Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). "A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste" (Semeraro). John fece la storia (Condò)

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Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). “A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Semeraro). John fece la storia (Condò)

La rassegna stampa del 4 luglio 2020

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Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Ieri ad Atlanta e scattata l’All American Team Cup, un minitorneo di tre giorni riservato ai primi otto giocatori statunitensi nella classifica Atp. La novità più rilevante, però, riguarda la presenza dei tifosi e quindi l’evento e monitorato con attenzione in ottica Us Open. A seguire le partite di Isner, Querrey, Tiafoe, Sandgren, Paul, Fritz, Johnson e Opelka avrà accesso un numero limitato di tifosi (qualche centinaio): tutti saranno tenuti a compilare un questionario sullo stato di salute e a farsi misurare la temperatura corporea. I posti saranno distanziati di due metri ma non sarà obbligatorio indossare mascherine. Tra le altre misure di sicurezza ci sarà il divieto di utilizzare denaro in contanti per comprare cibo e bevande. Insomma, regole stringenti, ma nonostante il possibile riverbero sugli Us Open, lo Slam newyorkese rimane sempre al centro della tempesta. Secondo il quotidiano spagnolo Marca, Djokovic sarebbe tornato all’attacco, manifestando ai colleghi le perplessità legate alla quarantena da fare una volta tornati in Europa (con Madrid e Roma programmati per le due settimane successive). In veste di presidente dei giocatori, poi, ha assicurato che se i tornei americani venissero cancellati, chiederà il rimborso totale delle spese già sostenute da tutti.

Le Finals più grandi (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Torino si riapre al mondo intero. Per quanto manchi ancora più di un anno, che se organizzi un simile evento equivale a domani, però. Il post è del sindaco di Torino Chiara Appendino: «”Vogliamo creare l’evento più grande del tennis mondiale”. Sono le parole del direttore generale della Federtennis, Marco Martinasso. Parole che come Città di Torino facciamo nostre e che confermiamo con il grande impegno che stiamo profondendo in questo senso. A dare prova del clima di fiducia che si respira intorno a questo evento, che Torino ospiterà dal 2021 al 2025, ci sono 10 raggruppamenti d’impresa – a cui va il nostro ringraziamento – che hanno presentato una proposta per definire il master plan dell’evento. Progetti concreti, investimenti. Pronti per rilanciare l’immagine di Torino in tutto il mondo attraverso questo evento internazionale. Ora, la pandemia ovviamente ha imposto degli interrogativi circa la presenza del pubblico su cui stiamo lavorando affinché possano essere il meno impattanti possibile. A fine mese il progetto definitivo». Appendino si è anche espressa in video, a commento del nuovo Piano regolatore e dell’accordo con la Banca Europea Investimenti per combattere il cambiamento climatico e rendere la città più vivibile e moderna: «Stiamo lavorando molto perché è un evento molto impattante per la città che avverrà per cinque anni consecutivi. In questi giorni è stato pubblicato il bando per la costruzione del Master Plan. Hanno partecipato dieci cordate. Entro fine luglio avremo i dettagli del master plan e poi inizieremo con tutti i lavori. Le Finals Atp porteranno a trasformare l’area Combi abbandonata da anni. Ad inizio settembre ci sarà una presentazione». Secondo il direttore della Fit, Martinasso, le ricadute positive saranno superiori agli 80 milioni previsti. Le aziende in corsa sono Balich Worldwide Shows, Parcolimpico e Live Nation, Prodea e Armando Testa, Next Group, Ey, Recchi, Rcs Sport e Carlo Ratti Associati, Awe Sport, Benedetto Camerana e Nielsen Sport, Hdra e Anvi, Pwc e GroupM, Master Group Sport e Pininfarina, Deloitte e Italdesign. Tutte presenteranno un progetto architettonico e comunicativo. Come noto, campi d’allenamento saranno allo Sporting circolo della Stampa di corso Agnelli. Ma è possibile si unisca anche il Palavela. Un evento che coinvolga l’intera città, era l’idea di partenza della candidaura. E si sta sviluppando.

“A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] La cancellazione dei Championships, che sarebbero alla fine della prima settimana, non l’ha presa bene. Che cosa ha pensato quando ha sentito la notizia? «Mi ha sorpreso che una decisione che riguardava un evento previsto a luglio sia stata presa a marzo. In quel periodo sono stati cancellati molti eventi, ci si è fatti prendere dal panico. Giusto pensare alla sicurezza, ma si sarebbe potuto aspettare prima di cancellare tutto». Gli Us Open si giocheranno in clausura… «Non ci sarà il pubblico, non sarà il tennis che conosciamo, ma l’importante è che si ritrovi una continuità». Djokovic e Nadal storcono il naso… «I tennisti capiscono che c’è una crisi, si adatteranno. Certo, a tutti piace sentire la folla durante una finale, ma una cosa del genere non era mai successa prima. Poi il 95 per cento dei giocatori è interessato a guadagnarsi da vivere». Che cosa pensa delle critiche ricevute da Djokovic per le sue uscite no-vax e i contagi dell’Adria Tour? «Novak è molto di più che un tennista. Viene da una storia difficile, è stato bravo a sviluppare le sue qualità di atleta. Sono sempre d’accordo con lui? No, ma è importante che non si limiti a parlare solo di tennis. Sta ricevendo critiche ingiuste, la sua esibizione aveva uno scopo nobile. È vero che la partita a basket e le feste non erano necessarie, ma anch’io a 30 anni volevo divertirmi. Non giustifico ciò che è accaduto, ma capisco la tentazione». In che rapporti è rimasto con lui? «Ottimi, dopo tre anni e mezzo di grandi successi fra noi è nata un’amicizia vera. Parliamo ancora di tennis». Roma e Parigi a fine settembre la convincono? «A Roma si può giocare all’aperto a ottobre e anche a novembre. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea di cosa è meglio. Il meglio è dare agli atleti e ai tornei di che guadagnarsi da vivere». Lei è ancora popolarissimo: merito dei successi o del carattere? «Una combinazione. Ho vinto tanto, poi sono diventato commentatore e coach. A me piace pensare che sia per merito del mio carattere». Per servire come faceva lei è più importante la testa, il cuore o il braccio? «Tutto parte dalla testa. Devi capire l’importanza del servizio, che oggi è sottovalutato, e infatti in molti lo eseguono male. Poi devi assimilare la giusta tecnica. Ma senza cuore come fai a giocare la seconda di servizio sulla palla break?» La vera epoca d’oro è quella di Federer, Djokovic e Nadal, o la sua negli Anni ’80? «Sono un grande tifoso dei Big 3, quello che hanno fatto loro e Murray è straordinario. Ma sono stati messi in grado di farlo. Borg e McEnroe, Lendl, Edberg, e mi ci metto anch’io, hanno reso il tennis popolare nel mondo. Altri hanno portato avanti quel fenomeno». Nel 2021 vede meglio i giovani o i Patriarchi del tennis? «Intanto mi piacerebbe vedere tutti a New York quest’anno. Non giocare per sei mesi non va bene né per i giovani né per i vecchi, ci saranno sorprese. L’esperienza conta più della forma, ma fino a quando non li vedremo in campo non lo sapremo». Ivan Ljubicic, coach di Federer, dice che con i grandi si lavora solo sui dettagli. D’accordo? «Credo che giochi a nascondersi. I top player sanno come giocare, ma ci sono l’aspetto mentale, la strategia, la preparazione. I coach sono molto importanti. Ivan e Luthi hanno fatto un grande lavoro, se non fosse stato così Roger non li avrebbe voluti al suo fianco così a lungo. Lo stesso vale per Djokovic e per Nadal. Scelgono bene lo staff e si concentrano sulle cose importanti». Tornerà ad allenare? «Ora mi occupo del settore nazionale tedesco, ma se ci fosse l’occasione non lo escludo». Cosa pensa di Berrettini e Sinner? «Il futuro dell’Italia è roseo. Berrettini è già forte, di Jannik mi piace lo stile, è un ragazzo gradevolissimo e Riccardo Piatti è uno dei migliori coach in circolazione. Ma dovete dargli tempo». Quale momento sceglie della sua love story con Wimbledon? «Non scelgo. È bello pensare alle finali, ma da pro sai che vincere il primo turno conta altrettanto». A 52 anni Becker è sempre un ribelle o è diventato un conservatore? «Sono sempre un ribelle, non cambierò mai. Ma la vita mi ha dato molte lezioni e oggi mi piace usare la mia esperienza per fare la cosa giusta».

John fece la storia (Paolo Condò, Sport Week)

Il 5 luglio del 1980, quarant’anni fa, il pubblico del centrale di Wimbledon seguì sbalordito il tie-break più bello della storia, quello che John McEnroe vinse 18-16 su Björn Borg. Alcuni libri sostengono la tesi che si trattasse del quarto set della finale, e che prima e soprattutto dopo quel maestoso tie-break Borg l’abbia fatta sua per la quinta e ultima volta. Baggianate. Di quel pomeriggio è passato alla storia il tiebreak (che tra poco rileggeremo nel dettaglio) come del Mondiale di calcio ’74 ricordiamo l’Olanda, come il Mondiale di ciclismo di Gap del ’72 ci è entrato nel cuore per la fuga di Franco Bitossi. […] La carica eversiva del ventunenne John si esprime alla perfezione nel suo inevitabile servizio-volée. Sul primo punto del tie-break Borg disegna pure un gran pallonetto, ma McEnroe si allunga allo spasimo, e schiaccia (1-0). I primi due servizi di Borg danno esiti simili: blando rovescio in rete di Mac, il primo di risposta (1-1), l’altro dopo breve palleggio (1-2). Non erano colpi difficili. John appare disgustato da se stesso. Per fare pace blocca una stop-volley appena oltre la rete, piccola opera d’arte (2-2), e allunga con un servizio che Borg ribatte in rete senza speranze (3-2). Sul punto successivo Björn rischia, perché la volée – pure lui segue a rete ogni battuta – è troppo lunga e Mac ha l’angolo per passare. Ma il suo rovescio è un filo fuori (3-3), figlio della stima per lo svedese: per batterlo devi giocare oltre il limite, non sempre puoi restarci dentro. Il servizio successivo è sulla riga, si alza proprio la nuvoletta (3-4). Tocca di nuovo a McEnroe, da sinistra a uscire: Borg si sposta bene sul dritto ma la palla è troppo veloce, la risposta in lungolinea va fuori di un metro (4-4). Björn è carico, John lo sente e fa due net prima di mettere la prima. La risposta però gli atterra nei piedi. Mac la estrae dal terreno come petrolio da un pozzo: un miracolo, ma che offre a Borg un passante quasi comodo. Primo mini-break (4-5), lo svedese ha due servizi per chiudere. Come un killer seriale che replica le modalità di precedenti omicidi – Copycat, bel film con Sigourney Weaver – così John ribatte nei piedi di Björn e poi lo passa facile (5-5): quel che è fatto è reso, e in un momento delicatissimo. Borg deve ricorrere alla seconda sul servizio successivo, e la mette molto profonda guadagnandosi lo spazio per il successivo passante da metà campo (5-6). Quasi senza accorgercene, siamo arrivati al match-point. E il terzo per Borg, che ne ha già mancati due nel set. Punto memorabile: Mac deve tirare la seconda a uscire, grande passante incrociato di Björn (che ormai ha capito come spostarsi sul dritto per sparare) e il modo in cui John si allunga sotto rete per raggiungere la pallina e toccarla appena oltre manda letteralmente fuori di testa la gente. Quel colpo è l’urlo di Tardelli in versione tennistica (6-6). Cambio di campo. Borg costringe l’americano a una complicata volée, lo passa (6-7) e risale al match-point, ma stavolta sul proprio servizio. E Mac riveste i panni di Copycat: lo costringe a una volée difensiva, in realtà non difficile, prima di passarlo (7-7). Il punto successivo è il più strategico: dieci colpi per arrivare a un gran passante di Mac, che s’era aperto il campo con un pallonetto (8-7). La gente è felice per il primo set-point di John, per di più sul suo servizio, ma la risposta di Borg è un fulmine che manda l’americano col culo per terra (8-8). Nessuna volgarità: c’è un’inquadratura famosa a testimoniarlo. Per un po’ si procede regolare. Bella volée alta di Mac (9-8). Volée di rovescio chirurgicamente vicina alla linea di Borg (9-9). Risposta sballata di John (9-10), riscattata da un servizio vincente (10-10). Poi, un impercettibile calo di McEnroe consente a Borg un altro mini-break di passante (10-11). […] Lo scambio al solito è breve, molto trattenuto, e il rovescio di Mac colpisce il nastro, vi si arrampica e cade beffardo nel campo di Borg (11-11). Il telecronista dice: «E con questo abbiamo visto tutto». Björn si vendica facendo fare il tergicristallo al rivale (11-12), ma sul quinto match-point, settimo complessivo, deve arrendersi a un rovescio che Picasso non avrebbe dipinto meglio (12-12). Sempre su livelli impercettibili, ma Mac sta prendendo il sopravvento: magnifica volée in controtempo (13-12), due righe salvano Borg (13-13), mini-break grazie a una risposta seppellita fra i piedi dello svedese (14-13). Tombstone. Sul solito superservizio esterno, Mac riceve una risposta debole e disperata: è a rete per ghermire la preda, ma la volée in campo aperto gli esce di un centimetro, un errore inconcepibile (14-14). Mac mima “non ci posso credere”, trasalisce sul punto successivo perché sbaglia la volée, ma il giudice di linea lo salva chiamandogli fuori in ritardo il servizio. Sulla seconda, stop-volley d’autore (15-14). Borg torna in parità grazie a una risposta appena fuori (15-15). Cambio campo, l’ultimo. La gente freme. Batte Borg, gran risposta salvata a stento, e McEnroe azzecca il successivo passante (16-15). Una volée sbagliata maluccio dall’americano (16-16). Serve ancora Mac, e Borg sfiora soltanto la risposta vincente (17-16). Ormai ogni colpo è un tentativo di chiudere, i due non stanno più in piedi dalla tensione. Il crac dello svedese è una volée in rete (18-16), non difficile se solo questa appena conclusa non fosse stata la fine del mondo su un campo da tennis. Dicono che poi abbiano proseguito, e al quinto abbia vinto Borg. Dicono, io ci credo , poco.

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Sinner al terzo turno (Crivelli, Mastroluca, Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 21 gennaio 2022

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Sinner, corridoio verso i quarti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La notte è di Jannik. Se la promozione alla sessione serale doveva rappresentare un’investitura tra i protagonisti più attesi dello Slam degli antipodi per il giovane cavaliere azzurro, la prova è stata superata con l’autorevolezza dei grandi. Sinner domina lo yankee Johnson in meno di due ore e prosegue l’imperiosa marcia del 2021, con 5 vittorie in altrettanti match e nessun set concesso. Certo, arriveranno test più probanti, ma la solidità mentale e i progressi tecnici, soprattutto al servizio, sono da ammirare. E dopo una litania di sorteggi respingenti negli Slam, l’Australia sembra finalmente offrirgli l’autostrada della gloria: al terzo turno gli tocca il giapponese Daniel e poi negli ottavi il vincente tra De Minaur e Andujar, prima dell’eventuale incrocio con Tsitsipas nei magnifici otto. Largo ai sogni, che si allargano fino al potenziamento da lui stesso annunciato nel team con il famoso e fin qui ben celato supercoach: il cuore di Jannik sembrerebbe pulsare per Moya, attuale mentore di Nadal, ma nell’attesa si prospettano altre soluzioni di livello. Che tra i due team, quello di coach Piatti e quello di Rafa, i rapporti corrano sul filo della stima e dell’enorme rispetto, è dimostrato dalla scelta che il campione di 20 Slam fece un anno fa proprio in Australia, quando per le stringenti regole Covid ciascun giocatore poteva indicarne solo un altro per allenarsi insieme e Nadal prese con sé la stellina emergente della Val Pusteria. Restano poi le parole di Jannik prima degli Internazionali 2020, quando riuscì finalmente ad allenarsi con lo spagnolo: «Il mio idolo era Federer, ma adesso che ho palleggiato con Rafa e ho visto come si prepara, sono rimasto impressionato dalla sua concentrazione e dal suo perfezionismo». Insomma, la corrispondenza di amorosi sensi va avanti da tempo, ma resta un dettaglio non trascurabile: Moya si staccherà dal sodalizio solo nel momento in cui Nadal smetterà di giocare. E intanto? Lo scopriremo solo vivendo, mentre il presente racconta di un Jannik che contro Johnson ottiene l’82% di punti con la prima, concede appena una palla break e giganteggia con 30 vincenti: «In questo momento mi sto godendo il mio gioco, sono soddisfatto». Ma il corridoio verso la profondità della seconda settimana non lo scalda comunque: «Se Daniel è arrivato al terzo turno significa che se lo è meritato giocando bene. Non si va avanti in uno Slam per caso. A questo livello tutte le partite sono difficili, perciò sono favorito, è vero, ma solo sulla carta. Bisogna tener conto di tanti fattori, non sappiamo se farà caldo o ci sarà vento. Uno come Andy Murray lo devi battere. Lui ci è riuscito, io no. Sfrutterò la giornata di riposo per prepararmi al meglio e farmi trovare pronto». Non c’è dubbio, però, che il Sinner di questo inizio di stagione abbia conservato l’abbrivio delle sublimi, ultime uscite del 2021: «Io ci metto poco a ricaricare le batterie al termine di una stagione, sarà perché sono ancora giovane… Mi bastano pochi giorni a casa mia, in mezzo alle mie montagne. Mi ritrovo rapidamente lì, andando a sciare un paio di giorni. Mi aspetta comunque tanto lavoro per arrivare dove voglio io».

Sinner è diventato grande: «Io sono bravo» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Se un giocatore appare incontrastabile per gli avversari, pur facendo quel che gli risulta normale e replicabile, allora siamo davanti a un top player. È la sensazione che ha dato, e non per la prima volta, Jannik Sinner. Nell’amarcord contro Steve Johnson, l’altoatesino ha imposto una superiorità ineluttabile di fronte al baffuto statunitense. Il 6-2 6-4 6-3 finale rispecchia una partita senza storia, che l’azzurro ha chiuso con undici ace, l’82% di punti conquistati con la prima di servizio, una sola palla break concessa e salvata, 30 vincenti contro quindici errori. Dopo il terzo successo in altrettanti confronti diretti, Sinner ha mostrato rispetto verso l’avversario. «Quando batte, ha una prima precisa e difficile da leggere, era importante rispondere bene: ci sono riuscito e sono contento — ha detto —. L’ho fatto muovere, sono stato bravo a mescolare le carte in campo e sfruttare le occasioni». Per un posto negli ottavi, Sinner sfiderà Taro Daniel, giapponese che ha domato con un triplice 6-4 Andy Murray. Numero 120 del mondo, al massimo numero 64 nel 2018 quando ha vinto il suo unico titolo ATP a Istanbul, Daniel non aveva mai passato due turni in uno Slam prima d’ora. Di giapponese ha i tratti somatici e l’eredità genetica della madre, ex giocatrice di basket, ma è più che altro statunitense. È nato infatti a New York e vive in Florida, a Bradenton, dove si allena nell’accademia dello storico coach Nick Bollettieri. Daniel, ha sintetizzato Murray dopo la sconfitta, «è un giocatore molto solido, si muove bene e commette pochi errori. Non ti regala niente». Un avversario da non sottovalutare, dunque. Rischio che peraltro un giocatore come Sinner ancora imbattuto nel 2021 che ha perso un solo set nelle ultime otto partite giocate, non corre. […]

E’ un giovane jedi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Arduo da vedere il Lato Oscuro è, e se lo dice Yoda, il maestro di Star Wars, potete esserne certi. Non si vede dove possa annidarsi, né sotto quali mentite spoglie nascondersi o quali trappole possa aver escogitato la lugubre ombra del male, lungo il percorso che l’apprendista padawan Jannik Sinner sta affrontando in questi Open, nei quali lui è bravissimo, ma gli altri sembrano estratti a sorte da uno dei challenger giocati sul lungo mare di Melbourne. Jedi Semola è solido, una roccia. E incuriosisce e muove a compiacimento vedere un ragazzo di appena vent’anni cosi sul pezzo, così pervaso di buon senso e devoto all’ideale dell’apprendimento che non ha mai fine, lontano dalle furie sterili di altri della sua età, come Denis Shapovalov, o dall’equilibrio instabile di un Auger Aliassime, tanto più dalle crisi adolescenziali dell’amico Musetti. Proprio così, un giovane jedi che cresce felice di scoprire, giorno per giorno, i propri poteri. Dopo Sousa e Johnson, debellati con la regola del 3 (set), Semola non avrà il piacere di incontrare Andy Murray, che lo ha battuto a Stoccolma 2021, indoor. Troppo stanco, dopo le buone prove di Sydney e i 5 set con Basilashvili, e per questo (altro non potrebbe essere) infilato da Taro Daniel, giapponese, altro prodotto del tennis da challenger, esperto però di battaglie contro gli italiani, quasi tutte vinte. Anzi, tutte, almeno le ultime. Nelle qualificazioni dello Slam ha tiranneggiato su Arnaboldi, Moroni e Caruso. Musetti invece lo ha battuto ad Adelaide, primo turno del 250. «Non ci ho mai giocato, ma se ha battuto Murray vuol dire che ci sa fare», dice Sinner «Non sapevo di questa sua consuetudine con gli italiani, ma so invece che ogni turno di uno Slam riserva problemi e sorprese. Sono favorito sulla carta, lo accetto, ma dovrò dare il meglio. Lui con Murray ha giocato e vinto, io quando è capitato ho giocato e perso. O sbaglio?». […]

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Fuga da…Alcaraz (Crivelli). Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Mastroluca). Pericolo Alcaraz (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 gennaio 2022

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Fuga da…Alcaraz (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Attenti al giovane toreador. Quel quarto di tabellone (la parte più alta) aveva in origine un padrone assoluto, Novak Djokovic, ma l’incredibile saga australiana del numero uno culminata con la revoca del visto e conseguente espulsione dal primo Slam stagionale, ha creato golose praterie per chi avrebbe dovuto incrociare il Djoker. Così, in quello spicchio, Matteo Berrettini si è ritrovato con la testa di serie più alta (la 7) e Lorenzo Sonego senza il più forte giocatore del mondo da affrontare già al terzo turno. Non si farebbe peccato a immaginare un quarto di finale tutto azzurro tra i due grandi amici, ma la realtà è decisamente più ostica. E viaggia a cavallo del talento, dei muscoli e dell’impressionante ferocia agonistica di Carlito Alcaraz, il diciottenne d’assalto signore delle ultime Next Gen, che sarà il rivale, complicatissimo, di Berretto fin dal prossimo step in un incrocio da fuochi d’artificio. A ottobre, nell’unico precedente tra i due a Vienna, l’esuberanza del murciano e la sua imperiosa crescita sorpresero il nostro numero uno. che però non era al top atleticamente e rimase ancorato alla partita soprattutto con l’orgoglio. Dunque, quel precedente segnala che ci vorrà un Matteo al top psicofisico per imporre le sue armi alla pericolosità del golden boy spagnolo. «Intanto – dice Matteo – ho recuperato completamente dal problema allo stomaco del primo turno, e mi sento molto meglio. Non è stato il miglior match della mia vita, ma sono soddisfatto di aver concesso cosi poco con il servizio» . Durante la sfida, in un accesso di rabbia, Berrettini se n’è uscito con la frase «non sono fatto per questo sport», dettata dalla rabbia del momento ma utile a scrollarlo: «Ogni tanto capita di darsi un po’ addosso, ma paradossalmente mi serve per trovare l’energia nervosa giusta». Soprattutto dopo una vigilia che ha stravolto tutti: «E’ strano non trovare Djokovic nel tabellone, e l’intera situazione è stata difficile per tutti. Il fatto che qui non ci sia il giocatore più forte del mondo è qualcosa dl diverso rispetto al solito. Ma io devo concentrarmi soltanto su Alcaraz. Averlo già affrontato mi può essere d’aiuto. Sarà un avversario caldissimo, fisicamente e soprattutto mentalmente è già molto maturo, è aggressivo e si muove bene, ma le caratteristiche di questo campo mi danno la possibilità di sfruttare le mie qualità, del resto si vive e ci si allena per giocare partite così, quindi sono pronto». *** Sembra quasi si siano letti nel pensiero: «Sarà una sfida eccitante – ammette Alcaraz – e non vedo l’ora di giocarla. Sono consapevole di affrontare un top player, il suo è uno dei servizi migliori del circuito e quindi sai già che ti metterà in difficoltà. E’ vero però che l’altra partita tra di noi l’ho vinta io, mi ricordo di essere stato molto aggressivo. Sarà fondamentale non permettere a Matteo di dominare il gioco e portarlo sul suo dritto. Da quel match sono cresciuto molto anche come esperienza». […]

Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non è ancora una marcia in fa maggiore, quella di Matteo Berrettini a Melbourne. I problemi intestinali sofferti all’esordio contro Brandon Nakashima sono superati. «Stavolta tutto bene» ha scritto sull’obiettivo della telecamera dopo il 6-1 4-6 6-4 6-1 su Stefan Kozlov, classe 1998, qualche anno fa considerato la grande promessa del tennis USA. Una vittoria che lo lancia verso un terzo turno contro il diciottenne Carlos Alcaraz, il più giovane a debuttare come testa di serie in uno Slam dai tempi di Michael Chang nel 1990. I bookmakers danno sfavorito Berrettini, sconfitto dallo spagnolo l’autunno scorso a Vienna al tiebreak del terzo set. «Più affronto certi giocatori più li conosco. Alcaraz ha studiato me, io ho studiato lui. Qui per caratteristiche ambientali e di campo posso fare bene – ha detto l’azzurro -, Alcaraz è giovanissimo, ma fisicamente e soprattutto mentalmente sembra già molto maturo. Sono fiducioso, sarà importante far pesare la mia esperienza». RAGNO KOZLOV. Il piano sembrava ben avviato anche contro Kozlov, ma dopo aver vinto il primo set 6-1 Berrettini ha perso un po’ il filo della partita nel secondo set. A un certo punto, ha anche urlato di non essere fatto per questo sport. Non ha ancora perso del tutto l’abitudine di darsi addosso. Gli serve, ha spiegato, «a trovare l’energia nervosa giusta per reagire». Sostenuto dal servizio, ha chiuso con 21 ace e un’ottima resa con la prima, il numero 1 azzurro ha cambiato marcia nel terzo set poi ha beneficiato del calo fisico del rivale, che non aveva mai giocato un quarto set in carriera prima d’ora. «Ho completamente recuperato dal problema che ho avuto all’esordio – ha detto Berrettini -. Oggi non ho giocato il mio miglior match, ma Kozlov è come un ragno. Mi sono lasciato intrappolare nella sua ragnatela, poi però ho giocato sempre meglio e gli sono stato superiore dal punto di vista fisico». Dopo l’espulsione dall’Australia di Novak Djokovic, che l’aveva battuto negli ultimi tre Slam, Berrettini è la testa di serie più alta nel quarto più alto del main draw. «E’ strano non trovare Novak, l’intera situazione è stata difficile per tutti, lui per primo. II fatto che qui non ci sia il vincitore di tre degli ultimi quattro Major è qualcosa di diverso dal al solito. Ma io devo concentrarmi su Alcaraz, che è un ottimo giocatore». Alcaraz ha le idee chiare su quale potrà essere la chiave della partita. «Matteo è uno dei migliori battitori del circuito, è difficile leggere il suo servizio – ha detto dopo il successo sul serbo Dusan Lajovic -. A Vienna, ricordo che ho risposto davvero bene. È stata quella una delle principali ragioni della mia vittoria. Sarà fondamentale entrare in campo e attaccare, non lasciare che sia Matteo a dominare con il suo diritto. Di sicuro, sarà una partita divertente. Vediamo come andrà».

Pericolo Alcaraz (Daniele Azzolini, Tuttosport)

In un tennis a fumetti, i due che Matteo e Lorenzo hanno affrontato, farebbero la loro figura nei panni di Smarty, Greasy e Stupid, o Wheezy, le sciroccate faine del commando Morton che devono arrestare Roger Rabbit a Cartoonia. A Stefan Kozlov manca solo il berretto con l’elica. A Oscar Otte un’ombra che ne insegua, sbagliando direzione, i movimenti del corpo. Il commando precede l’ingresso in scena dei grandi cattivi, di cui Capitan Alcaraz assembla alcune delle caratteristiche più nocive, su tutte la mistica determinazione a liberarsi in ogni modo di qualsiasi possibile intralcio. Salvo ricordare che i buoni alla fine vincono, quasi sempre. Come non si sa. Del resto, neanche Berrettini e Sonego, al momento, ne hanno la benché minima idea. Se il problema è Carlitos Alcaraz, Berrettini ha tempo ventiquattro ore, nelle quali dovrà riposare, liberare il corpaccione dalle scorie di un match che sperava più breve e disporre uno straccio di tattica per opporsi al diciottenne spagnolo. Lo farà partendo dalle impressioni ricavate dal match di Vienna, nei quarti, lo scorso ottobre. Lì l’allievo di Juan Carlos Ferrero straripò un un primo set vorticoso. E’ questa una delle sue prerogative, dovuta in parte all’età che gli consente di non avvertire il peso dello stress o delle fatiche accumulate. Le quali, in effetti, manco ci sono, data la facilità con cui divelle gli avversari. In primo turno il povero Tabilo, stracciato manco fosse una T shirt infeltrita, ieri Dusan Lajovic, che con spirito patriottico si cinge di bandiere serbe e di dichiarazioni evitabili. «Ci penseremo noi, i suoi amici, a tenere alto il nome di Djokovic nel torneo, e a ricordare a tutti ciò che è successo». A Vienna Carlitos partì svelto, Berrettini scese in campo solo all’inizio del secondo set, ma riuscì a vincere il tie break e a portare il terzo al gioco decisivo. La vittoria se la prese Alcaraz, ma d’un soffio: «So bene come gioca, lo spagnolo. So che sarà una sfida zeppa di trappole, ma da giocare a viso aperto, e questi sono i match che mi piacciono di più. Credo che questa superficie mi favorisca, malgrado le magagne di questi giorni sento bene la palla, e i rimbalzi sono giusti per le mie caratteristiche». […]

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Sinner, buona la prima (Pierelli, Mastroluca, Azzolini). Maratona da favola, riecco l’Highlander (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 19 gennaio 2022

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Sinner crescente (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

L’Australia gli piace e le partenze a razzo di inizio stagione ormai sono una costante della giovane carriera di Jannik Sinner: nel 2021 vinse Melbourne 1, quest’anno non ha sbagliato un colpo in singolare nell’Atp Cup e ora sta cercando feeling anche con il primo Slam della stagione, dove al massimo ha raggiunto il secondo turno. Gli obiettivi del rosso di Sesto Pusteria sono immutati: giocare almeno 60 partite all’anno e fare il meglio possibile nei tornei più importanti, quelli che danno lustro alla carriera dei campioni. E per fare questo ha annunciato una sorpresa: allargherà il team, come rivelato da lui stesso dopo la travolgente vittoria in tre set contro il lucky loser portoghese Joao Sousa. «Come sapete – ha detto Sinner – da un po’ di tempo il mio team è composto da me e da altre tre persone: assieme all’allenatore Riccardo Piatti ci sono il fisioterapista Claudio Zimaglia e il preparatore Dalibor Sirola. A breve ci sarà un quinto componente, ma per adesso non posso dirvi altro». In attesa di sapere novità, si può ricordare come in passato, spesso, Riccardo Piatti abbia parlato di affiancare una figura di peso tipo quella di John McEnroe per permettere al suo pupillo di allargare gli orizzonti e assorbire insegnamenti che possono essere molto importanti. Staremo a vedere. Intanto Jannik parte nel migliore dei modi: Joao Sousa è spazzato via in tre comodi set, in poco più di due ore di gioco. Al prossimo turno l’altoatesino avrà l’americano Steve Johnson che ha già battuto a Roma 2019 e a Washington 2021. «Ricordo bene gli incontri con Johnson – ha detto Jannik -, in particolare quello del Foro Italico: ero sotto nel punteggio, facevo molta fatica, e il pubblico mi aiutò a tirarmi fuori dai guai e a vincere. In generale mi sento di essere la stessa persona di allora, anche se allo stesso tempo cresco, maturo, come ho fatto negli ultimi mesi. Mi chiedete del ranking e non posso certo dire che non mi interessi. Però non per il numerino di fianco al mio nome, ma perché la classifica è la diretta conseguenza dei risultati: ogni volta che vinci fai un piccolo passo in avanti. Ma non bisogna farsi abbagliare: certi obiettivi vanno valutati nel lungo periodo. So di avere tanto ancora da imparare. Penso al servizio, al gioco di volo, alla necessità di fare delle variazioni. Ci vuole quella pazienza che può essere la tua migliore amica o la tua peggiore nemica, a seconda dei momenti. Anche io sembro calmo, ma ogni tanto la fretta mi spinge a commettere degli errori, a perdere l’equilibrio del mio gioco. Io ho la fortuna di avere un team solido che mi aiuta a rimanere calmo». […]

Sinner vola sulle ali del vento (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Federico Zampaglione, il cantante dei Tiromancino, voleva imparare dal vento a respirare. Janník Sinner, invece, dal vento ha imparato che la velocità serve più della pazienza delle onde. Nella nuova Kia Arena l’altoatesino ha fatto tesoro del ricordo della sconfitta di due anni fa contro Marton Fucsovics. Il risultato è una netta vittoria sul lucky loser portoghese Joao Sousa. «Mi sono dovuto adattare in fretta alle nuove condizioni – ha detto -. Mi sono ricordato della partita che avevo perso due anni fa in condizioni ventose, e allora Fucsovics era stato bravo a comprendere la situazione andando spesso a rete per chiudere il punto. Così stavolta mi sono in un certo senso imposto di andare a giocare al volo più spesso del solito. Alla fine la tattica ha pagato». Il 6-4 7-5 6-1 vale al ventenne altoatesino la quarta vittoria consecutiva in questa trasferta australiana, iniziata con la presenza da secondo singolarista azzurro in ATP Cup, competizione a squadre in cui si è messo alla prova anche in doppio con Matteo Berrettini. I bookmaker gli danno più chances di conquistare il titolo a Melbourne di Berrettini e lo considerano, complessivamente, come il quinto favorito dopo Medvedev, Zverev, Nadal e Tsitsipas, facile vincitore ieri sullo svedese Mikael Ymer. Giovedì, il ventenne di Sesto Pusteria ritroverà Steve Johnson. Tre anni fa, agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, contro l’ex Top 20 festeggiò il primo successo in un Masters 1000 con sobrietà inattesa. Allora Jannik era poco più di un ragazzino alto e magro con una cascata di capelli rossi e tanta voglia di arrivare. «Ricordo bene il nostro match a Roma – ha detto in conferenza stampa Sinner -. Oggi sento di essere la stessa persona di allora. Ma allo stesso tempo cresco, maturo, l’ho fatto anche negli ultimi mesi. Non solo come giocatore ma anche nel privato. Quella partita al Foro Italico non me la scorderò mai: ero sotto nel punteggio, facevo fatica, ma il pubblico mi ha aiutato a tirarmi fuori e a vincere. Finora è senza dubbio uno dei momenti più belli della mia carriera».

Il certo e l’incerto (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È lui il più bravo, diceva Jannik, ma a vederli oggi non si direbbe. Sinner e Musetti sembrano finiti in due zone opposte del tennis, lontanissime, agli antipodi. Non c’entrano le vittorie, la classifica. E nemmeno i risultati delle loro ultime fatiche nella notte australiana. Jannik aveva la strada spianata, un avversario a portata di racchetta, inferiore per tecnica e velocità dei colpi Musetti sapeva di avere un percorso in salita, che si sarebbe presto ridotto a un acciottolato stretto e scivoloso se non avesse imposto ad Alex de Minaur buoni diritti che gli vengono da una classe eccelsa. Sostenendoli però con il sudore di una prova vigorosa, pronto a sporcarsi le mani e a dare battaglia centimetro su centimetro. Ma così non è stato. La differenza la fa ciò che i due portano in campo, insieme con gli attrezzi del mestiere. Nel borsone di Sinner ci sono racchette e certezze. In quello di Musetti le certezze ci sono state, oggi regna la confusione che sul campo si traduce nel trambusto di un tennis che fa seguire ai colpi più spettacolari soluzioni che paiono tirate vie, senza un perché. Semola è un giovane vecchio, il suo team l’ha messo a parte di un progetto che lo porterà in alto per restarci a lungo, lui l’ha fatto suo e non deroga dagli schemi che ormai gli sono familiari. Ne ha dato prova anche ieri, dopo i tre set inflitti a Scusa. «Mi chiedete spesso della classifica, e sarebbe sciocco se vi rispondessi che non mi interessa. Mi interessa eccome, ma non tanto per il numero accanto al mio nome, quanto per essere la diretta conseguenza dei risultati che riesco a ottenere. Se vinco, salgo. Ma non mi faccio abbagliare. L’obiettivo è dato dall’evoluzione del gioco. Ci sono questioni tecniche da perfezionare. Tante. Servizio, gioco a volo, variazioni, rotazioni. Ci lavoriamo lutti i giorni, ma la conclusione è sempre la stessa: ho ancora molto da imparare. Ci vuole pazienza. C’è un team che mi aiuta a stare calmo. Ma a volte la fretta si fa strada, e allora avverto che l’equilibrio del mio gioco rischia di andare in frantumi». Musetti si stringe al primo set, giocato davvero molto bene, sebbene la magia si sia esaurita troppo presto per sperare di battere de Minaur. «Davanti al suo pubblico Alex è davvero un demonio. Sapevo che sarebbe stata dura, ma nel primo set mi riusciva tutto. Poi sono stato più discontinuo. Da domani si ricomincia, allenamento e lavoro». […]

 Maratona da favola, riecco l’Highlander: «Ho sofferto tanto» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Il pensiero non può che tornare a tre anni fa, quando Andy Murray lasciò Melbourne in lacrime dopo la sconfitta al primo turno contro Bautista Augut. Quella avrebbe potuto essere l’ultima partita della sua carriera, il dolore all’anca destra era troppo forte per andare avanti: lo scozzese annunciò che si sarebbe fermato, non sapendo se sarebbe mai potuto tornare in campo. Invece, dopo gli interventi chirurgici a cui si è sottoposto, si e piano piano ricostruito, andando a giocare con umiltà anche i challenger (come ad esempio a Biella a febbraio), lui che e stato due volte oro olimpico nonché eroe di tre Slam. E ora eccolo qua, a 34 anni, capace di vincere al quinto set contro Basilashvili. Dopo una battaglia di 3 ore e 52 minuti nello Slam che lo ha visto cinque volte finalista ma sempre respinto all’ultimo metro: quattro volte da Novak Djokovic e una da Roger Federer. Per Murray si e trattato del primo successo agli Australian Open a distanza di cinque anni: ha saltato il 2018 e 2020 per infortunio e il 2021 per il Covid. Stavolta, da numero 113 del mondo, ha potuto beneficiare della wild card. E l’ha sfruttata nel migliore dei modi: adesso è ritornato virtualmente nei primi 100. «Tre anni fa, qui in pratica davo l’addio al tennis – ha detto lo scozzese dopo il match -, ma l’impressione che ho avuto è quella di non averlo mai abbandonato, anche se sono stato fermo tanto tempo. È stata dura. Ho capito che avrei potuto continuare a giocare verso la fine del 2019, durante I tornei in Asia. Ma il dolore all’anca mi condiziona ancora e so di non poter dare il massimo in tutti i tornei. La strada intrapresa è quella giusta, però è difficile pensare di tornare al livello di qualche anno fa». Adesso Andy avrà un possibile secondo turno contro Taro Daniel: se saltasse anche questo ostacolo potrebbe trovarsi di fronte Jannik Sinner, impegnato contro Steve Johnson. «Mi piacerebbe andare il più avanti possibile – ha aggiunto Murray – è qualcosa che negli Slam mi manca da tanto e che mi motiva. Qui comunque ho giocato alcuni dei miei match migliori e mi sento a mio agio. Quindi...».

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