandole alla grande voglia di riscatto maturata in cinque sconfitte di fila patite dall’iberico.

 
Federer e Nadal dopo la finale di Madrid 2009

Ginocchi a terra e volto tra le mani, ora carpiva l’attimo per vagare tra le tappe di quei Campionati di Francia iniziati con i presagi di ostinati bookmaker che, a dispetto della fresca performance madrilena, assegnavano a Nadal un 70% di vittoria contro un misero 15% a lui riservato.

Un Roland Garros nel quale tutti inseguivano qualcosa: il maiorchino guardava al quinto trionfo consecutivo sulla terra di Francia e al sorpasso di Bjorn Borg fermo a quattro; Djokovic bramava un’attesa consacrazione dopo aver tenuto lo spagnolo sul crinale della semi a Madrid con tre match point tutti annullati ma letti con fiducia: “Mi manca poco” andava dicendo ai giornalisti, “… e posso batterlo proprio qui a Parigi”. Anche Murray, forte dei risultati a Indian Wells e Miami sentiva di poter dire la sua su una superficie diversa dal cemento. Tra sé e sé, Federer scorreva l’inebriante sogno di quel 14° Slam da vivere in compagnia di Pete Sampras. Infine c’erano i sogni dei tanti passati per il botteghino, migliaia di appassionati che avrebbero fatto carte false pur di veder replicata la finale delle ultime tre edizioni. 

E pensiero dietro pensiero, si era lasciato andare ai fotogrammi di quel viaggio appena giunto in porto. In un caldo parigino di fine maggio, il turno d’esordio se n’era andato liscio come l’olio, mentre in quello successivo era incappato in due tie-break per domare un sorprendente Acasuso. Punto su punto era volato, quindi, agli ottavi per rischiare grosso contro un Haas particolarmente ispirato: due set sotto, era stato chiamato a salvare una palla break sul 3-4 del terzo con un diritto a sventaglio finito per spizzare la riga laterale. Fosse atterrata un unghia più in là, il tedesco avrebbe servito per il match e sarebbero stati guai. Nei quarti aveva respirato l’amore del pubblico sebbene oltre la rete ci fosse Gael Monfils, un gatto sornione da prendere comunque con le molle. “Parigi sembra avermi adottato” aveva detto subito dopo il match, “… e la gente vuole che io vinca questo torneo.

In effetti, in quel Roland Garros anche il destino sembrò invaghirsi di lui. Lo aveva fatto con segnali tangibili in arrivo da un irriducibile Kohlschreiber che troncava negli ottavi le velleità di Djokovic e da un potente Fernando Gonzales che nei quarti aveva fatto altrettanto con quelle nutrite da Murray. 

Un film nel quale, una volta in piedi, lo svizzero andava lentamente rievocando anche i tratti della terribile semifinale in cui era ricorso a geometrie inedite pur di evitare il diritto al tritolo di un Del Potro già sulla soglia del grande tennis. Due set a uno sotto, si era tirato fuori dalla buca destabilizzando il gigante di Tandill con smorzate di altissima fattura. L’aveva riportata per il rotto della cuffia chiudendo solo 6-4 al quinto.

Scorrevano i titoli di coda quando, infarinato di rossiccio, aveva mosso i primi passi verso l’uomo della provvidenza, quello che negli ottavi l’aveva fatta grossa fermando, a suon di randellate, nientemeno che Rafael Nadal! A Porte D’Auteuil, lo spagnolo non conosceva sconfitta: 29 vittorie su 29 incontri durante i quali aveva lasciato per strada la miseria di cinque set. Non bastasse, il confronto era stato segnato anche da uno smaccato appoggio rivolto dal pubblico al giovane svedese. Qualcosa che aveva stizzito il campione uscente: “Sono deluso”, avrebbe tuonato qualche giorno dopo da Manacor, “ho vinto quattro volte il torneo e l’altro giorno sono uscito dal campo senza lo straccio di un applauso. Anzi ho sentito pure qualche fischio. Accade solo in Francia”.

Chi l’avrebbe detto, deve aver pensato Federer deambulando senza fretta, che a interrompere il record di Rafa sarebbe stato un marcantonio di quasi due metri disceso dal freddo Gotaland, nel sud della Svezia, in un momento in cui il tennis da quelle parti navigava in completa bonaccia? Randellando il diritto come un vichingo con ascia in mano, l’omone di Tibro aveva spinto lo spagnolo alla difesa punendolo a tratti con incursioni a rete coronate da successo. L’avanzata del nordico si era infranta solo sui tre set della finale appena andata in onda, durante i quali i colpi di Federer avevano sprizzato il peso della sapienza e dei record macinati. Troppo, anche per un outsider con i fiocchi che tornava sotto i riflettori dopo un periodo luci e ombre.

Robin Soderling

Ora era lì, poggiato a una rete di metà campo in attesa che il vincitore coprisse i metri mancanti al saluto di rito. Quel Federer dagli occhi lucidi che aveva messo ordine nel paradiso del tennis divenendo l’alfiere, insieme a Sampras, di 14 major sfoggiati in bacheca. “Sei il più forte della storia”, dirà lo scandinavo durante la stretta di mano, “… meriti il titolo”. Tornato in sé, Roger Federer ignorava quanto la vittoria parigina fosse infarcita di record bislacchi amati dai pennaioli accaniti di statistica. Di certo sapeva quanto quel Roland Garros 2009 fosse una quadratura mentale più che tecnica, una risposta alle tre finali perse e un segnale univoco a chi in quel semestre, l’aveva spacciato quasi per un ex. Per lui, avvezzo al verde in Church Road, la gioia più grande passava, quella volta, per un riscatto color mattone consumato sulle faticose sabbie in Bois de Boulogne.

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Editoriali del Direttore

Rino Tommasi e Gianni Clerici, due Maestri inimitabili. Io non sono Giotto…

Tanta nostalgia, tanti ricordi del direttore, tante battute dei gemelli diversi, l’uomo delle lettere e quello dei numeri. Lo storyteller che affascina e Computer-Rino che i dati li interpreta. Questa domenica Sky la dedica a loro

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Rino Tommasi e Gianni Clerici. Che amici, quanti anni vissuti fianco a fianco in mille tornei, in mille viaggi, un centinaio di Slam e cabine televisive, quanti momenti indimenticabili, quanti ‘colpi immortali’, quanti ‘circoletti rossi’ – “il contrario di un diminutivo, era anzi un superlativo!” Gianni dixit – quanta nostalgia! Un ricordo di Adriano Panatta

Due amici, certo, ma anche due grandi impareggiabili Maestri con la M maiuscola. Non sono il solo ad aver imparato molto da Rino – e mai abbastanza direbbe lui! – e a dovergli riconoscenza infinita per l’esempio e il continuo stimolo che ha dato alla mia passione per il giornalismo, lo sport e il tennis in particolare. Tanti hanno imparato da lui e oggi lavorano in Gazzetta, FIT, Ubitennis, Sky – e proprio su Sky domani, domenica 7 giugno, l’intera programmazione di Sky Sport Arena sarà dedicata a Gianni e Rino.

Esser considerato da Rino, forse, l’allievo prediletto – come gli scappò detto una volta in pubblico, non senza immediatamente correggere il tiro “capita anche a me di sbagliarmi…!” – per me, che gli voglio bene come fosse un secondo padre, (anche a causa della morte prematura del mio 42 anni fa), è un grande, impagabile onore.

 

Due Maestri inimitabili, i “due gemelli diversi” – parti uguali ma distinte di un duo cult della TV: l’uomo delle lettere e l’uomo dei numeri.

Inimitabili perché Gianni è sempre stato uno storyteller che riesce a intrattenere, ad affascinare, quasi a rapire con i suoi “affreschi” raccontati anche chi non è interessato al tennis, “uno scrittore prestato al tennis” come disse di lui Calvino.

Inimitabili perchè Rino – “un cervello essenzialmente matematico però capace di digressioni epico-fantastiche” è la definizione di Giuan Brera – ha sempre spiegato come nessuno tutti i numeri che si era studiato e che la sua prodigiosa memoria gli ha sempre consentito di ricordare e interpretare perché, come dice: “il computer ha tutti i dati ma non capisce di tennis!“. 

Rino Tommasi

Uno ti teneva agganciato al suo racconto, in cui intervenivano personaggi mai incontrati, il tassista dall’aeroporto all’hotel, il campione in ascensore… che stava al pianterreno – “Gianni, se un giorno ti daranno una camera d’hotel al pianterreno saremo rovinati” gli dissi io – l’altro era il grande opinionista che, a dispetto di una sintesi obbligata da sole 25 righe concesse dai direttori meno illuminati della Gazzetta, più che un’opinione emanava una sentenza che faceva giurisprudenza. “Opinioni e Sentenze” senza appello, ma subito approdate in Cassazione senza vizi di legittimità e merito, ma pronunciate e ribadite all’infinito perché le capissero anche le orecchie e i cervelli più duri e resistenti.

Entrambi incredibilmente pronti alla battuta e ancor più alla replica immediata, con Gianni che dice “Io sono stato utilizzato dalle TV soltanto per interrompere di tanto il tanto il Tommasi” e Rino che ribatte “Il Dottor Divago può dimenticare chi ha vinto e che è successo, ma vi dirà sempre perché”. Gianni che dice “Se la gente dice che siamo volgari io rido, la più grande volgarità nella vita è non avere sense of humour” e Rino che risponde: “Viviamo in un Paese libero, siamo solo due amici che guardano e commentano una partita di tennis”.

Gemelli diversi perché Gianni è uomo colto a 360 gradi, letteratura, poesia, musica, pittura, è interessato a tutto, Rino – altra citazione di Brera – “è uno dei più ‘culti’ giornalisti sportivi in assoluto”, è sport a 360 gradi, tutti gli sport, come quasi tutta di sport è la sua immensa libreria, in tutte le lingue: “Se si vuol saper tutto o quasi tutto di un campo e fare bene una cosa non puoi cercare di farne altre. Le faresti tutte meno bene”.

Assolutamente diversi anche nel tipo di spirito. Quello di Rino era più spesso autoironico, pur sapendo di poter incorrere in giudizi negativi da parte di chi non sarebbe stato in grado di capirlo: “Per un giornalista è molto più importante scrivere in fretta che scrivere bene. Se poi scrive anche bene allora è Tommasi!”; “La modestia è un difetto che non ho mai avuto, non vedo nessuna ragione per essere modesto”; “Mi hanno nominato direttore ad personam. Non so bene cosa voglia dire, ma se significa che sono il direttore di me stesso mi va benissimo perché significa che ho la migliore redazione del mondo”.

Gianni ama più prendere in giro chi gli sta vicino: “Tommasi a volte si addormenta in telecronaca, poi si sveglia e dice ’40-15’ e quel che mi stupisce sempre è che il punteggio è giusto”. “Dalla prima riga di un commento su Ubitennis si capisce se chi scrive è tifoso di Federer o Nadal”.

Gianni Clerici Wimbledon 2015

Ma anche a Rino piace stuzzicarmi:Ubaldo si è inventato Ubitennis perché così gioca a fare il direttore”. E quando io gli dico: “Rino se tu continui a restare della tua opinione e io della mia, non arriviamo a nessun punto…”. E lui: “Certo che ci arriviamo, tu hai torto e io ho ragione!”.

Inimitabili perché di Giotto che supera il maestro Cimabue ce n’è stato uno solo. Gianni è molto più difficile da… imitare e somigliare. Nessuno ci riuscirà mai. Quanto a Rino, beh vorrei avere la sua capacità di sintesi che non ho. Tento di essere opinionista, ma tendo a voler spiegare troppo. Lui era più sbrigativo. Chi capisce bene, chi non capisce… peggio per lui. Ma alla fin fine il vero problema è… che io non sono Giotto.

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evidenza

Original 9: Jane ‘Peaches’ Bartkowicz

Quarto dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Jane ‘Peaches’ Bartkowicz, che trovò la sua prima racchetta tra i cespugli

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Jane 'Peaches' Bartkowicz (via Twitter, @WTA)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La quarta protagonista è Peaches Bartkowicz, nata il 16 aprile 1949, che ripercorre gli esaltanti giorni di settembre 1970, quando sostenne le Original 9. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Originaria del Michigan, Jane ‘Peaches’ Bartkowicz aveva 21 anni quando si è iscritta per giocare nel controverso torneo Virginia Slims Invitational di Gladys Heldman. Dopo una carriera giovanile stellare coronata da innumerevoli titoli nazionali e dalla vittoria del singolare femminile a Wimbledon all’età di 15 anni, Bartkowicz ha conquistato consecutivamente il singolare e il doppio a Cincinnati nel biennio 1966-67, il Canadian Open nel 1968 e ha raggiunto due volte i quarti di finale allo US Open.

Membro della vittoriosa squadra americana di Fed Cup nel 1969, lasciò il Tour nel 1971 con all’attivo vittorie su Evonne Goolagong e Virginia Wade.

 

Peaches riflette: “La mia famiglia non poteva permettersi lezioni di tennis – mio padre lavorava nella catena di montaggio di una fabbrica di automobili – ma quando ero bambina vivevo vicino a un parco con dei campi pubblici, lì ho trovato una racchetta tra i cespugli. C’era un muro e ci avrei giocato contro per tutto il tempo. Ero determinata, diventai molto precisa e questo è stato probabilmente il mio più grande punto di forza. Mi ha aiutata perché non avevo il talento di molte altre giocatrici, e per di più non ero così veloce in campo!“.

Sono stata supportata come junior, ma in seguito il costo dei viaggi per gli eventi è diventato un vero problema. Ricordo di essere andata in Europa, di aver vinto i primi sei tornei a cui ho partecipato e in effetti di aver perso del denaro. Era fuor di dubbio che qualcosa andasse fatto, così quando venne organizzato il torneo di Houston non esitai, soprattutto perché sapevo che c’era Gladys Heldman dietro l’iniziativa. Era la proprietaria di una rivista di tennis, era una donna, e sua figlia Julie avrebbe partecipato al torneo, perciò sapevo che era interessata a noi. Onestamente, Gladys mi intimidiva, era una donna molto decisa, ma era anche molto gentile, ed ero sicura che sapesse cosa stava facendo”.

Quando in squadra hai qualcuno come Gladys, Virginia Slims e hai gente come Billie Jean, Rosie e Nancy, non credo che si possa sbagliare. Eravamo molto preoccupate della situazione nel tennis, ovviamente, ma allo stesso tempo credevamo che il cambiamento dovesse avvenire anche in altre aree della società. Capii che se si riesce a fare qualcosa del genere nel tennis, nel mondo del lavoro, o in qualunque altro campo, può esserci un effetto domino che alla lunga porterà benefici a tutti“.

Sapevo che sarebbe stato difficile, sapevo che ci sarebbe voluto del tempo, ma non ho mai pensato che il nuovo circuito avrebbe fallito. Ho sempre creduto che sarebbe stato qualcosa di grande. Tuttavia, nonostante amassi giocare a tennis, ho trovato molto difficile l’aspetto promozionale delle cose. Ero timida e non avevo un buon rapporto con il pubblico… è stato uno dei motivi per cui ho lasciato il tennis così giovane. Quando sono cresciuta, mi sono aperta di più e ho pensato: perché non avrei potuto essere così prima? Ma non ho rimpianti. Ho una famiglia meravigliosa, tutto ha funzionato“.

(Intervista realizzata da Adam Lincoln)


Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Peaches Bartkowicz.

Chi era il tuo idolo?
“Da giovane il mio idolo era Maria Bueno. Amavo la sua grazia e il suo stile di gioco perché il mio non era minimamente vicino al suo, apprezzavo molto l’armonia dei suoi movimenti in campo, quasi da ballerina (Maria Bueno, morta nel giugno 2018, veniva infatti soprannominata ‘Tennis Ballerina’)

I tuoi colpi migliori come tennista?
“I miei colpi migliori erano il rovescio a due mani e la precisione”.

Torneo preferito?
“Il mio torneo preferito era lo US Open a Forest Hills. All’epoca ero letteralmente incantata da quell’arena e anche se oggi può sembrare piccola, (nel frattempo il torneo si è spostato a Flushing Meadows, ndt) mi sono divertita a giocarci; in più era negli Stati Uniti”.

Cosa serve per essere un campione?
“Per essere un campione ci vuole un sacco di duro lavoro e penso che per rimanere al top si debba avere il killer-instinct, non arrendersi mai ed essere molto determinati”.

Momento clou della tua carriera nel tennis?
“Il momento clou della mia carriera tennistica è stato vincere incredibilmente 17 campionati nazionali dagli 11 ai 18 anni, ho sempre vinto contro giocatrici della mia stessa fascia di età e contro quelle più grandi, non ho mai perso una partita in quegli anni”.

La partita che credevi fosse vinta?
“Credo sia quella persa per un punto contro Ann Jones. In quegli anni bastava staccare di un punto l’avversario per vincere il tie-break, mentre oggi sono necessari due punti. Ho perso l’ultimo set 5 a 4, quindi tecnicamente solo un punto ha davvero fatto la differenza”.

La tua tennista preferita di oggi?
“In realtà non guardo molto tennis, ma quando lo faccio mi impressiona molto come gioca Osaka”.


Traduzione a cura di Andrea Danuzzo

  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman
  3. Original 9: Judy Dalton


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