Un giorno alla Patrick Mouratoglou Tennis Academy

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Un giorno alla Patrick Mouratoglou Tennis Academy

Reportage dall’Accademia di Patrick Mouratoglou, che insieme ad Asics cerca i campioni del futuro. Dove il giocatore di circolo si allena accanto a Murray

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Alle otto del mattino un qualsiasi bambino è sulla strada per la scuola, mano nella mano con i genitori pronto per ripetere le tabelline. A meno che questo bambino o bambina non stia cercando un futuro nel tennis, perché allora sarà già in campo nell’Accademia di Patrick Mouratoglou a colpire dritti e rovesci. I genitori sorseggiano il caffè sulla terrazza che dà sui campi mentre guardano i loro figli allenarsi duramente, il sole è ancora godibile a quest’ora della giornata in settembre. E già quando il sole sale pigramente dietro le colline della campagna nel sud della Francia, a pochi chilometri da Nizza, non c’è un campo libero dei 34 dell’accademia fondata da Patrick Mouratoglou nel 1996. 

Allungando lo sguardo sui 13 ettari del complesso proprio dalla terrazza, l’accademia sembra un enorme mosaico fatto di pezzi blu, verdi e rossi, le superfici dei campi racchiusi dal generoso verde della campagna francese. Quattro sono gli edifici principali dell’accademia, escludendo i due alberghi, un bed and breakfast e un resort con tanto di Spa e piscina che ha la forma di una racchetta. C’è la foresteria per i ragazzi, l’area con le palestre e le sale per l’analisi tecnica, e un altro palazzo, di recente costruzione, che ospita i genitori dei tanti ragazzi provenienti da tutto il mondo per cercare, qui da Patrick, la loro via nel tennis.

E poi, ovviamente, c’è la scuola. “Il programma tennis school è una cosa di cui vado molto fiero. Abbiamo bambini provenienti da tutto il mondo, capiamo bene che strapparli alla loro famiglia è difficile. Per questo abbiamo costruito un compound dove, dopo gli allenamenti, la famiglia può riunirsi di nuovo. Questo fa bene ai ragazzi”. Patrick quantifica in “circa 200 i ragazzi che frequentano il programma Tennis and School”. 

 

Messa così, sembrerebbero spacciati quei futuri tennisti che non possono permettersi la retta dell’accademia. Proprio per questo, Mouratoglou ha creato una fondazione “che aiuta i giovani talenti che non possono permettersi allenamenti o gli aerei per viaggiare per giocare nei tornei fino a quando non diventano economicamente sostenibili, uscendo quindi dal programma per lasciare posto ad altri”. Coco Gauff, Stefanos Tsitsipas e Alexei Popyrin sono alcuni degli atleti che hanno usufruito di questo aiuto. 

Otto del mattino, prima ora: rovescio incrociato

Patrick ci guida per una buona mezz’ora per tutta l’area del complesso, che sembra non trovare mai limiti tanto è grande. Impressiona la grandezza della struttura che copre gli otto campi indoor, quattro in terra e quattro in cemento, costruzione che però è aperta ai lati. Fatichiamo a credergli quando ci dice che “non serve coprire i lati perché qui, a Nizza, il tempo è buono anche a dicembre quando possiamo stare anche in maglietta se c’è il sole”. Più che altro sono altri otto campi utilizzabili anche d’estate. 

L’accademia come è ora è molto cambiata rispetto a quando, nel 1996, Mouratoglou la rilevò da un giocatore francese famoso per essere stato il coach di Yannick Noah. “Infatti si deve a lui la piscina a forma di racchetta da tennis, non è stata una mia idea ma avrei voluto che lo fosse”. I primi 13 anni di vita hanno visto Patrick accompagnarsi a un grande brand internazionale per quanto riguarda la sponsorizzazione tecnica. Ora però è tempo di aprire una nuova pagina. “Siamo stati per moltissimi anni con un altro marchio, che all’epoca aveva le caratteristiche che ci servivano. Adesso però è giunto il momento di sposare un partner molto più allineato con i nostri obiettivi: innovare, essere più dinamici per migliorare conquistando così nuovi mercati. Vogliamo crescere insieme per diventare più grandi, Asics condivide la nostra stessa filosofia”. 

Camminando nei viali ordinati dell’accademia lo sguardo si sofferma spesso su chi è sulle tribune a vedere i professionisti del domani o su chi incrocia il nostro passo. Guardano tutti Patrick, e sono sguardi di ammirazione come se fosse una star. Lui sorride, saluta tutti e si concede agli immancabili selfie. Soprattutto negli occhi del suo staff, si vede che è veramente lui l’uomo al comando. Per questo, quando gli chiediamo come fa a districarsi fra impegni televisivi, allenamenti con Serena e supervisione delle attività dell’accademia, lui non può che elogiare “il mio eccellente staff. È tutta gente iper preparata su cui conto al 100%; ci sono due scelte che puoi compiere quando devi scegliere le persone che devono aiutarti: prendere persone peggiori di te per far risaltare meglio la tua figura o scegliere i migliori, la mia scelta”. 

Manico L5 extra

Facciamo quindi la conoscenza proprio dello staff e dei metodi di allenamento andando in campo. Dopo il riscaldamento d’obbligo, una buona mezz’ora di ginnastica quando non sono neanche le 9 del mattino, è tempo di entrare in campo e fare gli stessi esercizi dei campioni. Ci sono i bambini che prendono di già la via degli spogliatoi, pronti per andare a scuola per tornare ad allenarsi nel pomeriggio. Giocatori e giocatrici in cerca di punti WTA o ATP picchiano durissimo sotto un sole oramai molto caldo, le piccole tribune si riempiono facilmente per guardarli squartare la pallina ad ogni colpo. 

Giochiamo dignitosamente con i coach, allungando l’occhio nel campo di fianco dove riconosciamo Mary Pierce dare indicazioni a due allieve. Quando una di questa sbaglia ripetutamente la volée di dritto, Mary non esita ad andare a rete e mostrarle come eseguire il gesto. 

Noi, intanto, seguiamo i consigli dei coach: mirare sempre al bersaglio grosso e non alle righe, portare subito la racchetta indietro (“early opening”) mentre ci si muove in direzione della palla, chiudere per bene il colpo con un finale prolungato (“follow through”). Gli allenatori ci spiegano le diverse tipologie di drill, gli esercizi, “organizzati a seconda di specifiche parole chiave. In un campo, infatti, ci esercitiamo su servizio e risposta, i primi due colpi di gioco cercando centrare i coni piazzati negli angoli strategici del rettangolo del servizio e di rispondere cercando sempre di mettere la palla in campo. Poi tocca ad un’esercitazione per approccio a rete, aspettando il momento giusto per andare in lungolinea dopo una sequenza di scambi incrociati, un’altra infine per imprimere un cambio di velocità nello scambio dopo aver trovato la regolarità da fondo. 

Patrick Mouratoglou al lavoro a casa sua

C’è grande attenzione per tutte queste componenti, che però sarebbero vane senza un’adeguata preparazione fisica. I tennisti hanno una palestra dedicata, con le fasce per gli allenamenti TRX in bella mostra e le aree dove si può invece scattare agli ordini di Gerald Cordemy, il capo della parte fitness che ha lavorato anche con Serena Williams e Benoit Paire. E qui ci passano i professionisti come anche quelli dei programmi intensivi della settimana o del weekend, tennisti di tutti i livelli, dal giocatore di club che vuole migliorare il suo gioco al manager che vuole sudare sotto un piacevole sole di settembre per poi trascorrere il pomeriggio in piscina o nella grande spa del resort. 

Infatti, il bello di quest’accademia è che non è un posto riservato solo ai migliori. Il tennista di club in sovrappeso che vuole diventare terza categoria può giocare nel campo adiacente a quello dove Andy Murray si prepara per la stagione su terra battuta o dove Novak Djokovic si reca per allenarsi con Stefanos Tsitsipas.

Il trait d’union, oltre al luogo, è anche ASICS, Anima Sana In Corpore Sano. A spiegare la filosofia dietro la scelta di questo acronimo è Gary Raucher, Head of Product and Marketing di Asics Europa. “Vincere è una questione di forza mentale, tanto per il professionista quanto per l’amatore. Lo stress sta diventando una piaga a livello mondiale, per questo il tennis consente di affermare la mission del nostro brand e cioè offrire un sollievo tramite la performance sportiva a tutti i livelli con l’attrezzatura migliore, seguendo il pensiero del fondatore Kihachiro Onitsuka che, in Giappone, pensò bene di alzare il morale il morale di una nazione a terra per i postumi della guerra attraverso lo sport”. 

Patrick Mouratoglou e Gary Raucher

E se la cura e l’efficacia dei prodotti Asics è nota a qualsiasi praticante di tennis, è interessante conoscere tutto ciò che c’è dietro, un team di oltre cento scienziati che lavorano tutti i giorni per migliorare quello che per noi è banale, una semplice scarpa da tennis. 

Rene Zandbergen, Senior product developer per il footwear, ci ha raccontato della collaborazione con Novak Djokovic. “Lo abbiamo incontrato con il capo degli ingegneri per capire che tipo di scarpa volesse. Cercava leggerezza ma anche stabilità, e ovviamente protezione del piede. Abbiamo capito, quindi, che bisognava rivoluzionare la Court FF, e infatti la Court FF 2 recepisce tutti i suoi suggerimenti: è una scarpa leggera che favorisce la torsione interna del piede, ha il battistrada ampio nell’interno che prolunga a presa sul terreno per i giocatori che scivolano molto anche sul duro, e poi è molto leggera”. Gli chiediamo come hanno adattato sul mercato la scarpa finale. “È praticamente quella che ha Djokovic tranne per un paio di accortezze, quella che ha Nole ad esempio è leggermente più leggera”. Al tennista serbo sono state recapitati ben sette prototipi della Court FF2 prima di scegliere quella definitiva. 

Le somiglia ma non è Coco Gauff

Da Djokovic come dai giovani atleti dell’accademia, oltre che dai coach che li allenano, arriveranno i feedback principali per migliorare, innovando insieme quindi, i prodotti Asics. E, allo stesso tempo, questa partnership rappresenta una vera e propria attività di scouting dei potenziali futuri campioni. “Invece di avere molti talent scout in giro per il mondo, pensiamo che nella Mouratoglou Academy possiamo scovare tante piccole promesse che potrebbero diventare i nostri testimonial nel futuro”, ci dice ancora Gary Raucher. 

Ci sperano molto, sia Asics che Patrick, che fra i giovani che intanto sono usciti da scuola e stanno riprendendo la via degli allenamenti, ci sia qualcuno capace di raccogliere l’eredità dei Djokovic, Monfils e Goffin. I compiti, li faranno dopo essere usciti dal campo. Per studiare c’è sempre tempo, per diventare un campione no.

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Opinioni

L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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Torneo UTR in Florida, cancellate le finali ma l’idea ha un futuro

Il torneo in Florida non si è concluso per colpa della pioggia, ma potrebbe diventare un modello (nel bene e nel male) per il prosieguo della stagione

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UTR Pro Match Series 2020 (via Twitter, @AnisimovaAmanda)

Ieri si sarebbe dovuto concludere l’edizione femminile dello UTR Pro Match Series di West Palm Beach, in Florida, le cui finali non si sono però potute disputare per via dell’acquazzone tropicale (in senso etimologico per una volta) che ha colpito il Sunshine State. La pioggia non si è praticamente mai fermata da sabato, impedendo che si concludesse persino il round robin – l’ultimo match avrebbe visto in campo Ajla Tomljanovic e Danielle Collins. Per dovere di cronaca, riportiamo i risultati del sequel della vittoria di Reilly Opelka di due settimane fa. Il gironcino si è dunque arrestato con Alison Riske già qualificata per la finale con un record di 2-1, mentre Amanda Anisimova era già eliminata sull’1-2 – l’ultimo match fra l’australiana e l’americana, entrambe 1-1, avrebbe determinato la seconda finalista.

Mentre il risultato finale ha un valore men che relativo, è interessante riflettere su ciò che l’esperimento potrebbe comportare in futuro. Il torneo è organizzato by UTR (Universal Tennis Rating) ed è stato trasmesso negli Stati Uniti da Tennis Channel, partner dell’azienda da due anni, che ha ribattezzato il torneo (Re)Open. Ora, i due eventi, che hanno prize money e quindi non sono esibizioni, non hanno offerto grandissimo spettacolo, anzi, e il finale inglorioso del più recente sembra quasi una punizione divina. Allo stesso tempo, però, ci sono due modi di leggere l’evento, e non sono necessariamente in contrasto.

Da un lato, due aziende (Tennis Channel e UTR, partner da due anni) che cercano di salvare il salvabile, offrendoci un simulacro dello sport che conosciamo e veneriamo; dall’altro, un tentativo di mostrarci con un po’ di anticipo a cosa somiglierà il prodotto-tennis nel futuro a medio termine, e.g. fra quando si potrà tornare a giocare e quando saranno nuovamente autorizzati eventi di massa come partite e concerti in full capacity.

 

Per quanto riguarda la prima lettura, le cifre parlano chiaro. Se guardiamo a Tennis Channel, la proprietà sarà stata discretamente attapirata per il blocco della stagione, visto che nel 2019 la rete è stata la più cresciuta nel panorama televisivo americano secondo le analisi Nielsen, un Auditel appena appena più sofisticato. In particolare, gli spettatori sono cresciuti del 67% nella fascia demografica più rilevante, la 18-49, accompagnata da robusti 44% nella fascia 25-44 e 40% fra i nuclei familiari. In tre anni, il canale vanta 17.7 milioni di iscrizioni in più fra satellite e streaming, con quest’ultimo che ha visto una crescita del 25% in iscrizioni e del 51% in rinnovi.

Allo stesso modo, UTR è cresciuta esponenzialmente da quando si è alleata con Tennis Channel, passando da 600.000 a 1.7 milioni di iscritti in due anni, e annovera fra i propri investitori Ken Solomon (CEO dell’emittente TV), Novak Djokovic e Larry Ellison, billionaire e CEO di Indian Wells.

Sarebbe dunque pleonastico sottolineare gli interessi in ballo nella questione per giustificare il magro show offerto agli spettatori (anche per via di regole che non verranno implementate, almeno a breve e si spera mai, nei tour, come i set a quattro, su cui si potrebbe anche dibattere, o il punto secco sul 40 pari, che è invece un’offesa alla meritocrazia del gioco), così come sarebbe pleonastico riportare i numeri che stanno premiando la scaltra operazione – 7.5 milioni di interazioni settimanali da marzo fra Facebook, Instagram e Twitter, +13% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e +7.6% dall’inizio dell’anno.

Ci sono però degli aspetti che invece potrebbero tornare utili in futuro, e il primo è proprio lo UTR. Cosa sia è già stato spiegato nel primo articolo sulla manifestazione, perciò la si può far breve: è un algoritmo che attribuisce un punteggio a ogni giocatore sulla base degli ultimi 30 match giocati, prendendo in considerazione il rendimento nel match in relazione alle aspettative (in sostanza il proprio livello rispetto a quello dell’avversario), il format dell’incontro, la competitività (un match contro un avversario di valore simile al proprio vale più di uno contro un avversario nettamente inferiore o superiore, a meno che ovviamente non si vinca il match nella seconda ipotesi) e la quantità di match giocati all’interno del sistema, il tutto dando più peso ai match recenti.

Inoltre, non dà peso a fattori anagrafici o di genere, produce classificazioni per i vari livelli agonistici (anche se è possibile sfidare giocatori di categorie diverse dalla propria) e mette anche a disposizione una valutazione differente fra match “Verified” (quelli giocati in tornei partner del sistema, quindi non quelli della FIT) e la totalità degli incontri disputati – il paragone più frequente è quello con l’handicap del golf.

Tralasciando l’evidente conflitto d’interessi di un prodotto pubblicizzato da un canale amico, che ci rammenta del perché il pubblico non si fidi granché della stampa disposta a fare PR come fuori dall’Alcatraz, Stephen Amritraj, tournament director dell’UTR nonché marito di Alison Riske, ha sottolineato l’importanza dell’algoritmo per “dare un valore globale a tornei locali”.

Certo, Amritraj non ha menzionato il fatto che se i giocatori non possono più viaggiare gli avversari sono sempre gli stessi, e quindi il valore comparativo del sistema si perde quasi del tutto alla lunga, ma allo stesso tempo lo UTR potrebbe dare ai giocatori informazioni importanti in relazione al proprio rendimento rispetto a quello degli avversari affrontati in passato (potenzialmente ampliando il raggio delle 30 partite qualora non fosse possibile viaggiare per tanto tempo), e in qualche modo restringerebbe le distanze fra competitors situati in diverse parti del globo.

In secondo luogo, le partecipanti hanno sottolineato un bisogno quasi atavico di tornare a competere, fin dalla “conferenza stampa” pre-torneo su Zoom (altro possibile adattamento per il resto della stagione). Collins, mai stata pacifista, ha trainato le avversarie con la consueta combo di improperi, urla e oggetti scagliati, e avendola vista giocare in passato è difficile pensare che si sia trattato di una boutade.

In particolare, Tennis Channel ha implementato due Louma (gru snodate per le riprese video) alte oltre sette metri, che, secondo Tennis Channel, hanno creato una nuova e “più intima” angolazione da cui vedere i giocatori sul campo (e.g. la lunghezza del campo è resa meglio, a scapito dell’inquadratura degli spalti vuoti). In più, sono state usate video-camera robotiche per inquadrare i giocatori dal centro del campo, e un drone per seguire l’ingresso dei giocatori e riprendere i punti-chiave, tutte soluzioni che la rete stava preparando da tempo per dover muovere meno persone, e che si sono trasformate in una potenziale serendipity per il tennis post-pandemia.

E chissà che forse, nel mezzo di questa pletora di inquadrature, non potremo abituarci a vederli più umani, senza corpi infiammati dalla partigianeria intorno a loro, a chiamarsi le palle fuori (qui malissimo, speriamo che il sistema Hawk-Eye di Milano venga implementato ovunque!) e a raccogliersi le palline da mettere nel cesto, che è in fondo il percorso da cui siamo partiti tutti. Sarebbe un ritorno alle origini che potrà sembrare strano per chi, a differenza di noi solo aspiranti campioni, era riuscito ad abbandonare le componenti più umili del gioco – non è assolutamente schadenfreude, anzi, vederli raccogliere le palle ci ricorda che se sono arrivati lì non è perché hanno avuto più comfort sul campo.

Ci abitueremo noi? Improbabile, ma per tornare a vedere del vero tennis qualche sacrificio si può fare, se così si può chiamare un cambiamento di abitudini in un’attività da divano. Soprattutto, però, si abitueranno loro? Decisamente più plausibile, anche perché sarebbero i primi a riconoscere che avere questa conversazione è già un grande passo avanti rispetto a dove ci trovavamo poche settimane fa. Soprattutto, però, la UTR Pro Match Series ha restituito un’idea dell’adattamento tecnologico che verrà dispiegato per cambiare l’esperienza degli spettatori, che non si differenziano più dagli spettatori paganti perché questi non esisteranno per parecchio tempo.

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