Djokovic: "Non realizzerò mai davvero quello che ho fatto, se non dopo il ritiro"

Interviste

Djokovic: “Non realizzerò mai davvero quello che ho fatto, se non dopo il ritiro”

Nole è molto disponibile con la stampa dopo la sua vittoria in Australia

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Dopo la vittoriosa finale degli Australian Open, che gli è valsa il suo ottavo titolo in Australia e il suo diciassettesimo Slam in assoluto, Novak Djokovic si è presentato comprensibilmente sereno alla conferenza stampa post-match. E la prima domanda, normale seguito della ‘scommessa’ tra i due pre-torneo, è proprio del nostro Direttore.

NOVAK DJOKOVIC: So quello che vuoi dirmi (guardando Ubaldo, ndt).
Ubaldo Scanagatta: Hai vinto 3 Slam in dodici mesi. 8 Australian Open. Prima volta che rimonti dal punteggio di due set a uno. Come puoi migliorare queste statistiche?
NOVAK DJOKOVIC: Vai avanti. Not…
Ubaldo Scanagatta: Penso sia “Not too bad”
NOVAK DJOKOVIC: Not too bad (ride).
Ubaldo Scanagatta: Come pensi di poter migliorare queste statistiche? Sono incredibili.
NOVAK DJOKOVIC: Ti ringrazio. Ovviamente sono grato di aver avere avuto un’altra opportunità per vincere l’Australian Open. In questo momento della mia carriera gli Slam sono le cose più importanti. Hanno la priorità. Prima che inizi la stagione mi metto in forma per questi eventi per essere al massimo del mio tennis e delle mie capacità fisiche e mentali.
Ci sono molte statistiche di cui sono orgoglioso, ma non gli do così tanto peso. Certamente mi rendo conto che c’è un sacco di storia del tennis in ballo. Ho degli obiettivi professionali. I tornei dello Slam sono una delle principali ragioni per cui ancora gioco tutta la stagione, cercando di diventare il numero 1 della storia, che è uno dei miei altri grandi obiettivi. Mi sono messo in un’ottima posizione al momento. Sono molto contento di come ho iniziato la stagione e penso che sia un’ottima base per il resto dell’anno. Ho avuto il privilegio di vincere questo magnifico torneo per otto volte. Quando inizi la stagione vincendo uno Slam ti senti più sicuro e le tue aspettative sono alte per il resto della stagione. Ma qualunque cosa succeda, la stagione per me è già di successo. Cosa posso migliorare? Ci sono tante cose che potrei migliorare nel mio tennis. Questo mi da la motivazione per allenarmi tutti i giorni, c’è sempre qualcosa su cui lavorare e ci sono sempre altri trofei da vincere.

Un anno fa eravamo con te ad analizzare la tua partita con Rafa. Una grandissima partita. Che visione hai della partita di stanotte?.
Direi molto animata. È iniziata bene, avendolo breakkato subito. Sentivo di avere l’esperienza dalla mia parte, essendo la sua prima finale. Questo break arrivato così presto è stato molto importante per me, poi si è ripreso il break ma ho vinto il primo set. Ho giocato un pessimo game ad inizio secondo set con due doppi falli. Dopo aver perso il secondo mi sentivo molto male in campo, non avevo energie. Onestamente non capisco ancora come sia successo, ho fatto quello che faccio di solito prima delle partite, ero ben idratato e tutto. Nonostante ciò il dottore mi ha detto che non ero abbastanza idratato. Ho recuperato la forza durante la metà del quarto set e sono rientrato del match. Ero davvero sull’orlo della sconfitta. Dominic è fortissimo e gioca con una forza incredibile nei colpi, specialmente con il dritto. Usa molto bene lo slice e mi ha spezzato il ritmo ad un certo punto. Ha giocato meglio di me, penso che solo un piccolissimo margine ci abbia diviso stasera, sarebbe potuta andare diversamente. Ho fatto serve&volley sulle palle break nel quinto e nel quarto ed ha funzionato, anche lì sarebbe potuta andare a suo favore. Non uso spesso il serve&volley, non sono abituato. Mi rendo conto che è una tattica molto importante in certe circostanze e sono contento abbia funzionato.

Quando senti il tuo nome associato allo Slam numero 17 della tua carriera, come ti senti? Sei impressionato o pensi ‘ancora altri 4 per il record’?
Entrambi, ne stavo parlando col mio team ed altre persone poco dopo il match, dopo che mi avevano chiesto come mi sentissi. Mi sento davvero stanco. Il mese qui in Australia è stato lungo ma pieno di successi. Penso che non realizzerò mai davvero tutte le cose che ho fatto in carriera se non quando mi ritirerò dal tennis. L’intensità della stagione tennistica, specie se giochi l’intera stagione come penso farò per i prossimi anni, non ti lascia tempo di riflettere e gioire di uno Slam. Già tra qualche settimana giocherò un torneo da qualche parte del mondo. Non lo reputo per niente scontato, non fraintendetemi. Sono molto felice e grato per quello che mi accade. Allo stesso tempo non penso di essere in grado di capire tutto quello che sta succedendo finché non tornerò a casa a rilassarmi con la mia famiglia.

Cosa ti sei detto alla fine del terzo set? Ti sentivi abbastanza bene fisicamente per pensare di rimontarla?
Non mi sentivo per niente bene. Stavo tentando di stare dietro mentalmente ed emozionalmente perché ero veramente deluso. Ero un po’ sorpreso, considerando che prima del match mi sentivo davvero bene. I primi due set soprattutto. Ma è qualcosa che devi accettare che possa accadere, queste circostanze ti inducono a provare a restare in partita. Sono riuscito a cambiare le cose quando ho dovuto annullare un break point ad inizio quarto set. Ho cominciato a servire più veloce, a muovermi meglio e a fare meno errori rispetto ai due set precedenti. Ho sentito di avere un opportunità e l’ho colta. Il quinto set potevamo vincerlo entrambi, e sapevo che ottenere subito un break sarebbe stato cruciale. Ho avuto di nuovo il vantaggio mentale ed è bastato per vincerla.

Quando eri sotto 1-2 era saltata fuori la statistica che non avevi mai vinto una finale di uno Slam sotto 1-2. Mi chiedevo se tu ci pensassi durante il match. Sulla TV si è visto che il tuo angolo ha mischiato qualcosa in un drink, una polvere o cose del genere, che poi ti sei fatto portare da un raccattapalle. Ti volevo chiedere cosa fosse e come ha influito sulla tua condizione fisica.
Non avevo questa statistica. Non sapevo di non esserci mai riuscito quindi non ci ho proprio pensato. I liquidi erano una pozione magica che il mio fisioterapista prepara nel suo laboratorio. Posso solo dire questo (sorridendo, ndt).

Poco fa hai parlato della volontà di essere il numero uno di sempre, forse la competizione che c’è tra te, Federer e Nadal. Penso che prima nemmeno immaginassi che fosse una possibilità. Potresti dirmi il momento in cui ti sei reso conto che potevi far parte di quella élite?
Mi riferivo più agli Slam. Durante la prima parte della mia carriera, sognavo di vincere più Slam possibili. Quando ho cominciato a vincere un paio di Slam all’anno lì ho cominciato a pensare di poter superare Federer e Sampras. Essere il numero 1 non è mai stato un pensiero fisso. Il numero 1 non era in discussione per me finché non ho finito da numero uno per molti anni di fila. Non riesco ad identificare bene il momento in cui ho cominciato a pensarci. Sicuramente è uno dei miei grandi obiettivi.

Cosa ne pensi delle due time violations che ti sono state chiamate? E durante il cambio di campo hai toccato il piede dell’arbitro, che è contro il regolamento. Pensi che sia stata una decisione sbagliata?
Pensavo che il secondo warning non fosse necessario. Il primo ok, ma il secondo non era necessario per le circostanze. Pensavo che avrebbe potuto reagire meglio alla situazione. Questo tipo di cose cambiano la direzione di una partita, ed era un game molto importante. Sul 4-4 l’ho breakkato di nuovo, mi sono rimesso in partita e ho perso il game e poi il secondo set. Ha completamente cambiato la partita. Non pensavo che non fosse concesso toccare l’arbitro, non è stato un gesto aggressivo. Abbiamo avuto degli scambi verbali ma nessun insulto, anche perché avrei ricevuto un avvertimento. Ora che me lo dici, anzi, lo ringrazio di non avermi dato un warning.

Tu e gli altri due big 3 riuscite sempre a cavarvela anche in circostanze avverse. Cosa pensi sia la chiave per farlo così spesso?
È difficile parlare per Roger e Rafa. Ho il massimo rispetto per loro e li ammiro per i risultati che hanno raggiunto e per quello che sono dentro e fuori dal campo. Posso parlare per me, e penso che abbiamo tutti preso traiettorie differenti nelle nostre vite, siamo cresciuti in circostanze e paesi differenti. Io sono cresciuto in Serbia durante molte guerre negli anni ’90, erano tempi difficili, c’era l’embargo e dovevamo aspettare in fila per pane, latte, acqua e altri beni di prima necessità. Questo tipo di cose ti rendono più affamato di successo in qualsiasi cosa tu scelga di fare. Penso che da qui sia nato tutto, dal fatto che assieme alla mia famiglia sono emerso da circostanze molto difficili Mi ricordo sempre da dove sono partito e mi da la motivazione per andare avanti. È sicuramente una delle ragioni per cui trovo sempre una marcia in più nelle avversità.

IL VIDEO COMPLETO DELLA CONFERENZA

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Sinner: “Ora prevale la delusione. Sulla top 30 a fine anno dico che…”

ROTTERDAM – Dopo l’amara sconfitta contro Carreno Busta, Jannik ha parlato ai giornalisti (in tre lingue). “Devo migliorare in tutto. Mi servono tante partite così per crescere”

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Jannik Sinner - Rotterdam 2020 (via Twitter, @abnamrowtt)

da Rotterdam, il nostro inviato

Nel viso e nella voce si riconosce ancora la forte delusione per aver offerto una bella prova e aver solo sfiorato la vittoria. Ad ascoltare Jannik Sinner ci sono il doppio dei giornalisti che resteranno a interrogare Carreno Busta, il quale alla nostra domanda sul futuro di Jannik ha risposto così: “Si vede che ha tanto talento, diverrà un gran giocatore, nei prossimi anni si parlerà tanto di lui. Non mi sorprenderei se finisse la stagione tra i primi 20, massimo 30!“.

Come una star già affermata del tennis, Sinner risponde alle domande nella sala stampa della Ahoy Rotterdam in tre lingue: si parte in inglese, si chiuderà in tedesco.

 

Quale sono le tue sensazioni?
Sono abbastanza dispiaciuto, ad ogni modo credo che entrambi abbiamo giocato un grande match, con molti scambi divertenti. Purtroppo pochi punti l’hanno deciso e mi è andata male. Ho provato a stare sempre mentalmente in partita, sicuramente potevo giocare meglio il game del 5-5.  Ora so solo che è stato un match duro, sto cercando di non pensare in modo negativo. Cerco di guardare alle cose positive e sarò pronto per il prossimo torneo.

Come ti trovi a giocare a Rotterdam?
Il pubblico è stato fantastico, mi sono divertito a giocare qui, anche ieri c’era una bellissima atmosfera. Mi piace il centrale e spero di tornare l’anno prossimo a Rotterdam.

Quali sono le cose positive che porti a casa da questa partita?
Le cose positive sono tante, ora però non sono abbastanza lucido e devo parlare ancora col mio coach per analizzare il match e cercare di rispondere a questa domanda. Non posso nemmeno rimproverarmi molto sui punti decisivi: ho cercato di stare bene in campo, di stare coi piedi vicino alle righe e lui su un match point ha fatto per la prima volta il serve e volley nell’incontro. Per me questo è stato un bel torneo e una bella esperienza, per i giovani giocare questi tornei prestigiosi è importante. Inoltre mi piace giocare indoor e su questi campi penso di poter fare bene.

Eri un bravo sciatore, ci sono dei punti di contatto tra tennis e scii. In cosa sciare ti ha aiutato nel tuo sport? Inoltre perché hai scelto la racchetta?
Forse tra le somiglianze dei due sport c’è un po’ lo scivolare, ma sono molto differenti. Nello sci sei da solo, non vedi gli avversari. Ho scelto il tennis perché sei più protagonista anche mentalmente, hai più consapevolezza. Sciando scendi un minuto un minuto e mezzo, durante i quali non sai se sei avanti o dietro nella gara, se devi andare veloce o va bene già la velocità che stai avendo. Mi piace tanto giocare a tennis e ho scelto per questo sport.

Cosa hai pensato quando hai annullato i tre match point consecutivi?
Io ho provato a stare concentrato, prima avevo sbagliato dei punti facili. In quei momenti devi essere sicuro di quel che vuoi fare e non avere dubbi per riuscire ad avere il controllo del punto. Sono situazioni che a questi livelli ancora non ho vissuto molte volte e posso imparare ancora. Non sempre ho fatto le cose giuste, ma per migliorare ho il coach che può spiegarmi come vivere meglio queste situazioni.

Quale è il tuo obiettivo per il 2020?
Il mio obiettivo è giocare 60-65 match, al momento sono un po’ indietro rispetto al programma perché a gennaio e febbraio ho giocato poco, ma questo è il nostro obiettivo e solo nei prossimi due o tre anni passerò a guardare il ranking.

Successivamente, Sinner ha risposto in italiano alle nostre domande.

In questo momento è maggiore l’orgoglio per la buonissima prova o la delusione per la sconfitta?
Attualmente è maggiore la delusione, la partita stava girando a mio favore dopo essermi trovato molto in difficoltà. C’erano molti scambi lunghi ed ero stanco, ma potevo farcela. Alla fine perdere così fa male, quando hai match point e non li sfrutti non è facile da digerire. Stasera sicuramente non dormirò tanto bene, perché penserò a cosa potevo far meglio, ma ormai è andata e devo pensare al prossimo torneo.

C’è un punto della partita che giocheresti in maniera diversa?
Non ci ho pensato ancora, al momento penso più al match point che ad altre situazioni. Se si parla di un game, magari è quello del 5 pari, però alla fine ho risposto lungo due volte, ho tirato due dritti lunghi di poco, erano scelte giuste. Il problema è che mi servono ancora tante partite così per crescere.

In cosa devi ancora migliorare secondo te?
Devo ancora migliorare in tutto, non funziona che se un giorno va bene il rovescio o il servizio non devo più cercare di migliorarli. Non è così che voglio impostare mia carriera. Devo mantenere questa mentalità finché farò il tennista, altrimenti si regredisce.

Cosa farai nelle prossime settimane?
Gioco a Marsiglia, faccio una settimana di riposo, poi Challenger Indian wells, Masters 1000 di Indian wells, Challenger di Phoenix, Miami e poi torniamo a casa.

Firmeresti per chiudere il 2020 tra i primi 30 del mondo?
Non rispondo a questa domanda.

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Interviste

Isabelle Demongeot: “Mi dicevano ‘a guardarti si vede la vittima di violenze e non la tennista'”

L’ex tennista francese Isabelle Demongeot, vittima in passato di abusi da parte dell’ex coach, racconta al quotidiano francese L’Equipe la sua battaglia contro la violenza sessuale nello sport

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Isabelle Demongeot, 53 anni, ex n. 35 del mondo alla fine degli anni Ottanta ed eccellente doppista (nove titoli, quattro dei quali in coppia con la connazionale Nathalie Tauziat), donna, tennista e voce coraggiosa, nel 2005 è stata una delle prime ad avere la forza di denunciare le orribili violenze subite in ambiente sportivo e, nel suo caso specifico, quelle da parte del suo ex allenatore, Regis de Camaret, quando aveva soltanto quattordici anni. Per troppi anni le vittime di violenza sessuale sono state “dimenticate” nel silenzio e nell’indifferenza generale. Oggi, la società e le istituzioni hanno finalmente preso coscienza del dramma degli abusi subiti da tante ragazze e donne e cercano di combatterlo, anche grazie alle sempre più numerose testimonianze di vittime che trovano la forza di denunciare.

Da tempo impegnata nella lotta contro gli abusi sessuali nello sport, Demongeot era stata una testimone fondamentale nel processo Camaret (condannato a dieci anni nel 2014) nonostante i fatti che la coinvolgevano fossero caduti in prescrizione. Il 24 gennaio scorso Andrew Geddes, celebre coach della regione di Parigi (Île-de-France), è stato condannato a diciotto anni per violenza sessuale su quattro minori. In un grido di dolore e di ribellione, Isabelle ha raccontato a Franck Ramella, de L’Equipe, le difficoltà di una lunga battaglia che troppo spesso – ancora oggi – va a scontrarsi con l’indifferenza di colleghi e istituzioni politiche.

Il processo Geddes si è appena concluso. Cosa prova? 
Quando al momento del verdetto ricevo un SMS di una delle vittime che scrive soltanto “18 anni”, sul momento sono molto contenta per queste donne che hanno dato tutto. Che vittoria che hanno ottenuto, tutte queste donne! So che poi c’è la frustrazione di un possibile appello, ma riesco a trascorrere una serata abbastanza tranquilla. Ma il giorno dopo, non so cosa mi succeda, ma vengo assalita da un sentimento di rivolta.

 

Perché?
Perché ripenso al mio percorso. All’epoca, Bernard Giudicelli (allora Presidente della Federazione della regione Corsica (e oggi Presidente della Federazione francese), è stato uno dei soli presidenti ad aver preso in mano il dossier. Ha accettato di sostenere le vittime, dicendo che era necessario fare qualcosa. Gli altri evitavano di parlarne. Tra i giocatori e le giocatrici di alto livello, sono stati pochissimi ad averci sostenute, più o meno nell’ombra. Catherine Tanvier, Sophie Amiach, Florence Guédy, Catherine Suire. Amélie  Mauresmo è stata presente. Yannick Noah aveva fatto la prefazione del mio libro, era furioso. Da parte degli altri, non ho visto nulla. Mi ricordo di un ex direttore tecnico che mi disse: “Isabelle, a guardarti, si vede in te solo la vittima di stupro e non la campionessa di tennis“.

Vuole dire che lo statuto di vittima viene negato?
Quello che la gente non capisce, sono le conseguenze che tutto ciò comporta per un’intera vita. Sì, c’è il processo e si viene riconosciute come vittime. Ma al di là di questo, tutti quanti se ne fregano! Delle 24 ragazze che hanno testimoniato al processo Camaret, per 22 di loro c’era prescrizione. Solo due sono state risarcite. Perché le altre non dovrebbero esserlo? Ce lo portiamo dentro di noi per sempre. È questo ciò di cui bisogna rendersi conto. Arriva un momento in cui ci chiediamo: “Chi ci ha teso una mano?“. E quando si tenderà la mano a tutte quelle vittime? Dopo Roselyne Bachelot (ministro dello Sport tra il 2007 e il 2010), l’unica ad essere stata all’altezza e capace di mostrare empatia, gli altri ministri dello Sport sono stati patetici.

Mi ricorderò sempre di quella riunione con Rama Yade che mi diceva: “Siete state utili grazie alle vostre testimonianze, non dimenticheremo mai quello che avete fatto. I miei uffici sono in grado di occuparsene“. Stile: non abbiamo più bisogno di voi. Batteva i pugni sul tavolo: “Dubitate della capacità del nostro lavoro?” Una vergogna. E quando sento Laura Flessel [ex campionessa olimpica di scherma ed ex ministro dello Sport nel 2017-2018] dire: “Non c’è omertà nello sport…“, la famosa, una grande campionessa, straordinaria, una mamma… Cosa risponderle? Speravo fosse sensibile alla questione. Un politico sarebbe pronto oggi a dedicarsi a questo problema? Madame Macron, per esempio, non potrebbe occuparsene? (…) Dove sono tutti i giocatori? Sono stati molto solidali con Jérôme Golmard (colpito dalla malattia di Charcot  e morto nel 2017) ed è una bellissima cosa. Ma per noi? E le ragazze della Fed Cup? Quando sono state presenti? Lo sa, non ne posso più…

Eppure lei si è battuta come militante attiva, per così dire…
Quando avevo ancora dell’energia, dopo il processo Camaret, avevo proposto alla Federazione e alla psicologa che interveniva di andare a testimoniare, per raccontare alle famiglie e agli insegnanti cosa sia davvero uno stupro. Aspetto ancora la telefonata della psicologa. Dopo essere diventato presidente, Giudicelli mi ha detto: “Isabelle, bisogna costituire un’associazione, ti aiuterò“. Ma non sono io a dover creare un’associazione. Spetta alle Federazioni occuparsene. No, ho già fatto il mio. Per tutta la vita, ho subito tutto ciò, non voglio più trascorrere il resto della mia vita a parlare solo di questo. Coinvolgermi in questo, è stato nefasto per me. Bisogna formare le persone, esistono degli specialisti. Non spetta a noi vittime essere in prima linea. Io non sono mai stata remunerata per tutto quello che ho fatto. Ho pagato in tutti i sensi. Mi trovo forse nel comitato etico della Federazione? Non crede che avrei meritato di far parte del comitato?
(…)

Cosa pensa dell’azione della Federazione francese nella lotta contro le violenze?
Bernard Giudicelli ha parlato su FB del processo? La Federazione era parte civile, è venuto al processo. Era un sostegno di facciata o più profondo? Il tempo lo dirà. Ai miei tempi, Giudicelli non era rimasto indifferente. Ora è un po’ silenzioso. C’è stato un caso per il quale contavo su di lui, un problema di comportamento grave, non hanno fatto niente. Alla fine, è stata la Federazione internazionale a intervenire… Una delle vittime di Geddes un giorno mi ha telefonato e mi ha detto: “Isabelle, ho bisogno di aiuto“. Aveva bisogno di soldi. È normale? Non dovrebbe essere la Federazione a occuparsi delle vittime, del loro quotidiano, a interessarsi dei loro bisogni? Voglio dire che ho aiutato alcune donne a trovare il coraggio di parlare ma ho dimenticato di dire loro che la battaglia è colossale. E queste cose riaffiorano sempre, non ce ne liberiamo mai completamente.

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Interviste

L’amarezza di Sandgren: “Mi sento come una zattera in mezzo all’oceano”

Il tennista statunitense non ha ancora dimenticato quei sette match point contro Federer all’Australian Open. Ma non dimentica nemmeno le difficoltà per arrivare sul tour. “Nel tennis o lavori duro o non emergi. Non sapevo cos’altro fare nella vita e ho continuato a provarci”

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Tennys Sandgren - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La metafora è di quelle efficaci: “Una zattera in mezzo all’oceano”. Sballottata da onde che non è preparata ad affrontare, trasportata verso lidi che non conosce. Così ha detto di sentirsi Tennys Sandgren a dieci giorni dalla sua partita di tennis che forse tutti ricorderanno di più. Peccato che, come tutti sappiamo, questo incontro l’abbia perso, sulla leggendaria Rod Laver Arena, ai quarti di finale dell’Australian Open, contro un Roger Federer menomato, al quinto set, nonostante sette match point. Una delusione indescrivibile. Soprattutto se hai già 28 anni e non è detto che ti ricapitino molte altre occasioni di battere quello che da molti è considerato il miglior tennista di tutti i tempi e accedere alle semifinali di un major. 

Non prendo le sconfitte particolarmente bene in generale. Questa è stata ovviamente molto difficile da mandare giù. Nonostante abbia fatto un gran torneo, è sempre un ko che si porta dietro quella spirale emotiva negativa che solo una sconfitta di questo genere implica”, ha spiegato Sandgren in un’intervista esclusiva al sito della ATP. Il tennista del Tennessee deve però riuscire a mettere le cose in prospettiva. In Australia ha raggiunto per la seconda volta in carriera i quarti, superando giocatori molto più quotati di lui come i nostri Matteo Berrettini e Fabio Fognini. Grazie a questo inatteso risultato si è riportato a ridosso dei primi 50 nella classifica mondiale. “Ho cercato di aggrapparmi alle cose che contano e capire che in fondo è solo una partita”, ha proseguito. Certo sarebbe stato bello portarla a casa, giocare la prima semifinale Slam eccetera. Ma è stato pur sempre un gran torneo. Spero di avere un’altra opportunità del genere. E se non ce l’avrò poco male. Ho fatto del mio meglio”.

Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se però una pensa come Sandgren si sia potuto trovare nella posizione di poter battere Federer per una semifinale Slam, la storia cambia radicalmente. Per vincere la sua prima partita in un tabellone principale di un torneo del circuito maggiore – nell’ATP 500 di Washington contro il giapponese Go Soeda – ed entrare nei primi 100 del mondo ha dovuto aspettare fino ai 26 anni. Prima tanta ma tanta gavetta nei Challenger americani, dove la concorrenza è forte e i montepremi non sono di certo stellari. “È stata dura. Non ho avuto la strada spianata. Ci sono un sacco di bravi giocatori nei Challenger”, ha sottolineato. “A meno che non ottieni grandi risultati da subito, devi lavorare e cercare di capire come venirne fuori. Così è come ho passato quattro-cinque anni nel circuito Challenger”. E non ha mai pensato di mollare? Perché ha continuato? La risposta è di una candidezza disarmante.In realtà è in parte a causa della mia stupidità. Non sapevo cos’altro fare nella vita. Avevo investito così tanto tempo nel tennis che ho pensato che non ci fosse nulla che mi poteva riuscire meglio. Perciò ho continuato a lavorare, allenarmi duro, per darmi una possibilità di sfondare. O lavori o molli in questo sport. Le opzioni sono due. Non è una scelta facile”. 

Ma se, quando si trovava invischiato nel Challenger di Savannah, gli avessero detto che un giorno avrebbe perso contro Federer la semifinale dell’Australian Open fallendo sette match point, cosa avrebbe pensato? Avrebbe aiutato la scelta di continuare ad insistere sulla carriera di tennista? “Sarei stato molto arrabbiato con me stesso”, ha raccontato. Certo quarti in Australia, ma quella cosa dei sette match point. Non so se mi avrebbe aiutato molto a tirare avanti all’epoca”. A dimostrazione del suo grande carattere e della voglia di non accontentarsi mai. La stessa che gli ha permesso di uscire dalle retrovie e approdare nei grandi palcoscenici. “Penso che sia incredibile quello che può succedere se si continua a lavorare sodo. Se si prende questa attività giorno dopo giorno non ha idea dove ti può portare”.

 

A prescindere dai problemi fisici di Federer, Sandgren ha giocato una partita di altissimo livello. In particolare, l’americano non sembrava avere grandi difficoltà a gestire il gioco offensivo e vario del maestro elvetico. Ad aiutarlo nella circostanza è stata l’esperienza. È stato divertente perché durante il match pensavo a un mio amico, Ryan Lipman, che ora è assistente allenatore all’università Vanderbilt. Ha un gioco simile a Federer: rovescio ad una mano, slice, gli piace venite avanti e fare serve and volley. Abbiamo giocato contro a livello junior, anche lui è di Nashville come me. Avremo fatto 50 forse 100 sfide tra allenamenti e tornei. Ovviamente Roger è su un altro pianeta. Ma la struttura del punto è simile. Pensavo: ‘Mi è già capitato di giocare questa partita’. Il back corto che mi portava a rete e robe simili le avevo viste fare anche al mio amico. Era un po’ surreale”. I due poi si sono parlati, e Tennys ha detto a Ryan che se avesse vinto lo avrebbe ringraziato nelle interviste. “Così si è mangiato le mani pure lui”, ha scherzato.

Roger Federer e Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nel tennis però non si può vivere nel passato. Sandgren è già a New York per il suo primo torneo dopo Melbourne. Al primo turno affronterà il connazionale Steve Johnson. “Ogni settimana è diversa. Ogni settimana è una nuova settimana. Devi pensare che stai ripartendo da zero e lottare. In Australia è stato fantastico ma questo è un altro torneo. Gli altri tennisti sono riposati e affamati. Se non lo sarò anche io, le cose non andranno bene. Quindi devo rimanere umile e continuare a lavorare”. Grazie a questa attitudine è passato dalle sabbie mobili dei Challenger a trovarsi a un passo dalla storia. E chissà che la stessa attitudine non gli dia un’altra chance di compiere anche quell’ultimo passo. 

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