I numeri di Melbourne: Nole implacabile al quinto, caos nel femminile

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I numeri di Melbourne: Nole implacabile al quinto, caos nel femminile

Il serbo ha vinto 31 partite su 41 al quinto set incluse 4 finali Slam su 5. Nella WTA 28 tenniste in semifinale Slam negli ultimi 3 anni. Zverev unico under 25 nei quarti

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

1- il tennista under 25 (Alexander Zverev) ad aver conquistato almeno i quarti del singolare maschile agli Australian Open, che tra i last 8 annoverava altri tre giocatori (Thiem, Sandgren e Raonic) quantomeno non trentenni. La bocciatura rifilata dal primo Slam dell’anno alla Next Gen- che pure negli ultimi mesi ha visto migliorare i risultati dei suoi “rappresentanti”, come testimoniato dall’ultima classifica contenente nella top 20 ben otto tennisti non ancora venticiquenni- emerge ancora più netta se si considerano gli ottavi di finale degli Australian Open. Tra gli ultimi sedici del singolare maschile, a Zverev vanno aggiunti come under 25 i soli Kyrgios, Medvedev, Khachanov e Rublev (con quest’ultimo, assieme a Sasha, unico a non aver ancora compiuto 23 anni). Del resto, il tennista attualmente più giovane ad avere vinto uno Slam resta ancora Marin Cilic, classe 1988, ed è da maggio 2017 che il numero 1 della classifica è perennemente di proprietà di tennisti ultratrentenni (i Fab Four, che tra l’altro detengono a turno questa posizione ormai dal febbraio 2004). Responsi diametralmente opposti ha invece offerto il main draw del singolare delle donne, nel quale la più anziana tennista giunta ai quarti è stata Petra Kvitova, che entrerà negli “enta” solo il prossimo 8 marzo. Quelli di Melbourne sono risultati in linea con la classifica femminile che vede come tenniste mature tra le prime venti solo Serena e Kerber e più in generale con la tendenza degli ultimi anni del circuito femminile. Infatti, da quando la Williams jr ha vinto nel gennaio di tre anni fa il suo 23° e ultimo Slam i Major- ad eccezione del Wimbledon vinto dalla mancina tedesca nel 2018- sono stati sempre vinti da tenniste under 30 (Halep, Muguruza, Stephens e Wozniacki) se non addirittura teen-ager (Ostapenko, Osaka e Andreescu) al momento della conquista del torneo.

7- le volte nelle quali Fabio Fognini ha raggiunto gli ottavi di finale in un Major. L’ultima si è verificata le scorse settimane a Melbourne (per la terza volta in Australia, dopo quelle risalenti a 2014 e 2018) quando, dopo aver eliminato Opelka (rimontando per l’ottava volta in carriera due set di svantaggio), Thompson e Pella è stato fermato in una partita persa non senza rimpianti da Sandgren. Il non brillante rendimento negli Slam del tennista italiano che negli ultimi quaranta anni ha complessivamente ottenuto i migliori risultati  nel circuito maschile è forse l’unico neo di un’ottima carriera. Il 33enne ligure, capace di ragguardevoli risultati come la vittoria di nove tornei (tra cui un Masters 1000 e un ATP 500), di salire al 9 ATP, di conquistare uno Slam di doppio, avere un buonissimo rendimento in Coppa Davis (22 w- 9l in singolare, 30- 15 complessive), sconfiggere quattordici volte un tennista nella top ten (di cui sette un top 5) e terminare quattro stagioni tra i primi venti (e altre cinque nella top 50) ha invece  sempre piuttosto deluso negli Slam, dove in una sola occasione ha raggiunto i quarti di finale, al Roland Garros del 2011. Per capire meglio il magro bilancio del ligure nei grandi tornei, è sufficiente contare i suoi accessi al terzo turno nei Major, al momento fermi a 19. Cercando un confronto in tal senso nella attuale top 40 -dopo aver escluso dal paragone per varie ragioni i primi otto, chi ha raggiunto almeno una finale o li ha vinti (Wawrinka Cilic e Nishikori) e gli under 25- si evince come rispetto a tanti il ligure abbia fatto peggio. A parte carneadi ad alti livelli, come Struff, Pella e Lajovic (che hanno guadagnato il terzo turno quattro volte), peggio di Fognini ha fatto solo Paire, con 11 presenze ai sedicesimi di finale. Ma gente come Schwartzman (9 terzi turni , ma Diego tre volte ha raggiunto i quarti), Carreno Busta (11, con una semifinale e un quarto), Dimitrov (17 e ben tre semi), indietro dal punto di vista della quantità, ha fatto qualitativamente meglio del nostro attuale numero due. Gli stessi Querrey (ma con alle spalle una semi e tre quarti) e Bautista (semifinale e un quarto) pur appaiati a Fabio nella quantità di approdi ai sedicesimi sono stati capaci di fare meglio. Ancora più imparagonabili negli Slam i percorsi di Isner, con 28 presenze ai terzi turni (condite da una semi e due quarti) e di Monfils, giunto invece 35 volte ai sedicesimi di finale (con all’archivio due semi e sette quarti). Facile scommetterci: se Fabio potesse scegliere di togliersi ancora uno sfizio, sarebbe quello di un grande risultato in uno Slam.

10- i mesi che hanno cambiato la carriera di Domic Thiem. L’austriaco era già riuscito in passato a issarsi sino al numero 4 del mondo -la prima volta accadde nel novembre 2017- grazie a risultati ottenuti quasi esclusivamente sulla terra rossa. Sino a fine 2018, infatti, il finalista degli ultimi due Roland Garros aveva vinto solo il 53% dei match non giocati sul rosso: basti pensare che prima del suo successo all’ATP 250 di San Pietroburgo di quell’anno, l’austriaco classe ’93, dopo la finale persa a Metz nel 2016 aveva dovuto partecipare a 34 tornei su superfici diverse dalla terra per tornare nuovamente a giocare una finale. Anche il suo bilancio coi più forti parlava chiaro: aveva superato appena quattro volte dei top ten quando li aveva affrontati non sulla terra rossa, perdendoci invece in diciotto casi. Dopo aver iniziato male il 2019 con una prematura eliminazione all’Australian Open lo scorso marzo era arrivato inaspettamente, con l’inizio della collaborazione con Nicolas Massu, il titolo di Indian Wells, vinto con una bellissima cavalcata ai danni di Simon e di due allora top 20 come Raonic e Monfils, e infine suggellato dalla bellissima finale vinta contro Federer. Se qualcuno poteva però pensare che quello californiano fosse stato un episodio sporadico, i residui dubbi erano stati spazzati via da una eccellente chiusura di stagione, nella quale erano arrivati i titoli a Pechino e Vienna e la finale persa di un soffio a Londra alle ATP Finals. La prova del livello eccelso raggiunto da Thiem anche fuori  dai campi in terra battuta, la si ha vedendo i nomi di chi ha sconfitto in questi ultimi mesi nei confronti giocati non sul rosso: ad eccezione di Medvedev (che lo ha battuto a Montreal), Dominic ha sconfitto su superfici veloci tutti i primi otto dell’attuale classifica (con Berrettini, Tsitsipas e Djokovic ha anche perso in una circostanza) e più in generale, contro i top ten da Indian Wells dello scorso anno in poi vanta un record di 12 vittorie e 6 sconfitte. Tre finali Slam e una del Masters perse, con le ultime due smarrite di un soffio potrebbero far pensare ad una sua natura di perdente. Più probabilmente, invece, testimoniano i continui progressi compiuti dall’austriaco che si avvicina a passi sempre più grandi alla vittoria di uno dei quattro tornei più importanti della stagione.
 
28- le tenniste ad aver raggiunto almeno una semifinale nei dodici slam successivi all’ultimo Major vinto da Serena Williams. Dopo il successo di quest’ultima agli Australian Open del 2017, una sorta di anarchia ha percorso il tennis femminile. A prescindere dalle ben sette tenniste (Kerber, Pliskova, Muguruza, Halep, Wozniacki, Osaka e Barty) che in questi tre anni hanno occupato la prima posizione del ranking WTA, è difficilissimo stabilire chi di loro abbia fatto meglio nel suddetto lasso temporale. Senza dimenticare comunque che Serena, una volta tornata, ha centrato ben quattro finali Slam ed è tornata da quasi un anno costantemente in top 10. Con una vittoria agli appena conclusisi Australian Open avrebbe potuto paradossalmente candidarsi come più vincente l’incostante Muguruza (che ha trionfato a Wimbledon nel 2017, fatto semifinale al Roland Garros nel 2018 e, appunto, raggiunto la finale a Melbourne la scorsa settimana). Per comparare il rendimento di Garbine a quello delle altre top player basti pensare che – se si considerano come piazzamenti positivi solo quelli dalle semi in su- oltre alla spagnola in questi ultimi dodici Slam giocati solo la Keys si è piazzata tre volte, con la finale agli US Open 2017 e le semi di due anni fa a Parigi e New York (e Halep e Serena sono le uniche ad aver fatto meglio). Dalla primavera del 2017 solo due tenniste hanno vinto più di un Major: la prima è Naomi Osaka, unica ad averne conquistati due consecutivi (US Open 2018 e Australian Open 2019) ma poi incapace di cogliere piazzamenti importanti ulteriori a questi due exploit. L’altra è Simona Halep, la più continua tra tutte le colleghe nei tornei che contano: oltre ai successi al Rolang Garros 2018 e a Wimbledon dell’anno scorso, ha raggiunto infatti due finali, a Parigi nel 2017 e a Melbourne due anni fa, oltre che le semi della scorsa settimana agli Australian Open. Che la ventottenne rumena, risalita questa settimana al secondo posto della classifica, sia la tennista ad aver fatto meglio negli ultimi tre anni di grande equilibrio del tennis femminile è confermato anche dal numero di settimane complessive, 64, nelle quali è stata la numero uno al mondo (seguono in tal senso Osaka con 25 e Barty con 22).

35- le settimane che separano Novak Djokovic dall’essere il tennista dell’Era Open per il maggior tempo al numero uno delle classifica ATP. Portando nei giorni scorsi a sedici il numero delle partite consecutive vinte (e a ventidue i match superati positivamente tra gli ultimi ventiquattro giocati) ha conquistato il suo ottavo Australian Open. Nole c’è riuscito al termine di una lunga e appassionante finale contro Thiem nella quale ha confermato le sue grandi capacità di esprimere il meglio del suo potenziale nel quinto set (in carriera ha vinto trentuno delle quarantuno partite in cui lo ha giocato), in particolar modo nelle partite che fanno la storia (ha vinto quattro delle cinque finali Slam in cui ha giocato il set decisivo). Con il successo australiano, il serbo si è portato in testa alla classifica dei “Big Titles” (quella che somma tornei dello Slam, Masters 1000 e ATP Finals) con 56 successi, davanti a Nadal (55), Federer (54) e Sampras (30). Soprattutto, con la conquista del  diciassettesimo Major Djokovic è tornato al vertice del ranking ATP e ha consolidato il suo terzo posto nella graduatoria all time di vincitori di tornei dello Slam, dietro a Federer (20) e Nadal (19). Il campione svizzero è anche primo, con 310 settimane complessive, in quella relativa alle settimane complessive al numero uno del mondo, davanti a Sampras (286) e Djokovic (276). Se Nole, attualmente primo nel ranking con 9720 punti, con un vantaggio di poco più di 300 su Nadal e di oltre 2500 su Thiem e Federer, riuscisse a conservare l’attuale posizione sino al prossimo ottobre, supererebbe in tal senso già tra otto mesi il collega svizzero. Con tre Slam da disputare e una stagione quasi completa da affrontare è impossibile fare previsioni, ma va anche detto che Nole per arrivare a meta ottobre in testa alla classifica deve difendere “solo” i 3500 punti dei titoli di Wimbledon, Madrid e Tokyo e delle finali di Roma e della semi al Roland Garros: cambiali pesanti, ma non impossibili da onorare, se continuerà ad avere la salute e il rendimento ai quali ci ha abituato dal 2008 in poi (prima parte del 2018 esclusa).

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Il Covid non ferma l’entusiasmo per Torino: 40.000 biglietti già venduti. Ma il ranking resta congelato

Sono stati già staccati quasi un quarto dei 180.000 biglietti a disposizione, per un incasso momentaneo di 5 milioni. C’è fiducia per un evento a porte aperte

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Un anno ancora una volta incerto attende l’Italia. Un anno che ha però una grande certezza: vedrà svolgersi la prima edizione delle ATP Finals ospitate dalla città di Torino. Giovedì 14 gennaio nel grattacielo Intesa San Paolo del capoluogo piemontese si è tenuta la presentazione del torneo, con Andrea Gaudenzi, presidente ATP, e Angelo Binaghi, presidente FIT, tra i presenti. Oltre alle parole dette in sede di presentazione, Gaudenzi ha parlato anche con le stampa italiana, non solo del grande evento che ospiterà l’Italia il prossimo autunno. Ad ogni modo, l’enorme risonanza è più che giustificata. Come ha riportato Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello Sport, i numeri per ora sorridono alle Finals torinesi.

La prevendita dei biglietti è iniziata il 30 novembre 2020 e nel primo mese sono arrivate richieste per 40.000 biglietti su un totale di 180.000 a disposizione per l’intero evento. Un dato ottimo, considerando le incertezze dovute al Covid-19: la situazione attuale non suggerirebbe un’apertura al pubblico, ma mancano ancora dieci mesi al Master 2021 e questi numeri ci dicono che la speranza vive ancora. In aggiunta, il 20% degli acquisti sinora registrati provengono da Paesi fuori dall’Europa, come confermato da Gaudenzi in conferenza stampa, citando aree remote come Giappone e Australia. L’incasso momentaneamente ammonta a quasi 5 milioni di euro.

Un’altra notizia importante data dal presidente dell’ATP riguarda un argomento abbastanza spinoso, che speriamo ben presto non si dovrà più trattare: il “congelamento” del ranking ATP. Nella sua intervista alla Gazzetta dello Sport ha detto che da marzo vorrebbe “riprendere con il ranking classico e avere una race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”.

 

Tuttavia il ritorno al sistema di classifica che conosciamo non avverrà a breve. L’ATP ha approvato un’estensione di due settimane del nuovo sistema di classifiche, approvato la scorsa estate, che rimarrà valido fino al 15 di marzo. Non verranno quindi scalati i punti conquistati a Indian Wells 2019. Il Masters 1000 californiano è stato rinviato a data da destinarsi per il 2021.

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Gaudenzi: “Il tennis sopravviverà al ritiro di Federer, Nadal e Djokovic”

Il presidente ATP ha parlato con la Gazzetta dello Sport, dalle Finals di Torino alle questioni legate a ranking e calendario. La sinergia con WTA e ITF e i danni economici causati dalla pandemia

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Andrea Gaudenzi (foto ATP Tour 2019)

Andrea Gaudenzi si sta preparando alla sua seconda stagione a capo dell’ATP, e ha parlato con Riccardo Crivelli delle sfide affrontate in questo primo anno segnato prima dagli incendi australiani e dall’interruzione del circuito per via della pandemia. Senza dubbio si è trattato del momento più complicato per il tennis (e non solo) dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ma secondo Gaudenzi la crisi ha comunque avuto un piccolo risvolto positivo, cioè quello di “[u]nire le varie anime del tennis. La pandemia ha portato solo una cosa di buono: abbiamo lavorato finalmente in sinergia con WTA e ITF. Del resto le settimane sono 52 per tutti ed è inutile forzare la mano da una parte o dall’altra. Ci sono troppe regole diverse, troppe complessità organizzative: è il momento di superarle“.

Per questo motivo, il dirigente non guarda con favore al terzo grande scoglio emerso nel 2020, cioè la secessione operata dalla PTPA di Djokovic e Pospisil, un progetto che a suo parere non può portare benefici: “Ci sono tre giocatori nel board dell’ATP, nessuna decisione può essere presa contro il loro interesse. Siamo aperti al confronto e ai suggerimenti, ma la divisione non porterà da nessuna parte“.

Gaudenzi ha rivelato che presto le classifiche potrebbero tornare alla normalità: Da marzo vorremmo riprendere il ranking classico, e avere una Race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”. Proprio la densità del calendario, però, è la questione più complicata da dirimere al momento: “Siamo ancora in piena pandemia, pur sforzandoci non possiamo ragionare troppo a lungo termine. Per questo aggiorneremo il calendario ogni trimestre: fino all’estate avremo delle preoccupazioni, poi credo che dall’autunno, grazie al vaccino, ci avvicineremo alla normalità. In ogni caso al momenti tutti i tornei in programma da aprile in poi sono confermati”.

 

La problematica, tuttavia, non è solamente legata agli impedimenti generati da questa ondata del coronavirus, ma anche ai danni economici causati ai tornei minori da quella precedente, e Gaudenzi lo sa bene: “Stiamo ancora studiando le carte, certamente è stato un periodo durissimo. Tutti i tornei giocati dopo il lockdown hanno subito perdite, gli Slam e i Masters 1000 più o meno hanno resistito, il problema sono stati, e saranno, i 250. Ma per loro gli aiuti economici arriveranno più corposi”.

C’è poi una potenziale asperità a lungo termine, vale a dire l’impatto sul circuito maschile del ritiro di Federer, Nadal e Djokovic, che ormai non può essere troppo distante. Il numero uno ATP, tuttavia, non si dice troppo preoccupato: “Ho cominciato a giocare con Sampras e Agassi e si diceva che dopo di loro ci sarebbe stato il diluvio. Gli Internazionali d’Italia o Wimbledon mantengono la loro grandezza a prescindere dai protagonisti”. In Italia, in particolare, il gioco sembra destinato a crescere sempre di più, un po’ per le Finals, un po’ per la presenza di tanti grandi realtà e prospetti, Jannik Sinner su tutti. Qual è il parere di Gaudenzi sull’altoatesino? Ha testa e talento, è solido, arriverà lontano. Lo aspettiamo a Torino, ovviamente. Con gli altri italiani fortissimi”.

A proposito di Torino, Gaudenzi si è detto felice di quanto fatto finora per prepararle: “Un grande lavoro, di cui stiamo già valutando la bontà. Siamo molto ambiziosi, abbiamo uno standard molto alto fissato a Londra in 12 anni con più di 3 milioni di spettatori. Siamo fiduciosi che Torino, il Piemonte, l’Italia, faranno ancora meglio. Noi, come ATP, possiamo garantire la qualità dello show e del prodotto tennis a chi acquista il biglietto, ma sull’indotto serve l’impegno delle istituzioni sportive e politiche. Mi sembra che siamo sulla buona strada”.

L’ultima domanda dell’intervista ha invece riguardato il dibattito su potenziali cambiamenti regolamentari per rendere lo sport più rapido e appetibile, ma secondo Gaudenzi il lifting di cui ha bisogno il tennis riguarda la vendita del prodotto, non il prodotto in sé: Non sono fautore del cambiamento delle regole. Piuttosto pensiamo di rendere questo tennis più fruibile attraverso le nuove piattaforme. Dopo, magari, penseremo alle regole”.

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Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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