Regine del Roland Garros: buon compleanno a Justine Henin

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Regine del Roland Garros: buon compleanno a Justine Henin

Nel giorno del suo compleanno, riviviamo la storia d’amore tra la belga e lo Slam parigino

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Justine Henin - Roland Garros 2007

Quella tra Justine Henin e il Roland Garros è una grande storia d’amore. Uno di quegli amori che sembra scritto nelle stelle. E che trova conferme nella realtà, una dopo l’altra. Quelle che gli scettici chiamerebbero coincidenze e che quelli più inclini al romanticismo chiamerebbero indizi. 

Il primo porta la data del 1 Giugno 1982. Come da tradizione, in quei giorni, a cavallo tra maggio e giugno, è in corso di svolgimento lo Slam parigino. Quell’anno il torneo di singolare femminile se lo aggiudica per la prima volta Martina Navratilova, una delle migliori tenniste di ogni epoca, con 18 Major vinti in singolare in carriera. A poco meno di 300 chilometri da Parigi, a Liegi, città della Vallonia (regione francofona del Belgio), nasce la piccola Justine, terza di quattro figli. Non passerà molto tempo per vedere la piccola tenere una racchetta in mano su un campo da tennis. Rigorosamente una mano, quella destra, anche di rovescio. Una predisposizione naturale la sua, che la porta a distinguersi da tutte le sue coetanee. Non solo nel suo paese.

La seconda “coincidenza” nel rapporto speciale che lega Justine e il Roland Garros porta la data del 1992. Insieme alla madre, Henin è sugli spalti per seguire la finale del torneo femminile. Il match è uno dei 15 episodi della rivalità tra la tedesca Stefi Graf e la jugoslava Monica Seles, una delle più celebri della storia accese della storia recente del tennis femminile. Resa ancora più celebre dal folle gesto di un fan della Graf che pugnalò la Seles ad Amburgo del 1993. La tennista balcanica veniva da due vittorie consecutive a Parigi, la prima ottenuta proprio a scapito della rivale tedesca. Sotto gli occhi di una giovanissima Henin, Seles realizza la sua tripletta, conquistando l’incontro per un soffio, al termine di un epico terzo set, conclusosi per 10 game a 8.

 

“Ero a pochi metri dal campo. Dissi a mia mamma: ‘ un giorno sarò anche io lì e vincerò il torneo’. Lei mi ha guardato come a dire: ‘ sì sì sogna pure’. Ma io ero convinta e determinata a farcela. Non c’erano dubbi. Era il mio destino”, ha raccontato la tennista vallona. E non ci sarebbe riuscita solamente una volta, ma ben quattro. 

Cinque anni dopo, in effetti, Justine vince già un torneo al Roland Garros. È quello riservato alle giovani promesse. In finale, la belga si impone sulla tennista dello Zimbabwe Cara Black, di tre anni più “vecchia” di lei. Dopo aver perso il primo set per 6-4, Justine fa suoi i due successivi parziali e conquista il titolo. È la prima belga a riuscirci da quando esiste la competizione juniores a Parigi.

Già nel 1999, a 17 anni, da wild card, Henin riesce a superare le qualificazioni ed entrare per la prima volta nel tabellone principale. Al secondo turno trova la n.2 del mondo Lindsay Davenport. La trascina anche al terzo set ma alla fine si deve arrendere alla maggiore esperienza dell’avversaria. 

Per il primo significativo epxloit di Justine sui campi in terra rossa di Bois de Boulogne bisogna attendere giusto un paio di anni. Da testa di serie n.14 e n.16 del ranking mondiale, Justine approda in semifinale nel 2001 facendo fuori senza perdere nemmeno un set una serie di avversarie meno quotate di lei. Ad aspettarla in semifinale c’è un’altra belga, di un anno più giovane di lei, Kim Clijsters. Nonostante condividano la stessa nazionalità, le due non potrebbero essere più diverse. Henin vallona, Clijsters fiamminga. Henin introversa, Clijsters estroversa. Rovescio ad una mano contro rovescio bimane. Tennis del passato, tutto tecnica e talento, contro tennis del futuro, fatto di potenza e atletismo. Henin vince il primo set e va avanti di un break sul 4 a 2 nel secondo. Clijsters non si dà per vinta, rimonta e alla fine strappa lei il pass per la finale, conquistando il parziale decisivo per 6-3. Una delusione cocente per Justine. Ma come in tutte le storie d’amore, anche nella sua con il Roland Garros, c’è spazio per un po’ di sofferenza e per un po’ di attesa. Ma non troppa.

Le lacrime di dolore si trasformano in lacrime di gioia già nel 2003. Henin affronta il torneo da n.4 al mondo. Senza troppe difficoltà, fatta eccezione per il match di ottavi contro la svizzera Patty Schnyder, agguanta la semifinale. Lì il tabellone la mette di fronte alla n.1 al mondo, una dominante Serena Williams, che veniva da quattro (ripetiamolo, quattro) vittorie Slam consecutive. Una striscia iniziata un anno prima a Parigi, in quello che doveva essere lo Slam meno favorevole al tennis muscolare della statunitense. Nonostante la sua classifica e l’attitudine al torneo, Justine arriva dunque al match contro Serena da netta sfavorita. Ci si chiede come possa colmare il gap fisico con Serena. Ma nella più classica delle riedizioni dello scontro tra Davide e Golia, Justine, sostenuta dal pubblico francese, riesce ad imporsi al terzo set con il punteggio di 6-2 4-6 7-5. In finale, si prende una pesante rivincita su Clijsters e realizza il suo sogno di bambina: vincere il Roland Garros. 

“È stato molto emozionante. Ho dato tutto in quell’incontro”, ha raccontato Henin riguardo alla finale. Peccato che a vederla non ci fosse sua madre. “Quando è successo mia mamma però non era lì. Era già morta. Ma sentivo di dover mantenere la promessa fatta con lei. Per questo mi sono emozionata molto”. Ne vincerà altri tre di Roland Garros, consecutivi, dal 2005 al 2007, uno in più di quella Monica Seles che aveva vistro trionfare a dieci anni. E di Serena Williams tanto per fare un nome. Nell’albo d’oro, a partire dall’era Open, è attualmente dietro solo Chris Evert, Margaret Court e Steffi Graf come numero di successi. Oltre ai quattro trionfi parigini, Henin ha vinto in carriera anche due US Open (2003, 2007), un Australian Open (2004) e la medaglia d’oro alle olimpiadi di Atene. Ma il suo nome rimane indissolubilmente legato ad un torneo: il Roland Garros. Quello durante il quale festeggia sempre il compleanno. E dove ha avuto diverse altre cose da festeggiare nel corso della sua carriera. Auguri Justine!

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A 4000 miglia da Wimbledon, l’All Iowa Lawn Tennis Club è il regalo di un padre al figlio scomparso

Oggi vi raccontiamo la storia di Mark Kuhn, che con il figlio Alex ha costruito una piccola replica del centrale di Wimbledon in Iowa

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Non c’è un appassionato di tennis nel mondo che non apprezzi la perfezione e la cura dei campi di Wimbledon. E anche in un posto apparentemente remoto – lontano ben 4000 miglia dal Centre Court – come l’Iowa c’è un piccolo pezzo di quella tradizione del “verde” che parte da Church Road. Jack Cullen, nell’ultima edizione del “Des Moines Register“, ha parlato della storia di Mark e Alex James Kuhn, padre e figlio, che hanno creato una replica del campo centrale di Wimbledon nei pressi di Charles City, in Iowa.

La storia dell’All Iowa Lawn Tennis Club parte da lontano, nel 1962. Il piccolo Mark ha 11 anni e si è appassionato al tennis ascoltandolo per radio. Un giorno del 1962 porta il pony della sorella ad abbeverarsi e vede un campo di mangimi per bestiame. Arriva l’illuminazione: è il posto perfetto per costruirci un campo da tennis. Il giorno stesso prende le misure del campo ma il progetto resta un sogno per decenni.

Olivia Sun / The Register

40 anni dopo, la morte di un vicino (e amico) agricoltore riporta alla luce il sogno d’infanzia e nel 2002 Mark decide di realizzare quel campo d’erba. La costruzione è da subito complicata: sono necessari 16 camion pieni di suolo sabbioso, sei file di tubi di drenaggio e 15 irrigatori. Mark e suo figlio Alex devono anche rimuovere uno per uno tutti i sassi presenti sul terreno.

 
Il campo prima della lavorazione. Olivia Sun / The Register

Il progetto ‘sfida’ anche le osservazioni degli esperti dell’università dell’Iowa, che sconsigliato di realizzare campo in erba a causa delle rigide temperature invernali. Alla fine Mark riesce nel suo intento: il campo viene inaugurato nel 2006, dopo quattro anni di lavori intensi, e il successo si palesa praticamente subito. L’All Iowa Lawn Tennis Club riceve una caldissima accoglienza dal pubblico, con cento visitatori dall’inaugurazione. Arriva anche il plauso degli addetti ai lavori, come Ryan Knarr, direttore del torneo della Pennsylvania, che l’ha definito “unico nel suo genere“.

Olivia Sun / The Register

Il riconoscimento arriva anche dalla più grande eccellenza nel mondo dei campi da tennis in erba, il torneo di Wimbledon. Dopo anni di lettere mandate da Mark nella speranza di ottenere uno stage con i giardinieri di Wimbledon, la sua richiesta viene accettata nel 2012. L’anno successivo Kuhn riceve i biglietti per il Centrale di Wimbledon come regalo dai giardinieri, e si fa accompagnare dalla moglie Denise e dal figlio Alex. Nel 2016 gli viene addirittura dato il pass di ospite onorario per tutte e due le settimane del torneo, in quello che è il coronamento di un sogno durato una vita.

Come a volte accade, dopo il punto più alto arriva tragicamente quello più basso. Per Mark questo succede proprio durante la sua memorabile esperienza a Wimbledon nel 2016: suo figlio Alex si toglie la vita a 34 anni. Alex Kuhn era reduce da un paio di mesi complicati, nonostante avesse avuto un ruolo importante, come consigliere comunale, nella chiusura di una fabbrica di maiali che minacciava di avere un impatto negativo sull’ecosistema della zona. Stava seguendo delle terapie per combattere l’ansia, e suo papà Mark ne era a conoscenza, ma non avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto arrivare a tanto.

Per superare il dolore della sua scomparsa e per onorarne la memoria, Kuhn realizza uno degli ultimi sogni del figlio: sostituire i semi del campo con gli stessi utilizzati per far crescere l’erba del centrale di Wimbledon, i semi del loglio perenne. In più crea la fondazione ‘Alex J. Kuhn’, destinata a raccogliere fondi in favore della lotta contro le malattie mentali e la depressione.

Non è l’unico nuovo inizio per l’AILTC. La tennista statunitense Madison Keys, originaria dell’Iowa, si è interessata alla vicenda e prenderà parte a un torneo di beneficenza (senza spettatori) che si terrà presso il Club il 31 luglio e l’1 agosto.

Olivia Sub / The Register

Vi starete domandando se, passando per Charles City, sia possibile scambiare due colpi sul campo che ‘mima’ il centrale di Wimbledon nel bel mezzo dell’Iowa rurale. La risposta è sì. Kuhn non accetta soldi per la prenotazione dei campi, ma solamente donazioni. Sarà creata a breve la All Iowa Lawn Tennis Foundation, che raccoglierà queste donazioni e si impegnerà nella promozione del tennis su erba e delle iniziative sociali in Iowa.

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A 40 anni dalla finale di Wimbledon 1980: metti un Rocavert tra Borg e McEnroe

Oggi la finale di Wimbledon più famosa dell’Era Open festeggia 40 anni. Eppure non tutti ricordano che quella partita rischiò di non andare mai in scena… per colpa di un terzo incomodo, Terry Rocavert

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Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della partita di tennis più famosa dell’Era Open, o quantomeno una delle più iconiche: parliamo della finale di Wimbledon ’80 tra Bjorn Borg e John McEnroe.

Di quella partita ho un ricordo particolare e straordinariamente nitido, costituito dalla frase che mi disse mio padre all’inizio del terzo set: “Vado a fare due passi, tanto questi due vanno avanti almeno altre due ore“. Mio papà ebbe molta fortuna, perché un’ora dopo – lui assente – Borg, complice un ispirato McEnroe, sprecò due match point consecutivi al servizio dandogli così modo di aggiudicarsi il tie-break del quarto set – forse il più memorabile squarcio di tennis di tutti i tempi – e di portare il match al quinto – che di memorabile invece ebbe solo il punteggio, perché Borg offrì un esempio di forza mentale straordinario e lo dominò, concedendo al suo avversario solo tre punti nei suoi sette turni di servizio, due dei quali nel primo.

Spero che i lettori mi perdoneranno ma su cotanta partita non aggiungerò altro. In fondo, penne ben più nobili e meritevoli della mia se ne sono a più riprese occupate e io rischierei quindi solo di fare brutta figura, producendo uno scontato esercizio di retorica sportiva. Pochi invece si sono occupati di un altro incontro che si disputò a Wimbledon quell’anno e che solo per pochissimi punti non impedì lo svolgimento della finale così come noi la conosciamo.

 

Si tratta di un incontro nel quale mi sono imbattuto per puro caso nel momento in cui – per preparare l’introduzione all’articolo celebrativo – ho analizzato il tabellone per ripercorrere il percorso fatto da Borg e McEnroe per raggiungere la finale; sono rimasto così colpito dal punteggio di questo incontro che ho prima deciso di saperne qualche cosa di più e – dopo averlo fatto – di compiere… un ammutinamento giornalistico. Mi riferisco al match di secondo turno che vide John McEnroe opposto a Terry Rocavert.

Alzi la mano chi – oltre al nostro Direttore – ricorda questo carneade australiano nato a Sidney nel 1955, più esattamente il 21 ottobre (come l’autore dell’articolo, nda). Il sito dell’ATP su di lui dice soltanto che raggiunse nel maggio del 1980 la sua miglior posizione assoluta – la novantaduesima–  e nel medesimo anno sul cemento outdoor di Columbus l’unica finale della carriera. Aggiungiamo a queste informazioni che suo padre – Don Rocavert – fu un discreto giocatore agli inizi degli anni 50.

Al primo turno dei Championships l’australiano battè in rimonta in cinque set un ottimo “quasi ex” giocatore, il trentanovenne inglese Roger Taylor al quale era stata offerta una wild card e al secondo si trovò di fronte McEnroe reduce da una facile vittoria in tre set contro il connazionale Butch Walts. Nessuno si aspettava quindi che il numero due del mondo potesse faticare per arrivare al terzo turno. Nessuno tranne (forse) Terry Rocavert.

La partita fu sospesa per pioggia sul punteggio di 2-2 nel primo set e riprese il giorno successivo. Rocavert rischiò seriamente di non arrivare in tempo per ricominciare a giocare a causa di una serie di rocamboleschi contrattempi stradali ma alla fine, fortunatamente per lui e per la nostra storia, ci riuscì. Quella che segue è la traduzione di un’intervista che Rocavert rilasciò anni dopo a un sito australiano, Theage.com.

Terry Rocavert

Quel giorno arrivai a Wimbledon in abiti civili; corsi a cambiarmi, presi le mie racchette e iniziai a giocare meravigliosamente. Vinsi così il primo set e persi il secondo ingiustamente, perché a mio parere giocai meglio io di lui. Il mio colpo migliore era il rovescio e pertanto il servizio a uscire dei mancini non mi dava fastidio, anzi, era il contrario. A un certo punto la pallina iniziò a sembrarmi grande come una palla da basket e a venirmi incontro al rallentatore; ero in stato di grazia al punto che vinsi il tie-break del terzo set per 7 punti a 0.

Anche il quarto set giunse al tie-break (che per la prima volta a Wimbledon si disputava sul punteggio di 6-6 e non più sull’8-8, nda) e sull’1-1 McEnroe commise un doppio fallo regalandomi così un mini-break; lo vidi scrollare le spalle subito dopo quell’errore e in quel momento si spezzò l’incantesimo. Pensai alle conseguenze di una mia possibile vittoria e a quello che mi avrebbero chiesto in conferenza stampa e fu la fine“.

McEnroe si aggiudicò infatti il tie-break e il set decisivo dell’incontro. Risultato finale: J. McEnroe b. T. Rocavert 4-6 7-5 6-7 7-6 6-3. Il rischio corso ebbe l’effetto di una scarica elettrica positiva su McEnroe, che nelle successive quattro partite perse solo un set in semifinale contro Connors.

A Rocavert il destino invece non riservò più momenti di gloria sul campo, ma non gli precluse una buona carriera di allenatore in Australia durante la quale tenne a battesimo il debutto nel circuito professionistico di giocatori del calibro di Todd Woodbridge e Jason Stoltenberg.

Un’ultima curiosità su Rocavert: alcuni anni fa, in collaborazione con la federazione australiana, ha importato in Australia dall’Italia il materiale con il quale vengono preparati i terreni in terra rossa del Foro Italico per ricreare nel suo Paese campi da tennis con una superficie identica a quello in cui si disputano gli Internazionali d’Italia. Questo perché – a suo avviso – il dominio dei giocatori europei e sudamericani dipende dal fatto che crescono giocando sul mattone tritato. Detto da uno che giunse ad un passo dal battere McEnroe sull’erba fa sicuramente un certo effetto.

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Stati Uniti a Wimbledon: una storia di grandi successi

Il 4 luglio è il giorno dell’Indipendenza negli USA. Per noi è l’occasione di ricordare i 90 titoli vinti tra singolare maschile e femminile nella storia dei Championships. Da Serena e Venus fino a Sampras e Agassi, passando per le delusioni di Roddick

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Serena Williams - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

La storia degli Stati Uniti a Wimbledon, il cui pretesto per raccontarla ci viene fornito dalla ricorrenza di oggi, 4 luglio nonché Indipendence Day, è una storia di grandi successi. Gli USA figurano al secondo posto nella classifica dei titoli vinti nel singolare maschile (33), dietro alla sola Gran Bretagna che però ha vinto 35 dei suoi 37 titoli prima dell’Era Open (addirittura 31 prima del 1910), mentre al femminile sono di gran lunga primi con 57 trofei (28 in Era pre Open, 29 in Era Open). Ultimamente però i successi scarseggiano: l’ultimo titolo maschile risale al 2000 con Pete Sampras e anche le inossidabili sorelle Williams, pur continuando ad arrivare in finale, stanno pagando lo scotto dell’età con delle vere e proprie batoste nelle partite decisive. Proviamo a ripercorrere le varie vicende dei tennisti a stelle e strisce nel torneo più famoso della storia del tennis, dai primi partecipanti alle grandi vittorie fino alle difficoltà del presente.

I pionieri e l’Era pre Open

La prima edizione che ha visto la partecipazione di tennisti statunitensi è stata quella del 1884. Ben tre furono i giocatori giunti da oltreoceano: Richard Sears, James Dwight e Arthur Rives. Di questi solo Dwight riuscì a vincere una partita, perdendo poi la seconda al quinto. Al femminile la prima invece fu Marion Jones nel 1900. Il primo titolo per gli Stati Uniti arrivò proprio nel singolare femminile, grazie alla vittoria di May Sutton nel 1905, prima tennista non britannica ad aggiudicarsi il trofeo. Sutton poi replicherà il successo nel 1907, mentre gli uomini dovranno aspettare fino al 1920 per sollevare la coppa di Wimbledon. A trionfare in quell’anno (e anche nel successivo) fu il leggendario Bill Tilden.

Dopo la doppietta di Tilden gli USA vinceranno altri sedici titoli prima dell’Era Open. In questo lasso di tempo solo l’Australia dei vari Emerson, Hoad, Laver e Newcombe regge il confronto con dodici successi. I diciotto titoli conquistati fanno degli Stati Uniti la seconda nazione più vincente dell’era amatoriale, seconda solo alla Gran Bretagna che conta 34 successi (31 dei quali però giunti prima del 1910). Ancora più clamorosa l’accelerata al femminile: 28 titoli prima dell’Era Open di cui 15 consecutivi dal 1938 al 1958 (dal 1940 al 1945 il torneo non si è disputato a causa della Seconda Guerra Mondiale).

 

Era Open (1968-2000): il dominio

Il vero periodo d’oro sui prati di Wimbledon però arriva tra il 1968 e il 2000. Al maschile, dopo le doppiette di Laver e Newcombe, è Stan Smith a rompere il digiuno, sconfiggendo Ilie Nastase in cinque set nella finale del 1972. Solo un Bjorn Borg ai limiti dell’invulnerabilità elargisce delusioni ai giocatori e tifosi statunitensi vincendo cinque titoli consecutivi tra il 1976 e il 1980 (quattro dei quali contro tennisti USA) e attutendo così l’esplosione ad altissimi livelli di Jimmy Connors (due titoli in sei finali) e John McEnroe (cinque finali consecutive e tre titoli).

Dopo il magico 1984 di McEnroe seguono sette anni di vacche magre, interrotti dalla sorprendente vittoria di Andre Agassi che nel 1992 supera in cinque set Goran Ivanisevic, aggiudicandosi il suo primo Slam. Quel che resta degli anni ’90 è appannaggio di Pete Sampras, che domina come nessuno prima di allora e fa sue tutte le edizioni dal 1993 al 2000, con l’illustre eccezione del 1996 quando fu sorpreso da Richard Krajicek.

Anche al femminile il periodo è particolarmente florido con ben 16 titoli in 23 edizioni dal 1968 e 1990, vinti però da sole tre giocatrici: Billie Jean King, Chris Evert e Martina Navratilova. Il dato beneficia del fatto che Navratilova, pur essendo nata in Cecoslovacchia, dal 1975 ha gareggiato sotto bandiera a stelle e strisce avendo ricevuto asilo dagli USA in cambio però della rinuncia alla precedente cittadinanza. Dal momento che il primo titolo a Wimbledon di Martina è del 1978, tutti e nove i suoi successi sono stati ottenuti da cittadina statunitense.

“Duemila e non più duemila”: la crisi al maschile e i successi delle sorelle Williams

Il terzo millennio ha due volti completamente diversi: estremamente positivo sul versante femminile e estremamente deludente su quello maschile. Tra le donne pesa tantissimo l’impatto sul mondo del tennis delle sorelle Williams, che a Wimbledon assume connotati ancora più clamorosi. Tra il 2000 e il 2016, le due si spartiscono ben cinque piatti (sette per Serena, cinque per Venus), cannibalizzando di fatto il torneo, eccezion fatta per le incursioni estemporanee di Amelie Mauresmo, Maria Sharapova, Marion Bartoli e per la doppietta di Petra Kvitova, ad oggi l’unica altra vincitrice multipla del ventunesimo secolo.

Nonostante l’età che avanza, Venus e Serena sono riuscite ad arrivare in finale nelle ultime tre edizioni disputate, anche se in verità hanno raccolto magre figure. Nel 2017, Venus fu dominata da Garbine Muguruza, mentre nel 2018 e 2019 Serena ha ricevuto due dure lezioni da Angelique Kerber e Simona Halep per un totale di appena quindici giochi vinti in tre partite dalle sorelle.

Al maschile invece negli ultimi vent’anni, il torneo è stato molto avaro di soddisfazioni per i giocatori statunitensi. Vero che la presenza di Roger Federer (8 titoli), Novak Djokovic (5 titoli), Rafael Nadal (2 titoli) e Andy Murray (2 titoli) ha lasciato poco o nulla ai tennisti di ogni nazionalità, ma per gli USA un rimpianto c’è e risponde al nome di Andy Roddick. Per lui tre finali, tutte perse, tutte contro Roger Federer. Quella che veramente fa male però è la terza, quella del 2009, quando con una sciagurata volée larga Andy vanificò la possibilità di andare avanti di due set in una giornata in cui era davvero intoccabile al servizio. Il resto della storia lo conoscono tutti, Federer vinse quel secondo set e finì per prevalere 16-14 al quinto set dopo più di quattro ore.

A parte Roddick, gli USA ultimamente si sono dovuti accontentare di singoli exploit senza velleità di conquistare poi il trofeo. Per due anni consecutivi, Sam Querrey è riuscito nell’impresa di eliminare il numero uno al mondo, nonché campione uscente: nel 2016 Novak Djokovic, nel 2017 Andy Murray. In quest’ultima occasione si spinse fino alle semifinali, sconfitto da Marin Cilic. L’ultimo risultato degno di nota è la semifinale fiume persa da John Isner, che di partite lunghe a Wimbledon se ne intende, contro Kevin Anderson nel 2018 per 26 a 24 al quinto set. Insomma il digiuno di titoli maschili sui sacri prati di Church Road dura da quell’ultimo titolo di Sampras, all’alba del nuovo millennio, e all’orizzonte non si intravede al momento chi possa spezzare la maledizione.

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