Uno contro tutti: Connors

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Uno contro tutti: Connors

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Jimmy Connors, il primo statunitense

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A causa di un aggiornamento tardivo delle classifiche, Jimmy Connors diventa numero 1 del mondo solo il 29 luglio 1974, ovvero ben ventitrè giorni dopo aver battuto il trentanovenne Ken Rosewall nella finale di Wimbledon. A quel tempo funzionava così, gli strumenti a disposizione dell’ATP per elaborare l’enorme mole di dati che gli pervenivano giornalmente erano limitati e ancora in fase di perfezionamento e quindi ci si doveva accontentare di cadenze praticamente mensili, anziché settimanali come avviene oggi. Poco male, non sono alcune settimane in più o in meno a modificare lo stato delle cose. John Newcombe, nel suo breve regno, non era riuscito a confermare gli ottimi risultati che l’avevano portato a quel livello mentre la marcia del ragazzo di Belleville, iniziata a Melbourne il primo gennaio con la vittoria agli Australian Open, era pressoché inarrestabile.

Le faide tra le diverse sigle del tennis continuavano, anche nel ’74, a creare situazioni imbarazzanti e discutibili, come quella che aveva impedito a Connorsreo di aver giocato alcuni incontri del World Team Tennis, una lega statunitense a squadre in cui sia la federazione internazionale che il WCT vedevano un potenziale rivale – di partecipare al Roland Garros. Sul momento, la forzata rinuncia a Parigi non parve così importante ma a posteriori lo diventò e non poco. Perché, dopo Melbourne e Wimbledon, l’allievo di mamma Gloria e nonna Bertha farà suoi quell’anno anche gli US Open (di nuovo imponendosi a Rosewall in finale) e quindi l’eventualità di diventare il terzo uomo – dopo Budge e Laver – a centrare il Grand Slam si dimostrò tutt’altro che remota.

Fin dalle sue prime apparizioni nel grande circo del tennis, Jimbo si distingue per la scarsa empatia che evidenzia nei confronti di tutto ciò che lo circonda, dalle istituzioni ai colleghi e talvolta fino agli spettatori. È quello che si definisce un bad boy, un bullo, tirato su così da due donne ambiziose e un allenatore, Pancho Segura, che propaga la sua filosofia di quando era giocatore a quel ragazzo mancino che perfezionerà uno stile del tutto originale. Si fa un torto a Connors – e agli altri interpreti del colpo prima di lui – quando si sostiene che il rovescio a due mani l’ha inventato Borg. Lo svedese ha sdoganato il suo rovescio bimane, avviando in patria e altrove una miriade di tentativi di imitazione tutti peraltro falliti, ma Jimmy lo giocava da prima, sia pur in modo del tutto diverso. I colpi di Connors sono perlopiù piatti, talvolta eseguiti saltando, ma il vero segreto è l’introduzione del concetto di controffensiva in risposta, utile a bagnare le polveri dei tanti attaccanti che ancora popolano il circuito. Vero, il servizio non è all’altezza del resto e il dritto non sempre affidabile ma, nel complesso, il ventunenne dell’Illinois è in grado di sprigionare un’energia e un vigore agonistico sconosciuto ai più.

Alla prima uscita da re del mondo, Connors affida alla sua inconfondibile Wilson T2000 il compito di insinuare il dubbio sulla presunta legittimità del futuro rimpianto. A Indianapolis, nei campionati americani su terra battuta, il numero 1 del mondo si aggiudica il titolo battendo Orantes in semifinale e Borg in finale, ovvero proprio i finalisti del Roland Garros a cui lui ha dovuto rinunciare. A buon intenditor, poche parole. Comunque, rimpianti a parte, Connors chiude la stagione con appena quattro sconfitte, due delle quali maturate da quando è leader del ranking. Il primo ad ottenere il suo scalpo è un ottimo doppista spagnolo che però ha disputato – perdendola – l’ultima finale tra amatori agli Australian Open: Juan Gisbert. L’iberico lo ferma al terzo turno di Montreal mentre, prima di chiudere la stagione, Jimbo perderà anche contro il neozelandese Onny Parun sul sintetico di San Francisco.

 

Dalla vittoria con Pat Dupre, al primo turno di Indianapolis 1974, a quella con Stan Smith (terzo turno di Boston 1977), Connors sorvolerà la sua prima lunga fase da padrone delle ferriere disputando un totale di 287 incontri e vincendone più del 90%. Tuttavia, a una stagione da dominatore assoluto ne segue una ben più contrastata, che ribalta del tutto gli esiti di quella precedente. Saltato di nuovo, stavolta per scelta, il Roland Garros, Jimbo perde tutte e tre le finali Slam in cui difendeva il titolo. A Melbourne a batterlo è il n.2 Newcombe, a Wimbledon si arrende alla sagacia tattica di Ashe mentre sulla terra verde di Forest Hills, dopo aver regolato Borg in semifinale, viene distrutto da Manuel Orantes in tre rapidi set. Nato da una famiglia di umili origini a Granada, “Manolito” iniziò a far parlare di sé nel 1968 quando sconfisse nella finale di Madrid l’altro Manolo, il ben più celebre Santana.

Manuel Orantes allo US Open 1975

Mancino dotato di un tocco inusuale, abbiamo già ricordato come Orantes fosse stato finalista a Parigi l’anno precedente ma nel Queens la vera impresa la compirà in semifinale, recuperando da 1-2 e 0-5 nel quarto set e annullando ben cinque match-points a Vilas. Nel giorno più importante della sua carriera, ad assistere al suo capolavoro ci sono 15.669 spettatori pigiati come sardine sugli spalti del West Side Tennis Club e alla fine la sua tattica (“Dargli palle senza peso perché sapevo che a spingere avrebbe avuto difficoltà, ma sono stato fortunato che abbia sbagliato così tanto” dirà in conferenza stampa) risulta vincente, anche grazie ai tanti lob chirurgici con cui ha neutralizzato gli attacchi del campione in carica.

Dal canto suo, il numero 1 ammette con onestà che “non pensavo potesse giocare a questo livello e invece l’ha fatto; non mi resta che complimentarmi con Manolo. Quanto alla sua possibile stanchezza, tante volte succede così: stava ancora giocando dalla sera prima e non ha avuto tempo per fare nulla, nemmeno per sentirsi stanco”.

A pagina 2, la sconfitta contro Panatta e l’avvicendamento con Borg

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Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo dei primi anni Novanta, dominati da Stefan Edberg, Boris Becker e Jim Courier

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No, non è Boris Becker a ricevere lo scettro di numero 1 del mondo da Ivan Lendl. In poco più di tre anni, il tedesco è stato per 74 settimane complessive sul secondo gradino del podio ma l’esito della finale di Wimbledon 1990, in cui non gli è bastato recuperare due set, ha determinato di fatto il successore al trono dell’ex-cecoslovacco. Il nuovo re è un vichingo atipico che da juniores è stato imperatore, avendo conquistato (unico nella storia) il Grand Slam juniores nel 1983. Anche se quel quinto set di una altalenante finale di Wimbledon terminata con lo score inusuale di 6-2 6-2 3-6 3-6 6-4 ha di fatto determinato il futuro, Edberg viene incoronato il 13 agosto, ovvero all’indomani della netta vittoria su Brad Gilbert che gli è valsa il titolo a Cincinnati. Abbandonato in gioventù il rovescio bimane e trasformato lo stesso in un colpo tanto elegante quanto propedeutico – nella sua versione in back – alla filosofia offensiva che ne ispira l’intero impianto di gioco, Edberg è arrivato in Ohio sulla spinta della vittoria ottenuta la settimana precedente a Los Angeles e bagna la sua investitura con un altro titolo in quel di Long Island.

Logicamente, allo US Open lo svedese è in cima alla lista dei favoriti ma il mancino russo Alexander Volkov, uno a cui pure il talento non fa certo difetto, lo estromette al debutto in tre soli set: 6-3 7-6 6-2. “Avevo lavorato bene nelle ultime settimane ma quando ho visto il sorteggio non ero certo contento” dichiarerà Volkov ai cronisti. “Però mi sono detto che tutto poteva succedere e oggi ho giocato davvero bene”. Incostante ma capace di momenti irresistibili, Volkov raggiungerà in carriera un best ranking di n°14 e morirà a soli 52 anni dopo essere stato per un periodo anche coach di Safin.

La stagione indoor propone nuovi scontri diretti tra i primi tre della graduatoria che si trovano di fronte nelle fasi finali di Sydney, Tokyo, Stoccolma e Bercy. Becker centra quattro finali e ne vince due (in Australia e Svezia, entrambe contro Edberg), perde in Giappone con Lendl e in Francia è costretto al ritiro sul 3-3 del primo set lasciando via libera al numero 1. Con queste premesse, è ovvio che alla Festhalle di Francoforte, teatro dei nuovi ATP World Tour Championships (la nuova denominazione del Masters), i favoriti siano gli stessi tre di cui sopra. Invece il nuovo maestro ha vent’anni, indossa completini piuttosto vistosi e nell’occasione mette in riga sia Becker (in semifinale) che Edberg (in finale) dopo aver perso dallo svedese nel girone: si chiama Andre Agassi e di lui sentiremo ancora parlare a lungo.

 

Con il torneo di chiusura controllato completamente dall’ATP, la Federazione Internazionale reagisce organizzando sempre in Germania (a Monaco di Baviera) una sorta di Masters alternativo, riservato ai sedici tennisti che hanno totalizzato il maggior numero di punti nei quattro major: la Grand Slam Cup. Oltre alla sede, anche la formula è diversa in quanto contempla la più classica eliminazione diretta fin dal primo turno, che poi sono gli ottavi. Edberg è testa di serie n°1 in questa edizione d’esordio e il suo, di debutto, non è proprio dei migliori perché perde subito in tre combattuti set con Chang. Il torneo lo vincerà lo statunitense Pete Sampras, un altro di cui torneremo a parlare più avanti, e la stagione va in archivio.

Ad appena 24 settimane dal suo insediamento, Stefan Edberg è costretto a lasciare il palazzo reale. Accade all’indomani degli Australian Open, laddove lo svedese non sfrutta due match point in semifinale e si arrende alla caparbietà di un Ivan Lendl che sembra rappresentare la legione straniera con quel curioso cappello che gli copre testa e collo. “Avevo la partita in mano e mi sentivo bene: è dura perdere così” ammette Edberg, che nel quarto set serve per l’incontro sul 5-4, subito dopo aver tolto la battuta a Lendl, ma nelle due opportunità di chiudere prima sbaglia una volee e dopo commette doppio fallo. Ivan lo riprende, domina il tie-break e chiude il quinto per 6-4 qualificandosi per la terza finale consecutiva a Melbourne. Qui trova Boris Becker, sopravvissuto al terzo turno a una maratona di oltre cinque ore con l’italiano Omar Camporese e in procinto di diventare il decimo n°1 mondiale. Infatti, battendo Lendl 1-6 6-4 6-4 6-4 il tedesco completa il sorpasso e il 28 gennaio viene incoronato.

Boris Becker

Difficile, a questo punto, spiegare il motivo per cui un talento del calibro di Boris Becker rimarrà in vetta per un totale di appena 12 settimane, suddivise in due periodi. Il primo di questi comprende due incontri in Coppa Davis (uno dei quali lo vede di nuovo opposto a Camporese e sarà un’altra vittoria al quinto, stavolta recuperando due set) e una mesta apparizione a Bruxelles, dove è costretto al ritiro in semifinale contro il russo Cherkasov sulla situazione di un set pari e 2-2 nel terzo a causa di uno stiramento alla coscia. Pur perdendo anch’esso in semifinale con il francese Forget, Edberg torna numero 1 il 18 febbraio e legittima subito la ritrovata leadership vincendo a Stoccarda. Le cose vanno peggio nel Sunshine Double ma lo scandinavo riesce a tenere una certa continuità di rendimento e le due semifinali raggiunte lo testimoniano: a Indian Wells lo ferma nuovamente Forget mentre a Miami la sconfitta con il giovane statunitense David Wheaton può sembrare sorprendente ma il ventunenne di Minneapolis sta vivendo la sua annata migliore e ben presto lascerà la posizione n°46 che occupa in Florida per avvicinarsi alla top 10.

Dopo il titolo a Tokyo, ottenuto regolando in finale Ivan Lendl, Edberg affronta con fiducia la stagione europea sulla terra battuta ma a Monte Carlo si ferma al debutto, battuto dal connazionale Magnus Larsson, tennista che quattro anni più tardi entrerà tra i primi 10 del ranking e mostrerà nell’arco dell’intera carriera una certa versatilità dividendo le sue quindici finali nel circuito tra le quattro superfici in uso (sintetico, duro, erba e terra). Dopo il Principato, il n°1 fa due tappe in Germania: ad Amburgo perde nei quarti con Stich mentre a Dusseldorf aiuta la sua nazionale a vincere la World Team Cup battendo Ivanisevic nella finale contro la Croazia. Per lui si tratta del bis nella seconda manifestazione a squadre per importanza dopo la Davis, avendola già vinta tre anni prima battendo in finale gli Stati Uniti. 

Anche se il suo tennis offensivo mal si adatta alla terra, Edberg ha già dimostrato di potersela cavare egregiamente sul rosso e al Roland Garros ha già sfiorato il titolo due anni prima. Tuttavia, dopo aver battuto tre avversari ostici quali l’austriaco Skoff e i russi Cherkasov e Chesnokov, nei quarti è costretto alla resa dall’uomo nuovo del tennis a stelle e strisce: Jim Courier. Il “rosso” vincerà il torneo e inizierà così a scalare la classifica mondiale mentre Stefan, sconfitto ma non demoralizzato, si trasferisce al Queen’s dove centra il successo senza cedere nemmeno un set. Inevitabile, con queste premesse, che il n°1 del mondo sia il grande favorito per difendere il titolo di Wimbledon ma qui accade qualcosa di mai successo a livello slam; avviene in semifinale, dove Edberg non perde mai il servizio ma perde tre tie-break su tre (proprio nei giorni in cui l’inventore del gioco decisivo, Jimmy Van Alen, lasciava questa terra) e si arrende a Michael Stich, che poi batterà anche Becker in finale.

Pur avendo perso, Boris torna sul trono grazie allo scarto dei punti e ci resterà per due mesi. Di nuovo, la vetta fa perdere la testa al tedesco che, nei tre tornei giocati da n°1, coglie la finale a Indianapolis (battuto da Sampras) dopo aver perso in semifinale a Cincinnati per mano di Forget ma il ko che lo rimette al secondo posto del ranking è quello patito al terzo turno degli US Open. Qui Paul Haarhuis, un 25enne olandese dal radioso futuro come doppista, lo estromette in tre rapide partite nell’edizione che vive delle imprese leggendarie del vecchio Connors (semifinalista a 39 anni proprio a spese di Haarhuis) e riconsegna la corona a Edberg, praticamente perfetto nella finale in cui annienta Jim Courier per 6-2 6-4 6-0. Il 9 settembre, quindi, Boris Becker chiude la sua esperienza da re del mondo con numeri inversamente proporzionali alla sua classe: 12 settimane, quattro tornei, una sola finale giocata (e persa) e un record vinte-perse di 14-4.

Se durante l’estate americana Edberg aveva collezionato sconfitte a ripetizione, il titolo allo US Open lo rivitalizza e – sull’asse indoor Sydney-Tokyo – infila altri due titoli legati tra loro dal pressoché identico score con cui supera, sempre in semifinale, il temibile croato Ivanisevic: 4-6 7-6 7-6 in Australia e 4-6 7-6 7-5 in Giappone. A un passo dal tris e con 21 vittorie consecutive alle spalle, lo svedese perde la finale a Stoccolma con Becker e chiude anzitempo la stagione a Parigi-Bercy, sconfitto al secondo turno da Michael Chang. Infortunato, lo scandinavo salta il Masters di Francoforte e preferisce riposarsi fino alla nuova stagione.

Il 1992 di Edberg inizia a Melbourne e la sua condizione sembra del tutto ritrovata. Tre agevoli turni di rodaggio contro tennisti classificati fuori dai 100 gli consentono di presentarsi alla seconda settimana abbastanza riposato e questo lo aiuta nella vittoria al quinto set ottenuta contro Ivan Lendl nei quarti; in semifinale il sorprendente Wayne Ferreira gli resiste solo il primo set ma in finale le bastonate di dritto di Jim Courier lo mettono alle corde e lo statunitense vendica la batosta rimediata a Flushing Meadows qualche mese prima. Adesso Courier lo insidia da vicino in classifica e infatti il 9 febbraio, dopo aver perso la finale di San Francisco contro il connazionale Chang, Jim diventa il decimo leader del ranking ATP (terzo statunitense).

Jim Courier (foto di Clive Brunskill /Allsport)

Nel frattempo, la settimana precedente, Stefan Edberg ha fatto registrare suo malgrado un primato: nel secondo incontro della prima giornata del match di Coppa Davis tra Canada e Svezia, Edberg perde 6-4 al quinto set con Daniel Nestor. Il mancino canadese diventa così il giocatore con classifica più bassa (238) ad aver mai battuto il numero 1 del mondo, record tuttora valido. Con la vittoria di Nestor, la cui carriera di singolarista verrà ben presto oscurata da una lunga e irripetibile militanza in doppio, il Canada chiude la prima giornata avanti 2-0 ma alla fine la Svezia riuscirà a espugnare il Pacific National Agrodome di Vancouver e Edberg rimedierà vincendo il doppio insieme a Jarryd e battendo Connell nel singolare di apertura della terza giornata. A quel punto, sul 2-2, Nestor si troverà avanti 2-1 con Gustafsson ma le vesciche ai piedi contribuiranno alla sua resa e di conseguenza a quella dei padroni di casa, osannati comunque dal pubblico di casa.

Nella prossima puntata parleremo di Jim Courier e dell’inizio degli anni statunitensi al vertice della classifica ATP.

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1990EDBERG, STEFANVOLKOV, ALEXANDER36 67 26US OPENH
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS67 46 46SYDNEY INDOORH
1990EDBERG, STEFANLENDL, IVAN57 36TOKYO INDOORS
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS46 06 36STOCCOLMAS
1990EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 67 57 26MASTERS S
1991EDBERG, STEFANLENDL, IVAN46 75 63 67 46AUSTRALIAN OPENH
1991BECKER, BORISCHERKASOV, ANDREI62 36 22 RIT.BRUXELLESS
1991EDBERG, STEFANFORGET, GUY46 46INDIAN WELLSH
1991EDBERG, STEFANWHEATON, DAVID36 46MIAMIH
1991EDBERG, STEFANLARSSON, MAGNUS75 36 67MONTE CARLOC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL26 67AMBURGOC
1991EDBERG, STEFANCHERKASOV, ANDREI46 16WORLD TEAM CUPC
1991EDBERG, STEFANCOURIER, JIM46 62 36 46ROLAND GARROSC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL64 67 67 67WIMBLEDONG
1991BECKER, BORISFORGET, GUY67 64 36CINCINNATIH
1991BECKER, BORISSAMPRAS, PETE67 63 36INDIANAPOLISH
1991BECKER, BORISHAARHUIS, PAUL36 46 26US OPENH
1991EDBERG, STEFANBECKER, BORIS63 46 61 26 26STOCCOLMAS
1991EDBERG, STEFANCHANG, MICHAEL62 16 46PARIGI BERCYS
1992EDBERG, STEFANCOURIER, JIM36 63 46 26AUSTRALIAN OPENH
1992EDBERG, STEFANNESTOR, DANIEL64 36 61 36 46DAVIS CUPS


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Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo degli ultimi anni del dominio di Lendl, concluso nell’agosto 1990 poche settimane dopo l’ennesima sconfitta a Wimbledon contro Edberg

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Archiviata la breve parentesi di Wilander, la cui conquista del trono mondiale è vissuta nell’esaltazione della rincorsa molto più che nel periodo trascorso da regnante, il 30 gennaio 1989 Ivan Lendl si riprende lo scettro e lo terrà per altre 80 settimane. Reduce dal successo tutto sommato agevole in quel di Melbourne (dove non ha dovuto affrontare nemmeno un top 10 per alzare il trofeo), Ivan si prende un periodo di riposo e torna a Dallas per le WCT Finals dove però incappa in un ritrovato John McEnroe che lo ferma in semifinale. Mac non è più super come nel 1984 ma ha ritrovato la voglia di misurarsi agli alti livelli e si prende la soddisfazione di tornare a battere il grande rivale dopo quasi quattro anni di astinenza; la sfida numero 30 rimette il bilancio in parità (15-15) ma per lo statunitense non ci saranno ulteriori repliche nelle ultime sei sfide dirette. 

Dal canto suo, il n°1 è in gran spolvero e, fino al Roland Garros, perderà solo la finale di Tokyo con Edberg. Nel frattempo Ivan incamera Scottsdale, Key Biscayne (dove un ubriaco alla guida di un auto mette fuori uso Thomas Muster, che avrebbe dovuto affrontarlo in finale), Forest Hills e Amburgo e si presenta a Parigi da grande favorito. Nello stesso teatro in cui aveva rotto l’incantesimo vincendo la sua prima finale slam, Lendl scrive un altro capitolo della storia del tennis ma questa volta si trova dall’altra parte della rete. Ad eliminarlo dal torneo, negli ottavi di finale, c’è un ragazzino che diventerà il più giovane in assoluto a conquistare uno slam: Michael Chang. Lo statunitense di Hoboken recupera due set al re del mondo e per farlo ricorre ad ogni mezzo lecito, compreso servire da sotto: 4-6 4-6 6-3 6-3 6-3 è lo score di un incontro che non vale nemmeno la pena ricordare, tanto è famoso.

Lendl, contrariato, non si dà pace per le bizzarrie del “cinesino” che arriva anche a posizionarsi in risposta con i piedi sulla linea del servizio per falsare le prospettive all’ex-cecoslovacco e costringerlo all’errore. Chang vincerà il torneo mentre Ivan si concentrerà subito sull’erba, dalla quale riceverà la soddisfazione della vittoria al Queen’s e l’ennesima delusione a Wimbledon, battuto in semifinale da Becker.

 

Eclissatosi McEnroe, i nuovi antagonisti del numero 1 sono diventati lo stesso Becker e lo svedese Edberg, una doppia rivalità permeata di equilibrio (come dimostra il doppio bilancio negli head-to-head a fine carriera: 11-10 con Boris, 13-14 con Stefan) e che nella stagione in oggetto vede lo statunitense d’adozione in una certa difficoltà. Infatti, dopo Wimbledon, è ancora Becker a infliggergli la delusione più cocente battendolo in quattro set nella finale degli US Open. Di nuovo, è il contrasto di stili ad alzare la qualità dello spettacolo in queste sfide; pur non disdegnando di trovare il punto da fondo, Becker cerca con maggiore frequenza la rete e la chiave del match diventano i due tie-break che lo aprono e lo chiudono, entrambi conquistati dal tedesco che si impone 7-6 1-6 6-3 7-6.

Lendl, che non batte il n°2 del ranking da quasi quattro anni, inizia l’ultima parte della stagione tornando sulla terra ma a Barcellona viene fermato in semifinale da Andres Gomez. Il mancino ecuadoriano attendeva questa giornata da oltre otto anni e ben quattordici incontri, ovvero tutti quelli intercorsi dalla sua unica vittoria su Lendl, conseguita a Washington nel 1981. Poi, come detto, solo qualche set fino al rocambolesco 1-6 7-6 9-7 che decreta anche l’unico successo di Andres contro un n°1 in carriera (a fronte di ben nove sconfitte). Vincitore di due edizioni degli Internazionali d’Italia (1982 e 1984) e più in generale di sedici titoli ATP, Gomez è appena n°30 del mondo quando ottiene questo risultato ma è già stato a lungo top 10 nel corso di una carriera che pare avviata verso un dignitoso tramonto. Invece, come vedremo più avanti, il bello arriverà inatteso quanto meritato nella tarda primavera del 1990.

Ma restiamo su Lendl, che rimedia subito al mezzo passo falso catalano infilando tre tornei consecutivi su altrettante superfici (la terra di Bordeaux, il duro di Sydney e il sintetico di Stoccolma) e si presenta al Masters, l’ultimo che si disputa nella gloriosa sede del Madison Square Garden di New York, con i favori del pronostico. Anche perché, nel torneo dei maestri, Lendl è alla decima partecipazione consecutiva e nelle nove precedenti ha sempre raggiunto la finale, vincendone cinque. Ivan supera in scioltezza il round robin lasciando appena 14 giochi ai tre statunitensi affrontati (Chang, Krickstein e McEnroe) senza perdere mai il servizio e, prima della semifinale con Edberg, la commentatrice ed ex-tennista Mary Carillo ammette che una vittoria dello svedese sarebbe una sorpresa. Lendl arriva a questo match con un bilancio in carriera sul tappeto sintetico di 209 vinte e 32 perse ma Edberg lo tiene in costante apprensione con la battuta e gioca meglio i punti importanti che decretano il 7-6 7-5 in favore dello scandinavo, che il giorno dopo batterà Becker conquistando il suo primo (e unico) Masters.

Ivan Lendl e Stefan Edberg

Nonostante la sconfitta, Lendl chiude al primo posto la stagione (è la quarta per lui, dopo il triennio 1985-1987) e nel 1990 è ancora l’uomo da battere. Con il preciso obiettivo di colmare la sua unica grande lacuna – ovvero Wimbledon – il n°1 del mondo predilige i campi rapidi e salta di netto l’intera stagione primaverile sulla terra battuta. Nella sua marcia di avvicinamento al grande evento, Lendl parte conquistando gli Australian Open (dove uno sfortunato Edberg è costretto al ritiro a metà di una finale fin lì equilibrata) dopo aver perso nei quarti a Sydney da Noah. Appena una settimana di sosta e il tour-de-force del numero 1 prevede tre tornei indoor consecutivi di qua e di là dall’Atlantico; vince a Milano e Toronto e perde in finale (doppio 6-2) a Stoccarda con Becker. 

Il passaggio sul cemento riserva a Lendl due battute d’arresto inattese. Nell’ATP Championships Series (è questa la nuova denominazione dei nove tornei che stanno un gradino sotto gli slam) di Key Biscayne, Ivan perde negli ottavi con Emilio Sanchez mentre a Tokyo a fermarlo – stavolta in semifinale – è Aaron Krickstein. Prodotto della scuola di Bollettieri, lo statunitense di Ann Arbor – Michigan – ad inizio carriera ha battuto alcuni record di precocità; a 16 anni, due mesi e 13 giorni diventa il più giovane vincitore di un titolo ATP (a Tel Aviv, nel 1983) e due giorni dopo è anche il più precoce top 100 della storia, così come lo sarà per la top 10, conquistata subito dopo i 17 anni nell’agosto 1984. Quando batte Lendl, Aaron è il settimo tennista del ranking ma ha già dovuto fare i conti con diversi infortuni che ne hanno limitato il rendimento. Nonostante ciò, quando c’è da lottare Krickstein è un osso duro (chiuderà la carriera con un record di 29-8 al quinto set) e in Giappone si qualifica per la finale battendo per l’unica volta in carriera un n°1 mondiale con lo score di 6-3 5-7 6-4.

Ma Lendl, l’abbiamo detto, ragiona solo in prospettiva di Wimbledon e si prende due mesi di pausa per prepararsi al meglio sull’erba. La sosta sembra avergli fatto bene tanto che, chiamato a difendere il titolo conquistato l’anno precedente, al Queen’s Ivan è intrattabile e torna a battere Boris Becker dopo quasi due anni; succede in finale e lo score (6-3 6-2) incoraggia il leader del ranking, anche perché in precedenza sull’erba aveva sempre perso (0-3) con il tedesco. Ancora una volta, però, le certezze del Queen’s diventano dubbi a Wimbledon, dove Lendl approda in semifinale balbettando contro avversari non di primissimo livello (Miniussi, Antonitsch, Shelton e Brad Pearce) per poi offrirsi in sacrificio a uno splendido Stefan Edberg, che lo batte 6-1 7-6 6-3 senza attenuanti.

Finisce qui, di fatto, il lungo regno di Ivan Lendl, iniziato il 28 febbraio 1983. Amareggiato dall’esito della sua undicesima campagna di Wimbledon, Lendl tornerà in campo solo a New Haven nella stessa settimana in cui il computer dell’ATP l’ha declassato al secondo posto: è il 13 agosto e l’ultima soddisfazione gli arriva dal totale delle settimane trascorse in vetta, esattamente 270, ovvero due in più di chi deteneva il record precedente, Jimmy Connors. In tutto questo tempo, Lendl ha giocato 410 incontri (366-44) in 86 tornei, di cui 35 vinti. Pur avendo avuto alle spalle per tanto tempo Boris Becker, non sarà il tedesco a raccogliere la sua eredità bensì… Questo lo scopriremo nella prossima puntata.        

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DECIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1989LENDL, IVANMcENROE, JOHN76 67 26 57DALLAS WCTS
1989LENDL, IVANEDBERG, STEFAN36 62 46TOKYOH
1989LENDL, IVANCHANG, MICHAEL64 64 36 36 36ROLAND GARROSC
1989LENDL, IVANBECKER, BORIS57 76 62 46 36WIMBLEDONG
1989LENDL, IVANBECKER, BORIS67 61 36 67US OPENH
1989LENDL, IVANGOMEZ, ANDRES61 67 79BARCELLONAC
1989LENDL, IVANEDBERG, STEFAN67 57MASTERS S
1990LENDL, IVANNOAH, YANNICK16 46SYDNEYH
1990LENDL, IVANBECKER, BORIS26 26STOCCARDA INDOORS
1990LENDL, IVANSANCHEZ, EMILIO36 76 46MIAMIH
1990LENDL, IVANKRICKSTEIN, AARON36 75 46TOKYOH
1990LENDL, IVANEDBERG, STEFAN16 67 36WIMBLEDONG


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
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Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
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