Milano, che beffa: salta Next Gen. Sfuma un sogno da 30mila spettatori (De Sanctis). Tutti chiusi nella Grande Bolla. Il tennis riparte da New York (Semeraro). Jannik Sinner: "Il mio tennis esprime libertà" (Sport Week)

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Milano, che beffa: salta Next Gen. Sfuma un sogno da 30mila spettatori (De Sanctis). Tutti chiusi nella Grande Bolla. Il tennis riparte da New York (Semeraro). Jannik Sinner: “Il mio tennis esprime libertà” (Sport Week)

La rassegna stampa del 15 agosto 2020

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Milano, che beffa: salta Next Gen. Sfuma un sogno da 30mila spettatori (Silvio De Sanctis, Il Giorno)

La decisione era da tempo nell’aria, adesso è diventata ufficiale. L’Atp (l’associazione mondiale dei tennisti professionisti) ha comunicato il nuovo calendario dei tornei di questo travagliato 2020 e fra questi mancano le Next Gen Atp Finals, la manifestazione con i migliori otto giocatori del mondo under 21 che si disputava da tre anni a Milano (i primi due anni alla Fiera di Rho, nella scorsa edizione nel più “comodo” Palalido, oggi diventato Allianz Cloud). […] Le Next Gen erano previste dal 10 al 14 novembre. Invece la vetrina riservata alle migliori promesse della racchetta mondiale è rimasta stritolata dalla raffica di cambiamenti di queste settimane, ed è una perdita grave per una manifestazione che nel 2019 aveva chiuso con numeri importanti, complici le splendide prestazioni del “predestinato” Jannk Sinner. Il diciottenne altoatesino di Sesto Pusteria si era accaparrato il titolo al cospetto di avversari più grandi di tre anni (Alex de Minaur su tutti in finale), mettendo in banca un assegno di oltre 235mila dollari, a cui si sono aggiunti 64mila dollari per le vittorie nel girone e 53mila dollari come premio di partecipazione. Per essere sostanzialmente un’esibizione (il torneo non assegna punti per la classifica mondiale) non c’è da lamentarsi, perché il montepremi complessivo ha toccato quota 1,4 milioni di dollari, a cui si è aggiunta un’impennata di spettatori, saliti a quasi 29.000 paganti contro i 18.000 del 2018, complice l’entusiasmo per le imprese di Jannik. Una crescita ora interrotta dalla pandemia, ma l’Atp guarda già avanti e fissa la prossima edizione al 9-13 novembre 2021, quinto e ultimo anno di contratto con la città di Milano, nella speranza di rivedere lo stesso Sinner fra i protagonisti. II rischio è che l’altoatesino diventi subito un papabile per i piani alti delle Atp Finals, come accaduto a Stefanos Tsitsipas, il greco vincitore delle Next Gen nel 2018 che non ha difeso il titolo la scorsa stagione, perché entrato nella top ten mondiale e quindi impegnato a Londra contro Djokovic, Nadal e Federer. Un “sacrificio” che il competente pubblico milanese comunque sopporterebbe, per una città vetrina del tennis internazionale fin dagli anni ’70 e con una serie di tornei giovanili come Trofeo Bonfiglio e Torneo Avvenire dalle radici storiche invidiate in tutto il mondo.

Tutti chiusi nella Grande Bolla. Il tennis riparte da New York, ma tra i big solo Djokovic dice sì (Stefano Semeraro, La Stampa)

 

I tennisti non sono James Bond, la bolla americana con licenza di morire non li attira. «Mi assumo la piena responsabilità per ogni rischio – spiega il documento che dovranno firmare al loro arrivo negli Usa – incluso quello di morte, che potrà essere affrontato da me o da chi verrà in contatto con me come conseguenza della mia presenza nell’impianto, anche nel caso sia il risultato di una negligenza del New York Tennis Center». […] Il 22 agosto il grande tennis riparte dal torneo di Cincinnati, che però si giocherà nello stesso impianto di New York, sotto la bolla da Covid che comprende anche gli Us Open (dal 31 di agosto). Le regole sono spietate: niente pubblico, massimo tre accompagnatori, tamponi ogni 4 giorni, spostamenti solo per partite e allenamenti (bye bye Broadway) soggiorno obbligato in due hotel ufficiali o in appartamenti approvati: chi sceglie il confino in casa deve però pagarsi una sorveglianza h24 per evitare scappatelle. Per i positivi c’è l’esclusione dal torneo e un isolamento di 10 giorni, l’unica buona notizia è che sembra evitata la quarantena al rientro in Europa. […] Non ci saranno la n. 1 delle donne, Ashleigh Barty, e il numero 2 dei uomini, Rafa Nadal, e nemmeno Wawrinka, Monfils, Fognini, Kyrgios, Tsonga, mentre Novak Djokovic – che il virus però l’ha già avuto – è dentro. Federer bi-operato al ginocchio rientrerà, se sarà il caso, a gennaio. Serena Williams, che insegue il benedetto 24esimo Slam (sarebbe record), da quasi 39enne sopravvissuta ad una embolia polmonare predica prudenza: «Mi piace il tennis, ma qui si tratta della mia vita. E’ giusto essere un po’ nevrotici e portarsi dietro 50 mascherine. Credo che sopravviverei al contagio, ma preferisco non scoprirlo». Certo, quello che rimane dell’anno più sfigato – il nuovo calendario ufficializzato ieri anticipa Roma al 14 settembre e cancellato le Next Gen di Milano – rischia la svalutazione. «Molti dei migliori a New York non giocheranno – dice il n. 3 del mondo Dominic Thiem – quindi arrivare in fondo varrà meno del solito». Uno Slam fallato, e fa strano che a dirlo sia proprio lui, l’erede designato dei Big 3, finalista in due degli ultimi tre Slam. Pensa che beffa: una vita ad aspettare di alzare una coppa, e quando ci riesci scopri che è di latta.

Jannik Sinner: “Il mio tennis esprime libertà” (Sport Week)

E abbastanza raro – credo – che un ragazzo se ne vada di casa a tredici anni. Beh, io l’ho fatto: per il tennis, ovviamente. […] CON GLI SCI AI PIEDI Il fatto è che io non sono nato con la racchetta in mano, ma piuttosto con gli sci ai piedi: sono di San Candido, un paese dell’Alta Pusteria, praticamente sul confine tra Austria e Italia. Come tutti i ragazzi del mio paese, ho imparato a parlare (tedesco) e subito dopo a sciare. E a sciare ero abbastanza bravo. Ecco, se sei uno di quelli bravi a sciare in Alto Adige, vuol dire che sei bravo a sciare in generale. Infatti a sette anni ero campione italiano di sci. A quei tempi non pensavo tanto al tennis, giocavo giusto una volta ogni tanto. Però, crescendo, ho iniziato ad andare al campo a Brunico un paio di giorni alla settimana, ho conosciuto prima il mio grande maestro Heribert Mayr, poi Alex Vittur. Max Sartori… alla fine tutti dicevano ai miei che ero bravo e che avrei dovuto provare ad andare a scuola da uno dei migliori in Italia. Riccardo Piatti. […] Però il tennis mi piaceva, e ho pensato: perché non provare? I miei hanno sempre lavorato tanto: si occupavano di un rifugio in montagna e mia madre per molto tempo ha avuto due lavori. Mi ricordo che, ai tempi in cui sciavo loro lavoravano sempre e io facevo tutto da solo. Avevo sette, otto anni: la mattina andavo alle elementari poi a pranzo dai nonni e poi mi cambiavo per andare a lezione di sci. A pensarci, sono sempre stato un tipo abbastanza indipendente, infatti i miei l’hanno presa bene quando hanno saputo che avrei voluto trasferirmi a Bordighera per giocare a tennis. Sono ben settecento chilometri da San Candido, e a dire il vero ai tempi non parlavo neanche bene l’italiano, ma loro mi hanno detto soltanto: “Ok, se davvero ti piace, proviamo!”. Cosi abbiamo fatto quel viaggio, dall”‘Alto Adige quasi-Austria” alla “Liguria quasi-Francia”. LA LISTA D’ATTESA Quando sono arrivato all’Accademia mi hanno detto che i posti erano esauriti, che avrei potuto fare un paio di giorni di prova e poi magari mi avrebbero messo in lista d’attesa. Però quando ho giocato con Riccardo, che poi sarebbe diventato il mio allenatore, dopo dieci minuti si capiva già che un po’ gli piacevo. Tre mesi dopo vivevo a Bordighera, e ho scoperto che ero felice. […] Non mi faceva strano essere passato dalla montagna al mare, anche perché in realtà il mare lo guardavo poco: giocavo a tennis, ascoltavo Eminem, tennis, mangiavo, tennis, dormivo, tennis. Ho iniziato a capire che poteva essere quella la mia passione, più dello sci. Mi piaceva, e mi piace ancora oggi, perché è un gioco. Non è uno di quegli sport dove fai un errore, ed è finita. Se sbagli nel tennis in ogni caso hai perso un 15. Magari è un 15 importante, ma rimane un 15. MEGLIO VINCERE Insomma, a un certo punto ho deciso. Credo che rimanere concentrato su una cosa sia un tratto della mia personalità e se fai sport è una cosa molto utile. Ero sempre concentrato suI tennis, e forse non dovrei dirlo, ma ci pensavo anche quando andavo a scuola. Effettivamente non mi sono fatto molti amici a scuola, molti di più sui campi! Oggi non ho rimpianti, sono grato ai miei che mi hanno sempre sostenuto e aiutato anche a dare il giusto peso alle cose. Ricordo che quando chiamavo mia madre, ed ero nero perché avevo perso qualche incontro, lei a volte mi diceva «Bene Jannik, ma adesso scusami, ho un sacco di cose da fare». Sono grato a lei e a mio padre, perché non hanno mai interferito nella mia scelta. Si sono fidati e la fiducia può portarti lontano. Oggi non vedo l’ora di finire un torneo per poter tornare a casa a trovare la mia famiglia… Anche se per loro, beh, è molto meglio quando vinco.

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La svolta di Sabbo: «E ora la Top-50!» (Bertellino)

La rassegna stampa di venerdì 27 novembre 2020

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La svolta di Sabbo: «E ora la Top-50!» (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Salvatore Caruso ha raggiunto a fine stagione, grazie ai quarti nell’ATP 250 di Sofia (torneo vinto da Jannik Sinner), il suo best ranking di n° 76 ATP: «Un appuntamento partito in sordina, nel quale ho esordito contro un giocatore locale. Ho dovuto adattarmi alle condizioni, la leggera altura ed il tipo di palline. L’ho fatto e al secondo turno ho centrato una bella affermazione contro Auger Aliassime, giovane dal grande futuro già n° 21 del mondo». Successo che fa punti e morale, incrementando le convinzioni: «Arrivato a coronamento di un’ottima prestazione. Non ho mai perso il servizio raccogliendo i frutti del lavoro svolto in questi ultimi anni. Tutto parte da lì, quando sai di essere forte nei turni di battuta puoi anche permetterti di osare di più in risposta andando a caccia del break che può fare la differenza». Nei quarti una sfida suggestiva contro un talento come Richard Gasquet: «Peccato non essere riuscito a portare a casa il primo set. Nel tie-break una chiamata dubbia mi ha negato il 4-1 e tutto forse sarebbe cambiato. Sul 4-4 ho sbagliato un diritto, ma con i se e i ma non contano. Nel secondo set ho recuperato, poi ho perso il turno di servizio nel finale. Torneo in ogni caso positivo e degna chiusura stagionale». Un anno per molti aspetti difficile, tra bolle, costrizioni, calendario stravolto: «Non possiamo lamentarci, almeno in chiave personale. Certo non è facile a volte giocare, tornare in albergo da reclusi e non avere veri momenti di relax. Penso però ai tanti che versano in gravi difficoltà, stanno male o hanno perso il lavoro. Mi considero un privilegiato per aver potuto continuare a fare ciò che più amo, al contempo lavorare e guadagnare. Le difficoltà rappresentano solo un aspetto mentale da superare». […] I pensieri volano al 2021, con chiari obiettivi: «Mettere ancora a punto i dettagli per salire tra i top 50. L’ulteriore salto di qualità sarà legato alla gestione migliore di alcuni momenti delle partite. Ora la ripresa, dopo una settimana di relax a Siracusa. Cercheremo di capire cosa succederà in Australia per pianificare nel migliore dei modi la preparazione». […]

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Fognini torna… argentino (Mastroluca)

La rassegna stampa di mercoledì 25 novembre 2020

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Fognini torna…argentino (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una nuova partenza. Un nuovo inizio. Il “Day One” postato su Instagram ha annunciato l’avvio della collaborazione di Fabio Fognini con il coach argentino Alberto Mancini. Ex numero 8 del mondo con un nonno italiano, Mancini ha vissuto il suo anno migliore nel 1989. Vinse allora il titolo a Montecarlo, in finale su Boris Becker e gli Internazionali d’Italia di Roma salvando un match point ad Andre Agassi. Dopo i quarti di finale al Roland Garros e una serie di cinque finali perse, si ritirò a soli 25 anni. Da allenatore, ha avviato la carriera di un giovane Guillermo Coria, futuro finalista a Roma, ha seguito l’ecuadoriano Nicolas Lapentti, la statunitense Varvara Lepchenko e da ultimo l’uruguagio Pablo Cuevas fino allo US Open 2019. Dal 2006 al 2008, ha guidato da capitano la nazionale argentina di Coppa Davis. Due dolorose finali perse incorniciano il suo triennio, prima contro la Russia e poi contro la Spagna senza Rafa Nadal in casa a Mar del Plata. Termina, dunque, il rapporto con Corrado Barazzutti che manterrà il ruolo di capitano azzurro in Davis. «E’ stata una scelta condivisa – ci spiega via telefono – penso che fosse la cosa migliore per lui avere un team dedicato. Io resterò comunque a disposizione, come lo sono stato in passato per Francesca Schiavone e per tutti gli azzurri». Fognini torna così ad affidarsi a un allenatore argentino dopo Jose Perlas, con cui ha lavorato dal 2011 al 2016, e Franco Davin, con cui ha conquistato cinque titoli, compreso il trofeo più prestigioso nella sua bacheca, il Masters 1000 di Montecarlo nel 2019. Alla fine dell’anno scorso, l’annuncio della separazione decisa in autunno durante il torneo di Shanghai. Fognini sta preparando il 2021 al Tennis Club Sanremo con un occhio all’Australia, anche se le date del calendario della prossima stagione restano ancora tutte da decifrare. Proprio i tre turni superati un anno fa a Melbourne rappresentano il punto più alto di una stagione non certo accompagnata dalla luce della buona sorte. Fognini ha approfittato del lockdown per un doppio intervento chirurgico alle caviglie, è rientrato sulla tersa rossa in autunno vincendo una partita su quattro poi, alla vigilia del Forte Village Sardegna Open a Santa Margherita di Pula ha ricevuto il verdetto più temuto in questo 2020: la positività al test anti-Covid. Fognini riparte, con nuovi orizzonti e ambizioni in una stagione che promette magnifiche sorti per tutto il tennis italiano.

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Bertolucci). Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Piccardi)

La rassegna stampa di martedì 24 novembre 2020

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Quante volte ci siamo affannati nella ricerca spasmodica di un cambio generazionale al vertice del tennis mondiale che rivoluzionasse la classifica Atp? Da anni la cosiddetta Next Gen sta provando ad alzare la voce per imprimere una svolta. Fino a questo momento, però, anche se i Fab 4 hanno perso un pezzo grosso con l’uscita di Andy Murray dai palcoscenici importanti, a causa della doppia operazione alle anche, i giovani solo in rare occasioni si sono seduti al tavolo dei big. I paladini del cambiamento sono stati in particolare i vincitori delle ultime tre edizioni delle Finals, il torneo di fine stagione riservato agli otto giocatori migliori dell’anno tennistico: Grigor Dimitrov, Sascha Zverev e Stefanos Tsitsipas. Il bulgaro aveva illuso ma poi si è smarrito nell’anno successivo, tanto da retrocedere di parecchie posizioni della classifica mondiale senza mai più ritrovare lo splendore di quei giorni. Zverev, campione ad appena 21 anni due anni fa in finale contro Djokovic, si è poi complicato la vita creandosi troppe aspettative, cambiando diverse guide tecniche, compreso Ivan Lendl, e cacciandosi nei guai con problemi personali che esulano dal campo di gioco. Il greco, che si presentava quest’anno a Londra come campione in carica, anche a causa di questa particolare stagione stravolta dalla pandemia di Covid, è sembrato troppo impulsivo nella continua ricerca dell’affondo vincente e i risultati non sono stati pari alle attese. A trionfare alle Finals di quest’anno è stato Daniil Medvedev al termine di una edizione particolarmente accesa e ricca di partite che hanno tenuto con il fiato sospeso gli appassionati. Il russo, da sempre abituato a strisce vincenti, dopo una stagione altalenante è entrato in forma proprio nelle ultime fasi, sbaragliando il campo e alzando i due trofei annuali più prestigiosi a livello indoor: Parigi Bercy e, appunto, il torneo dei Maestri. Medvedev è in possesso di un gioco che può non catturare l’occhio, e che va osservato con attenzione per coglierne l’essenza. I suoi tentativi non sono mai scriteriati e poggiano su basi solide, costituite da affidabili colpi di rimbalzo dove, al preciso e ficcante rovescio, affianca uno scomposto ma solido dritto. Ricava molto dal servizio e non si tira indietro nella fase difensiva mostrando umiltà e capacità di resistenza. Pronto, quindi, per dire la sua il prossimo anno insieme a Dominic Thiem che si è costruito una carriera da giocatore completo e affidabile e già siede al terzo posto del ranking mondiale. Saranno quindi loro a guidare la pattuglia degli inseguitori che cercheranno di scalzare, se non di mettere ancor più pressione a suon di successi, a quei tre mostri sacri autori di una meravigliosa storia che sembra non finire mai […]

Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Per la generazione dei millennials è la scarpa da ginnastica più famosa del pianeta, per gli appassionati di tennis meno giovani una leggenda che orbita intorno a pochi titoli, ma buoni. Stan Smith, californiano di Pasadena, 74 anni, è stato un sublime interprete dell’arte dimenticata del doppio (con il partner Bob Lutz) e un eccellente portatore sano di gesti bianchi (due titoli Slam). […] Sono passati dieci lustri: qual è il ricordo più vivido del Master di Tokyo, Stan? «Un’enorme palestra gelata che aveva ospitato la ginnastica ai Giochi ’64 e un campo di plastica che va letteralmente in pezzi mentre gioco con Rod Laver davanti a 10 mila giapponesi. Il 14 dicembre ’70, giorno del mio compleanno, affronto Rosewall nel match decisivo (la formula era a round robin) e ricevo la cartolina di chiamata alle armi! Tanta roba tutta insieme per un ragazzo di 24 anni…». Ha conservato del cimeli? «Una bottiglia di Pepsi, che sponsorizzava il torneo: il primo premio era di 15 mila dollari, una cifra più che decente per l’epoca». Chi è stato il più forte, tra i suoi avversari? «Penso che siamo tutti d’accordo nel dire che, per conquistare due volte tutti e quattro gli Slam nello stesso anno solare, devi essere un po’ speciale. La risposta, quindi, è facile: Laver». C’è unanimità anche sul nome del più grande di sempre, Federer, secondo lei? «Oh sì. In una mia classifica di ogni tempo dopo Roger metto Rod, Djokovic e Nadal a pari merito, Sampras e Borg». Arthur Ashe, benché non abbia stravinto, è stato un personaggio rivoluzionario. Ci racconta il suo Ashe? «Molto volentieri. Arthur era un gran tennista e una persona, se possibile, ancora migliore. Il padre Arthur senior gli aveva insegnato il rispetto e lui era incapace di giudicare gli altri. Aveva carisma, empatia. A Houston non gli permisero di entrare in spogliatoio in quanto nero: lui si cambiò nel corridoio e giocò, senza un lamento. Non era accettato ma accettava le diversità». Diversità tipo le follie di quel pazzo di Nastase? «Ilie in campo faceva diventare matto anche me, poi si andava a bere una birra. Arthur marciò a Washington contro le ingiustizie, studiò perché sapeva che l’istruzione era vitale, soprattutto per lui. Un leader nato». II cambiamento più grande rispetto ai suoi tempi sono le racchette, mister Smith? «Insieme al business che ruota intorno al tennis e alla televisione, senza dubbio. Con la racchetta di legno il gioco è per forza diverso, meno potente e più lento: se non colpivi la pallina al centro perfetto dell’ovale, erano guai. Io credo che l’unico che sarebbe altrettanto vincente con il legno sia Federer. Roger gioca come giocavamo noi. Pulito». Ha sentito parlare di un certo Jannik Sinner, the Italian sensation? «Certo che sì, l’ho anche visto in azione alla tv: a New York e Parigi. Ha un tennis a tutto campo che mi ha impressionato e un buon atteggiamento. Ora che ha vinto il primo titolo Atp e che l’Italia fa il tifo per lui, determinante sarà come gestisce il successo e le attenzioni. La testa, nel tennis, è tutto. Ma non sarà una meteora: su questo mi sento di sbilanciarmi». Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto? Anche boicottare Wimbledon ’73? «Sì. A quel tempo pensavo che fosse la cosa giusta da fare e ne sono convinto ancora. Ha contribuito a far diventare il tour Atp quello che è oggi. Ma ci sono cose del mio passato che, potendo, cambierei: mi prenderei più cura del mio corpo, portandomi dietro un fisioterapista al tornei (cosa che non usava assolutamente: si viaggiava da soli) e giocherei meno. Da numero uno del mondo, nel ’72, chiesi troppo al mio fisico» […]

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