Attimi indimenticabili di US Open

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Attimi indimenticabili di US Open

Un romantico viaggio nel passato dello Slam new yorkese. Momenti scolpiti nella Storia del tennis passando attraverso campioni come Ashe, Connors, Lendl, Sampras, Federer, Serena Williams

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Pete-Sampras - US Open 1990 (1)

1884. A Newport si disputa la prima edizione del Campionato Nazionale di Tennis degli Stati Uniti. Solo 3 anni dopo al singolare maschile si affianca quello femminile. La manifestazione ha successo al punto che dopo pochi anni, anche i vincitori del torneo di Wimbledon vi si iscrivono. Nel 1902 la prima vittoria non statunitense: High Lowrence Doherty, un cognome ottimo anche da rock star. 1911. Fine della formula del Challenge Round e 1915 il trasferimento a Forest Hills. Tutto scorre veloce.

1968, anno di rivoluzioni sognate, auspicate, di movimenti giovanili, di canzoni generazionali, inni a valori eterni, il conforto di voler cambiare il mondo. Woodstock  l’anno avrebbe segnato l’apice e la fine di una onda.  Anche il mondo del tennis, nel proprio piccolo, ebbe la sua rivoluzione. L’edizione del 1968 degli US Open, si apre alla partecipazione dei professionisti.A vincerla è Arthur Ashe, un afroamericano . Mai successo prima.

Il 1974, vede l’ultima edizione giocata su erba, le successive si giocheranno su terra verde. 4 anni dopo, con il trasferimento a Flushing Meadows, nascono gli Us Open come li si conosce ora, primo Slam a giocarsi su cemento. L’edizione la “battezza Jimmy Connors, uno dei re dello Slam americano, 5 volte vittorioso e autore di un torneo da urlo nel 1991 dove a 39 anni,da wild card, raggiunge le semifinali dopo aver messo a segno nei quarti contro Paul Haarhuis, uno dei punti più spettacolari e attizzafolla della storia del tennis.

 

New York, ombelico del mondo occidentale, dove tutto accade prima, dove si scrive il futuro e lo si rende presente, icona del mondo nuovo. New York delle gallerie d’arte, dei musei, dei concentrati artistici, città di ambientazione letteraria, di set cinematografici e reali tra grattacieli, statue e sobborghi. La New York del jazz degli anni ’30, dell’hip hop: “ Do The Right Thing”, della Factory, di Andy Warhol, dei Velvet Underground, Television, Ramones, Talkin Heads, dei Sonic Youth, di Moby : ”New York New York, does it taste right, does it feel right”.

Broadway e la New York dei parchi, di Woody Allen, delle genti provenute da tutto il mondo a cercarvi fortuna. C’era una volta in America, il ponte di Brooklyn non è solo una gomma da masticare.

New York, 11 settembre. Giorno nefasto. Famoso. Prima di essere quel “11 settembre” è stato anche un giorno normale. L’11 settembre del 1988, si disputa la finale degli US Open di tennis tra Ivan Lendl e Mats Wilander.Lendl era alla settima finale di fila. Le prime due le aveva perse contro Jimmy Connors, la terza contro John McEnroe. Alla quarta spezza l’incantesimo e fa sue le successive tre. Mats Wilander è nel suo anno “caldo”. Ha vinto gli Australian Open battendo Pat Cash e tutta l’Australia e i French Open, demolendo in finale Henry Leconte e tutta la Francia. Solo quarti a Wimbledon, eliminato da Miroslav Mecir “l’ammazzasvedesi”. Un curriculum di tutto rispetto quello di WIlander, nato clone di Borg, divenuto poi giocatore capace di variazioni di ritmo e rotazioni, di un buon gioco a rete a seguito spesso di un ottimo rovescio slice, lui bimane. La summa di tutte le proprie capacità, Wilander le conserva per quella finale.

Entra in campo con il solo chiodo fisso di non dare ritmo all’avversario e prendere la rete ad ogni occasione. Quasi cinque ore di match, e Lendl lascia allo svedese torneo e numero uno del seeding facendone il primo svedese a vincere lo slam newyorkese. Borg non ci era riuscito, sconfitto ben quattro volte in finale tra il 1976 e il 1981, due da Connors e due da McEnroe. L’anno dopo Lendl ci riprova e per la seconda volta di fila lascia il torneo ad uno che non l’aveva mai vinto e mai più vi riuscirà: Boris Becker. Cosi si chiude l’epopea delle finali di Ivan Lendl a Flushing Meadows, ben otto consecutive, di cui solo tre vinte. Peggio riuscì ad Evonne Goolagong in campo, femminile: quattro finali consecutive dal 1973 al 1976, tutte perse. Quelli erano gli anni del regno di Chris Evert e chiunque provava ad insidiarglielo, finiva dalla parte sbagliata della storia: otto finali e cinque vittorie tra il 1975 e il 1984, due proprio contro Evonne ed una contro Hana Mandlikova che però una edizione la vinse comunque nel 1985, vendicandosi proprio di Chris in semi prima di battere Navratilova nel match decisivo.

1990, Notti Magiche inseguendo il goal. Dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno insegue un sogno. Gabriela Sabatini non ha mai vinto uno Slam. Nel 1990 è in piena fase di maturazione tecnica, ha smesso di puntare tutto sul gioco in top spin assecondando il proprio talento e la capacità di giocare a rete. Finale US Open, Sabatini trova Steffi Graf. Troppo più diritto e gamba hanno garantito negli anni una certa superiorità alla tedesca. Gaby però quel giorno riesce in un capolavoro tecnico-tattico non dando respiro a Steffi tra attacchi, rovesci tagliati e volèe, vince l’unico Slam della sua carriera.

Uno che tutto precede e da cui tutti si dispiega.
Uno che arriva prima, uno, opposto a nessUno e centomila.
Uno di mille, seguito da 990.

Gabriela Sabatini – US Open 1990

Ivan Lendl non è più numero uno, ma lo è stato talmente per tanto da esserlo a vita, come un senatore. Ai quarti incontra, sul cammino della sua nona finale consecutiva, Pete Sampras. Sampras è un ragazzino di 19 anni, dallo splendido serve and volley e gioco d’attacco in generale, gran servizio, gran diritto. Al quarto turno ha battuto Thomas Muster, ma nessuno gli ha dato molto peso, poiché questi un muscolare terraiolo. Lendl, è invece una bestia, non sembra avere chance Pietrino, lui così anonimo nella sua espressività facciale e corporea. Per battere Ivan bisogna essere un campione, dei veri fighter o avere l’impertinenza sacrilega e irriverente di un Chang. Sampras non sembra avere nulla di questo, farà qualcosa per la platea, visto la dotazione di bel tennis che si ritrova e via a casa. La cosa va diversamente.

Sampras macina bel gioco di volo e di attacco,da fondo ha un diritto con cui fa punto da ogni lato. Il palleggio di Lendl non gli da fastidio, sembra anzi allenarlo. I primi due set vanno via sciolti, poi il vecchio leone ruggisce e l’ora del giovane agnello sacrificale sembra essere arrivata. La cosa va ancora una volta diversamente. 6-2 Sampras al quinto e l’agnello a guardarlo bene, ha criniera, artigli e canini aguzzi. In realtà gli è bastato solo giocare uno splendido tennis.
In semi,trova John McEnroe, oramai numero 20, ma pur sempre McEnroe nel suo torneo di casa. Sampras per quel che ha fatto vedere nel torneo, parte con i favori del pronostico. McEnroe è un po’ anacronistico per velocità e pesantezza di palla, oltre che per fisicità in generale. Il suo carattere fiero gli consente di vincere un set, ma la sconfitta non sembra mai in discussione.

Nell’altra semi Agassi incontra Becker e dopo un primo set perso, lo domina abbastanza agevolmente. Finale tutta americana tra un figlio di un greco e un figlio di un iraniano. Vince Sampras facile, avviando l’ennesima rivalità yin e yang del tennis. Sampras sarà numero 1 del tennis per anni, numero 1 della sua epoca ed uno dei migliori numeri 1 di sempre, vivendolo da anti pop star. Nel 2002 oramai a fine carriera, vince di lacrime e sangue il suo ultimo US Open ed ultimo Slam.

Il pathos nella bellezza di un qualcosa che mostra il trascorrere del tempo, la malinconia della fine. La leggerezza e l’incisività: Stefan Edberg domina due edizioni battendo in finale nel 1991 Courier giocando la partita perfetta e nel 1992 Sampras. Due anni di fila vedono anche le vittorie di Rafter, che sceglie per i suoi Slam, New York anziché Londra, più logica per un australiano.

Un piccolo batuffolo biondo di nome Jade è la vincitrice dell’edizione femminile del 2009. A vincere, in realtà è la madre Kim Cljisters che ha deciso di portarla in campo per la premiazione facendone la vera trionfatrice. Una bambina e la sua coppa. Kim aveva messo un po’ da parte il tennis per fare la mamma a tempo pieno e questo è stato il suo chiudere il cerchio. Vincerà anche l’anno dopo, portando a tre, con quella del 2005, le sue vittorie nello Slam americano.

Il Messia si annuncia.Non si può lasciare all’improvvisazione e alla sorpresa il suo avvento. Roger Federer era chiaro da anni che aveva il bacio degli Dei stampato sulla fronte da far sospettare di esserne figlio . Nel 2003 aveva vinto il suo primo Wimbledon, aspettando forse anche troppo. Barlumi di divinità venivano fuori da quella racchetta, una aurea divina a circondarlo in ogni movenza. Il libro del talento degli immortali aveva un capitolo dal nome nuovo dopo quelli di McEnroe, Becker, Edberg e soprattutto di Sampras.

Questo era della stessa materia di questi altri, il tempo ci avrebbe detto di una più duratura. Roger Federer avrebbe vinto dal 2004 al 2008 tutte le edizioni degli US Open finendo a 5 come Connors e Sampras, uno in meno di Serena Williams e Chris Evert, tutti tennisti che, bizzarro caso, hanno vinto con una “W” stampata sull’ovale. Non sta per “Winner”,che potrebbe anche starci, ma è il logo della marca di racchette con cui questi hanno giocato. L’occhio lungo del Signor “W”.

L’US Open in questi ultimi anni ha visto le vittorie non ripetute di DelPotro e il suo diritto, di Wawrinka e il suo rovescio, di Cilic e il suo coach, interruzioni del dominio consecutivo dei FabFour, poiché Djokovic e Nadal con tre e Murray una, figurarsi se si astenevano dal vincerne qualcuna. Dal 2015, in campo femminile, ogni anno a vincere è una diversa.

Puglia terra assemblata, terra di due mari, di dialetti meridionali nella sua parte Centro Nord e di dialetti meridionali estremi in quella Sud. Puglia un po’ Campania, un po’ Molise, Puglia terra di Bari, Puglia Salento. La Puglia dei trulli e del Barocco, delle torri normanne e dei castelli svevi. Puglia terra di vini e differenziazioni culinarie.
Roberta Vinci e Flavia Pennetta, si conoscono da bambine. Di Taranto, dall’italiano declinato con inflessione palermitana, la prima, di Brindisi, dall’italiano infarcito di intonazione spagnola, la seconda.
Roberta e Flavia fanno parte della gruppo che ha portato l’Italia a vincere 4 Fed Cup ,ma nessuno avrebbe immaginato che un giorno di vederle contro in una finale Slam. Giocatrici in controtendenza alla  tipicità della scuola italica, si esprimono meglio sul duro, per velocità e pulizia dei colpi Pennetta, per il tennis classico e ottima manualità a rete, Vinci. L’approdo in finale di Flavia è più lineare, anche perché lei ha già dato dimostrazione che sul cemento vale le prime del mondo. Roberta è più una sorpresa.

In semifinale fa il botto e batte Serena Williams alla ricerca del Grande Slam. Serena è la giocatrice moderna assieme a Chris Evert ad aver vinto più US Open, ma anche quella ad aver vinto più Slam di tutte, Margaret Court esclusa. Il suo tennis ha una fisicità che non consente alle sue avversarie di starle dietro, Roberta è piccolina, ha colpi leggeri, non ha vincenti, ma ha mano e quel giorno si sveglia cattiva ed usa anche carattere e testa.
Fa come Ulisse con Polifemo, gioca d’astuzia irridendo il gigante, tra attacchi in controtempo, variazioni e soprattutto una serie di rovescini slice, in campo femminile  un luogo della memoria.Williams attonita e imbufalita è sconfitta, Vinci vince e va in finale contro la sua amica Pennetta.

Dall’inizio del match si intuisce subito che Roberta è scarica. Flavia fa il suo dovere e tiene il suo standard,vince in controllo e annuncia a fine match il ritiro a fine stagione. La carriera di Roberta anche grossomodo finisce là con qualche acuto inizio stagione 2016 che sa di commiato. La finale US Open femminile del 2015 ha segnato il momento più alto e la fine di una generazione vincente di tenniste italiane.

Gli US Open sono, in ordine cronologico il quarto ed ultimo Slam dell’anno. Come gli altri, hanno il merito di avere una forte caratterizzazione del Paese e la città che li ospita. Flushing Meadows è Stati Uniti e lo si percepisce anche da una semplice immagine TV. Non ha il fascino eterno di chi sa e rivendica l’aver dato inizio alla Storia che ha Wimbledon, né quello futurista di Flinders Park o quello da romantica imbalsamata vecchia Europa del Roland Garros. Flushing Meadows è il pragmatismo americano, esce in ciabatte senza trucco se fa caldo e si copre con le prime cose che trova se fa freddo. Nessuna licenza a barocchismi o sovrastrutture. Non si diventa gli Stati Uniti d’America altrimenti.

“Gli Us Open sono un grande evento per NYC. Il sindaco Dinkins non c’è più – quel Dinkins che faceva deviare le rotte di atterraggio all’aeroporto La Guardia apposta per gli Open – ma anche sotto Rudy Giuliani, per due settimane una città che di norma non darebbe un soldo bucato per uno sport aristocraticamente privo di contatto fisico come il tennis mostra una grande partecipazione“ (David Foster Wallace)

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Al femminile

L’insostenibile leggerezza di Leylah Fernandez

È possibile affermarsi ad alti livelli nel tennis contemporaneo malgrado un fisico minuto? Una giovane canadese prova a dimostrarlo, sfidando il circuito WTA

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Leylah Fernandez - Acapulco 2020

Questa settimana, con il torneo Palermo, è ripreso il tennis ufficiale, quello con le regole tradizionali e i punti WTA assegnati a chi vince le partite. Certo, non significa essere tornati alla normalità pre-Covid, considerando i tanti fattori extra sportivi che rendono precaria la gestione degli eventi, ma si prova a ripartire, e a riallacciare i fili di una attività che si è fermata all’inizio di marzo.

Sono infatti passati cinque mesi da quando Indian Wells è stato cancellato, con una decisione presa alla vigilia dei primi match. Per l’articolo di questo settimana, ho pensato di trattare un tema che ci riporta a quei giorni, alle ultime notizie relative al tennis giocato prima dello stop causato dalla pandemia.

La notizia a cui mi riferisco ci sembra oggi molto piccola, visto tutto quanto accaduto dopo, ma è comunque legata al torneo californiano; parlo della assegnazione delle wild card annunciate alla vigilia. A Indian Wells gli organizzatori avevano deciso di premiare, oltre alle tenniste locali, anche due giocatrici non statunitensi. La prima era Kim Clijsters, al ritorno alla attività agonistica. La seconda era una giovanissima canadese, Leylah Fernandez, diciassette anni, che nel mese di febbraio aveva raccolto risultati sorprendenti.

Fernandez in occasione del confronto fra Svizzera e Canada di Fed Cup (Biel, 7-8 febbraio) aveva battuto la numero 5 del mondo Belinda Bencic Poi si era trasferita in Messico e, partendo dalle qualificazioni, ad Acapulco aveva raggiunto la finale (sconfitta da Heather Watson). Quindi a Monterrey si era spinta sino ai quarti di finale (fermata da Svitolina). Insomma Leylah era una delle giocatrici del momento, e a Indian Wells avevano pensato che meritasse un riconoscimento, pur essendo ancora fuori dalla prime 100 del ranking.

Per Fernandez quel mese di febbraio ha rappresentato un salto di qualità improvviso, di quelli che si spiegano soprattutto con i progressi repentini dovuti alla età. Stiamo infatti parlando di una teenager nata il 6 settembre 2002, con alle spalle pochissimi match nel circuito maggiore. Del resto sino alla metà del 2019, Leylah aveva giocato soprattutto a livello junior, con risultati piuttosto notevoli: la vittoria al torneo Grado A di Porto Alegre nel 2018, e poi nel 2019 la finale all’Australian Open 2019 (battuta dalla coetanea danese Clara Tauson), e la vittoria al Roland Garros, in finale su Emma Navarro: sei partite vinte senza lasciare per strada nemmeno un set.

Dopo il successo nello Slam parigino, aveva deciso di non giocare più a livello junior, rinunciando quindi all’erba di Roehampton e Wimbledon e poi anche allo US Open, per dedicarsi a tornei ITF in nord America. Obiettivo: crescere nel ranking WTA. Questa scelta (che mi lascia un po’ perplesso, perché per una giovane americana non sono tante le occasioni di sperimentare l’erba) non le ha comunque impedito di diventare numero 1 del mondo junior nel mese di settembre.

In pratica dalla primavera del 2019 Fernandez si è dedicata alla scalata della classifica, per raggiungere in fretta posizioni che le permettessero almeno di accedere alle qualificazioni Slam. E poi, se possibile, anche all’ingresso diretto nella maggior parte dei tornei WTA e dei Major (significa all’incirca sfiorare la top 100). Ricordo che nel 2019 Fernandez aveva cominciato la stagione fuori dalle prime 400 e l’aveva conclusa come numero 209.

All’inizio di quest’anno, Leylah ha centrato il primo obiettivo importante: vittoria nei tre turni di qualificazione e ingresso al main draw dell’Australian Open (poi sconfitta da Lauren Davis al primo turno). Qualche settimana dopo sono arrivati gli exploit già descritti sopra, tra Fed Cup e Messico. Nei due tornei messicani che le sono valsi l’attuale posizione numero 118, le giocatrici più importanti sconfitte sono state Varvara Lepchenko, Lizette Cabrera, Nao Hibino, Stephanie Voegele, Anastasia Potapova.

Ma l’avversaria più di prestigio battuta è stata senza dubbio Sloane Stephens (6-7, 6-3, 6-3). Va detto però che Stephens stava attraversando un pessimo momento di forma: nel 2020 aveva raccolto solo sconfitte, con l’eccezione proprio di Acapulco, dove aveva battuto al primo turno Emma Navarro (sì, quella Navarro che era stata l’avversaria di Fernandez nella finale junior del Roland Garros, e che però da professionista è oltre il 400mo posto in classifica).

Proviamo a definire il quadro della situazione di Fernandez alla luce degli ultimi risultati. Al momento fra le prime 200 del mondo l’unica giocatrice più giovane di lei presente in classifica è Coco Gauff (nata addirittura nel 2004), che però in quanto a precocità costituisce davvero un caso straordinario, capace di confrontarsi con i record assoluti di tutta la storia dell’era Open.

Senza arrivare a quegli estremi, Fernandez rappresenta comunque un esempio molto interessante di giocatrice che compie il passaggio da junior a pro, raccogliendo con sorprendente rapidità risultati significativi. In generale le imprese di Leylah nell’ultimo biennio rappresentano un ulteriore tassello nella crescita del tennis canadese, che nelle ultime stagioni ha espresso parecchi nomi con grande potenziale, e non solo a livello femminile.

a pagina 2: La formazione di Leylah Fernandez

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Flash

Il lunedì azzurro di Palermo: avanti anche Paolini

La toscana rimonta Kasatkina e attende la vincente di Sasnovich-Mertens. Sakkari unica testa di serie ko, avanti Alexandrova e Yastremska. Martedì l’esordio di Camila Giorgi

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Jasmine Paolini - Palermo 2020 (via Twitter, @LadiesOpenPA)

A Palermo torna il tennis: gioia Errani e Cocciaretto

Il percorso netto delle azzurre nella prima giornata del WTA International di Palermo lo completa Jasmine Paolini. Dopo i successi di Errani e Cocciaretto, anche la toscana si mette al collo il pass per il secondo turno dove troverà la vincente tra la quinta testa di serie Elise Mertens e la qualificata Aliaksandra Sasnovich (con la bielorussa avanti 2-1 nei precedenti). Il successo della campionessa degli Assoluti su Daria Kasatkina è maturato oltre la mezzanotte dopo tre ore di battaglia, con la legittima soddisfazione per aver superato in rimonta una ex top ten (oggi 66 del mondo). Ed essersi presa la rivincita, dopo il ko nelle qualificazioni dell’ultimo Roland Garros.

Sapevo che sarebbe stata una partita molto dura – ha commentato a caldo la numero 95 WTA – conosco bene la mia avversaria, so che non molla mai e che contro di lei bisogna dare il massimo su ogni punto. Francamente non mi aspettavo di giocare così tanto. Avevo un affaticamento alla coscia, per questo ho servito più piano. Nel terzo set il servizio non ha aiutato nessuna delle due. Ho risposto meglio e penso che questo mi abbia aiutato a fare i break“.

ASPETTANDO CAMILA – C’è da dire che se Jasmine ha tramutato in punto appena il 51% delle prime di servizio, la russa è stata capace di fare peggio (45%) senza sfruttare le debolezze dell’avversaria (concretizzate appena 10 palle break su 34). Sul campo centrale, a beneficio del pubblico rigorosamente distanziato, il programma si è concluso a notte fonda – erano le due – con la sconfitta di Maria Sakkari (3 del seeding, 20 WTA), superata con un doppio 6-4 da Krstyna Pliskova.

La greca è stata l’unica testa di serie a cedere il passo nel day 1: avanti Ekaterina Alexandrova (8) che ha ribaltato il buon primo set di Kiki Mladenovic lasciando alla francese solo un game nel secondo e nel terzo parziale. Senza particolari affanni Dayana Yastremska (7) che ci ha messo un’ora e tre quarti per liberarsi in due set della spagnola Sara Sorribes Tormo. L’ucraina è lì nello spicchio basso di tabellone di Camila Giorgi, attesa oggi (terzo match sul centrale) all’esordio contro Rebecca Peterson (1-1 i precedenti nel 2019, entrambi sul veloce, ma a Wuhan l’azzurra si ritirò dopo un set). Il poker azzurro agli ottavi è l’obiettivo di giornata.

 

Risultati primo turno:

[6] D. Vekic b. A. Rus 6-1 6-2
L. Siegemund b. I. Begu 6-3 6-4
[WC] S. Errani b. S. Cirstea 7-5 1-6 6-4
[WC] E. Cocciaretto b. P. Hercog 7-6(1) 6-3
[8] E. Alexandrova b. K. Mladenovic 5-7 6-0 6-1
J. Paolini b. D. Kasatkina 5-7 6-4 6-4
[7] D. Yastremska b. S. Sorribes Tormo 6-3 6-4
Kr. Pliskova b. [3] M. Sakkari 6-4 6-4

Il tabellone aggiornato

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ATP

Il Mutua Madrid Open non si giocherà nel 2020. E adesso?

L’annuncio sarebbe stato dato da Novak Djokovic nella chat dei rappresentanti dei giocatori.

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Dopo mesi di speranze e tanto lavoro per salvare il salvabile, tutto sembra essere crollato nel breve volgere di pochi giorni per il Mutua Madrid Open. Dopo che alla fine della settimana scorsa il Governo della Comunidad de Madrid aveva chiesto agli organizzatori del combined spagnolo di non disputare il proprio evento a causa del recente aumento di casi di coronavirus in Spagna e nella regione della Capitale iberica, sembra che sia imminente l’annuncio ufficiale della cancellazione del torneo da parte della Super Slam LTD, la società di management di Ion Tiriac che detiene i diritti dell’evento.

Secondo le testate spagnole Marca e ABC, il presidente del Consiglio dei Giocatori dell’ATP, Novak Djokovic, avrebbe comunicato ai suoi colleghi membri sul loro gruppo WhatsApp che il torneo non si disputerà e che la conferma ufficiale arriverà nelle prossime ore.

Il torneo, inizialmente previsto nella prima settimana di maggio, era stato spostato immediatamente dopo la conclusione dello US Open dal 12 al 20 settembre.

 

Già nelle ultime ore il CEO dell’ATP Andrea Gaudenzi, ai microfoni di Supertennis, aveva confermato le difficoltà che si presentavano per la tappa madrilena dei Masters 1000: “Abbiamo ricevuto la notifica dal ministero della Salute della Comunità di Madrid e in questi giorni valuteremo con il board dell’ATP il da farsi, non abbiamo alternative che seguire le indicazioni dei governi. Sarà importante ricevere le esenzioni per consentire ai giocatori di viaggiare dagli Stati Uniti in Europa per giocare i tornei sulla terra”.

Le indicazioni del governo di Madrid erano abbastanza chiare: non veniva chiesto di rivedere i protocolli o di diminuire o eliminare il numero di spettatori da far entrare (che già erano previsti intorno al 30% della capienza consueta), ma si chiedeva direttamente di non disputare l’evento, segno che non ci fosse grande margine di trattativa. Naturalmente le autorità avrebbero il potere di cancellare d’imperio qualunque torneo, di conseguenza il fatto che la prima comunicazione fosse solamente una richiesta aveva lasciato qualche speranza.

Secondo il quotidiano Marca, ATP e WTA avevano raggiunto con il governo spagnolo un accordo che avrebbe consentito ai giocatori e alle giocatrici provenienti da Flushing Meadows di entrare in Spagna senza dover osservare alcuna quarantena, fatto che non è stato ufficialmente non è stato confermato da altre fonti. Nella prima comunicazione “logistica” ai giocatori, la USTA aveva comunicato che era stato ottenuto il permesso dai governi spagnolo e francese per far sì che tutti i tennisti inseriti nelle liste fornite da USTA, ATP e WTA potessero entrare in quei due Paesi UE indipendentemente dalla loro provenienza e nazionalità, ma non erano state date alcune spiegazioni su possibili quarantene.

La questione al momento diventa tutto sommato irrilevante, almeno per quanto concerne l’ingesso in Spagna, ma rimane cruciale per quel che riguarda l’ingresso in Italia, dove è in programma l’IBI di Roma, e in Francia, dove si giocherà il Roland Garros.

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