I 'contro Slam': quando Nadal fu il peggiore di 128 tennisti a Melbourne

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I ‘contro Slam’: quando Nadal fu il peggiore di 128 tennisti a Melbourne

Non solo Rafa, ma anche Tsitsipas e ben tre volte Benneteau sono stati ‘maglie nere’, proprio gli ultimi del ‘contro Slam’. Una curiosa statistica… all’incontrario

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Rafael Nadal - Australian Open 2016

Nota per i lettori: questo articolo è nato grazie all’idea e al paziente lavoro di un lettore. Ci è sembrata divertente e originale e per questa ragione abbiamo deciso di condividerla con voi. Saremo lieti di prestare ancora la nostra opera in veste di umili scribi a beneficio di chi invierà spunti e suggerimenti meritevoli di pubblicazione alla redazione (direttaubitennis@gmail.com). Per il momento un grazie di cuore a MZ.


“Beati gli ultimi perché saranno i primi” (Matteo 20,1-16).

Forse Luigi Malabrocca aveva in mente le parole pronunciate da Gesù nel Discorso della Montagna quando nel ’46 e nel ’47 concluse il Giro d’Italia indossando la maglia riservata all’ultimo classificato: quella nera. Oppure più semplicemente il ciclista lombardo desiderava incassare la somma che per tradizione gli spettatori raccoglievano mediante una colletta fatta sul campo per poi consegnarla a titolo di consolazione all’ultimo arrivato. Qualunque sia la risposta, Malabrocca con quelle catastrofi sportive – ottenute attraverso esilaranti stratagemmi escogitati per garantirsi l’ultimo posto – ha guadagnato qualche soldino e, soprattutto, si è ritagliato un posto nella storia del ciclismo italiano dimostrando così che anche la disfatta contiene una forma di grandezza.

Questa premessa ci serve per introdurre una domanda. Conosciamo i nomi dei tennisti vincitori dei tornei dello Slam; ma se volessimo conoscere anche quello dell’ultimo classificato? È possibile stabilire il nome del centoventottesimo su centoventotto tennisti che partecipano a un major? La risposta è negativa, dal momento che i tornei di tennis (con la sola parziale eccezione delle Finals) si disputano a eliminazione diretta. Per dare una risposta positiva bisognerebbe organizzare un gigantesco torneo all’italiana nel quale tutti affrontano tutti e, per evidenti ragioni temporali, non è possibile farlo.

Poiché il nostro scopo non è però quello di cambiare le regole del gioco ma semplicemente divertirci e divertire, abbiamo deciso di provare lo stesso a rispondere alla domanda sopra esposta, utilizzando il criterio di valutazione proposto dal nostro lettore che a nostro avviso ha il merito di essere oggettivo e ripetibile.

Per ragioni che saranno presto evidenti, lo abbiamo chiamato “metodo Branduardi” e funziona così: si prende il nome del giocatore sconfitto in finale e da lì si sale a ritroso di sconfitta in sconfitta sino a giungere al primo turno dove si incorona il “campione all’incontrario”. Detto in altre parole, l’ultimo classificato del torneo preso in esame è un tennista che è stato sconfitto al primo turno da un giocatore che successivamente ha perso al secondo turno contro un giocatore che a sua volta ha perso al terzo e così via sino alla finale. Un esempio ci aiuterà a chiarire meglio la logica sottostante il sistema.

Applicando il metodo Branduardi scopriamo che l’ultimo classificato a Wimbledon 2011 fu lo slovacco Lukas Lacko. Lacko perse al primo turno contro Zemija; Zemija fu battuto al secondo turno da Monfils; al terzo turno Gael cedette il passo a Kubot che a sua volta agli ottavi di finale si arrese a Lopez; Feliciano nei quarti di finale fu sconfitto da Murray che in semifinale perse contro Nadal; Rafa perse poi la finale contro Djokovic. Se questa catena non vi fa venire in mente la canzone “Alla fiera dell’est” di Angelo Branduardi significa che siete molto giovani. Beati voi.

Allargando l’analisi da Wimbledon 2011 a tutti i major compresi tra AO 2010 e A0 2020 otteniamo il seguente risultato:

 
2020 Australian Open Gaston H.
2019 US Open Vesely J.
2019 Wimbledon Novak D.
2019 Roland Garros Tomic B.
2019 Australian Open Mmoh M.
2018 US Open Querrey S.
2018 Wimbledon Nishioka Y.
2018 Roland Garros Jarry N.
2018 Australian Open Tsitsipas S.
2017 US Open Haider-Maurer A.
2017 Wimbledon Jaziri M.
2017 Roland Garros Dzuhmur D.
2017 Australian Open Lopez F.
2016 US Open Benneteau J.
2016 Wimbledon Giraldo S.
2016 Roland Garros Benneteau J.
2016 Australian Open Nadal R.
2015 US Open Mathieu P.H.
2015 Wimbledon Bellucci T.
2015 Roland Garros Hamou M.
2015 Australian Open Kavcic B.
2014 US Open Benneteau J.
2014 Wimbledon Karlovic I.
2014 Roland Garros Montanes A.
2014 Australian Open Delbonis F.
2013 US Open Lacko L.
2013 Wimbledon Berlocq C.
2013 Roland Garros Kudla D.
2013 Australian Open Haas T.
2012 US Open Kukushkin M.
2012 Wimbledon Bogomolov A. Jr
2012 Roland Garros Prodon E.
2012 Australian Open Muller G.
2011 US Open Beck K.
2011 Wimbledon Lacko L.
2011 Roland Garros Brands D.
2011 Australian Open Gremelmayr D.
2010 US Open Marchenko I.
2010 Wimbledon Delgado R.
2010 Roland Garros Schuttler R.
2010 Australian Open Haase R.


Nell’elenco crediamo spicchino due nomi. Il primo è quello di Rafael Nadal, maglia nera dell’Australian Open 2016. In quella edizione del torneo il maiorchino perse infatti al primo turno contro Verdasco dando così il via alla catena di sconfitte che giungerà sino a Murray. Il secondo ha il gusto amaro della beffa ed è il nome dell’unico plurivincitore al contrario presente nella lista: Julien Benneteau, capace di arrivare dieci volte in finale in un torneo ATP e di perdere altrettante volte. Il tennista francese ha indossato la maglia nera in tre occasioni: agli US Open del 2014 e del 2016 e al Roland Garros 2016.

Se può consolarlo, gli citiamo il caso dello sciatore austriaco Hubert Strolz che nel corso della carriera salì sul podio per 34 volte in coppa del Mondo senza mai cogliere una vittoria, ma seppe conquistare un oro ai Giochi Olimpici. Molto difficilmente Julien riuscirà a imitare il successo olimpico dell’austriaco, visto il ritiro avvenuto nel 2018; ma se davvero un giorno gli ultimi saranno i primi, per lui un posto nell’alto dei cieli è garantito.

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Torneo UTR in Florida, cancellate le finali ma l’idea ha un futuro

Il torneo in Florida non si è concluso per colpa della pioggia, ma potrebbe diventare un modello (nel bene e nel male) per il prosieguo della stagione

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UTR Pro Match Series 2020 (via Twitter, @AnisimovaAmanda)

Ieri si sarebbe dovuto concludere l’edizione femminile dello UTR Pro Match Series di West Palm Beach, in Florida, le cui finali non si sono però potute disputare per via dell’acquazzone tropicale (in senso etimologico per una volta) che ha colpito il Sunshine State. La pioggia non si è praticamente mai fermata da sabato, impedendo che si concludesse persino il round robin – l’ultimo match avrebbe visto in campo Ajla Tomljanovic e Danielle Collins. Per dovere di cronaca, riportiamo i risultati del sequel della vittoria di Reilly Opelka di due settimane fa. Il gironcino si è dunque arrestato con Alison Riske già qualificata per la finale con un record di 2-1, mentre Amanda Anisimova era già eliminata sull’1-2 – l’ultimo match fra l’australiana e l’americana, entrambe 1-1, avrebbe determinato la seconda finalista.

Mentre il risultato finale ha un valore men che relativo, è interessante riflettere su ciò che l’esperimento potrebbe comportare in futuro. Il torneo è organizzato by UTR (Universal Tennis Rating) ed è stato trasmesso negli Stati Uniti da Tennis Channel, partner dell’azienda da due anni, che ha ribattezzato il torneo (Re)Open. Ora, i due eventi, che hanno prize money e quindi non sono esibizioni, non hanno offerto grandissimo spettacolo, anzi, e il finale inglorioso del più recente sembra quasi una punizione divina. Allo stesso tempo, però, ci sono due modi di leggere l’evento, e non sono necessariamente in contrasto.

Da un lato, due aziende (Tennis Channel e UTR, partner da due anni) che cercano di salvare il salvabile, offrendoci un simulacro dello sport che conosciamo e veneriamo; dall’altro, un tentativo di mostrarci con un po’ di anticipo a cosa somiglierà il prodotto-tennis nel futuro a medio termine, e.g. fra quando si potrà tornare a giocare e quando saranno nuovamente autorizzati eventi di massa come partite e concerti in full capacity.

 

Per quanto riguarda la prima lettura, le cifre parlano chiaro. Se guardiamo a Tennis Channel, la proprietà sarà stata discretamente attapirata per il blocco della stagione, visto che nel 2019 la rete è stata la più cresciuta nel panorama televisivo americano secondo le analisi Nielsen, un Auditel appena appena più sofisticato. In particolare, gli spettatori sono cresciuti del 67% nella fascia demografica più rilevante, la 18-49, accompagnata da robusti 44% nella fascia 25-44 e 40% fra i nuclei familiari. In tre anni, il canale vanta 17.7 milioni di iscrizioni in più fra satellite e streaming, con quest’ultimo che ha visto una crescita del 25% in iscrizioni e del 51% in rinnovi.

Allo stesso modo, UTR è cresciuta esponenzialmente da quando si è alleata con Tennis Channel, passando da 600.000 a 1.7 milioni di iscritti in due anni, e annovera fra i propri investitori Ken Solomon (CEO dell’emittente TV), Novak Djokovic e Larry Ellison, billionaire e CEO di Indian Wells.

Sarebbe dunque pleonastico sottolineare gli interessi in ballo nella questione per giustificare il magro show offerto agli spettatori (anche per via di regole che non verranno implementate, almeno a breve e si spera mai, nei tour, come i set a quattro, su cui si potrebbe anche dibattere, o il punto secco sul 40 pari, che è invece un’offesa alla meritocrazia del gioco), così come sarebbe pleonastico riportare i numeri che stanno premiando la scaltra operazione – 7.5 milioni di interazioni settimanali da marzo fra Facebook, Instagram e Twitter, +13% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e +7.6% dall’inizio dell’anno.

Ci sono però degli aspetti che invece potrebbero tornare utili in futuro, e il primo è proprio lo UTR. Cosa sia è già stato spiegato nel primo articolo sulla manifestazione, perciò la si può far breve: è un algoritmo che attribuisce un punteggio a ogni giocatore sulla base degli ultimi 30 match giocati, prendendo in considerazione il rendimento nel match in relazione alle aspettative (in sostanza il proprio livello rispetto a quello dell’avversario), il format dell’incontro, la competitività (un match contro un avversario di valore simile al proprio vale più di uno contro un avversario nettamente inferiore o superiore, a meno che ovviamente non si vinca il match nella seconda ipotesi) e la quantità di match giocati all’interno del sistema, il tutto dando più peso ai match recenti.

Inoltre, non dà peso a fattori anagrafici o di genere, produce classificazioni per i vari livelli agonistici (anche se è possibile sfidare giocatori di categorie diverse dalla propria) e mette anche a disposizione una valutazione differente fra match “Verified” (quelli giocati in tornei partner del sistema, quindi non quelli della FIT) e la totalità degli incontri disputati – il paragone più frequente è quello con l’handicap del golf.

Tralasciando l’evidente conflitto d’interessi di un prodotto pubblicizzato da un canale amico, che ci rammenta del perché il pubblico non si fidi granché della stampa disposta a fare PR come fuori dall’Alcatraz, Stephen Amritraj, tournament director dell’UTR nonché marito di Alison Riske, ha sottolineato l’importanza dell’algoritmo per “dare un valore globale a tornei locali”.

Certo, Amritraj non ha menzionato il fatto che se i giocatori non possono più viaggiare gli avversari sono sempre gli stessi, e quindi il valore comparativo del sistema si perde quasi del tutto alla lunga, ma allo stesso tempo lo UTR potrebbe dare ai giocatori informazioni importanti in relazione al proprio rendimento rispetto a quello degli avversari affrontati in passato (potenzialmente ampliando il raggio delle 30 partite qualora non fosse possibile viaggiare per tanto tempo), e in qualche modo restringerebbe le distanze fra competitors situati in diverse parti del globo.

In secondo luogo, le partecipanti hanno sottolineato un bisogno quasi atavico di tornare a competere, fin dalla “conferenza stampa” pre-torneo su Zoom (altro possibile adattamento per il resto della stagione). Collins, mai stata pacifista, ha trainato le avversarie con la consueta combo di improperi, urla e oggetti scagliati, e avendola vista giocare in passato è difficile pensare che si sia trattato di una boutade.

In particolare, Tennis Channel ha implementato due Louma (gru snodate per le riprese video) alte oltre sette metri, che, secondo Tennis Channel, hanno creato una nuova e “più intima” angolazione da cui vedere i giocatori sul campo (e.g. la lunghezza del campo è resa meglio, a scapito dell’inquadratura degli spalti vuoti). In più, sono state usate video-camera robotiche per inquadrare i giocatori dal centro del campo, e un drone per seguire l’ingresso dei giocatori e riprendere i punti-chiave, tutte soluzioni che la rete stava preparando da tempo per dover muovere meno persone, e che si sono trasformate in una potenziale serendipity per il tennis post-pandemia.

E chissà che forse, nel mezzo di questa pletora di inquadrature, non potremo abituarci a vederli più umani, senza corpi infiammati dalla partigianeria intorno a loro, a chiamarsi le palle fuori (qui malissimo, speriamo che il sistema Hawk-Eye di Milano venga implementato ovunque!) e a raccogliersi le palline da mettere nel cesto, che è in fondo il percorso da cui siamo partiti tutti. Sarebbe un ritorno alle origini che potrà sembrare strano per chi, a differenza di noi solo aspiranti campioni, era riuscito ad abbandonare le componenti più umili del gioco – non è assolutamente schadenfreude, anzi, vederli raccogliere le palle ci ricorda che se sono arrivati lì non è perché hanno avuto più comfort sul campo.

Ci abitueremo noi? Improbabile, ma per tornare a vedere del vero tennis qualche sacrificio si può fare, se così si può chiamare un cambiamento di abitudini in un’attività da divano. Soprattutto, però, si abitueranno loro? Decisamente più plausibile, anche perché sarebbero i primi a riconoscere che avere questa conversazione è già un grande passo avanti rispetto a dove ci trovavamo poche settimane fa. Soprattutto, però, la UTR Pro Match Series ha restituito un’idea dell’adattamento tecnologico che verrà dispiegato per cambiare l’esperienza degli spettatori, che non si differenziano più dagli spettatori paganti perché questi non esisteranno per parecchio tempo.

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Opinioni

I migliori a non aver mai vinto uno Slam, secondo ESPN

Il sito americano ha chiesto a un gruppo di esperti di stilare una lista dei più grandi incompiuti del tennis, iniziando dagli uomini. Ci sono Nalbandian e Ferrer

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Questo articolo è una traduzione; l’originale si può consultare qui


Il Roland Garros, che sarebbe dovuto iniziare questa settimana, è stato posticipato, mentre Wimbledon è stato cancellato del tutto e lo US Open potrebbe a sua volta saltare a causa della pandemia.

Questo ci ricorda che i tornei dello Slam sono delle rare e preziose opportunità per i giocatori, e nessuno lo sa meglio di quei perenni favoriti che però non sono mai riusciti a piazzare la zampata vincente. Gli sfortunati fanno parte di un club di cui rifiuterebbero volentieri la tessera, ma allo stesso tempo pochi di loro scambierebbero la propria carriera con quelle di campioni effimeri come Gaston Gaudio o Iva Majoli, entrambi campioni Slam, ed entrambi ricordati quasi esclusivamente da nerd di versioni tennistiche di Trivial Pursuit.

 

“Grazie” ai Big Three, l’era corrente ha funzionato come un eccellente servizio di reclutamento per il club dei migliori a non aver mai vinto uno Slam. Candidati in attività includono gente come Tsonga, Nishikori e Raonic, che sulla carta potrebbero ancora rifuggire l’etichetta di cui sopra. “Anno dopo anno, Federer, Nadal e Djokovic hanno battuto ‘i migliori a non aver mai vinto uno Slam’”, dice Chris McKendry di ESPN. “Tutti loro hanno semplicemente avuto la sfortuna di nascere nel periodo sbagliato”.

ESPN.com ha quindi radunato una schiera di esperti per stilare una lista dei candidati più validi per il club dei “quasi campioni”, sia per gli uomini che per le donne. Visto che alcuni hanno ancora grandi chance di vincere (per esempio Dominic Thiem, che ha solo 26 anni e ha già disputato tre finali), abbiamo considerato solo giocatori già ritirati per il nostro sondaggio.

Di seguito iniziamo con la lista degli otto uomini più votati, in ordine alfabetico:

Guillermo Coria (2000-09)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: finale al Roland Garros, 2004; un’altra semifinale a Parigi e due quarti allo US Open
Saldo nelle finali: 9-11, con vittorie ad Amburgo e Montecarlo

Soprannominato “El mago” in spagnolo, Coria in effetti possedeva abilità sovrannaturali sul mattone tritato. “In realtà era lui ad avere il nomignolo di ‘King of clay’ prima che arrivasse Nadal”, ha detto l’analyst di ESPN, Sam Gore. “Aveva una rapidità fulminante, ed è tuttora considerato uno dei migliori ribattitori di tutti i tempi”.

Coria, appena 1.75 per 69 chilogrammi, superò una squalifica per doping a inizio carriera, per poi arrivare in finale al Roland Garros nel 2004, perdendo contro Gaston Gaudio un match che nessuno spettatore potrà mai dimenticare: Guillermo servì due volte per il match e non sfruttò due match point – uno degli epiloghi più strazianti di sempre.

Molti si chiesero come Coria avesse potuto buttare via il titolo così, dato il pronostico apparentemente senza storia: da N.3 del seeding era strafavorito, e si trovava di fronte un anonimo connazionale con un ranking di N.44 ATP. La partita fu surreale, e Gaudio stesso disse: “Una finale Slam persa con due match point a favore non è semplice da digerire contro nessuno, figuratevi una persa contro di me”. [l’articolo non fa menzione dei fortissimi crampi che colpirono Coria quando era sopra due set a zero, certamente un fattore di quella debacle, ndr]

Pro: Coria è ancora oggi al primo posto in tre delle quattro statistiche più importanti legate alla risposta. Nessuno, nemmeno Novak Djokovic, ha una miglior percentuale di conversione delle palle break (45.71%). Inoltre, Coria è davanti anche per punti vinti contro la prima di servizio (36.05%) e per game vinti in risposta (35.26%). Fra il 2003 e il 2004, compilò una striscia di 31 vittorie consecutive sulla terra, raggiungendo la finale in sei dei sette Masters Series a cui partecipò sulla superficie fra Montecarlo 2003 e Roma 2005.

Contro: La sua carriera andò rotoli a partire dal tardo 2005, per motivi misteriosi. Improvvisi problemi psicologici al servizio gli fecero perdere partite su partite a causa dei doppi falli. In più, riuscì a vincere solo uno dei suoi nove titoli lontano dalla terra.

Verdetto: nell’era pre-Nadal, pareva certo che Coria avrebbe vinto più titoli a Parigi (come minimo), ed era per la verità molto solido anche sul cemento.

Nikolay Davydenko (1999-2014)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: quattro semifinali (due al Roland Garros e due allo US Open)
Saldo nelle finali: 21-7, fra cui una vittoria alle ATP Tour Finals e tre Masters Series.

Un altro giocatore di costituzione ectomorfica che colpiva al di sopra della propria categoria di peso, questo esile russo di 1.78 poteva contare su una velocità fuori dal comune per essere competitivo su tutte le superfici – e competitivo lo era per davvero. “Era fantastico sul cemento e sulla terra”, dice di lui Jimmy Arias, ex-giocatore e attualmente direttore della IMG Academy, “e sembrava che riuscisse sempre a raggiungere i quarti o le semi in tutti gli Slam”.

Nel 2009, a Londra, Davydenko sconfisse Nadal, Federer e Del Potro, conquistando il titolo più importante della sua carriera, le ATP Finals, dopo aver vinto dei Masters Series sia sul cemento che sul sintetico. Soprannominato “Iron Man”, Davydenko era uno dei giocatori più attivi (e continui) del tour – nel 2006 arrivò a disputare 99 incontri. In un arco di 12 Slam a partire dall’Australian Open del 2005, fece almeno i quarti in otto circostanze.

Pro: Davydenko giocava con i piedi dentro il campo, colpendo la pallina in fase ascendente per impartire al meglio quel colpo secco, quasi da hockey su ghiaccio, che caratterizzava i suoi colpi dal fondo. Verdasco una volta dichiarò che “Davydenko non ti dava mai il tempo di pensare; era un giocatore veloce e un gran lavoratore”. Il suo successo sul cemento e sulle superfici indoor, dove tendono a dominare grandi battitori e giocatori più imponenti [tutto da dimostrare, ndr], va ricercato nella sua capacità di togliere il tempo agli avversari.

Contro: Davydenko non aveva grandi armi per lasciare fermi gli avversari, e perciò era sempre soggetto a essere sballottato da colpitori più potenti (per esempio, era 1-5 contro Roddick). Era sempre costretto a spendere molte energie, e, pur lavorando duro per vincere tante partite, spesso arrivava esausto in fondo ai tornei per l’alta intensità che il suo tennis comportava. Ha dato il meglio fra il 2005 e il 2009.

Verdetto: Davydenko non ebbe mai quel tabellone fortunato che gli avrebbe potuto permettere di vincere uno Slam. In particolare, la sua kryptonite era Federer: sotto per 19-2 nei confronti diretti, a un certo punto venne eliminato cinque volte dallo svizzero, due ai quarti e tre in semifinale.

David Ferrer (2000-19)

David Ferrer – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: finale al Roland Garros, 2013; almeno ai quarti altre 16 volte
Saldo nelle finali: 27-25, fra cui un titolo a Bercy.

Se si dovesse trovare un vincitore romantico per questo sondaggio, il prescelto sarebbe certamente Ferru. Come ha detto di lui Todd Martin, “Ferrer ha il primato per longevità e massimizzazione del suo potenziale. Nessuno nel nostro sport ha spremuto il proprio talento come David, o quanto meno nessuno da tanti anni a questa parte”.

Grande amico di Nadal (che l’ha battuto 26 volte in 32 confronti diretti), i suoi 27 titoli gli valgono il secondo posto per tornei vinti nell’epoca d’oro del tennis spagnolo, proprio dietro a Rafa. Ferrer ha anche avuto un ruolo fondamentale nella dinastia iberica in Davis, avendo fatto parte di quattro team campioni.

In aggiunta, Ferrer era di gran lunga uno dei giocatori più rispettati del circuito. Un avido lettore, una volta ha detto: “Voglio leggere libri che mi facciano crescere come persona, non solo come giocatore”. 

Pro: nonostante una statura di un metro e 75, Ferrer aveva una struttura fisica molto solida, e, seppur veloce, faceva della resistenza e della tigna le sue qualità principali. Aveva un colpo bimane rapido e preciso, unito a un dritto affidabilissimo – in particolare, la sua rapidità gli consentiva di sfruttare al massimo l’inside-out. “Era così costante”, ha detto di lui Brad Gilbert. “Deve stare per forza fra i migliori in questa graduatoria”.

Contro: più pistola ad acqua che kalashnikov, il servizio di Ferrer era vulnerabile, e sovente aggredito dagli avversari. Inoltre, aveva chiari problemi nel portare a casa tornei importanti, come si evince dal solo Master 1000 presente nel suo palmares. Katrina Adams, ex-campionessa di doppio ed ex-presidente della USTA, ha riassunto così: “Sapevi sempre cosa aspettarti da David, un combattente che non si dava mai per vinto, solo che non aveva gli strumenti necessari… la tenuta fisica e la grinta non erano sufficienti”.

Verdetto: con un pelo di autostima in più e una maggiore capacità di rischiare e di salire di livello nei punti importanti, Ferrer avrebbe probabilmente vinto uno Slam.

Todd Martin (1990-2006)

Todd Martin (foto © Andrew Eichenholz/ATP Tour)

Best ranking: 4
Migliori piazzamenti Slam: finale all’Australian Open, 1994; finale allo US Open, 1999; e altre quattro semifinali
Saldo nelle finali: 8-12, fra cui titoli a Sydney, a Barcellona e al Queen’s.

Inaspettatamente versatile per un big server di 1.98, il pacato e riflessivo nativo dell’Illinois ha un palmares relativamente scarno, ma ero uno che saliva di livello negli Slam e che è riuscito a vincere tornei su tutte le superfici.

Martin fu parte integrante della nazionale americana vincitrice in Davis nel 1995, e si guadagnò un posto nel folklore dello US Open con una notevole rimonta ai danni di Greg Rusedski nel quarto turno del 1999, in un match finito ben oltre la mezzanotte [qui potete ascoltare il suo ricordo, ndr]. Quell’anno raggiunse la finale, dove Agassi lo aspettava per frustrare ancora una volta le sue speranze, un esito familiare per un giocatore solido come la roccia ma offuscato da Sampras & Co. – negli Slam fu battuto quattro volte su cinque da Agassi e sei su sette da Sampras.

Pro: seppur non veloce, Martin possedeva una sorprendente mobilità per un uomo di quella stazza. Questo è uno dei motivi del suo buon rendimento sulla terra, dove aveva più tempo per caricare i suoi fondamentali potenti. Aveva un servizio fantastico, il suo asset principale.

Contro: Martin sprecò delle enormi opportunità negli Slam. Nella semifinale di Wimbledon del 1996 si fece sfuggire la vittoria quando era sopra per 5-1 contro il Carneade MaliVai Washington, che avrebbe poi vinto il set per 10-8. Quella fu solo la più eclatante delle occasioni in cui Martin tolse il piede dall’acceleratore invece di cogliere l’occasione.

Verdetto: quella sconfitta con Washington era un’occasione d’oro in un periodo in cui Wimbledon era dominato da Pete Sampras, battuto nei quarti di finale da Richard Krajicek, che avrebbe poi dominato la finale con Washington. Probabilmente il ricordo gli fa ancora male.

A pagina due, gli altri quattro campioni senza Slam scelti da ESPN

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Focus

La polemica risposta della FIT a Nicola Pietrangeli

La Federazione replica alle dure parole del due volte campione del Roland Garros con un articolo dal titolo ‘A bocca aperta leggendo Nick’

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Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty - Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Era difficile, pressoché impossibile, che le dure parole di Nicola Pietrangeli contro la FIT, apparse sul Corriere della Sera, cadessero nel vuoto. La risposta della Federazione non si è fatta attendere ed è comparsa sul sito ufficiale, a firma del consigliere federale Giancarlo Baccini. “A bocca aperta leggendo Nick“, questo il titolo che accompagna il testo e che manifesta sin da subito la sorpresa per le dichiarazioni del due volte vincitore del Roland Garros.

La replica si focalizza sui due punti principali dell’accusa di Pietrangeli, ovvero la sospensione senza preavviso del contratto di collaborazione con la FIT (per il ruolo, invero piuttosto fumoso, di “ambasciatore”) e una generale mancanza di rispetto nei suoi confronti, culminata con il mancato invito ai Campionati Italiani Assoluti di Todi. Prima però antepone una doverosa premessa di carattere economico, per sottolineare il carattere di eccezionalità del periodo e dei provvedimenti federali.

Per la FIT, e in particolare per il suo Presidente Angelo Binaghi, quelli trascorsi da marzo ad oggi sono stati mesi infernali, nel corso dei quali è stato necessario occuparsi di mille problematiche diverse, a cominciare da quella più critica di tutte: come salvare la federazione che più di ogni altra vive delle risorse che riesce a generare in totale autonomia (l’87 per cento del totale) da un lockdown che, prevedibilmente, potrebbe finire almeno col dimezzarle, con mancati ricavi per circa 30 milioni di euro. E allo stesso tempo dare un minimo di supporto alle società sportive affiliate per evitare che debbano a loro volta chiudere i battenti (già stanziati 3 milioni).”

 

Per centrare questi due obiettivi prioritari (senza Circoli non c’è la FIT, senza la FIT non c’è il tennis, senza il tennis non c’è chi campa grazie al tennis), è stato a suo tempo chiesto a quanti operano nell’orbita della FIT di accettare di sacrificarsi almeno fino a che tutto il resto del movimento – circoli, giocatori, insegnanti, ecc – fosse a sua volta rimasto a stecchetto. Per cui costi degli organi federali azzerati; riduzione dello stipendio di chi avrebbe comunque dovuto continuare a lavorare; ferie e cassa integrazione per tutti gli altri dipendenti; sospensione dei contratti dei 300 collaboratori esterni del Gruppo FIT; chiusura o sospensione di numerose attività collaterali. Il tutto, ribadisco, anche nell’interesse strategico finale degli stessi sacrificandi“.

Baccini poi entra nel merito della diatriba con Pietrangeli, con frasi che sembrano tradire un sincero dispiacere, ribadendo che tutti i contratti di collaborazione (circa 300) sono stati sospesi, non solo il suo, quello di Barazzutti o di Palmieri. Sottolineando poi che la FIT è ricca” (parole di Pietrangeli), ma lo è in tempi normali e questi non sono tempi normali. Infine che la pesante affermazione di non aver ricevuto più “nemmeno uno straccio di telefonata” dopo il 10 marzo (giorno della sospensione del contratto), ha lasciato “a bocca aperta” chi di tanto in tanto lo aveva sentito negli ultimi tempi.

La parte più interessante della risposta è però quella conclusiva. Dopo aver confutato con argomentazioni più che ragionevoli le lamentele di Pietrangeli sul contratto sospeso, la FIT, nella persona di Baccini, passa a parlare del mancato invito per gli Assoluti di Todi (“Il 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato”) e afferma:
E qui a bocca aperta ci sono rimasti anche tutti gli altri, perché di fare gli Assoluti a Todi lo dovevamo decidere proprio oggi. (E soltanto più tardi abbiamo in effetti deciso che, se il Governo autorizzerà le competizioni sportive, gli Assoluti ci saranno davvero. Il 22 giugno…). Come facevamo a invitare qualcuno (ammesso che Nick debba essere invitato, visto che ogni circolo italiano è casa sua) a un evento che era soltanto un’ipotesi?“.

Il ragionamento non fa una piega, ma non sembrava che attorno alla data di inizio dell’evento ci fosse tutto questo grado di incertezza, fermo restando che qualsiasi manifestazione sportiva in queste settimane deve ricevere l’approvazione governativa. Pietrangeli cita una data precisa (il 15 giugno), la stessa riportata da molti giornali, incluso Ubitennis, perché ufficializzata dal comunicato stampa di MEF Tennis Tour – il cui ufficio stampa gestisce la comunicazione del torneo.

Ad ogni modo, la lettera aperta di Baccini si conclude con una nota di apparente conciliazione nei confronti di Pietrangeli cui si rende tributo, pur senza risparmio di frecciatine (inclusa una nota vagamente complottista).

Insomma, anche se Nick lo conosciamo tutti (io da 50 anni, e vi giuro che fra tutti i grandi campioni di ogni sport che ho conosciuto e frequentato in vita mia, lui è uno di quelli a cui voglio più bene e stimo di più), ci siamo rimasti davvero male, perché lui, oggi, non è soltanto l’”Ambasciatore” al quale da vent’anni (rimuovendo l’ostracismo decretatogli dagli ex presidenti Galgani e Ricci Bitti) abbiamo affidato con orgoglio il compito di essere rappresentati in giro per il mondo e per il Paese, ma è l’icona vivente del tennis italiano. In quanto conclamatamente tale, davamo per scontato che il benessere del tennis italiano gli stesse a cuore più del suo.

Mistero… Che non sarebbe tale soltanto se Nick si fosse fatto strumentalizzare da qualcuno che il tennis italiano non lo ama quanto sarebbe tenuto a fare. L’esperienza mi ha insegnato che tutto è possibile, a questo mondo, e che non sempre le persone sono quel che sembrano. Però Nick è Nick, non è possibile che sia davvero successo qualcosa del genere“.

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