Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). "A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste" (Semeraro). John fece la storia (Condò)

Rassegna stampa

Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). “A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Semeraro). John fece la storia (Condò)

La rassegna stampa del 4 luglio 2020

Pubblicato

il

Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Ieri ad Atlanta e scattata l’All American Team Cup, un minitorneo di tre giorni riservato ai primi otto giocatori statunitensi nella classifica Atp. La novità più rilevante, però, riguarda la presenza dei tifosi e quindi l’evento e monitorato con attenzione in ottica Us Open. A seguire le partite di Isner, Querrey, Tiafoe, Sandgren, Paul, Fritz, Johnson e Opelka avrà accesso un numero limitato di tifosi (qualche centinaio): tutti saranno tenuti a compilare un questionario sullo stato di salute e a farsi misurare la temperatura corporea. I posti saranno distanziati di due metri ma non sarà obbligatorio indossare mascherine. Tra le altre misure di sicurezza ci sarà il divieto di utilizzare denaro in contanti per comprare cibo e bevande. Insomma, regole stringenti, ma nonostante il possibile riverbero sugli Us Open, lo Slam newyorkese rimane sempre al centro della tempesta. Secondo il quotidiano spagnolo Marca, Djokovic sarebbe tornato all’attacco, manifestando ai colleghi le perplessità legate alla quarantena da fare una volta tornati in Europa (con Madrid e Roma programmati per le due settimane successive). In veste di presidente dei giocatori, poi, ha assicurato che se i tornei americani venissero cancellati, chiederà il rimborso totale delle spese già sostenute da tutti.

Le Finals più grandi (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Torino si riapre al mondo intero. Per quanto manchi ancora più di un anno, che se organizzi un simile evento equivale a domani, però. Il post è del sindaco di Torino Chiara Appendino: «”Vogliamo creare l’evento più grande del tennis mondiale”. Sono le parole del direttore generale della Federtennis, Marco Martinasso. Parole che come Città di Torino facciamo nostre e che confermiamo con il grande impegno che stiamo profondendo in questo senso. A dare prova del clima di fiducia che si respira intorno a questo evento, che Torino ospiterà dal 2021 al 2025, ci sono 10 raggruppamenti d’impresa – a cui va il nostro ringraziamento – che hanno presentato una proposta per definire il master plan dell’evento. Progetti concreti, investimenti. Pronti per rilanciare l’immagine di Torino in tutto il mondo attraverso questo evento internazionale. Ora, la pandemia ovviamente ha imposto degli interrogativi circa la presenza del pubblico su cui stiamo lavorando affinché possano essere il meno impattanti possibile. A fine mese il progetto definitivo». Appendino si è anche espressa in video, a commento del nuovo Piano regolatore e dell’accordo con la Banca Europea Investimenti per combattere il cambiamento climatico e rendere la città più vivibile e moderna: «Stiamo lavorando molto perché è un evento molto impattante per la città che avverrà per cinque anni consecutivi. In questi giorni è stato pubblicato il bando per la costruzione del Master Plan. Hanno partecipato dieci cordate. Entro fine luglio avremo i dettagli del master plan e poi inizieremo con tutti i lavori. Le Finals Atp porteranno a trasformare l’area Combi abbandonata da anni. Ad inizio settembre ci sarà una presentazione». Secondo il direttore della Fit, Martinasso, le ricadute positive saranno superiori agli 80 milioni previsti. Le aziende in corsa sono Balich Worldwide Shows, Parcolimpico e Live Nation, Prodea e Armando Testa, Next Group, Ey, Recchi, Rcs Sport e Carlo Ratti Associati, Awe Sport, Benedetto Camerana e Nielsen Sport, Hdra e Anvi, Pwc e GroupM, Master Group Sport e Pininfarina, Deloitte e Italdesign. Tutte presenteranno un progetto architettonico e comunicativo. Come noto, campi d’allenamento saranno allo Sporting circolo della Stampa di corso Agnelli. Ma è possibile si unisca anche il Palavela. Un evento che coinvolga l’intera città, era l’idea di partenza della candidaura. E si sta sviluppando.

“A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] La cancellazione dei Championships, che sarebbero alla fine della prima settimana, non l’ha presa bene. Che cosa ha pensato quando ha sentito la notizia? «Mi ha sorpreso che una decisione che riguardava un evento previsto a luglio sia stata presa a marzo. In quel periodo sono stati cancellati molti eventi, ci si è fatti prendere dal panico. Giusto pensare alla sicurezza, ma si sarebbe potuto aspettare prima di cancellare tutto». Gli Us Open si giocheranno in clausura… «Non ci sarà il pubblico, non sarà il tennis che conosciamo, ma l’importante è che si ritrovi una continuità». Djokovic e Nadal storcono il naso… «I tennisti capiscono che c’è una crisi, si adatteranno. Certo, a tutti piace sentire la folla durante una finale, ma una cosa del genere non era mai successa prima. Poi il 95 per cento dei giocatori è interessato a guadagnarsi da vivere». Che cosa pensa delle critiche ricevute da Djokovic per le sue uscite no-vax e i contagi dell’Adria Tour? «Novak è molto di più che un tennista. Viene da una storia difficile, è stato bravo a sviluppare le sue qualità di atleta. Sono sempre d’accordo con lui? No, ma è importante che non si limiti a parlare solo di tennis. Sta ricevendo critiche ingiuste, la sua esibizione aveva uno scopo nobile. È vero che la partita a basket e le feste non erano necessarie, ma anch’io a 30 anni volevo divertirmi. Non giustifico ciò che è accaduto, ma capisco la tentazione». In che rapporti è rimasto con lui? «Ottimi, dopo tre anni e mezzo di grandi successi fra noi è nata un’amicizia vera. Parliamo ancora di tennis». Roma e Parigi a fine settembre la convincono? «A Roma si può giocare all’aperto a ottobre e anche a novembre. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea di cosa è meglio. Il meglio è dare agli atleti e ai tornei di che guadagnarsi da vivere». Lei è ancora popolarissimo: merito dei successi o del carattere? «Una combinazione. Ho vinto tanto, poi sono diventato commentatore e coach. A me piace pensare che sia per merito del mio carattere». Per servire come faceva lei è più importante la testa, il cuore o il braccio? «Tutto parte dalla testa. Devi capire l’importanza del servizio, che oggi è sottovalutato, e infatti in molti lo eseguono male. Poi devi assimilare la giusta tecnica. Ma senza cuore come fai a giocare la seconda di servizio sulla palla break?» La vera epoca d’oro è quella di Federer, Djokovic e Nadal, o la sua negli Anni ’80? «Sono un grande tifoso dei Big 3, quello che hanno fatto loro e Murray è straordinario. Ma sono stati messi in grado di farlo. Borg e McEnroe, Lendl, Edberg, e mi ci metto anch’io, hanno reso il tennis popolare nel mondo. Altri hanno portato avanti quel fenomeno». Nel 2021 vede meglio i giovani o i Patriarchi del tennis? «Intanto mi piacerebbe vedere tutti a New York quest’anno. Non giocare per sei mesi non va bene né per i giovani né per i vecchi, ci saranno sorprese. L’esperienza conta più della forma, ma fino a quando non li vedremo in campo non lo sapremo». Ivan Ljubicic, coach di Federer, dice che con i grandi si lavora solo sui dettagli. D’accordo? «Credo che giochi a nascondersi. I top player sanno come giocare, ma ci sono l’aspetto mentale, la strategia, la preparazione. I coach sono molto importanti. Ivan e Luthi hanno fatto un grande lavoro, se non fosse stato così Roger non li avrebbe voluti al suo fianco così a lungo. Lo stesso vale per Djokovic e per Nadal. Scelgono bene lo staff e si concentrano sulle cose importanti». Tornerà ad allenare? «Ora mi occupo del settore nazionale tedesco, ma se ci fosse l’occasione non lo escludo». Cosa pensa di Berrettini e Sinner? «Il futuro dell’Italia è roseo. Berrettini è già forte, di Jannik mi piace lo stile, è un ragazzo gradevolissimo e Riccardo Piatti è uno dei migliori coach in circolazione. Ma dovete dargli tempo». Quale momento sceglie della sua love story con Wimbledon? «Non scelgo. È bello pensare alle finali, ma da pro sai che vincere il primo turno conta altrettanto». A 52 anni Becker è sempre un ribelle o è diventato un conservatore? «Sono sempre un ribelle, non cambierò mai. Ma la vita mi ha dato molte lezioni e oggi mi piace usare la mia esperienza per fare la cosa giusta».

John fece la storia (Paolo Condò, Sport Week)

Il 5 luglio del 1980, quarant’anni fa, il pubblico del centrale di Wimbledon seguì sbalordito il tie-break più bello della storia, quello che John McEnroe vinse 18-16 su Björn Borg. Alcuni libri sostengono la tesi che si trattasse del quarto set della finale, e che prima e soprattutto dopo quel maestoso tie-break Borg l’abbia fatta sua per la quinta e ultima volta. Baggianate. Di quel pomeriggio è passato alla storia il tiebreak (che tra poco rileggeremo nel dettaglio) come del Mondiale di calcio ’74 ricordiamo l’Olanda, come il Mondiale di ciclismo di Gap del ’72 ci è entrato nel cuore per la fuga di Franco Bitossi. […] La carica eversiva del ventunenne John si esprime alla perfezione nel suo inevitabile servizio-volée. Sul primo punto del tie-break Borg disegna pure un gran pallonetto, ma McEnroe si allunga allo spasimo, e schiaccia (1-0). I primi due servizi di Borg danno esiti simili: blando rovescio in rete di Mac, il primo di risposta (1-1), l’altro dopo breve palleggio (1-2). Non erano colpi difficili. John appare disgustato da se stesso. Per fare pace blocca una stop-volley appena oltre la rete, piccola opera d’arte (2-2), e allunga con un servizio che Borg ribatte in rete senza speranze (3-2). Sul punto successivo Björn rischia, perché la volée – pure lui segue a rete ogni battuta – è troppo lunga e Mac ha l’angolo per passare. Ma il suo rovescio è un filo fuori (3-3), figlio della stima per lo svedese: per batterlo devi giocare oltre il limite, non sempre puoi restarci dentro. Il servizio successivo è sulla riga, si alza proprio la nuvoletta (3-4). Tocca di nuovo a McEnroe, da sinistra a uscire: Borg si sposta bene sul dritto ma la palla è troppo veloce, la risposta in lungolinea va fuori di un metro (4-4). Björn è carico, John lo sente e fa due net prima di mettere la prima. La risposta però gli atterra nei piedi. Mac la estrae dal terreno come petrolio da un pozzo: un miracolo, ma che offre a Borg un passante quasi comodo. Primo mini-break (4-5), lo svedese ha due servizi per chiudere. Come un killer seriale che replica le modalità di precedenti omicidi – Copycat, bel film con Sigourney Weaver – così John ribatte nei piedi di Björn e poi lo passa facile (5-5): quel che è fatto è reso, e in un momento delicatissimo. Borg deve ricorrere alla seconda sul servizio successivo, e la mette molto profonda guadagnandosi lo spazio per il successivo passante da metà campo (5-6). Quasi senza accorgercene, siamo arrivati al match-point. E il terzo per Borg, che ne ha già mancati due nel set. Punto memorabile: Mac deve tirare la seconda a uscire, grande passante incrociato di Björn (che ormai ha capito come spostarsi sul dritto per sparare) e il modo in cui John si allunga sotto rete per raggiungere la pallina e toccarla appena oltre manda letteralmente fuori di testa la gente. Quel colpo è l’urlo di Tardelli in versione tennistica (6-6). Cambio di campo. Borg costringe l’americano a una complicata volée, lo passa (6-7) e risale al match-point, ma stavolta sul proprio servizio. E Mac riveste i panni di Copycat: lo costringe a una volée difensiva, in realtà non difficile, prima di passarlo (7-7). Il punto successivo è il più strategico: dieci colpi per arrivare a un gran passante di Mac, che s’era aperto il campo con un pallonetto (8-7). La gente è felice per il primo set-point di John, per di più sul suo servizio, ma la risposta di Borg è un fulmine che manda l’americano col culo per terra (8-8). Nessuna volgarità: c’è un’inquadratura famosa a testimoniarlo. Per un po’ si procede regolare. Bella volée alta di Mac (9-8). Volée di rovescio chirurgicamente vicina alla linea di Borg (9-9). Risposta sballata di John (9-10), riscattata da un servizio vincente (10-10). Poi, un impercettibile calo di McEnroe consente a Borg un altro mini-break di passante (10-11). […] Lo scambio al solito è breve, molto trattenuto, e il rovescio di Mac colpisce il nastro, vi si arrampica e cade beffardo nel campo di Borg (11-11). Il telecronista dice: «E con questo abbiamo visto tutto». Björn si vendica facendo fare il tergicristallo al rivale (11-12), ma sul quinto match-point, settimo complessivo, deve arrendersi a un rovescio che Picasso non avrebbe dipinto meglio (12-12). Sempre su livelli impercettibili, ma Mac sta prendendo il sopravvento: magnifica volée in controtempo (13-12), due righe salvano Borg (13-13), mini-break grazie a una risposta seppellita fra i piedi dello svedese (14-13). Tombstone. Sul solito superservizio esterno, Mac riceve una risposta debole e disperata: è a rete per ghermire la preda, ma la volée in campo aperto gli esce di un centimetro, un errore inconcepibile (14-14). Mac mima “non ci posso credere”, trasalisce sul punto successivo perché sbaglia la volée, ma il giudice di linea lo salva chiamandogli fuori in ritardo il servizio. Sulla seconda, stop-volley d’autore (15-14). Borg torna in parità grazie a una risposta appena fuori (15-15). Cambio campo, l’ultimo. La gente freme. Batte Borg, gran risposta salvata a stento, e McEnroe azzecca il successivo passante (16-15). Una volée sbagliata maluccio dall’americano (16-16). Serve ancora Mac, e Borg sfiora soltanto la risposta vincente (17-16). Ormai ogni colpo è un tentativo di chiudere, i due non stanno più in piedi dalla tensione. Il crac dello svedese è una volée in rete (18-16), non difficile se solo questa appena conclusa non fosse stata la fine del mondo su un campo da tennis. Dicono che poi abbiano proseguito, e al quinto abbia vinto Borg. Dicono, io ci credo , poco.

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

«Il Foro è la casa degli Internazionali» (Grilli). Fognini ritrova il sorriso. Non vinceva da marzo (Crivelli). Nole sfida Rafa. Il pericolo è Thiem (Azzolini). Djokovic è pronto per sfidare Parigi, il tabù che ha sfatato solo una volta (Grilli)

La rassegna stampa di mercoledì 23 settembre 2020

Pubblicato

il

«Il Foro è la casa degli Internazionali» (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Dell’edizione dei 90 anni degli Internazionali d’Italia ricorderemo molte cose: il successo di Djokovic e Halep, naturalmente, l’ottima riuscita dell’organizzazione, malgrado i problemi legati all’emergenza Covid, l’assenza degli spettatori, poi tornati a scartamento ridotto negli ultimi due giorni. Ricorderemo anche le nuove affermazioni di Angelo Binaghi riguardanti il possibile trasferimento in un’altra città, in un nebuloso futuro – lo stesso presidente ha chiarito che ci vorrebbero almeno cinque o sei anni per approntare una nuova organizzazione – degli Internazionali d’Italia (e non del Lazio, ha tenuto a precisare Binaghi, ultimo capitolo di un contenzioso aperto con il presidente della regione, Zingaretti). Non è la prima volta che se ne parla, ma noi vogliamo partire dalle parole espresse lunedì da Vito Cozzoli, da otto mesi presidente e ad. di Sport e Salute, l’organizzazione che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia: «Internazionali e Foro Italico sono la stessa cosa, non c’è impianto migliore e più bello. Roma è la Capitale d’Italia, e la casa degli Internazionali è il Foro Italico, non esistono alternative a questa location. I giocatori sono tutti innamorati di Roma e l’hanno vissuta alla grande, nonostante le difficoltà dei momento, li abbiamo fatti sentire completamente a loro agio. Ho saputo che molti, tornando a casa la sera dal Foro oppure la mattina presto prima di partire, facevano fermare la macchina per godersi certi scorci della città».

Il consuntivo del torneo è positivo.

 

L’organizzazione ha funzionato alla grande, nessuno tra gli interpreti si è lamentato. La manifestazione non ci darà utili, questo è chiaro, ma serviva al Paese per dare un senso di ripartenza, è stata una specie di biglietto da visita del Made in Italy da offrire al mondo. Non era una sfida facile, era completamente nuova e impegnativa e l’abbiamo gestita con grande attenzione.

Problemi strutturali però esistono, quali sono le vostre idee in merito al Foro Italico?

Sono in programma investimenti nelle infrastrutture della zona, e parliamo sia dell’attività legata al torneo sia della volontà di coinvolgere i cittadini. Siamo convinti che il Parco del Foro Italico sia il polo sportivo più importante del Paese, lo vogliamo trasformare in un parco tematico dove lo sport possa mischiarsi con le bellezze artistiche e culturali della zona, con la collaborazione delle istituzioni locali e del Ministero dei Beni Culturali. Sono allo studio tante iniziative. Auspichiamo che il Foro Italico si apra, oltre che alle attività agonistiche, anche a quelle spontanee. In agosto ci siamo dedicati agli Over 65, che hanno potuto usufruire gratuitamente dei campi da tennis e della piscina, e l’idea è di mettere a disposizione quei campi anche per i bambini con problemi economici. Insomma, l’obiettivo è organizzare grandi eventi ed eventi di base, di tutti e per tutti. La speranza è avere il Foro Italico e l’Olimpico aperti tutto l’anno.[…]

Fognini ritrova il sorriso. Non vinceva da marzo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Amburgo conserva un posto speciale nel cuore di Fabio Fognini. Nel 2013 vinse il torneo, allora il più importante della carriera prima del trionfo del 2019 a Montecarlo. Cinque anni dopo, in riva all’Elba, raccoglie la prima vittoria dopo le due operazioni di maggio alle due caviglie battendo il padrone di casa Kohlschreiber, 88 Atp, invitato con una wild card. Così, dopo i k.o. immediati a Kitzbuehel e a Roma, Fabio riassapora in Germania il gusto del successo, che mancava dalla Davis di marzo, e si guadagna il secondo turno contro il vincente tra Ruud e Paire. Dopo un inizio equilibrato, l’azzurro numero 15 del mondo regala il break decisivo del primo set con qualche errore di troppo, ma nel secondo ritrova profondità e aggressività; anche nel terzo comanda gli scambi, sale 5-3, non chiude ma poi sfrutta un passaggio a vuoto al servizio del tedesco e si impone dopo oltre due ore di lotta (4-6 6-1 7-5). Sconfitto invece Sonego da Auger-Aliassime: 6-2 7-6 (2). Al Roland Garros, intanto, proseguono le qualificazioni per lo Slam che inizierà domenica. Nel maschile, dopo le quattro vittorie italiane di lunedì, la seconda giornata regala il sorriso solo a Marco Cecchinato, che piega 6-3 7-5 il lettone Gulbis. Ora il palermitano affronterà il francese Lestienne. Niente da fare, invece, per Federico Gaio, Matteo Viola e Stefano Napolitano. Nel femminile en plein di successi con Trevisan, Gatto-Monticone, Errani (già finalista nel 2012), Di Giuseppe e Cocciaretto. […]

Nole sfida Rafa. Il pericolo è Thiem (Daniele Azzolini, Tuttosport)

La terza bolla. Visita guidata al tennis sotto vuoto. Un capitolo da “Guida galattica per autostoppisti” in chiave tennistica. Dalla grande bolla di New York, che il team francese guidato da Benoit Paire è riuscito a sforacchiare come un emmenthal (è bastata una sola partita a carte, per azzerare ogni precauzione anti-Covid), alla bolletta romana, che ha tenuto bene alla faccia dell’altrui grandeur. Fino alle bollicine francesi, che già presentano una precaria condizione da Stati d’infezione Generali. Inutile chiedersi se fosse il caso di giocarli questi Mondiali su terra rossa. I francesi non rispondono. Esperti di tattiche diversive, non rispondono nemmeno alle domande su quanti positivi siano stati realmente riscontrati nel gruppo delle qualifiche. Marca, il quotidiano spagnolo, ha scritto 15.Si diceva che il Covid avrebbe cambiato tutto. C’è del vero, ma senza esagerazioni. Nel tennis si riscontra un esubero di risultati a sorpresa, vedremo se il Roland Garros riporterà tutto allo status quo ante, o se avremo strascichi di sbigottimento causati da eventi impensabili. Tipo Diego Schwartzman che batte Rafa Nadal. Roma è stato un torneo ricco di colpi di scena, buono per i giovani italiani che ne hanno lietamente approfittato. Abbiamo ritrovato un Sinner già in grado di opporsi ai campioni affermati (Tsitsipas), ma non cosí robusto da non finire fiaccato dal tennis dei livelli più alti (Dimitrov). Abbiamo scoperto Lorenzo Musetti, non solo (e non tanto) per i successi su Wawrinka e Nishikori, alla prima sortita post lockdown, ma per la tempra e la personalità che ha messo in campo. Alla fine, ai quarti è giunto solo Matteo Berrettini, un buonissimo risultato e insieme una forte delusione. Contro Casper Ruud ha avuto un calo imprevisto, sul quale dovrà ragionare, ma nessuno potrebbe negare che stesse per batterlo. […] Sulle gerarchie, Roma non ha espresso giudizi. La vittoria di Djokovic cambia poco o nulla. La sconfitta di Nadal contro El Peque, è frutto della lontananza dai campi. Due o tre incontri sull’amata sabbia francese, basteranno a rinvigorire Rafa, mentre Nole sa bene di non essere ancora al massimo. Tra i due una voce importante sarà quella di Thiem, vincitore degli Us Open. Ha preferito saltare Amburgo e forse non ha fatto bene. Ma niente vieta di vederlo favorito per Parigi. Due finali negli ultimi due anni, la candidatura ha un peso. Dopo quella di Rafa, con le sue dodici vittorie. Ma prima di quella di Djokovic, che le mattonate di Thiem le ha sempre sofferte.

Djokovic è pronto per sfidare Parigi, il tabù che ha sfatato solo una volta (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

«Grazie Roma», con questo tweet Nole Djokovic ha voluto chiudere la sua settimana nella Capitale. Aveva proprio bisogno una coppa da baciare, il numero 1 del mondo, per chiudere un periodo ricco di polemiche, culminato con la storiaccia della pallata tirata a una giudice di linea agli Us Open, con conseguente perdita della partita, una squalifica che gli ha probabilmente impedito di conquistare il suo 18° titolo dello Slam. Al Foro Italico si è dimostrato nervosetto (racchette rotte, warning incassati, discussioni con i giudici di sedia ..) e ha vinto senza dominare: malgrado non abbia incontrato Top Ten sulla sua strada (il giocatore più forte l’ha incrociato in finale, il numero 15 Schwartzrnan) ha sofferto sin dall’inizio del torneo. Ma la terra del Foro Italico porta evideruemente fortuna al serbo, che in carriera ha vinto di più solo sul cemento degli Open d’Australia e di Miami. Djokovic ha fatto quindi rotta su Parigi, il torneo che finora gli ha regalato molte più amarezze che gioie, grazie anche allo strapotere del cannibale rivale Nadal che sui campi della Porte d’Auteuil ha trionfato 12 volte, vincendo l’incredibile numero di 93 partite su 95. Djokovic invece nella capitale francese ha giocato in 15 occasioni, vincendo solo nel 2016 (in finale su Murray, Nadal si era ritirato per un problema al polso prima di disputare il terzo turno).[…] «A Roma non ho giocato al meglio – ha detto Djokovic dopo la finale – spero di poter alzare il mio livello in Francia, sarà necessario per arrivare in fondo al torneo. Nadal? Se c’è un torneo nel quale c’è un favorito d’obbligo, questo torneo è il Roland Garros». A Parigi Djokovic ha incontrato Nadal sette volte vincendo solo nell’ultima sfida, nel 2015 (7-5 6-3 6-1 nei quarti di finale). Clamorosa quella vittoria probabilmente buttata via per una invasione di campo (!) nelle semifinali del 2013: avanti 4-3 al quinto set, Nole scende sotto rete per chiudere una facile volèe alta di rovescio ma poi sembra scivolare e finisce per toccare la rete prima che la palla abbia toccato terra per la seconda volta. Punto assegnato a Nadal, che chiuderà la partita per 9-7. […]

Continua a leggere

Rassegna stampa

Djokovic, eccoti Schwartzman, il piccoletto che stende i giganti (Crivelli). Halep, battuto anche il tifo contro (Corriere dello Sport). Djokovic sa volare così Ruud si inchina. È la decima finale a Roma (Azzolini)

La rassegna stampa di lunedì 21 settembre 2020

Pubblicato

il

Djokovic, eccoti Schwartzman, il piccoletto che stende i giganti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il gigante e il bambino. Roma riserverà i suoi baci a Djokovic, l’uomo che oggi pomeriggio giocherà la 52° finale in un Masters 1000, primo della storia, inseguendo il quinto trionfo al Foro, oppure El Peque Schwartzman, l’argentino tascabile tutto cuore che invece debutta su un palcoscenico di questo prestigio dopo aver sottratto il trono a sua maestà Nadal? Certamente, malgrado la stazza tecnica monumentale dell’avversario che lo attende, il piccolo guerriero di Buenos Aires non arretrerà di un passo, abituato com’è ad affrontare da sempre a muso duro le difficoltà della vita, fin da quando i medici gli dissero che non sarebbe più cresciuto oltre il metro e 70 cui era arrivato e lui non si scoraggiò comunque, scegliendo il tennis invece del calcio come sarebbe convenuto a chi porta quel nome, Diego, in adorazione di Maradona. Finalmente lo show Agli Internazionali è il giorno del pubblico, 1000 spettatori per la sessione diurna, in maggioranza bambini e ragazzi delle scuole tennis che si presentano con un certo agio malgrado l’apertura dei cancelli alle 9, e 1000 per quella serale, che invece accettano di fare un po’ di coda per acquistare i biglietti, ignari profeti di ciò che li attenderà nella seconda semifinale, quella tra Schwartzman e Shapovalov, con il Djoker in tranquilla attesa dopo essersi liberato nella prima del tignoso Ruud. Alla fine di 3 ore e un quarto di puro spettacolo che illumina la partita di gran lunga più bella del torneo, il Peque alza le mani al cielo stremato ma ebbro di gioia,

[…]

 

Il gaucho, primo argentino finalista a Roma da Coria 2005, vince perché possiede l’animo del guerriero che rimanda ogni palla e supplisce con un orgoglio smisurato a una condizione atletica che pian piano si smorza a furia di correre per tutti gli angoli del campo

[…]

Il talentuoso Shapo, che con il rivale si è allenato spesso alle Bahamas dove risiedono entrambi (beati loro), pur uscendo tra gli applausi dei mille che lo avevano eletto a idolo di serata, si macererà tuttavia nei rimpianti, perché da metà del secondo set appare come il padrone del campo, ma trema quando si trova con il turno di servizio per chiudere la sfida, sul 5-4. Eppure, dopo un primo set in cui tiene percentuali troppo basse di prime, il canadese rimonta perché alterna palle piatte ad altre lavorate, sta sulla riga di fondo e muove il rivale verso gli angoli, senza aver fretta di trovare soluzioni estemporanee, come gli ha insegnato (e bene) il nuovo tecnico Youzhny. Riecco Novak Il tie break, però, è tutto di Schwartzman, più lucido e gagliardo: toccherà a lui, dopo due battaglie infernali nei quarti e in semifinale, ritrovare l’adrenalina per provare a infilzare Djokovic. Nole, intanto, gli aveva già riservato gli osanna: «Quello che Diego ha fatto contro Nadal è stato sensazionale, ha giocato una partita fantastica». Il numero uno, con il traguardo che si avvicina, ricalibra però il suo gioco e le sue sensazioni: il norvegese Ruud, sul 5-4 del primo set, si procura due set point ma li sciupa con altrettanti rovesci lunghi e da quel momento viene sovrastato da un Djoker finalmente in versione-lusso.

[…]

Nei precedenti, Djokovic è avanti 4-0, compresa la semifinale dell’anno scorso che però andò al terzo. Il Peque, peraltro, era 0-9 pure con Nadal prima di sabato sera. E sapete com’è andata a finire.

Halep, battuto anche il tifo contro (Corriere dello Sport)


«E’ stato bello vedere un po’ di gente sugli spalti, anche se oggi non mi hanno sostenuto per niente. Erano per la Muguruza, l’ho capito subito, ma io sono stata comunque felice di vederli e ho sentito l’energia di cui avevo bisogno». Continua a colpire duro, Simona Halep, anche dopo aver chiuso vittoriosamente la sua semifinale. E’ la giocatrice più forma, la testa di serie numero 1 (e numero 2 del mondo), e si sarebbe aspettata un po’ di conforto in più. Vedremo oggi cosa succederà, nella sfida per il titolo contro la campionessa uscente, Karolina Pliskova (4 nel ranking Wta),

[…]

Halep ha fatto sua una partita ricca di alti e bassi, dove Garbine è stata sempre costretta ad inseguire. Vinta facilmente la prima frazione, la romena è sembra in controllo del secondo set – finito invece a favore della Muguruza – e poi anche del terzo. E invece, sotto per 0-4 e poi per 1-5, la ragazzona nata a Caracas ha provato la grande rimonta per poi spegnersi sul 4-5, stroncata dal grande caldo e da un fastidio alla gamba sinistra, chiudendo nel peggiore dei modi, con due doppi falli. Alla sua terza finale agli Internazionali in quattro anni, Halep – imbattuta da 13 partite, e nel 2020 ne ha vinte 19 su 21 – cercherà il suo primo trionfo su questi campi:

[…]

Nel derby della Repubblica Ceca, la più forte delle gemelle Pliskova ha vinto la sua semifinale più facilmente del previsto, riuscendo con i suoi colpi piatti ad avere ragione dei tentacoli della Vondrousova, che sabato aveva irretito Svitolina. Due finali consecutive a Roma, non male per una giocatrice considerata adatta quasi esclusivamente per i campi veloci.

[…]

Insomma, vincitrice nel 2019 sulla Konta in finale, Karolina vuole cancellare un periodo ricco più di delusioni che di soddisfazioni. Oggi parte sfavorita – 7-4 i precedenti per la Halep, 1-1 sulla terra battuta – vediamo se l’aria di Roma l’aiuterà nella rincorsa al bis.

Djokovic sa volare così Ruud si inchina. È la decima finale a Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Ci si affanna, talvolta, a spiegare quale sia la differenza fra un campione e un giocatore come tanti, e alla fine è quest’ultimo a passare per l’eroe di giornata. Perché ci ha provato… E in effetti CasperRuud ha provato in tutti i modi a battere Novak Djokovic ma come si è avvicinato alla meta, davanti ai suoi piedi si è aperto un baratro. E c’è finito dentro. Ha avuto due palle set nel primo, e l’altro gliel’ha cancellate con un frego rosso (rovescione e smorzata chirurgica), come una maestra su una frase pasticciata dall’alunno. Ha avuto due palle per ottenere un nuovo break, e Nole gli ha servito due ace. È stato a un passo dal tie break e quello gliel’ha impedito. Era 5-4 nel primo set e serviva lui. Non è bastata l’eroe è caduto prima di toccare l’ultimo bastione. La differenza è dunque il baratro.

[…]

Esclusi gli intoccabili, simili a divinità tennistiche e come tali esentati da qualsiasi paragone terreno, piace molto al pubblico il giocatore umile. Soffrire e pedalare, remare o morire. Ve ne sono alcuni che si ammantano di umiltà e fanno bene, quella è loro parte migliore. Ma basta l’umiltà a creare un campione? E ancora… I campioni possono fare a meno dell’umiltà? La risposta è no, a entrambe le domande. Nei campioni l’umiltà circola dentro, l’hanno mitridatizzata, si sono resi immuni dalla sua invadenza e la utilizzano quando serve. Per raggiungere gli obiettivi seguono percorsi diversi, e più affascinanti. Sono tutti, nessuno escluso, dei visionari nel fissare le mete più irraggiungibili, e tutti sanno come trasformare l’illusione in realtà. Di contro, un umile al numero uno, mai lo abbiamo visto. Nole ne ha fissati due di obiettivi, vincere più Slam di Federer e di Nadal, e procedere allabbordaggio del record di settimane da primo del mondo, in possesso dello svizzero. Ci riesca o meno non è così importante, le sue mete sono alte, le più alte.

[…]

Djokovic non gli ha lasciato più niente. Ha smesso di litigare con l’arbitro Adel Nour, che per tre volte ha sbagliato la chiamata, e ha piazzato un ace di seconda. Così, giusto per festeggiare la sua decima finale romana. «Ruud è stato davvero bravo, mi ha posto in seria difficoltà, ma sono riuscito a raddrizzare le cose. Ho servito bene. Questa la novità più gradita. Un buon viatico per il Roland Garros». In finale c’è El Peque, il piccoletto Schwartzman. Dura semifinale con Shapovalov, tra break e controbreak regalati e malamente dispersi. Soluzione al tie break del terzo, con l’argentino più preciso


Continua a leggere

Rassegna stampa

Tennis, delusione Berrettini. Festa Ruud dopo tre ore di lotta (Franci). Il rimpianto di Berrettini (Esposito). Demolitor pentito. Così Berrettini regala le semifinali (Azzolini). Nadal giù per terra, la Decima sfuma (Crivelli). Djokovic nervoso e vincente: «Roma mi ama» (Marchetti)

La rassegna stampa di domenica 20 settembre 2020

Pubblicato

il

Tennis, delusione Berrettini. Festa Ruud dopo tre ore di lotta (Paolo Franci, La Nazione)

Il sogno di Matteo Berrettini e dell’Italia tennistica finisce così, con un maledetto tie break al terzo set dopo tre ore di battaglia durissima contro il norvegese Casper Ruud. Una specie di iceberg in maglia rossa, solidissimo, atleticamente eccellente e meno falloso del tennista romano. Evapora così il sogno di incrociare la racchetta con Nole Djokovic, che tra l’altro, prima di scendere il campo sul Centrale per battere al terzo set il giustiziere di Musetti, il tedesco Koepfer, s’era presentato al ‘Pietrangeli’ per studiare il suo prossimo avversario. Chissà, forse anche lui era convinto che sarebbe stato Matteo Berrettini. Poi però, come si dice, in campo c’è anche l’avversario e certamente Ruud è quel che negli spogliatoi i giocatori definiscono «cagnaccio», dal tennis fastidioso, che non scende mai a rete, che corre come tre persone facendo sfiancare l’avversario. Matteo era partito bene per portare a casa la semifinale di Roma, casa sua. Ha vinto il primo set dando la sensazione di poter chiudere la storia. Da quel momento però, la partita diventa una scivolosa salita, sulla quale Casper s’arrampica i virtù di un tennis essenziale e una condizione atletica notevole. Quando tutto sembra perduto al tie break del terzo set, Berrettini torna dominatore per un lampo di partita. Uno sguardo al tabellone luminoso e quel 5-3 sembra sufficiente a spingere il numero 8 del mondo lassù, dove lo attende Nole. E invece no: dritto fuori, due ace di Ruud e ancora un errore sul dritto, anche banale. Ruud esulta. Matteo rimane lì, immobile, testa china e chissà quante cose gli passano per la testa. Tre ore, 4/6, 6/3, 7/6 e l’ultimo degli italiani, dopo l’eliminazione di Sinner e Musetti, saluta il Foro e se ne va.

Il rimpianto di Berrettini. «Il tifo mi sarebbe servito, però ho sbagliato troppo» (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

E’ vero, non bisogna vivere di rimpianti. Ma dietro all’eliminazione di Matteo Berrettini, l’ultimo italiano ancora in corsa in questi strani Internazionali, ce ne sono tanti. Troppi. Rimpianti per i colpi mancati, prima di tutto. La partita dei quarti contro Casper Ruud, numero 34 del ranking, è finita 4-6, 6-3, 7-6(5). Matteo, che era partito a mille attaccando con potenza il norvegese e mostrando un grande gioco fatto di rovesci incrociati, lungolinea all’angolino, smash, ace e una straordinaria efficacia sottorete, è poi mancato nei momenti chiave, non riuscendo a sfruttare le chance di divorare il match e prendersi le tanto desiderate semifinali. Il 24enne romano, 8 del mondo, ci ripensa e non si nasconde. «Ci sono due-tre occasioni che proprio non mi vanno giù: quella volée nel primo game del terzo set per andare sull’1-0, e poi ho subito il break; il dritto fuori di poco sul 5-4 30-30; soprattutto quello vincente ma appena fuori misura nel tie break, quando stavo avanti 5-3. Io purtroppo ho molta memoria, mi ricordo ogni singolo punto…». Altro rimpianto: l’assenza del pubblico. Matteo, infatti, analizzando la sua partita, fa una sincera autocritica: «Nel secondo set ho abbassato un pochino l’intensità e a questo livello ogni minimo calo si paga caro. Dopo aver vinto il primo, mi sono sentito comodo, e di conseguenza moscio, poco adrenalinico. Non era una questione fisica, ma di energia emotiva. Di certo se ci fossero stati i tifosi al mio fianco sarebbe stato tutto diverso. Non so dire se avrei vinto, ma di certo avrei avuto molta più adrenalina, sarei stato più teso». Ma non è finita. Berrettini confessa anche di aver avuto qualche problema sul Pietrangeli: «Finora avevo sempre giocato sul Centrale, quindi lì sarei stato più abituato. E il Pietrangeli secondo me è in condizioni un pochino più brutte, proprio dal punto di vista del manto. Mi sarebbe piaciuto il Centrale, insomma, ma non voglio trovare alibi: staremmo parlando di tutt’altro se avessi tirato dentro quel dritto sul 5-3». Allora basta rimpianti. Del resto il Berrettini visto oggi ha fatto vedere anche moltissime cose buone. Il gioco c’è e lui è ottimista per il futuro, a partire dall’imminente Roland Garros: «Qui a Roma ho giocato tre partite ad alto livello, nonostante mancassi dalla terra rossa da oltre un anno e nonostante le tre ore di match contro Casper non mi sento neanche stanco. Avrei potuto fare tranquillamente altri due set. Quindi sono contento di me, sto bene, e lo penso anche in ottica Parigi. Margini di miglioramento? Ce ne sono, ma il mio livello si sta già alzando, lo dico io e lo dicono i miei allenatori. Poi certo, non posso ritenermi soddisfatto, anche se sono fiero di come ho affrontato le partite dopo tanto tempo senza terra».

Demolitor pentito. Così Berrettini regala le semifinali (Daniele Azzolini, Tuttosport)

A volte Matteo incanta. Anzi, quasi sempre. Lo fa quando sembra volteggiare fra le asperità più acute dei match. A suo modo un artista, anche se non lo direste mai, visti gli spari che produce. Altre volte ammalia con quel suo modo di incombere sul match, e sembra ingrandirsi a ogni punto che incamera. La storia questa volta ribolle di suggestioni psicologiche, e non sapremmo quale titolo affidarle, se non sommando i momenti centrali del match. Forse… Il Demolitor Pentito Sottotitolo: come regalare altrui una semifinale che sembrava già scritta. Tranquillo, Matteo. Ti sei appena iscritto a una lista di attori di grande spessore, che sanno come strappare le emozioni dalle nostre anime. Su quei campi abbiamo visto regalare finali e vittorie, altro che semifinali, e se hai voglia di leggere i nomi che hanno condiviso quello stesso malessere, al primo posto trovi nientemeno che Federer, dissipatore di due match point nel 2006 al cospetto di Nadal. Eppure, anche tu hai saputo aggiungere un tocco di magnificenza alla recita. Perché hai capovolto la trama quando nessuno se l’aspettava. Filava tutto liscio, e non c’erano motivi per lasciarsi prendere dai dubbi. E allora, perché? Hai dato come l’impressione di esserti pentito di tanta supremazia, quasi fossi convinto che il norvegese – per quello che poneva in atto – non meritasse un trattamento tanto soverchiante. Gli hai offerto di tirare su la testa per respirare. Lo hai fatto a inizio secondo set. Forse perché ti sentivi comodo, o chissà, non vedevi in che modo lui potesse salire fino al tuo livello. Ti diranno – vedrai – che sei mancato di personalità. Noi, al contrario, pensiamo che tu ne abbia sin troppa. Malgrado ciò, c’era solo una cosa da fare, la più semplice: colpire Casper fino a trasformarlo in una illusione. Il resto è venuto da sé, anche quando hai recuperato il break del terzo e hai condotto le operazioni nel tie break finale. Lì è mancato qualcosa, un dritto l’hai sprecato un filo fuori, sul 5-3 del tie break. […]

Nadal giù per terra, la Decima sfuma (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il re è nudo. Nadal è a terra. Smascherato dal Peque, il prode gaucho Schwartzman, che dal basso del suo metro e 70 dimentica gli schiaffoni precedenti negli scontri diretti (9-0 Rafa, con un parziale di 22 set a 2) e giganteggia contro l’ombra del campionissimo che su questa polvere rossa si è preso nove volte il trionfo. Il 2020, a suo modo, continua perciò a essere memorabile e d’altronde 200 giorni senza partite, nemmeno in esibizione (tanti ne sono passati dalla vittoria ad Acapulco di febbraio al debutto romano di mercoledì), tutto d’un tratto presentano il conto al maiorchino, troppo falloso e troppo passivo per opporsi alla serata stellare dell’argentino tascabile. Del resto, se servi con il 42% di prime contro uno dei migliori ribattitori del circuito, sei destinato ad un’apnea prolungata: forte di una smagliante condizione atletica ed esaltato dalla prospettiva di abbattere il monumento, Diego può così azzannare al collo Nadal fin dall’inizio dello scambio, resiste sulla diagonale del rovescio al dritto uncinato dello spagnolo e anzi lo pizzica più volte fuori posizione con il lungolinea. Una lezione al dominatore degli ultimi 15 anni: oggi entrerà il pubblico, ma non troverà Nadal, che esce dal torneo con mille dubbi e senza l’opportunità di un eventuale test in finale con Djokovic sulla via di Parigi. Nole la sua semifinale la agguanta interrompendo la corsa del sorprendente Koepfer, ma si porta ancora appresso il fardello del fattaccio degli Us Open: «Quella pallata mi accompagnerà per tutta la carriera, dovrò imparare a conviverci». Sul campo, i tanti pensieri hanno annacquato una delle sue armi letali, il killer instinct nei momenti decisivi. Capita anche contro il mancino della Foresta Nera, che fino a una settimana fa non aveva mai vinto una partita Atp sulla terra. Eppure Djokovic comincia da Djokovic, inchiodando subito l’avversario a un parziale di quattro game a zero. Lì però si concede la prima dormitina, esorcizzata con il break del 5-3 che gli consegna in pratica il primo set. E quando sale 2-0 nel secondo, la 68 semifinale in un Masters 1000 pare una semplice questione di minuti. E invece Novak piomba d’improvviso nei tormenti della confusione, compie scelte tecniche affrettate, perde il dritto che ora gli esce corto dalle corde e spesso non riesce a contrastare il rovescio incrociato del tedesco. Roso dal nervosismo, il numero uno adesso soffre le accelerazioni del Pitbull Koepfer, non sfrutta quattro palle break nel nono game che lo porterebbero a servire per il match e si incarta finendo per regalare il set. Per la frustrazione distrugge la racchetta: «Mi spiace, non sono perfetto. Sono umano». Con il carisma e l’orgoglio, più che con la qualità del gioco, Nole allunga di nuovo a inizio terzo set, e stavolta non si farà più raggiungere.[…]

Djokovic nervoso e vincente: «Roma mi ama» (Christian Marchetti, Corriere dello Sport)

Nole (Djokovic) sull’orlo di una crisi di nervi. Di questi tempi non è una novità. Stavolta c’è una partita contro Koepfer che è il festival dei blackout, ma anche una racchetta fracassata. Shapo (Shapovalov), invece, è all’ultimo respiro. Perché per correre come lui serve almeno un’altra coppia di polmoni. In un’ideale corsa sui 100 metri, sul traguardo vede comunque la top 10 del ranking mondiale. Non parte male il numero 1 del mondo. Un battito di ciglia ed è già 4-0. Poi Koepfer riesce a limitare i danni fino al 6-3 del serbo. Il secondo set è regalato al tedesco. In mezzo una racchetta fracassata, che «non è la prima né sarà l’ultima che spaccherò nella mia carriera. Sto lavorando sull’aspetto mentale». Arriviamo al terzo set, dove il povero Dominik esce con le gambe rotte da quel terzo gioco che invece fa crescere Nole fino al traguardo (6-3, 4-6, 6-3). E, per quest’ultimo, strada spianata per la settima semifinale a Roma. «Credo di avere un feeling speciale con i romani E non mi riferisco soltanto a quelli sugli spalti. Tolte Serbia e Cina, qui trovo tanto calore e sono riconoscente per come riescono a farmi sentire le persona». A vedere andare Denis così veloce, viene quasi da pensare che abbia impegni per la serata. Che diventano impellenti quando utilizza il rovescio. Rovescio mancino e a una mano, farina del diavolo. Il solito Shapo, insomma Dimitrov fa quel che può: cede il primo set 6-2 e corre. E, quando prova a tornare, dall’altra parte trova una difesa efficace. Eppure vince il secondo set, colpa anche della frenesia di Shapovalov. Ma il terzo è un monologo del canadese. Un dinamico, insostenibile, monologo: 3-0 e ancora 5-2 che diventa 6-2. Denis parla del successo contro il bulgaro, che poi è il numero 100 in totale, come di «un grande passo avanti per la mia carriera» e di questo ringrazia tutti, compreso il suo psicologo «che mi ha aiutato tanto, anche per il mio gioco».

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement