Slam sul cemento: chi è il migliore di sempre?

Focus

Slam sul cemento: chi è il migliore di sempre?

Con gli US Open alle porte, un breve studio di Ubitennis analizza oltre quattro decenni di rendimento nei due Slam sul cemento

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)
 

Il tennis, manco a dirlo, premia la continuità. Gli highlight reels sono eccitanti, sublimazioni dell’estro e soprattutto del rimpianto, ma sul lungo termine importa esserci a lungo. Ecco perché si è provato a valutare il rendimento di tutti i finalisti e semifinalisti Slam dell’Open Era (dalla primavera del 1968 in poi) superficie per superficie, iniziando con il cemento, topico in questa fase dell’anno.

Il cemento è particolarmente interessante come superficie di studio perché, banalmente, ci sono 2 Slam con un lungo periodo di attività da mettere a confronto. Gli US Open, dopo aver flirtato per 3 stagioni con la terra verde (1975-7) dopo quasi un secolo di erba (1881-1974), sono diventati il primo Major sul duro quando si sono trasferiti a Flushing Meadows nel 1978 (peraltro questo rende ancora più impressionante il record di Jimmy Connors in quel periodo, 5 finali di fila su 3 superfici diverse, con una vittoria su ciascuna) e hanno perciò ospitato 41 edizioni sul DecoTurf. Gli Australian Open, all’epoca sbertucciati da ogni top player che non si chiamasse Vilas o Vytautas, ci hanno messo un decennio in più, transumando dai prati al cemento come la via Gluck nel gennaio del 1988, con il passaggio dal Kooyong Lawn Tennis Club a Melbourne Park dove si sono giocate le ultime 32 edizioni. Il corollario di questi cambiamenti relativamente recenti è che la classifica è sincronica, estremamente circoscritta nel tempo, ed è quindi forse la miglior cartina tornasole per gli ultimi 40 anni del gioco.  

Il giochino, auto-indulgente ma qualcuno deve pur farlo, è molto semplice: si assegna un valore numerico al turno raggiunto, 1 al primo turno, 2 al secondo, 3 al terzo e via discorrendo, fino alla vittoria finale, che invece di valere 8 vale però 9 – giusto per ribadire, vincere non è l’unica cosa che conta, ma ha una discreta rilevanza. Si calcola quindi il valore medio dividendo il totale per il numero di tornei disputati. Le discriminanti sono altresì molto stringate: bisogna aver raggiunto almeno una finale Slam sulla superficie (o una semifinale, in una lista separata), e aver giocato almeno 5 tornei sulla stessa.

Questa seconda regola è particolarmente dolorosa perché porta all’esclusione di Bjorn Borg: l’Orso Svedese avrebbe il rendimento migliore in assoluto, 6.5, ed è, senza tema di smentite, il più grande di sempre per efficienza nei Major (27 giocati con 16 finali raggiunte e 11 vittorie), ma ha partecipato, non per scelta, solamente a 4 Slam sul cemento, a New York dal 1978 al 1981, e quindi rimane fuori, un po’ perché il campione di partecipazioni è oggettivamente limitato, un po’ perché sarebbe quantomeno bizzarro vedere al primo posto uno che, a conti fatti, non ha mai vinto uno Slam sulla superficie – 3 finali nella Grande Mela, tutte perse con i padroni di casa.

 

Ecco la lista con i migliori 32 finalisti, a mo’ di seeding (in grassetto i giocatori ancora in attività):

  1. Novak Djokovic, 6.29 (15 finali, 10 titoli)
  2. Roger Federer, 6.16 (14 finali, 11 titoli)
  3. Jimmy Connors, 6 (3 finali, 3 titoli)
  4. Pete Sampras, 5.92 (11 finali, 7 titoli)
  5. Ivan Lendl, 5.78 (11 finali, 5 titoli)
  6. Andre Agassi, 5.43 (10 finali, 6 titoli)
  7. Rafael Nadal 5.39 (9 finali, 4 titoli)
  8. John McEnroe 5.33 (5 finali, 4 titoli)
  9. Stefan Edberg 4.74 (5 finali, 2 titoli)
  10. Andy Murray 4.62 (7 finali, 1 titolo)
  11. Miloslav Mecir 4.43 (2 finali)
  12. Andy Roddick 4.42 (2 finali, 1 titolo)
  13. Boris Becker 4.32 (3 finali, 3 titoli)
  14. Mats Wilander 4.17 (3 finali, 2 titoli)
  15. Yevgeny Kafelnikov 4.12 (2 finali, 1 titolo)
  16. Jim Courier 4.1 (3 finali, 2 titoli)
  17. Stanislas Wawrinka 4.04 (2 finali, 2 titoli)
  18. Marin Cilic 4 (2 finali, 1 titolo)
  19. Vitas Gerulaitis 4 (1 finale)
  20. Jo-Wilfried Tsonga 3.9 (1 finale)
  21. Juan Martin Del Potro 3.89 (2 finali, 1 titolo)
  22. Kei Nishikori 3.78 (1 finale)
  23. Marat Safin 3.7 (4 finali, 2 titoli)
  24. Michael Chang 3.37 (2 finali)
  25. Todd Martin 3.32 (2 finali)
  26. Lleyton Hewitt 3.29 (3 finali, 2 titoli)
  27. Marcelo Rios 3.21 (1 finale)
  28. Michael Stich 3.13 (1 finale)
  29. Pat Rafter 3.06 (2 finali, 2 titoli)
  30. Juan Carlos Ferrero 2.87 (1 finale)
  31. Fernando Gonzalez 2.81 (1 finale)
  32. Kevin Anderson 2.7 (1 finale)

E la lista che include anche i semifinalisti (ancora in grassetto i giocatori in attività)

  1. Novak Djokovic, 6.29
  2. Roger Federer, 6.16
  3. Jimmy Connors, 6
  4. Pete Sampras, 5.92
  5. Ivan Lendl, 5.78
  6. Andre Agassi, 5.43
  7. Rafael Nadal 5.39
  8. John McEnroe 5.33
  9. Stefan Edberg 4.74
  10. Andy Murray 4.62
  11. Miloslav Mecir 4.43
  12. Andy Roddick 4.42
  13. Boris Becker 4.32
  14. Mats Wilander 4.17
  15. Yevgeny Kafelnikov 4.12
  16. Jim Courier 4.1
  17. Stanislas Wawrinka 4.04
  18. Marin Cilic 4 (con una vittoria e un’altra finale)
  19. Vitas Gerulaitis 4 (con una finale)
  20. Jo-Wilfried Tsonga 3.9
  21. Juan Martin Del Potro 3.89
  22. Kei Nishikori 3.78
  23. Roscoe Tanner 3.71 (1 semi-finale)
  24. Marat Safin 3.7
  25. Aaron Krickstein 3.65 (2 semi-finali)
  26. Tomas Berdych 3.63 (3 semi-finali)
  27. Milos Raonic 3.625 (1 semi-finale)
  28. Yannick Noah 3.57 (1 semi-finale)
  29. Guillermo Vilas 3.44 (1 semi-finale)
  30. Michael Chang 3.37
  31. David Nalbandian 3.35 (2 semi-finali)
  32. Todd Martin 3.32

Quali considerazioni si possono fare?

La prima è che il cemento davvero premia la continuità, come si può dedurre da un paio di considerazioni: solo 9 giocatori hanno vinto almeno 3 Slam sul cemento nell’Open Era, e i primi 8 di entrambe le liste fanno parte del novero – l’unica eccezione è Boris Becker, comunque tredicesimo e bravo a vincere tutte le finali disputate sulla superficie (New York 89, Melbourne 91 e 96). Qui si potrebbe commentare “embé? Serviva questo pezzo per capire che chi vince di più ha anche il rendimento più continuo?” La risposta è nì, perché se da una parte il dato è quasi apodittico, dall’altra gli stessi studi su terra ed erba (che verranno pubblicati successivamente) dimostrano che non è così.

D’altronde, la lista segue abbastanza linearmente il numero di finali disputate, tant’è che Djokovic, al momento ancora secondo dietro a Federer per Slam vinti sul cemento (11-10 per lo svizzero, ma questo dato potrebbe risultare datato fra un mese) gli passa davanti come rendimento medio, avendo raggiunto più finali (15-14), e lo stesso vale per le posizioni seguenti (Sampras e Lendl 11, Agassi 10, Nadal 9, McEnroe ed Edberg 5), con le sole eccezioni, opposte, di Connors e Murray.

Roger Federer – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

Jimbo ha fatto 3 su 3 nelle finali Slam sul cemento, quindi un numero inferiore agli altri dioscuri, ma ha anche giocato un numero considerevolmente più basso di Slam sulla superficie con 14 partecipazioni, e perché il primo Major sul cemento si è disputato quando aveva 26 anni, e perché ha smesso di andare in Australia nel 1975. Sir Andy, al contrario, ha disputato ben 7 ultimi atti sul cemento, ma paga le 6 sconfitte, di cui 5 a Melbourne, di cui 4 con Djokovic.

Inoltre, come si sarà notato, le prime 22 posizioni sono le stesse in entrambe le liste, quindi, pur essendoci dei grandi semifinalisti, nessuno si avvicina ai punteggi dei più grandi, o più in generale a valori superiori al 4 – anche qui, sulle altre 2 superfici si troveranno delle eccezioni.

Per quanto riguarda i dati più sorprendenti, si possono individuare 2 coppie: da un lato, Mecir e Gerulaitis hanno un rendimento straordinario, spiegato parzialmente dal basso numero di partecipazioni, 7 per lo slovacco, 8 per il compianto lettone-americano, e lo stesso vale, fra i semifinalisti, per Tanner e Vilas. D’altro canto, gli underachiever per eccellenza sono Hewitt e Safin, 3 finali e 2 vittorie per il primo, 4 finali e 2 vittorie per il secondo, ma con una media inferiore al 4, per motivi opposti: se l’aussie, addirittura fuori dai primi 32 nella lista dei semifinalisti, soffre il rapido burnout a dispetto di una carriera molto lunga (ha smesso di essere un Top 10 a 24 anni ma giocato in singolare fino a 35) e anni di prestazioni deludenti davanti al pubblico amico, il buon Marat è ovviamente penalizzato dagli infortuni e da una grande dedizione, solo non per il tennis… In questa categoria può essere incluso anche Pat Rafter, 2 titoli su 2 finali ma solo 3.06 di rendimento, nel suo caso dovuto alla tardiva esplosione ad altissimi livelli.

Infine, per quanto riguarda il rendimento nei 2 Slam presi separatamente, in realtà non sono in molti a far risultare grosse differenze: il rendimento newyorchese di Sampras ha quasi del refuso, ma in generale rimane clamoroso in entrambi (6.43 contro 5.27). Altri sono decisamente bipolari invece: Hewitt, come detto, 4.2 a New York, 2.6 in casa; Del Potro, 4.6 US Open, 3.11 in Australia senza aver mai raggiunto le semi; Kafelnikov, 4.625 a Melbourne, 3.67 a New York; e Jim Courier, 4.8 in Australia, solo 3.4 agli US Open.

La considerazione finale, con gli US Open a tiro (si inizia il 26 agosto, oggi il sorteggio alle 18 italiane), è che, se ce ne fosse ulteriore bisogno, questa analisi rafforza ancora di più la posizione dei Big Three fra le leggende del gioco, e dà l’idea di quanto affrontarli sui palcoscenici più prestigiosi, soprattutto per i giovani, sia un confronto non solo con dei tennisti come loro, ma con la storia stessa del gioco. Forse è per questo che è difficile immaginare nomi nuovi sulla lista in tempi brevi, ma la statistica può parlare solo fino a un certo punto, a differenza del campo.

Tommaso Villa

Continua a leggere
Commenti

Australian Open

Australian Open, Ivanisevic: “Novak ha ragione: questa è la sua vittoria Slam migliore”

“In campo può dirmi quello che vuole. L’importante è che vinca” così il coach di Djokovic, Goran Ivanisevic. Il 22-22 con Rafa? “Come un match di pallamano. Se Nadal gioca a Parigi è sempre favorito”

Pubblicato

il

Dopo la conferenza del vincitore Novak Djokovic, e quella dello sconfitto Stefanos Tsitsipas, ha parlato anche il coach del neo-numero 1 del mondo: Goran Ivanisevic.

D. Goran, in che posizione collochi questo successo nella classifica dei titoli vinti da Novak con la tua collaborazione?
IVANISEVIC: Credo che lui abbia ragione, e che questo sia proprio il migliore. Non solo per il suo ritorno dopo quello che è successo lo scorso anno, ma anche per le ultime tre settimane, che sono state oltremodo dure. Credevo di aver visto tutto nel 2021, quando vinse qui con uno strappo agli addominali. È stato incredibile, voglio dire, giocare ogni giorno sempre meglio. Impressionante.

D. Ha detto che temeva di non poter giocare più qui. Quanto c’era di vero in questo?
IVANISEVIC: Diciamo così: io non dico il 100% di lui, magari il 97%. Al sabato quando tu vedi il risultato della risonanza magnetica, vai e ti ritiri dal torneo. Ma non lui. È di un altro pianeta; il suo cervello lavora in maniera diversa. Sono con lui da cinque anni, e ogni cosa è legata al modo in cui pensa. Ha dato tutto; 77 terapie al giorno. Ha migliorato piano piano, non me l’aspettavo. Mi ha scioccato. Tutto bene per i primi due turni, ma poi contro Dimitrov è stato spaventoso. Alla fine, ne è uscito e ha vinto.

 

D. Quando abbiamo parlato con Novak l’altro giorno, ci ha confessato che il non avere suo padre sugli spalti lo ha influenzato. Puoi dirci quanto è stato difficile dal punto di vista emotivo per lui?
IVANISEVIC: È stata dura. Nel match contro Tommy Paul è stato più fragile: da 5-1 a 5 pari, in questi casi di solito lui chiude 6-1, non importa chi sia l’avversario. Cose che capitano, fortunatamente ha saputo vincere il torneo nonostante tutto. È un traguardo incredibile.

D: Tu lavori con Novak ormai da un po’. Hai imparato qualcosa di nuovo su di lui durante il torneo?
IVANISEVIC: Si impara sempre. Lui è ogni giorno più matto (ride). La sua follia non ha limite, in senso buono (sorride). Sul serio, è un tipo incredibile, indescrivibile. Di nuovo credevo di aver visto tutto, e poi è andata così. Probabilmente ne vedrò ancora delle belle. Sul campo ha emozioni, ci parliamo; anche oggi, come durante tutto il torneo, ha avuto momenti buoni e momenti meno buoni. Ma alla fine non importa, ha vinto 10 Australian Open. Spagna-Serbia sembra una sfida di pallamano: 22-22. Nel 2023 la questione si fa interessante.

D: Dopo questi match ti chiede sempre scusa, spiegando quanto sia difficile avere a che fare con lui. Davvero è così dura? A cosa si riferisce?
IVANISEVIC: Potrei andare avanti a parlarne per dieci giorni. Insomma, sono stato un tennista, anche piuttosto matto. Capisco come si sente, le sue emozioni. Siamo in una finale Slam, se parlarci lo aiuta, allora parliamo. Gliel’ho detto, dimmi quello che vuoi ma tu devi vincere, altrimenti avrai un problema. Finché vince, non ci sono problemi. L’anno scorso non è stato facile; niente è facile anche per un coach. Per esempio, il coach del Real Madrid ha bisogno di avere pressione; se non vinci uno o due incontri, ti fanno fuori. È bello fare le finali, ma le devi vincere. Contano solo gli Slam, ed è una grande sfida. E io ci sono abituato; ormai sono nella sua squadra da quattro anni.

D: Oggi ti ha ben impressionato il suo dritto?
IVANISEVIC: il suo diritto mi ha impressionato per tutto l’anno; ci abbiamo lavorato molto. Ha iniziato a giocarci così a Torino, ma abbiamo lavorato molto nella pre-season. Ad Adelaide è andato bene. Ma qui quando si è fatto male ha avuto bisogno di essere più aggressivo. Ha intensificato lo sforzo e ha iniziato a colpire di dritto in maniera incredibile; credo le migliori due settimane di dritti che io abbia mai visto nella sua vita. Non aveva mai colpito così bene prima d’ora. Forse oggi è stato un giorno in cui li ha colpiti meno bene; ma quando ne ha avuto bisogno, ha giocato un grande tennis.

D: Hai parlato del 22-22 tra Novak e Rafa. Nole ha 36 quasi anni. Ci sono alcuni ragazzi che ne hanno 19; quanto tempo pensi ancora lui possa stare a questi livelli?
IVANISEVIC: Due o tre anni ancora. È incredibile il modo in cui si prende cura del suo fisico, approccia ogni aspetto, il cibo. Incredibile. I giovani sono il futuro del tennis, ma ancora abbiamo questi due ragazzi che si danno battaglia. Melbourne è il campo di casa per Novak, e adesso andiamo a casa di Rafa, per continuare il match di pallamano. Alcaraz sta arrivando; è un grande. Ma secondo me se Rafa scende in campo a Parigi, per me è sempre il favorito. In diversi lo possono battere, anche Novak. Ma Rafa ha vinto 14 volte, pazzesco. Quei due si sono davvero spinti l’un l’altro a migliorarsi. È bello avere i giovani; Stefanos vincerà un gran Slam sicuramente, perché è un giocatore incredibile.

D: Puoi dirci qualcosa di quando Novak è venuto da voi subito dopo il match? Non l’avevamo mai visto così emozionato dopo una vittoria Slam. Ti ha colpito questo fatto?
IVANISEVIC: Sinceramente, sì e no. Lui si tiene tutto dentro, e a volte bisogna esplodere. Mi ha sorpreso vederlo tranquillo per un set e mezzo; alla fine ha lasciato emergere tutto. È stato emozionante per noi e per lui. Un grande risultato dopo tre settimane davvero dure. È riuscito a vincere su tutto.

D: Hai parlato del Roland Garros; quanto sarebbe speciale vincere il ventitreesimo titolo?
IVANISEVIC: Ho detto otto o nove anni fa che Novak e Rafa avrebbero superato Roger. Considerato quanto fossero indietro, la gente mi guardava come se fossi matto, e ora siamo 22-22. Due guerrieri incredibili, due tennisti incredibili, cosa hanno fatto per il tennis! Non vedo l’ora che entrambi stiano al meglio, e poi la battaglia sarà là, con i giovani che cercheranno la loro strada per fare qualcosa di buono. Ma saranno quei due ad avere l’ultima parola.

Danilo Gori

Continua a leggere

Flash

WTA Hua Hin, il tabellone: guidano Andreescu e Putinseva. C’è anche Linda Fruhvirtova

La giovane ceca tenta il colpaccio in Thailandia: al primo turno c’è l’highlander Mattek-Sands. Nessuna italiana al via

Pubblicato

il

Bianca Andreescu - Toronto 2022 (foto Twitter @NBOtoronto)

Archiviata, insieme al primo Slam dell’anno, la parentesi australiana, il mese di gennaio tramonta con i successi di Aryna Sabalenka e Novak Djokovic a Melbourne. Il tennis però non si ferma mai e domani si torna già in campo, almeno a livello femminile. Il circuito ATP, infatti, si è preso qualche giorno di pausa in più visto che da venerdì 3 a domenica 5 febbraio andranno in scena le qualificazioni di Coppa Davis.

Il circuito WTA, invece, ricomincia con i tornei ‘250’ di Lionedove a guidare il seeding c’è la n°5 del ranking Caroline Garcia – e Hua Hin. Il torneo thailandese torna a disputarsi a distanza di tre anni dall’ultima edizione: nel 2020 aveva trionfato Magda Linette, grande protagonista all’Australian Open, battuta soltanto in semifinale dalla futura campionessa Sabalenka.

Alla guida del seeding del Thailand Open presented by E@ c’è Bianca Andreescu, la cui uscita prematura in Australia (eliminata al secondo turno dalla qualificata spagnola Bucsa) ha privato gli appassionati di un terzo turno scoppiettante contro Iga Swiatek. La campionessa dello US Open 2019 ha così deciso di rifarsi subito, ricevendo una wild card per partecipare al torneo thailandese.

 

Testa di serie numero 1 del tabellone, la canadese esordirà contro la britannica Harriet Dart, numero 96 del mondo. Ai quarti di finale, seguendo le proiezioni del seeding, Andreescu potrebbe trovare l’ucraina Marta Kostyuk, testa di serie numero 5 impegnata nel suo primo match contro En-Shuo Liang, n°172 del ranking proveniente dalle qualificazioni.

Nel secondo quarto scontro interessante tra la n°4 del tabellone Anna Kalinskaya ed Ekaterina Makarova, che non gioca un WTA250 (o un torneo di categoria superiore) dallo scorso luglio. L’altra testa di serie presente in questo quarto (n°6) è la semifinalista di Wimbledon Tatjana Maria.

La parte bassa del tabellone inizia da Linda Fruhvirtova, n°8 del seeding che esordirà contro la 37enne statunitense (e navigata doppista) Bethanie Mattek-Sands, in un vero e proprio scontro generazionale. La classe 2005 ceca, andata ad un passo dal primo quarto Slam da minorenne, potrebbe trovare sulla sua strada ai quarti la cinese Xiyu Wang, numero 3 del tabellone impegnata subito nel derby con la connazionale Lin Zhu, giustiziera di Maria Sakkari a Melbourne.

Nell’ultimo quarto un’altra cinese testa di serie (n°7), Xinyu Wang, proverà a farsi strada contro la qualificata svizzera Joanne Zuger, in un esordio tutto sommato morbido visto il ranking della sua avversaria (n°195 WTA). Sulla sua strada potrebbe poi esserci Yulia Putinseva, n°2 del tabellone che inizierà la sua avventura thailandese contro la britannica Heather Watson.

Il tabellone completo del WTA 250 di Hua Hin

Continua a leggere

Australian Open

Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

Pubblicato

il

Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement