Attimi indimenticabili di US Open

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Attimi indimenticabili di US Open

Un romantico viaggio nel passato dello Slam new yorkese. Momenti scolpiti nella Storia del tennis passando attraverso campioni come Ashe, Connors, Lendl, Sampras, Federer, Serena Williams

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Pete-Sampras - US Open 1990 (1)

1884. A Newport si disputa la prima edizione del Campionato Nazionale di Tennis degli Stati Uniti. Solo 3 anni dopo al singolare maschile si affianca quello femminile. La manifestazione ha successo al punto che dopo pochi anni, anche i vincitori del torneo di Wimbledon vi si iscrivono. Nel 1902 la prima vittoria non statunitense: High Lowrence Doherty, un cognome ottimo anche da rock star. 1911. Fine della formula del Challenge Round e 1915 il trasferimento a Forest Hills. Tutto scorre veloce.

1968, anno di rivoluzioni sognate, auspicate, di movimenti giovanili, di canzoni generazionali, inni a valori eterni, il conforto di voler cambiare il mondo. Woodstock  l’anno avrebbe segnato l’apice e la fine di una onda.  Anche il mondo del tennis, nel proprio piccolo, ebbe la sua rivoluzione. L’edizione del 1968 degli US Open, si apre alla partecipazione dei professionisti.A vincerla è Arthur Ashe, un afroamericano . Mai successo prima.

Il 1974, vede l’ultima edizione giocata su erba, le successive si giocheranno su terra verde. 4 anni dopo, con il trasferimento a Flushing Meadows, nascono gli Us Open come li si conosce ora, primo Slam a giocarsi su cemento. L’edizione la “battezza Jimmy Connors, uno dei re dello Slam americano, 5 volte vittorioso e autore di un torneo da urlo nel 1991 dove a 39 anni,da wild card, raggiunge le semifinali dopo aver messo a segno nei quarti contro Paul Haarhuis, uno dei punti più spettacolari e attizzafolla della storia del tennis.

 

New York, ombelico del mondo occidentale, dove tutto accade prima, dove si scrive il futuro e lo si rende presente, icona del mondo nuovo. New York delle gallerie d’arte, dei musei, dei concentrati artistici, città di ambientazione letteraria, di set cinematografici e reali tra grattacieli, statue e sobborghi. La New York del jazz degli anni ’30, dell’hip hop: “ Do The Right Thing”, della Factory, di Andy Warhol, dei Velvet Underground, Television, Ramones, Talkin Heads, dei Sonic Youth, di Moby : ”New York New York, does it taste right, does it feel right”.

Broadway e la New York dei parchi, di Woody Allen, delle genti provenute da tutto il mondo a cercarvi fortuna. C’era una volta in America, il ponte di Brooklyn non è solo una gomma da masticare.

New York, 11 settembre. Giorno nefasto. Famoso. Prima di essere quel “11 settembre” è stato anche un giorno normale. L’11 settembre del 1988, si disputa la finale degli US Open di tennis tra Ivan Lendl e Mats Wilander.Lendl era alla settima finale di fila. Le prime due le aveva perse contro Jimmy Connors, la terza contro John McEnroe. Alla quarta spezza l’incantesimo e fa sue le successive tre. Mats Wilander è nel suo anno “caldo”. Ha vinto gli Australian Open battendo Pat Cash e tutta l’Australia e i French Open, demolendo in finale Henry Leconte e tutta la Francia. Solo quarti a Wimbledon, eliminato da Miroslav Mecir “l’ammazzasvedesi”. Un curriculum di tutto rispetto quello di WIlander, nato clone di Borg, divenuto poi giocatore capace di variazioni di ritmo e rotazioni, di un buon gioco a rete a seguito spesso di un ottimo rovescio slice, lui bimane. La summa di tutte le proprie capacità, Wilander le conserva per quella finale.

Entra in campo con il solo chiodo fisso di non dare ritmo all’avversario e prendere la rete ad ogni occasione. Quasi cinque ore di match, e Lendl lascia allo svedese torneo e numero uno del seeding facendone il primo svedese a vincere lo slam newyorkese. Borg non ci era riuscito, sconfitto ben quattro volte in finale tra il 1976 e il 1981, due da Connors e due da McEnroe. L’anno dopo Lendl ci riprova e per la seconda volta di fila lascia il torneo ad uno che non l’aveva mai vinto e mai più vi riuscirà: Boris Becker. Cosi si chiude l’epopea delle finali di Ivan Lendl a Flushing Meadows, ben otto consecutive, di cui solo tre vinte. Peggio riuscì ad Evonne Goolagong in campo, femminile: quattro finali consecutive dal 1973 al 1976, tutte perse. Quelli erano gli anni del regno di Chris Evert e chiunque provava ad insidiarglielo, finiva dalla parte sbagliata della storia: otto finali e cinque vittorie tra il 1975 e il 1984, due proprio contro Evonne ed una contro Hana Mandlikova che però una edizione la vinse comunque nel 1985, vendicandosi proprio di Chris in semi prima di battere Navratilova nel match decisivo.

1990, Notti Magiche inseguendo il goal. Dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno insegue un sogno. Gabriela Sabatini non ha mai vinto uno Slam. Nel 1990 è in piena fase di maturazione tecnica, ha smesso di puntare tutto sul gioco in top spin assecondando il proprio talento e la capacità di giocare a rete. Finale US Open, Sabatini trova Steffi Graf. Troppo più diritto e gamba hanno garantito negli anni una certa superiorità alla tedesca. Gaby però quel giorno riesce in un capolavoro tecnico-tattico non dando respiro a Steffi tra attacchi, rovesci tagliati e volèe, vince l’unico Slam della sua carriera.

Uno che tutto precede e da cui tutti si dispiega.
Uno che arriva prima, uno, opposto a nessUno e centomila.
Uno di mille, seguito da 990.

Gabriela Sabatini – US Open 1990

Ivan Lendl non è più numero uno, ma lo è stato talmente per tanto da esserlo a vita, come un senatore. Ai quarti incontra, sul cammino della sua nona finale consecutiva, Pete Sampras. Sampras è un ragazzino di 19 anni, dallo splendido serve and volley e gioco d’attacco in generale, gran servizio, gran diritto. Al quarto turno ha battuto Thomas Muster, ma nessuno gli ha dato molto peso, poiché questi un muscolare terraiolo. Lendl, è invece una bestia, non sembra avere chance Pietrino, lui così anonimo nella sua espressività facciale e corporea. Per battere Ivan bisogna essere un campione, dei veri fighter o avere l’impertinenza sacrilega e irriverente di un Chang. Sampras non sembra avere nulla di questo, farà qualcosa per la platea, visto la dotazione di bel tennis che si ritrova e via a casa. La cosa va diversamente.

Sampras macina bel gioco di volo e di attacco,da fondo ha un diritto con cui fa punto da ogni lato. Il palleggio di Lendl non gli da fastidio, sembra anzi allenarlo. I primi due set vanno via sciolti, poi il vecchio leone ruggisce e l’ora del giovane agnello sacrificale sembra essere arrivata. La cosa va ancora una volta diversamente. 6-2 Sampras al quinto e l’agnello a guardarlo bene, ha criniera, artigli e canini aguzzi. In realtà gli è bastato solo giocare uno splendido tennis.
In semi,trova John McEnroe, oramai numero 20, ma pur sempre McEnroe nel suo torneo di casa. Sampras per quel che ha fatto vedere nel torneo, parte con i favori del pronostico. McEnroe è un po’ anacronistico per velocità e pesantezza di palla, oltre che per fisicità in generale. Il suo carattere fiero gli consente di vincere un set, ma la sconfitta non sembra mai in discussione.

Nell’altra semi Agassi incontra Becker e dopo un primo set perso, lo domina abbastanza agevolmente. Finale tutta americana tra un figlio di un greco e un figlio di un iraniano. Vince Sampras facile, avviando l’ennesima rivalità yin e yang del tennis. Sampras sarà numero 1 del tennis per anni, numero 1 della sua epoca ed uno dei migliori numeri 1 di sempre, vivendolo da anti pop star. Nel 2002 oramai a fine carriera, vince di lacrime e sangue il suo ultimo US Open ed ultimo Slam.

Il pathos nella bellezza di un qualcosa che mostra il trascorrere del tempo, la malinconia della fine. La leggerezza e l’incisività: Stefan Edberg domina due edizioni battendo in finale nel 1991 Courier giocando la partita perfetta e nel 1992 Sampras. Due anni di fila vedono anche le vittorie di Rafter, che sceglie per i suoi Slam, New York anziché Londra, più logica per un australiano.

Un piccolo batuffolo biondo di nome Jade è la vincitrice dell’edizione femminile del 2009. A vincere, in realtà è la madre Kim Cljisters che ha deciso di portarla in campo per la premiazione facendone la vera trionfatrice. Una bambina e la sua coppa. Kim aveva messo un po’ da parte il tennis per fare la mamma a tempo pieno e questo è stato il suo chiudere il cerchio. Vincerà anche l’anno dopo, portando a tre, con quella del 2005, le sue vittorie nello Slam americano.

Il Messia si annuncia.Non si può lasciare all’improvvisazione e alla sorpresa il suo avvento. Roger Federer era chiaro da anni che aveva il bacio degli Dei stampato sulla fronte da far sospettare di esserne figlio . Nel 2003 aveva vinto il suo primo Wimbledon, aspettando forse anche troppo. Barlumi di divinità venivano fuori da quella racchetta, una aurea divina a circondarlo in ogni movenza. Il libro del talento degli immortali aveva un capitolo dal nome nuovo dopo quelli di McEnroe, Becker, Edberg e soprattutto di Sampras.

Questo era della stessa materia di questi altri, il tempo ci avrebbe detto di una più duratura. Roger Federer avrebbe vinto dal 2004 al 2008 tutte le edizioni degli US Open finendo a 5 come Connors e Sampras, uno in meno di Serena Williams e Chris Evert, tutti tennisti che, bizzarro caso, hanno vinto con una “W” stampata sull’ovale. Non sta per “Winner”,che potrebbe anche starci, ma è il logo della marca di racchette con cui questi hanno giocato. L’occhio lungo del Signor “W”.

L’US Open in questi ultimi anni ha visto le vittorie non ripetute di DelPotro e il suo diritto, di Wawrinka e il suo rovescio, di Cilic e il suo coach, interruzioni del dominio consecutivo dei FabFour, poiché Djokovic e Nadal con tre e Murray una, figurarsi se si astenevano dal vincerne qualcuna. Dal 2015, in campo femminile, ogni anno a vincere è una diversa.

Puglia terra assemblata, terra di due mari, di dialetti meridionali nella sua parte Centro Nord e di dialetti meridionali estremi in quella Sud. Puglia un po’ Campania, un po’ Molise, Puglia terra di Bari, Puglia Salento. La Puglia dei trulli e del Barocco, delle torri normanne e dei castelli svevi. Puglia terra di vini e differenziazioni culinarie.
Roberta Vinci e Flavia Pennetta, si conoscono da bambine. Di Taranto, dall’italiano declinato con inflessione palermitana, la prima, di Brindisi, dall’italiano infarcito di intonazione spagnola, la seconda.
Roberta e Flavia fanno parte della gruppo che ha portato l’Italia a vincere 4 Fed Cup ,ma nessuno avrebbe immaginato che un giorno di vederle contro in una finale Slam. Giocatrici in controtendenza alla  tipicità della scuola italica, si esprimono meglio sul duro, per velocità e pulizia dei colpi Pennetta, per il tennis classico e ottima manualità a rete, Vinci. L’approdo in finale di Flavia è più lineare, anche perché lei ha già dato dimostrazione che sul cemento vale le prime del mondo. Roberta è più una sorpresa.

In semifinale fa il botto e batte Serena Williams alla ricerca del Grande Slam. Serena è la giocatrice moderna assieme a Chris Evert ad aver vinto più US Open, ma anche quella ad aver vinto più Slam di tutte, Margaret Court esclusa. Il suo tennis ha una fisicità che non consente alle sue avversarie di starle dietro, Roberta è piccolina, ha colpi leggeri, non ha vincenti, ma ha mano e quel giorno si sveglia cattiva ed usa anche carattere e testa.
Fa come Ulisse con Polifemo, gioca d’astuzia irridendo il gigante, tra attacchi in controtempo, variazioni e soprattutto una serie di rovescini slice, in campo femminile  un luogo della memoria.Williams attonita e imbufalita è sconfitta, Vinci vince e va in finale contro la sua amica Pennetta.

Dall’inizio del match si intuisce subito che Roberta è scarica. Flavia fa il suo dovere e tiene il suo standard,vince in controllo e annuncia a fine match il ritiro a fine stagione. La carriera di Roberta anche grossomodo finisce là con qualche acuto inizio stagione 2016 che sa di commiato. La finale US Open femminile del 2015 ha segnato il momento più alto e la fine di una generazione vincente di tenniste italiane.

Gli US Open sono, in ordine cronologico il quarto ed ultimo Slam dell’anno. Come gli altri, hanno il merito di avere una forte caratterizzazione del Paese e la città che li ospita. Flushing Meadows è Stati Uniti e lo si percepisce anche da una semplice immagine TV. Non ha il fascino eterno di chi sa e rivendica l’aver dato inizio alla Storia che ha Wimbledon, né quello futurista di Flinders Park o quello da romantica imbalsamata vecchia Europa del Roland Garros. Flushing Meadows è il pragmatismo americano, esce in ciabatte senza trucco se fa caldo e si copre con le prime cose che trova se fa freddo. Nessuna licenza a barocchismi o sovrastrutture. Non si diventa gli Stati Uniti d’America altrimenti.

“Gli Us Open sono un grande evento per NYC. Il sindaco Dinkins non c’è più – quel Dinkins che faceva deviare le rotte di atterraggio all’aeroporto La Guardia apposta per gli Open – ma anche sotto Rudy Giuliani, per due settimane una città che di norma non darebbe un soldo bucato per uno sport aristocraticamente privo di contatto fisico come il tennis mostra una grande partecipazione“ (David Foster Wallace)

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Coppa Davis

La Serbia di Djokovic domina l’esordio in Davis, ma Nole critica i canadesi

MADRID – Facile 3-0 al Giappone, domani Serbia-Francia sarà decisiva per il primo post. Il n.2 del mondo sul forfait del Canada in doppio: “Non dovrebbe essere permesso”

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Novak Djokovic - Finali Coppa Davis 2019, Madrid (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

La situazione aggiornata dei gironi (con tutti i risultati)

Gruppo A: SERBIA – GIAPPONE 3-0 (da Madrid, Stefano Tarantino)
F. Krajinovic (SRB) b. Y. Sugita (JPN) 6-2 6-4
N. Djokovic (SRB) b. Y. Nishioka (JPN) 6-1 6-2
Tipsarevic/Troicki (SRB) b. Mclachlan/Uchiyama (JPN) 7-6(5) 7-6(4)

La Serbia di Djokovic è l’unico team che chiuderà il mercoledì di incontri senza incontri né set persi. Il netto 3-0 inflitto al Giappone, adesso eliminato dalla competizione, mette i serbi in un’ottima posizione: contro la Francia sarà uno spareggio per il primo posto, ma anche con una sconfitta complessiva per 2-1 – e con Djokovic il traguardo non sembra irraggiungibile – la Serbia sarebbe in buona posizione per qualificarsi come migliore seconda.

KRAJINOVIC FACILE SU YUGITA – La sfida inizia con Yuichi Sugita che sostituisce – rispetto alla sfida di ieri contro la Francia – Yasutaka Uchiyama sulla sponda giapponese. Dall’altra parte della rete capitan Zimonjic schiera Filip Krajinovic. La sfida si svolge sul campo Centrale dove rispetto al pienone di ieri sera con la Spagna c’è un quarto degli spettatori sugli spalti, ma in un giorno lavorativo, per quanto si aspetti Djokovic nel secondo singolare, non si poteva chiedere di più.

 

Il giapponese tiene la battuta in apertura ma Krajinovic mostra subito di avere più armi nel suo gioco. Il tennista serbo si invola velocemente sul 5-1 comandando agevolmente gli scambi da fondo campo e prendendo quando possibile la rete dove si difende egregiamente. Il primo set si chiude con un perentorio 6-2 serbo. La musica non cambia (e sarebbe strano) nel secondo set. Ancora break serbo nel terzo gioco, quanto basta a Krajinovic per aggiudicarsi anche il secondo set con il punteggio di 6-4 e portare la Serbia sull’1-0 dopo 63 minuti. Per i serbi questa sfida pare, come in effetti sarà, un ottimo riscaldamento in vista del big match di domani contro la Francia che deciderà le sorti del girone.

I VETERANI CHIUDONO LA PRATICA – Esordio del n.2 del mondo Novak Djokovic nella nuova Coppa Davis, avversario di turno il buon Nishioka visto ieri vittorioso contro Monfils nella prima giornata del gruppo A. Nole parte bene, subito break per il 2-0 iniziale, ma il rovescio va a strappi. Arrivano bei vincenti ma anche gratuiti inopportuni. Nishioka da fondo campo si mostra combattivo, così c’e subito il contro-break, 2-1. Gli scambi sono lunghi, Nole va al piccolo trotto, ma alla quarta palla break allunga di nuovo, 3-1. Sono stati giocati solo quattro game in ben 24 minuti. Nishioka pero si disunisce e ne approfitta Nole che velocizza la pratica, tre giochi consecutivi per il 6-1 in 33 minuti.

Il n. 2 del mondo potrebbe subito indirizzare anche il secondo set, ma sul 15-40 servizio Nishioka un suo fan lo distrae dagli spalti chiamando un “out” inopportuno (e inesistente) che lo fa sbagliare il colpo successivo. Nishioka si salva ma capitola nel terzo game. La partita da quel momento in poi non ha più storia, Nole fa il minimo indispensabile e chiude complice un altro break con un 6-2 la sfida. Nel doppio, ininfluente ai fini del risultato finale ma che potrebbe sempre rivelarsi utile per un’eventuale classifica avulsa tra seconde, i veterani Tipsarevic e Troicki regolano con un doppio tie-break la coppia giapponese per il 3-0 finale.

CRITICHE AL CANADA – Così come Andy Murray, che in conferenza stampa ha bacchettato il regolamento che ha permesso al Canada di non scendere in campo per il doppio ‘regalando’ così un doppio 6-0 agli Stati Uniti, che potrebbe rivelarsi cruciale per la classifica delle migliori seconde, anche Novak Djokovic si è detto infastidito da questo episodio. “Non mi piace e non dovrebbe essere permesso. Tutti dovrebbero essere obbligati a scendere quantomeno in campo” ha detto il campione serbo, che ha poi riaperto l’antica ferita tra ITF e ATP parlando della possibilità – in apparenza logica per tutti, nello specifico difficile da concretizzare per questioni politiche – di creare un’unica competizione. “Il periodo ideale dell’anno sarebbe dopo lo US Open, probabilmente alla fine di settembre. Sarebbe il periodo migliore per organizzare la competizione, e speriamo che in futuro sia soltanto una“.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

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Coppa Davis

Finali Davis: la Germania vince anche senza Zverev. I Murray guidano i britannici

MADRID – Vittoria sofferta della Gran Bretagna, che elimina l’Olanda e domani si giocherà la qualificazione. La Germania inguaia l’Argentina ed è quasi ai quarti

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Andy Murray - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

La situazione aggiornata dei gironi (con tutti i risultati)

da Madrid, il nostro inviato

Gruppo E: GRAN BRETAGNA – OLANDA 2-1
A. Murray (GRB) b. T. Griekspoor (NED) 6-7(7) 6-4 7-6(5)
R. Haase (NED) b. D. Evans (GBR) 3-6 7-6(5) 6-4
J. Murray/Skupski (GBR) b. Koolhoof/Rojer (NED) 6-4 7-6(6)

Il quarto scontro in Davis fra Gran Bretagna e Olanda, con i britannici avanti 3-0 nei precedenti, non fa segnare un’inversione di tendenza e nel tenere in corsa i britannici – domani opposti al Kazakistan in una sorta di ottavo di finale, chi vince passa – elimina dalle Finals gli olandesi.

Per i sudditi di sua maestà si tratta della presenza numero 108 nella competizione, unica rappresentativa sempre presente nella storia della Davis iniziata nel 1900. Uno dei temi ricorrenti di questi primi giorni è l’atmosfera, e sotto questo punto di vista le cose non vanno male oggi. Il colpo d’occhio è buono: su una capienza teorica di 2500 posti, i presenti sono stimabili a occhio in circa 1500, equamente divisi fra olandesi e britannici. Ovviamente l’arena raccolta aiuta a creare un clima più godibile. Fino ad oggi, solo la Spagna è riuscita come prevedibile a massimizzare l’effetto del campo principale, il Manolo Santana (anche se ieri sera il doppio, giocato a orari improponibili, ha visto le tribune deserte). Siamo comunque in linea con i numeri della giornata di martedì, che depurati dal pienone della sessione serale spagnola vedono una media di spettatori per contesa di circa 1600 persone.

MURRAY, SUDORE E SANGUE – Sul campo numero 3 fa il suo ingresso in scena Andy Murray, nell’insolita veste di numero 2 del team britannico e numero 126 del mondo, che si trova a fronteggiare il 23nne numero 2 olandese Tallon Griekspoor, n.178 del mondo. Per Andy si tratta del rientro in Davis dopo oltre tre anni, ovvero dalla semifinale del 2016 persa dai britannici contro l’Argentina a Glasgow.

Il tema tattico del match è quello di un Griekspoor che cerca di martellare il suo avversario con l’inside in di dritto. Tattica che sembra pagare in quanto Murray sembra un po’ in difficoltà negli spostamenti, con il risultato che Andy è costretto in varie occasioni a lasciare la presa bimane. Il set fila via senza particolari scossoni fino al tie break, nel quale continua a regnare sovrano l’equilibrio. Il momento decisivo è proprio in dirittura d’arrivo, quando emerge quanto Murray sia ancora lontano dalla miglior forma. Prima sul 7-6 Andy non riesce a saltare sopra la seconda del proprio avversario, poi nel punto successivo, durante un palleggio prolungato sulla diagonale di rovescio, sbaglia per primo e manda nuovamente l’olandese a set point. Sulla seconda di servizio di Murray l’olandese entra con coraggio di dritto e va a conquistarsi il punto e il set.

Nel secondo parziale Murray tenta di scuotersi e nel primo game si procura subito due palle break, con la seconda che finalmente viene convertita regalando al team britannico il primo break dell’incontro. Le cose comunque non vanno via tanto facilment: nel sesto gioco Andy si trova a dover cedere le armi e concedere il controbreak a un Griekspoor che si limita a far giocare un Murray incapace di trovare soluzioni offensive degne di nota. A questo punto Andy, con le polveri bagnate e in difficoltà fisica, si affida al suo uno spirito combattivo, di grinta porta a casa un nuovo break e si issa non senza difficoltà sul 5-3, andando poi a chiudere il set per 6-4.

Set decisivo nel quale il primo ad avere un’occasione buona è Griekspoor, che nel quarto gioco non si lascia sfuggire l’occasione e con il dritto lungolinea sigilla il break, prima di vanificare il tutto poco dopo con un game orribile. Si arriva così sul 4-4 e da qui in poi la partita si gioca sui nervi, con il pubblico che si fa sentire eccome e il set che giunge un’altra volta al tie-break. Subito 2-0 Olanda, con i due giocatori ormai sulle ginocchia dopo oltre 2 ore e 40 minuti di lotta. Murray però non molla e ricuce lo strappo con uno scambio commovente in cui salva il punto almeno tre volte e poi riesce in qualche modo a rimandare al di là della rete due smash per il punto del 4-4. Si arriva così sul 6-5 per lo scozzese che al primo match point riesce a chiudere il match dopo 2 ore 51 minuti di battaglia.

Con questa vittoria Andy si porta a 40 successi in Davis, quarto giocatore all time del Regno Unito, agganciando Tim Henman. Al termine della partita, Murray si è detto felice di aver portato a casa il match (Alla fine sono stato un po’ fortunato), e ha espresso parole di apprezzamento per il clima sugli spalti: anche lo scozzese alla vigilia aveva ammesso di avere qualche perplessità, oggi completamente fugate.

 
Andy Murray alle Davis Cup Finals 2019 a Madrid (foto Twitter @the_LTA)

HAASE ILLUDE, JAMIE DECIDE – All’Olanda non basta la vittoria di un ottimo Haase, perché il doppio guidato da Jamie Murray porta ai britannici il punto decisivo dopo il momentaneo pareggio.

Risolto il ballottaggio della vigilia fra Edmund ed Evans a favore di quest’ultimo, costretto come Murray a giocare tre set ma senza successo. Nel primo set la partita scivola via rapidamente in poco più di mezz’ora con Evans che comanda il gioco, ma nel secondo c’è molto più equilibrio e i giocatori combattono per più di un’ora; entrambi riescono a strappare il servizio all’avversario una volta, ma il giusto epilogo è il tie-break dove Haase riesce a capitalizzare il mini-break strappato e chiudere per 7 punti a 5. Nel terzo set subito scappa avanti Haase (2-0) sull’onda del set vinto con Evans che fa maledettamente fatica a riprendere il filo del gioco. I primi giochi sono di pura sofferenza per il britannico che nei game successivi riesce comunque a salvare il servizio e a rimanere in scia al suo avversario. Non c’è però tempo per ricucire lo strappo e al terzo match point Haase chiude la pratica e porta il punto del pareggio all’Olanda. Jamie Murray e Skupski sono però glaciali in doppio, nel quale evitano di concedere un altro prezioso set agli avversari recuperando da 5-2 nel secondo parziale.

Per l’Italia questo è un buon risultato, in quanto nessuna delle squadre ancora in corsa nel gruppo E potrà arrivare seconda con quattro match vinti e due persi, verosimilmente l’asticella che si dovrà superare per qualificarsi. La Russia ha già raggiunto questo risultato grazie al punticino di ieri di Rublev e ha infatti buone possibilità di superare il turno.

Gruppo C: GERMANIA-ARGENTINA 3-0
P. Kohlschreiber (GER) b. G. Pella (ARG) 1-6 6-3 6-4
J.L. Struff (GER) b. D. Schwartzman (ARG) 6-3 7-6(8)
Krawietz/Mies (GER) b. Mayer/Gonzalez (ARG) 7-6(4) 6-7(2) 7-6(18)

Un doppio carico di emozioni regala alla Germania una preziosissima vittoria per 3-0 che vale tre quarti del biglietto per i quarti di finale. Al team tedesco basterà infatti vincere un solo match domani contro il Cile per assicurarsi il primo posto nel girone.

KOHLI IN RIMONTA – Grande vittoria per Philipp Kohlschreiber che supera in rimonta una buonissima versione di Guido Pella e conquista il primo punto per la Germania, infliggendo la prima sconfitta della settimana all’Argentina. E dire che il primo set tutto avrebbe lasciato presagire tranne un risultato del genere. Pella parte infatti fortissimo, mettendo grande pressione a Kohlschreiber sin dalla risposta e dominando gli scambi, soprattutto sulla diagonale di sinistra. Perso il primo set 6-1, il tedesco capisce che non può continuare a fare semplicemente a schiaffi da fondo e che deve cambiare qualcosa. Arriva qualche slice in più, qualche intelligente discesa a rete e il servizio finalmente si fa più incisivo. In questo modo, Kohlschreiber riesce a ribaltare l’inerzia del match e a centrare il break nel sesto gioco. Sul 5-3, annulla due palle del controbreak e incamera il set. In avvio di terzo parziale, Kohlschreiber strappa subito il servizio a Pella che lotta, ma non ha più il pallino degli scambi. L’argentino annulla tre match point sul 5-3, ma è costretto a cedere nel gioco seguente.

Philipp Kohlschreiber – Davis 2019 (Photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

Nel secondo singolare è servito uno straordinario Jan Lennard Struff per superare Diego Schwartzman e il calorosissimo tifo argentino presente sugli spalti del campo numero 2. Il successo in due set del numero 35 del mondo ha sancito la vittoria della Germania, che dovrà battere il Cile per assicurarsi il primo posto nel girone C. Struff è partito subito col break, ha messo in campo quasi tre prime su quattro e si è portato a casa con relativa facilità il primo set . Nel secondo parziale l’equilibrio si è rotto sul 4-4 con il break della Germania, ma l’orgoglio argentino (un match point annullato) è valso a Schwartzman il contro-break. Struff ha dato l’impressione di avere qualcosa in più anche nel tie-break, nonostante altri tre match point annullati da un eroico Schwartzman. 10-8 il punteggio finale del gioco decisivo, con un set point mancato dall’argentino che avrebbe probabilmente cambiato gli equilibri del tie.

Il doppio ha fissato il punteggio sul 3-0 per i tedeschi al termine di un match indimenticabile, che ha fatto la storia della Coppa Davis. I campioni del Roland Garros Andreas Mies e Kevin Krawietz hanno battuto Leo Mayer e Maximo Gonzalez in tre tie-break dopo tre ore e 18 minuti in cui non c’è stato nemmeno un break tra le due coppie. Le emozioni sono condensate nel game decisivo del terzo set, finito 20-18 (!) per i tedeschi, che hanno annullato la bellezza di sei match point prima di chiudere alla loro settima chance. I quattro giocatori hanno scritto una pagina di storia della competizione. Il tie-break del terzo set è diventato il più lungo (per numero di punti) della storia della Davis, superando di appena due punti il record stabilito in una sfida tra Corea e Pakistan del 2003. Ora, nonostante la vittoria per 3-0 contro il Cile, gli scenari di qualificazione per gli argentini sono ridotti all’osso.

hanno collaborato Lorenzo Colle e Antonio Ortu

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Editoriali del Direttore

Italia nei guai: contro gli USA 3-0 o è notte

Pro e contro di questa Coppa Davis che non poteva cambiare nome. I calcoli… anti-Russia. I tempi e la data all’origine di tanti problemi. 5 top ten, 11 top 18. Macché esibizione

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

La duplice vittoria del Canada su Italia e Stati Uniti, quattro singolari vinti su quattro da Pospisil e Shapovalov rispettivamente su Fognini e Opelka e su Berrettini e Fritz, ci costringe a uno spareggio diabolico oggi con gli USA, sapendo che neppure una vittoria per 3-0 ci garantirebbe il passaggio ai quarti che invece il Canada è stato il primo ad assicurarsi. Il Canada aveva perso dal 1965, 15 volte su 15 incontri con gli USA, ma la sua vittoria non sorprende e non sorprenderà se si ripeterà anche nei prossimi anni. Gli USA si sognano giovani come Shapovalov e Auger-Aliassime. Ricordo a chi ancora non avesse metabolizzato il sistema della nuova Davis, che oltre alle sei che finiranno prime in ciascun gruppo passeranno ai quarti le due seconde che avranno vinto – in ordine – il maggior numero di match, a parità il maggior numero di set, e infine il miglior quoziente fra set e game.

I CALCOLI PERCHÉ L’ITALIA SIA… MIGLIOR SECONDA DELLA RUSSIA

Se volete rompervi un po’ il capo con i calcoli, leggete qui, sennò saltate questo paragrafo e andate direttamente alle mie prime considerazioni su questi primi due giorni di Coppa Davis nuovo formato. Sono considerazion che per ora i diversi giocatori cui ho chiesto i “pro” e i “contro” hanno preferito diplomaticamente rinviare più in là con varie scuse. Fra questi anche Nadal, il quale almeno ha accennato nella sua lingua, dopo essere stato evasivo in inglese, ai colleghi spagnoli almeno un “pro” nell’atmosfera e un “contro” negli orari da rivedere: “Non deve poter cominciare un doppio che può durare due ore a mezzanotte e mezzo, significa andare a letto alle quattro dopo tutte le operazioni post-match cui tutti i giocatori si sottopongono per ritrovarsi domani di nuovo in campo!”. Soltanto i francesi, giocatori e capitano, sono stati più espliciti e trasparenti e ne ho parlato in un articolo a parte.

Al momento la Russia, che ha vinto 3-0 con la Croazia (con 6 set vinti e 1 solo perso) e ha perso solo 2-1 con la Spagna (ma vincendo 2 set e perdendone 5) sembra assai ben piazzata come “seconda di gruppo”. Non avesse perso un set con la Croazia e avesse invece vinto un set nei match persi da Khachanov con Nadal e nel doppio perso con Lopez/Granollers, si sarebbe trovata in una assoluta botte di ferro. Ma anche così, come dicevo, mi pare messa benino. Con quasi tutte le altre nazioni è troppo presto e complicato fare calcoli. Fermiamoci per ora – nell’unica prospettiva possibile di un’Italia vittoriosa sugli Stati Uniti e quindi seconda – alla Russia che ha 4 duelli vinti e 2 persi, con 8 set vinti e 6 persi.

L’Italia in questo momento ha 1 solo duello vinto (il doppio) e 2 persi. Per raggiungere la Russia dei 4 duelli vinti come la Russia, l’Italia è obbligata a vincere 3-0 con gli Stati Uniti. Fin qui non ci piove. A quel punto subentra il conto dei set. L’Italia come set fin qui ha un bilancio di 3 set vinti e 5 persi. Chiaro che se vincesse i 3 match che è obbligata a vincere andrebbe a 9 set vinti, quindi uno più della Russia. Ma occorrerebbe che le rimanesse davanti anche nel conto dei set. Se perdesse nei tre match un solo set passerebbe davanti alla Russia: per noi 9 set vinti e 6 persi contro gli 8 vinti e i 6 persi della Russia. Attenzione però: se l’Italia perdesse invece 2 set pur vincendo tutti e tre gli incontri, la Russia avrà una percentuale del 57,14 di set vinti, mentre l’Italia avrebbe una percentuale di 56,25. Quindi l’Italia resterebbe dietro alla Russia. Stessi calcoli da ragionieri andrebbero fatti con tutte le altre nazioni seconde, quando sapremo quali saranno.

NESSUN PARAGONE CON LA VECCHIA, MA IL NOME NON POTEVA CAMBIARE

Voglio sgombrare subito il terreno da ogni equivoco con il dire che nessuno più di me si rende conto che questa Coppa Davis non può essere paragonata con la vecchia che aveva resistito 119 anni. Anche per via di tutti questi calcoli astrusi che la rendono discutibile almeno quanto è discutibile qualunque formula (anche quella del Masters ATP di fine anno) che non sia quella tradizionale dell’eliminazione diretta. Al tempo stesso ci si deve rendere conto che non era pensabile, perché sarebbe stato autolesionistico, immaginare che la Federazione Internazionale (ITF) rinunciasse a un brand – la Coppa Davis – che ha un avviamento di 119 anni, per ricominciare da zero con un nuovo nome. Avrebbe voluto dire autocastrarsi con gli sponsor, le tv, i media. L’avessero chiamata Rakuten Cup, dico un nome a caso, ve l’immaginate che appeal e che eco avrebbe potuto riscuotere?

A MADRID CI SONO 5 TOP 10 E 11 TOP 18

Di conseguenza, capisco i nostalgici della vecchia Davis ai quali appartengo, ma – come dicono a Napoli – “scurdammoce o’ passato” e guardiamo avanti nel modo più costruttivo possibile. Prendiamo atto del fatto che qui ci sono i primi due tennisti del mondo, 5 dei primi 10, 7 dei primi 12, 9 dei primi 15, 11 dei primi 18. I nomi? Nadal n.1, Djokovic n.2, Berrettini n.8, Bautista Agut n.9, Monfils n.10, Goffin n.11, Fognini n.12, Schwartzman n.14, Shapovalov n.15, De Minaur n.17, Khachanov n.18. Siamo sicuri che la Coppa Davis old style avrebbe attirato un egual numero di top-players se anziché concentrarli in una settimana avesse preteso che fossero a disposizione delle loro federazioni per quattro settimane? Io sono quasi sicuro del contrario. E la storia delle ultime edizioni della Davis, con quasi tutti i giocatori che l’hanno vinta che hanno poi smesso di giocarla, lo dimostra.

Quattro settimane che, attenzione, cascando in un Paese piuttosto che in un altro, non erano programmabili con congruo anticipo e potevano significare passare da una prima superficie in un continente ad una seconda del tutto diversa in un altro continente, per poi magari ritornare alla prima superficie attraversando il mondo. Aggiungete al fatto che per gli agenti, i gruppi di management, che in quelle settimane possono organizzare e lucrare su esibizioni super remunerate in giro per il mondo, le settimane di Davis – a volte per alcuni nemmeno retribuite, ma sempre comunque molto meno che non le esibizioni – vedevano le settimane di Davis come il fumo negli occhi. Lucro cessante.

Si potrebbe osservare che, fatte salve le prime quattro semifinaliste che saranno ammesse di diritto alla fase finale dell’anno prossimo, così come due wild card che dovranno essere annunciate questa domenica, i componenti delle altre 12 che dovranno scontarsi il 6 e 7 marzo con le 12 che hanno vinto i playoff zonali potranno dover giocare anche quel weekend lì. Il loro impegno, dunque, potrebbe concernere due settimane, quella di marzo e la terza di novembre. Però trattandosi di giocare solo due singolari e un doppio nel weekend citato di marzo – per 12 squadre contro altre 12, ma non 2 wild card e quattro semifinaliste esentate dal primo turno – non sarà obbligatorio che siano presenti tutti e cinque i titolari. Basteranno anche meno.

A pagina 2: le mie impressioni, orari e data i difetti, le interviste

 

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