Attimi indimenticabili di US Open

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Attimi indimenticabili di US Open

Un romantico viaggio nel passato dello Slam new yorkese. Momenti scolpiti nella Storia del tennis passando attraverso campioni come Ashe, Connors, Lendl, Sampras, Federer, Serena Williams

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Pete-Sampras - US Open 1990 (1)

1884. A Newport si disputa la prima edizione del Campionato Nazionale di Tennis degli Stati Uniti. Solo 3 anni dopo al singolare maschile si affianca quello femminile. La manifestazione ha successo al punto che dopo pochi anni, anche i vincitori del torneo di Wimbledon vi si iscrivono. Nel 1902 la prima vittoria non statunitense: High Lowrence Doherty, un cognome ottimo anche da rock star. 1911. Fine della formula del Challenge Round e 1915 il trasferimento a Forest Hills. Tutto scorre veloce.

1968, anno di rivoluzioni sognate, auspicate, di movimenti giovanili, di canzoni generazionali, inni a valori eterni, il conforto di voler cambiare il mondo. Woodstock  l’anno avrebbe segnato l’apice e la fine di una onda.  Anche il mondo del tennis, nel proprio piccolo, ebbe la sua rivoluzione. L’edizione del 1968 degli US Open, si apre alla partecipazione dei professionisti.A vincerla è Arthur Ashe, un afroamericano . Mai successo prima.

Il 1974, vede l’ultima edizione giocata su erba, le successive si giocheranno su terra verde. 4 anni dopo, con il trasferimento a Flushing Meadows, nascono gli Us Open come li si conosce ora, primo Slam a giocarsi su cemento. L’edizione la “battezza Jimmy Connors, uno dei re dello Slam americano, 5 volte vittorioso e autore di un torneo da urlo nel 1991 dove a 39 anni,da wild card, raggiunge le semifinali dopo aver messo a segno nei quarti contro Paul Haarhuis, uno dei punti più spettacolari e attizzafolla della storia del tennis.

 

New York, ombelico del mondo occidentale, dove tutto accade prima, dove si scrive il futuro e lo si rende presente, icona del mondo nuovo. New York delle gallerie d’arte, dei musei, dei concentrati artistici, città di ambientazione letteraria, di set cinematografici e reali tra grattacieli, statue e sobborghi. La New York del jazz degli anni ’30, dell’hip hop: “ Do The Right Thing”, della Factory, di Andy Warhol, dei Velvet Underground, Television, Ramones, Talkin Heads, dei Sonic Youth, di Moby : ”New York New York, does it taste right, does it feel right”.

Broadway e la New York dei parchi, di Woody Allen, delle genti provenute da tutto il mondo a cercarvi fortuna. C’era una volta in America, il ponte di Brooklyn non è solo una gomma da masticare.

New York, 11 settembre. Giorno nefasto. Famoso. Prima di essere quel “11 settembre” è stato anche un giorno normale. L’11 settembre del 1988, si disputa la finale degli US Open di tennis tra Ivan Lendl e Mats Wilander.Lendl era alla settima finale di fila. Le prime due le aveva perse contro Jimmy Connors, la terza contro John McEnroe. Alla quarta spezza l’incantesimo e fa sue le successive tre. Mats Wilander è nel suo anno “caldo”. Ha vinto gli Australian Open battendo Pat Cash e tutta l’Australia e i French Open, demolendo in finale Henry Leconte e tutta la Francia. Solo quarti a Wimbledon, eliminato da Miroslav Mecir “l’ammazzasvedesi”. Un curriculum di tutto rispetto quello di WIlander, nato clone di Borg, divenuto poi giocatore capace di variazioni di ritmo e rotazioni, di un buon gioco a rete a seguito spesso di un ottimo rovescio slice, lui bimane. La summa di tutte le proprie capacità, Wilander le conserva per quella finale.

Entra in campo con il solo chiodo fisso di non dare ritmo all’avversario e prendere la rete ad ogni occasione. Quasi cinque ore di match, e Lendl lascia allo svedese torneo e numero uno del seeding facendone il primo svedese a vincere lo slam newyorkese. Borg non ci era riuscito, sconfitto ben quattro volte in finale tra il 1976 e il 1981, due da Connors e due da McEnroe. L’anno dopo Lendl ci riprova e per la seconda volta di fila lascia il torneo ad uno che non l’aveva mai vinto e mai più vi riuscirà: Boris Becker. Cosi si chiude l’epopea delle finali di Ivan Lendl a Flushing Meadows, ben otto consecutive, di cui solo tre vinte. Peggio riuscì ad Evonne Goolagong in campo, femminile: quattro finali consecutive dal 1973 al 1976, tutte perse. Quelli erano gli anni del regno di Chris Evert e chiunque provava ad insidiarglielo, finiva dalla parte sbagliata della storia: otto finali e cinque vittorie tra il 1975 e il 1984, due proprio contro Evonne ed una contro Hana Mandlikova che però una edizione la vinse comunque nel 1985, vendicandosi proprio di Chris in semi prima di battere Navratilova nel match decisivo.

1990, Notti Magiche inseguendo il goal. Dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno insegue un sogno. Gabriela Sabatini non ha mai vinto uno Slam. Nel 1990 è in piena fase di maturazione tecnica, ha smesso di puntare tutto sul gioco in top spin assecondando il proprio talento e la capacità di giocare a rete. Finale US Open, Sabatini trova Steffi Graf. Troppo più diritto e gamba hanno garantito negli anni una certa superiorità alla tedesca. Gaby però quel giorno riesce in un capolavoro tecnico-tattico non dando respiro a Steffi tra attacchi, rovesci tagliati e volèe, vince l’unico Slam della sua carriera.

Uno che tutto precede e da cui tutti si dispiega.
Uno che arriva prima, uno, opposto a nessUno e centomila.
Uno di mille, seguito da 990.

Gabriela Sabatini – US Open 1990

Ivan Lendl non è più numero uno, ma lo è stato talmente per tanto da esserlo a vita, come un senatore. Ai quarti incontra, sul cammino della sua nona finale consecutiva, Pete Sampras. Sampras è un ragazzino di 19 anni, dallo splendido serve and volley e gioco d’attacco in generale, gran servizio, gran diritto. Al quarto turno ha battuto Thomas Muster, ma nessuno gli ha dato molto peso, poiché questi un muscolare terraiolo. Lendl, è invece una bestia, non sembra avere chance Pietrino, lui così anonimo nella sua espressività facciale e corporea. Per battere Ivan bisogna essere un campione, dei veri fighter o avere l’impertinenza sacrilega e irriverente di un Chang. Sampras non sembra avere nulla di questo, farà qualcosa per la platea, visto la dotazione di bel tennis che si ritrova e via a casa. La cosa va diversamente.

Sampras macina bel gioco di volo e di attacco,da fondo ha un diritto con cui fa punto da ogni lato. Il palleggio di Lendl non gli da fastidio, sembra anzi allenarlo. I primi due set vanno via sciolti, poi il vecchio leone ruggisce e l’ora del giovane agnello sacrificale sembra essere arrivata. La cosa va ancora una volta diversamente. 6-2 Sampras al quinto e l’agnello a guardarlo bene, ha criniera, artigli e canini aguzzi. In realtà gli è bastato solo giocare uno splendido tennis.
In semi,trova John McEnroe, oramai numero 20, ma pur sempre McEnroe nel suo torneo di casa. Sampras per quel che ha fatto vedere nel torneo, parte con i favori del pronostico. McEnroe è un po’ anacronistico per velocità e pesantezza di palla, oltre che per fisicità in generale. Il suo carattere fiero gli consente di vincere un set, ma la sconfitta non sembra mai in discussione.

Nell’altra semi Agassi incontra Becker e dopo un primo set perso, lo domina abbastanza agevolmente. Finale tutta americana tra un figlio di un greco e un figlio di un iraniano. Vince Sampras facile, avviando l’ennesima rivalità yin e yang del tennis. Sampras sarà numero 1 del tennis per anni, numero 1 della sua epoca ed uno dei migliori numeri 1 di sempre, vivendolo da anti pop star. Nel 2002 oramai a fine carriera, vince di lacrime e sangue il suo ultimo US Open ed ultimo Slam.

Il pathos nella bellezza di un qualcosa che mostra il trascorrere del tempo, la malinconia della fine. La leggerezza e l’incisività: Stefan Edberg domina due edizioni battendo in finale nel 1991 Courier giocando la partita perfetta e nel 1992 Sampras. Due anni di fila vedono anche le vittorie di Rafter, che sceglie per i suoi Slam, New York anziché Londra, più logica per un australiano.

Un piccolo batuffolo biondo di nome Jade è la vincitrice dell’edizione femminile del 2009. A vincere, in realtà è la madre Kim Cljisters che ha deciso di portarla in campo per la premiazione facendone la vera trionfatrice. Una bambina e la sua coppa. Kim aveva messo un po’ da parte il tennis per fare la mamma a tempo pieno e questo è stato il suo chiudere il cerchio. Vincerà anche l’anno dopo, portando a tre, con quella del 2005, le sue vittorie nello Slam americano.

Il Messia si annuncia.Non si può lasciare all’improvvisazione e alla sorpresa il suo avvento. Roger Federer era chiaro da anni che aveva il bacio degli Dei stampato sulla fronte da far sospettare di esserne figlio . Nel 2003 aveva vinto il suo primo Wimbledon, aspettando forse anche troppo. Barlumi di divinità venivano fuori da quella racchetta, una aurea divina a circondarlo in ogni movenza. Il libro del talento degli immortali aveva un capitolo dal nome nuovo dopo quelli di McEnroe, Becker, Edberg e soprattutto di Sampras.

Questo era della stessa materia di questi altri, il tempo ci avrebbe detto di una più duratura. Roger Federer avrebbe vinto dal 2004 al 2008 tutte le edizioni degli US Open finendo a 5 come Connors e Sampras, uno in meno di Serena Williams e Chris Evert, tutti tennisti che, bizzarro caso, hanno vinto con una “W” stampata sull’ovale. Non sta per “Winner”,che potrebbe anche starci, ma è il logo della marca di racchette con cui questi hanno giocato. L’occhio lungo del Signor “W”.

L’US Open in questi ultimi anni ha visto le vittorie non ripetute di DelPotro e il suo diritto, di Wawrinka e il suo rovescio, di Cilic e il suo coach, interruzioni del dominio consecutivo dei FabFour, poiché Djokovic e Nadal con tre e Murray una, figurarsi se si astenevano dal vincerne qualcuna. Dal 2015, in campo femminile, ogni anno a vincere è una diversa.

Puglia terra assemblata, terra di due mari, di dialetti meridionali nella sua parte Centro Nord e di dialetti meridionali estremi in quella Sud. Puglia un po’ Campania, un po’ Molise, Puglia terra di Bari, Puglia Salento. La Puglia dei trulli e del Barocco, delle torri normanne e dei castelli svevi. Puglia terra di vini e differenziazioni culinarie.
Roberta Vinci e Flavia Pennetta, si conoscono da bambine. Di Taranto, dall’italiano declinato con inflessione palermitana, la prima, di Brindisi, dall’italiano infarcito di intonazione spagnola, la seconda.
Roberta e Flavia fanno parte della gruppo che ha portato l’Italia a vincere 4 Fed Cup ,ma nessuno avrebbe immaginato che un giorno di vederle contro in una finale Slam. Giocatrici in controtendenza alla  tipicità della scuola italica, si esprimono meglio sul duro, per velocità e pulizia dei colpi Pennetta, per il tennis classico e ottima manualità a rete, Vinci. L’approdo in finale di Flavia è più lineare, anche perché lei ha già dato dimostrazione che sul cemento vale le prime del mondo. Roberta è più una sorpresa.

In semifinale fa il botto e batte Serena Williams alla ricerca del Grande Slam. Serena è la giocatrice moderna assieme a Chris Evert ad aver vinto più US Open, ma anche quella ad aver vinto più Slam di tutte, Margaret Court esclusa. Il suo tennis ha una fisicità che non consente alle sue avversarie di starle dietro, Roberta è piccolina, ha colpi leggeri, non ha vincenti, ma ha mano e quel giorno si sveglia cattiva ed usa anche carattere e testa.
Fa come Ulisse con Polifemo, gioca d’astuzia irridendo il gigante, tra attacchi in controtempo, variazioni e soprattutto una serie di rovescini slice, in campo femminile  un luogo della memoria.Williams attonita e imbufalita è sconfitta, Vinci vince e va in finale contro la sua amica Pennetta.

Dall’inizio del match si intuisce subito che Roberta è scarica. Flavia fa il suo dovere e tiene il suo standard,vince in controllo e annuncia a fine match il ritiro a fine stagione. La carriera di Roberta anche grossomodo finisce là con qualche acuto inizio stagione 2016 che sa di commiato. La finale US Open femminile del 2015 ha segnato il momento più alto e la fine di una generazione vincente di tenniste italiane.

Gli US Open sono, in ordine cronologico il quarto ed ultimo Slam dell’anno. Come gli altri, hanno il merito di avere una forte caratterizzazione del Paese e la città che li ospita. Flushing Meadows è Stati Uniti e lo si percepisce anche da una semplice immagine TV. Non ha il fascino eterno di chi sa e rivendica l’aver dato inizio alla Storia che ha Wimbledon, né quello futurista di Flinders Park o quello da romantica imbalsamata vecchia Europa del Roland Garros. Flushing Meadows è il pragmatismo americano, esce in ciabatte senza trucco se fa caldo e si copre con le prime cose che trova se fa freddo. Nessuna licenza a barocchismi o sovrastrutture. Non si diventa gli Stati Uniti d’America altrimenti.

“Gli Us Open sono un grande evento per NYC. Il sindaco Dinkins non c’è più – quel Dinkins che faceva deviare le rotte di atterraggio all’aeroporto La Guardia apposta per gli Open – ma anche sotto Rudy Giuliani, per due settimane una città che di norma non darebbe un soldo bucato per uno sport aristocraticamente privo di contatto fisico come il tennis mostra una grande partecipazione“ (David Foster Wallace)

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La Francia domina a Metz, Bedene l’intruso

Tre semifinalisti su quattro sono transalpini. Pouille e Tsonga si affronteranno in un derby. Paire sfiderà lo sloveno Bedene, con il quale ha litigato agli US Open

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Benoit Paire - Winston-Salem 2019 (via Twitter, @WSOpen)

10 delle 16 edizioni del torneo ATP di Metz sono state vinte da giocatori di casa. E anche quest’anno ci sono altissime probabilità che quest’eventualità si ripeta. Il 75 per cento per l’esattezza, considerato che 3 dei quattro tennisti approdati in semifinale sono francesi. Si tratta di Benoit Paire, Lucas Pouille e Jo-Wilfried Tsonga, in ordine di classifica. Pouille ha già vinto il torneo una volta nel 2016, Tsonga ha addirittura trionfato per tre volte a Metz (2011, 2012, 2015). A tentare di rompere le uova nel paniere transalpino, ci sarà lo sloveno Aljaz Bedene, n.76 del ranking ATP. 

L’intruso balcanico ha sorpreso nei quarti finale lo spagnolo Pablo Carreno Busta, che a sua volta aveva eliminato al secondo turno il primo favorito del seeding David Goffin. Bedene si è imposto con il punteggio di 6-4 7-5 in poco meno di un’ora e mezza di partita. A decidere l’incontro sono stati due break, rispettivamente nel settimo e nel dodicesimo gioco dei due parziali. Nella sua ottava semifinale a livello ATP in carriera, la seconda in questa stagione dopo quella ottenuta a Rio, lo sloveno sfiderà Benoit Paire. 

Da parte sua, l’imprevedibile tennista di Avignone ha rispettato pienamente l’onore dei pronostici nel derby contro Gregoire Barrere, imponendosi per 7-6 6-4. Partenza a rilento per Paire che è andato sotto 3 a 0 nel primo parziale. Il n.3 del seeding ha poi recuperato e si è imposto per 7 punti a 4 nel tie-break. Il secondo set sembrava avviato verso lo stesso esito ma nel non gioco Barrere  ha perso il servizio e regalato il match al suo avversario. Tra Paire e Bedene c’è un precedente freschissimo, quello del secondo turno degli US Open, vinto al tie-break del quinto set dal tennista di Lubiana, dopo aver rimontato due set di svantaggio. L’incontro è stato segnato dal nervosismo, con il francese che alla fine si era rifiutato di stringere la mano al suo avversario. Insomma, potremmo vederne delle belle nella semifinale di Metz.

 

Ben meno acrimonia ci dovrebbe essere nella semifinale della parte bassa tra Pouille e Tsonga. Il primo si è guadagnato l’accesso nei top 4 del torneo grazie al sofferto successo in tre set sul serbo Filip Krajinovic. Primo set vinto da Krajinovic per 6-4 grazie ad un break nel terzo gioco, con Pouille che ha fallito diverse occasioni per rifarsi sotto. Il giocatore francese sembrava avviato alla sconfitta dopo aver perso il servizio nel settimo gioco del secondo parziale.  Pouille ha però subito realizzato un contro-break ed è poi andato a conquistare il set per 7-5. Forse demoralizzato, Krajinovic ha lasciato campo libero al suo avversario nel parziale decisivo, perso per 6-2. 

Tsonga ha invece approfittato del ritiro del secondo favorito del torneo, il georgiano Nikoloz Basilashvili, sul 4 a 1 in proprio favore nel terzo set. Il veterano di Le Mans aveva in precedenza perso il primo set per 7-5 e perso il secondo per 6-3. I precedenti tra i due francesi sono sul due pari, con Pouille che ha vinto gli ultimi due faccia a faccia. 

Risultati:

A. Bedene b. P. Carreno Busta 6-4 7-5
[3] B. Paire b. [WC] G. Barrere 7-6(4) 6-4
[4] L. Pouille b. F. Krajinovic 4-6 7-5 6-2
J.W. Tsonga b. [2] N. Basilashvili 5-7 6-3 4-1 rit.

Il tabellone completo

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Podcast Off-Court: l’estate sta finendo… ma il tennis non se ne va

Torna l’appuntamento settimanale con la consueta chiacchierata transoceanica tra i nostri inviati Vanni Gibertini e Luca Baldissera

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Vanni Gibertini (a sinistra) e Luca Baldissera (a destra) se ne vanno da Indian Wells alla fine del torneo

Dopo l’intensa estate nordamericana sul cemento culminata con lo US Open, Vanni Gibertini e Luca Baldissera sono tornati a casa e osservano il circuito da lontano. Bianca Andreescu è tornata in Canada da trionfatrice mentre Novak Djokovic è alle prese con un fastidio alla spalla che potrebbe tenerlo fermo per qualche tempo. Intanto Roger Federer, recuperato il problema alla schiena che lo ha frenato a New York si appresta a giocare nella “sua” Laver Cup e annuncia di aver già programmato i suoi prossimi tornei fino a Wimbledon 2020, strizzando l’occhio alle Olimpiadi per le quali avrà bisogno di una wild card. La ATP Cup ha iniziato a far vedere i muscoli alla Coppa Davis, che aprirà l’assurda parata di competizioni a squadre il prossimo novembre, mentre l’All England Club si è dato da fare per assicurare la sopravvivenza dell’erba come superficie del circuito.

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Laver Cup: Sock domina Fognini. Da Tsitsipas arriva il 2-1. Poi 3-1 e… tutti pazzi per Federer

Jack Sock vince il primo match del 2019. Tsitsipas supera Fritz e regala il secondo punto al Team Europa. Federer mania al Palexpo. Roger e Zverev vincono in doppio

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Team Europe – Team World 3-1 (dalla nostra inviata a Ginevra)

J. Sock [W] b. F. Fognini [E] 6-1 7-6(3)

Partenza lampo per Jack Sock che, in 30 minuti esatti, stordisce Fognini con un perentorio 6-1. Facce cupe e musi lunghi nella panchina del Team Europe che forse non si aspettava un Fognini così in difficoltà nel primo parziale e un Jack Sock così centrato.

 

Ora l’azzurro tenta di far muovere l’americano, variando i colpi e cercando di ritrovare buone percentuali al servizio. Il secondo set è molto più equilibrato, con Fabio e Jack che giungono sul 3-3. La lotta si fa serratissima sul 5-5 con Fognini che riesce a portarsi sul 6-5. Alle sue spalle, tanti consigli che valgono la bellezza di 39 Slam. Rafa e Roger infatti continuano ad incitarlo e a parlargli al cambio campo: “No more negatives. Be positive” gli dice Federer e, se lo dice lui, non si può far altro che eseguire. Le parole dei due campionissimi fanno effetto ma anche Sock non è da meno che tiene con autorità il proprio servizio per assicurarsi il tie-break.

"No more negatives." No pressure Fabio Fognini!Roger Federer | Rafa Nadal | #TeamEurope

Pubblicato da Laver Cup su Venerdì 20 settembre 2019

L’americano continua a produrre un tennis al fulmicotone e, con un dritto lungolinea fulmineo, sale 2-1. Fognini pareggia sul 2-2. Ancora un errore di troppo per l’azzurro che consegna un minibreak all’americano che si allontana a sua volta sul 4-2 grazie al suo solito servizio travolgente. Continua ad attaccare Jack Sock, senza paura, facendo felice il compagno di squadra Kyrgios che non smette di saltare e incoraggiarlo.

Un sanguinoso doppio fallo di Fabio concede il primo matchpoint allo statunitense che ne approfitta subito e, con lo score di 6-1 7-6(3), il Team World, per ora, pareggia i conti sull’1-1. Ottima prestazione di Jack che, attualmente sceso al n. 210 del ranking (è stato n. 8 ATP), vince oggi il suo primo match dell’anno. C’è da dire che, nel 2019, aveva partecipato finora soltanto a quattro tornei: l’Australian Open, Atlanta, Washington e lo US Open (0-4 in stagione).

Sono fortunato ad essere qui” ammette Fabio, “e mi sto godendo ogni momento. Nel match ci ho provato al 100%. Ho avuto le mie chance ma quando giocavo bene sembrava che lui riuscisse a giocare ancora meglio”.

Si dice che in cucina, ci deve essere un solo cuoco” afferma un giornalista rivolto a Borg, “non pensi che allora avere contemporaneamente quattro persone che danno consigli possano confondere il giocatore?“. “In realtà Rafa e Roger hanno giocato mille volte con Fabio” risponde il capitano svedese, “loro conoscono benissimo il suo tennis, così come conoscono bene il suo avversario; in questo caso quindi potevano consigliarlo meglio di me“.

Se Rafa, Roger e Björn sono accanto a me per darmi consigli, devo aprire le orecchie e devo solo stare ad ascoltare” ammette l’azzurro. “Non capita ogni settimana questa possibilità, avere i consigli di giocatori che sono le leggende del nostro sport. Io dicevo loro che non riuscivo ad avere buone sensazioni durante il gioco, soprattutto sulla risposta di rovescio e che non vedevo bene la palla. È strano, perché di solito la risposta è uno dei miei colpi migliori”. 

S. Tsitsipas [E] b. T. Fritz [W] 6-2 1-6 10-7

Nel terzo singolare della giornata, due avversari – Stefanos Tsitsipas e Taylor Fritz – all’esordio in Laver Cup. Il greco rompe il ghiaccio nel migliore dei modi poiché domina nettamente il primo set, conquistandolo con un rapido 6-2. Ottimo al servizio, Stefanos vanta il 93% di punti con la prima e mette a segno 25 punti a fronte dei 15 dell’americano. Ma l’inerzia del match si ribalta rapidamente. Uno scatenato Fritz si fa sempre più aggressivo, prende il controllo dell’incontro e, nel secondo parziale, vola in vantaggio sul 5-1 procurandosi due setpoint; il primo è quello buono, Taylor spinge inducedo all’errore l’avversario e, in 30 minuti, gli infligge un severo 6-1 .

Sarà il super tie-break a decidere le sorti della terza partita di questo Day 1. È Tsitsipas a procurarsi i primi vantaggi, salendo 3-1. Pazienza e colpi angolati gli permettono di allungare il passo sul 5-2. Ma anche lo statunitense dimostra precisione e fiducia; non sbaglia e si assicura il pareggio sul 5-5, per la disperazione di Nadal, che soffre in panchina. Sale ancora, 6-5. Il pubblico è acceso più che mai, gli spalti sono gremiti, anche nell’attesa di assistere alla performance di Federer in doppio, in coppia con Zverev.

Stefanos sale nuovamente in vantaggio, 9-7. È il suo momento perché alla prima occasione chiude 10 a 7 e assicura il secondo punto al Team Europe che conduce 2-1. Ora in campo Roger Federer insieme a Sasha Zverev; dall’altra parte della rete Jack Sock e Denis Shapovalov. Il duo del “Resto del mondo” parte favorito contando un doppista d’eccezione come l’americano.

R. Federer/A. Zverev [E] b. J. Sock/D. Shapovalov [W] 6-3 7-5

Nel programma di oggi Roger Federer giocava solo in doppio ma i suoi fan non hanno voluto perdersi neanche un punto del loro idolo. Autobus pieni nel pomeriggio, con tifosi svizzeri e da ogni parte del mondo che rispondono presente quando Roger chiama. Dai ragazzini alle signore più anziane, tutti pazzi per lui, con tanto di bandierine rossocrociate, cappellini e sciarpe di Federer e per le signore anche gli orecchini con tanto di logo “RF”. Del resto i biglietti sono andati a ruba fin da subito, con prenotazioni effettuate già un anno fa, non appena è stata rivelata la sede di Ginevra per il 2019.

Sugli spalti il pathos è a mille per il duo Roger/Sascha, che porta a casa il primo set con lo score di 6-3. Nel secondo parziale il Maestro e l'”allievo” si complicano un po’ la vita perché Shapovalov e Sock si procurano ben sei set point. Ma non vanno a segno perché la coppia europea si salva pareggiando sul 5-5. Non solo. Sale in vantaggio, con Roger e Sasha che stringono i pugni e vanno a prendersi il terzo punto della giornata chiudendo 6-3 7-5 nel boato del pubblico del Palexpo.

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