Gaudenzi presidente ATP (Crivelli, Azzolini, Semeraro). Sinner: "Mi carico col rap, mangio le carote e sogno gli US Open" (Cocchi). Questa volta vince Monfils. Sinner fuori ma nei top 100 (Semeraro)

Rassegna stampa

Gaudenzi presidente ATP (Crivelli, Azzolini, Semeraro). Sinner: “Mi carico col rap, mangio le carote e sogno gli US Open” (Cocchi). Questa volta vince Monfils. Sinner fuori ma nei top 100 (Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 25 ottobre 2019

Pubblicato

il

Gaudenzi presidente Atp: «Il successo globale sarà la mia linea guida» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Studiava da manager già da giocatore, perché era curioso, intelligente, sempre attento alle questioni sociali ed economiche che si muovono attorno al tennis. Quando ha smesso, Andrea Gaudenzi ha continuato a nutrire la sua fame di conoscenza, prendendo un Master in Business Administration all’Università di Monaco di Baviera e poi ricoprendo vari incarichi nel settore dei digital media. Da membro del Board di Atp Media, la sussidiaria dell’Atp che si occupa della produzione delle immagini televisive dei tornei, ha guidato la ristrutturazione del business. Insomma: l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto. Le voci della settimana scorsa, infatti, ieri hanno avuto la conferma ufficiale: sarà lui, dal 1° gennaio 2020 e per 4 anni, a sedere sulla poltrona di presidente dell’Atp al posto dell’uscente Chris Kermode. Un’età (46 anni) che non gli ha fatto dimenticare le esigenze dei giocatori (lui tra l’altro fu uno dei primi «sindacalisti»), indubbie capacità imprenditoriali, profonda dimestichezza con gli equilibri spesso labili del governo dell’Atp, che con la sua nomina esce da sei mesi turbolenti segnati dalla contrapposizione tra i tennisti e i responsabili dei tornei sulla spartizione dei guadagni, vero punto di rottura con la gestione Kermode. Non a caso, tra i primi messaggi di congratulazioni si è segnalato quello di Djokovic, presidente dell’Atp Players Council e capofila nemmeno troppo occulto della fronda contro la vecchia guida politica: «È stato uno di noi e si è affermato come imprenditore. Ha tutte le qualità richieste e sono sicuro che lavoreremo bene insieme». Ma l’investitura del faentino suscita commenti positivi anche dall’altra parte della barricata, quella degli organizzatori: «La sua figura – commenta Gavin Forbes, rappresentante dei tornei nell’Atp – offre profonda conoscenza dell’Associazione unita alla preziosa esperienza in altri settori. Ha tutte le carte in regola per rafforzare la straordinaria crescita conosciuta dal nostro sport negli ultimi anni». […] Queste le prime parole di Gaudenzi: «Ricoprire il ruolo di Presidente è un vero onore. Sono ansioso di iniziare a lavorare per supervisionare la direzione futura del Tour e per costruire il successo globale e la popolarità di questo sport in quello che è senza ombra di dubbio il periodo storico più entusiasmante della storia del tennis. Sono grato per questa opportunità e non vedo l’ora di iniziare».

Con Gaudenzi Italia al vertice (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Diventare presidente dell’Atp, al giorno d’oggi, significa avere il “sì” di Djokovic, Federer e Nadal, e nella politica dei veti incrociati che ha preso forma dal licenziamento di Chris Kermode, permettere al triumvirato di essere per una volta d’accordo, appare decisamente una bella impresa Andrea Gaudenzi, faentino quarantaseienne, vi è riuscito nelle sue qualità di persona giusta nel posto giusto, al momento giusto, con gli studi giusti e il passato che più tennistico non si può. […] Cercavano un presidente che considerasse il tennis come casa sua, e Gaudenzi aderisce perfettamente alla descrizione. Non solo… La lista dei requisiti, stavolta, era eccezionalmente lunga. Un presidente con larghe esperienze manageriali, dal piglio sicuro, in carica a tempo pieno, abile nel trattare e dare impulso allo sviluppo economico dell’associazione. Infine, cercavano un presidente che non fosse Justin Gimelstob, il preferito di Djokovic ai tempi del siluramento di Kermode per la politica un po’ sbadata sulle ricadute che il nuovo format della Davis avrebbe imposto alla famiglia tennistica: stagione più lunga, vacanze e preparazione invernale ridotte, rientri economici incerti per i giocatori. Gimelstob, anch’egli ex tennista, nell’ambiente viene considerato un falco, ed è stato quel binomio con Djokovic a riportare in fretta e furia Federer e Nadal nel Board dell’Atp, per vigilare sulle prossime mosse. E qui che si è creato il giusto spazio perla candidatura di Gaudenzi, tennista, laureato in Giurisprudenza a Bologna, Master in Business Administration conseguito a Monaco, poi manager con una vasta esperienza nei settori del matketing sportivo, già inserito in ambito Atp come consigliere d’amministrazione in Atp Media per la ristrutturazione del business. In sintesi, uno che sa essere propositivo sul versante economico, ma con raziocinio, senza essere un falco. […]

Gaudenzi nuovo Presidente Atp (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

E’ davvero un momento d’oro per il tennis italiano. Non solo sul campo con i successi di Bertettini e Co, ma anche sul piano organizzativo – con le Atp Finals che approderanno a Torino dal 2021 – e nella stanza dei bottoni. Da ieri è infatti ufficiale la nomina a prossimo Presidente dell’Atp dell’ex azzurro di Davis Andrea Gaudenzi, il primo ‘chairman’ non anglosassone nella storia dell’Associazione che gestisce il circuito pro maschile. Gaudenzi, vincitore di tre tornei Atp e n. 18 del mondo nel ’95, entrerà in carica con un mandato di quattro anni a partire dall’1 gennaio 2020, succedendo all’inglese Chris Kermode. «L’Atp ha svolto un ruolo centrale nella mia vita in molti modi – ha dichiarato Gaudenzi – e la possibiità di ricoprire la carica di Presidente è un vero onore». Gaudenzi ha incassato la benedizione di Novak Djokovic, il rappresentante dei giocatori che esce da un anno di polemiche ruvide che l’hanno visto contrapposto anche ai colleghi Federer e Nadal: «Andrea sa cosa significa essere un tennista, ha le competenze giuste e sono sicuro che lavorerà per il bene dei giocatori e dello sport in generale». Soddisfatto anche il presidente della Fit Binaghi: «Andrea ha tutte le doti, sportive e professionali, necessarie a favorire l’ulteriore crescita del tennis mondiale». […]

Intervista a Jannik Sinner (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Non è da una sconfitta che si giudica un giocatore. Jannik Sinner stavolta non riesce a scalare la montagna Monfils nonostante due set point nel secondo parziale, ma lunedì potrà consolarsi con la calata nei top 100, il più giovane del 2019. E intanto ci svela ogni segreto. La sua qualità principale? «La calma. Quando sono in campo cerco di rimanere abbastanza tranquillo e quando sono in allenamento do tutto, come se stessi giocando. Così una volta in partita mi viene tutto più facile.

Qualità più apprezzata in un avversario e in un giocatore in generale?

Mi piace la sfida. E mi piace quando chi sta dall’altra parte della rete tira veloce. Così mi appoggio e la palla corre di più. In un giocatore mi piace l’atteggiamento positivo. Non mi piace chi si abbatte, preferisco chi cerca di tirare fuori qualcosa di buono anche da una sconfitta. In un allenatore mi piace la franchezza. Mi piace lavorare con chi va subito al punto, senza troppi giri di parole. Essere diretti è importante.

Il rivale più forte che abbia mal affrontato?

Wawrinka, ma è stata un’esperienza che mi è servita molto.

Tennista preferito e Slam preferito?

Tennista Federer. Lo Slam preferito è lo Us Open. Vorrei fosse il primo che vincerò. […]

Il suo sogno da bambino?

Divertirmi. Che poi è quello che sto già facendo.

Questa volta vince Monfils. Sinner fuori ma nei top 100 (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Notizia da Vienna, anche Jannik Sinner può perdere la pazienza. Gli è capitato ieri sera nel tie-break del secondo set contro Gael Monfils, match rivincita di quello che l’azzurro si era portato a casa la settimana scorsa ad Anversa. Dopo una facile volée di diritto spedita in corridoio, il punto del 5-1 per il francese, Jannik – che il primo set lo aveva già perso 6-3 – ha gettato la racchetta a terra: una prima volta. Incitato dal pubblico asburgico, il ragazzo sudtirolese è poi risalito 5-5; ha concesso un primo matchpoint con un’altra volée rivedibile e lo ha salvato, guadagnandosi anche due occasioni di allungare il match al terzo set; ma ha finito per arrendersi 10-8. Addio a primi quarti in un Atp 500, ma a Sinner che lunedì diventerà il più giovane top-100 italiano nell’era del computer va detto comunque bravo. Ha perso con il n. 14 del mondo, ancora avvelenato per la sconfitta belga, che è stato migliore al servizio e abile nel rallentare gli scambi per togliergli ritmo, pagando alla fine il conto dell’inesperienza e lo stress di due settimane fenomenali. Ma ha di nuovo lottato per due ore alla pari. Oggi a Vienna torna in campo Matteo Berrettini, sempre più lanciato nella corsa verso le Atp Finals anche grazie al passo falso di uno dei suoi diretti concorrenti agli ultimi due posti liberi per le Finals, il belga David Goffin, battuto a Basilea 6-7 7-6 7-5 dal gigante Usa (211 cm) Reilly Opelka. Berrettini alle 14 se la vedrà con il russo Rublev, 22 anni e numero 11 del mondo, reduce dalla vittoria nell’ Atp 250 di Mosca. Berrettini è virtualmente numero 9 della classifica mondiale Atp, ma quel che conta di più numero 8 nella Race, quindi teoricamente qualificato per la 02 Arena quando manca una settimana e mezzo alla fine della stagione. La sconfitta di Goffin è una boccata d’ossigeno, ma sia Monfils sia soprattutto Bautista-Agut non mollano. Il tutto in attesa del sorteggio del Masters 1000 di Parigi-Bercy, dove saranno in palio punti pesanti. […]

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

Pubblicato

il

Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

Pubblicato

il

Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

Continua a leggere

Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

Pubblicato

il

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement