Attimi indimenticabili di US Open

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Attimi indimenticabili di US Open

Un romantico viaggio nel passato dello Slam new yorkese. Momenti scolpiti nella Storia del tennis passando attraverso campioni come Ashe, Connors, Lendl, Sampras, Federer, Serena Williams

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Pete-Sampras - US Open 1990 (1)

1884. A Newport si disputa la prima edizione del Campionato Nazionale di Tennis degli Stati Uniti. Solo 3 anni dopo al singolare maschile si affianca quello femminile. La manifestazione ha successo al punto che dopo pochi anni, anche i vincitori del torneo di Wimbledon vi si iscrivono. Nel 1902 la prima vittoria non statunitense: High Lowrence Doherty, un cognome ottimo anche da rock star. 1911. Fine della formula del Challenge Round e 1915 il trasferimento a Forest Hills. Tutto scorre veloce.

1968, anno di rivoluzioni sognate, auspicate, di movimenti giovanili, di canzoni generazionali, inni a valori eterni, il conforto di voler cambiare il mondo. Woodstock  l’anno avrebbe segnato l’apice e la fine di una onda.  Anche il mondo del tennis, nel proprio piccolo, ebbe la sua rivoluzione. L’edizione del 1968 degli US Open, si apre alla partecipazione dei professionisti.A vincerla è Arthur Ashe, un afroamericano . Mai successo prima.

Il 1974, vede l’ultima edizione giocata su erba, le successive si giocheranno su terra verde. 4 anni dopo, con il trasferimento a Flushing Meadows, nascono gli Us Open come li si conosce ora, primo Slam a giocarsi su cemento. L’edizione la “battezza Jimmy Connors, uno dei re dello Slam americano, 5 volte vittorioso e autore di un torneo da urlo nel 1991 dove a 39 anni,da wild card, raggiunge le semifinali dopo aver messo a segno nei quarti contro Paul Haarhuis, uno dei punti più spettacolari e attizzafolla della storia del tennis.

 

New York, ombelico del mondo occidentale, dove tutto accade prima, dove si scrive il futuro e lo si rende presente, icona del mondo nuovo. New York delle gallerie d’arte, dei musei, dei concentrati artistici, città di ambientazione letteraria, di set cinematografici e reali tra grattacieli, statue e sobborghi. La New York del jazz degli anni ’30, dell’hip hop: “ Do The Right Thing”, della Factory, di Andy Warhol, dei Velvet Underground, Television, Ramones, Talkin Heads, dei Sonic Youth, di Moby : ”New York New York, does it taste right, does it feel right”.

Broadway e la New York dei parchi, di Woody Allen, delle genti provenute da tutto il mondo a cercarvi fortuna. C’era una volta in America, il ponte di Brooklyn non è solo una gomma da masticare.

New York, 11 settembre. Giorno nefasto. Famoso. Prima di essere quel “11 settembre” è stato anche un giorno normale. L’11 settembre del 1988, si disputa la finale degli US Open di tennis tra Ivan Lendl e Mats Wilander.Lendl era alla settima finale di fila. Le prime due le aveva perse contro Jimmy Connors, la terza contro John McEnroe. Alla quarta spezza l’incantesimo e fa sue le successive tre. Mats Wilander è nel suo anno “caldo”. Ha vinto gli Australian Open battendo Pat Cash e tutta l’Australia e i French Open, demolendo in finale Henry Leconte e tutta la Francia. Solo quarti a Wimbledon, eliminato da Miroslav Mecir “l’ammazzasvedesi”. Un curriculum di tutto rispetto quello di WIlander, nato clone di Borg, divenuto poi giocatore capace di variazioni di ritmo e rotazioni, di un buon gioco a rete a seguito spesso di un ottimo rovescio slice, lui bimane. La summa di tutte le proprie capacità, Wilander le conserva per quella finale.

Entra in campo con il solo chiodo fisso di non dare ritmo all’avversario e prendere la rete ad ogni occasione. Quasi cinque ore di match, e Lendl lascia allo svedese torneo e numero uno del seeding facendone il primo svedese a vincere lo slam newyorkese. Borg non ci era riuscito, sconfitto ben quattro volte in finale tra il 1976 e il 1981, due da Connors e due da McEnroe. L’anno dopo Lendl ci riprova e per la seconda volta di fila lascia il torneo ad uno che non l’aveva mai vinto e mai più vi riuscirà: Boris Becker. Cosi si chiude l’epopea delle finali di Ivan Lendl a Flushing Meadows, ben otto consecutive, di cui solo tre vinte. Peggio riuscì ad Evonne Goolagong in campo, femminile: quattro finali consecutive dal 1973 al 1976, tutte perse. Quelli erano gli anni del regno di Chris Evert e chiunque provava ad insidiarglielo, finiva dalla parte sbagliata della storia: otto finali e cinque vittorie tra il 1975 e il 1984, due proprio contro Evonne ed una contro Hana Mandlikova che però una edizione la vinse comunque nel 1985, vendicandosi proprio di Chris in semi prima di battere Navratilova nel match decisivo.

1990, Notti Magiche inseguendo il goal. Dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno insegue un sogno. Gabriela Sabatini non ha mai vinto uno Slam. Nel 1990 è in piena fase di maturazione tecnica, ha smesso di puntare tutto sul gioco in top spin assecondando il proprio talento e la capacità di giocare a rete. Finale US Open, Sabatini trova Steffi Graf. Troppo più diritto e gamba hanno garantito negli anni una certa superiorità alla tedesca. Gaby però quel giorno riesce in un capolavoro tecnico-tattico non dando respiro a Steffi tra attacchi, rovesci tagliati e volèe, vince l’unico Slam della sua carriera.

Uno che tutto precede e da cui tutti si dispiega.
Uno che arriva prima, uno, opposto a nessUno e centomila.
Uno di mille, seguito da 990.

Gabriela Sabatini – US Open 1990

Ivan Lendl non è più numero uno, ma lo è stato talmente per tanto da esserlo a vita, come un senatore. Ai quarti incontra, sul cammino della sua nona finale consecutiva, Pete Sampras. Sampras è un ragazzino di 19 anni, dallo splendido serve and volley e gioco d’attacco in generale, gran servizio, gran diritto. Al quarto turno ha battuto Thomas Muster, ma nessuno gli ha dato molto peso, poiché questi un muscolare terraiolo. Lendl, è invece una bestia, non sembra avere chance Pietrino, lui così anonimo nella sua espressività facciale e corporea. Per battere Ivan bisogna essere un campione, dei veri fighter o avere l’impertinenza sacrilega e irriverente di un Chang. Sampras non sembra avere nulla di questo, farà qualcosa per la platea, visto la dotazione di bel tennis che si ritrova e via a casa. La cosa va diversamente.

Sampras macina bel gioco di volo e di attacco,da fondo ha un diritto con cui fa punto da ogni lato. Il palleggio di Lendl non gli da fastidio, sembra anzi allenarlo. I primi due set vanno via sciolti, poi il vecchio leone ruggisce e l’ora del giovane agnello sacrificale sembra essere arrivata. La cosa va ancora una volta diversamente. 6-2 Sampras al quinto e l’agnello a guardarlo bene, ha criniera, artigli e canini aguzzi. In realtà gli è bastato solo giocare uno splendido tennis.
In semi,trova John McEnroe, oramai numero 20, ma pur sempre McEnroe nel suo torneo di casa. Sampras per quel che ha fatto vedere nel torneo, parte con i favori del pronostico. McEnroe è un po’ anacronistico per velocità e pesantezza di palla, oltre che per fisicità in generale. Il suo carattere fiero gli consente di vincere un set, ma la sconfitta non sembra mai in discussione.

Nell’altra semi Agassi incontra Becker e dopo un primo set perso, lo domina abbastanza agevolmente. Finale tutta americana tra un figlio di un greco e un figlio di un iraniano. Vince Sampras facile, avviando l’ennesima rivalità yin e yang del tennis. Sampras sarà numero 1 del tennis per anni, numero 1 della sua epoca ed uno dei migliori numeri 1 di sempre, vivendolo da anti pop star. Nel 2002 oramai a fine carriera, vince di lacrime e sangue il suo ultimo US Open ed ultimo Slam.

Il pathos nella bellezza di un qualcosa che mostra il trascorrere del tempo, la malinconia della fine. La leggerezza e l’incisività: Stefan Edberg domina due edizioni battendo in finale nel 1991 Courier giocando la partita perfetta e nel 1992 Sampras. Due anni di fila vedono anche le vittorie di Rafter, che sceglie per i suoi Slam, New York anziché Londra, più logica per un australiano.

Un piccolo batuffolo biondo di nome Jade è la vincitrice dell’edizione femminile del 2009. A vincere, in realtà è la madre Kim Cljisters che ha deciso di portarla in campo per la premiazione facendone la vera trionfatrice. Una bambina e la sua coppa. Kim aveva messo un po’ da parte il tennis per fare la mamma a tempo pieno e questo è stato il suo chiudere il cerchio. Vincerà anche l’anno dopo, portando a tre, con quella del 2005, le sue vittorie nello Slam americano.

Il Messia si annuncia.Non si può lasciare all’improvvisazione e alla sorpresa il suo avvento. Roger Federer era chiaro da anni che aveva il bacio degli Dei stampato sulla fronte da far sospettare di esserne figlio . Nel 2003 aveva vinto il suo primo Wimbledon, aspettando forse anche troppo. Barlumi di divinità venivano fuori da quella racchetta, una aurea divina a circondarlo in ogni movenza. Il libro del talento degli immortali aveva un capitolo dal nome nuovo dopo quelli di McEnroe, Becker, Edberg e soprattutto di Sampras.

Questo era della stessa materia di questi altri, il tempo ci avrebbe detto di una più duratura. Roger Federer avrebbe vinto dal 2004 al 2008 tutte le edizioni degli US Open finendo a 5 come Connors e Sampras, uno in meno di Serena Williams e Chris Evert, tutti tennisti che, bizzarro caso, hanno vinto con una “W” stampata sull’ovale. Non sta per “Winner”,che potrebbe anche starci, ma è il logo della marca di racchette con cui questi hanno giocato. L’occhio lungo del Signor “W”.

L’US Open in questi ultimi anni ha visto le vittorie non ripetute di DelPotro e il suo diritto, di Wawrinka e il suo rovescio, di Cilic e il suo coach, interruzioni del dominio consecutivo dei FabFour, poiché Djokovic e Nadal con tre e Murray una, figurarsi se si astenevano dal vincerne qualcuna. Dal 2015, in campo femminile, ogni anno a vincere è una diversa.

Puglia terra assemblata, terra di due mari, di dialetti meridionali nella sua parte Centro Nord e di dialetti meridionali estremi in quella Sud. Puglia un po’ Campania, un po’ Molise, Puglia terra di Bari, Puglia Salento. La Puglia dei trulli e del Barocco, delle torri normanne e dei castelli svevi. Puglia terra di vini e differenziazioni culinarie.
Roberta Vinci e Flavia Pennetta, si conoscono da bambine. Di Taranto, dall’italiano declinato con inflessione palermitana, la prima, di Brindisi, dall’italiano infarcito di intonazione spagnola, la seconda.
Roberta e Flavia fanno parte della gruppo che ha portato l’Italia a vincere 4 Fed Cup ,ma nessuno avrebbe immaginato che un giorno di vederle contro in una finale Slam. Giocatrici in controtendenza alla  tipicità della scuola italica, si esprimono meglio sul duro, per velocità e pulizia dei colpi Pennetta, per il tennis classico e ottima manualità a rete, Vinci. L’approdo in finale di Flavia è più lineare, anche perché lei ha già dato dimostrazione che sul cemento vale le prime del mondo. Roberta è più una sorpresa.

In semifinale fa il botto e batte Serena Williams alla ricerca del Grande Slam. Serena è la giocatrice moderna assieme a Chris Evert ad aver vinto più US Open, ma anche quella ad aver vinto più Slam di tutte, Margaret Court esclusa. Il suo tennis ha una fisicità che non consente alle sue avversarie di starle dietro, Roberta è piccolina, ha colpi leggeri, non ha vincenti, ma ha mano e quel giorno si sveglia cattiva ed usa anche carattere e testa.
Fa come Ulisse con Polifemo, gioca d’astuzia irridendo il gigante, tra attacchi in controtempo, variazioni e soprattutto una serie di rovescini slice, in campo femminile  un luogo della memoria.Williams attonita e imbufalita è sconfitta, Vinci vince e va in finale contro la sua amica Pennetta.

Dall’inizio del match si intuisce subito che Roberta è scarica. Flavia fa il suo dovere e tiene il suo standard,vince in controllo e annuncia a fine match il ritiro a fine stagione. La carriera di Roberta anche grossomodo finisce là con qualche acuto inizio stagione 2016 che sa di commiato. La finale US Open femminile del 2015 ha segnato il momento più alto e la fine di una generazione vincente di tenniste italiane.

Gli US Open sono, in ordine cronologico il quarto ed ultimo Slam dell’anno. Come gli altri, hanno il merito di avere una forte caratterizzazione del Paese e la città che li ospita. Flushing Meadows è Stati Uniti e lo si percepisce anche da una semplice immagine TV. Non ha il fascino eterno di chi sa e rivendica l’aver dato inizio alla Storia che ha Wimbledon, né quello futurista di Flinders Park o quello da romantica imbalsamata vecchia Europa del Roland Garros. Flushing Meadows è il pragmatismo americano, esce in ciabatte senza trucco se fa caldo e si copre con le prime cose che trova se fa freddo. Nessuna licenza a barocchismi o sovrastrutture. Non si diventa gli Stati Uniti d’America altrimenti.

“Gli Us Open sono un grande evento per NYC. Il sindaco Dinkins non c’è più – quel Dinkins che faceva deviare le rotte di atterraggio all’aeroporto La Guardia apposta per gli Open – ma anche sotto Rudy Giuliani, per due settimane una città che di norma non darebbe un soldo bucato per uno sport aristocraticamente privo di contatto fisico come il tennis mostra una grande partecipazione“ (David Foster Wallace)

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ATP

Con Gattinoni le Nitto ATP Finals 2021 sono l’occasione per scoprire e gustare Torino

SPONSORIZZATO – Biglietti con esperienze incluse per scoprire il territorio e vedere il miglior tennis mondiale in prima fila: questa la proposta del Gruppo Gattinoni, official tour operator dell’evento

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È iniziato il countdown per le Nitto ATP Finals, il torneo più importante dell’anno dopo quelli del Grande Slam, che dal 14 al 21 novembre 2021 trasformerà Torino in palcoscenico internazionale per tutti coloro che amano il tennis. Le sfide ai massimi livelli si terranno al Pala Alpitour.

Il Gruppo Gattinoni, official tour operator dell’evento che si occupa di turismo ed eventi, dispone di biglietti per tutte le date del torneo, insieme con esperienze e servizi di incoming. Oltre a far vivere l’emozione delle gare, Gattinoni infatti mette a disposizione una ricca gamma di servizi personalizzabili, che vanno dalla logistica – pernottamenti in albergo e trasferimenti – agli spazi a disposizione dell’Hub Gattinoni in centro città e la navetta per il Pala Alpitour, fino ad esperienze che rendono il soggiorno a Torino e nel Piemonte unico e sorprendente.

Alcune proposte sono declinate sull’ASPETTO ENOGASTRONOMICO. Esperienza Vermouth vi trasformerà in raffinati barman; a Torino il vermouth è nato e diventato rito, e sarà divertente cimentarsi fra vino, zucchero, erbe e spezie per creare la propria versione, con tanto di bottiglia personalizzata. Un percorso interattivo con un indiscusso maestro, fra aneddoti, curiosità, pubblicità vintage, postazioni con imbuti e contagocce e naturalmente degustazione.

 

Un’altra eccellenza torinese si gusta con la Esperienza Giandujotto; il laboratorio sul famoso cioccolatino prevede la storia, le proprietà delle nocciole, l’arte della pasticceria e il cimentarsi in prima persona nella preparazione. Se non volete essere artefici, Sweet Torino vi svelerà i luoghi storici che hanno deliziato i palati più illustri. L’itinerario guidato vi condurrà nei locali dove sono nati i dolci torinesi dal Settecento in poi; fra una passeggiata e un assaggio, vi calerete nell’atmosfera di una Torino d’altri tempi.

Se non siete dolci-addicted vi intrigherà di più Aperitivo d’artista, alla scoperta della tradizione. Passeggiando nelle principali piazze scoprirete un lato festoso di Torino, ascolterete storie su protagonisti e bevande, e naturalmente approfitterete di test, con due degustazioni. Noi italiani siamo manici del caffè, si sa. “Aroma di Caffè” è l’esperienza nel Museo Lavazza, che fa seguire il racconto e la visita a una preparazione diretta, dove i partecipanti mettono in pratica segreti e tecniche delle varie miscele.

Altre proposte del Gruppo Gattinoni ruotano attorno all’ASPETTO CULTURALE. Non vi aspettereste di scoprire laTorino Sotterranea e invece, a 15 metri di profondità, vi verranno svelate le gallerie del ‘700, i rifugi della seconda guerra mondiale e le ghiacciaie del più grande mercato cittadino.

Rimarrete a bocca aperta con l’esperienza Torino Magica perché probabilmente non sapete che la città ha un lato esoterico. Sorta alla confluenza di due fiumi, Po e Dora, e posta al vertice di due triangoli, quello della magia bianca e quello della magia nera, Torino custodisce enigmi, simboli e storie inquietanti. Dal mistero del Portone del Diavolo agli spettrali dragoni, dalle grotte alchemiche alla donna velata che regge il calice del Sacro Graal: da non perdere!
Amore a prima vista è decisamente più tradizionale: si visiteranno i capolavori dei grandi architetti che hanno celebrato i fasti di Casa Savoia. Ma anche luoghi insoliti e poco conosciuti, scrigni che testimoniano la magnificenza dell’antica città Reale.

Il “Museo Egizio” di Torino è secondo solo a quello del Cairo. Immancabile la visita guidata che vi aiuterà ad orientarvi fra 5000 anni di storia, nei meandri di una delle civiltà più evolute. Last but not least il “Museo del Cinema”, all’interno della Mole Antonelliana, monumento simbolo della città. L’edificio, progettato da Antonelli come sinagoga e mai utilizzato come tale, offre una collezione su cinque piani e uno spettacolare ascensore panoramico della città, cinta dalle Alpi. 

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Editoriali del Direttore

Olimpiadi Tokyo 2020: nulla da fare per Giorgi e Fognini. La ‘maledizione’ di Hubert de Morpurgo

TOKYO – Tennisti azzurri lasciano Tokyo con zero medaglie olimpiche Perfino in un anno in cui il tennis italiano aveva brillato, Ma Berrettini e Sinner non c’erano. I 9 falli di piede di Fognini non sono…accettabili!

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Camila Giorgi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Per come andavano le cose quest’anno, con il tennis italiano che ha certamente vissuto un periodo magico, si potrebbe parlare dell’infinito protrarsi della… “maledizione di De Morpurgo”.

Infatti dacchè il barone Hubert Louis de Morpurgo, conquistò un bronzo nel 1924 ai Giochi di Parigi – quando giocarono 124 tennisti di 27 nazioni, l’oro andò all’americano Vinnie Richards, l’argento al francese Henri Cochet; il tennis era incluso fra le discipline fin dalla prima Olimpiade di Atene del 1896, si affrontarono 13 tennisti di 7 nazioni   – non c’è più stato verso di conquistare un medaglia.

E sì che de Morpurgo era un italiano per modo di dire. Infatti era nato a Trieste, il 12 gennaio 1896, quando il capoluogo giuliano era una città austriaca che divenne italiana soltanto dopo la prima guerra mondiale. Ma non è solo per questo motivo che lo si poteva definire un italiano sui generis. La sua mamma, Mary Catherine Lili Branson era inglese. Il padre, Julius von Morpurgo, era un barone di origini tedesche. A Hubert fu fatto prendere un passaporto cecoslovacco, forse perché l’essere nato a Trieste in tempi incerti non dava sufficienti garanzie di continuità.

 

Più cosmopolita di così! E anche globetrotter in tempi in cui quelli che potevano permettersi di viaggiare alla grande, e di giocare ovunque a tennis, appartenevano certamente a un’assoluta elite iper-privilegiata. Lui, di famiglia ovviata agiata oltre che aristocratica, era stato campione junior inglese nel 1911, perchè aveva frequentato in Gran Bretagna la high school. Poi si era trasferito a Parigi e lì aveva vinto nel 1915 i campionati studenteschi universitari.  Insomma, Hubert de Morpurgo può dire di essere stato campione inglese, francese, italiano, cecoslovacco.

Così quando la rivista americana Tennis scrisse di lui che lui era il Tilden del suo Paese – forse perché aveva un ottimo servizio, un bel dritto piatto, una buona copertura della rete anche se sullo smash era piuttosto falloso – non era scontato capire bene a quale Paese si riferisse. Anche perché quelle righe furono date alle stampe ben prima che Benito Mussolini, nel 1929, lo nominasse direttore tecnico del tennis italiana, dopo che de Morpurgo aveva raggiunto i quarti a Wimbledon 1928 e prima che centrasse le semifinali al Roland Garros 1930, in entrambi i casi perdendo da Henri Cochet, uno dei quattro celebri mousquetaires francesi.

La nomina da parte del Duce – appassionato di tennis di cui è rimasta famosa la frase che disse al suo Maestro Mario Belardinelli dopo l’ennesimo rovescio sbagliato “Noi tireremo dritto!” – fu fatta, alla vigilia della prima edizione degli Internazionali d’Italia che, per cinque anni furono giocati a Milano prima di trasferirli al Foro Italico.

De Morpurgo giocò quella prima edizione, approdando alle due finali, del singolare come del doppio. Perse entrambe da – appunto – Big Bill Tilden: 6-1 6-1 6-2 in singolare, 6-0 6-3 6-3 da Tilden e Wilbur Coen, lui in coppia con Placido Gaslini. Fu comunque il Barone a decidere di giocare nobilmente per l’Italia… così almeno una medaglia di bronzo la federazione italiana, nata al mio Circolo Tennis Firenze delle Cascine il 18 maggio 1910 con primo presidente il marchese “secolare vinattiere” Piero Antinori, la può vantare. Prima o poi la vincerà anche il presidente Binaghi, me lo sento.

Paolino Canè e Raffaella Reggi nel 1984 a Los Angeles, vinsero una medaglia di… finto bronzo. Non valeva. Il tennis era …”sport dimostrativo”. Nel 1981 era stato deciso che il tennis sarebbe stato riammesso ai Giochi, 60 anni dopo Anversa (1928). Ma si sarebbe ufficializzato il rientro nel 1988 a Seul. La doppia impresa di Canè e Reggi non è dunque finita in alcun palmares. E ancor meno c’è finito quel torneo che si svolse a Guadalajara nel ’68, durante i Giochi di Città del Messico, e che fu vinto dopo cinque set da Manolo Santana su Manolo Orantes che, diciannovenne, nei quarti aveva sconfitto Nicola Pietrangeli, ormai trentaquattrenne.

Insomma, per quanto riguarda Tokyo 2020 il medagliere azzurro dovrà sperare nel contributo di altre discipline. Restano zero le medaglie tennistiche dopo quella primissima e unica conquistata dal Barone.

Hubert De Morpurgo

Purtroppo era prevedibile che ciò accadesse fin dal momento in cui Matteo Berrettini aveva dovuto dare il suo addolorato forfait a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi. Il romano finalista a Wimbledon sarebbe stato testa di serie n.6, la posizione poi occupata da Carreno Busta che, battuto stamattina il tedesco Koepfer, giocherà questo giovedì per una medaglia nei quarti contro Medvedev, il russo sofferto giustiziere di Fabio Fognini (6-2 3-6 6-2).

Un punteggio bugiardo. Fognini è stato molto più in partita di quanto non dica in particolare il 6-2 del terzo set, che potrebbe far presumere un crollo che non c’è stato. Medvedev aveva dovuto superare una grossa crisi fisica, per il calore e l’umidità di una giornata che non aveva nulla in comune con quella fresca di martedì (causata dalla grande depressione denominata Nepartak e ovunque presentata come un tifone che però non c’è stato).

Medvedev, di cui registriamo a parte la furibonda reazione ad una domanda rivoltagli in inglese malcerto da un collega di cui Daniil ha chiesto in modo assai brusco addirittura l’espulsione dai Giochi, ha dovuto superare un momento difficilissimo nel secondo set e poi salvare tre palle break consecutive nel primo game del terzo. Quindi altre tre sul 4-2 per lui dopo aver conquistato il break decisivo nel secondo game in cui forse  Fabio ha commesso l’errore di ripensare alle occasioni perdute nel game precedente. Dall’0-40 del primo game Fabio ha infatti ceduto dieci punti di fila. E quel break non è più riuscito a recuperarlo.

Il Medvedev che ha battuto Fognini non mi è parso imbattibile. Certo per batterlo bisogna avere una capacità di concentrazione diversa da quella di cui è evidentemente capace Fognini. Anche in una giornata in cui ha complessivamente giocato bene. E, come ha detto lui, alla pari con il secondo tennista più forte del mondo.

Ma un tennista che non fa serve&volley non può incappare su nove falli di piede! Basta stare un minimo attento prima di andare a servire. Ho capito che faceva un caldo insopportabile, quello che ha costretto Badosa a ritirarsi dopo il primo set e ha messo in crisi lo stesso Medvedev che diceva di non riuscire più a respirare. Però che ci vorrà mai a guardare la riga di fondo e, all’atto di servire, stare attento a mettere i piedi cinque centimetri più indietro? Soprattutto quando ti rendi conto che i giudici di linea qui sono “gendarmi” inflessibili, pignoli al millimetro. Nell’arco di un match equilibrato e ben giocato, rinunciare a priori a nove prime palle di servizio, innervosendosi immancabilmente prima di giocare la “seconda” è un handicap che non si può concedere al n.2 del mondo.

Fabio ha fatto solo due doppi falli, l’ultimo sul match point…, ma è inevitabile che quando giochi la “seconda” non puoi che farlo in modo conservativo, la giochi più piano. E con un avversario che risponde come Medvedev non fare che una brutta fine. Non esistono sensori che inseriti nelle scarpe (nella testa?) di Fognini lo avvertano quando sta per toccare la linea bianca?

A questo punto fra i quattro che hanno raggiunto i quarti di finale della metà bassa del tabellone, Khachanov (vittorioso su Schwartzman) e Humbert (su Tsitsipas), Medvedev sembra il più serio candidato a un posto in finale. Dove, per quanto concerne la metà alta, qualunque nome diverso da Djokovic – che nei quarti trova Nishikori e poi il vincente di Zverev-Chardy – sarebbe una gran sorpresa. Anche se Zverev non ha sempre perso con Djokovic: il bilancio è 6-2 per Nole, con Sasha che ha vinto due finali, a Roma 2017 e a Londra ATP Finals 2018.

Piuttosto, dopo l’accenno di poco fa all’assenza di Berrettini, non c’è dubbio che anche la rinuncia di Jannik Sinner ci abbia tolto un’altra gran bella possibilità. Soprattutto se si pensa che un quarto di finale lo giocheranno due sue recenti vittime: Khachanov e Humbert. Qui c’erano solo 16 teste di serie e Jannik n.23 ATP avrebbe potuto capitare ovunque. Anche dove si trovano Humbert e Khachanov.

Le Olimpiadi sono decisamente un torneo che fa storia a sé. Al Roland Garros per la prima volta nella storia del tennis francese i nostri “cugini” d’Oltralpe non avevano avuto un solo giocatore, uomo o donna al terzo turno. Qui hanno due tennisti nei quarti, in lotta per una medaglia. E gli svizzeri che non hanno né Federer né Wawrinka, hanno Bencic in semifinale con chance niente male per un posto in finale dovendo affrontare la kazaka Rybakina che ha battuto la deludente Muguruza. Inoltre Bencic e Golubic sono in semifinale in doppio e dovranno giocare contro il non irresistibile duo brasiliano Pigossi-Stefani!

Francamente, anche se questa giornata con i duelli di ottavi Medvedev-Fognini e ancor più (di quarti) Giorgi-Svitolina, avevano risvegliato l’interesse dei giornalisti presenti a Tokyo sul tennis, non ero per nulla ottimista. Vero che il cammino di Camila Giorgi fino ai quarti di finale era stato tutt’altro che scontato. Durante il percorso aveva battuto la finalista di Wimbledon Karolina Pliskova per la seconda volta consecutiva, conquistando la dodicesima vittoria su una top-ten. Il che testimonia le sue eccellenti qualità potenziali, ma sottolinea anche certi limiti di tenuta psicologica.

Oggi per esempio è partita con uno 0-4 nel primo set, poi 1-5, e con un 1-4 nel secondo set, frutto di due break. Ma come si fa recuperare? Poi si dirà che è un peccato perché degli ultimi quattro game del primo set Camila ne ha fatti tre, e degli ultimi 5 del secondo idem. Quindi poteva esserci partita, si dirà. E partita c’è stata perché Svitolina che fino ai primi due set point mancati sul 5-1 non aveva fiatato, ha cominciato dal 5-3 a sottolineare con dei ruggiti ogni colpo spinto con maggior intensità, mentre il suo fresco sposo Gael Monfils si faceva anche lui via via più vocale dalla tribuna in cui era circondato dalle maglie giallocelesti dei dirigenti ucraini.

Non ero ottimista, pur avendo visto giocare benissimo Camila nei turni precedenti, perché come ho detto a Vanni Gibertini anche nel podcast della quarta giornata fatto per Ubi Radio, secondo me Elina Svitolina era la peggior avversaria che potesse capitare a Camila. A Camila non danno noia le donne che tirano, forte, come Pliskova, ma quelle che tirano più piano – e lei nell’intervista post match lo ha anche detto – che le danno palle da spingere più che da incontrare, palle spesso non uguali. Anche pallonetti a candela se necessario. E sul 5-4 del primo set, servizio Svitolina e 0-15, Cami ha steccato uno smash contro sole che forse le è costata la possibile rimonta, insieme a un pizzico di fortuna, una riga presa di un millimetro dall’ucraina sul 30-15 con la successiva palla di Cami che si è fermata sul nastro sopo aver dato l’illusoria sensazione di poter passare.

Ma il problema che le dava la Svitolina consisteva anche nelle sue eccellenti capacità difensive e di recupero. Mentre Pliskova sulla riga di fondocampo – che è lunga 8 metri e 23 – gioca straordinariamente bene e colpisce alla grande se la palla le cade nel raggio dei sei metri centrali (circa eh…), ma sull’ultimo degli otto metri a sinistra come a destra arriva male e sparacchia spesso fuori di metri senza sapersi difendere, Svitolina invece corre e recupera il recuperabile. Correndo sulla sua destra fa dei dritti con il taglio sotto che ricordano proprio le armi difensive del suo consorte Monfils.

Con una tennista che recupera tre volte di più quel che non recupera la Pliskova, Camila finiva per sbagliare dopo tre-quattro affondi che contro la ragazzona ceca le avrebbero procurato il punto, mentre con l’ucraina andava ancora fatto. Dai, picchia e mena, alla fine arrivava l’errore. Nihil novi sub sole. Me l’aspettavo, purtroppo. Non mi facevo illusioni. Speravo in qualche “basso” della Svitolina. Ma non c’è stato nella misura in cui sarebbe servito. Appena qualcosina. Peccato, perché secondo me era proprio lei, più della Vondrousova al turno successivo, l’ostacolo più serio.

È andata così. A Tokyo zero medaglie ma a Parigi, fra tre soli anni, avremo più chance perché i vari Berrettini, Sinner, Musetti, Sonego saranno tutti cresciuti ancora. E Camila Giorgi, sui 32 anni, con la forza e il fisico che ha, sarà ancora competitiva, e magari più continua, oltre che tatticamente un pochino più smaliziata. È mai possibile, ad esempio, che non possa lavorare un minimo sullo slice, sulla smorzata? Vabbè, di coach in pectore sono pieni i circoli di tennis…e io non mi voglio sostituire a papà Sergio.

Il tabellone maschile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

Il tabellone femminile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

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ATP

ATP Atlanta: a Kyrgios la sfida contro Anderson, Sinner troverà O’Connell all’esordio

Accedono al secondo turno anche Paire, Isner e Fritz

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Nick Kyrgios - ATP Melbourne 2, Murray River 2021 (via Twitter, @atptour)

Mentre gli occhi del mondo sono tutti puntati, giustamente, verso Tokyo e le sue Olimpiadi, il mondo continua ad andare avanti e con esso il circuito tennistico professionistico. È infatti in scena ad Atlanta (a proposito di Olimpiadi…) il primo 250 della lunga stagione sul veloce americano che culminerà con gli US Open di fine agosto; torneo quello che si disputa nella capitala della Georgia che vede tra gli altri il ritorno in campo del nostro Jannik Sinner. Dopo il forfait olimpico e la sconfitta al primo turno di Wimbledon per mano di Fucsovics (ultimo match disputato dall’altoatesino) Sinner, testa di serie numero due del torneo, debutterà contro il qualificato Christopher O’Connell che ha battuto lo statunitense Denis Kudla 4-6 6-3 6-3. Sarà la prima volta che i due incroceranno le racchette in campo.

Vittoria difficile ma meritata quella di Nick Kyrgios, campione ad Atlanta nel 2016, che ha battuto al primo turno l’ex finalista Wimbledon, il sudafricano Kevin Anderson con il punteggio di 7-6(4), 6-3. Match molto combattuto, tra due big server del circuito, nel quale l’australiano non ha dovuto affrontare nessuna palla break, vincendo l’86% di punti con la prima di servizio e mettendo a segno 15 ace. Kevin non è un avversario facile, è finalista Slam e sa come vincere le partite, ha detto Kyrgios nell’intervista post gara sul campo. “Il suo servizio è uno dei migliori al mondo, quindi sapevo che oggi sarebbe stato incredibilmente difficile. Non ho giocato molte partite, ma stavo servendo bene e adoro giocare qui ad Atlanta”. Kyrgios affronterà al secondo turno Cameron Norrie: terzo incontro tra i due dopo e una vittoria a testa finora. I precedenti incontri sono stati disputati nel 2018 proprio ad Atlanta (vittoria per Norrie) e all’ATP Cup 2020 dove ad avere la meglio è stato l’australiano.

Tra gli altri incontri del primo turno da segnalare la vittoria di John Isner sul connazionale J.J. Wolf per 6-4 6-7(3) 6-4, match durato oltre due ore, e quella di Taylor Fritz sul qualificato russo Evgeny Donskoy (6-3 6-4), grazie alla quale si regala il derby nel secondo turno con Steve Johnson che a sua volta ha battuto l’australiano Alexei Popyrin. Secondo turno anche per Benoit Paire che ha battagliato a lungo sul campo con il giapponese Yasutaka Uchiyama, avendo la meglio soltanto al terzo set: 7-5 6-7(2) 6-4. Il tennista transalpino affronterà il finlandese Emil Ruusvori che ha battuto l’americano Mackenzie McDonald per 7-6(3) 7-5.  

 

Il tabellone aggiornato di Atlanta

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