Nishikori come Murray: salterà ATP Cup e Australian Open

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Nishikori come Murray: salterà ATP Cup e Australian Open

Il giapponese perderà più di 600 punti e quasi certamente uscirà dalla top 20. All’Australian Open 2019 aveva raggiunto i quarti di finale

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Kei Nishikori - Brisbane International 2019 (foto via Twitter @BrisbaneTennis)

Kei Nishikori sarà costretto a saltare l’intera trasferta australiana per effetto dell’infortunio al gomito destro, operato in ottobre. Stesso destino di Andy Murray, che qualche giorno fa aveva comunicato il suo intero forfait down under.

Nel caso del giapponese, numero 13 del mondo, la rinuncia finirà per essere parecchio più dolorosa in termini di classifica. Nishikori avrebbe infatti dovuto difendere la vittoria del torneo di Brisbane (250 punti) e i quarti di finale raggiunti a Melbourne (360 punti), dove, esausto dopo il lunghissimo e contestatissimo ottavo di finale scippato a Carreno Busta, si ritirò sotto 6-1 4-1 contro Djokovic. Dal suo totale in classifica evaporeranno tanti punti da costringerlo quasi certamente all’uscita dalla top 20.

L’entry list aggiornata dell’Australian Open

 

Quanto all’ATP Cup, l’assenza di Nishikori modifica le ambizioni del Giappone. Se giocarsi la vittoria del Girone B – capeggiato dalla Spagna – sembrava impresa ardua già in principio, senza il suo miglior giocatore per il Giappone sarà ancora più difficile gareggiare per uno dei due posti di migliore seconda. Innanzitutto, per non scivolare oltre la seconda piazza nel proprio raggruppamento, dovrà difendersi dagli attacchi di Uruguay e Georgia.

Il ritorno in campo di Kei Nishikori dovrebbe avvenire a New York, a partire dal 10 febbraio. Il giapponese proverà a difendere in terra statunitense i 180 punti della semifinale di Rotterdam, torneo a cui – salvo sorprese – ha deciso di non partecipare nel 2020.

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Ferrer nuovo coach di Zverev? Periodo di prova a Montecarlo

Alexander Zverev assume in prova David Ferrer come possibile nuovo coach per la stagione sulla terra battuta

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Alexander Zverev - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo la tempesta mediatica che lo ha investito lo scorso weekend a causa della sua sortita a un beach party di Montecarlo mentre avrebbe dovuto essere in isolamento, Alexander Zverev (n.7 ATP) è tornato a concentrarsi sulla sua carriera tennistica e secondo fonti riportate dal sito spagnolo Marca potrebbe essere in procinto di assumere David Ferrer come suo allenatore.

Il sodalizio potrebbe iniziare ufficialmente durante la prossima stagione sulla terra battuta in programma tra settembre e ottobre, mentre per il momento i due si sono accordati su un periodo di prova di 15 giorni che si svolgerà a Montecarlo, dove Zverev risiede e dove si trova in questo periodo.

Ferrer ha appeso la racchetta al chiodo alla fine del Mutua Madrid Open 2019 durante il quale fu sconfitto al secondo turno proprio da Sascha Zverev, contro il quale era uscito vittorioso poche settimane prima sul cemento del Miami Open in quella che era stato il suo ultimo ruggito da campione.

 

Non è la prima volta che il tedesco cerca un sodalizio con un ex campione di grande caratura (ricordiamo che Ferrer è arrivato fino al n.3 del ranking mondiale, con una finale al Roland Garros raggiunta nel 2013), ma nelle precedenti occasioni le cose non sono andate troppo bene. Verso la fine del 2017 Zverev aveva iniziato a collaborare con l’ex n.1 spagnolo Juan Carlos Ferrero, ma il loro rapporto di lavoro si interruppe molto bruscamente nel febbraio dell’anno successivo quando l’iberico venne licenziato in tronco a causa di “insormontabili differenze professionali”, con strascico di scaramucce poco simpatiche a colpi di interviste sui giornali.

Pochi mesi dopo era stata la volta di Ivan Lendl ad assumere il ruolo di coach di Zverev (che viene sempre e comunque seguito anche dal padre Alexander Senior), nell’agosto del 2018, conducendo il tedesco alla vittoria nelle ATP Finals a fine novembre. Poi però anche lì divergenze sulla pianificazione e sullo stile di vita fuori dal campo avevano fatto allontanare i due, fino a che a fine luglio 2019 era stato Lendl a comunicare ufficialmente la fine della sua collaborazione con Zverev.

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Panatta: “Io pigro? Leggenda da sfatare. Snobbavo Wimbledon. Il migliore? Sarà sempre Federer”

Intervista di Gaia Piccardi per il Corriere della Sera ad Adriano Panatta, che farà 70 anni il 9 luglio : “Il match con Dupré a Wimbledon il più grande rimpianto. Odiavo l’erba. Ho avuto più amici che nemici. Le statistiche di Djokovic non mi interessano. Federer è e sarà sempre il più grande”

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Adriano Panatta - Roland Garros 2016 (foto di Roberto Dell'Olivo)

Il prossimo 9 luglio Adriano Panatta compirà 70 anni. Per l’occasione, il protagonista della leggendaria tripletta del 1976 (vittoria a Roma, al Roland Garros e in Coppa Davis) è stato intervistato da Gaia Piccardi per il Corriera della Sera.

A proposito del magico 1976, Adriano si rivela sempre un po’ schivo nel parlare di sé e dei suoi successi: “Possiamo fare finta che non ho mai vinto nulla e parlare d’altro?“. E conferma anche il suo distacco nei confronti dei trofei e cimeli che possano ricordargli i suoi anni d’oro in campo: “È vero: non ho una coppa. Ho perso tutto. Non è un vezzo, giuro. Ho fatto tanti di quei traslochi in vita mia…”. Sparita anche la maglietta rossa che a Santiago si dice abbia fatto infuriare Pinochet?Tutto! Non sono un feticista, l’idea del salotto-museo mi fa orrore. Non l’ho mai detto a nessuno, conservo un’unica cosa: la pallina del match point contro Vilas a Roma, una Pirelli. Se la fece regalare mio padre Ascenzio, custode del Tc Paioli. Quando è mancato, riordinando casa, l’ho trovata. Poi è sparita di nuovo, misteriosamente. L’ha ripescata di recente mia figlia Rubina in un cassetto. È sbiadita, dura come un sasso. E con il tempo si è rimpicciolita, come i vecchi”.

E poi un bilancio sulla sua personalità e le sue amicizie. Due in particolare, con due grandi del cinema italiano, Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi. “Penso di essere stato una brava persona, con tutti. Non ho sospesi. Non sono vendicativo, non serbo rancore. Ho avuto parecchie delusioni però poi scordo tutto: nomi, cognomi, motivo dei contrasti… Comunque ho una certezza: ho avuto più amici che nemici“. 

 

Paolo Villaggio?Un uomo di cultura mostruosa e intelligenza straordinaria. Un fratello, un fuoriclasse, un genio assoluto. Paolo sosteneva ci fossimo conosciuti a Cortina, dove a metà pomeriggio faceva aprire i ristoranti per mangiare polenta e capriolo. Ci divertivamo con poco, non parlando mai né di cinema né di tennis. Lo adoravo perché sapeva sempre sorprendermi“.

E Ugo Tognazzi?. “Irresistibile, quando era in forma. Dopo Roma e Parigi, mi ero messo in testa di vincere Montecarlo. Nell’81 sto giocando bene, sono tirato a puntino: arrivo in semifinale contro il solito Vilas. La vigilia piombano in riviera Paolo e Ugo. Voglio cenare alle otto e andare a letto presto, dico. Come no. Si presentano alle undici, ci sediamo a tavola a un’ora assurda, la serata finisce alle tre del mattino tirando fuori Ugo che vomita da un cespuglio. Il giorno dopo, non vedo palla: Vilas mi massacra.

Quindi è vero: se fosse stato meno viveur e meno pigro avrebbe vinto molto di più... “Questa è una leggenda da sfatare: io non sono pigro, è che mi hanno dipinto così. Il romano, disincantato, accidioso… Ma de che? Certo non ero Borg, ma non farei mai cambio. Non mi allenavo come Vilas, però nemmeno passavo le giornate a poltrire. La verità è che avevo un gioco molto rischioso, da equilibrista, senza margini, che mi richiedeva di essere sempre al cento per cento. E poi avevo tanti interessi, mica solo il tennis. Certo tornassi indietro, sono sincero, alcune cose non le rifarei”.

Si torna indietro nel tempo, pensando al torneo di Wimbledon, e a quel malaugurato match di quarti di finale contro Dupré: «Non me lo perdono, il più grande rimpianto della carriera. Ho sempre snobbato Wimbledon, non me ne fregava niente: gli inglesi, le loro tradizioni, l’erba su cui la palla rimbalzava da schifo… Levava la parte artistica dal gioco, la odiavo”.

Sul tennista più grande di tutti, Adriano non ha dubbi: “Facile, Roger Federer. Le statistiche a favore di Djokovic non mi interessano. Io guardo il complesso: lo stile, la mano, la completezza. Federer è, e sempre sarà, quello che gioca a tennis meglio di tutti gli altri“.

In campo sentimentale, resta celebre la love story con la cantante Loredana Berté. Fu lo stesso Adriano a presentarla un giorno all’amico Borg, che poi la sposò: “[…] è passato tanto tempo. Però con Loredana ci siamo voluti bene. […].

E che ne pensa l’ex campione azzurro della gestione della sua Roma oggi? “Sono stato consigliere comunale nella giunta Rutelli, so per esperienza che è una città difficilissima da governare: solo il Tuscolano è grande come Firenze, cento comuni, una provincia sconfinata… Troppi meandri incancreniti. Vedere Roma ridotta così, oggi che vivo a Treviso, mi fa male ma non voglio giudicare la sindaca Raggi, che non conosco. Ci vorrebbe una svolta coraggiosa e non vedo nessuno con le caratteristiche adatte […]”.

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Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: “Non vado a cuor leggero a New York”

Il vantaggio di allenarsi con Tsitsipas. Il ricordo di WImbledon, prima e dopo Federer. Matteo Berrettini parla anche del nuovo format di Mouratoglou

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tra la sconfitta di ieri contro Tsitsipas nella settima giornata dello Ultimate Tennis Showdown, il nuovo circuito messo in piedi da Patrick Mouratoglou, e la sfida di oggi (ore 18:30) contro Popyrin in un match decisivo per la qualificazione, Matteo Berrettini si è ritagliato un po’ di tempo per farsi intervistare in diretta su Facebook.

C’è stato qualche piccolo problema tecnico ieri sera, quando vi avevamo promesso di andare in diretta alle 19:30, e quindi siamo andati LIVE questa mattina. Mi avete visto un po’… emozionato? Beh, in fondo è normale: ero pur sempre con il numero uno d’Italia!

Trovate qui il video della nostra intervista:

 

In partenza abbiamo commentato la sua esperienza nel nuovo circuito di Mouratoglou. “Si usano più facilmente la carta del vincente che vale triplo e quella per rubare il servizio all’avversario. Mi sento bene fisicamente; è un tennis diverso, le partite sembrano andare in una direzione e poi può succedere di tutto. Nonostante il lungo stop, però, mi sento pronto per ricominciare. Questo evento è molto divertente ed è utile per avvicinarsi agli eventi ufficiali“. Berrettini però ci rassicura: ha giocato per troppo tempo con le regole classiche e ad agosto non avrà certo dimenticato come si fa.

Sulla partita con Tsitsipas, finita al ‘Sudden Death‘ (il quarto decisivo), Matteo commenta così “Un pochino troppo estremo!“, mi dice. “Però sto giocando partite di livello con avversari di livello – Goffin, Feliciano Lopez – e anche questo ha contribuito a farmi raggiungere la condizione che ho adesso“. A Montecarlo si è allenato anche con Sinner: “Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro“.

CAPITOLO US OPEN – “In questo momento veniamo testati due volte a settimana, e qui in Francia la situazione non è grave come a New York” esordisce Matteo. “Adesso la situazione negli Stati Uniti è nettamente peggiore; hanno trovato casi positivi sia in NBA che nel tennis stesso (si riferisce alla positività di Tiafoe, ndr). L’idea è quella di andare, ma bisogna vedere l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Per queste cose ci vuole un parere scientifico“.

Matteo sta pensando di soggiornare in hotel, dovesse effettivamente partecipare allo US Open. “Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino” dice senza mezzi termini – e con un pizzico di apprezzata saggezza. “A cuor leggero credo che in questo momento non si faccia nulla, e se dovessi decidere di andare lo farei seguendo con tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli“. In ogni caso, per Berrettini sarà difficile avere tutte quelle persone a New York senza avere neanche un positivo.

Matteo fa poi una giusta puntualizzazione: “Senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, a quel punto i successivi tornei diventano un po’ un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché andrebbe a influenzare tutta la programmazione“.

WIMBLEDON, VECCHIE RACCHETTE… E PROGRAMMI PER IL FUTURO – “La partita con Roger mi rimarrà dentro… sia per il punteggio, che per aver giocato contro di lui sul centrale. Un’emozione forte” (e qui gli ricordo, mio malgrado, del mio pronostico azzeccato… al contrario!). “Colpa mia, mica tua…” scherza Matteo. “Non ho servito bene, ed è successo. Ma a parte quello, è stata incredibile anche la partita precedente con Schwartzman, o quella con Baghdatis perché era la sua ultima partita. Sicuramente Wimbledon mi manca, mi mancano i tornei ‘normali’ e viaggiare”.

Lunedì mattina sarò a Kitzbuhel e giocherò martedì“, dice Matteo del suo prossimo impegno, l’esibizione ‘Thiem’s 7’. L’impegno si sovrappone in parte con le eventuali fasi finali dell’Ultimate Tennis Showdown, in programma domenica prossima: “Anche se dovessi fare il meglio possibile a Kitzbuhel, riuscirei a tornare qui in tempo per le semifinali. Probabilmente domenica mattina: nel caso, qualcosa mi inventerò!“.

In chiusura, gli chiedo se ha mai impugnato una racchetta di legno: “L’ultima volta ci ho giocato quattro o cinque anni fa con Vincenzo Santopadre. Lui giocava benissimo, era fastidiosissimo! Io per le mie impugnature facevo un po’ fatica, quindi alla fine ho impugnato continental e giocavamo solo slice… ma mi sono reso conto che, probabilmente, il mio gioco avrebbe pagato molto meno con quelle racchette“.

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