Slam sul cemento: chi è il migliore di sempre?

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Slam sul cemento: chi è il migliore di sempre?

Con gli US Open alle porte, un breve studio di Ubitennis analizza oltre quattro decenni di rendimento nei due Slam sul cemento

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)
 

Il tennis, manco a dirlo, premia la continuità. Gli highlight reels sono eccitanti, sublimazioni dell’estro e soprattutto del rimpianto, ma sul lungo termine importa esserci a lungo. Ecco perché si è provato a valutare il rendimento di tutti i finalisti e semifinalisti Slam dell’Open Era (dalla primavera del 1968 in poi) superficie per superficie, iniziando con il cemento, topico in questa fase dell’anno.

Il cemento è particolarmente interessante come superficie di studio perché, banalmente, ci sono 2 Slam con un lungo periodo di attività da mettere a confronto. Gli US Open, dopo aver flirtato per 3 stagioni con la terra verde (1975-7) dopo quasi un secolo di erba (1881-1974), sono diventati il primo Major sul duro quando si sono trasferiti a Flushing Meadows nel 1978 (peraltro questo rende ancora più impressionante il record di Jimmy Connors in quel periodo, 5 finali di fila su 3 superfici diverse, con una vittoria su ciascuna) e hanno perciò ospitato 41 edizioni sul DecoTurf. Gli Australian Open, all’epoca sbertucciati da ogni top player che non si chiamasse Vilas o Vytautas, ci hanno messo un decennio in più, transumando dai prati al cemento come la via Gluck nel gennaio del 1988, con il passaggio dal Kooyong Lawn Tennis Club a Melbourne Park dove si sono giocate le ultime 32 edizioni. Il corollario di questi cambiamenti relativamente recenti è che la classifica è sincronica, estremamente circoscritta nel tempo, ed è quindi forse la miglior cartina tornasole per gli ultimi 40 anni del gioco.  

Il giochino, auto-indulgente ma qualcuno deve pur farlo, è molto semplice: si assegna un valore numerico al turno raggiunto, 1 al primo turno, 2 al secondo, 3 al terzo e via discorrendo, fino alla vittoria finale, che invece di valere 8 vale però 9 – giusto per ribadire, vincere non è l’unica cosa che conta, ma ha una discreta rilevanza. Si calcola quindi il valore medio dividendo il totale per il numero di tornei disputati. Le discriminanti sono altresì molto stringate: bisogna aver raggiunto almeno una finale Slam sulla superficie (o una semifinale, in una lista separata), e aver giocato almeno 5 tornei sulla stessa.

Questa seconda regola è particolarmente dolorosa perché porta all’esclusione di Bjorn Borg: l’Orso Svedese avrebbe il rendimento migliore in assoluto, 6.5, ed è, senza tema di smentite, il più grande di sempre per efficienza nei Major (27 giocati con 16 finali raggiunte e 11 vittorie), ma ha partecipato, non per scelta, solamente a 4 Slam sul cemento, a New York dal 1978 al 1981, e quindi rimane fuori, un po’ perché il campione di partecipazioni è oggettivamente limitato, un po’ perché sarebbe quantomeno bizzarro vedere al primo posto uno che, a conti fatti, non ha mai vinto uno Slam sulla superficie – 3 finali nella Grande Mela, tutte perse con i padroni di casa.

 

Ecco la lista con i migliori 32 finalisti, a mo’ di seeding (in grassetto i giocatori ancora in attività):

  1. Novak Djokovic, 6.29 (15 finali, 10 titoli)
  2. Roger Federer, 6.16 (14 finali, 11 titoli)
  3. Jimmy Connors, 6 (3 finali, 3 titoli)
  4. Pete Sampras, 5.92 (11 finali, 7 titoli)
  5. Ivan Lendl, 5.78 (11 finali, 5 titoli)
  6. Andre Agassi, 5.43 (10 finali, 6 titoli)
  7. Rafael Nadal 5.39 (9 finali, 4 titoli)
  8. John McEnroe 5.33 (5 finali, 4 titoli)
  9. Stefan Edberg 4.74 (5 finali, 2 titoli)
  10. Andy Murray 4.62 (7 finali, 1 titolo)
  11. Miloslav Mecir 4.43 (2 finali)
  12. Andy Roddick 4.42 (2 finali, 1 titolo)
  13. Boris Becker 4.32 (3 finali, 3 titoli)
  14. Mats Wilander 4.17 (3 finali, 2 titoli)
  15. Yevgeny Kafelnikov 4.12 (2 finali, 1 titolo)
  16. Jim Courier 4.1 (3 finali, 2 titoli)
  17. Stanislas Wawrinka 4.04 (2 finali, 2 titoli)
  18. Marin Cilic 4 (2 finali, 1 titolo)
  19. Vitas Gerulaitis 4 (1 finale)
  20. Jo-Wilfried Tsonga 3.9 (1 finale)
  21. Juan Martin Del Potro 3.89 (2 finali, 1 titolo)
  22. Kei Nishikori 3.78 (1 finale)
  23. Marat Safin 3.7 (4 finali, 2 titoli)
  24. Michael Chang 3.37 (2 finali)
  25. Todd Martin 3.32 (2 finali)
  26. Lleyton Hewitt 3.29 (3 finali, 2 titoli)
  27. Marcelo Rios 3.21 (1 finale)
  28. Michael Stich 3.13 (1 finale)
  29. Pat Rafter 3.06 (2 finali, 2 titoli)
  30. Juan Carlos Ferrero 2.87 (1 finale)
  31. Fernando Gonzalez 2.81 (1 finale)
  32. Kevin Anderson 2.7 (1 finale)

E la lista che include anche i semifinalisti (ancora in grassetto i giocatori in attività)

  1. Novak Djokovic, 6.29
  2. Roger Federer, 6.16
  3. Jimmy Connors, 6
  4. Pete Sampras, 5.92
  5. Ivan Lendl, 5.78
  6. Andre Agassi, 5.43
  7. Rafael Nadal 5.39
  8. John McEnroe 5.33
  9. Stefan Edberg 4.74
  10. Andy Murray 4.62
  11. Miloslav Mecir 4.43
  12. Andy Roddick 4.42
  13. Boris Becker 4.32
  14. Mats Wilander 4.17
  15. Yevgeny Kafelnikov 4.12
  16. Jim Courier 4.1
  17. Stanislas Wawrinka 4.04
  18. Marin Cilic 4 (con una vittoria e un’altra finale)
  19. Vitas Gerulaitis 4 (con una finale)
  20. Jo-Wilfried Tsonga 3.9
  21. Juan Martin Del Potro 3.89
  22. Kei Nishikori 3.78
  23. Roscoe Tanner 3.71 (1 semi-finale)
  24. Marat Safin 3.7
  25. Aaron Krickstein 3.65 (2 semi-finali)
  26. Tomas Berdych 3.63 (3 semi-finali)
  27. Milos Raonic 3.625 (1 semi-finale)
  28. Yannick Noah 3.57 (1 semi-finale)
  29. Guillermo Vilas 3.44 (1 semi-finale)
  30. Michael Chang 3.37
  31. David Nalbandian 3.35 (2 semi-finali)
  32. Todd Martin 3.32

Quali considerazioni si possono fare?

La prima è che il cemento davvero premia la continuità, come si può dedurre da un paio di considerazioni: solo 9 giocatori hanno vinto almeno 3 Slam sul cemento nell’Open Era, e i primi 8 di entrambe le liste fanno parte del novero – l’unica eccezione è Boris Becker, comunque tredicesimo e bravo a vincere tutte le finali disputate sulla superficie (New York 89, Melbourne 91 e 96). Qui si potrebbe commentare “embé? Serviva questo pezzo per capire che chi vince di più ha anche il rendimento più continuo?” La risposta è nì, perché se da una parte il dato è quasi apodittico, dall’altra gli stessi studi su terra ed erba (che verranno pubblicati successivamente) dimostrano che non è così.

D’altronde, la lista segue abbastanza linearmente il numero di finali disputate, tant’è che Djokovic, al momento ancora secondo dietro a Federer per Slam vinti sul cemento (11-10 per lo svizzero, ma questo dato potrebbe risultare datato fra un mese) gli passa davanti come rendimento medio, avendo raggiunto più finali (15-14), e lo stesso vale per le posizioni seguenti (Sampras e Lendl 11, Agassi 10, Nadal 9, McEnroe ed Edberg 5), con le sole eccezioni, opposte, di Connors e Murray.

Roger Federer – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

Jimbo ha fatto 3 su 3 nelle finali Slam sul cemento, quindi un numero inferiore agli altri dioscuri, ma ha anche giocato un numero considerevolmente più basso di Slam sulla superficie con 14 partecipazioni, e perché il primo Major sul cemento si è disputato quando aveva 26 anni, e perché ha smesso di andare in Australia nel 1975. Sir Andy, al contrario, ha disputato ben 7 ultimi atti sul cemento, ma paga le 6 sconfitte, di cui 5 a Melbourne, di cui 4 con Djokovic.

Inoltre, come si sarà notato, le prime 22 posizioni sono le stesse in entrambe le liste, quindi, pur essendoci dei grandi semifinalisti, nessuno si avvicina ai punteggi dei più grandi, o più in generale a valori superiori al 4 – anche qui, sulle altre 2 superfici si troveranno delle eccezioni.

Per quanto riguarda i dati più sorprendenti, si possono individuare 2 coppie: da un lato, Mecir e Gerulaitis hanno un rendimento straordinario, spiegato parzialmente dal basso numero di partecipazioni, 7 per lo slovacco, 8 per il compianto lettone-americano, e lo stesso vale, fra i semifinalisti, per Tanner e Vilas. D’altro canto, gli underachiever per eccellenza sono Hewitt e Safin, 3 finali e 2 vittorie per il primo, 4 finali e 2 vittorie per il secondo, ma con una media inferiore al 4, per motivi opposti: se l’aussie, addirittura fuori dai primi 32 nella lista dei semifinalisti, soffre il rapido burnout a dispetto di una carriera molto lunga (ha smesso di essere un Top 10 a 24 anni ma giocato in singolare fino a 35) e anni di prestazioni deludenti davanti al pubblico amico, il buon Marat è ovviamente penalizzato dagli infortuni e da una grande dedizione, solo non per il tennis… In questa categoria può essere incluso anche Pat Rafter, 2 titoli su 2 finali ma solo 3.06 di rendimento, nel suo caso dovuto alla tardiva esplosione ad altissimi livelli.

Infine, per quanto riguarda il rendimento nei 2 Slam presi separatamente, in realtà non sono in molti a far risultare grosse differenze: il rendimento newyorchese di Sampras ha quasi del refuso, ma in generale rimane clamoroso in entrambi (6.43 contro 5.27). Altri sono decisamente bipolari invece: Hewitt, come detto, 4.2 a New York, 2.6 in casa; Del Potro, 4.6 US Open, 3.11 in Australia senza aver mai raggiunto le semi; Kafelnikov, 4.625 a Melbourne, 3.67 a New York; e Jim Courier, 4.8 in Australia, solo 3.4 agli US Open.

La considerazione finale, con gli US Open a tiro (si inizia il 26 agosto, oggi il sorteggio alle 18 italiane), è che, se ce ne fosse ulteriore bisogno, questa analisi rafforza ancora di più la posizione dei Big Three fra le leggende del gioco, e dà l’idea di quanto affrontarli sui palcoscenici più prestigiosi, soprattutto per i giovani, sia un confronto non solo con dei tennisti come loro, ma con la storia stessa del gioco. Forse è per questo che è difficile immaginare nomi nuovi sulla lista in tempi brevi, ma la statistica può parlare solo fino a un certo punto, a differenza del campo.

Tommaso Villa

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Flash

Emma Raducano costretta al ritiro dal WTA Cluj-Napoca

La tennista britannica fermata da un inforntuo al polso, non parteciperà al Transylvania Open

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Emma Raducanu - Australian Open 2022 (Twitter - @AustralianOpen)
Emma Raducanu - Australian Open 2022 (Twitter - @AustralianOpen)

La numero 67 del mondo Emma Raducanu non parteciperà al WTA 250 in programma la prossima settimana a Cluj-Napoca, in Romania. La delusione è doppia perché in qualche modo per Emma lo si poteva quasi considerare un torneo di casa, visto che il padre è di Bucarest, ma purtroppo la campionessa degli US Open 2021 ha dovuto dare forfait. La causa della sua assenza, citata dagli organizzatori stessi del Transylvania Open, è un infortunio al polso, e dunque al momento l’ultimo incontro disputato dalla tennista britannica è il primo turno perso a Ostrava contro Kasatkina.

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ATP

ATP Tokyo: Kyrgios in versione doctor Jekyll e mister Hyde, vince in rimonta. Avanti anche Tiafoe

Nick soffre nel primo set l’ottimo livello espresso da Majchrzak, ma poi è un vulcano in eruzione continua. Un eroico Kecmanovic annulla sei match e trova Tiafoe nei quarti

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Nick Kyrgios - US Open 2022 (foto Twitter @atptour)

[5] N. Kyrgios b. K. Majchrzak 3-6 6-2 6-2

Sarà stato a causa delle ripercussioni psicologiche dovute al processo che sta affrontando dopo l’accusa di percosse dell’ex fidanzata, o sarà dipeso semplicemente dal non riuscire accettare che l’avversario odierno potesse esprimere un tale livello di gioco – quello ammirato nel primo set -; che il Nick Kyrgios sceso in campo nella frazione d’apertura sia stato passivo, evanescente e nervoso. Dopo aver giocato benissimo i primi due punti del match, si è spento inesorabilmente ad eccezione dei suoi lamenti vocali. La musica, però, è decisamente cambiata alla ripresa delle operazioni: fondamentale per l’australiano aver salvato una pericolosissima palla break in apertura, per poi mettersi finalmente a giocare e travolgere l’avversario con un parziale stratosferico di 12 game a 4 nei due successivi set: 3-6 6-2 6-2 in 1h23′ il punteggio ai danni di Kamil Majchrzak.

Un dominio senza sconti, conseguenza anche di un innalzamento della resa al servizio: a parte i due game in cui ha concesso break point, è stato letteralmente ingiocabile grazie alla bellezza di 22 ace scagliati, il 70% di prime in campo, l‘84% di punti vinti e un ottimo 61% di trasformazione con la seconda. Per Kyrgios si tratta della 37esima vittoria stagionale, che gli frutta il nono quarto di finale del 2022, il terzo in un ATP 500 – dopo Halle e Washington -. Inoltre è il decimo successo ottenuto in rimonta da Nick quest’anno; di contro invece continua la maledizione del polacco contro i Top 20: è l’ottava sconfitta in altrettanti confronti, che gli costa anche il primo quarto a livello ‘500’. Il tutto poi viene sublimato dalla tds n. 5, con l’affermazione n. 205 della carriera. Sulla sua strada, ora, uno tra il lucky loser di casa Moryia e la tds n. 3 Taylor Fritz.

 

IL TABELLONE COMPLETO DELL’ATP 500 DI TOKYO

IL MATCH – Kyrgios è centratissimo fin da i primissimi scampoli di partita, incide immediatamente in risposta attraverso un devastante mix di potenza e profondità delle sue accelerazioni. Majchrzak trova grande difficoltà in questo inizio, soprattutto sulla diagonale sinistra nel contrastare il bimane australiano. Con questo colpo sta letteralmente facendo sfracelli, sfruttando la brevissima apertura di tale esecuzione per garantirsi la possibilità di togliere costantemente il tempo al polacco. Sullo 0-30, tuttavia, nonostante fosse ormai prossimo il break a freddo; Kamil riesce a venire fuori perfettamente rimontando grazie al serafico schema: servizio-dritto.

Il gioco del finalista di Wimbledon, dopo i primi due quindici travolgenti, inizia ad incontrare i primi scricchioli: sfumato lo strappo in apertura, è il 27enne di Canberra a cedere la battuta. Un allungo, quello del n. 121 ATP, causato da una serie di attacchi scriteriati del n. 20 del ranking, che prendendo la rete all’arma bianca si espone ai passanti polacchi. Nick scaglia una ace di seconda, ma è comunque costretto a concedere il proprio turno di servizio a 30. Innervosito dall’esito di questo avvio di gara, l’ex n. 13 delle classifiche comincia a sparacchiare qualsiasi palla torni nella sua metà campo: forzando ogni esecuzione da fermo, senza il men che minimo gioco di piedi o di gambe, propedeutico a ricercare la palla nel migliore dei modi. Dunque 3-0, e contestualmente Radio Kyrgios che va in onda.

Sembra quasi che il giocatore aussie non accetti, che il suo avversario possa esprimere un livello di tennis così alto; al quale però vanno dati grandi meriti per come sta interpretando il match. Majchrzak infatti sta esprimendo un tennis veramente di alto profilo, restituendo agli spettatori una performance giganteggiante sia con il fondamentale d’inizio gioco, che nei turni di risposta. Al servizio è in grado di variare opportunamente, in base al momento, o cercando un angolo acuto per darsi la possibilità di comandare lo scambio sin dal primo colpo in uscita oppure incidendo direttamente mediante una prima vincente. Il break maturato nel secondo gioco della sfida si rivelerà decisivo ai fini del parziale, poiché nessuno dei due offrirà chance di strappo. Il finalista di Cincinnati 2017 prova ad assaltare il fortino, seppur sporadicamente, tramite nostalgiche SABR di federiana memoria ma prima ai vantaggi e poi a 30 regge benissimo il polacco. Entrambi poi finiscono in scioltezza alla battuta, per cui il 26enne di Piotrkow Trybunalski si mette in cascina il primo parziale 6-3 in 27 minuti.

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Un versione indolente, passiva e nervosa quella dell’australiano ammirata nel set appena concluso, che se ha voglia di ribaltare l’inerzia dell’incontro dovrà certamente cambiare il proprio atteggiamento. In apertura di seconda frazione, quantomeno, s’intravedono dei piccoli miglioramenti nel tennis di Kyrgios: adesso le sue legnate di dritto, e le sue catenate di rovescio non sono più unicamente lampi isolati. Finalmente, difatti, Nick mette in mostra qualche punto costruito a puntino, perché ciò che deve assolutamente comprendere – e che quasi non vuole accettare – è che contro questo Kamil non può sfondare da fondo alla prima o alla seconda sbracciata: la difesa e la copertura del campo è di quelle magistrali, per cui deve avere pazienza altrimenti sarà sempre lui ad incorrere nell’errore. Ambedue salvano una palla break nel loro primo turno di servizio del parziale. Tuttavia si prosegue senza scossoni sul filone delle battute, l’ex n. 75 al mondo continua a dimostrare una solidità ed un’intensità nello scambio, decisamente sorprendente e quasi disarmante. C’è da dire, comunque, che ad esclusione del suo primo turno di servizio nei due parziali, Kyrgios è stato ingiocabile alla battuta, andando sempre di fretta a suon di punti diretti e aces. Ebbene ciò significa che a Nick, basta accendersi per ritrovare il proprio straripante tennis, e questo si materializza nel sesto game. All’improvviso dopo aver avuto per tutto l’incontro grandi difficoltà nel leggere le traiettorie del servizio avversario, l’australiano si risveglia dal torpore e appena si mostra leggermente dinamico, il match cambia padrone inesorabilmente: parziale di 16 punti a 5, filotto di quattro game consecutivi. Tutto a favore del bad boy aussie, che si è messo a giocare e ora non ce ne per nessuno: 6-2 in 31 minuti.

Ora Kamil è in totale balia, tramortito da quello che adesso è un Nick dominante. Una situazione per nulla semplice per il n. 121, che difatti aveva concesso l’ultimo game del set precedente offrendo con il doppio fallo il terzo set point all’avversario. Purtroppo per lui, la situazione non migliora con il passare dei minuti, anzi. Kyrgios è un vulcano in eruzione continua, difficilmente frenabile. La striscia di giochi in fila del 27enne di Canberra si assesta addirittura a sette consecutivi, con tre break strappati in seguito. Semplicemente dal 3-2 del secondo set, non c’è stata più partita: non appena ha iniziato a giocare, l’altro non ha potuto far altro che consegnarsi: ancora 6-2 in 24 minuti.

IL TABELLONE COMPLETO DELL’ATP 500 DI TOKYO

VITTORIE PER TIAFOE E KECMANOVIC – Nei primi due match di giornata, invece, è stato delineato l’accoppiamento del secondo quarto della parte alta del tabellone del Rakuten Japan Open Tennis Championships, dove a contendersi un posto in semifinale saranno la tds n. 4 Frances Tiafoe e il serbo Miomir Kecamanovic. Il tennista statunitense si è imposto per 6-1 7-6(7) sullo spagnolo Bernabé Zapata Miralles in 1h34′. Dopo un primo set dominato, il semifinalista dell’ultimo US Open ha sprecato ben due match point nel decimo gioco prima di trionfare al tie-break al quinto tentativo complessivo. A fare la differenza i 9 ace messi a referto dall’americano e il suo 83% di salvataggio sulle palle break (5/6). Dunque un secondo set veramente duro, anche perché l’iberico ha avuto una chance – non sfruttata – sul 6-5 per lui di andare a servire con l’obbiettivo di rimandare ogni discorso alla frazione finale, e tosto durato più di un’ora; ma nulla di paragonabile dal punto di vista del pathos prodotto dall’incontro andato in scena sucessivamente.

Sfida che ha visto alla fine accedere al turno successivo il n. 33 ATP – ancora una volta vincitore al terzo, dopo la rimonta sul campione di Seoul Nishioka al turno precedente – con lo score di 6-3 3-6 7-6(4) in quasi tre ore di battaglia incandescente, ai danni della tds n. 8 Daniel Evans. A decidere le sorti del match un incredibile decimo game del terzo set, in cui Kecmanovic ha avuto la forza di frantumare ben sei match point, e tre di questi consecutivi rimontando dallo 0-40. A rendere ancora più incredibile questi salvataggi, la modalità con cui il 23enne di Belgrado ha cancellato uno dei match ball affrontati: irreale recupero in tweener, e rovescio in avanzamento successivo tirato al corpo con Evans che non controlla la volée mandandola lunga. Tutta al carica adrenalinica da questo game folle portato a casa, ha dato il là a Miomir per andare oltre il match ball non concretizzato sul 6-5 e vincere al tie-break, a sublimazione di una prestazione eroica.

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ATP

Alcaraz in buona compagnia: anche Djokovic, Federer e Murray hanno perso contro lucky loser da numeri 1

“Devo imparare da match come questi. È stato difficile abituarsi alle condizioni del campo” – ha detto lo spagnolo dopo la sconfitta con Goffin

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Carlos Alcaraz - ATP Astana 2022 (foto via Twitter The Net Magazine)

Carlos Alcaraz, il numero uno più giovane di sempre, ha mancato due occasioni. Due occasioni per cominciare nel verso giusto la sua nuova vita tennistica dopo la vittoria dello US Open e la scalata al vertice del ranking. Il 16 settembre è sceso per la prima volta in campo dopo essere stato annunciato come “numero uno del mondo” e ha perso contro Auger-Aliassime in Coppa Davis. Martedì, ad Astana, ha avuto una seconda chance: l’esordio da primo della classe nel circuito ATP. Le cose, però, sono andate persino peggio con la sconfitta subita per mano del lucky loser David Goffin che è fin qui l’unico ad aver battuto in stagione il murciano senza aver perso nemmeno un set. Spulciando tra i database, possiamo però rintracciare almeno un paio di statistiche che forse potranno consolare Alcaraz.

Carlos, infatti, non è né il primo numero uno del mondo a esordire con una sconfitta nel circuito ATP dopo aver conquistato la vetta del ranking, né il primo a perdere con un lucky loser. A fargli compagnia, nella prima statistica (che prende in considerazione solo il secolo in corso), c’è Lleyton Hewitt che nel 2002 visse un’eliminazione ben più pesante di quella di Alcaraz ad Astana. L’australiano, infatti, iniziò nel peggiore dei modi il suo regno perdendo al primo turno dello Slam di casa contro lo spagnolo Martin (tra l’altro dopo aver vinto il primo set 6-1). Il resto della stagione, però, andò decisamente meglio con cinque tornei tra cui Wimbledon.

Quanto alla seconda statistica (anch’essa riferita agli anni dal 2001 in poi), il parterre in cui da ieri si è inserito Alcaraz è di assoluto prestigio. Tra i Fab 4, infatti, solo Nadal non ha subito alcuna sconfitta contro un lucky loser mentre era numero uno del mondo. Federer, Murray e Djokovic, invece, hanno affrontato questa inopinata esperienza. Allo svizzero capitò nel 2007 (anno in cui giocò tutte le finali Slam vincendone tre) a Indian Wells, dove si arrese all’argentino Canas, che replicò incredibilmente l’impresa pochi giorni dopo a Miami (questa volta da qualificato). Andy ha avuto il suo incubo in Coric negli ottavi di finale del 1000 di Madrid del 2017, mentre è stato il nostro Lorenzo Sonego il responsabile di questo smacco per Djokovic in quel di Vienna due anni fa.

 

La sconfitta di Alcaraz al primo turno ad Astana rimane comunque piuttosto sorprendente. Il classe 2003 ha provato allora a darsi alcune spiegazioni in conferenza stampa a partire dall’ottima prestazione dell’avversario: “David ha giocato in maniera magnifica. Tornare alla competizione non è mai facile dopo tanto tempo (dopo i due match in Coppa Davis, Carlos si è preso un paio di settimane senza tornei, ndr). Avevo già giocato su questo campo in due occasioni ma essendo così lento non è stato affatto facile abituarsi. Non sono stato in grado di adattarmi alle condizioni e al match: lui è stato molto aggressivo e non sono riuscito a reggere la pressione che mi metteva costantemente addosso”.

Chissà che lo spagnolo non abbia accusato anche la pressione derivante dall’etichetta di numero uno del mondo che è andata a rimpiazzare quella di predestinato. In ogni caso, è facile immaginare la stanchezza fisica e soprattutto mentale accumulata nel corso di una stagione straordinaria che è anche la prima che Carlos ha vissuto interamente nel circuito ATP e per di più da attore protagonista. Lo stesso discorso può essere applicato anche a Ruud che, sebbene più esperto, si è ritrovato quest’anno a competere a livelli prima sconosciuti, con tutto quello che ciò comporta in termini di attenzione mediatica e pressioni. E infatti anche Ruud, dopo la finale allo US Open, sembra aver esaurito la scorta di energie psico-fisiche. Il grande interrogativo è quindi se ce la faranno a ricaricarsi in vista degli ultimi appuntamenti stagionali.

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