Uno contro tutti: Connors

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Uno contro tutti: Connors

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Jimmy Connors, il primo statunitense

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A causa di un aggiornamento tardivo delle classifiche, Jimmy Connors diventa numero 1 del mondo solo il 29 luglio 1974, ovvero ben ventitrè giorni dopo aver battuto il trentanovenne Ken Rosewall nella finale di Wimbledon. A quel tempo funzionava così, gli strumenti a disposizione dell’ATP per elaborare l’enorme mole di dati che gli pervenivano giornalmente erano limitati e ancora in fase di perfezionamento e quindi ci si doveva accontentare di cadenze praticamente mensili, anziché settimanali come avviene oggi. Poco male, non sono alcune settimane in più o in meno a modificare lo stato delle cose. John Newcombe, nel suo breve regno, non era riuscito a confermare gli ottimi risultati che l’avevano portato a quel livello mentre la marcia del ragazzo di Belleville, iniziata a Melbourne il primo gennaio con la vittoria agli Australian Open, era pressoché inarrestabile.

Le faide tra le diverse sigle del tennis continuavano, anche nel ’74, a creare situazioni imbarazzanti e discutibili, come quella che aveva impedito a Connorsreo di aver giocato alcuni incontri del World Team Tennis, una lega statunitense a squadre in cui sia la federazione internazionale che il WCT vedevano un potenziale rivale – di partecipare al Roland Garros. Sul momento, la forzata rinuncia a Parigi non parve così importante ma a posteriori lo diventò e non poco. Perché, dopo Melbourne e Wimbledon, l’allievo di mamma Gloria e nonna Bertha farà suoi quell’anno anche gli US Open (di nuovo imponendosi a Rosewall in finale) e quindi l’eventualità di diventare il terzo uomo – dopo Budge e Laver – a centrare il Grand Slam si dimostrò tutt’altro che remota.

Fin dalle sue prime apparizioni nel grande circo del tennis, Jimbo si distingue per la scarsa empatia che evidenzia nei confronti di tutto ciò che lo circonda, dalle istituzioni ai colleghi e talvolta fino agli spettatori. È quello che si definisce un bad boy, un bullo, tirato su così da due donne ambiziose e un allenatore, Pancho Segura, che propaga la sua filosofia di quando era giocatore a quel ragazzo mancino che perfezionerà uno stile del tutto originale. Si fa un torto a Connors – e agli altri interpreti del colpo prima di lui – quando si sostiene che il rovescio a due mani l’ha inventato Borg. Lo svedese ha sdoganato il suo rovescio bimane, avviando in patria e altrove una miriade di tentativi di imitazione tutti peraltro falliti, ma Jimmy lo giocava da prima, sia pur in modo del tutto diverso. I colpi di Connors sono perlopiù piatti, talvolta eseguiti saltando, ma il vero segreto è l’introduzione del concetto di controffensiva in risposta, utile a bagnare le polveri dei tanti attaccanti che ancora popolano il circuito. Vero, il servizio non è all’altezza del resto e il dritto non sempre affidabile ma, nel complesso, il ventunenne dell’Illinois è in grado di sprigionare un’energia e un vigore agonistico sconosciuto ai più.

Alla prima uscita da re del mondo, Connors affida alla sua inconfondibile Wilson T2000 il compito di insinuare il dubbio sulla presunta legittimità del futuro rimpianto. A Indianapolis, nei campionati americani su terra battuta, il numero 1 del mondo si aggiudica il titolo battendo Orantes in semifinale e Borg in finale, ovvero proprio i finalisti del Roland Garros a cui lui ha dovuto rinunciare. A buon intenditor, poche parole. Comunque, rimpianti a parte, Connors chiude la stagione con appena quattro sconfitte, due delle quali maturate da quando è leader del ranking. Il primo ad ottenere il suo scalpo è un ottimo doppista spagnolo che però ha disputato – perdendola – l’ultima finale tra amatori agli Australian Open: Juan Gisbert. L’iberico lo ferma al terzo turno di Montreal mentre, prima di chiudere la stagione, Jimbo perderà anche contro il neozelandese Onny Parun sul sintetico di San Francisco.

 

Dalla vittoria con Pat Dupre, al primo turno di Indianapolis 1974, a quella con Stan Smith (terzo turno di Boston 1977), Connors sorvolerà la sua prima lunga fase da padrone delle ferriere disputando un totale di 287 incontri e vincendone più del 90%. Tuttavia, a una stagione da dominatore assoluto ne segue una ben più contrastata, che ribalta del tutto gli esiti di quella precedente. Saltato di nuovo, stavolta per scelta, il Roland Garros, Jimbo perde tutte e tre le finali Slam in cui difendeva il titolo. A Melbourne a batterlo è il n.2 Newcombe, a Wimbledon si arrende alla sagacia tattica di Ashe mentre sulla terra verde di Forest Hills, dopo aver regolato Borg in semifinale, viene distrutto da Manuel Orantes in tre rapidi set. Nato da una famiglia di umili origini a Granada, “Manolito” iniziò a far parlare di sé nel 1968 quando sconfisse nella finale di Madrid l’altro Manolo, il ben più celebre Santana.

Manuel Orantes allo US Open 1975

Mancino dotato di un tocco inusuale, abbiamo già ricordato come Orantes fosse stato finalista a Parigi l’anno precedente ma nel Queens la vera impresa la compirà in semifinale, recuperando da 1-2 e 0-5 nel quarto set e annullando ben cinque match-points a Vilas. Nel giorno più importante della sua carriera, ad assistere al suo capolavoro ci sono 15.669 spettatori pigiati come sardine sugli spalti del West Side Tennis Club e alla fine la sua tattica (“Dargli palle senza peso perché sapevo che a spingere avrebbe avuto difficoltà, ma sono stato fortunato che abbia sbagliato così tanto” dirà in conferenza stampa) risulta vincente, anche grazie ai tanti lob chirurgici con cui ha neutralizzato gli attacchi del campione in carica.

Dal canto suo, il numero 1 ammette con onestà che “non pensavo potesse giocare a questo livello e invece l’ha fatto; non mi resta che complimentarmi con Manolo. Quanto alla sua possibile stanchezza, tante volte succede così: stava ancora giocando dalla sera prima e non ha avuto tempo per fare nulla, nemmeno per sentirsi stanco”.

A pagina 2, la sconfitta contro Panatta e l’avvicendamento con Borg

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Uno contro tutti, la storia finisce: Djokovic 2018 e 2020, passando per Nadal 2019

La storia degli ultimi tre leader della classifica, che in realtà sono due: i soliti Djokovic e Nadal. Dalla straordinaria rimonta del serbo nel 2018 al 2020 viziato dalla pandemia

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Novak Djokovic numero 1 del mondo a fine anno - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Ci sono esattamente 6775 punti e nove posizioni in classifica mondiale tra il numero uno mondiale Rafael Nadal e Novak Djokovic il 13/08/2018, all’indomani della Rogers Cup che si è appena conclusa a Toronto. Lo spagnolo ha appena messo in vetrina il 33esimo Masters 1000 della sua mirabolante carriera, il nono sul duro, e ha saputo resistere al ritorno di Roger Federer che, insieme a lui, ha ristabilito le antiche gerarchie del tennis dopo il triennio sovranista di Djokovic e Murray da luglio 2014 ad agosto 2017. Pare insomma quantomeno improbabile, se non proprio impossibile, che il trono del maiorchino possa essere insediato da altro collega che non sia lo stesso Federer, pure lui distanziato ma di “soli” 3740 punti, ancorché con qualche pesante cambiale in scadenza.

Invece. Invece la rincorsa di Nole, iniziata a Wimbledon, prosegue a Cincinnati, dove il serbo stabilisce un altro primato, diventando l’unico tennista ad aver vinto almeno una volta tutti i Masters 1000 in calendario. In Ohio, Djokovic batte Federer in finale ma una consistente fetta della torta (in termini di punti) è in palio, naturalmente, allo US Open. Un’edizione soffocante, dal punto di vista climatico, dello Slam statunitense mette fuori uso Federer prima degli altri (battuto al quarto turno dal caldo e da Millman) ma, quando tutto sembra propendere per la finale tra Djokovic e Nadal, lo spagnolo si ferma in semifinale al cospetto di Del Potro. La durissima e splendida battaglia nei quarti con Thiem, conclusa vittoriosamente al quinto set, ha lasciato strascichi sul ginocchio di Nadal che nella sfida con l’argentino è competitivo solo nel primo set, ceduto al tie-break; poi, perso nettamente il secondo, si ritira e non giocherà più fino al 2019.

In finale JMDP trova Djokovic, pure lui provato dal caldo eccessivo nei primi turni (al debutto con Fucsovics è sul punto di ritirarsi prima di reagire e chiudere 6-0 al quarto) ma via via sempre più tonico e rilassato, e l’ultimo atto è quasi una formalità, con Delpo che solo nel secondo set mette qualche dubbio al serbo.
Con Nadal ai box, per Djokovic la rimonta non è più un miraggio e la vittoria a Shanghai unita alla finale persa a Bercy con il russo Karen Khachanov trasforma questo miraggio in realtà: il 5 novembre il serbo torna a indossare la corona riservata al re e nessuno gliela potrà più togliere dalla testa in questo 2018.

Una settimana di sosta e per Djokovic è già tempo di bagnare la sua quarta esperienza sul trono con le ATP Finals; a Londra il serbo sembra inarrestabile e conquista la finale senza perdere nemmeno un set ma qui ritrova il giovane tedesco Alexander Zverev, già affrontato e battuto nettamente nel girone, che sembra un altro rispetto a qualche giorno prima e ribalta il punteggio. Il Masters va in Germania a distanza di 23 anni dall’ultima volta ma Djokovic può ritenersi più che soddisfatto per quello che è riuscito a fare dal Roland Garros in poi.

Dopo aver perso le prime cinque sfide in carriera contro il numero uno del mondo (quattro con Djokovic e una con Nadal), Roberto Bautista Agut aveva rotto il ghiaccio a Shanghai nel 2016, eliminando il serbo. Nelle semifinali di Doha, lo spagnolo si ripete (3-6 7-6 6-4) e infligge il primo ko del 2019 al leader del ranking. “Bautista” rappresenta l’evoluzione della specie di una scuola, quella iberica, che ha saputo adattarsi piuttosto rapidamente all’esigenza di creare tennisti universali, in grado di ben figurare su ogni superficie. Con un best ranking di n. 9 – che raggiungerà però solo alla fine della stagione – il trentenne di Castellon de la Plana conquista così la finale n. 16 in carriera e solo due di queste le ha giocate sulla terra rossa, a fronte di tredici sul duro e una sull’erba.

All’Australian Open, le prime due teste di serie fanno onore al loro ruolo conquistando la finale; con estrema facilità Nadal (diciotto set a zero e appena 48 giochi ceduti agli avversari), con qualche grattacapo in più Djokovic, costretto al quarto set sia da Shapovalov che da Medvedev. I bookmakers vedono favorito il serbo, sia pur non di molto, e il campo conferma l’intuizione, sia pur in modo assai più netto di quanto ci si potesse attendere. Perché il numero uno, proprio come titola Ubitennis nell’occasione, è semplicemente Indjokabile e chiude la pratica con un 6-3 6-2 6-3 condito da un saldo vincenti-errori di +25 (34-9) contro il -7 dello spagnolo (21-28), concedendo una sola palla-break, peraltro annullata.
Proprio nel momento in cui potrebbe prendere il largo in classifica, Djokovic frena e infarcisce la sua primavera con una serie di sconfitte imprevedibili.

La prima è quella al terzo turno di Indian Wells con Philipp Kohlschreiber, che gli infligge un doppio 6-4 e al dodicesimo tentativo riesce finalmente a ottenere lo scalpo più importante della carriera. Poi, a Miami, ecco di nuovo Bautista Agut mentre sulla terra di Monte Carlo è la volta del russo Daniil Medvedev nei quarti. Buon per Nole che Nadal non ne approfitta e in due dei suoi feudi (il Principato e Barcellona) non va oltre la semifinale, battuto rispettivamente da Fognini e Thiem, per poi inciampare anche a Madrid, dove a batterlo è Tsitsipas. Il greco ottiene così il diritto di affrontare Djokovic nella finale del Mutua Madrid Open ma non riesce a ripetersi e il serbo può tornare al successo dopo un periodo non esattamente felice sul piano dei risultati e delle prestazioni.

 

A Roma, i primi due del mondo si affrontano per la 54esima volta in carriera (di cui ben 26 in una finale) con in palio il 1000 del Foro Italico e a prevalere questa volta è Nadal, in tre set.

Rafael Nadal – Roma 2019

La sfida potrebbe riproporsi al Roland Garros ma il serbo si ferma al penultimo ostacolo, nella fattispecie il sempre più intraprendente austriaco Dominic Thiem che lo batte 7-5 al quinto in un incontro sospeso più volte per pioggia. Campione in carica nei tre major precedenti, Nole sognava di approdare all’ultimo atto e magari ripetere quanto riuscì a fare a cavallo tra il 2015 e il 2016, ovvero detenere i quattro titoli contemporaneamente, ma Thiem è in costante ascesa e la terra rossa è ancora la sua superficie preferita. Il serbo continua a guadagnare punti in classifica e, dopo Parigi, ne ha quasi 5000 più di Nadal.

I due si danno appuntamento a Wimbledon ma rischiano entrambi di finire in pasto al vecchio leone Roger Federer. Lo svizzero regola Nadal in semifinale e due giorni dopo arriva due volte consecutive a un solo punto dalla vittoria con Djokovic; il serbo si salva prima con una risposta e poi con un passante e, vincendo tre tie-break (il terzo sul 12-12 al quinto set, come vuole il nuovo regolamento dei Championships), si conferma campione per lo sconforto dei tifosi di Federer. Nell’estate americana, invece, i primi due non si incrociano perché Nadal si impone alla Rogers Cup di Montreal mentre Djokovic salta il Canada e gioca a Cincinnati, dove però viene fermato in semifinale da Medvedev. Il russo, con il suo tennis fuori dai consueti canoni stilistici, sta vivendo una grande estate e si presenta a New York con il biglietto da visita di tre finali consecutive (Washington, Montreal e Cincinnati), che diventano quattro proprio agli US Open, in cui emerge nella parte alta del tabellone, lasciata sguarnita proprio dal numero uno del mondo, costretto al ritiro al quarto turno contro Stan Wawrinka.

Condizionato da una spalla malandata, il serbo perde i primi due set e all’inizio del terzo lascia il campo. Ci sono concrete possibilità che il 2019 di Djokovic sia finito e invece, molto più rapidamente del previsto, il numero uno rientra nel circuito a Tokyo e alza il 76° titolo in carriera, il primo in Giappone. Nel rush finale della stagione, sono sempre le cambiali in scadenza a fare la differenza. Di queste, Djokovic ha il portafoglio pieno mentre Nadal non ne ha nemmeno una, dato che l’anno prima di questi tempi era già in vacanza. Così, per il serbo i 1140 punti di vantaggio dopo Tokyo non sono molti e 820 li lascia a Shanghai, dove Tsitsipas lo batte nei quarti e gli impedisce di difendere il titolo conquistato l’anno precedente.

Di ritorno da una lunga sosta, durante la quale si è anche sposato, Rafael Nadal rientra a Parigi-Bercy già sapendo che al termine del torneo diventerà nuovamente il numero uno del mondo. Questo succede perché i punti totalizzati alle ATP Finals del 2018 vengono sottratti in anticipo e quindi Djokovic, pur facendo suo l’ultimo 1000 stagionale senza cedere nemmeno un set, scende comunque a 8945 e viene superato dallo spagnolo, che a Bercy vince tre incontri prima di dare forfait. Al primo incontro da leader, Nadal rimedia una severa lezione con Zverev a Londra (6-2 6-4) e la sconfitta gli costa la qualificazione alle semifinali ma Djokovic fa peggio di lui (fuori nel girone) e vanifica l’ultima possibilità di un sorpasso in extremis. Per festeggiare al meglio, Nadal trascina la sua nazionale alla conquista della Davis Cup nel nuovo format disputato dentro la Caja Magica di Madrid; il mancino di Manacor non perde nemmeno un set sul duro indoor e chiude la stagione con cinque vittorie e le mani sull’insalatiera d’argento.

Rafa Nadal – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

A pagina due, Djokovic chiude in vetta il 2020 e la storia finisce. Per ora…

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Uno contro tutti: Federer torna sul trono a 36 anni e mezzo

Nadal e Federer tornano agli antichi fasti tra sorpassi e controsorpassi: lo svizzero diventa il più anziano N.1 nel febbraio 2018

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Quando annuncia, a tabellone già compilato, che nonostante tutti gli sforzi non sarà in grado di partecipare agli US Open, Andy Murray non è più il primo tennista della classifica da una settimana. Il suo regno è durato 41 settimane ed è stato un lungo calvario, durante il quale lo scozzese ha pagato lo sforzo della fantastica cavalcata del 2016 insieme all’acutizzarsi del problema all’anca. Contemporaneamente, anche Djokovic ha segnato il passo e si è fermato dopo il ritiro fatto registrare a Wimbledon contro Berdych. Entrambi rientreranno, sia pur in momenti diversi, solo nel 2018.

Fermi ai box Murray e Djokovic, la scena se la sono presa Federer e Nadal. Lo svizzero ha centellinato le sue presenze in campo e nemmeno la tripletta Australian Open-Indian Wells-Miami gli ha fatto cambiare idea sull’opportunità di saltare per intero la stagione sulla terra rossa, Roland Garros compreso. Ripresentatosi a Stoccarda con un po’ di ruggine (sconfitto da Haas), Roger ha messo a segno la doppietta Halle-Wimbledon e prima degli US Open ha intravisto addirittura la possibilità di tornare al primo posto del ranking. In Canada però, pur giungendo in finale, ha accusato dolori alla schiena e quindi, saltato Cincinnati, l’opportunità è sfumata. Nadal invece non si è risparmiato e alla lunga l’ha spuntata. Sconfitto in tre occasioni dall’amico-nemico sul duro, Rafa ha fatto bottino quasi pieno sulla terra (Monte Carlo, Barcellona, Madrid e Parigi) perdendo solo con Thiem nei quarti di finale a Roma. Dopo il ko a Wimbledon con Muller, lo spagnolo è andato in America alla ricerca dei punti utili a tornare numero uno e li ha trovati, anche se probabilmente meno di quelli che sperava.

A Montreal, Nadal perde al terzo turno con il canadese Denis Shapovalov, un diciottenne mancino appena alla decima partita da professionista nel tour ma destinato a un futuro da protagonista. A causa della prematura eliminazione in Canada, il sorpasso da parte dell’iberico arriva a Cincinnati a prescindere dal risultato, in quanto il britannico retrocederà solo perdendo i punti che non potrà difendere. In ogni caso, Nadal vince due incontri e perde con Nick Kyrgios ai quarti ma tanto basta a decretare la nuova leadership, ufficializzata con la classifica del 21 agosto. Appena diventato re, il mancino di Manacor dimostra di meritare la corona conquistando gli US Open senza troppo affanno. Anche se già Taro Daniel e Leonardo Mayer gli hanno tolto un set nei primi turni, il match più spinoso per Nadal è la semifinale con Del Potro (che ha sconfitto Federer) ma anche l’argentino non va oltre il parziale d’apertura, prima di raccogliere appena cinque giochi negli altri tre. In finale, Kevin Anderson non dà mai la sensazione di poter sovvertire il pronostico e Nadal pareggia il conto degli slam stagionali con Federer: due a testa.

Dopo la parentesi di Praga con la neonata Laver Cup, nella quale Nadal gioca (e vince) il doppio insieme a Federer ma in singolare perde con Isner in due set dopo aver sofferto con Sock, il numero uno vola in Cina e coglie due finali; vittoriosa quella di Pechino con Nick Kyrgios (ma al debutto aveva dovuto annullare due match-points al francese Pouille), meno fortunata quella di Shanghai dove Federer gli riserva un trattamento simile a quello visto a Indian Wells e Miami e lo batte in due set. Tornato in Europa, Nadal scende in campo anche a Bercy e il successo al debutto contro Chung gli garantisce di chiudere la stagione al primo posto per la quarta volta in carriera. Dopo aver battuto anche Cuevas, Rafa abbandona il torneo e si presenta alle ATP Finals in condizioni fisiche non ottimali. Sconfitto da Goffin nel primo incontro del round-robin, Nadal si ritira dal Masters e chiude così mestamente la stagione che lo ha rilanciato – insieme a Federer – nel tennis di vertice.

Il duello eterno tra Nadal e Federer riprende agli Australian Open, dove lo svizzero si conferma campione (cogliendo il 20° titolo slam) battendo in finale il croato Marin Cilic, che nei quarti ha eliminato proprio lo spagnolo. Per l’ottava volta in carriera (seconda in un major) il numero uno del mondo abbandona il campo a gara in corso e in questa occasione è la gamba, ma non specificamente il ginocchio, a creargli dolore. Nadal si lamenta dei campi troppo duri e tornerà solo tre mesi dopo in Coppa Davis contro la Germania, così Federer chiede e ottiene una wild-card per l’ATP 500 di Rotterdam ben sapendo che, in caso di semifinale, tornerebbe al primo posto del ranking. Proprio nei quarti, forse anche per l’importanza della posta in palio, Roger tentenna inizialmente contro l’olandese Robin Haase lasciandogli l’unico set del torneo; poi si scioglie, mette a segno un doppio 6-1 e sa già che il lunedì successivo sarà il più anziano n°1 del mondo nella storia dell’ATP. Non pago, Federer si aggiudica il torneo regolando anche Seppi e Dimitrov.

Dunque, il 19 febbraio, a poco più di 36 anni e mezzo, Federer diventa il più anziano re del ranking ATP ma le due grosse cambiali in scadenza tra Indian Wells e Miami e la già annunciata sosta che si concederà durante i mesi della terra rossa fanno sì che la leadership sarà presumibilmente di breve durata. Infatti, sconfitto in una rocambolesca finale di Indian Wells da Juan Martin Del Potro (con tre match-points non sfruttati nel terzo set), Federer perde al debutto a Miami contro il n°175 del mondo, il promettente australiano Thanasi Kokkinakis, la cui carriera è stata fin qui caratterizzata da diversi contrattempi fisici. Il 2 aprile, dopo Miami, Nadal torna al comando e la sua successiva campagna “rossa” è del tutto simile a quella dell’anno precedente: quattro titoli (Monte Carlo, Barcellona, Roma e Roland Garros) e una sconfitta, di nuovo con Thiem, stavolta a Madrid.
Tuttavia, anche senza giocare, Federer torna leader per una settimana (dal 14 al 20 maggio) e di nuovo un mese dopo, ritoccando così il suo primato di anzianità, durante il torneo di Halle. In Germania Roger gioca i suoi ultimi incontri in carriera da primo della classe e perde in finale con Borna Coric dopo aver annullato due match-points a Paire al secondo turno. Lo svizzero suggella quindi a 310 il suo numero record di settimane in testa al ranking e ben difficilmente potrà migliorarsi in futuro.

In virtù di un algoritmo che, nella determinazione delle teste di serie, tiene conto anche dei risultati fatti registrare negli anni precedenti sull’erba, a Wimbledon Federer è il primo del seeded-player nonostante sia il numero 2 dell’ATP. Lo svizzero però si fa rimontare nei quarti da Kevin Anderson e non difende il titolo, spostando su Nadal i favori del pronostico. Lo spagnolo ha fatto erba bruciata nei primi quattro turni ma nei quarti ha dovuto rimanere sul centrale quasi cinque ore per piegare la resistenza di Del Potro al termine di una sfida bellissima. E in semifinale ritrova una vecchia conoscenza, uno che – dopo aver raggiunto il paradiso – sembrava aver smarrito la retta via: Novak Djokovic.

Allo scopo di capire il presente e il futuro, è inevitabile spiegare il passato. Il recente passato dell’uomo che solo due anni prima aveva completato il suo personale Grande Slam è iniziato da Melbourne, dopo una pausa forzata di sei mesi allo scopo di guarire da un problema al gomito. I primi sei mesi di Djokovic, sceso al n°14 del ranking, non aiutano all’ottimismo e le sconfitte al debutto con Daniel e Paire a Indian Wells e Miami, con Klizan a Barcellona, con Edmund a Madrid e soprattutto con Cecchinato nei quarti al Roland Garros, sono mazzate al morale. Tanto che, dopo Parigi, il serbo è a un passo da una nuova pausa di riflessione. Poi però cambia idea e partecipa al Queen’s, dove si spinge fino alla finale e lì perde con Cilic dopo aver sprecato match-point (è appena la terza volta che gli succede). Un’altra mazzata, ma anche la sensazione che forse qualcosa sta cambiando. E cambia rapidamente.

 

A Wimbledon, Novak lascia per strada un paio di set ma ritrova pezzi di fiducia ad ogni ostacolo superato. E quando arriva il più alto, è di nuovo il Djokovic freddo e spietato nei momenti chiavi della partita. Nadal non aveva mai perso una semifinale a Wimbledon ed è stato a due passi dal ripetersi, in un match sospeso per oscurità con Djokovic avanti 2-1 e continuato il giorno seguente fino al limite delle cinque ore e quindici minuti. Ma il serbo è tornato e alla fine vince lui 10-8 al quinto, ripetendosi assai più velocemente il giorno dopo con Anderson in finale. “Non ho niente da rimproverarmi” dirà lo spagnolo dopo la sconfitta. “Credo di aver fatto un’ottima partita nel complesso; così come con Del Potro, poteva finire in qualsiasi modo. Stavolta è andata male.”
Il numero uno però si sente bene e lo ribadisce a Toronto, aggiudicandosi la Rogers Cup e dilatando il suo vantaggio in classifica su Federer, assente in Canada ma finalista la settimana successiva a Cincinnati. Il 13 agosto, dopo gli Open del Canada, Nadal ha quasi 4000 punti di vantaggio sullo svizzero e sembra inavvicinabile. Probabilmente lo sarebbe, se la figura in controluce che sta uscendo dal tunnel non avesse le sembianze di un marziano tornato sulla terra dopo un lungo viaggio dentro se stesso. Nella prossima puntata, l’ultima di questa carrellata sui numeri uno del ranking ATP, arriveremo ai giorni nostri.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTISETTESIMA PARTE

2017NADAL, RAFAELISNER, JOHN57 67LAVER CUPH
2017NADAL, RAFAELFEDERER, ROGER46 36SHANGHAIH
2017NADAL, RAFAELGOFFIN, DAVID67 76 46MASTERS H
2018NADAL, RAFAELCILIC, MARIN63 36 76 26 02 RIT.AUSTRALIAN OPENH
2018FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN46 76 67INDIAN WELLSH
2018FEDERER, ROGERKOKKINAKIS, THANASI63 36 67INDIAN WELLSH
2018NADAL, RAFAELTHIEM, DOMINIC57 36MADRIDL
2018FEDERER, ROGERCORIC, BORNA67 63 26HALLEG
2018NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK46 63 67 63 810WIMBLEDONG

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono
  25. Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros
  26. Nel 2016, l’ascesa al trono di Sir Andrew Barron Murray

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Uno contro tutti: nel 2016, l’ascesa al trono di Sir Andrew Barron Murray

Con un finale di stagione straordinario, Andy Murray corona la sua lunga rincorsa a Djokovic e diventa il 26° numero uno della storia del tennis maschile

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Il 5 giugno 2016, per chi crede che sia possibile anche solo stilare una classifica del genere, Novak Djokovic pone la sua autorevole candidatura a diventare il migliore di tutti i tempi. Battendo Andy Murray nella finale del Roland Garros, non ha solo conquistato l’unico Slam che gli mancava. Per usare una terminologia cara al pugilato, ha riunificato il titolo indossando contemporaneamente le quattro sacre cinture del tennis: Wimbledon, US Open, Australian Open, Roland Garros, rispettando l’ordine con cui le ha vinte. Prima di lui, solo Don Budge (che ne vinse addirittura sei in fila tra il 1937 e il 1938) e due volte Rod Laver (nel 1962 e nel 1969) ci erano riusciti e Djokovic l’ha fatto nel periodo in cui stanno giocando anche Federer, Nadal e lo stesso Murray.

Insomma, potrà anche non essere simpatico a tutti, ma il serbo ha scritto una pagina memorabile del nostro sport e vorrebbe completare l’opera mettendosi al collo la medaglia d’oro olimpica a Rio de Janeiro. Prima però, ci sarebbe da difendere il titolo di Wimbledon, ma vuoi l’appagamento, vuoi una giornata storta, vuoi anche la stanchezza mentale che si fa sentire tutta in una volta dopo diciotto mesi intensissimi, ebbene ai Championships il numero uno si fa sorprendere da un californiano di 29 anni che proprio sull’erba – quella del Queen’s, nel 2010 – ha colto il più prestigioso dei suoi otto titoli ATP: Sam Querrey. Lo statunitense verrà poi sconfitto da Raonic, che a sua volta cederà in finale per il secondo titolo sui prati londinesi di Andy Murray.

Djokovic fuga ogni dubbio sul suo appetito incamerando la Rogers Cup a Toronto senza perdere nemmeno un set ma a Rio un sorteggio maligno gli mette di fronte all’esordio l’argentino Juan Martin Del Potro. Fermo ai box per quasi un anno, l’argentino è ripartito in febbraio da Delray Beach con il pettorale n.1042 ma in breve tempo è rientrato nei primi duecento e, quando sta bene, è un pericolo per chiunque. Le grandi motivazioni di Djokovic si infrangono sul dritto e sul servizio di Delpo (nemmeno una palla-break concessa) che vince con un doppio 7-6 e fa uscire il serbo in lacrime. “Una delle più grosse delusioni della mia carriera” dichiara Djokovic, e non può essere una consolazione il fatto che Del Potro conquisterà l’argento, battuto in finale da Murray dopo aver sconfitto in semifinale Nadal.

Djokovic e del Potro al termine del match di Rio 2016

Saltato Cincinnati, il numero uno torna in campo a New York ma una serie di ritiri (Youzhny al terzo turno e Tsonga nei quarti) e forfait (Vesely al secondo turno) rendono quasi impossibile giudicarne lo stato di forma. Sconfitto Monfils in semifinale, Djokovic sembra in grado di confermarsi campione degli US Open ma dall’altra parte della rete il suo rivale ha tutta l’aura di imbattibilità tipica dei sopravvissuti. Infatti Stan Wawrinka è stato a un solo quindici dall’eliminazione al terzo turno contro il britannico Evans, ma l’ha scampata e ad ogni successiva vittoria ha rafforzato la sua convinzione di poter centrare il tris dopo gli Australian Open 2014 e il Roland Garros 2015. Lo svizzero è talmente maturato da portarsi in dote una striscia di dieci finali vinte consecutive nell’ultimo triennio, all’interno delle quali ci sono anche le due (su due) disputate negli Slam, e anche a New York dà dimostrazione di freddezza e lucidità. Perso il primo set, Stan non si perde d’animo nemmeno quando il serbo gli recupera il break nelle fasi conclusive del secondo e alla lunga piega la resistenza del numero uno, che chiude il match condizionato da un problema muscolare sopraggiunto però quando già era sotto 1-2.

Dopo gli US Open, Djokovic mantiene un largo vantaggio nei confronti degli inseguitori ma deve difendere parecchi punti fino al termine della stagione. Per metterlo in difficoltà, il secondo in classifica (Andy Murray) dovrebbe fare gli straordinari e ciò sembra improbabile, anche in considerazione del fatto che lo scozzese potrebbe accusare la stanchezza delle tante partite accumulate in stagione. Adesso che i “Fab Four” sono diventati i Genesis prima maniera (ovvero quando erano in cinque) e Wawrinka in tre colpi lo ha affiancato nel numero dei major conquistati, Murray vuole coronare la sua miglior stagione di sempre con un finale in crescendo. E così accade.

Dopo la sconfitta in cinque set con Del Potro nel match di apertura della semifinale di Davis Cup a Glasgow (che l’Argentina farà sua per 3-2), Andy infila diciannove vittorie consecutive e alza i trofei di Pechino, Shanghai, Vienna e Parigi-Bercy presentandosi alle ATP Finals di Londra da nuovo numero uno del mondo (il 26eiesimo complessivo).

 

Nel frattempo Djokovic ha perso qualche colpo. Assente a Pechino, il serbo si è concentrato sui due restanti Masters 1000 in cui difende il titolo ma a Shanghai perde in semifinale con Roberto Bautista Agut e a Bercy nei quarti con Marin Cilic. Si tratta di passi falsi più che giustificabili, perché sia lo spagnolo che il croato sono avversari temibili. Il primo, nonostante le origini, predilige i campi in duro e interrompe una striscia negativa di cinque sconfitte consecutive con Nole ma avrà modo in futuro di confermare questo suo exploit. Marin, invece, è pur sempre uno dei due soli tennisti – insieme a Del Potro – ad aver vinto un major dal Roland Garros 2005 fuori dalla cerchia dei cinque Genesis. Tuttavia, il 7 novembre la classifica ATP sancisce il sorpasso di Murray su Djokovic anche se i 405 punti di distacco rimandano al Masters della O2 Arena ogni decisione su chi sarà leader alla fine dell’anno.

In realtà, lo scozzese è diventato leader a causa dello spostamento in avanti del calendario dovuto all’inserimento del torneo olimpico; tale spostamento ha fatto scadere anzitempo i punti conquistati alle Finals 2015, ovvero 1300 per Djokovic e appena 200 per Murray. Ecco perché il torneo dei maestri diventa determinante per stabilire chi chiuderà in vetta il 2016. Come da copione, a Londra i due vanno in finale e in fondo è giusto che – nel caso – il trionfo del britannico debba passare attraverso una vittoria sul predecessore, in quanto nella sua clamorosa rimonta Murray non ha mai dovuto affrontare Djokovic. La partita delude le aspettative di chi pensava che potesse essere equilibrata e incerta; Nole sembra spento e Andy la controlla dall’inizio alla fine, chiudendo 6-3 6-4. Con le Finals, Murray fa suo il quarto tipo di torneo a Londra a cui ha partecipato nella sua carriera dopo il Queen’s (ben cinque volte fra il 2009 e il 2016), le Olimpiadi (2012) e Wimbledon (2013 e 2016); per alzare il trofeo, Andy ha battuto i quattro tennisti che lo seguivano nel ranking e questo legittima definitivamente la sua impresa.

Andy Murray – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Inaugurato il regno con cinque vittorie, Murray affronta il 2017 con la seria intenzione di respingere il probabile ritorno di Djokovic ma nei primi mesi dell’anno il serbo ha così tanti punti da difendere che difficilmente potrà scavalcare lo scozzese. A Doha, i due si ritrovano in finale e Djokovic infligge la prima sconfitta da numero uno a Murray ma dagli Australian Open tutto cambia. La restaurazione è tanto improvvisa quanto inaspettata e ha come protagonisti gli assenti illustri dell’anno precedente: Roger Federer e Rafael Nadal. Partendo dalle retrovie, lo svizzero e lo spagnolo si ritrovano in finale in una edizione degli Australian Open in cui i primi della classe perdono prematuramente. Djokovic viene sconfitto al secondo turno da Denis Istomin mentre Murray fa un po’ più di strada ma negli ottavi viene eliminato dal tedesco Mischa Zverev in quattro set. Il fratello del giovane Alexander è un mancino dal tennis brillante che ha già battuto cinque volte un Top-10 in carriera (a fronte di dodici ko) mentre l’uzbeko ha usufruito di una wild-card in quanto con la sua classifica di n.117 avrebbe dovuto giocarsi le qualificazioni.

Il numero uno del mondo si riprende immediatamente e conquista con il brivido il titolo a Dubai. Nei quarti, Murray salva ben sette match-points nel secondo set prima di aggiudicarselo 20-18 e avere poi ragione del tedesco Kohlschreiber; molto più agevoli le successive vittorie con Pouille e Verdasco per quello che è il 45° torneo ATP in carriera. Nessuno, al momento, può immaginare che sarà anche l’ultimo per i prossimi due anni. Ma le prime avvisaglie della crisi non tardano ad arrivare. A Indian Wells, il primo della classe perde al debutto contro il canadese Vasek Pospisil, n.129 del ranking e uscito dalle qualificazioni. Con un miglior piazzamento in carriera di n.25 a inizio 2014, Pospisil ha alternato ottime settimane (finale a Washington, quarti a Wimbledon) a lunghi periodi di buio ma nella giornata buona il suo tennis potente e offensivo è in grado di creare grattacapi a chiunque.

Nei primi quattro appuntamenti sulla terra rossa, le cose non vanno certo meglio. A Monte Carlo, Murray perde al terzo turno con Albert Ramos-Vinolas, sul quale si prende la rivincita nei quarti a Barcellona per poi uscire sconfitto dal match con il ventitreenne Dominic Thiem. L’austriaco è alla quinta sfida diretta con il leader ATP e nei quattro precedenti (una volta con Nadal, tre con Djokovic) non ha mai raccolto un set ma il vento sta iniziando a cambiare e da questo momento il suo bilancio migliorerà e non di poco. Al contrario, il rendimento del numero uno peggiora e negli ultimi due Masters 1000 sulla terra arrivano altre due nette battute d’arresto; a Madrid è il croato Borna Coric a vivere la sua giornata di gloria (ma non sarà l’unica) mentre a Roma è la volta di Fabio Fognini, quinto italiano (e sesta volta) ad imporsi ufficialmente al primo giocatore del ranking.

Al Roland Garros, dove difende la finale dell’anno precedente, Andy Murray sembra ritrovare se stesso e infila cinque vittorie (tra cui un paio importanti, contro Del Potro e Nishikori) prima di arrendersi al quinto set a Stan Wawrinka. Lo svizzero in carriera ha affrontato 24 volte il numero uno del mondo e aveva perso le prime quindici, ma dal 2014 “Stan the Man” (anche grazie al suo coach Magnus Norman) è un altro giocatore e con questo risultato sono quattro le finali major ottenute, una all’anno. Stavolta però dovrà alzare bandiera bianca contro il ritrovato Nadal, che nel ranking si scambia il posto con Djokovic (dal quarto al secondo posto e viceversa) e diventa il primo inseguitore di Murray.

Sull’erba di Londra, lo scozzese ambisce a ritrovare punti e fiducia ma la sua anca malmessa lo sta minando dall’interno e arrivano così altre due mazzate. La prima gliela infligge al primo turno del Queen’s l’australiano Jordan Thompson, un lucky-loser che in carriera ha affrontato solo due volte un Top-10 (perdendoci) e al terzo tentativo fa il colpaccio. Thompson è in campo dopo aver perso da Chardy nel secondo turno di qualificazioni e grazie al forfait di Aljaz Bedene ma sfrutta le sue qualità che si esaltano sui campi rapidi e chiude 7-6 6-2 al cospetto di un Murray scarico e troppo falloso. Così, con circa duemila punti di vantaggio su Nadal, il britannico si appresta a difendere sia il titolo di Wimbledon che la corona mondiale, centrando però solo il secondo obiettivo.

Nei quarti – e per la seconda volta consecutiva ai Championships – a fermare la corsa del leader è lo statunitense Sam Querrey, che recupera da 1-2 e chiude con un doppio 6-1; ma a quel punto l’anca di Murray ha già oltrepassato il limite di resistenza e lo costringerà a prendere drastiche decisioni per il suo futuro. Nella corsa al primato, Nadal spreca una ghiotta occasione perdendo a sua volta con Gilles Muller e il torneo lo vince Federer senza perdere un set. Così, dopo Wimbledon, il ranking ha completamente cambiato volto e adesso i “Genesis” sono tutti e cinque raggruppati in poco più di 1600 punti: Murray 7750, Nadal 7465, Federer 6545, Djokovic 6325, Wawrinka 6140. In realtà si tratta di un falso equilibrio, perché due di loro sono in costante ascesa e gli altri tre in caduta libera.

Nelle prossime due puntate, le ultime di questo lungo viaggio in compagnia dei numero 1 del tennis, vedremo come sono stati gli ultimi anni.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTISEIESIMA PARTE

2016DJOKOVIC, NOVAKQUERREY, SAM67 16 63 67WIMBLEDONG
2016DJOKOVIC, NOVAKDEL POTRO, JUAN MARTIN67 67OLIMPIADI RIO H
2016DJOKOVIC, NOVAKWAWRINKA, STAN76 46 57 36US OPENH
2016DJOKOVIC, NOVAKBAUTISTA AGUT, ROBERTO46 46SHANGHAIH
2016DJOKOVIC, NOVAKCILIC, MARIN46 67PARIGI BERCYH
2017MURRAY, ANDYDJOKOVIC, NOVAK36 75 46DOHAH
2017MURRAY, ANDYZVEREV, MISCHA57 75 26 46AUSTRALIAN OPENH
2017MURRAY, ANDYPOSPISIL, VASEK46 67INDIAN WELLSH
2017MURRAY, ANDYRAMOS-VINOLAS, ALBERT62 26 57MONTE CARLOC
2017MURRAY, ANDYTHIEM, DOMINIC26 63 46BARCELLONAC
2017MURRAY, ANDYCORIC, BORNA36 36MADRIDC
2017MURRAY, ANDYFOGNINI, FABIO26 46ROMAC
2017MURRAY, ANDYWAWRINKA, STAN76 36 75 67 16ROLAND GARROSC
2017MURRAY, ANDYTHOMPSON, JORDAN67 26QUEEN’SG
2017MURRAY, ANDYQUERREY, SAM63 46 76 16 16WIMBLEDONG

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono
  25. Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros

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