Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). "A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste" (Semeraro). John fece la storia (Condò)

Rassegna stampa

Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). “A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Semeraro). John fece la storia (Condò)

La rassegna stampa del 4 luglio 2020

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Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Ieri ad Atlanta e scattata l’All American Team Cup, un minitorneo di tre giorni riservato ai primi otto giocatori statunitensi nella classifica Atp. La novità più rilevante, però, riguarda la presenza dei tifosi e quindi l’evento e monitorato con attenzione in ottica Us Open. A seguire le partite di Isner, Querrey, Tiafoe, Sandgren, Paul, Fritz, Johnson e Opelka avrà accesso un numero limitato di tifosi (qualche centinaio): tutti saranno tenuti a compilare un questionario sullo stato di salute e a farsi misurare la temperatura corporea. I posti saranno distanziati di due metri ma non sarà obbligatorio indossare mascherine. Tra le altre misure di sicurezza ci sarà il divieto di utilizzare denaro in contanti per comprare cibo e bevande. Insomma, regole stringenti, ma nonostante il possibile riverbero sugli Us Open, lo Slam newyorkese rimane sempre al centro della tempesta. Secondo il quotidiano spagnolo Marca, Djokovic sarebbe tornato all’attacco, manifestando ai colleghi le perplessità legate alla quarantena da fare una volta tornati in Europa (con Madrid e Roma programmati per le due settimane successive). In veste di presidente dei giocatori, poi, ha assicurato che se i tornei americani venissero cancellati, chiederà il rimborso totale delle spese già sostenute da tutti.

Le Finals più grandi (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Torino si riapre al mondo intero. Per quanto manchi ancora più di un anno, che se organizzi un simile evento equivale a domani, però. Il post è del sindaco di Torino Chiara Appendino: «”Vogliamo creare l’evento più grande del tennis mondiale”. Sono le parole del direttore generale della Federtennis, Marco Martinasso. Parole che come Città di Torino facciamo nostre e che confermiamo con il grande impegno che stiamo profondendo in questo senso. A dare prova del clima di fiducia che si respira intorno a questo evento, che Torino ospiterà dal 2021 al 2025, ci sono 10 raggruppamenti d’impresa – a cui va il nostro ringraziamento – che hanno presentato una proposta per definire il master plan dell’evento. Progetti concreti, investimenti. Pronti per rilanciare l’immagine di Torino in tutto il mondo attraverso questo evento internazionale. Ora, la pandemia ovviamente ha imposto degli interrogativi circa la presenza del pubblico su cui stiamo lavorando affinché possano essere il meno impattanti possibile. A fine mese il progetto definitivo». Appendino si è anche espressa in video, a commento del nuovo Piano regolatore e dell’accordo con la Banca Europea Investimenti per combattere il cambiamento climatico e rendere la città più vivibile e moderna: «Stiamo lavorando molto perché è un evento molto impattante per la città che avverrà per cinque anni consecutivi. In questi giorni è stato pubblicato il bando per la costruzione del Master Plan. Hanno partecipato dieci cordate. Entro fine luglio avremo i dettagli del master plan e poi inizieremo con tutti i lavori. Le Finals Atp porteranno a trasformare l’area Combi abbandonata da anni. Ad inizio settembre ci sarà una presentazione». Secondo il direttore della Fit, Martinasso, le ricadute positive saranno superiori agli 80 milioni previsti. Le aziende in corsa sono Balich Worldwide Shows, Parcolimpico e Live Nation, Prodea e Armando Testa, Next Group, Ey, Recchi, Rcs Sport e Carlo Ratti Associati, Awe Sport, Benedetto Camerana e Nielsen Sport, Hdra e Anvi, Pwc e GroupM, Master Group Sport e Pininfarina, Deloitte e Italdesign. Tutte presenteranno un progetto architettonico e comunicativo. Come noto, campi d’allenamento saranno allo Sporting circolo della Stampa di corso Agnelli. Ma è possibile si unisca anche il Palavela. Un evento che coinvolga l’intera città, era l’idea di partenza della candidaura. E si sta sviluppando.

“A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] La cancellazione dei Championships, che sarebbero alla fine della prima settimana, non l’ha presa bene. Che cosa ha pensato quando ha sentito la notizia? «Mi ha sorpreso che una decisione che riguardava un evento previsto a luglio sia stata presa a marzo. In quel periodo sono stati cancellati molti eventi, ci si è fatti prendere dal panico. Giusto pensare alla sicurezza, ma si sarebbe potuto aspettare prima di cancellare tutto». Gli Us Open si giocheranno in clausura… «Non ci sarà il pubblico, non sarà il tennis che conosciamo, ma l’importante è che si ritrovi una continuità». Djokovic e Nadal storcono il naso… «I tennisti capiscono che c’è una crisi, si adatteranno. Certo, a tutti piace sentire la folla durante una finale, ma una cosa del genere non era mai successa prima. Poi il 95 per cento dei giocatori è interessato a guadagnarsi da vivere». Che cosa pensa delle critiche ricevute da Djokovic per le sue uscite no-vax e i contagi dell’Adria Tour? «Novak è molto di più che un tennista. Viene da una storia difficile, è stato bravo a sviluppare le sue qualità di atleta. Sono sempre d’accordo con lui? No, ma è importante che non si limiti a parlare solo di tennis. Sta ricevendo critiche ingiuste, la sua esibizione aveva uno scopo nobile. È vero che la partita a basket e le feste non erano necessarie, ma anch’io a 30 anni volevo divertirmi. Non giustifico ciò che è accaduto, ma capisco la tentazione». In che rapporti è rimasto con lui? «Ottimi, dopo tre anni e mezzo di grandi successi fra noi è nata un’amicizia vera. Parliamo ancora di tennis». Roma e Parigi a fine settembre la convincono? «A Roma si può giocare all’aperto a ottobre e anche a novembre. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea di cosa è meglio. Il meglio è dare agli atleti e ai tornei di che guadagnarsi da vivere». Lei è ancora popolarissimo: merito dei successi o del carattere? «Una combinazione. Ho vinto tanto, poi sono diventato commentatore e coach. A me piace pensare che sia per merito del mio carattere». Per servire come faceva lei è più importante la testa, il cuore o il braccio? «Tutto parte dalla testa. Devi capire l’importanza del servizio, che oggi è sottovalutato, e infatti in molti lo eseguono male. Poi devi assimilare la giusta tecnica. Ma senza cuore come fai a giocare la seconda di servizio sulla palla break?» La vera epoca d’oro è quella di Federer, Djokovic e Nadal, o la sua negli Anni ’80? «Sono un grande tifoso dei Big 3, quello che hanno fatto loro e Murray è straordinario. Ma sono stati messi in grado di farlo. Borg e McEnroe, Lendl, Edberg, e mi ci metto anch’io, hanno reso il tennis popolare nel mondo. Altri hanno portato avanti quel fenomeno». Nel 2021 vede meglio i giovani o i Patriarchi del tennis? «Intanto mi piacerebbe vedere tutti a New York quest’anno. Non giocare per sei mesi non va bene né per i giovani né per i vecchi, ci saranno sorprese. L’esperienza conta più della forma, ma fino a quando non li vedremo in campo non lo sapremo». Ivan Ljubicic, coach di Federer, dice che con i grandi si lavora solo sui dettagli. D’accordo? «Credo che giochi a nascondersi. I top player sanno come giocare, ma ci sono l’aspetto mentale, la strategia, la preparazione. I coach sono molto importanti. Ivan e Luthi hanno fatto un grande lavoro, se non fosse stato così Roger non li avrebbe voluti al suo fianco così a lungo. Lo stesso vale per Djokovic e per Nadal. Scelgono bene lo staff e si concentrano sulle cose importanti». Tornerà ad allenare? «Ora mi occupo del settore nazionale tedesco, ma se ci fosse l’occasione non lo escludo». Cosa pensa di Berrettini e Sinner? «Il futuro dell’Italia è roseo. Berrettini è già forte, di Jannik mi piace lo stile, è un ragazzo gradevolissimo e Riccardo Piatti è uno dei migliori coach in circolazione. Ma dovete dargli tempo». Quale momento sceglie della sua love story con Wimbledon? «Non scelgo. È bello pensare alle finali, ma da pro sai che vincere il primo turno conta altrettanto». A 52 anni Becker è sempre un ribelle o è diventato un conservatore? «Sono sempre un ribelle, non cambierò mai. Ma la vita mi ha dato molte lezioni e oggi mi piace usare la mia esperienza per fare la cosa giusta».

John fece la storia (Paolo Condò, Sport Week)

Il 5 luglio del 1980, quarant’anni fa, il pubblico del centrale di Wimbledon seguì sbalordito il tie-break più bello della storia, quello che John McEnroe vinse 18-16 su Björn Borg. Alcuni libri sostengono la tesi che si trattasse del quarto set della finale, e che prima e soprattutto dopo quel maestoso tie-break Borg l’abbia fatta sua per la quinta e ultima volta. Baggianate. Di quel pomeriggio è passato alla storia il tiebreak (che tra poco rileggeremo nel dettaglio) come del Mondiale di calcio ’74 ricordiamo l’Olanda, come il Mondiale di ciclismo di Gap del ’72 ci è entrato nel cuore per la fuga di Franco Bitossi. […] La carica eversiva del ventunenne John si esprime alla perfezione nel suo inevitabile servizio-volée. Sul primo punto del tie-break Borg disegna pure un gran pallonetto, ma McEnroe si allunga allo spasimo, e schiaccia (1-0). I primi due servizi di Borg danno esiti simili: blando rovescio in rete di Mac, il primo di risposta (1-1), l’altro dopo breve palleggio (1-2). Non erano colpi difficili. John appare disgustato da se stesso. Per fare pace blocca una stop-volley appena oltre la rete, piccola opera d’arte (2-2), e allunga con un servizio che Borg ribatte in rete senza speranze (3-2). Sul punto successivo Björn rischia, perché la volée – pure lui segue a rete ogni battuta – è troppo lunga e Mac ha l’angolo per passare. Ma il suo rovescio è un filo fuori (3-3), figlio della stima per lo svedese: per batterlo devi giocare oltre il limite, non sempre puoi restarci dentro. Il servizio successivo è sulla riga, si alza proprio la nuvoletta (3-4). Tocca di nuovo a McEnroe, da sinistra a uscire: Borg si sposta bene sul dritto ma la palla è troppo veloce, la risposta in lungolinea va fuori di un metro (4-4). Björn è carico, John lo sente e fa due net prima di mettere la prima. La risposta però gli atterra nei piedi. Mac la estrae dal terreno come petrolio da un pozzo: un miracolo, ma che offre a Borg un passante quasi comodo. Primo mini-break (4-5), lo svedese ha due servizi per chiudere. Come un killer seriale che replica le modalità di precedenti omicidi – Copycat, bel film con Sigourney Weaver – così John ribatte nei piedi di Björn e poi lo passa facile (5-5): quel che è fatto è reso, e in un momento delicatissimo. Borg deve ricorrere alla seconda sul servizio successivo, e la mette molto profonda guadagnandosi lo spazio per il successivo passante da metà campo (5-6). Quasi senza accorgercene, siamo arrivati al match-point. E il terzo per Borg, che ne ha già mancati due nel set. Punto memorabile: Mac deve tirare la seconda a uscire, grande passante incrociato di Björn (che ormai ha capito come spostarsi sul dritto per sparare) e il modo in cui John si allunga sotto rete per raggiungere la pallina e toccarla appena oltre manda letteralmente fuori di testa la gente. Quel colpo è l’urlo di Tardelli in versione tennistica (6-6). Cambio di campo. Borg costringe l’americano a una complicata volée, lo passa (6-7) e risale al match-point, ma stavolta sul proprio servizio. E Mac riveste i panni di Copycat: lo costringe a una volée difensiva, in realtà non difficile, prima di passarlo (7-7). Il punto successivo è il più strategico: dieci colpi per arrivare a un gran passante di Mac, che s’era aperto il campo con un pallonetto (8-7). La gente è felice per il primo set-point di John, per di più sul suo servizio, ma la risposta di Borg è un fulmine che manda l’americano col culo per terra (8-8). Nessuna volgarità: c’è un’inquadratura famosa a testimoniarlo. Per un po’ si procede regolare. Bella volée alta di Mac (9-8). Volée di rovescio chirurgicamente vicina alla linea di Borg (9-9). Risposta sballata di John (9-10), riscattata da un servizio vincente (10-10). Poi, un impercettibile calo di McEnroe consente a Borg un altro mini-break di passante (10-11). […] Lo scambio al solito è breve, molto trattenuto, e il rovescio di Mac colpisce il nastro, vi si arrampica e cade beffardo nel campo di Borg (11-11). Il telecronista dice: «E con questo abbiamo visto tutto». Björn si vendica facendo fare il tergicristallo al rivale (11-12), ma sul quinto match-point, settimo complessivo, deve arrendersi a un rovescio che Picasso non avrebbe dipinto meglio (12-12). Sempre su livelli impercettibili, ma Mac sta prendendo il sopravvento: magnifica volée in controtempo (13-12), due righe salvano Borg (13-13), mini-break grazie a una risposta seppellita fra i piedi dello svedese (14-13). Tombstone. Sul solito superservizio esterno, Mac riceve una risposta debole e disperata: è a rete per ghermire la preda, ma la volée in campo aperto gli esce di un centimetro, un errore inconcepibile (14-14). Mac mima “non ci posso credere”, trasalisce sul punto successivo perché sbaglia la volée, ma il giudice di linea lo salva chiamandogli fuori in ritardo il servizio. Sulla seconda, stop-volley d’autore (15-14). Borg torna in parità grazie a una risposta appena fuori (15-15). Cambio campo, l’ultimo. La gente freme. Batte Borg, gran risposta salvata a stento, e McEnroe azzecca il successivo passante (16-15). Una volée sbagliata maluccio dall’americano (16-16). Serve ancora Mac, e Borg sfiora soltanto la risposta vincente (17-16). Ormai ogni colpo è un tentativo di chiudere, i due non stanno più in piedi dalla tensione. Il crac dello svedese è una volée in rete (18-16), non difficile se solo questa appena conclusa non fosse stata la fine del mondo su un campo da tennis. Dicono che poi abbiano proseguito, e al quinto abbia vinto Borg. Dicono, io ci credo , poco.

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Burreddu). Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Fiorino)

La rassegna stampa di mercoledì 3 agosto 2022

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

Due anni fa stava per smettere. «Volevo farlo, sì. Fortuna che i miei genitori mi hanno fatto riflettere. Loro sono per la libertà: scegli tu, ma sempre con attenzione. E’ che non mi divertivo più, mi ero rotto. Ero bloccato». Se Giulio Zeppieri avesse lasciato il tennis, oggi mancherebbe un tassello prezioso al maestoso mosaico dello sport italiano. Andate a rivedervi la bellezza delle tre ore giocate da Zeppo (è così che lo chiamano) contro Alcaraz, a Umago, in semifinale, e capirete che il tennis azzurro ha colori infiniti. Uno è lui. «E’ stata la prima sfida contro un giocatore di quel livello. Carlos, sulla terra, è tra i primi tre del mondo. Io fermato dai crampi. Doveva andare così, quasi mi scappava da ridere. Però quel match mi ha fatto capire che a quel livello passo starci e che però devo lavorare ancora tanto. Il mio tennis è moderno, aggressivo per comandare lo scambio. Il gioco migliore lo faccio così, non quando temporeggio».

Il primo a contattarla dopo la partita contro Alcaraz?

 

La mia ragazza. Ma tutti sono contenti per me. E orgogliosi.

Come ha cominciato?

A scuola, prima elementare. C’erano due corsi pomeridiani di tennis, scelsi un po’ a caso. Facevo tantissimi sport. Calcio, nuoto, sci, baseball, basket. Sono iper competitivo. Quando, a dodici anni, ho capito di esserlo ad alto livello, ho pensato di potermi anche divertire.

Per lei che cos’è lo sport?

Apertura mentale. Vedo posti nuovi, conosco gente, altre culture. E poi mamma mi ha inculcato un pensiero: mai stare con le mani in mano.

Ha capito cosa ci vuole per essere un grande tennista?

Sì, da un po’: bisogna lavorare tutti i giorni, il talento non basta e la testa fa molto, il 70%. Ora sto giocando meglio di rovescio rispetto a prima, sto cercando di fare più lavori a rete. Il servizio e il dritto sono i miei colpi migliori, ma sto lavorando su tutto, per essere completo.

Qual è il suo sogno?

Diventare un tennista professionista e essere contento della mia vita. Guardare indietro e dire: no, non ho rimpianti. Mi piacerebbe vincere Roma o uno tra tutti gli Slam. Per ora l’obiettivo è migliorare. So che questo è un anno interlocutorio. Se finisco cento al mondo, bene. Ma non è un pensiero fisso. Vivo a Roma da qualche mese con altri cinque ragazzi, tutti tennisti, più piccoli e anche più grandi. E’ stato un passo importante. Io sono romano, ma sono cresciuto a Latina: gli amici , la famiglia, tutto lì. Lasciare casa non è facile. Però è un passo che andava fatto. Anche così si diventa grandi. 

Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

Un’ondata azzurra imperversa su New York Matteo Berrettini e Jannik Sinner sono pronti a guidare una spedizione italiana da record per gli Us Open, ultimo Slam stagionale al via il 22 agosto sui campi in cemento di Flushing Meadows con il tabellone di qualificazione, al quale sono iscritti per la prima volta nella storia ben 22 azzurri. I cinque italiani già sicuri di un posto nel main draw – oltre al romano e all’altoatesino ci sono Fabio Fognini, Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti – aspettano buone notizie dal plotone guidato da Franco Agamenone e Giulio Zeppieri. Dopo l’ottima prestazione contro Carlos Alcaraz, il tennista di Latina si prepara all’appuntamento negli States con tanta più consapevolezza. «Sono molto elettrizzato all’idea di poter giocare a New York – confessa Zeppieri – Immagino che assisteremo a tanti derby». Musetti, appena entrato per la prima volta in top 30 dopo essere diventato ad Amburgo il terzo italiano più giovane a conquistare un titolo ATP, è entusiasta. «Partirò martedì prossimo per Cincinnati. Spero di giocare più partite possibili prima degli Us Open per potermi riabituare alla superficie. Voglio mantenere la stessa mentalità propositiva di questo periodo». Nell’entry list femminile figurano invece Martina Trevisan, Camila Giorgi (chiamata a difendere prima il prestigioso titolo conquistato alla Rogers Cup), Jasmine Paolini e Lucia Bronzetti. Nel tabellone cadetto proveranno invece a sbaragliare la concorrenza altre tre azzurre: Sara Errani, Lucrezia Stefanini ed Elisabetta Cocciaretto. «Sarà un’esperienza nuova perché gli Us Open li ho giocati soltanto a livello juniores – rivela la marchigiana – ma darò il massimo per qualificarmi». Tra uomini e donne, dunque, i tennisti azzurri iscritti allo Slam americano sono 34. Una marea tricolore.

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