Tsitsipas: "Mi sento vicino a vincere uno Slam"

Interviste

Tsitsipas: “Mi sento vicino a vincere uno Slam”

LONDRA – Il greco non si nasconde più: “So di dire parole forti ma io credo che quello sia il mio posto”. Le Finals sono il suo quinto titolo in carriera, come McEnroe nel 1978

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Stefanos Tsitsipas con il trofeo - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il nostro inviato

Numeri alla mano, Stefanos Tsitsipas è il sesto vincitore nella storia delle Finals privo di uno Slam, il terzo consecutivo dopo Dimitrov (2017) e Zverev (2018). A riprova del fatto che il greco abbia tutta l’intenzione di abbandonare questo limbo di ‘Maestri senza Slam’ – Corretja, Nalbadian e Davydenko tali rimarranno per forza di cose, Dimitrov e soprattutto Zverev hanno ancora speranze di uscirvi – ci sono le sue dichiarazioni poco dopo aver sollevato la pesante coppa che gli è stata consegnata da Hideo Takasaki, presidente della Nitto (title sponsor del torneo). A dare ulteriore vigore alle sue ambizioni c’è una statistica che accomuna Stefanos al più giovane vincitore esordiente del Masters di fine anno, il 19enne McEnroe del 1978: entrambi hanno vinto le Finals come quinto torneo della carriera, quindi molto ‘presto’ nel loro sviluppo come tennisti. A John sarebbero serviti altri sette titoli (vinti in appena otto mesi) per vincere il primo Slam, a New York. Adesso la palla sta a Tsitsipas.

 

Stefanos riesci a crederci? Puoi dirci cosa ha significato per te il 2019 e quanto sei emozionato in questo momento?
Prima di tutto lo ero già per il semplice fatto di essere qui. Ora che sono il campione non so neppure come spiegarlo. Sono così emozionato che quasi non riesco a sentire nulla. Avere in mano questo trofeo è pazzesco. Ricordo quando guardavo alla TV questo evento e pensavo a quanto erano stati bravi ad arrivarci. E ora sono io il campione. Incredibile.

Puoi fare un confronto tra la vittoria dello scorso anno alle NextGen e questa? Pensi sia una buona iniziativa quella di un torneo riservato agli under 21?
Sì, perché mi diede la possibilità di fare un Masters alla fine di un anno per me eccezionale. Arrivai a quel torneo molto carico, convinto di essere uno dei migliori e di poter fare bene. Mi diede la carica per questa stagione perché battei tutti i miei coetanei più forti. Fu un modo per prendere confidenza su come vanno le cose in un Masters. Una bella coincidenza, no?

Tre anni fa dopo la tua vittoria al Bonfiglio ti intervistai per Ubitennis e ti chiesi quali fossero i tuoi obiettivi. Mi dicesti che volevi vincere uno Slam in tempi rapidi. Possibilmente Wimbledon. È ancora Wimbledon il tuo sogno?
Sai una cosa? Non mi interessa più. Tutti gli Slam sono grandiosi, unici. Certo Wimbledon ha un fascino speciale per via della tradizione e se chiedi a un qualunque giocatore ti risponderà che sogna di vincerlo. Ma per me qualunque Slam è straordinario. Sento che il mio tennis migliora continuamente e credo di essere vicino a essere incoronato vincitore di un Major. So di dire parole forti ma io credo che quello sia il mio posto. Affronto i migliori giocatori del mondo e per lo sforzo e l’impegno che ci metto ogni giorno mi merito questi risultati.

Pensi che la vittoria di un giovane in uno Slam possa capitare il prossimo anno? Pensi di poterci riuscire? E in che modo?
Il problema in questi anni è stato rappresentato dai tre primi della classe. Devi buttarli fuori ai primi turni perché più si va avanti nel torneo e più diventano forti e sicuri di sé. Negli Slam la formula tre su cinque gli da più opportunità di rimanere attaccati al match e questo rende molto dura batterli. Se si disputassero al meglio dei tre set sarebbe più facile. È un bel problema perché in tre hanno conquistato quasi 60 Slam e per noi ragazzi è una questione di tempo. Però non so quanto.

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A tu per tu con il coach di Andreescu: “Non guardo ai risultati, puntiamo a migliorare il gioco”

L’allenatore della campionessa dello US Open, Sylvain Bruneau, spiega come verrà affrontata la prossima stagione

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Dicembre è tempo tirare le somme dell’annata trascorsa, e per Tennis Canada quest’anno è stato sicuramente un anno straordinario. L’ascesa meteorica di Bianca Andreescu nella classifica WTA ha consegnato al Canada il suo primo titolo del Grande Slam in singolare allo US Open 2019, dopo che qualche mese prima erano arrivate le affermazioni in due dei tornei più importanti del calendario, il BNP Paribas Open di Indian Wells e la competizione di casa, la Rogers Cup di Toronto.

Nella consueta conferenza stampa di fine anno presso la sede di Tennis Canada si è celebrata non solo la grande annata di Bianca, ma anche gli splendidi risultati del settore maschile: le solide stagioni di Felix Auger Aliassime, entrato nei Top 20, e di Denis Shapovalov, ora nei primi 15, e la recente finale di Coppa Davis conquistata a Madrid.

L’obiettivo è solidificare la base ed avere sempre più giocatori nei primi 100 – ha detto il Direttore per le High Performance di Tennis Canada Louis Borfiga – magari il prossimo anno non avremo nessun canadese in una finale dello Slam, ma ciò che importa è continuare il percorso iniziato e coltivare l’entusiasmo generato dai risultati prima di Milos [Raonic] ed Eugenie [Bouchard] nel 2014, che hanno aperto la strada, e poi quelli degli altri ragazzi quest’anno”.

 

Sicuramente chi spera ci saranno altre finali del Grande Slam per i colori canadesi nel 2020 è Sylvain Bruneau, coach di Bianca Andreescu, uno dei maggiori artefici della straordinaria annata della canadese: celebre ormai tra gli appassionati la sua conversazione con la giocatrice durante il terzo set della finale di Indian Wells, nel quale ha convinto Andreescu a ignorare la stanchezza e a rimontare Kerber.

Bruneau era a Montreal in occasione della conferenza stampa di fine anno, a pochi giorni dalla sua partenza della California dove Andreescu effettuerà la preparazione per la prossima stagione. Al momento Bianca sta completando la riabilitazione dopo l’infortunio al ginocchio sinistro che l’ha costretta a ritirarsi dalle Shiseido WTA Finals di Shenzhen lo scorso ottobre. Abbiamo avuto occasione di scambiare un paio di battute con lui.

In questa annata straordinaria, qual è stato il momento più sorprendente, il momento in cui hai pensato ‘Non mi sarei mai aspettato di trovarmi qui’?
Probabilmente Indian Wells. Non ero presente ad Auckland, e siamo arrivati a Indian Wells con qualche buon risultato, ci era stata data una wild card, ma decisamente quel risultato è stata una “sveglia” incredibile, perché ho sempre creduto che risultati di questo tipo fossero nelle sue possibilità, ma sono arrivati molto più rapidamente di quando mi aspettassi.

Più sorprendente di quando ti è stato consegnato il trofeo riservato all’allenatore della vincitrice dello US Open?
Il fatto è allo US Open c’era una consapevolezza diversa dei mezzi di Bianca, ero in una situazione molto differente, per cui ero meno sorpreso.

Il 2020 sarà un anno molto diverso, si spera decisamente più lungo, senza quelle lunghe soste per infortuni che hanno caratterizzato il 2019. Quali sono le cose che sarà cruciale fare nel 2020 per assicurarsi una stagione lunga e che magari nel 2019 sono state un po’ trascurate? Sappiamo che Bianca ha detto come la programmazione sarà molto diversa.
Quello sarà un punto molto importante, saremo molto cauti con la preparazione, e ci prenderemo cura dell’aspetto atletico. Credo che nel 2019 i risultati siano arrivati in maniera talmente veloce che non credo il suo corpo fosse pronto per un impegno così pesante. Aveva solo 18 anni, poi 19, non credo che fosse preparata fisicamente per quel tipo di intensità, per un numero così elevato di partite ad un così alto livello. Il prossimo anno presteremo grande attenzione a questo aspetto e ci assicureremo di essere pronti.

Qual è il suo programma per questo inizio di stagione?
È iscritta al torneo di Auckland, ma ricomincerà a giocare solamente nei prossimi giorni, quindi siamo un po’ in ritardo rispetto ai ritmi abituali. Non accelereremo la preparazione per essere pronti per Auckland, vedremo come andrà la pre-season e valuteremo quando sarà il momento. Se ci fosse bisogno di ulteriore tempo di allenamento non andremo ad Auckland e ci prepareremo a dovere per l’Australian Open.

Il programma quindi è Auckland, una settimana di pausa e poi Melbourne?

E dopo?
Dopo Bianca deve giocare la Fed Cup [contro la Svizzera a Biel], e poi stiamo considerando uno dei due tornei tra Dubai e Doha, magari tutti e due, e non ci sarà nient’altro prima di Indian Wells.

La stagione 2020 è un po’ particolare a causa delle Olimpiadi. Quanto significano le Olimpiadi per Bianca?
È un’atleta super-patriottica ed è interamente dedicata a giocare la Fed Cup e le Olimpiadi, me lo ha detto dal primo giorno che l’ho incontrata. Ha la bandiera canadese tatuata sul cuore e totalmente dedicata alla causa.

Quante persone la seguono quotidianamente sul circuito?
Ci sono due preparatori fisici, Virginie [Tremblay] e Clement [Golliet], che si alternano, poi ovviamente ci sono io, spesso abbiamo uno sparring partner e infine un fisioterapista.

All’inizio dell’anno di solito si fissano degli obiettivi per la stagione. Che obiettivi ci si pone dopo una stagione come quella passata?
Non mi piace porre degli obiettivi di ranking o di vittorie, prenderemo una strada diversa. Ci sono un paio di aspetti tecnici che vorrei davvero migliorare nel suo gioco, e credo che questo sarà il nostro obiettivo durante la stagione. E spero che questi miglioramenti si traducano in vittorie e miglioramento della classifica.

Vi prenderete quindi del tempo durante la stagione per lavorare su questi aspetti?
Sì, questa è l’idea.

E quanti blocchi di allenamento avete previsto?
Almeno tre o quattro, dovremo trovare lo spazio: quest’anno ne abbiamo fatto uno subito dopo lo US Open, l’anno prossimo ci sarà tempo prima della stagione sulla terra e poi anche dopo Wimbledon.

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Interviste

Karolina Muchova, una carriera in (meraviglioso) ritardo

Intervista esclusiva alla giocatrice ceca, che ci svela il motivo della sua esplosione tardiva: “Sono cresciuta in ritardo, a 15-16 anni ero molto piccola e ho avuto problemi alle ginocchia e alla schiena”. Adesso però, sul campo, è uno spettacolo

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Karolina Muchova - WTA Elite Trophy 2019

Karolina Muchova non è un cliente facile. Se noi fossimo dei venditori porta a porta (ancora ne esistono, sì), lei sarebbe probabilmente quella che dopo averci ascoltato per cinque minuti decantare le lodi del nostro prodotto, con involontaria crudeltà e un terribile sorriso di cortesia ci spedirebbe all’abitazione di fronte usando quattro parole quattro: ‘Non mi interessa, grazie‘. Di parole Karolina non è prodiga, e nonostante la sua carriera ad alti livelli sia praticamente appena iniziata è ragionevole credere che non lo sarà mai.

Lo ammettiamo, è un po’ presuntuoso ipotizzarlo dopo averci parlato per pochi minuti in una saletta dell’Hengqin International Tennis Center di Zhuhai, nel corso del WTA Elite Trophy per assistere al quale abbiamo ricevuto un gentile invito, ma se non sfruttiamo il vantaggio deduttivo delle nostre sensazioni a pelle tanto vale smettere di parlare di persona con gli atleti. Il motivo per cui abbiamo scelto di disturbare proprio lei, oltre a Sabalenka e Yastremska (che alla fine non si è nascosta troppo bene, se sull’imminente assunzione di Bajin l’avevamo stanata), è molto banale: vedere giocare dal vivo Karolina Muchova è un’esperienza profondamente appagante e volevamo capire cosa ci fosse dietro questa perfezione stilistica giustamente premiata dal secondo posto nella nostra classifica degli outfit stagionali.

Per chi volesse approfondire il bagaglio tecnico della 23enne ceca il consiglio è leggere questo mirabile articolo di AGF rispetto al quale sarebbe quasi oltraggioso fare delle obiezioni. Ci soffermeremo quindi sugli elementi di maggiore accordo – il dritto la cui preparazione ha un impronta marcatamente ‘maschile’, soprattutto nell’esecuzione inside-out, la grande varietà del servizio che non è soltanto il colpo di inizio gioco ma ha i crismi dell’apertura in una partita di scacchi, ovvero è indicazione di come Karolina vuole sviluppare il punto, e la totale completezza di soluzioni nel gioco di volo – e citeremo l’unica parziale perplessità.

 

Sì, l’esecuzione del rovescio è un po’ più rigida e non ha la fluidità del dritto, non provoca la stessa meraviglia suscitata da uno spezzone girato a 60 fps e montato in mezzo a un filmato di qualità molto più bassa, ma neanche spezza l’armonia del suo gioco. Comunque, anche dal lato sinistro, Karolina può mettere la palla quasi dove vuole. L’unico problema è che non sempre arriva per tempo sulla palla perché a fronte di una coordinazione naturale impressionante non è particolarmente veloce negli spostamenti. Per questo ha bisogno di tenere l’iniziativa e giocare alle sue condizioni; quando ci riesce, è veramente uno spettacolo di verticalità.

Karolina Muchova – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

UNA CARRIERA IN RITARDO

Muchova ha iniziato la sua carriera professionistica nel 2014, a meno di considerare quel paio di partite vinte tra ottobre e novembre 2013. Senza un particolare curriculum junior alle spalle, ma incoraggiata dal padre ex calciatore Josef Mucha (centrocampista di fisico del Sigma Olomouc, 38 gol all’attivo nella prima divisione ceca) Karolina ha fatto la conoscenza del circuito ITF solo nell’anno della maggiore età.

Non credo che il fatto che mio padre fosse un calciatore abbia influito sulla mia scelta di fare la tennista” esordisce Karolina. “Più che altro, quando ero piccola mio padre mi ha fatto provare molti sport e questo mi ha aiutato a capire ‘come si fa’, come ci si muove“. La coordinazione nel gesto di cui parlavamo poc’anzi è in parte una legacy paterna e in parte la conseguenza del fatto che si sia cimentata con la ginnastica, la pallamano e il nuoto sincronizzato, tentativi poi sfociati nella decisione – a circa undici anni – di proseguire solo con il tennis. Vinto il primo torneo disputato, lo ha preso come un segno per intraprendere definitivamente quella strada.

Non è stata però una strada semplice, se è vero che il mondo del tennis si è accorto di lei molto tardi, precisamente il 30 agosto 2018 quando al secondo turno dello US Open, da numero 202 del mondo, ha rimontato e sconfitto Garbiñe Muguruza. Karolina aveva 22 anni e fino a quel momento aveva trascorso appena quattro settimane in top 200; otto mesi dopo è entrata in top 100, quindici mesi dopo è la numero 21 del ranking. Quando le chiediamo perché secondo lei ci abbia messo così tanto, nonostante il talento di cui dispone, e se magari proprio il suo stile di gioco può averle reso il percorso più complicato, risponde così.

È difficile da dire. Non so perché, non lo so” dice producendosi nel primo dei soli due sorrisi che regalerà nel corso dell’intervista. Dopo una piccola pausa, prosegue: “In effetti sono in ritardo con tutto. Sì, potrebbe dipendere dal fatto che ho uno stile di gioco differente: ho dovuto imparare cose diverse per vincere le partite, soprattutto quelle più complicate. Ma questo è il mio modo di giocare e non ho mai voluto cambiarlo”.

Sono stata anche spesso infortunata quando ero più giovane e non ho disputato molte stagioni complete aggiunge come se fosse un corollario nella sua spiegazione, quando invece è probabilmente l’elemento principale, qualcosa di cui probabilmente non aveva mai fatto menzione in pubblico. “Sono cresciuta in ritardo. Come puoi vedere, sempre in ritardo! Ero molto piccola a 15-16 anni, ne dimostravo molti meno di quelli che avevo. Ho avuto problemi alle ginocchia, alla schiena, poi a un certo punto sono cresciuta molto rapidamente. Ero molto magra, ci è voluto un po’ di tempo per arrivare dove sono adesso“. Non è una passeggiata gestire le implicazioni di questa condizione clinica, che dalla descrizione di Karolina sembra riconducibile alla stessa disfunzione ormonale che ha colpito Lionel Messi. Se stai provando a diventare un atleta professionista lo è ancora meno.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

Riportiamo a Karolina una nostra sensazione. Quando vediamo una mano sopraffina incrociare una mano ben più ruvida, prima ancora dell’abusatissimo elogio del contrasto di stili, emerge una sgradevole reazione istintiva, forse un po’ snobistica, quasi che non dovrebbe essere permesso a un tennista che gioca tanto male le volée di affrontare ‘impunemente’ uno (o una) che invece le esegue magistralmente. Si tratta di un’idea che il raziocinio cancella in pochi istanti, perché in fondo il gioco di volo è solo una parte del tutto, ma il retaggio dei gesti bianchi ogni tanto fa questi scherzi. Non le dà ‘fastidio’ che tante sue colleghe non tocchino bene la palla a rete, o magari questo la fa sentire più unica? “Perché dovrebbe darmi fastidio? Per me è un’ottima cosa che non ci riescano bene come me!” risponde decisa, accompagnando con il secondo e ultimo sorriso del pomeriggio.

Si fa improvvisamente seria quando la domanda verte sulla sua federazione di appartenenza e sul rapporto con le connazionali. “Sì, conosco alcune giocatrici” risponde quasi distrattamente.Con la federazione invece non ho alcun rapporto. In Repubblica Ceca, almeno per me, è stato piuttosto difficile. Ma va bene così“. Insomma, non certo una ‘cocca’ della Český tenisový svaz, la federazione ceca, ma questa dinamica potrebbe tornare a interessarle in ottica Olimpiadi di Tokyo. “Sono già adesso la quarta giocatrice nel ranking nazionale” specifica Karolina. “Ma non so esattamente quale sia il cut-off e quante giocatrici possano andarci, ma sì, mi piacerebbe. Sarebbe una grande esperienza“. Il cut-off è la posizione 56 e il numero massimo di atleti per nazione nel tabellone di singolare è quattro, dunque per il momento Karolina sarebbe dentro.

La ragazza di Olomouc, comunque, non sembra tagliata per ‘fare spogliatoio’ e per le competizioni di squadra (una sola presenza in Fed Cup quest’anno, unica in carriera). Le interessa più che altro giocare a tennis, un po’ per onorare il talento che le è stato donato e un po’ per dimostrare che anche con un gioco così difficile si può arrivare davvero in alto. Un approccio molto ‘maschio’ alla questione, se ci è concesso definirlo così, per confermare il quale è stato istruttivo vedere un set della semifinale di Zhuhai (persa in due parziali contro Sabalenka) nel box di Karolina orfano del coach Emil Miske, che comunque continuerà a lavorare con lei nel 2020. In Cina è stata infatti seguita dal fisioterapista e dallo sparring partner Miroslav, un tipo corpulento e taciturno alla maniera ceca (ci ricorda il compagno di stanza di un breve soggiorno in Turchia, qualche anno fa). Ci riesce di estorcergli qualche commento e persino la traduzione istantanea di un paio di incitamenti in lingua madre che non ci siamo appuntati e abbiamo puntualmente dimenticato; poi Karolina va sotto di un set e Miroslav si sforza di non essere rude quando ci invita a spostarci un paio di seggiolini più in là, ‘scusami ma in questi momenti a Karolina non piace vedere facce sconosciute nel box‘.

Perché sì, in effetti dietro questa corazza molto spessa che Karolina ci tiene a preservare – è abitudine costitutiva, non sembra lo faccia di proposito – ci sono delle debolezze, come le lacrime nella partita di round robin contro Kenin che non sembrava affatto in condizione di vincere e che invece poi ha vinto asciugando gli occhi e tornando a lottare. Quali sono le sue debolezze, le chiediamo dunque in chiusura d’intervista, visto che in campo sembra in grado di eseguire ogni colpo? “Credo di poter migliorare in tutto ma allo stesso tempo non direi che ho particolari debolezze. Certo, posso lavorare per fare volée migliori, dritti migliori (non sarà facile, viene da pensare, ndr), insomma lavorerò su tutto. Il prossimo anno voglio fare grandi cose“. Intanto un piccolo traguardo l’ha già ottenuto, poiché la sua pagina WTA – che fino a un paio di mesi fa non era fornita neanche di fotografia, praticamente l’unica tra le top 100 – a seguito del rimodernamento del sito ufficiale appare invece più consona al suo status di top 30.

Difficile sapere come andrà finire la storia di Karolina Muchova, se il suo congenito ritardo le concederà una tregua e le permetterà di vincere qualcosa di importante in tempo utile. Certo, sarebbe bello, ma concentriamoci su ciò che non ha bisogno del condizionale: vederla giocare a tennis è già adesso una delle esperienze migliori che un appassionato possa fare.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

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Interviste

L’investitura di Federer: “Nadal può diventare il migliore di tutti i tempi”

Direttamente dal Sudamerica, lo svizzero ha commentato il successo della Spagna in Davis esaltando il suo rivale di sempre. E intanto si lancia in un investimento in un brand di scarpe

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Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @LaverCup)

L’eccellente 2019 di Rafael Nadal gli è valso un’investitura di prestigio, da parte del suo miglior nemico: “Rafa può diventare il più grande di sempre“. Così ha commentato dall’altra parte dell’oceano Roger Federer, che ha seguito soltanto di riflesso la settimana di Davis, essendo impegnato nel tour sudamericano insieme a Sascha Zverev. Tra un bagno di folla e l’altro, è stata la tv argentina a recapitare al trascinatore della Spagna alla Caja Magica parole al miele.

Rafa è una grande persona oltre che un grande atleta – il commento di Federer, riportato da La Gazzetta dello Sport -, è riuscito a chiudere l’anno al numero uno del mondo undici anni dopo la prima volta. Hanno detto che sarebbe stato sempre infortunato e che non avrebbe potuto avere una lunga carriera, ma ha trovato il modo per reagire e costruirsene una fantastica“.

LA STORIA INFINITA – Due sono stati gli incroci tra i due fenomeni nella stagione appena conclusa. Il netto successo di Nadal nella semifinale del Roland Garros è stato pareggiato a Wimbledon, dove lo svizzero ha conquistato in quattro set il pass per la finale. Lo storico di una serie che – in attesa delle nuove puntate nel 2020 – vede il mancino avanti 24-16 nel testa a testa. Nel conto degli Slam, Federer è ancora avanti di misura (20 a 19) ma ormai vede l’avversario negli specchietti. “La stagione di Rafa è stata fenomenale – ha proseguito lo svizzero -, ha vinto Roland Garros e US Open. Ho imparato molto da lui, è un grande esempio per tutto il mondo dello sport. Sono felice di aver condiviso con lui grandi battaglie, probabilmente finirà per diventare il miglior tennista di tutti i tempi“.

Roger Federer e Rafa Nadal – Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

NUOVI INTERESSI – Una considerazione certamente basata – oltre che sulla grande stima che li lega – anche sul fattore anagrafico che certamente rema a favore del maiorchino. I 33 anni di Nadal sono un fattore da tener presente, al confronto con i 38 del fuoriclasse di Basilea. Che però è stato chiaro: non ha intenzione di smettere, almeno nell’immediato. Per quanto i suoi interessi siano ormai molteplici, al punto da rendergli l’agenda già piena – in proiezione – quando deciderà di lasciare il campo. Al già noto impegno della sua fondazione, che sostiene (tra le altre cose) la scolarizzazione in Africa, Federer ha aggiunto nei giorni scorsi un vero e proprio investimento imprenditoriale che ha attirato l’attenzione della stampa economica.

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ONward, this will be a fun run 🏃‍♂️ 😃‼️

 

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SCARPE SVIZZERE – Di ritorno dalla campagna sudamericana, si è concesso infatti lo scalo a New York per sottoscrivere l’accordo con il marchio “On”, brand svizzero di sneakers (scarpe sportive) che sta guadagnando significative quote di mercato al cospetto di competitor importanti come Nike e Adidas. L’azienda produce utili dal 2014 e i tre fondatori di Zurigo – tra cui l’ex campione di duathlon Olivier Bernhard – hanno deciso di tentare il grande passo, convincendo Federer non solo a diventare testimonial del brand, ma anche a investire.

Una linea di scarpe “On” legata espressamente al fuoriclasse di Basilea dovrebbe vedere la luce nel prossimo anno, stando a quanto rivela Il Sole 24 Ore. Il portale Blick – che ha raccolto una lunga intervista di Federer proprio su questo investimento e sulle ricadute per l’economia svizzera – ipotizza che la cifra stanziata possa variare in un range compreso tra i 50 e i 100 milioni di franchi svizzeri. In Euro, tra i 45 e i 90 milioni.

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