Slam sul cemento: chi è il migliore di sempre?

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Slam sul cemento: chi è il migliore di sempre?

Con gli US Open alle porte, un breve studio di Ubitennis analizza oltre quattro decenni di rendimento nei due Slam sul cemento

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Il tennis, manco a dirlo, premia la continuità. Gli highlight reels sono eccitanti, sublimazioni dell’estro e soprattutto del rimpianto, ma sul lungo termine importa esserci a lungo. Ecco perché si è provato a valutare il rendimento di tutti i finalisti e semifinalisti Slam dell’Open Era (dalla primavera del 1968 in poi) superficie per superficie, iniziando con il cemento, topico in questa fase dell’anno.

Il cemento è particolarmente interessante come superficie di studio perché, banalmente, ci sono 2 Slam con un lungo periodo di attività da mettere a confronto. Gli US Open, dopo aver flirtato per 3 stagioni con la terra verde (1975-7) dopo quasi un secolo di erba (1881-1974), sono diventati il primo Major sul duro quando si sono trasferiti a Flushing Meadows nel 1978 (peraltro questo rende ancora più impressionante il record di Jimmy Connors in quel periodo, 5 finali di fila su 3 superfici diverse, con una vittoria su ciascuna) e hanno perciò ospitato 41 edizioni sul DecoTurf. Gli Australian Open, all’epoca sbertucciati da ogni top player che non si chiamasse Vilas o Vytautas, ci hanno messo un decennio in più, transumando dai prati al cemento come la via Gluck nel gennaio del 1988, con il passaggio dal Kooyong Lawn Tennis Club a Melbourne Park dove si sono giocate le ultime 32 edizioni. Il corollario di questi cambiamenti relativamente recenti è che la classifica è sincronica, estremamente circoscritta nel tempo, ed è quindi forse la miglior cartina tornasole per gli ultimi 40 anni del gioco.  

Il giochino, auto-indulgente ma qualcuno deve pur farlo, è molto semplice: si assegna un valore numerico al turno raggiunto, 1 al primo turno, 2 al secondo, 3 al terzo e via discorrendo, fino alla vittoria finale, che invece di valere 8 vale però 9 – giusto per ribadire, vincere non è l’unica cosa che conta, ma ha una discreta rilevanza. Si calcola quindi il valore medio dividendo il totale per il numero di tornei disputati. Le discriminanti sono altresì molto stringate: bisogna aver raggiunto almeno una finale Slam sulla superficie (o una semifinale, in una lista separata), e aver giocato almeno 5 tornei sulla stessa.

Questa seconda regola è particolarmente dolorosa perché porta all’esclusione di Bjorn Borg: l’Orso Svedese avrebbe il rendimento migliore in assoluto, 6.5, ed è, senza tema di smentite, il più grande di sempre per efficienza nei Major (27 giocati con 16 finali raggiunte e 11 vittorie), ma ha partecipato, non per scelta, solamente a 4 Slam sul cemento, a New York dal 1978 al 1981, e quindi rimane fuori, un po’ perché il campione di partecipazioni è oggettivamente limitato, un po’ perché sarebbe quantomeno bizzarro vedere al primo posto uno che, a conti fatti, non ha mai vinto uno Slam sulla superficie – 3 finali nella Grande Mela, tutte perse con i padroni di casa.

 

Ecco la lista con i migliori 32 finalisti, a mo’ di seeding (in grassetto i giocatori ancora in attività):

  1. Novak Djokovic, 6.29 (15 finali, 10 titoli)
  2. Roger Federer, 6.16 (14 finali, 11 titoli)
  3. Jimmy Connors, 6 (3 finali, 3 titoli)
  4. Pete Sampras, 5.92 (11 finali, 7 titoli)
  5. Ivan Lendl, 5.78 (11 finali, 5 titoli)
  6. Andre Agassi, 5.43 (10 finali, 6 titoli)
  7. Rafael Nadal 5.39 (9 finali, 4 titoli)
  8. John McEnroe 5.33 (5 finali, 4 titoli)
  9. Stefan Edberg 4.74 (5 finali, 2 titoli)
  10. Andy Murray 4.62 (7 finali, 1 titolo)
  11. Miloslav Mecir 4.43 (2 finali)
  12. Andy Roddick 4.42 (2 finali, 1 titolo)
  13. Boris Becker 4.32 (3 finali, 3 titoli)
  14. Mats Wilander 4.17 (3 finali, 2 titoli)
  15. Yevgeny Kafelnikov 4.12 (2 finali, 1 titolo)
  16. Jim Courier 4.1 (3 finali, 2 titoli)
  17. Stanislas Wawrinka 4.04 (2 finali, 2 titoli)
  18. Marin Cilic 4 (2 finali, 1 titolo)
  19. Vitas Gerulaitis 4 (1 finale)
  20. Jo-Wilfried Tsonga 3.9 (1 finale)
  21. Juan Martin Del Potro 3.89 (2 finali, 1 titolo)
  22. Kei Nishikori 3.78 (1 finale)
  23. Marat Safin 3.7 (4 finali, 2 titoli)
  24. Michael Chang 3.37 (2 finali)
  25. Todd Martin 3.32 (2 finali)
  26. Lleyton Hewitt 3.29 (3 finali, 2 titoli)
  27. Marcelo Rios 3.21 (1 finale)
  28. Michael Stich 3.13 (1 finale)
  29. Pat Rafter 3.06 (2 finali, 2 titoli)
  30. Juan Carlos Ferrero 2.87 (1 finale)
  31. Fernando Gonzalez 2.81 (1 finale)
  32. Kevin Anderson 2.7 (1 finale)

E la lista che include anche i semifinalisti (ancora in grassetto i giocatori in attività)

  1. Novak Djokovic, 6.29
  2. Roger Federer, 6.16
  3. Jimmy Connors, 6
  4. Pete Sampras, 5.92
  5. Ivan Lendl, 5.78
  6. Andre Agassi, 5.43
  7. Rafael Nadal 5.39
  8. John McEnroe 5.33
  9. Stefan Edberg 4.74
  10. Andy Murray 4.62
  11. Miloslav Mecir 4.43
  12. Andy Roddick 4.42
  13. Boris Becker 4.32
  14. Mats Wilander 4.17
  15. Yevgeny Kafelnikov 4.12
  16. Jim Courier 4.1
  17. Stanislas Wawrinka 4.04
  18. Marin Cilic 4 (con una vittoria e un’altra finale)
  19. Vitas Gerulaitis 4 (con una finale)
  20. Jo-Wilfried Tsonga 3.9
  21. Juan Martin Del Potro 3.89
  22. Kei Nishikori 3.78
  23. Roscoe Tanner 3.71 (1 semi-finale)
  24. Marat Safin 3.7
  25. Aaron Krickstein 3.65 (2 semi-finali)
  26. Tomas Berdych 3.63 (3 semi-finali)
  27. Milos Raonic 3.625 (1 semi-finale)
  28. Yannick Noah 3.57 (1 semi-finale)
  29. Guillermo Vilas 3.44 (1 semi-finale)
  30. Michael Chang 3.37
  31. David Nalbandian 3.35 (2 semi-finali)
  32. Todd Martin 3.32

Quali considerazioni si possono fare?

La prima è che il cemento davvero premia la continuità, come si può dedurre da un paio di considerazioni: solo 9 giocatori hanno vinto almeno 3 Slam sul cemento nell’Open Era, e i primi 8 di entrambe le liste fanno parte del novero – l’unica eccezione è Boris Becker, comunque tredicesimo e bravo a vincere tutte le finali disputate sulla superficie (New York 89, Melbourne 91 e 96). Qui si potrebbe commentare “embé? Serviva questo pezzo per capire che chi vince di più ha anche il rendimento più continuo?” La risposta è nì, perché se da una parte il dato è quasi apodittico, dall’altra gli stessi studi su terra ed erba (che verranno pubblicati successivamente) dimostrano che non è così.

D’altronde, la lista segue abbastanza linearmente il numero di finali disputate, tant’è che Djokovic, al momento ancora secondo dietro a Federer per Slam vinti sul cemento (11-10 per lo svizzero, ma questo dato potrebbe risultare datato fra un mese) gli passa davanti come rendimento medio, avendo raggiunto più finali (15-14), e lo stesso vale per le posizioni seguenti (Sampras e Lendl 11, Agassi 10, Nadal 9, McEnroe ed Edberg 5), con le sole eccezioni, opposte, di Connors e Murray.

Roger Federer – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

Jimbo ha fatto 3 su 3 nelle finali Slam sul cemento, quindi un numero inferiore agli altri dioscuri, ma ha anche giocato un numero considerevolmente più basso di Slam sulla superficie con 14 partecipazioni, e perché il primo Major sul cemento si è disputato quando aveva 26 anni, e perché ha smesso di andare in Australia nel 1975. Sir Andy, al contrario, ha disputato ben 7 ultimi atti sul cemento, ma paga le 6 sconfitte, di cui 5 a Melbourne, di cui 4 con Djokovic.

Inoltre, come si sarà notato, le prime 22 posizioni sono le stesse in entrambe le liste, quindi, pur essendoci dei grandi semifinalisti, nessuno si avvicina ai punteggi dei più grandi, o più in generale a valori superiori al 4 – anche qui, sulle altre 2 superfici si troveranno delle eccezioni.

Per quanto riguarda i dati più sorprendenti, si possono individuare 2 coppie: da un lato, Mecir e Gerulaitis hanno un rendimento straordinario, spiegato parzialmente dal basso numero di partecipazioni, 7 per lo slovacco, 8 per il compianto lettone-americano, e lo stesso vale, fra i semifinalisti, per Tanner e Vilas. D’altro canto, gli underachiever per eccellenza sono Hewitt e Safin, 3 finali e 2 vittorie per il primo, 4 finali e 2 vittorie per il secondo, ma con una media inferiore al 4, per motivi opposti: se l’aussie, addirittura fuori dai primi 32 nella lista dei semifinalisti, soffre il rapido burnout a dispetto di una carriera molto lunga (ha smesso di essere un Top 10 a 24 anni ma giocato in singolare fino a 35) e anni di prestazioni deludenti davanti al pubblico amico, il buon Marat è ovviamente penalizzato dagli infortuni e da una grande dedizione, solo non per il tennis… In questa categoria può essere incluso anche Pat Rafter, 2 titoli su 2 finali ma solo 3.06 di rendimento, nel suo caso dovuto alla tardiva esplosione ad altissimi livelli.

Infine, per quanto riguarda il rendimento nei 2 Slam presi separatamente, in realtà non sono in molti a far risultare grosse differenze: il rendimento newyorchese di Sampras ha quasi del refuso, ma in generale rimane clamoroso in entrambi (6.43 contro 5.27). Altri sono decisamente bipolari invece: Hewitt, come detto, 4.2 a New York, 2.6 in casa; Del Potro, 4.6 US Open, 3.11 in Australia senza aver mai raggiunto le semi; Kafelnikov, 4.625 a Melbourne, 3.67 a New York; e Jim Courier, 4.8 in Australia, solo 3.4 agli US Open.

La considerazione finale, con gli US Open a tiro (si inizia il 26 agosto, oggi il sorteggio alle 18 italiane), è che, se ce ne fosse ulteriore bisogno, questa analisi rafforza ancora di più la posizione dei Big Three fra le leggende del gioco, e dà l’idea di quanto affrontarli sui palcoscenici più prestigiosi, soprattutto per i giovani, sia un confronto non solo con dei tennisti come loro, ma con la storia stessa del gioco. Forse è per questo che è difficile immaginare nomi nuovi sulla lista in tempi brevi, ma la statistica può parlare solo fino a un certo punto, a differenza del campo.

Tommaso Villa

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Australian Open

Australian Open: Sinner con Tsitsipas, Berrettini contro Nadal e quei pronostici così difficili da indovinare

I bookmakers si coprono e non perdono mai. I critici o non si espongono o se lo fanno spesso sbagliano. Nel femminile Keys e Collins semifinaliste a sorpresa. Bene per Matteo che sia nato il caso Bernardes

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Jannik Sinner ha subìto una dura lezione dal miglior Tsitsipas che io abbia mai visto. Il greco non sembrava neppure lontano parente di quello visto con Fritz. Il tennis è così, nessuna giornata è davvero mai uguale all’altra.

Lo testimoniano del resto la maggior parte dei confronti diretti fra i grandi giocatori. Una volta vince uno e un’altra volta l’altro, se i livelli sono lì lì e oscillano di poco a seconda della giornata di vena del giocatore A o di quello B.

Per questo può accadere che i bookmakers, che avevano dato per favorito Sinner, prendano un granchio, anche se loro hanno sempre modo di coprirsi e di conseguenza guadagnano sempre.

Io invece non avevo nulla da…coprire e così come ho azzeccato il pronostico di Berrettini su Monfils – e avrei dubitato di quello all’inizio del quinto set – ho sbagliato quello di Sinner Tsitsipas.

Ma Tsitsipas era in quella che i tennisti chiamano “The Zone”, gli riusciva tutto. Sparava dritti che pareva il miglior Sampras, ma ha giocato anche alcuni rovesci vincenti da far paura. Sempre sulla riga. Mats Wilander ha fatto vedere un grafico su Eurosport-Discovery secondo cui Tsitsipas ha colpito il 67% per cento delle palle quando erano ancora in ascesa, mentre salivano. E Stefanos non si limitava ad anticipare tutto. Ma tirava fortissimo, spesso di controbalzo. Colpi debordanti sui quali Sinner non riusciva a opporsi e tantomeno poteva tentare di prendere l’iniziativa. Il pallino del gioco è stato costantemente nelle mani del greco.

E Sinner ha mostrato senza tema di smentita quanto ancora oggi lui sia migliore come attaccante in pressing da fondocampo rispetto al difensore costretto ai recuperi. Non è ancora Djokovic, insomma, e neppure Nadal. Difficile intuire se potrà diventarlo, anche se a occhio ad oggi il suo fisico sembra meno elastico rispetto a Nole, meno possente rispetto a Rafa.

Ma lui, dopo aver detto per primo “Mi ha dato una lezione” è un tipo che ha voglia di imparare, che lavora per imparare, che ha le qualità per imparare. Quindi imparerà certamente. Quanto potrà migliorare però, e fino a che punto, nessuno può saperlo.

Ma restiamo sui fatti: a 20 anni non sono tanti quelli che giocando solo 9 Slam hanno raggiunto 2 volte i quarti di finale, se è vero che dai tempi di del Potro (2008-2009) non c’era più riuscito nessuno. Sono trascorsi più di una dozzina d’anni.

Quindi seconda me ci vuole pazienza. Non è il caso di decretare sentenze negative, come è tipico dei leoni da tastiera. Il fatto che Jannik sia perfettamente consapevole per primo di dover fare tanto lavoro per migliorare tutti gli aspetti del suo gioco, garantisce che si applicherà per curare tutti i dettagli necessari per arrivare dove vuole. Chi gli sta accanto oggi e chi affiancherà il team Piatti domani lo aiuterà a farlo. Intanto lui ha confermato che qualcuno noto arriverà “Io so chi è ma non posso dirlo”. Io non credo che possa essere McEnroe. Almeno non John. Patrick? Boris Becker? Se ne dicono tanti. Per quanto mi riguarda spero solo che non si tratti di una mossa di marketing. Francamente Riccardo Piatti non mi sembra tipo portato a quel genere di mossa. Vedremo.

Tornando alla difficoltà di indovinare i pronostici di una partita fra due top-ten, vi chiedo: ma quanti avrebbero pensato che Aliassime fosse in grado di impensierire o addirittura battere Medvedev dopo il 6-4,6-0 patito dieci giorni fa in ATP Cup, o i tre set a zero della semifinale dell’US Open?

Eppure Aliassime ha vinto i primi due set, ha avuto il matchpoint sul 5-4 nel terzo – che Daniil gli ha annullato con una bomba di servizio a 216 km orari – e poi ha cancellato 3 pallebreak importanti anche nel quinto set. Se vinceva Aliassime, come poteva benissimo per un centimetro o due, tutti quelli che avessero dato per scontata la vittoria di Medvedev, avrebbero sbagliato pronostico. Sì, lo avrebbero sbagliato, ma…sarebbe stato giusto sbagliarlo…se capite quel che sto provando a dire.

E i tre set a zero di Shapovalov a Zverev qualcuno li aveva previsti?

Tornando a Tsitsipas…ma che dritti ha tirato? Impressionanti. Perché di fantastici rovesci ne avrà tirati 5 o 6, ma di dritti vincenti e in tutti gli angoli, davvero tanti. Vorrei averli contati.

Nel singolare femminile …non ne parliamo. Abbiamo visto arrivare nei quarti la n.115 Kanepi che dopo aver fatto fuori Kerber e Sabalenka ha messo in difficoltà anche la Swiatek e nella stessa metà tabellone la n.30 Collins e la n.61 Cornet che, a 32 anni, non si era mai spinta così lontano in uno Slam.

E anche nella metà superiore del tabellone, a parte la n.1 Ashley Barty che fino alla semifinale ancora da giocare con la Keys ha letteralmente passeggiato, proprio la Keys n.51 WTA – sia pur finalista d’un US Open – ha eliminato via via la campionessa 2020 Kenin, la Wang che aveva sopreso la Gauff, per lasciare 4 game a Badosa e 5 a Krejcikova. Erano forse pronostici prevedibili?

Allo stesso modo come si fa a pronosticare il vincitore del duello Nadal-Berrettini? Lo si fa con un atto di fede perché Matteo è sembrato fisicamente e mentalmente in una condizione eccezionale, mentre Rafa non ha giocato benissimo contro uno Shapovalov piuttosto sciupone?

E perché Rafa, a 35 anni, potrebbe non aver recuperato altrettanto bene che Matteo, lo sforzo di 5 set molto duri in condizioni climatiche più pesanti?

Se mi sbilanciassi in tal senso e Matteo perdesse, ecco che salterebbero fuori i soliti del senno di poi a sentenziare la “scelta provinciale di Scanagatta”.

Stessa critica verrebbe rivolta a un mio collega spagnolo che avesse pronosticato la vittoria di Nadal e avesse invece vinto Berrettini.

Ho già scritto nell’ultimo editoriale che il dritto mancino di Rafa sembra fatto apposta per …crocifiggere Matteo sul suo rovescio che non vale nemmeno da lontano, nonostante i progressi, quello di Roger Federer.

E anche che Matteo dovrà forzarsi a giocare… contro natura perché il suo dritto a sventaglio prediletto, quello di solito indirizzato nell’angolo sulla sinistra dell’avversario, non potrà giocarlo con la stessa insistenza.

E, infine, che anche al servizio dovrà cercare gli angoli opposti a quelli che è abituato a cercare. Qualcuno può immaginare se pure dovendo comportarsi così Matteo riuscirà a mantenersi su percentuali di prime palle più vicine all’80 per cento che al 65%?

Sarà “in the zone” come Tsitsipas cui tutto riusciva? E se Rafa riuscirà a rispondere anche al 70% dei servizi di Matteo, poi Matteo riuscirà a chiudere con il secondo colpo il punto, pur tirandolo dalla parte opposta rispetto a quella cui è abituato a fare, onde evitare di esporsi ai missili mancini di Rafa?

A tutti questi interrogativi è impossibile rispondere con cognizione di causa da decine di migliaia di chilometri di distanza, senza conoscere il meteo e, al momento, neppure l’orario di gioco. Per non parlare delle condizioni fisiche dei due contendenti.

Un piccolo vantaggio per Matteo può essere quel che è successo fra Nadal e Shapovalov. Sia che avesse ragione oppure torto a lamentarsi il canadese per via dei tempi dilatati e oltre i 25 secondi regolamentari concessi dall’arbitro Carlos Bernardes a Rafa fra un punto e l’altro, chiunque arbitrerà Nadal-Berrettini, sarà inevitabilmente più fiscale.

Nadal è stato spesso accusato di prendersi più tempo del dovuto. Se il codice di condotta è stato pensato e istituito per via delle intemperanze di Ilie Nastase e John McEnroe, l’orologio segnatempo è stato messo per Rafa Nadal e pochi altri.

Nel 2015 Carlos Bernardes affibbiò qualche warning per “time violation” a Nadal. Nadal non gradì e fece quel che facevano un tempo le squadre di calcio più potenti: chiede di non essere più arbitrato da Bernardes.

Vittima della ricusazione Bernardes rischiò di perdere la possibilità di arbitrare tutte le finali dei tornei più importanti sulla terra rossa, dove quasi sempre c’era Nadal fra i duellanti.

Quando in una conferenza stampa di un Roland Garros di qualche anno fa io dissi a Rafa che l’opzione di poter ricusare gli arbitri non mi sembrava assolutamente giusta da esercitare il suo media manager non gradì e mi dette del provocatore.

Forse me lo direbbe anche adesso se io sostenessi pubblicamente, e lo faccio come potete vedere, che adesso Bernardes potrebbe essere un po’ condizionato da quanto successe. Probabilmente è anche quel che ha pensato Shapovalov. Penso anche che, così come le squadre di calcio più importanti, negano che un arbitro possa essere condizionato dal loro maggior peso mediatico e politico, Bernardes non ammetterà mai di aver un occhio di riguardo per i giocatori più importanti.

Di certo comunque, Bernardes, non arbitrerà Berrettini-Nadal

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ATP

ATP Dubai, l’entry list: torna Djokovic. Presente anche Sinner

Il numero uno del mondo dovrebbe esserci per l’ATP 500 in programma negli Emirati dal 14 febbraio

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Novak Djokovic con il trofeo - Dubai 2020 (via Twitter, @NatSportUAE)

Continua la stagione del tennis sul cemento dopo l’Australian Open, e le entry list ci forniscono informazioni interessanti sul futuro di Novak Djokovic. Il numero uno del mondo non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche dopo il fiasco dell’Australian Open ma ha fatto sentire la sua presenza nell’entry list dell’ATP 500 di Dubai, in programma dal 14 febbraio sul cemento degli Emirati. Non è la prima volta per Djokovic nel torneo arabo: Nole l’ha infatti vinto per sei volte, di cui tre consecutive tra il 2009 e il 2011 e una nell’ultimo torneo disputato pre-lockdown (vinse una semifinale tiratissima con Gael Monfils prima di battere Tsitsipas in finale). Negli Emirati Arabi Uniti non è richiesto l’obbligo vaccinale, fattore che favorisce sicuramente la presenza di un Djokovic che vorrà ritrovare ritmo partita in attesa di capire a quali tornei potrà partecipare nel prossimo futuro, se continuerà nella sua decisione di non vaccinarsi.

Non mancheranno i tennisti di alto profilo oltre a Djokovic. Fra questi il campione in carica Aslan Karatsev, che proprio qui l’anno scorso concluse al meglio in finale contro Lloyd Harris una prima parte di stagione fantastica per gioco e risultati. Presenti anche tre Top 10, tra cui il canadese Felix Auger-Aliassime, Andrey Rublev e il nostro Jannik Sinner, che nel 2021 uscì ai quarti proprio contro Karatsev.

 

Anche fuori dai primissimi ci saranno tanti tennisti di alto profilo come Gael Monfils, Roberto Bautista-Agut e Marin Cilic, tutti reduci da buone prestazioni all’Australian Open, e il croato Borna Coric, al ritorno nel Tour dopo mesi di assenza per un infortunio alla spalla. Poca la presenza degli italiani, che oltre Sinner vedranno soltanto Lorenzo Musetti ai nastri di partenza. Il tennista di Carrara ha deciso di saltare lo swing sudamericano su terra per migliorare il suo gioco sul veloce ma si trova a sei ritiri di distanza dall’entrare nel tabellone principale e per ora dovrà disputare le qualificazioni (Dubai fu peraltro il suo primissimo main draw ATP).

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ATP

Australian Open, sinfonia di un perfetto Tsitsipas: Sinner deve arrendersi in tre set [VIDEO]

Prestazione fantastica del greco, che rifila all’italiano una dura lezione. A un bravissimo Jannik non rimane che stringere la mano all’avversario e prendere spunto per migliorare

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Australian Open 2022 - Stefanos Tsitsipas (Twitter - Australian Open)
Australian Open 2022 - Stefanos Tsitsipas (Twitter - Australian Open)

[4] S. Tsitsipas b. [11] J. Sinner 6-3 6-4 6-2

Un favoloso Stefanos Tsitsipas rifila una dura lezione a Jannik Sinner. Netta vittoria in tre set del giocatore greco, che si dimostra campione di rara qualità qualificandosi per la terza volta alle semifinali dell’Australian Open. Il punteggio, netto, dice tutto: non c’è mai stato equilibrio a causa del livello stellare tenuto da Stefanos per tutta la partita. Tsitsipas ha dominato su tutti i fronti: ha sempre impedito all’italiano di entrare nello scambio, ha servito con altissime percentuali (senza concedere palle break: è solo la seconda volta in carriera che capita a Sinner), è stato puntuale in risposta e dal punto di vista fisico ha avuto una marcia in più. Sinner non ha molto da rimproverarsi: il primo quarto di sempre a Melbourne gli regala diversi spunti di riflessione al fine di capire cosa gli manca per salire ulteriormente di livello, ma in sostanza, quando si incontra un giocatore in stato di grazia come lo Tsitsipas di oggi, c’è solo da stringergli la mano e augurargli buona fortuna per la semifinale, dove incontrerà Medvedev o Auger-Aliassime.

LA PARTITA – Nel primo set, parte subito molto bene dai blocchi Tsitsipas, che fa subito il break al secondo game (pur con la collaborazione di Sinner). Si capisce fin dalle prime battute che il greco non è nella versione combattiva ma fallosa vista contro Taylor Fritz due giorni prima. Stefanos è una vera e propria furia: il servizio efficiente impedisce a Sinner di entrare nello scambio, e la capacità di comandare il gioco con il diritto – soprattutto dall’angolo sinistro – permette al greco di scappare via nel primo set e di chiuderlo 6-3 senza permettere mai all’italiano di arrivare a parità. Nel terzo game del secondo set, con uno splendido rovescio dal centro del campo, si guadagna una palla break. Aggressivo con la risposta, Stefanos mette subito il piede avanti strappando subito il servizio all’italiano. A quel punto inizia a piovere e la partita viene sospesa per una ventina di minuti, il tempo di chiudere il tetto della Rod Laver Arena.

 

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L’interruzione non deconcentra Tsitsipas, sospinto anche da una gran quantità di tifosi greci sugli spalti. Impressionante il dinamismo e il timing sulla palla, il quale toglie sempre il tempo a Sinner, che sul ritmo da fondocampo di certo non è l’ultimo arrivato. Stefanos rifiuta regolarmente lo scambio lungo e impedisce a Jannik di entrare in partita veramente. Sinner prova a rimanere attaccato tenendo il servizio, sperando in un calo del greco che però non arriva. Stefanos serve per il secondo set sul 5-4 due prime palle vincenti, poi una risposta di rovescio in rete a una seconda porta Stefanos a due set point. Sinner ha una fiammata con il diritto per cancellarne una; poi commette uno dei pochissimi errori forieri di qualche rimpianto, mettendo fuori un diritto dopo aver risposto ottimamente. Tsitsipas sale quindi due set a zero ed è sempre in controllo del match grazie anche alla sua qualità in risposta: quando Jannik non mette la prima, il greco divora la pallina e mette in difficoltà il nostro. Nel terzo game del terzo set, Tsitsipas arriva a due palle break con questo passante di rovescio lungo linea da cineteca.

Jannik, tramortito, mette in rete un diritto ed è subito break per il greco (2-1). Nel game successivo, l’altoatesino prova una disperata reazione e per la prima volta arriva a parità sul servizio dell’avversario; ma quello gioca una volée di rovescio sulla linea e poi è ingiocabile con servizio e diritto per salire 3-1. Da lì in poi la partita si chiude in un amen, con Sinner che perde nuovamente il servizio e Tsitsipas che si invola verso la vittoria.

LE PAROLE A CALDO – Queste alcune dichiarazioni rilasciate da Tsitsipas a caldo intervistato da Jim Courier sulla Rod Laver Arena. “Ho cercato di concentrarmi sui miei colpi migliori. Sono felicissimo di come ho servito, di come ho giocato a rete. La tattica ha funzionato. Sarà meraviglioso tornare in campo su questa arena e poter godere del supporto di questo pubblico. L’interruzione per il meteo? Sono rimasto concentrato. Col tetto chiuso sono cambiate le condizioni, più veloci, la palla non rimbalzava più come prima ma mi sono adattato e ha funzionato. Il gomito? Il medico mi ha detto che non si aspettava di vedermi giocare in Australia, sono contento di aver dimostrato che si sbagliava, ma lo devo ringraziare per avermi rimesso in sesto”.


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