Sonego: "La top 20 è il mio obiettivo" (Capello)

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Sonego: “La top 20 è il mio obiettivo” (Capello)

La rassegna stampa di martedì 10 dicembre 2019

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Sonego: “La top 20 è il mio obiettivo” (Enrico Capello, Tuttosport)

Fa bei sogni, Lorenzo Sonego. Ieri il tennista torinese, classe 1995, numero 52 del ranking mondiale, è stato premiato a Torino dall’Ussi (Unione Stampa Sportiva Italiana) Subalpina, presieduta da Federico Calcagno, come atleta piemontese dell’anno. «Un voto alla mia stagione? Otto – spiega – Non avrei mai creduto di entrare nei 50 al mondo così velocemente (è il n. 46), di vincere un torneo sull’erba ad Antalya, di raggiungere i quarti in un Masters 1000 a Montecarlo e di sfidare il mio idolo, Roger Federer, al Roland Garros. Per il 2020, punto a entrare nei primi 20. Devo lavorare sul rovescio e sulla risposta e fare tanta esperienza ad alto livello contro i più forti per imparare a gestire le situazioni dei match e a crearmi una mia identità di gioco». Sonego, che inizierà l’anno con i tornei di Doha e Auckland, ha tre grandi obiettivi sul medio periodo. «Sono ambizioso. Vorrei giocare almeno un’edizione delle ATP Finals a Torino e provare a vincere gli Internazionali d’Italia, perché anche se servizio e dritto mi aiutano sul veloce la mia superficie resta la terra, e la Coppa Davis. Con Berrettini, Fognini e Cecchinato siamo una nazionale forte e completa, solo la Spagna, secondo me, oggi ci è superiore. L’anno prossimo spero sia quello buono per l’insalatiera anche se questa formula concentrata in una settimana non mi piace. Non c’è pubblico e i ritmi forsennati danneggiano noi atleti e lo spettacolo. Qualcosa andrà cambiato» […]

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La nuova vittoria di Fognini al quinto set (Crivelli, Semeraro, Clerici). Dolce Wozniacki, è lungo l’addio (Azzolini). C’era una volta Sharapova (Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 23 gennaio 2020

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Fognini, il maratoneta (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Chi di rimonta ferisce, di rimonta perisce. Trascinati da un messia piuttosto improbabile e con i baffetti alla Burt Reynolds, all’approssimarsi della mezzanotte australiana i 10.500 tifosi urlanti della Melbourne Arena si danno di gomito al pensiero della parabola evangelica: sta a vedere che quel satanasso di Fognini capace di risalire per otto volte in carriera da 0-2 sotto, stavolta subisce il contrappasso. Un pensiero, tra l’altro, che in quel quinto set infinito alberga a intermittenza pure nella testa di Fabio: «Sì, a un certo punto ho pensato davvero di perderla». Sarebbe stata un’atroce vendetta del destino dopo l’impresa spalmata su due giorni contro Opelka: perché Fognini, stavolta, prende subito il largo contro Jordan Thompson, numero 66 del mondo, e nel secondo set dà perfino spettacolo. Tanto da scomodare un paragone quasi irriverente: «In quel momenti sembravo Federer». Ma quando Fognini non sfrutta due palle break nel primo game del terzo set, il vento cambia: «Per forza, ho fatto il figo e l’ho pagata. Lui faceva numeri che vanno oltre la sua classifica perché io avevo dolori dappertutto: ai piedi, al tendine destro, alla caviglia sinistra. Poi credo di aver avuto anche un calo glicemico. Forse sto cominciando a diventare vecchio». […] Della seconda maratona in 72 ore, però, potrebbe accorgersi il fisico ammaccato, in vista di un incrocio delicato contro l’argentino Pella, che è un mancino fastidioso e ti fa correre molto: «Spero di recuperare bene – ammette Fognini — e non so nemmeno se mi allenerò prima del match, magari mi faccio un giro per Melbourne». […] Intanto, dopo gli squilli di tromba dell’ultima parte del 2019, il tennis italiano si ritrova a ringraziare una volta di più i soliti noti: con Fabio, l’altro ancora in corsa è l’eterno Seppi (gioca nella mattinata italiana con Wawrinka). Non è un passo indietro, bensì il normale assestamento nella crescita imperiosa di Berrettini e Sinner. Matteo per poco non recupera una partita complicatissima contro Sandgren, ma nel quinto un paio di scambi decisivi prendono la strada dell’America: «Questa partita mi servirà parecchio. La caviglia destra mi dà ancora un po’ fastidio, è una questione di struttura fisica e ci devo convivere. Quando mi sono fatto male agli addominali, ho capito che non avrei potuto giocare l’Atp Cup ed era in dubbio anche l’Australian Open, quindi sono già contento di averlo giocato». Quanto a Jannik, l’ungherese Fucsovics è ancora troppo solido ed esperto, anche nel maneggiare il vento: «Non stiamo qui a parlare del meteo, lui ha fatto meglio di me. Devo imparare a battere questi giocatori, i 40, 50, 60 del mondo. Piano piano ci arriverò».

Estasi e tormento, Fognini-show (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, ma nella stessa persona. Sangue sulle nocche (per i cazzotti dati alla racchetta, non all’avversario) e polvere magica sulle corde. Il corpo che urla, l’anima che gode. E alla fine le vene grosse sul collo, le mani a coppa sulle orecchie. Il labiale a sferzare la torcida australe: «Come dite? Non vi sento…». Il Fogna, delirio ed estasi, è ancora nel torneo. Dopo i centimetri da pivot dello yankee Opelka, rimontato da due set sotto, ha rispedito a casa anche il local hero Jordan Thompson, che si era illuso di averlo messo al tappeto. Sinner e Berrettini, l’Italia che avanza, hanno fatto check out. Fognini il maratoneta resiste. «Il primo set l’ho vinto ma ho giocato malino – racconta – nel secondo sembravo Federer. Mi riusciva tutto, il guaio è che ho iniziato a pensare troppo. A inizio del terzo ho giocato un game stupido, e ho temuto che la partita mi sfuggisse. Thompson ha iniziato a fare dei numeri che vanno oltre la sua classifica perché io avevo dolori ovunque. Credo di aver avuto 75 matchpoint Poi per fortuna ho giocato un grande tie-break». […] «Ero preoccupato – ammette – perché avevo davvero male a piedi, al tendine destro, alla caviglia destra. Credo di aver avuto anche un calo di zuccheri. Mi sentivo spappolato. In testa mi è passato di tutto». La morale? «Il tennis è uno sport stronzo. E io forse sto diventando vecchio». […] Il sentiero che porta lontano, nello Slam che più di tutti assomiglia a una Via Crucis – ogni turno una sofferenza – passa per un terzo turno con Guido Pella. Caviglia e anagrafe permettendo. Il bilancio dei precedenti è 2-1 per il gaucho, ma l’ultimo se l’è preso in Davis il Fogna. «Altri cinque set? Okay, li gioco. Ma solo se mi dite che vinco…. Lui e un mancino che corre molto e gioca meglio con il rovescio, adesso però non voglio pensarci. Vediamo come mi sveglio e a che ora. Ho tanto di quel tennis nelle gambe che quasi quasi invece di venire qui mi faccio un giro in città». Magari lo fa davvero.

Berrettini poteva pensarci prima, e Fognini ringrazia i 75 match point (Gianni Clerici, La Repubblica)

Non avevo visto il primo turno di Berrettini, vinto facilmente tre set a zero contro lo sconosciuto australiano Andrew Harris, ma mi avevano detto che era in cattive condizioni fisiche. Non ho visto nemmeno il secondo, contro Tennys Sandgren, il n. 100 del mondo, ma ho letto le dichiarazioni di Matteo, che riferisco insieme al risultato della vicenda. «So che questa partita mi servirà parecchio per quelle future. Sono uno che chiede tanto a se stesso, ma alcune volte devo un attimo tranquillizzarmi La caviglia destra mi dà ancora un po’ di fastidio, lavoro tutti i giorni, ma è una questione di struttura fisica». Io mi permetterei quindi di accertare se qualcuno che non è in grado di giocare deve andare sino a Melbourne per accertarsene. Forse è così, ma non poteva finir meglio la partita contro l’americano Tennys Sandgren e poi continuare il torneo con miglior fortuna? Mentre lascio al lettore la risposta mi soffermo a rivedere la partita dell’altro italiano Fabio Fognini, che è riuscito a battere 7-6 (4), 6-1, 3-6, 4-6, 7-6(10-4) Jordan Thompson, dotato di un gran servizio in grado di trascinarlo spessissimo a rete «dopo 75 match point», dirà lui. In realtà sono stati 5, 2 nel 10° game e 2 nel 12, più quello decisivo nel supertiebreak finale. Prima di assistere alla vicenda di Fognini avevo visto ringhiare Serena Williams, ignorando i diritti della volenterosa avversaria, la serba Tamara Zidansek e appariva addirittura disumana nella ricerca del punto che coglieva, quasi al posto della racchetta avesse in pugno un’arma contundente. In tribuna la seguiva compiaciuto di quella violenza il coach Mouratoglou che vorrebbe anche lui, per interposta Serena eguagliare il numero di 24 Slam della vecchia australiana Margaret Court Smith, alla quale è intitolato uno dei tre campi coperti messi a protezione dal clima avvelenato dai recenti incendi australiani. In proposito Alexander Zverev si è segnalato promettendo il suo primo, eventuale premio in danaro, per le vittime, nel caso vincesse il torneo.

Dolce Wozniacki, è lungo l’addio (Daniele Azzolini, Tuttosport)

E’ l’ultimo torneo, ma c’è ancora tempo per insegnare qualcosa alle giovani apprendiste. Caroline Wozniacki i modi da professoressa li ha sempre avuti. Paziente, mai esagerata, una che si è costruita la carriera con argomenti solidi. Gambe da corsa, palleggi prolungati, visione chiara della partita. A ventinove anni non è troppo presto per passare la mano, né troppo tardi per avere rimpianti. Ma lei ha deciso. Basta tennis. Vuole fare la mamma e occuparsi d’altro. Caro è stata la numero uno, ha condotto il gruppo quando la sua amica più grande, Serena Williams, ha subito gli infortuni che ne hanno spezzettato la carriera. Lei, atleta a tutto tondo, era “la più forte a non aver mai vinto uno Slam”. Ma alla fine ha chiuso anche quella parentesi che era diventata sin troppo ingombrante… successo due anni fa, proprio a Melbourne. Si è presa lo Slam e ripresa il primo posto in classifica. Per questo ora è pronta a farsi da parte, si è sposata (l’anno scorso, in Toscana, con David Lee, stella del basket) ed è convinta che tutto quello che doveva essere fatto ha trovato alla fine una collocazione nella sua vita. L’unico problema spetta alle altre risolverlo. Chi riuscirà a batterla? Ieri ci ha provato Dayana Yastremska, 19 anni, numero 21 Wta, ucraina dal tennis pesante, muscoloso. «Mi stava soffocando», racconta Woz, «così mi sono detta che era giunto il momento di allungare gli scambi. Non pensavo di crearle così tanti problemi, ma la variazione degli schemi del match le ha tolto sicurezza». E alla fine, ha perso la giovane Yastremska. Avanti un’altra, dunque. Caro è ancora in piedi.

C’era una volta Sharapova. Piatti è l’ultima chance (Enrico Sisti, La Repubblica)

«Dolcissima Maria, non voltarti più», cantava la Premiata Forneria Marconi. Forse Maria Sharapova farebbe bene a seguire il loro lontano consiglio e magari ascoltare quella magnifica canzone. Maria è sotto attacco e non sa più difendersi. Urla come urlava prima: “Solo che adesso“, scrivono in Australia dove Maria ha salutato lo Slam al primo turno, accecata dalla rabbia giovane di Donna Vekic, “Maria urla come le avessero strappato un cerotto dalla pelle più tenera, urla come dopo una telefonata sgradevole, urla perché si rende conto di essere alle prese con una questione ormai più grande di lei, e non può (più) vincere“. I colpi escono ma sono carezze. Maria va capita. Non si torna grandi perché si decide di farlo. Non a 32 anni e non dopo un’operazione alla spalla dalla quale ti risvegli, si, ma pieno di dubbi. Maria non è più stata lei, non ha più servito come prima e vederla muoversi a fondo campo (che già non è mai stata una sua virtù peculiare) era diventato uno strazio: «Uno può anche fare le cose giuste – ha ammesso – ma se non credi in te stessa è tutto inutile». Vero. Quando lei perde, ormai, perde una qualsiasi. Forse è questo che più l’addolora. Se al primo turno di un Australian Open esce la futura n. 366 del mondo, chi volete che ci faccia caso? Nemmeno se è Maria, la ragazza che stravolse il tennis a 17 anni prendendosi Wimbledon come se non avesse fatto altro in vita sua. Il suo grunting l’urlo in campo, era diventato un marchio di fabbrica del nuovo tennis femminile, muscolare, occhi dolci e cuore cacciatore, lunghi capelli biondi e ferocia inaudita. Maria ha cercato di rigenerarsi. Le ha provate tutte. Forse anche qualcosa di troppo. Tanto è vero che l’hanno inchiodata per aver fatto uso di Meldonium, il farmaco sintetizzato in Lettonia negli anni 80, si dice, per aiutare le truppe russe in Afghanistan, e messo fuorilegge dalla Wada con provvedimento postumo. Ma in realtà nessuno sapeva a cosa servisse e forse non lo sapeva nemmeno Maria. A quel punto il sospirato ritorno diventava una scalata a mani nude. Da qualche mese Maria si è messa a disposizione di Riccardo Piatti. Doveva essere solo per un breve periodo. Poi la “belva” si è accorta di trovarsi bene a Bordighera. Piatti l’ha accolta e protetta: «Lasciatela lavorare in pace». Anche per lui, uno dei più talentuosi coach del mondo, era una sfida: «Ho allevato e allenato ragazzi ma non mi era mai capitato di confrontarmi con una campionessa così». Forse, dentro, non le va più. Forse ha voglia di un’altra vita. E stata una meraviglia, Maria. In campo la sua testa andava al doppio della velocità delle altre. Aveva una capacità di concentrazione fuori dalla norma. Aveva. Avrà ancora? Cedeva solo a Serena. Ora dice: «Non ho la palla di vetro. Non ho idea di come sarà il mio 2020». […]

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Fognini, che cuore. Sinner alla Federer (Cocchi). Fognini incanala la rabbia e vince (Semeraro). Il predestinato (Azzolini). Eclisse di Masha: fuori dalle 300 (Viggiani)

La rassegna stampa di mercoledì 22 gennaio 2020

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Fognini, che cuore, ribalta pure Opelka. Sinner alla Federer (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Colazione dolcissima per l’Italia del tennis: la rimonta miracolosa di Fognini e il battesimo vincente di Sinner all’Australian Open. Il sollievo dopo la paura e la gioia di una prima volta Slam da fenomeni. Fognini ormai ci ha abituato a tutto, ma la versione double face da un giorno all’altro, dopo l’interruzione per la pioggia, rimarrà tra le memorie più belle della carriera. Fabio riparte sotto di due set (e -0-1 nel terzo), per la prosecuzione della sfida contro Opelka, il giocatore più alto del circuito (2.11) che lo aveva annichilito agli ultimi Us Open, anche se il nostro si era preso la rivincita in Davis. In aggiunta, ha la mano destra martoriata e gonfia per le lesioni che si è procurato malmenando più volte la racchetta. Eppure, si capisce subito che stavolta la musica sarà diversa: Fogna risponde meglio alle seconde dell’americano e dunque può controllare più agevolmente il gioco del gigante. È una partita calda, c’è in ballo tutto: e nel quinto Fabio sbrocca contro l’arbitro Bernardes per un penalty point (spacca un’altra racchetta): «Non mi piaci, non so più come dirtelo, quando ci sei tu mi viene l’ansia. Non sono tranquillo quando sei sulla sedia». Fortunatamente Fabio non perde la concentrazione e nel tie break decisivo rispedisce in aeroporto il gigante yankee. Così, Fognini completa il personale Slam delle rimonte, avendo vinto partite da uno svantaggio di due set a zero in tutti e quattro i Major. Fabio torna in campo nella mattina italiana, contro il giocatore di casa Thompson. Ormai tra i top player è tutto un darsi di gomito: «Oh, ma hai visto Sinner?». Jannik ha vinto a Melbourne contro il qualificato Purcell la prima partita in un torneo dello Slam a soli 18 anni e 5 mesi. Cose da grandi, e anche se in Italia il più giovane a farcela è stato Diego Nargiso al Roland Garros del 1988, Jannik condivide l’età della prima volta con Roger Federer. Non male come precedente. E di sicuro Federer stravede per Sinner. Lo ha più volte voluto come compagno di allenamento, anche in queste giornate australiane, e stimolato sull’argomento ha ancora una volta intessuto le lodi del teenager Italiano: «Sentiremo parlare di lui a lungo — ha detto —. Tira con la stessa forza di dritto e di rovescio, una qualità che ho riscontrato in Aliassime e in pochi altri. In campo è uno spettacolo e per di più è un ragazzo d’oro. Una combinazione di aspetti che adoro».

Fognini incanala la rabbia e vince (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Fabio Fognini, ovvero l’arte dello stupore: proprio e altrui. Abituati da un decennio a vederlo sbroccare nelle situazioni più diverse, ci ritroviamo ora a vederlo trasformato in una sorta di McEnroe in minore. In uno, tanto per capirci, che con la benzina delle incazzature ci vinceva le partite, invece che bruciarsi il serbatoio mentale. Vedi il match giocato, e vinto, in due giorni agli Australian Open contro Opelka, il “noiosissimo” (per Fabio) pivot americano da 211 centimetri che l’anno scorso l’aveva buttato fuori dagli US Open. Qui a Melbourne sembrava spacciato. Sotto due set a zero, nervoso e poco ispirato, era stato salvato dalla pioggia. Nella seconda puntata del un match, però, Fabio non ha mollato. Ha subito approfittato di una pausa di Opelka al servizio all’inizio del terzo set, mentre nel quarto è stato invece l’americano a perdere il controllo, infuriandosi per un warning su una “time violation” e arrivando a dare anche del «patetico» al giudice di sedia Carlos Bernardes. Fabio ne ha approfittato per scucirgli il set, e nel quinto – dopo essersi beccato a sua volta un penalty point e nonostante uno scambio avvelenato con Bernardes («non ti voglio più vedere arbitrate, ma tanto danno retta solo a Nadal…») – ha chiuso con un tie-break lucidissimo (10 a 7, in Australia si gioca con il formato più lungo) dopo 3 ore e 18 minuti complessivi. […] Stamattina alle 9 al secondo turno gli tocca il numero 66 del mondo, l’australiano Jordan Thompson, con cui non ci sono precedenti, e vedremo se Fabio saprà stupirci ancora. […]

Il predestinato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

C’è sempre una prima volta, e in talune occasioni c’è persino l’ottava. Potranno sembrare annotazioni superficiali, in un tennis che sempre più spesso gioca con i numeri e lancia statistiche come fossero coriandoli. Ma fra la prima di Jannik e l’ottava di Fabio, corrono i nuovi e gli antichi fasti del nostro tennis, il futuro che tutti aspettano e quel che resta di un passato che ha ancora voglia di stupire. I diciotto anni di Sinner si sono fatti largo anche all’altro capo del tennis. Lo conoscono tutti, a Melbourne, almeno così dicono. E se non è del tutto vero, poco importa, perché ne parlano in tanti e vogliono vederlo. Tanto più dopo le presentazioni di John McEnroe e di Roger Federer, che senza lasciare troppo spazio ai dubbi, l’hanno insignito del ruolo più difficile da sopportare che vi sia. Quello del predestinato, l’erede dei campioni che lo hanno preceduto. «Ha davanti a sé una carriera ricca di vittorie importanti», ha detto McEnroe. E Federer non si è risparmiato, lui sempre attento e misurato, nei pensieri e nelle parole. «E’ impressionante, sa usare tutti i colpi a una velocità pazzesca e ha gambe rapidissime». Così, l’impresa di giornata è di quelle che nemmeno stupiscono. La prima vittoria in uno Slam. A Melbourne Sinner si è affacciato per la seconda volta in un tabellone del Grande Slam, la prima grazie a una classifica giunta a un passo dal numero 70. Passa le qualifiche a New York, e perde da Wawrinka. Qui l’hanno sorteggiato con un australiano ventenne, Max Purcell, e lui l’ha tenuto a bada. Non gli ha permesso di andare in fuga nei primi scambi della giornata iniziale, e quando ieri si sono ritrovati in campo per riprendere la disfida, gli sono bastati due game (e un nuovo break) per sistemare la pratica. […] «Sono qui per provare ad andare avanti», dice, con la convinzione che riesce a estrarre dalla giovanile timidezza. «Non ci sarà il match con Shapovalov, pazienza, mi sarebbe piaciuto. Ne parlavano in tanti, ma si erano dimenticati che dovevamo ancora vincere il primo turno. Me la vedrò con Fucsovics, che conosco poco. E un ottimo ribattitore, ma dovrò studiare bene che cosa fare, insieme a coach Piatti». L’obiettivo? Niente di roboante. «Ogni partita che gioco mi offre un infinità di cose da imparare. Giocarne molte è l’obiettivo. Diventare forte, credibile. Vedremo se ne sarò capace». L’impresa di Fognini è di natura diversa. Nasce dalla volontà di resistere, e dalla necessità di fare continuamente i conti con se stesso (oltre che con l’arbitro). Ma ribaltare un risultato negativo contro Reilly Opelka è come scalare una montagna. Di buono c’è che Fabio è maestro nei ribaltoni. Questo è l’ottavo della serie.[…]

Eclisse di Masha: fuori dalle 300 (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

C’era anche il nuovo compagno di allenamenti Jannik Sinner a seguire Maria Sharapova, nel suo match di esordio agli Australian Open 2020, ieri nella Rod Laver Arena. Peccato però che l’avversaria dell’ex Tigre Siberiana fosse la lanciatissima Donna Veldc, ormai affrancatasi dall’etichetta di ex fidanzata di Stan Wawrinka e numero 20 del mondo, dopo aver raggiunto i quarti degli US Open 2019. E così la partita è durata appena 1h21′: 6-3 6-4 per la croata, che era la favorita del match. «Non so se ci vedremo il prossimo anno, non lo so», le esplicite parole della Sharapova, che a 32 anni fatica ad avere ancora uno spazio significativo nel circuito pro, in cui ha debuttato nel 2001, nel giorno del 14° compleanno. Da allora ha conquistato 36 tornei e il suo nome compare nell’albo d’oro dei quattro Slam (ha trionfato a Wimbledon quando era 17enne). Adesso però non vince un match dall’agosto scorso (Cincinnati, 1° turno contro Alison Riske), non ne vince due di fila dall’Australian Open 2019, non batte una Top 20 (Caroline Wozniadd) dallo stesso AO 2019 ed è alla terza eliminazione consecutiva al l° turno in uno Slam. Maria era arrivata a Melbourne da 145 del mondo e solo una wild card le aveva assegnato un posto nel tabellone principale. L’anno scorso, colpa della spalla destra spesso mal messa, ha disputato in tutto appena otto tornei. Nello Slam australiano arrivò agli ottavi (sconfitta contro Ashleigh Barty, attuale n.1 del ranking) ma adesso perderà quei preziosi 240 punti Wta conquistati allora e sprofonderà almeno al n. 366, posizione che potrà anche peggiorare da qui alla conclusione degli AO e soprattutto dopo due settimane di tornei minori che invece porteranno più in alto altre giocatrici attualmente dietro di lei. Lasciando da parte la… fuoriuscita del 2016 per la positività al meldonium, era dall’estate 2002 che la Sharapova non si trovava fuori dalle Top 300: solo che allora era poco più che 15enne. La nuova classifica in futuro le consentirebbe di essere ammessa solo ai tornei Itf e non certo a quelli Wta, specie i più importanti. Tùttavia, in quanto vincitrice di Slam, ci sarà sempre una wild card a sua disposizione in ogni torneo. «Inutile riparlare della mia lotta con i problemi alla spalla, di tutto quello che ho passato. Pensavo di giocare meglio, qui a Melboume, ma non è andata come avrei voluto: fare le cose giuste non ti garantisce certo di vincere e andare avanti. Con Riccardo Piatti ho lavorato e lavoro bene, continuerò con lui come coach. Il mio futuro? Non ho la palla di vetro, non so se tra un anno sarò ancora qui».

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Berrettini c’è. Djokovic fa 900 (Semeraro). «Come un Joker con la racchetta» (Cocchi). Berrettini oltre il suo punto debole (Clerici). Serena è regale anche nel gossip (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 21 gennaio 2020

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Berrettini c’è. Djokovic fa 900 (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Poteva andare storta. Nel senso della caviglia, visto che Matteo Berrettini durante l’allenamento della vigilia aveva messo male il piede e aveva iniziato a pensare ad un accanimento della jella, dopo l’infortuno agli addominali che lo ha costretto a saltare l’Atp Cup. Invece nel debutto agli Australian Open, tormentati ieri dalla pioggia che ha preso (temporaneamente) il posto dei fumi tossici, contro la wild card Andrew Harris, numero 165 del mondo, è andato tutto liscio: 6-3 6-1 6-3 in un’ora e 56, e la prima vittoria in carriera nel tabellone di Melbourne che va in archivio. «Ero parecchio nervoso all’idea che appena uscito da un infortunio potevo rischiare subito un altro stop», ha confessato Matteo. «Non so cosa sia successo durante la notte, ma la mattina mi sono sentito improvvisamente bene. Sono davvero sorpreso, e contento sia per come ho giocato, sia per la condizione fisica. E la notizia più bella di tutte è che sono riuscito a reagire alla difficoltà, accettando la sfida anche se non ero al 100 per cento. C’erano già incertezze e preoccupazioni dal lato fisico. Il fatto che non ci siano state altre preoccupazioni nella partita è stato merito mio. E per ora va bene così». Il suo avversario al secondo turno è il vincitore del match fra Tennys Sandgren e Marco Trungelliti (in programma nella notte italiana). Un altro match alla sua portata, caviglia permettendo. Il primo scossone nel tabellone maschile è arrivato dall’eliminazione di Denis Shapovalov, caduto in quattro set sotto il martello ungherese di Marton Fucsovics. […] Nessun problema invece per Roger Federer; che ha cancellato in tre set facili facili i sogni di Steve Johnson. Qualche affanno in più per Novak Djokoyic, che ha lasciato un set al molto coriaceo Jan- Lennard Struff , ma si è guadagnato la vittoria numero 900 nel tour.

«Come un Joker con la racchetta» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Dodici mesi fa la sua avventura all’Australian Open si interrompeva all’esordio. Allora, dall’altra parte della rete c’era Stefanos Tsltsipas, fresco campione delle Next Gen Finals di Milano e in piena ascesa, tanto che arrivò in semifinale a Melbourne. Questa volta Matteo Berrettini si è presentato al primo appuntamento Slam del 2020 da numero 8 al mondo, e contro la wild card australiana Andrew Harris la giornata non è stata delle più impegnative: 6-3 6-4 6-3. I dubbi della vigilia sulle condizioni fisiche dell’azzurro sembrano essersi volatilizzati. Matteo, eravamo un po’ in ansia: alle finali di Davis a Madrid era completamente prosciugato, poi ha saltato la Atp Cup. Adesso come sta? «Molto meglio, ho avuto tempo di recuperare, mentalmente e fisicamente dall’infortunio agli addominali, però in allenamento con Djokovic qui ho avuto un problema alla solita caviglia destra. Ero preoccupato, poi quando mi sono svegliato prima del match stavo bene, ero carico, e adesso non vedo l’ora di scendere in campo di nuovo».

Off season a Montecarlo, la sua nuova città…

Ho sfruttato lo stop forzato per il problema fisico e ne ho approfittato per fare qualche giorno di vacanza e staccare anche un po’ dal tennis. Ho visto Joker al cinema, un capolavoro assoluto. Joaquin Phoenix straordinario, non ho parole.

Joker in lotta col potere, in qualche modo come voi della nuova generazione. tutti contro i big 3

Insomma, loro sono dei fenomeni incredibili. Affrontarli è sempre una lezione, un arricchimento. Però è bello vedere che anche noi giovani stiamo crescendo. Una delle cose che più mi piace di essere un giocatore conosciuto è ricevere l’apprezzamento dei ragazzi che mi seguono. È una responsabilità, però è bello sentirsi un esempio. Un po’ di tempo fa un ragazzo mi ha scritto che ispirandosi a me, uno che non molla mai, è riuscito a finire gli ultimi esami in cui era in difficoltà. Insomma, per me è una motivazione in più a non arrendermi agli incidenti di percorso.

Esperienza dopo esperienza è arrivato al numero 8 del mondo. Cosa ha imparato dalla stagione passata?

Che è importante rimanere ancorato a quello che mi ha portato fino a qui. Perché può essere facile sbarellare e sentirsi onnipotenti, capaci di gestire tutto da soli. Bisogna affidarsi, fidarsi, stare con persone che ti vogliono bene. Il mio coach Vincenzo Santopadre, i miei genitori, il manager Corrado fino a Stefano, il mio mental coach, sono persone di cui mi fido ciecamente. Il 2020 sarà ancora più impegnativo, però sono curioso di vedere come andrà. Farò i tornei più importanti, avrò modo di migliorare e crescere ancora. Potrò mettermi nuovamente alla prova con avversari impegnativi e questa è una delle cose che più amo del mio lavoro. […]

Berrettini oltre il suo punto debole (Gianni Clerici, La Repubblica)

Lo Slam più infuocato del mondo è iniziato con la pioggia, che ha costretto a giocare solo sui tre campi indoor, previsti dal Direttore Craig Tiley per sfuggire invece all’aria rovente. Hanno giocato in pochi, e tra questi 4 italiani. Matteo Berrettini si è lagnato della propria caviglia destra, distorta in un impegnativo allenamento con Nole Djokovic, che lo rendeva meno efficiente sul rovescio nel facile match contro l’australiano Harris. Lui stesso ha il suo punto più debole nel lato destro del corpo, sebbene il suo allenatore Santopadre insista che non è tanto importante e che un punto più debole, o meno forte, bisogna pur averlo. Chissà qual è quello di Federer, che ha giocato a nascondino senza rintracciare, nel palazzo dove abita, uno dei suoi quattro gemelli. Ricordo che ha giocato in allenamento con Sinner, come Djokovic e Nadal, e il riscaldamento con i grandi deve aver migliorato le condizioni del nostro giovane gioiello, che invece aveva perduto ad Auckland contro il francese Paire. Sinner, per il quale il coach Piatti si era lamentato delle critiche sulle sconfitte nei due ultimi tornei, ha detto che dalle scelte dei campioni è onorato e ha solo da imparare. Tra gli altri incontri, dignitosa sconfitta di Caruso contro Tsitsipas che sembra in gran forma. La bambina Gauff ha nuovamente battuto la sua nonna Venus, mentre Barty ha impiegato il primo set a ritrovare se stessa, e Martina Trevisan è stata sconfitta da Kenin. Mi ricordo che un giorno incontrai sull’auto del torneo un’altra italiana che mi disse: «Mi hanno lasciata iscrivere». Qualche hanno dopo era in finale a Parigi. Si chiamava Errani.

Serena è regale anche nel gossip (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Datele una vittoria, anche poco significativa (lo era quella di Auckland?) e Serena si prenderà uno Slam intero. E ancora lei la regina, c’è poco da fare. L’unica in grado di unire tennis d’alto bordo e gossip d’alto lignaggio, battute che incantano e amicizie che tutto il mondo invidia. Pensate che la conferenza stampa possa davvero girare intorno alla sua spedita vittoria sulla giovane e volenterosa Potapova? Via, un cenno basta e avanza. Prima c’è da capire che cosa Serena pensi di Meghan Markle e del principe Harry, poi c’è la foto con dedica pubblicata su Instagram da Naomi Osaka, infine la sua amicizia con Dustin Martin, campione del calcio australiano, che purtroppo non potrà seguirla in questo torneo, perché è troppo in vista, e «i tifosi di Melbourne non gli permettono nemmeno di uscire di casa». Serena fa la sua recita, ma non cade nei trabocchetti. Le chiedono se sia dalla parte di Meghan, la sua amica, in questa vicenda che sta allontanando la coppia dalla real casa britannica, e lei frena in tempo. «Non ho niente da dire, tengo tutto per me. Sono grandi amici, nutro un profondo rispetto per loro. Comunque, bravi, è stato un ottimo tentativo chiedermi di loro come prima domanda di questa conferenza stampa. Peccato che sia rimasto solo un tentativo. Provateci ancora». La foto con Naomi, cui la giovane giapponese ha aggiunto una didascalia appropriata… “Con la mamma‘: Serena fa un po’ di moine, «Beh, proprio mamma, via… Certo, lei mi piace molto, la trovo deliziosa come persona e bravissima in campo, potrebbe essere davvero una splendida sorella per mia figlia. Olympia va pazza di Naomi».

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