Podcast Off-Court: ti ricordi quando...? Le memorie della stagione passata

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Podcast Off-Court: ti ricordi quando…? Le memorie della stagione passata

Nella consueta chiacchierata transoceanica, Vanni Gibertini e Luca Baldissera ricordano gli episodi più significativi della stagione 2019

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Vanni Gibertini (a sinistra) e Luca Baldissera (a destra) se ne vanno da Indian Wells alla fine del torneo

Nel pieno della cortissima “off-season” del tennis, ci giriamo a vedere tutto quello che è successo durante il 2019 dal punto di vista non agonistico. Vanni Gibertini e Luca Baldissera ripercorrono le tappe più significative della stagione passata, dallo champagne stappato in campo a Brisbane al turbolenti eventi che hanno animato il torneo di Indian Wells, dalle polemiche che hanno travolto gli organizzatori di Roma e Parigi alle bombe su Wimbledon di Fognini, per arrivare alle sfuriate di Kyrgios e agli italiani che stanno conquistando il circuito.

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Norman esalta Wawrinka: “Uno dei più grandi di sempre”

Il tecnico svedese invita a rivalutare, soprattutto mediaticamente, la carriera del suo assistito. “Ha vinto tre Slam nell’epoca dei Fab Four”

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Stan Wawrinka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Mentre molti suoi colleghi hanno l’agenda piena di esibizioni, Stan Wawrinka sta riuscendo a far parlare di sé anche senza mettere piede in campo nei tornei non ufficiali. Una scelta strategica deliberata, come ha raccontato a fine maggio: allenarsi soltanto senza giocare, puntando a quel che sarà dello swing americano e soprattutto al ritorno in Europa su terra. Nella sua Ginevra, intanto, ha condiviso il campo (e forse anche la piscina) con Garbine Muguruza, alimentando il gossip. La forma fisica, tasto a volte dolente, non sembra disdicevole in vista della ripartenza. Ma a caricarlo in vista di un’estate tennistica anomala (e, perché no, dello sprint finale della carriera) ci ha pensato il suo allenatore Magnus Norman. Riaprendo una finestra sul grande tema di tutto ciò che è altro rispetto ai Fab Four.

SOTTOVALUTATO – “Stan è uno dei migliori di sempre – ha affermato il coach svedese ad ATP Radio -, altrimenti non avrebbe vinto tre Slam nell’epoca di Federer, Nadal, Djokovic e Murray. Di sicuro viene sottovalutato, ha avuto una carriera incredibile“. Il titolo forse rimbomba, considerando che si parla di un giocatore fuori dalla top 10 dal 2018 anche a causa dei guai fisici (oggi è 17 del mondo, nel 2018 era precipitato al 263). Ma che rimane ancora sul pezzo a 35 anni, visto che in tre degli ultimi quattro Major disputati ha raggiunto i quarti di finale. Ma Norman, ex numero due del mondo e al fianco dello svizzero dal 2013, argomenta meglio la sua tesi: “Non ha avuto la costanza di quei quattro, ma ha dimostrato che in una giornata buona può battere chiunque. Stan gioca sempre al limite, può andargli tutto bene o tutto male. Mi ha fatto piacere sentirgli dire che il mio lavoro l’ha reso un vincente, anche se era evidente a tutti che potesse giocare un tennis fantastico. Le mie parole lo tranquillizzano prima di scendere in campo e lo aiutano a focalizzarsi sui momenti decisivi. Se riuscirà a giocare il suo tennis, anche alla ripresa batterlo sarà difficile per tutti“. 

LA DISTANZA DA ANDY – Della vita tennistica all’ombra dei big contemporanei (tre o quattro, a seconda delle interpretazioni) aveva parlato lo stesso Wawrinka durante il lockdown, in un’intervista a L’Equipe. “Vorrei tanto che fosse vero quando mi dicono che sono un giocatore dello stesso calibro di Murray – ha raccontato -, ma sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti della sua carriera. L’unica cosa che ci avvicina sono i tre titoli Slam. Per il resto, è avanti anni luce rispetto a me. È stato numero uno del mondo, ha vinto più di 40 titoli (46), tantissimi Masters 1000 (14), e giocato non so quante finali Major (8). È pazzesco. Se avesse vinto uno o due Slam in più, ora si parlerebbe ancora di Fab Four”.

 

Modestie a parte, che contribuiscono a fare di Wawrinka un tennista apprezzato in modo abbastanza trasversale, la carriera del tennista svizzero può essere descritta come un fulgido esempio di qualità che batte la quantità. I suoi 16 titoli sono gli stessi di Thiem, che certamente lo sorpasserà in virtù degli otto anni di differenza, e sono due in meno di quelli di Tsonga, che però uno Slam non l’ha mai vinto. Stan non è stato sempre ‘Stan the Man‘, per sintetizzare, ma quando lo è stato nessuno ha avuto piacere di trovarselo di fronte. Neanche i tre tennisti più forti di questa epoca.

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Il tennis come inclusione e opportunità: il progetto ‘Fiori di Wimbledon’

Oggi vi parliamo di una bella iniziativa che abbina palline, racchette e il coinvolgimento di ragazzi con disabilità. Per recuperare il significato più pieno dello sport

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Wimbledon è finito senza mai cominciare, ma oggi abbiamo una scusa per nominarlo ancora – quantomeno in via incidentale. Si tratta di una causa assai nobile: il progetto “Fiori di Wimbledon prevede infatti il coinvolgimento di ragazzi con disabilità intellettive, riferite allo spettro autistico, creando una sinergia con il tennis. In particolare, noi maestri sappiamo perfettamente che i muscoli e il cervello non funzionano da soli per generare il movimento, bensì svolgono azioni coordinate e contemporanee di più elementi che confluiscono nella stessa attività.

Il progetto, presentato per la prima volta al 2° Convegno Internazionale sugli Autismi di Riva del Garda (VR) nel 2010, è stato ideato per quei giocatori che cercano di “cambiare” il mondo che li circonda sfidando se stessi ogni giorno e ricercando standard di allenamento ottimali. Perseguono i loro obiettivi e condividono con gli altri atleti, sovente normodotati, il desiderio di veder crescere l’interesse e la partecipazione del tennis amatoriale. A volte lo dimentichiamo, ma lo sport è nato per questo: l’unione, la condivisione e l’abbattimento delle barriere.

Fiori di Wimbledon‘ è stato coinvolto anche nella sperimentazione di un percorso diagnostico terapeutico assistenziale ed educativo (PDTAE) per l’autismo, rivolto a ragazzi compresi tra i 16 e i 25 anni: si tratta di un progetto realizzato dalle regioni Piemonte (capofila), Abruzzo, Toscana, Valle d’Aosta e dalle province autonome di Trento e Bolzano che si focalizza sulla transizione dall’adolescenza all’età adulta e prevede il coinvolgimento di familiari, operatori e insegnanti che seguono a livello abilitativo ed educativo la persona.

 

COME NASCE ‘FIORI DI WIMBLEDON’

Dopo anni di esperienza, nel 2010, abbiamo dato vita a ‘Fiori di Wimbledon‘ che ha subito generato risposte molto positive. L’idea che sta alla base del progetto è la seguente: solo attraverso la possibilità di frequentare chi ha maggiori abilità e competenze di noi si può migliorare e crescere in sintonia con l’ambiente e la società che ci circonda. Il concetto assume ancora maggiore significato se guardiamo al mondo dei disturbi dello spettro autistico che troppo spesso, invece, spinge all’isolamento, lontano dalle nuove esperienze.

In questo percorso, grazie all’impegno e all’abnegazione di maestri preparati, i ragazzi affrontano percorsi che ne accrescono l’autonomia e l’autostima; il confronto con altre persone stimola inoltre l’empatia, che di solito fa difetto alle persone autistiche.

Il tennis risulta particolarmente funzionale per l’elaborazione cognitiva della rilevazione fisica (visione). Alla nostra consapevolezza visiva concorrono due elementi: il primo è la rilevazione fisica dello stimolo visivo (vista); il secondo è appunto l’elaborazione cognitiva. Sfruttiamo le abilità dei soggetti proponendogli esercizi diversi di volta in volta, che vengono interiorizzati e memorizzati.

Di recente il Ministero della Sanità si è espresso sull’utilizzo dei tablet nel trattamento dell’autismo e in riferimento alla percezione cognitiva, citando uno studio pubblicato sul ‘Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry’ (finanziato da Autism Speaks) che mette a confronto linguaggio e comunicazione sociale, con o senza l’accesso all’IPad. Lo studio dimostra che l’efficacia del trattamento aumenta con l’utilizzo del supporto digitale, e può essere anche il caso del nostro progetto.

Descriveremo ora un esempio di attività nel progetto ‘Fiori di Wimbledon’, cosicché si possano comprendere meglio. Potranno sembrare azioni semplici, quasi banali, ma risultano fondamentali per lo sviluppo di una consapevolezza motoria.

  • Gli obiettivi generali: affinamento della prensione
  • L’obiettivo specifico: portare l’ospite dall’osservazione gestuale all’azione
  • Il metodo: imitativo-dinamico;
  • Il materiale: palline, racchette e altro.

Le fasi dell’attività:

  1. Osservazione diretta dell’oggetto, “la pallina da tennis” (si valuta l’interesse del ragazzo verso l’oggetto proposto
  2. “Manipolazione” (diverse parti del corpo, collegate tra loro, sono coinvolte in una attività oculo-manuale che sfocia nell’atto motorio)
  3. Conoscenza della racchetta (si appoggia la pallina alla racchetta e si cammina in diverse direzioni)
  4. Attività psicomotoria spontanea (la racchetta offre l’occasione per movimenti precisi e ripetuti)

Possono essere svolti anche degli altri esercizi, leggermente più elaborati, che devono seguire il seguente criterio di progressione:

  • dal lavoro individuale al lavoro in coppia e in gruppo;
  • dagli esercizi per l’equilibrio statico agli esercizi per l’equilibrio dinamico;
  • dal lavoro senza racchetta a quello che include l’utilizzo dell’attrezzo, fino all’associazione di racchetta e pallina

L’obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie capacità in ragazzi con disabilità cognitive e mentali in modo da consentire loro di potersi inserire in attività, con le dovute precauzioni e attenzioni, rivolte a ragazzi normodotati. Dall’altro lato, si vuole stimolare la sensibilità di chi per la prima volta si trova ad affrontare il mondo della disabilità e ne scopre particolarità e potenzialità. L’obiettivo ultimo, e in definitiva il più importante perché riguarda un miglioramento sociale, è propiziare l’incontro tra mondi diversi perché soltanto così può ambire a una crescita comune e condivisa. Lo sport è anche questo, o forse soprattutto questo.


Fulvio Consoli è dottore in Scienze Sociali, coach GPTCA e preparatore mentale ISMCA. Direttore tecnico e sportivo del Progetto “Fiori di Wimbledon” grazie al quale si allenano diversi ragazzi con problemi di disabilità fisica e relazionale, Consoli ha scritto “Un mondo in movimento” (2012), libro rivolto a coloro che intendono affrontare con serenità i problemi connessi al decadimento cognitivo e comportamentale, ai professionisti del settore socio-culturale e a chi vuole approfondire la conoscenza dei sistemi riabilitativi con gli sportivi. Membro dello staff tecnico del Country Club di Cuneo con la direzione tecnica del Maestro Moreno Baccanelli.

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I fratelli Bryan erano pronti al ritiro. Ora potrebbero aver bisogno di un ultimo bagno di folla

Il New York Times scrive di quello che avrebbe dovuto essere il lungo tour di commiato dei gemelli più famosi del tennis, ora alle prese con un dilemma cruciale: possono reggere un altro anno per ricevere il saluto che meritano, o saranno costretti a salutare in sordina?

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Bob Bryan e Mike Bryan - Coppa Davis 2020 (via Twitter, @DavisCup)

Potete leggere il pezzo originale qui; il sito del New York Times richiede l’iscrizione, ma fino a un certo numero di articoli la fruizione è gratuita.

Il piano dei Bryan era perfetto. Un ultimo giro del mondo, incassando qualche assegno di premi e levandosi il cappellino di fronte alle platee di Melbourne, Parigi e Wimbledon, per poi chiudere con un ultimo abbraccio collettivo allo US Open, a New York, in quello stesso stadio che li ha visti vincere lo Slam di casa per cinque volte. Ebbene, tutto questo non accadrà. Perlomeno non quest’anno. I gemelli Bryan sono ora di fronte alla decisione che attende tutti gli atleti professionisti quando arrivano ad una certa età. Avevano pianificato il 2020 come il loro canto del cigno, una stagione che, con un pizzico di fortuna, avrebbe potuto scrivere quel finale di carriera da favola che ogni sportivo anela, ma che è riservato soltanto a pochissimi – gente come Pete Sampras, Peyton Manning, David Ross. Nella peggiore delle ipotesi, avrebbero avuto modo di dire addio.

E così ora i gemelli Bryan sono costretti a chiedersi se vorranno, e potranno, rimettere assieme i pezzi per tentare nuovamente il tour d’addio nel 2021. In realtà, non sono nemmeno convinti di giocare lo US Open di questo settembre, qualora dovessero effettivamente svolgersi. Vivere in una sorta di bolla in un hotel di un aeroporto del Queens? Giocare in stadi vuoti senza alcuna folla adorante ad accompagnare la loro tipica esultanza petto contro petto sulla linea del servizio? Che senso avrebbe? Non penso che giocheremo uno US Open ‘sterile’, senza tifosi, ha di recente dichiarato Mike Bryan durante una video chat dalla sua casa di Los Angeles. Bob, anche lui sullo schermo ma in collegamento dalla Florida, concordava con il fratello sulla possibilità di giocare la loro ultima partita in condizioni più simili a un allenamento, anche nel caso in cui dovesse esserci in palio un titolo del Grande Slam: “Non è quello che avevamo in mente”.

 

Sono iscritti, invece, al World Team Tennis, competizione mista che mette di fronte avversari appartenenti a differenti franchigie in partite piuttosto brevi. La lega, composta da nove squadre, solitamente va in scena nel periodo estivo in diverse città degli Stati Uniti; quest’anno avrà luogo al resort “The Greenbier” in West Virginia, in un ambiente ristretto e, si spera, libero dal coronavirus, dove i giocatori soggiorneranno e giocheranno i loro match davanti ad un pubblico di massimo 500 persone. Con l’aumento della percentuale di contagi e la riscontrata positività di diversi atleti di altri sport, non è ancora certo che la manifestazione tennistica potrà disputarsi [l’evento è iniziato regolarmente ed è tuttora in corso, ndr]; tuttavia, il WTT ha l’innegabile vantaggio di essere una competizione veloce, che si tiene in un luogo unico ed isolato, nulla a che vedere con il circo itinerante di durata trimestrale che si sta valutando nel baseball.

Per i gemelli Bryan, il World Team Tennis rappresenta un vero e proprio banco di prova. Compiranno 42 anni ad agosto, ben oltre il consueto per i tennisti, anche per quelli che coprono soltanto metà del campo. Bob si è sottoposto ad un intervento all’anca sinistra due anni fa. La competizione a squadre li vedrà in campo più di una dozzina di volte in venti giorni, il che permetterà loro di capire se i rispettivi corpi potranno essere in grado di reggere gli sforzi di altri 14 mesi sull’ATP Tour.

Bob e Mike Bryan – US Open 2017

La prima parte di quest’anno sembrava piuttosto promettente. Hanno perso al terzo turno degli Australian Open e poi vinto il torneo di Delray Beach, Florida, il loro centodiciannovesimo trionfo assieme. Hanno anche vinto il match di doppio in Coppa Davis contro l’Uzbekistan, disputatosi ad Honolulu. Subito dopo, si sono diretti a Indian Wells, California, casa di quello che è informalmente noto come il quinto Slam, per concedersi l’ultimo giro di giostra in uno dei loro tornei preferiti. Ed è proprio lì che il tennis si è fermato, seguito, pochi giorni dopo, da tutto il mondo dello sport. “Avevamo vinto cinque partite, ci sentivamo molto bene”, ha dichiarato Bob.

Dopodiché, per un lungo periodo, non hanno più avuto idea di come si sentivano. Il loro compagno di allenamenti è diventato Slinger Bag, una macchina sparapalle trasportabile prodotta da una compagnia che ha iniziato a sponsorizzare i gemelli l’anno scorso. Mike ne ha montata una nel giardino della sua villa in California per allenare le volée, mentre Bob ha installato la propria in un campo vicino alla sua abitazione in Florida e ha imparato a farsela bastare. Da un punto di vista tennistico, hanno certamente rimpianto gli anni in cui hanno vissuto sotto lo stesso tetto e, per trovare un compagno di allenamenti, non dovevano far altro che bussare alla porta della camera da letto in fondo al corridoio. Quelli come loro vengono definiti “gemelli speculari”, una sottocategoria dei gemelli omozigoti. Messi uno di fronte all’altro, sembrano speculari. Mike, ad esempio, è destro, Bob è mancino, il che li rende compagni di allenamenti e partner di gioco ideali. Poi la vita ha fatto il suo corso, Bob si è sposato e si è trasferito in Florida nel 2010; ha tre bambini, che probabilmente li seguiranno nel loro tour d’addio.

Oggi, con gli sport professionistici che cercano di riprendere, i fratelli Bryan tenteranno di capire se saranno in grado di far ripartire le loro carriere dopo lo stop forzato e se valga la pena di prolungarle fino al prossimo anno. Amiamo ancora moltissimo giocare, ha detto Bob. Ma l’amore non basta. Serve la salute. I fedelissimi del tennis che seguono il doppio – la parte più appassionata dei tifosi – sapranno molto presto se i fratelli Bryan ritengono di potercela fare. Se si presenteranno allo US Open, non sarà per dare l’addio o per i soldi. Hanno già vinto 16 titoli dello Slam in coppia, Mike ne ha conquistati altri due con Jack Sock, e sono tra i pochissimi specialisti del doppio divenuti abbastanza popolari da attrarre cospicui contratti di sponsorizzazione.

Hanno denaro a sufficienza. Ciò di cui hanno bisogno, se intendono provare a dire addio al tennis negli stadi pieni l’anno prossimo, è un solido bottino di punti questo autunno, così da guadagnarsi un ranking migliore e probabilità più alte di progredire nei tornei. Per come il sistema funziona, l’unico modo in cui possono massimizzare il loro punteggio è facendo bene allo US Open, al Roland Garros e in diversi altri tornei programmati per il prossimo autunno. Se, ovviamente, ne saranno in grado. “Dipende tutto da come reggono i nostri corpi, ora” ha dichiarato Mike. “A 42 anni, dipende tutto da come si recupera”.

Tradotto da Filippo Ambrosi

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