Federer: "Tsitsipas è stato più bravo di me in tanti piccoli dettagli"

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Federer: “Tsitsipas è stato più bravo di me in tanti piccoli dettagli”

Le parole di Roger Federer dopo la sconfitta con Stefanos Tsitsipas. “Credo di aver giocato una stagione solida, devo solo ascoltare i segnali che il mio corpo mi manda”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Rogerti è sembrato che alla fine la differenza tra voi due l’abbiano fatta i breakpoint? Come sentivi la palla oggi rispetto al match contro Novak.
Forse. Senza dubbio ho avuto le mie chance. Non so perché sia finita così. Forse avere sbagliato due smash nello stesso game, cosa che non mi succedeva da una vita. Brutto errore. Non è qualche cosa che puoi allenare. Non c’ero perfettamente neppure con i piedi, non mi sono ancora perfettamente adattato ai pallonetti molto alti. Comunque, ho messo da parte gli errori e sono entrato bene nel match. Poi ho avuto dei buoni momenti e altri molto negativi. A questi livelli non puoi permetterteli. A parte quei due smash per il resto sentivo bene la palla oggi. Diritto e rovescio funzionavano bene. Poi nel secondo set mi ha fatto il break  a zero in un game in cui non ho messo dentro una prima. Infine ho avuto la possibilità di tornare al comando e l’ho gettata via di nuovo. È stato frustrante. Lui comunque ha giocato davvero bene. Anticipava bene I colpi e rispondeva bene ai miei servizi. Dobbiamo dare merito a lui se oggi non sono riuscito a esprimermi al meglio.

Vedi delle somiglianze tra il lungolinea di rovescio di Thiem e quello di Tsitsipas che oggi ti ha causato tanti problemi? 
Sì, un po’. Come tutti quelli che tirano il rovescio a una mano talvolta li effettuano. Li attendevo perché già a Basilea ne aveva tirati molti, ma non credo sia stato questo a fare la differenza oggi. La differenza era altrove. Ad ogni conto lui ha un grande rovescio che può colpire in molteplici maniere anche perché è un giocatore alto e potente e, quindi, penso possa adattarsi ad ogni superficie. Sarà molto importante per la sua carriera. Poi ha un gioco di gambe che lo porta sempre ad essere aggressivo. Ogni palla corta verrà attaccata e credo che sia molto bravo a farlo. È uno dei migliori in questo.

Stefanos ha dovuto annullarti parecchi break point. Come credi abbia fatto? Meglio di te forse?
Certo. Lo dicono i fatti. Credo sia una questione di forza mentale. Inoltre non ha commesso errori stupidi. Nessun doppio fallo. È molto tosto. Io mi sento molto frustrato perché non sono riuscito a fare meglio. Ho buttato via le mie chance. Ormai l’anno è concluso e di più non posso fare. Oggi ho provato di tutto. Ho provato a giocare dentro il campo e ad essere aggressivo ma era difficile perché lui colpisce con grande anticipo. Lui è stato più bravo di me in tutti quei piccoli dettagli.

Hai avuto una stagione positiva comunque con 4 titoli e una finale Slam. Cosa credi di dover fare l’anno prossimo per essere qui di nuovo il prossimo anno?
Devo giocare al livello a cui ho giocato quest’anno per avere le mie chance. Questa stagione credo di aver giocato in maniera solida. Devo avere cura del mio corpo e dei segnali che mi lancia; lavorare bene con il mio team e gestire tutto con il giusto equilibrio. Poi quando arriva il momento di giocare lo so che non è come 10 o 15 anni fa quando giocavo sempre bene un giorno dopo l’altro. Ora devo sforzarmi di più per riuscirci.Forse devo lavorare di più sulla capacità di anticipare mentalmente certi momenti della partita come quelli in cui oggi ho avuto delle opportunità o come a Wimbledon e Indian Wells. Queste cose possono cambiare l’esito di un’intera stagione, darti fiducia. Ma, alla fine, sono contento di come ho giocato nel 2019 e sono eccitato all’idea di affrontare una nuova stagione.

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Nei Dintorni di Djokovic: Ana Konjuh is back. “Forse non sono fatta per il tennis. Ma non mollo”

A quasi tre anni dal primo stop e dopo tre operazioni al gomito, a Zara abbiamo rivisto in campo Ana Konjuh. L’ex n. 20 WTA, nonostante il ranking protetto, ha deciso di ripartire dalla retrovie (“Sarà strano”) per prendere confidenza con il tennis agonistico. E il ritiro non è più un’opzione (“Ho ancora tante motivazioni”)

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Ana Konjuh - Adria Tour (foto: Ilvio Vidovich)

L’Adria Tour di Zara, purtroppo, verrà ricordato soprattutto per la positività al COVID-19 di alcuni dei protagonisti e di altre persone – fortunatamente tutte guarite, la cosa più importante – e per le conseguenti polemiche sulla mancata adozione da parte degli organizzatori dell’evento di maggiori precauzioni al fine di ridurre il rischio di contagio. Ma in quel weekend nella città che fu la capitale del Regno di Dalmazia ai tempi dell’impero austro-ungarico, c’è stato comunque qualcosa di bello da segnalare, tennisticamente parlando. Sebbene si sia trattato solo di un doppio di esibizione, in cui insieme a Borna Coric ha affrontato Novak Djokovic ed Olga Danilovic, a Zara abbiamo infatti rivisto in campo Ana Konjuh.

La 22enne talentuosa giocatrice di Dubrovnik era praticamente ferma da quasi tre anni. Da quando nell’agosto 2017, appena entrata in top 20 e dopo aver raggiunto gli ottavi a Wimbledon il mese prima, il gomito destro – già operato nel 2014 – era tornato a farle male. Da quel momento in poi, un calvario. Nell’anno e mezzo successivo, due operazioni all’articolazione (settembre 2017 e marzo 2018), tentativi di rientro e ulteriori terapie conservative. L’avevamo ritrovata in campo all’inizio del 2019. Tre sconfitte in tre incontri, l’ultimo a Budapest, in febbraio, battuta dalla francese Parmentier. E la speranza di essere guarita che subito svaniva davanti alla triste realtà: il dolore al gomito era tornato. Poco dopo ecco la quarta operazione, ultima speranza di risolvere il problema all’articolazione e tornare a giocare senza dolore. Da allora, sono passati altri sedici mesi.

Proprio qualche settimana prima del rientro in campo (prima di Zara, era scesa in campo anche in un’altra esibizione in Croazia, ad Osijek), Ana era stata intervistata in un paio di occasioni dal sito croato 24sata.hr, rivelando i retroscena della decisione di tornare per l’ennesima volta sotto i ferri. “A febbraio ero andata negli USA per una visita, non era previsto che mi operassi, ma è andata così. Il gomito era tornato a farmi molto male, non sapevo cosa fare. Il medico mi disse che non vedeva nulla, ma che era evidente che non potevo più giocare. Si è messo in contatto con i medici che mi avevano operato in precedenza e mi ha dato un’unica opzione: avrei dovuto operarmi di nuovo e avevo cinque minuti per decidere. Il giorno dopo alle cinque del mattino ero sul tavolo operatorio”.

 

Ora, tutto sta finalmente procedendo per il meglio. “Se non ci fosse stata la pandemia, probabilmente adesso sarei in giro per tornei. Mi alleno ogni giorno e spero di non avere più problemi con gli infortuni. Il gomito va bene e questa volta ho avuto molto tempo per il recupero e per una riabilitazione ottimale e confido di essere pronta quando inizieranno i tornei”.

Ana Konjuh (fonte: Facebook)

A Zara la vincitrice nel 2013 di due Slam juniores in singolare, Australian Open e US Open (“È uno dei sogni che non ho realizzato, avrei voluto vincerli tutti e quattro”), ha giocato con una vistosa protezione al gomito, ma a giudicare da quanto visto – a partire da un paio di dritti sparati addosso a Djokovic a rete – la potenza dei colpi che le valsero l’appellativo di “Baby Serena” quando iniziò a muovere i primi passi nel circuito maggiore pare non avere risentito dello stop. “Mi hanno detto che l’80% delle persone recupera completamente da questa operazione (ricostruzione del legamento collaterale ulnare, ndr). Considerando che nessuno sa esattamente quale sia il mio problema – forse è una questione biomeccanica, forse non sono “fatta” per il tennis – nel mio caso questa percentuale è inferiore. Ma mi sono detta: ‘Dai Ana, questo è l’ultimo tentativo’”. 

Un tentativo in cui ripartirà da…zero, dato che attualmente non ha una classifica WTA, considerato che gli ultimi punti erano i tre ottenuti a febbraio dell’anno scorso.

In realtà la tennista dalmata potrebbe sfruttare il ranking protetto di n. 255 (“Non sono stata molto tempestiva nel richiederlo” ha ammesso, ed è difficile darle torto considerato che lo ha fatto a metà luglio 2018, a più di dieci mesi dal primo stop e dopo che si era già sottoposta a due interventi: solo un mese prima era ancora n. 127), ma ha dichiarato che non è sua intenzione farlo subito (“Penso di utilizzarlo per le qualificazioni degli Slam”), dato che vuole iniziare giocando tornei di livello inferiore, per riprendere confidenza con i match. Tornei che non frequenta da un bel po’. “Sì, riparto da zero, è così. Ho dimenticato come sia giocare in questi tornei, perché sono passata velocemente da junior a senior. In tutti i casi, sarà strano”.

Siamo andati a controllare e in effetti per Ana sarà veramente strano, perché da quasi sei anni non frequenta i tornei ITF di livello inferiore. A parte infatti il match di primo turno a Trnava, in Slovacchia, nel gennaio dello scorso anno, nell’ultimo tentativo di rientro purtroppo andato male (dove perse 7-6 6-4 dalla n. 153 Martincova, non proprio un sorteggio favorevole per un primo turno ITF), l’ultimo ITF da 25.000$ disputato fu quello di Clemont-Ferrand nel settembre 2014, quando aveva diciassette anni.

In questi ultimi tre anni la vita di Ana è stata ben diversa da quella a cui era abituata, da juniores prima e professionista poi. Tra riposo e riabilitazione, tanto il tempo passato a casa davanti alla TV, a guardare serie TV (“Le adoro. Ho iniziato a guardare “La casa di carta” ma non ho finito. Mi sono dovuta dare una calmata, ero capace di rimanere a guardare puntate fino alle prime ore del mattino…”) e anche altri sport. “Sono diventata un’appassionata di NFL. Passo un paio di mesi all’anno negli USA e mi sono appassionata di questo sport. Eravamo a Cincinnati, vai in un ristorante e tutti ne parlano, guardano i match… Per chi faccio il tifo? Per i San Francisco 49ers, San Francisco è una città che adoro”.

Un’altra curiosità collegata alla nazione nordamericana è il fatto che abbia dichiarato che il suo migliore amico nel tour non è un connazionale, come di solito capita, ma proprio un tennista statunitense, Frances Tiafoe. “Quella dichiarazione devo cambiarla. Il mio amico più caro è Borna Coric. Devo dirlo, perché si è arrabbiato con me quando ho detto che era Tiafoe… Quindi con l’occasione mi scuso con Borna. Tra l’altro, anche Frances si era arrabbiato con me: quando gli avevano tifato contro, o meglio per Borna, quando avevano giocato contro in Coppa Davis a Zara. Non è stato facile…”.

Ana Konjuh con Borna Coric durante il doppio di esibizione a Zara (foto: Mario Cuzic/HTS)

In passato l’allieva di coach Antonio Veic, suo connazionale ed ex n. 119 del mondo, aveva più volte dichiarato – l’ultima solo lo scorso anno – che pensava di smettere presto con la carriera agonistica. “Sì, all’inizio della carriera avevo detto che era mia intenzione giocare fino ai 26 anni e poi crearmi una famiglia, diventare mamma. A causa di questi infortuni i piani sono cambiati. Giocherò probabilmente fino ai 30. Ma potrei ritirarmi prima se raggiungessi quello che vorrei…”. E cosa vuole Ana Konjuh?Vincere un torneo del Grande Slam, è il sogno di tutti quelli che giocano a tennis. Ed è questo il momento per sperarci, considerato che ci sono tenniste che periodicamente riescono a fare salto e ad ottenere il grande risultato. Basta guardare chi sono le ragazze che hanno conquistato gli ultimi Slam, sono tutte della mia generazione”.

I dati le danno assolutamente ragione: degli ultimi sei Slam solo uno (Wimbledon 2019, Simona Halep) è stato vinto da una giocatrice della generazione precedente. Gli altri sono stati appannaggio, nell’ordine, di Naomi Osaka, coetanea di Ana, di Ashleigh Barty, un anno in più della croata, e di Bianca Andreescu e Sofia Kenin, rispettivamente più giovani di diciassette e dieci mesi.

E magari lo Slam in cui trionfare potrebbe essere quello che ama di più, Wimbledon. “È particolare. Sarà per l’erba, sarà perché siamo tutti vestiti di bianco… Comunque tutti i giocatori vorrebbero giocare una volta nella vita sul Centrale di Wimbledon”. Ma nel breve termine c’è un altro obiettivo a cui la tennista croata tiene in modo particolare: la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo. Ci aveva messo una pietra sopra, ma il rinvio dei Giochi di un anno a causa della pandemia le offre ora una nuova possibilità. “Credo sia il sogno di ogni tennista partecipare alle Olimpiadi. Sono stata a Rio 2016 e la partecipazione ai Giochi è un qualcosa di unico. Spero, se sarò in salute, di poter risalire nel ranking in modo da qualificarmi per Tokyo”.

L’ultima domanda è – purtroppo – doverosa: e se il rientro non dovesse andare secondo i piani? Mesi fa la giovane croata aveva infatti fatto capire che se ci fossero stati dei nuovi problemi, avrebbe potuto veramente decidere di appendere la racchetta al chiodo. Ma il tempo ha stemperato dubbi e preoccupazioni, ed ha anche dato ad Ana la forza e l’energia per ripartire e non pensare più ad arrendersi. “Era una cosa detta a caldo. Se dovesse capitare ancora qualcosa, ritornerei ancora. Ho ancora tante motivazioni”.

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Interviste

Mats Wilander: “Lendl aveva gli incubi prima di affrontarmi”. E difende Djokovic sull’Adria Tour

Da quell’indimenticabile 1988 ai suoi pensieri sul ruolo pubblico degli sportivi, lo svedese non è mai banale. Dalla sua casa in Idaho, racconta l’influenza di Borg sul suo gioco, l’epica sfida in Davis con McEnroe e il dietro le quinte del suo famoso commento sugli attributi di Federer

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Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Arriva un altro episodio delle interviste che sto realizzando con Steve Flink, e stavolta l’ospite non ha davvero bisogno di presentazioni. Se da un lato questo è vero per quasi tutta la lista di grandi personaggi che si sono alternati negli ultimi mesi (siamo pur sempre un sito specializzato!), dall’altro è innegabile che Mats Wilander sia il volto più riconoscibile, un po’ perché probabilmente il giocatore più forte ad aver aderito, un po’ perché immancabile chiosatore di tutti gli Slam targati Eurosport.

Bisogna pur sempre fare gli onori di casa, però, quindi ecco un bigino dei suoi tanti successi: 33 tornei vinti, 7 titoli dello Slam in singolare più uno in doppio, numero 1 di fine stagione e giocatore dell’anno sia per l’ATP che per l’ITF nel 1988 (anno in cui conquistò il primo Australian Open sul cemento, oltre al Roland Garros e allo US Open, quest’ultimo al termine della più lunga finale newyorchese a parimerito con quella del 2012), tre volte campione in Davis, 20 settimane da n.1 delle classifiche, più giovane vincitore Slam all’epoca della sua vittoria a Parigi nell’82 (è stato poi superato da Becker e Chang), secondo uomo a vincere degli Slam su tre superfici dopo Connors (ma è l’unico assieme a Nadal ad averne almeno due per ciascuna), e via discorrendo.

Non va poi dimenticato il suo ruolo decisivo nella creazione dell’ATP Tour: è celeberrimo il discorso con cui annunciò, durante lo US Open del 1988, il divorzio dell’associazione giocatori dal Grand Prix, portando alla creazione del circuito come lo conosciamo a partire dal 1990. Attualmente fa l’istruttore in un circolo di Hailey, in Idaho, quando non sta presentando “Game, Schett & Mats”.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 

Minuto 00 – Introduzione e saluti. Stavolta l’elenco dei successi da elencare è piuttosto lungo, e Steve mi ha intimato di non dire come mio solito che avrebbe potuto vincere di più! Wilander ci racconta di Sun Valley, in Idaho, dei suoi quattro figli (non cinque come ho detto all’inizio!) e del suo circolo, il Gravity Fitness and Tennis.

05:51“Fino all’88 ho vissuto a Greenwich, in Connecticut, dove mi ero trasferito da New York su consiglio di Ivan Lendl, il mio nemico di allora! Quando Ivan è tornato primo in classifica ho deciso di spostarmi in un luogo dove potessi ancora essere il migliore…. In realtà la scelta è ricaduta sull’Idaho per via del clima, perché uno dei suoi figli è affetto da un problema cutaneo (epidermolisi bollosa, ndr).

06:51“Ho intervistato Djokovic il primo giorno dell’Adria Tour, ed era felicissimo di ciò che aveva contribuito ad organizzare, diceva di avere le lacrime agli occhi durante i match. Per quanto mi riguarda la responsabilità ricade sul governo serbo, Nole ha pagato la propria ingenuità nel voler fare la cosa giusta. Detto questo sono preoccupato per la stagione, perché l’onda lunga dell’esibizione potrebbe condizionare tutti a partire dallo US Open”.

11:18 – Perché Djokovic ha fatto da parafulmine per gli altri giocatori? “Perché il mondo è così, ma secondo me ci si dovrebbe levare il cappello di fronte Nole perché ha provato a fare qualcosa, e anche per tutto ciò che fa per i bambini del suo Paese”.

13:21US Open o US Closed? “Le condizioni saranno molto diverse perché i giocatori migliori non si potranno portare dietro il team, ma oggi nessuno mette un asterisco sulla vittoria di Kodes a Wimbledon nel ’73, quindi anche questo dovrebbe contare come un titolo Slam a tutti gli effetti.

15:18Kyrgios predicatore? “Lo è sempre stato! Se ci pensate ha sempre promosso apertamente un certo stile di vita basato sul divertirsi in ciò che si fa, non lo biasimo per questo”.

17:07Djokovic dovrebbe dimettersi? “Non se non vuole farlo! Se uno si espone è normale che ogni tanto sbagli, ma non dovrebbe pagare per il proprio spirito d’iniziativa. La sua situazione mi ricorda ciò che era successo a me nel 1988 ai tempi della rottura fra ATP e Grand Prix, quando l’unico top player a supportarmi fu Tim Mayotte, mentre oggi i Big Three sono tutti parte del Player Council e vogliono lavorare per il bene del tennis”.

20:16 – Il 1988 è anche la miglior stagione della sua carriera, e Steve gli chiede di raccontarci come riuscì a far incastrare tutto alla perfezione per vincere tre Slam in un anno e diventare finalmente numero uno: “Sarò troppo romantico ma credo che il mio matrimonio sia stato decisivo (si era sposato l’anno precedente, ndr). Tutto andò per meglio a partire da quando vinsi a Melbourne, con un po’ di fortuna, 8-6 al quinto contro Cash”. Aggiungo che quella è una partita su cui l’aussie ancora recrimina.

22:18Il rapido declino dall’89 in poi, con un solo torneo vinto dopo i 24 anni: “Ci provavo, ma la concentrazione era andata, e la morte di mio padre nel 1990 non mi aiutò. Significativamente, Wilander ricollega la sua perdita di autostima a ciò che potrebbe succedere a molti grandi giocatori se giocassero lo US Open senza preparazione: “Anche i migliori sono umani, un giorno potrebbero svegliarsi e non avere più la motivazione giusta”.

25:28 – L’ho sempre considerato fra i giocatori più intelligenti, visto che fra il suo primo e il suo ultimo Slam riuscì a passare da un tennis di strenua difesa da fondo contro Vilas al Roland Garros dell’82 a uno molto più offensivo contro Lendl a Flushing Meadows del 1988, quando scese a rete la bellezza di 131 volte! Lui però mi ha giustamente ricordato che le volée e lo slice li ha sempre saputi fare: “Ho vinto Wimbledon in doppio con Nystrom! Semplicemente non avevo mai avuto bisogno di cambiare il mio gioco fino a quando iniziai a perdere sempre allo stesso modo con Lendl sul cemento. Considera quella partita con Lendl la più divertente che abbia giocato: “Non avevo idea di come sarebbe andata a finire, ero come un musicista che continua a suonare senza sapere dove andrà a parare ma poi si ritrova per le mani la canzone che lo renderà famoso”.

Mats Wilander – Roland Garros 1988

29:14 – Lendl l’ha battuto 15 volte su 22, ma nelle finali Slam è stato Mats a prevalere per 3-2. Come mai? Ivan mi ha detto che aveva gli incubi prima di affrontarmi, perché sapeva che sarebbe stata lunga! Ho sempre trovato interessanti le nostre partite, soprattutto all’aperto. Il mio obiettivo era di rimanere in partita dal punto di vista fisico, perché sentivo che eravamo simili in termini di talento, pazienza ed energie, mentre contro un McEnroe dovevi augurarti che non fosse in giornata. Ivan non era un talento così naturale, e mentalmente mi soffriva. Andate al minuto 31:17 per sentire la sua imitazione di Lendl, di cui è sempre stato un buon amico.

31:43 – L’influenza dell’Orso: Bjorn Borg non era bello da vedere quando andava a rete, ma sapeva fare tutto. In Svezia guardavamo tutte le sue finali e le sue semifinali, e questo mi ha permesso di capire come giocare contro McEnroe, Connors e Vilas. Una volta capito come affrontare l’avversario, la questione diventava esecutiva, e io sentivo di poter replicare almeno in piccola parte ciò che faceva Bjorn, anche se non ero rapido come lui e non colpivo altrettanto forte. Gli ho però ricordato che il suo rovescio lungolinea era molto più efficace di quello di Borg…

34:30 – Il rispetto fra i grandi della sua epoca e quel grande match di Davis contro Mac (sei ore e trentadue!) nel 1982: “Rispetto John perché il suo gioco gli è sempre interessato meno della salute del tennis in generale, ed è il motivo per cui ha ancora così tanto peso. Quel giorno non riusciva a stare con la testa dentro la partita, e continuava a comportarsi male, ma non si è mai arreso, e alla fine mi ha battuto. In ogni caso quello è stato un grande momento per me, perché sapevo di poter giocare bene anche sulle superfici rapide, ma non ero convinto di poterlo fare contro i migliori. Dopo quel match mi sentivo così sicuro di me che mi tagliai i capelli in spogliatoio!”. Un po’ di pubblicità per il libro di Steve… 

39:11 – Come mai batteva sempre Connors (5-0) e perdeva spesso con Mecir (4-7)? “Sono sempre stato molto umile sul campo, nel senso che avevo sempre una chiara percezione dei miei limiti, e questo mi portava a studiare più profondamente l’avversario, perciò quando mi trovavo contro Miloslav mi rendevo sempre conto di quanto più dotato di me fosse, e non riuscivo a liberarmi di quella sensazione. Per quanto riguarda Jimmy, rifacevo semplicemente ciò che faceva Borg, e funzionava!.

42:52 – Quando ha voluto rigiocare il match point con Clerc in semifinale al Roland Garros (nel 1982) anche se l’arbitro gli aveva assegnato il punto: “Sicuramente è il momento su un campo da tennis di cui vado più fiero. Dopo il match, i miei fratelli maggiori, che erano arrivati dalla Svezia per vedermi giocare, volevano prendermi a cazzotti…”. Parla anche del suo rapporto con Edberg, descritto come un uomo intelligente e generoso.

49:08“Tifo per i giocatori con uno stile simile al mio perché so quanto fatica debbano fare, ma sul tour non mi sono mai divertito più di quanto abbia fatto allenando Safin!. Oggi non si vede come un telecronista: “Quando guardo un match è come se lo stessi giocando anch’io, e questo mi ha portato a usare delle espressioni di cui mi sono poi pentito, come quando dissi a Federer che lui non aveva avuto le palle (gli attributi, ma dice proprio balls, ndr) al Roland Garros mentre Nadal invece ne aveva tre o quattro. In generale, però, sono grato per il modo in cui i big reagiscono alle critiche, perché mi consente fare ciò che ritengo migliore per il pubblico, mi consente di essere onesto.

59:17 – Mats finisce con un manifesto programmatico di ciò che cerca di fare quando commenta il gioco, e soprattutto quale tipo di contributo hanno dato e possono dare tennisti come Arthur Ashe e Billie Jean King: “Per quanto mi riguarda, se giocatori come i Big Three sfruttano il loro ruolo pubblico per rendere il mondo un posto migliore alla fine il tennis vince”. Davvero non può esserci conclusione più adatta.


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Interviste

Brandon Nakashima: “Amo Federer ma il mio tennis è simile a quello di Djokovic” (intervista esclusiva) 

Il suo ricordo più vivo è l’allenamento con Rafa Nadal a Wimbledon. I duelli con Musetti e Tseng Chun-Hsin, la stima per Sebastian Korda e Hugo Gaston. “Non amo le discoteche”. Cosa gli dice il nuovo coach Pat Cash

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Brandon Nakashima - ATP Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Brandon Nakashima, nato il 3 agosto 2001, ha 18 anni. Il suo nickname è B-Nak. È nato 13 giorni prima di Jannik Sinner. Numero 220 ATP (best ranking di 218) è secondo solo all’altoatesino nel ranking dei 18enni. Il cognome è giapponese, ma il nonno con il quale ha cominciato a giocare a tennis all’età di poco più di tre anni era quello materno, vietnamita. Alto 1.85×78 kg, i tratti fisici sono orientali, ma lui è nato a San Diego e anche il padre Wesley è nato in California, mentre la madre è nata in Vietnam ma a cinque anni si è trasferita in California. I genitori sono entrambi farmacisti.

Ha giocato per il college dell’University of Virginia ed è stato dichiarato freshman (matricola) dell’anno nel 2019 della Atlantic Coast Conference, per poi passare professionista. Dal torneo di Delray Beach di quest’anno è allenato da Pat Cash e lì subito ha raggiunto i quarti battendo quattro Top 100. Il colpo migliore è il rovescio, l’idolo è Roger Federer. Poderoso atleta, è considerato uno dei migliori talenti statunitensi. Si considera timido ma non appare poi troppo in questa intervista, una volta sbloccatosi. Va matto per il sushi ma, confessa, anche per i dolci. Nell’intervista dice quali siano già state le vittime di maggior prestigio, il prestigio delle quali fa pensare che il suo attuale ranking sia bugiardo.

IL VIDEO DELL’INTERVISTA

 

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

Minuto 00:00: Introduzione con annesso elenco dei suoi scalpi di maggior prestigio: Sam Querrey, Cameron Norrie, Jiri Vesely, Marcos Giron, Salvatore Caruso, Yuichi Sugita.

03:40: Come si è comportato durante la pandemia: “Indosso sempre la mascherina in pubblico, cerco di stare attento quando esco”. È grato della possibilità che ha avuto di allenarsi su campi privati, così da poter continuare a lavorare e giocare match con avversari di livello.

05:07: Il rapporto speciale con il nonno materno: “È originario del Vietnam, ed è stato lui a portarmi in campo a tre anni e mezzo. Abbiamo iniziando sui campi pubblici, e da allora ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni”.

06:45: Come sta andando con il suo nuovo coach, Pat Cash, e come è cambiato il loro legame durante la pandemia? “Ci siamo visti per la prima volta dopo il mio match d’esordio a Delray Beach. Da lì abbiamo iniziato con qualche sessione d’allenamento qui in California, e soprattutto nell’ultimo periodo è diventato sempre più presente. Siamo entrambi contenti di star creando un legame sempre più stretto”.

07:38: Cash ha detto di aver subito notato la straordinaria manualità del ragazzo – pensa anche lui che sia la sua qualità migliore? “Ho sempre avuto una buona mano, e infatti da piccolo ero bravo in tanti sport diversi. Da quando lavoro con Pat ho continuato a migliorare sotto questo aspetto, perciò sì, credo che la manualità sia probabilmente la mia qualità migliore”.

08:42: Il loro primo incontro: “Avevamo un paio di amici comuni al tempo del mio ingresso fra i pro, e io stavo cercando un buon allenatore. Pat mi è stato consigliato da più parti, così ci siamo sentiti al telefono per conoscerci meglio. A Delray Beach era un periodo di prova, ma dopo un paio di settimane abbiamo deciso di proseguire a tempo pieno sul tour”.

11:53: Chi sono i suoi idoli d’infanzia? “Mi è sempre piaciuto veder giocare Federer, ma penso che il mio gioco sia più simile a quello di Djokovic”.

12:40: Com’è stato allenarsi con Nadal? “Un paio d’anni fa stavo giocando Wimbledon juniores, e ho conosciuto Rafa mentre si scaldava per uno dei suoi match. È stata una grande esperienza; lui era ovviamente focalizzato sull’incontro, ma è stato veramente carino e rispettoso nei miei confronti. Prima di allora non avevo mai giocato con nessuno che avesse colpi tanto arrotati sia sul dritto che sul rovescio!

14:36: Chi sono i migliori talenti del tennis europeo? “Nel 2018 ho giocato le ITF Junior Finals in Cina, quindi ho affrontato I sette migliori altri junior. Ho giocato contro gente come Musetti e Tseng Chun-Hsin, e penso che avranno tutti un grande avvenire. Hugo Gaston è un altro giocatore di grande talento, e si muove bene”. Per quanto riguarda gli USA, la sua scelta ricade su Sebastian Korda, con cui gioca spesso nel Challenger Tour.

17:20: Brandon ci parla della transizione dai junior ai professionisti: “Per me è stato fondamentale andare all’università [a Virginia, ndr] per una stagione a 17 anni, ha aiutato tantissimo il mio gioco e mi ha fatto maturare come persona. Consiglierei a un sacco di giocatori di provare l’esperienza universitaria, perché è un modo per verificare se si è pronti o meno a passare pro. In autunno ho deciso di provare a giocare dei Challenger e ho ottenuto dei buoni risultati; ho capito che il mio gioco era pronto per il tour professionistico e che ero abbastanza maturo da provarci, e così ho deciso di fare il salto”.

19:45: Un breve riassunto dei suoi migliori risultati negli Slam juniors: “Il primo anno [2018, ndr] ho fatto i quarti a Parigi e New York, mentre la scorsa stagione sono arrivato in semifinale a Flushing Meadows”.

21:25: Come si sta sviluppando il suo gioco con Pat Cash? “Durante gli allenamenti qui in California abbiamo deciso di lavorare tanto sul gioco in avanzamento e su quello a rete, così da poter variare maggiormente gli schemi. Ovviamente Pat era uno dei migliori giocatori di serve-and-volley, quindi sto solo cercando di imparare da lui e dalla sua competenza”.

Pat Cash, Brandon Nakashima e Angel Lopez (via Twitter, @angelprotennis)

23:55: Quali sono i suoi piani sul breve termine? “Ora come ora è difficile programmare, visto che non sappiamo quando e se si inizierà a giocare, ma stiamo lavorando come se lo US Open si dovesse disputare normalmente [l’intervista è avvenuta prima dell’annuncio della USTA di mercoledì scorso sullo Slam americano, ndr]. Mi sto preparando dal punto di vista fisico, anche se il mio ranking non è abbastanza alto da entrare direttamente in tabellone, e non sono sicuro che ci saranno le qualificazioni [in seguito all’annuncio di cui sopra, le qualificazioni sono infatti state cancellate, ndr], quindi la mia unica opzione è chiedere una wildcard”.

25:35: Come la pensa sul tennis a porte chiuse: “Sarà interessante, siamo tutti abituati ad avere persone che ci guardano mentre giochiamo, quindi credo che per molti sarà un po’ strano all’inizio. Per quanto mi riguarda non sarà una questione importante, mi sto concentrando sul mio gioco e credo di poter fare bene con o senza di loro”.

26:47: La vita fuori dal campo: “Cerco di rilassarmi e divertirmi. Mi piace giocare ad altri sport, quindi nei giorni liberi gioco a golf con gli amici o sto a casa a guardare la TV, cerco di distrarmi dal tennis. Non mi piace andare in discoteca, non è mai stata la mia idea di uscita – preferisco le serate tranquille con gli amici”.

30:04: Quanto ne sa di storia del tennis? “Non molto, in realtà. Mi piace però guardare partite del passato, incontri di decenni fa, per notare le differenze con il gioco attuale. Il loro stile era completamente diverso, tutto serve-and-volley, si cercava di prendere rapidamente la rete. È interessante vedere quanto il gioco sia cambiato, quanto i giocatori siano cambiati”.  

31:30: Le prospettive di Brandon per il 2022/2023: “L’obiettivo è di migliorare a livello di risultati e di classifica. Forse per allora sarò riuscito a raggiungere la Top 10”.

33:20: Dopo i Big Three, chi diventerà il nuovo N.1? “Fra i Top 10 attuali, credo che Medvedev e Tsitsipas abbiano le chance migliori di vincere degli Slam. Fra noi giovani, invece, i NextGen, trovo che Shapovalov abbia un buon gioco, e anche Auger-Aliassime ha buone possibilità di fare bene”.

36:10: I consigli più frequenti di Pat Cash: “Devo migliorare il footwork, soprattutto nell’ottica dei match al meglio dei cinque, e devo lavorare sulla condizione atletica. Il dritto e il senso del campo devono salire di livello. Pat mi dice spesso anche di variare il gioco e di offrire palle diverse all’avversario, cose che credo potranno aiutarmi a vincere tante partite e a non essere troppo prevedibile. Imparare ad avanzare verso la rete mi aiuterà anche a variare di più da fondocampo”.   

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