US Open, Jannik Sinner si arrende alla sfortuna più che a Khachanov

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US Open, Jannik Sinner si arrende alla sfortuna più che a Khachanov

In vantaggio di due set, prima un problema alla schiena e poi un crampo alla coscia limitano pesantemente Jannik che viene rimontato da un russo davvero poco convincente

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Aveva cominciato bene, molto bene, Jannik Sinner, ma con la sfortuna che si è messa di traverso ha finito per cedere a Karen Khachanov al tie-break del quinto, dopo un vantaggio di due set a zero e l’insorgere di problemi fisici all’inizio del terzo parziale che ne hanno compromesso irrimediabilmente la mobilità e con essa l’esito della sfida. Sfida rimasta tuttavia in bilico fino all’ultimo, con l’azzurro che è parso più volte sull’orlo del ritiro, ma è rimasto in campo di fronte a un avversario incapace di muovere chi non riusciva a muoversi. L’incontro si è quindi diviso in due parti: una caratterizzata dal nostro in controllo di un Khachanov poco centrato e una che a tratti ha raggiunto livelli farseschi.

PARTE I – Tra tutti gli azzurri, il sorteggio peggiore in termini di classifica dell’avversario era capitato proprio a Jannik. Tuttavia, il n. 16 ATP ed ex top ten non ha caratteristiche tecniche e tattiche capaci di infastidire il gioco del nostro. Se, quasi inutile rimarcarlo, i risultati finora ottenuti e la pesantezza dei colpi parlano russo, il rovescio di Sinner fila che è un piacere e il dritto, in netta crescita rispetto a un anno fa, ha poco da invidiare a quello del ventiquattrenne moscovita, che sulle palle centrali e veloci preferisce evitarlo e affidarsi al colpo al rimbalzo preferito per la difficoltà nel trovare la palla molto davanti al corpo come richiederebbe la sua impugnatura esasperata. Soprattutto, l’azzurro riesce a rimanere più vicino al campo rispetto all’avversario che, se è tenuto a bada sulla diagonale sinistra e va sotto su quella destra, comincia ad avere più di un problema. Anche perché, nel momento in cui l’altro è in grado di tenergli il ritmo e anzi avvantaggiarsene, non è che quello di quasi due metri abbia le armi per sporcare il gioco o inventarsi altre opzioni. Stabilito tutto ciò, è naturalmente importante una certa sua collaborazione in termini di poco solidità.

Succede allora che Sinner, ben salvate tre palle break in apertura, salga 3-0 prima che l’altro riesca a muovere il punteggio. Soffre anche al quinto gioco, il servizio altoatesino, ma Karen vede sfumare altre due opportunità in risposta. Sulla prima, 30-40, si lamenta di una mancata chiamata del falco sulla linea di fondo, lamentela che, istintivamente ci sentiamo di condividere; tuttavia, anche se ci piacerebbe rivederla dall’inquadratura della telecamera per il controllo del fallo di piede, sappiamo che è impossibile che una macchina sbagli e, in fondo, non ci dispiace più di tanto sentire l’arbitro annunciare deuce pochi secondi dopo. Se Khachanov non sembrava al massimo della carica agonistica, questo episodio non lo aiuta e Sinner può tenere senza affanni la battuta fino al 6-3 in quaranta minuti.

Con l’ex n. 8 del mondo ancora limitato da un atteggiamento non proprio positivo, Jannik non riesce ad approfittarne nonostante quattro opportunità equamente divise tra i primi due turni di servizio russi; resta impressa quella fallita con un orrido tentativo di volée smorzata (“c’è margine di miglioramento”, si dice in questi casi) dopo un attacco di dritto che avrebbe dovuto essere più incisivo. Karen si desta o, almeno, comincia a mettere in campo un livello accettabile benché lontano dai suoi picchi e i due procedono tranquillamente appaiati fino al dodicesimo gioco quando, quasi dal nulla (il quasi implica un’altra cosa inguardabile al volo), Sinner affronta e annulla un set point. Il finale del tie-break si distingue per l’incapacità di entrambi di fare punto sulla propria battuta e il braccio vagamente trattenuto a un passo del traguardo; Khachanov manca una seconda palla per pareggiare il conto dei set, mentre Jannik manca solo la prima e chiude 9-7 alla seconda chance.

PARTE II – La serena situazione di punteggio si rabbuia velocemente al terzo gioco quando il classe 2001 inizia a toccarsi la parte destra della schiena; persa la battuta, richiede il fisioterapista per farsela massaggiare. Salva in qualche modo il turno di servizio successivo, ma l’insorgere di un un crampo alla coscia sinistra gli impedisce di essere competitivo e il set vola via inesorabile, anche se c’è tempo per un MTO anche per Khachanov che si fa trattare la spalla. Nulla cambia nella quarta partita, anzi, la situazione sembra peggiorare: estremamente limitato negli spostamenti e pressoché impossibilitato a spingere i colpi con le gambe, Jannik non ha altra scelta se non lasciare andare il braccio sulla prima palla che gli capita a tiro per vincere qualche punto, ma il 6-0 è segnato.

Il toilet break non risolve il problema, ma almeno torna a vincere un gioco grazie alla collaborazione di Karen, chiaramente influenzato dalle condizioni fisiche dell’avversario. La sfida, obiettivamente poco spettacolare anche nei momenti migliori per le caratteristiche dei contendenti, ha perso ogni contenuto strettamente tennistico e rimane interessante solo per le rispettive difficoltà: fisiche per l’uno, di concentrazione per l’altro, che deve gestire – no, digerire – i traccianti a tutto (e solo) braccio che ogni tanto gli arrivano da oltre la rete. 68-56 sarà il bilancio winner/unforced di Jannik.

Incapace di fare il proprio gioco, Karen pensa forse che sarebbe il caso di direzionare efficacemente la palla per spostare un avversario pericoloso solo da fermo e, per una volta, gli piacerebbe trasformarsi in Bautista Agut, ma non sono solo quei 90 gradi (abbondanti) di differenza nella presa del dritto a distinguere lo spagnolo. Dopo 6 giochi che ricordano il vecchio maestro sovrappeso che tiene a bada l’atletico principiante, Sinner è ancora vivo benché quasi immobile, ma con un punto da highlights l’undicesima testa di serie si procura tre palle break consecutive: non gli bastano quelle, figurarsi la quarta. Magari, su questo periferico campo 8 con giusto qualche addetto ai lavori sugli spalti, è qualcosa che non vale troppo la pena di vedere, ma che atmosfera ci sarebbe se fosse il rubber decisivo di un tie di Coppa Davis (quella vera) in un palasport gremito?

Il finale al tie-break è meno palpitante di quanto si vorrebbe. Karen parte con un (per lui) incoraggiante 3-0; Sinner resta in scia con qualche gradita complicità, ma il mini-break iniziale rimane e Khachanov può tirare un sospiro di sollievo dopo 3 ore e 44 minuti. Dovrà sopportare qualche presa in giro dei colleghi per non averla chiusa prima e soprattutto ritrovare i colpi in attesa del derby con il ritrovato Andrey Kuznetsov, mentre va un plauso a Jannik per aver stretto i denti e portato a termine l’incontro, con la fortuna (almeno quella) di non aver peggiorato il problema.

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