Wimbledon: Berrettini al cospetto di Federer. Nadal favorito. Gauff, favola finita?

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Wimbledon: Berrettini al cospetto di Federer. Nadal favorito. Gauff, favola finita?

Per Matteo sarà durissima contro Roger, Joao Sousa appare chiuso da Rafa. Cori trova Simona Halep, missione quasi impossibile

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Londra, il nostro inviato

Roger Federer – Matteo Berrettini (terzo incontro, campo centrale, nessun precedente)

Spunti tecnici: Berrettini, servizio e dritto

Il nostro peso massimo nazionale (1.95 per 90 kg, un fisico alla Juan Martin del Potro, e conseguente potenza quasi allo stesso livello), la sta prendendo con la giusta ironia. “Ho dovuto smettere di tifare per Federer quando ho visto per la prima volta il suo nome e il mio nello stesso tabellone“, ha dichiarato in modo assai simpatico, ma lui lo è sempre, in conferenza stampa.

Matteo Berrettini, romano DOC, è allenato dal romano altrettanto DOC Vincenzo Santopadre (“Wow, alla grande”, gli ho detto l’altro ieri incrociandolo tra i campi di allenamento. “Eh sì, ci stiamo divertendo“, mi ha risposto), sta facendo un signor torneo finora. Non ha sconfitto dei fenomeni, questo va detto: Baghdatis era all’ultimo match in carriera, Bedene e Schwartzman sono ossi duri ma non top-player, anche se l’argentino è stato 11 ATP, però le partite bisogna vincerle. In particolare il buon Diego, che da gran sportivo qual è si è premurato di fare i complimenti a Berrettini su Instagram“Bravo Matteo, in bocca al lupo!“, gli ha scritto – per un pelo non lo mandava a casa, avendo fallito tre match point. Dall’analisi delle statistiche, prima della partita, era emerso chiaramente che Schwartzman è uno tra i migliori al mondo in risposta, le conseguenti difficoltà di Matteo erano ampiamente prevedibili e si sono puntualmente verificate.

Il problema, oggi, è che se “El Peque” è un diavoletto, Roger Federer è letteralmente il Grande Satana. “Non mi ha fatto sentire a mio agio in campo“, aveva detto Berrettini dell’argentino, uno che ti sta attaccato come una sanguisuga, e punge come una zanzara. Ma Roger, purtroppo, è in grado di fare ben di peggio. Gli appassionati si fanno comprensibilmente abbagliare dai tocchi sopraffini, dagli anticipi in controbalzo, dall’eleganza regale dei gesti di Federer. Tutto questo luccicare di brillantini e paillettes tennistiche e tecniche, però, nasconde la vera anima del gioco dello svizzero, che prima di tutto è un difensore fenomenale. Fargli punto è un incubo, all’occorrenza è in grado di “remare” e coprire il campo come uno spagnolo anni ’80. Ed è uno tra quelli che sono più perfidi in assoluto nel trovare, cinicamente e scientificamente, i punti deboli degli avversari, incidendo proprio lì senza pietà.

Roger è uno che prima di tutto ti fa giocare male, non ti manda una palla uguale all’altra, le rotazioni le usa tutte e nel modo più efficiente. Per questo ti costringe a molti errori, o a prendere rischi eccessivi, perché se solo ti azzardi ad accorciare o metterla di là in sicurezza, è lui a entrare con tutta la sua devastante classe e seppellirti di vincenti. D’altronde se è il migliore ci sarà un motivo. Matteo è un giocatore perfetto per il tennis moderno, sia fisicamente che come armi da mettere in campo, principalmente il servizio (ben oltre i 220 kmh) e il drittaccio, quasi fosse un novello Andy Roddick. A rete, nulla da dire, è davvero bravo, in particolare se raffrontato al gioco di oggi.

Dal lato del rovescio, ottimo lo slice, onesto e molto migliorato in manovra quello coperto, negli ultimi sei mesi ha saputo lavorare per aggiungere una buona variazione anche in lungolinea. Il punto dolente, dal lato sinistro, è il passante: se lo so io, come tutti, figurarsi se non lo sa Roger. Il timore è che il colpo bimane di Berrettini venga messo sotto torchio da Federer appena possibile, con palle basse, o aperture che lo costringano a impattare in corsa. Potrebbe essere una trappola molto pericolosa per l’italiano.

Dall’altro lato non è che Roger finora abbia a sua volta incantato col rovescio, soprattutto in risposta, e sarà lì che il super-servizio di Matteo dovrà fare danni seri, con alte percentuali. Su ogni ribattuta appena appena aggredibile, via subito con la botta di dritto dall’altra parte, andando a far giocare Federer in allungo sul lato destro, altra situazione di gioco che Roger ama poco e che a volte lo porta a steccare diversi recuperi. Comunque vada, dal punto di vista degli appassionati italiani, una partita da sogno. Gli unici biglietti legalmente disponibili, quelli rivenduti dai “Debenture Holders”, i titolari dei pacchetti già assegnati per interi quinquenni, ieri sera stavano a 1000 sterline l’uno, oggi siamo già a oltre il doppio. Godiamocela tutti, Berrettini per primo, perché se la è ampiamente meritata.

Prima di Berrettini nell’Era Open avevano raggiunto gli ottavi a Wimbledon altri quattro tennisti italiani: Adriano Panatta (quarti nel 1979), Davide Sanguinetti (quarti nel 1998), Gianluca Pozzi (ottavi nel 2000) e Andreas Seppi (ottavi nel 2013). In tempi ben più lontani, gli 8 azzurri in ottavi erano stati: Uberto de Morpurgo nel 1928 (quarti), Giorgio de Stefani nel 1933 (ottavi), Rolando del Bello nel 1949 (ottavi), Gianni Cucelli nel 1949 (ottavi), Fausto Gardini nel 1951 (ottavi), Beppe Merlo nel 1955 (ottavi), Orlando Sirola nel 1959 e 1962 (sempre ottavi) e per cinque volte Nicola Pietrangeli: quarti nel 1955, ottavi nel 1956 e 1958, semifinali nel 1960 e ottavi nel 1965.

Rafael Nadal – Joao Sousa (ore 14 italiane, campo centrale, precedenti 2-0 Nadal)

Risultato a mio avviso praticamente chiuso in favore di Rafa, con tutto il rispetto possibile per l’ottimo Sousa (primo portoghese di sempre alla seconda settimana qui a Wimbledon, e unico tra quelli non testa di serie rimast a vantare un ottavo Slam in precedenza, allo US Open l’anno scorso). Joao sta giocando benissimo, il match vinto sabato sera sull’inglese Evans, con l’ovvio tifo del campo 1 tutto contro, è stato una prova di forza ammirevole. Però Rafa è Rafa, ieri in allenamento ad Aorangi Park l’ho visto davvero bene sia fisicamente che tecnicamente, in particolare ha dedicato grande lavoro e attenzione (lo fa spesso) alle accelerazioni di dritto con poca rotazione. Niente finale “reverse” sopra la spalla, pochi “topponi”, tante fucilate semipiatte che filavano a due spanne dalla rete, di potenza impressionante. Un Nadal “da erba”, bello convinto, che tra l’altro sta servendo come un treno a mio avviso da Sousa non perde mai (più ace di Federer qui finora, 32 contro 25). A meno che non accadano eventi impronosticabili come una giornata contemporaneamente tremenda per Rafa e stratosferica per Joao.

 

Simona Halep – Cori Gauff (secondo incontro, campo 1, nessun precedente)

Il piccolo fenomeno statunitense Cori “Coco” Gauff sta bruciando le tappe a dire poco. Ma siamo alla settima partita per lei (tre di qualificazione, poi in fila le vittorie su Venus Williams, Magdalena Rybarikova e Polona Hercog), praticamente è come se fosse in una finale Slam. Per di più, la buona se non ottima Halep vista finora è difficile immaginare che si faccia irretire dal bel gioco e dalle variazioni della quindicenne venuta dalla Florida. Cori era praticamente già spacciata (6-3 5-2 e match-point) con Hercog, che è una buona giocatrice di seconda fascia (60 WTA), gran servizio, bel dritto, ma non straordinaria nel resto. Simona, su questi campi molto lenti tra l’altro, è durissima da battere. Anche se ne uscisse con le ossa rotte, Gauff potrà tornare a casa con un’esperienza indimenticabile, tanta fiducia e la strada se possibile ancor più spianata verso una carriera ai massimi livelli. Dovesse invece realizzare l’ennesimo miracolo sportivo (tutto può essere nel tennis, Halep come sappiamo è fortissima tecnicamente ma non un cuor di leone se le cose si mettono male), beh, sarebbe la sorpresa dell’anno.

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ATP

La terza volta è quella buona: a Cincinnati il campione è Medvedev

CINCINNATI – Dopo le sconfitte di Washington e Montreal, il russo trionfa e solleva il primo trofeo di categoria Masters 1000. Sará numero 5 in classifica

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Daniil Medvedev, trofeo - Cincinnati 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Dal nostro inviato a Cincinnati

[9] D. Medvedev b. [16] D. Goffin 7-6(3) 6-4

Three time’s a charm” dicono da queste parti, la terza volta è quella buona. Dopo le finali perse a Washington e Montreal, Daniil Medvedev suggella questa sua straordinaria estate con la più prestigiosa vittoria della sua carriera, diventando il più giovane campione del Western&Southern Open dal 2008 quando a trionfare fu Andy Murray. La finale di questo splendido torneo, che nella settimana ha ospitato 198.044 spettatori (numero inferiore solamente ai 199.217 del 2015), ha avuto un primo set di ottima fattura, nonostante il gran caldo che ha parzialmente svuotato le tribune (la sessione era un tutto esaurito), e un secondo set più a senso unico, con un finale da brivido, dato che Medvedev stava accusando fisicamente la fatica e se non avesse chiuso sul 5-4 del secondo set avrebbe potuto trovarsi in grossi guai.

 

Devono passare alcuni minuti prima che i giocatori, pronti alla bocca degli spogliatoi, possano entrare in campo a causa di una rete difettosa (o meglio, a causa di due reti difettosi, visto che è stato necessario ricorrere alla terza rete). Poi, una volta iniziato il match, deve passare un quarto d’ora buono prima che Goffin riesca a vincere un punto sul servizio di Medvedev. Il russo dovrebbe essere stanco per tutte le partite giocate nelle ultime tre settimane, ma negli scambi da fondo è lui ad avere il comando delle operazioni. E quando serve sembra continuare la serie iniziata la sera precedente contro Djokovic, nella quale le seconde di servizio erano molto simili alle prime. Goffin non è però tipo da lasciarsi demoralizzare: avanzando verso la linea di fondo in fase di risposta, il belga costringe all’errore un Medvedev curiosamente nervoso, che mentre vede l’avversario rimontarlo fino al 4-4 (annullando un paio di palle break nel frattempo) comincia a rivolgere sarcasticamente il pollice in alto verso il suo angolo ogni volta che sbaglia un diritto. Goffin danza per il campo anticipando ogni colpo mentre Daniil sembra sempre più frustrato e se la prende con il suo allenatore. Sul 5-6 15-30 il belga esce da una situazione complicata con uno splendido lungolinea di rovescio che finisce uno scambio prolungato. I primi quattro punti del tie-break vanno contro il servizio, poi Medvedev mette una gran prima e subito dopo riceve un mezzo regalo da Goffin, che non chiude una brutta controcorta di Daniil. Si cambia campo sul 4-2 e Medvedev infila immediatamente una risposta vincente sul serve and volley di Goffin. Il primo set point è annullato da un passante cross di diritto, ma sul secondo il doppio fallo n.4 di David pone fine al primo parziale dopo 56 minuti di gioco.

La perdita del primo set non fa bene al belga, che esordisce nel secondo con un parziale di 1-9 lasciando ancora una volta scappare Medvedev, come aveva fatto ad inizio match. Il problema per lui, però, è che il suo avversario sembra ritornato intoccabile sul servizio: i primi quattro turni di battuta di Medvedev sono tutti vinti a zero. Ma quando è ora di chiudere il match, il fantasma delle due finali perse nelle ultime due settimane si fa pesante: va sotto 0-30, poi 15-40 con un drop shot giocato malissimo, dopo il quale scaraventa a terra la racchetta. Poi però il super-servizio torna a soccorrerlo: quattro mazzate consecutive iscrivono Daniil Medvedev nell’albo dei vincitori di un Masters 1000. “Sul 5-3 ho iniziato ad avere crampi, piuttosto dolorosi – ha detto Medvedev subito dopo il match – Sicuramente era un misto di nervi e dei 24 giorni consecutivi nei quali ho giocato a tennis nell’ultimo mese. Sapevo che sul 5-5 sarei stato spacciato, per cui ho messo quattro servizi che non è riuscito a rispondere”.

Si tratta del terzo nuovo vincitore di Masters 1000 della stagione, dopo Thiem a Indian Wells e Fognini a Montecarlo, che con questa vittoria sale al n.5 della classifica mondiale. Medvedev se ne va da Cincinnati con oltre un milione di dollari in tasca (meno il 35% di tasse, ovviamente) e soprattutto con la consapevolezza di avere un arma letale su cui contare nei momenti importanti (un servizio che non sapevamo potesse essere così micidiale) e la fiducia giusta per affrontare con grandi ambizioni l’ultimo Slam della stagione.

TABELLONE MASCHILE COMPLETO (con tutti i risultati)

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evidenza

Cincinnati: trionfo made in USA per Madison Keys

Affermazione di grande prestigio per Keys che supera Svetlana Kuznetsova in due set

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Da Cincinnati, il nostro inviato

[16] M. Keys b. [WC] S. Kuznetsova 7-5 7-6(5)

Madison Keys ha trovato la quadratura del suo tennis e della sua forma fisica proprio nel momento più importante della stagione. Lei che è il prototipo del tennis a stelle e strisce e che aveva proceduto a strappi durante tutta la stagione, sembra aver raggiunto il picco della condizione alla vigilia dell’appuntamento più importante per il tennis “made in USA”, quello con l’US Open. Supportata da un poderoso servizio (13 ace in finale, 14 contro Kenin in semifinale, entrambi match di due set), Madison ha innestato nel suo tennis una condizione atletica che spesso l’ha abbandonata nel corso della sua carriera, in modo da poter piazzarsi ottimamente e tirare i suoi traccianti potentissimi.

 

Inizio di match in salita per Keys, che commette sei errori gratuiti nei primi due giochi e lascia scappare l’avversaria sul 2-0. Il livello di gioco in avvio non è straordinario, e non può essere altrimenti: la temperatura è abbondantemente sopra i 30 gradi e l’umidita fa sì che l’aria sembri pesantissima e si fatica anche solo a respirare. In cima alle tribune del centrale c’è qualche refolo di vento, ma a livello del campo sembra di giocare in un acquario. Keys non riesce a giocare il suo tennis aggressivo, Kuznetsova gioca in difesa palle alte e liftate neutralizzando la maggiore potenza della statunitense, che ha due palle per il 3-3 ma le sciupa malamente. Dopo essersi salvata da due palle del doppio break (2-5), Keys riceve la visita del suo coach Todero che le dice di lasciar perdere la coscia che le fa male e di giocare più avanti: “Non ti può battere stando là in fondo”. Iniziando dalle risposte, Madison comincia a macinare il suo tennis e la sua potenza piano piano prende il sopravvento. Dal 3-5 infila quattro giochi consecutivi, portando a casa il primo set per 7-5 in 51 minuti.

Mentre il vento comincia a soffiare anche al livello del campo, Keys smarrisce il lancio di palla su alcune battute e finisce per perdere anche il servizio, mandando Kuznetsova avanti 2-1. Mentre Svetlana continua imperterrita con il suo tennis ad alta probabilità, alcuni degli errori che avevano costellato i primi game del match per Keys cominciano a riaffiorare. È più che evidente che è Keys ad avere la partita sulla racchetta: “Lasci scendere troppo la palla” le dice Todero durante un altro cambio di campo, e come per incanto ricominciano i vincenti. Come nel primo set Kuznetsova sente la tensione quando serve per il set, sul 5-4, e subisce il controbreak. Nel successivo tie-break le due giocatrici rimangono sempre a contatto: Keys arriva al match point sul 6-4, Kuznetsova annulla il primo con un vincente, ma sul secondo il suo diritto vola via oltre la linea di fondo, consegnando a Madison il suo primo successo a Cincinnati, il secondo torneo della stagione e il ritorno nella Top 10.

“Se mi aveste detto, all’inizio della settimana, che sarei stata qui a sollevare il trofeo non ci avrei mai creduto” ha detto durante la cerimonia di premiazione Madison Keys, che ora entra prepotentemente nella lista di favorite per la vittoria finale allo US Open. Per quanto riguarda Svetlana Kuznetsova, la sua cavalcata dalla wild-card alla finale sembra essere il lieto fine più adatto all’assurda vicenda che l’ha vista non difendere il suo titolo al Citi Open di Washington il mese scorso perché non le era stato concesso il visto in tempo. Questo risultato le permette di scalare ben 91 posizioni nella classifica WTA arrampicandosi fino al n.62, risolvendole in questo modo parecchi problemi di programmazione per la stagione autunnale post-US Open.

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ATP

Cincinnati: Medvedev fa fuori Djokovic e va in finale

Indietro di un set, Daniil Medvedev rovescia il match e sconfigge Novak Djokovic. Terza finale consecutiva per lui

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Dal nostro inviato a Cincinnati

[9] D. Medvedev b. [1] N. Djokovic 3-6 6-3 6-3

Sembra davvero non voler finire il momento magico di Daniil Medvedev, che dopo aver perso una manciata di game nelle ultime due partite, nella semifinale del Western&Southern Open di Cincinnati è riuscito a ottenere lo scalpo più pregiato, quello del n.1 del mondo Novak Djokovic. La partita non si era messa per nulla bene, il serbo sembrava poter portare a casa la vittoria con la solita prestazione di crudele efficacia, ma quando nel secondo set Medvedev ha cambiato tattica, iniziando a picchiare entrambe le palle di servizio, il match è girato completamente. “Novak mi stava distruggendo sulla seconda, e allora ho iniziato a servire la seconda come la prima. È una cosa che faccio ogni tanto quando la mia seconda non funziona – ha spiegato Medvedev a Brad Gilbert che lo ha intervistato a bordo campo per la ESPN – poi ho iniziato a giocare in maniera incredibile, il pubblico mi ha davvero aiutato, perché dopo il primo set mi sentivo stanchissimo, e sono riuscito a vincere”.

 

Il solito primo set clinico di Djokovic apre la semifinale con un 6-3 tanto noioso e scontato quanto glacialmente efficace. In una giornata che di glaciale non ha proprio nulla, visto il gran caldo che imperversa su Cincinnati nonostante il breve acquazzone pomeridiano, Novak Djokovic mette in scena la sua consueta solidità da fondo condita ad arte da efficacissime sortite in avanti che sembrano sottrarre a Medvedev anche quella poca aria che l’afa dell’Ohio concede. Un solo break nel parziale, al sesto gioco, subito il quale Medvedev sembra aver l’aspetto di uno che vuole “darla su”, come direbbero dalle parti di Milano. La pressione del n.1 del mondo lo costringe lontano dalla riga di fondo, dove peraltro si sistema volontariamente per rispondere alla battuta, e da lì per lui è complicato tentare gli affondi di rovescio lungolinea che così tanto gli hanno reso nell’ultimo mese.

Sul 2-2 un provvidenziale ace salva Medvedev da un break che avrebbe potuto essere decisivo. I due si chiamano ripetutamente a rete con belle smorzate mentre il calar della sera fa spuntare qualche refolo di vento refrigerante e gli insetti della campagna dell’Ohio fanno sentire le prime avvisaglie delle loro scorribande notturne. Al cambio di campo Medvedev chiede l’intervento del medico per una spalla dolorante e deve salvarsi da 0-30 subito dopo. Lo scampato pericolo lo convince a lasciare andare i colpi un po’ di più e contestualmente riesce ad avvicinarsi alla riga di fondo di un paio di metri, e la frittella si rigira: un paio di errori di Djokovic, una palla break che spunta dal nulla e Medvedev che sulla seconda lascia partire una botta di rovescio che prende la riga. Tre ace nel game successivo e dopo un’ora e dieci il match va al terzo set.

Prima del terzo set, Medvedev chiede un nuovo massaggio alla spalla destra, poi entra in campo e spara prime e seconde come se fosse Raonic. Djokovic sembra infastidito da questa vicenda che ha perso un set e commette qualche errore in più, tanto che al terzo game si trova sotto 15-40 e mette un rovescio qualunque in rete come raramente lo si vede fare. Daniil continua a martellare tutti i servizi che deve giocare, arriva qualche doppio fallo, ma la tattica sembra pagare: si giunge sul 4-2 dopo che il giudice di sedia Layani in un’occasione ha dovuto fare addirittura due “overrule” sullo stesso punto (chissà come è stato contento!). Djokovic sembra incredulo, ma non riesce a procurarsi nessuna chance sul servizio di Medvedev, e sul 3-5 sembra quasi che si consegni all’avversario, con due discese a rete davvero avventate sulle quali il suo avversario lo immola per volare alla sua seconda semifinale Masters 1000 consecutiva.

Si tratta della seconda vittoria consecutiva per Medvedev contro Djokovic, che ora si trova la ghiottissima possibilità di conquistare il suo primo titolo Masters 1000 contro un giocatore che non è uno dei Big 3, per arrivare contestualmente al n.5 della classifica ed avere la quinta testa di serie al prossimo US Open. I precedenti tra Medvedev e Goffin sono in parità: lo scorso gennaio al terzo turno dell’Australian Open Medvedev vinse in tre set, mentre poco più di un mese fa a Wimbledon, sempre al terzo turno, fu Goffin a spuntarla per 7-5 al quinto set.

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