E se il tennis non fosse sport così individuale? La sua storia (non solo italiana) ne fa dubitare

Editoriali del Direttore

E se il tennis non fosse sport così individuale? La sua storia (non solo italiana) ne fa dubitare

Da ‘zio’ Bjorn Borg ai ‘nipotini’ Wilander & Co. Dal Wunderkind Boris Becker e Fraulein Forehand Steffi Graf. L’importanza dell’esempio e dell’emulazione. Non è un paradosso credere tutto sia nato dall’exploit di Cecchinato al Roland Garros 2018

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Marco Cecchinato - Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

È certo vero che il tennis è uno sport individuale, che ognuno corre e tira per sé. Ma non può essere un puro caso se ci sono sempre stati periodi nei quali si sviluppano dei veri e propri cicli positivi per i giocatori, o le giocatrici, di una stessa nazione. E, come vedremo, allo stesso modo certi cicli negativi. Tutto ciò anche se il vecchio presidente della FIT, Paolo Galgani, amava ripetere (ed era anche un po’ un alibi): “Il grande campione te lo dà solo il Padreterno!”. Credo di conoscere e prometto di darvi le risposte a questi interrogativi che seguono.

1. È l’esempio di un connazionale vincente, con il quale magari si è giocato alla pari da ragazzini, e con il quale magari hanno avuto l’opportunità di allenarsi scoprendo che è sì forte ma non un SuperUomo, a costituire un incentivo, uno stimolo, sulla falsariga del “se ce l’ha fatta lui a sfondare perché non posso farcela io?”

2. Il tennista oggi è solo come una volta? No, no che non lo è. Ha al fianco un coach, un team che lo sostiene. Fisio, mental coach, medico, massaggiatore, analista strategico. E che cosa fanno i team? Se sono team amici collaborano, scambiano informazioni, crescono insieme. Se non sono amici… si studiano, imparano, crescono. Un giocatore con il suo team ha successo? Se ne prende lo spunto, si imita. E se c’è un buon elemento su cui lavorare il successo dell’uno diventa anche il successo dell’altro. Tutti per uno, uno per tutti, se si è prima amici, fra giocatori, coach, medici, fisio che hanno fato certe esperienze, piuttosto che rivali. Perché scegliere per “nemico” un italiano con il quale è più facile e naturale collaborare, quando i “nemici” di altri Paesi sono già tanti, molti di più?

3. Sono anche i media, giornali, radio, tv, internet, in qualche modo responsabili di alimentare questo entusiasmo e quella consapevolezza nell’offrire inevitabilmente più spazio a chi vince e ad influenzare così positivamente un intero movimento, fino a trascinare – insieme all’opinione pubblica – gli stessi giocatori e i loro coach alle più grandi imprese?

4. I ragazzini nati e cresciuti in quei momenti di entusiasmo e partecipazione nazionale, scelgono il tennis e vi ci si dedicano anima e corpo?

La storia del tennis dice di sì a tutti gli interrogativi di cui sopra. Sia chiaro che non mi riferisco alle epoche in cui al tennis agonistico di vertice competevano poche nazioni elette, cioè a quando – dopo la preistoria del tennis legata principalmente al mito di Wimbledon e poi alle gesta dei Mousquetaires del Roland Garros – nel secondo dopoguerra Stati Uniti e Australia presero a dominare la Coppa Davis anno dopo anno.

Per intendersi più chiaramente non mi riferisco a quegli anni compresi fra il 1950 e il 1967 quando la Coppa Davis era certamente la gara più sentita e di maggior prestigio nel mondo del tennis, più degli Slam, e l’Australia dei vari Sedgman, McGregor, Rose, Rosewall, Hoad, Laver, Newcombe, Roche, Emerson, la conquistò ben 15 volte in 18 anni, con appena tre successi degli USA in 11 finali. Ciò anche se è evidente che il tennis, in Australia come negli Stati Uniti, aveva un seguito e un peso ben diverso da quello odierno… tant’è che i cinque successi consecutivi degli USA fra il 1968 e il 1972, sono avvenuti in anni in cui sono nati i vari Agassi, Courier, Sampras e Chang le cui famiglie, seppure per tre quarti di emigrati, il tennis lo hanno certo scoperto e avvicinato anche grazie a quelle imprese che riempivano i giornali e i palinsesti televisivi insieme alla crescente diffusione e popolarità degli Slam, in primis US Open e Wimbledon, più che il Roland Garros, mentre l’Australian Open era la gamba zoppa dell’ancora traballante tavolino degli Slam.

 

L’Italia disputò allora, nel ’60 e nel ’61, due storiche finali, e guarda caso – ma non è un caso, è la mia tesi – quattro ragazzini che a quell’epoca erano avevano dieci anni o meno (1949, 1950, 1951 e 1953) sarebbero diventati i nostri quattro moschettieri di Davis, uno il figlio di un custode del tennis Parioli, un altro il figlio di un maestro di tennis di Forte dei Marmi, gli altri due figli di famiglie modeste che del tennis sentirono parlare per le prime volte in quegli anni grazie alle imprese di Pietrangeli, Sirola, Merlo e Gardini.

LA SVEZIA DOPO BORG

Ma spingiamoci oltre. Che succede nei primi anni ’70? Esplode il fenomeno Bjorn Borg, un Beatle con racchetta. La sua popolarità è immensa. Una star. Una Davis vinta quasi da solo, 11 Slam, quando ancora l’erba era erba e non c’era neppure il tempo per passare da due superfici così diverse. Il risultato? Dal clamore suscitato dai successi di Borg, dai media svedesi, un Paese piccolo piccolo di appena 8 milioni di abitanti che non ha quasi campi all’aperto fuori da Bastad, vede le scuole di tennis svedesi pullulare di ragazzini all’alba, prima delle lezioni scolastiche, anche se fa un freddo boia. Sono ragazzini che sognano di diventare Borg.

Guarda caso – ma non è un caso – in quegli stessi anni vengono alla luce Wilander, Nystrom, Sundstrom, Jarryd, Edberg. Tutta gente che arriva fra i top-ten. Anche insieme. Non è un caso. È nato un ciclo positivo. Dall’83 all’89 la Svezia conquisterà altre tre Coppe Davis arrivando a giocare sette finali consecutive. Fino a quando non si ritira Edberg, a fine ’96 quando la Svezia perde a Malmoe la finale con la Francia di Arnaud Boetsch (oggi uomo Rolex) che sotto i miei occhi annulla tre matchpoint consecutivi a Niklas Kulti nel singolare decisivo. Purtroppo i “nipotini” Larsson, Kulti, Gunnarson, Gustafson non hanno il talento, il carisma e il successo degli “zii” e il boom del tennis in Svezia si spegne come una candela. A tutt’oggi non è risorto e che oggi sia un norvegese, Ruud, il miglior tennista scandinavo dice tutto.

I FENOMENI TEDESCHI

A metà degli anni ’80 spunta in Europa un altro fenomeno: Boris Becker, classe ’67. Anzi i fenomeni sono due: c’è anche Steffi Graf, classe ’69. Boris all’inizio degli anni ’90, quando ha già vinto tre Wimbledon, è diventato n.1 del mondo ed è il tedesco più amato e popolare di Germania insieme a Fraulein Forehand, Steffi la Signorina Dritto – il cancelliere Kohl dirà: “Se partecipasse alle elezioni vincerebbe a spasso” – viene battuto nel ’91 da un altro tedesco che al tennis si è avvicinato tardissimo, Michael Stich.

Guarda caso – ma non è un caso – in quegli anni in cui la Germania conquista le sue prime due Coppe davis (in tre finali giocate fra il 1985 e il 1989) nascono e crescono parecchi giocatori tedeschi che diventeranno forti, n.2 del mondo, n.4 e n.6, Haas, Kiefer, Schuettler. In Germania non si accontentano di un numero 2… cresciuto da Bollettieri e più americano che tedesco, e nessuno di loro eccita come a suo tempo Becker. Così da un ciclo certamente positivo, con un gran fiorire di tornei, Monaco, Stoccarda, Francoforte, Hannover, Essen, si passa a quello negativo, con il tennis che perde di interesse nell’attesa di un supercampione che non c’è.

NADAL, LA SPAGNA E IL MOVIMENTO FRANCESE

Tanto che Ion Tiriac, tipo che non perde tempo, prenderà la palla al balzo per trasferire il suo “Masters” tedesco a Madrid dove si costruisce la Caja Magica e dove c’è Rafa Nadal che fa furore e trascina ulteriormente un tennis che – dopo gli anni di Santana e Orantes… anni nei quali sono nati e cresciuti i vari Bruguera, Albert e Carlos Costa, Moya, Ferrero primo trionfatore in una Coppa Davis iberica… ecco un altro caso! – grazie a giocatori che si ispirano a lui pur avendo un paio di anni di più, Lopez, Verdasco, prolungano il ciclo spagnolo al vertice.

Non mi voglio dilungare ancora su questo tema, anche se gli esempi sarebbero mille, studiando i casi del tennis francese post Noah, Forget e Leconte, con tutti i suoi top-ten da Grosjean a Clement, al quartetto che sta “tramontando” adesso (Tsonga, Monfils, Gasquet, Simon), di quello argentino che dopo i Vilas e i Clerc ha visto arrivare ai vertici del tennis mondiale gli Jaite, i Coria, i Gaudio, i del Potro, di quello croato che dopo Ivanisevic ha visto spuntare fior di giocatori, Cilic, Coric, e lasciate che mi fermi qui, altrimenti non finisco più.

IL CASO ITALIANO, DA SCHIAVONE A CECCHINATO

La storia del tennis italiano è del resto una riprova: viene fuori, dopo qualche anno in cui non raccoglie quanto potrebbe, Francesca Schiavone, che a 30 anni diventa campionessa al Roland Garros nel 2010 e finalista nel 2011 (la seconda finale sarebbe quasi un risultato da considerare migliore del primo, ai miei occhi). Anche Silvia Farina era diventata n.11 del mondo intorno ai 30 anni, ma non avendo vinto un Major non aveva fatto il botto. Guarda caso – ma non è un caso! – l’anno dopo il bis di Francesca in finale, ecco che nel 2012 in finale a Parigi ci va Sara Errani, in cui ben pochi credevano. E certo non la federazione, se andate a rileggere le cronache dell’epoca. Lei aveva preferito allenarsi in Spagna, con Pablo Lozano. Ecco che anche Flavia Pennetta si scopre capace di vincere un grande torneo a Indian Wells. E nel 2015 l’US Open, in finale su Roberta Vinci che fino ai 26-27 anni in singolare aveva vinto pochissimo.

Come si spiega se non con quelle risposte che ho dato agli interrogativi all’inizio di questo editoriale? Perché le donne sì e gli uomini assolutamente no? Semplice: perché non c’è stato per 40 anni nessuno che ha trasmesso un messaggio positivo, un italiano capace di andare avanti in uno Slam, di vincere qualcosa di importante. Nel 2018 Marco Cecchinato arriva in semifinale al Roland Garros, 40 anni dopo Barazzutti. Improvvisamente tutti quelli che hanno giocato, e magari battuto Cecchinato, o anche che ci si sono semplicemente allenati, scoprono che il suo exploit è ripetibile. Ce la si può fare. Anche se si è italiani. Con o senza l’aiuto della Federazione. Meglio se l’aiuto c’è, però. E quello arriva, perché finalmente in FIT si accorgono che non conviene combattere i team privati, ma appoggiarli, sostenerli e in cambio di certi risultati finanziarli.

Ed ecco che nel 2019 Fognini, che per 12 anni è stato il migliore dei nostri, ma non ha mai vinto niente di davvero importante, né ha mai fatto troppa strada in uno Slam (un solo quarto di finale in 48 Slam…) e neppure in ottanta Masters 1000 (una sola semifinale e due quarti di finale fino all’aprile 2019), vince il torneo di Montecarlo e poco dopo entra finalmente fra i top-ten. Guarda caso – ma non è un caso – Matteo Berrettini dopo gli ottavi di Wimbledon arriva in semifinale all’US Open e entra a vele spiegate fra i top-ten e alle ATP Finals di Londra. Il Covid rallenta la crescita di tutti, anche se Sinner fa capire di che panni si vesta, primo diciottenne del mondo in classifica e – guarda caso ma non è un caso – ora il primo diciottenne del mondo è Lorenzo Musetti.

Se avete pazienza guardate il video di stamani. Aspettiamo a pensarci padroni del mondo del tennis. Il tennis spagnolo al Roland Garros ha cinque rappresentanti al terzo turno come quello italiano. E il loro n.1 è il favorito del torneo, così come il vincitore del derby Carreno Busta vs Bautista Agut ha già un posto in ottavi dove, proprio contro il vincitore, deve ancora arrivare il nostro n.1 se batterà Altmaier come auspico. Il traguardo dei quarti non è scontato, come per Nadal. Al contempo il fantastico ciclo del tennis femminile italiano sembra essere entrato in crisi. Speriamo che non duri 40 anni come quello maschile. Ma, spero lo abbia capito chi ha avuto la costanza di arrivare in fondo, cicli negativi e cicli positivi non sono un caso. Il tennis è uno sport individuale, ma a rifletterci bene, poi non così tanto. Siete d’accordo?

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Editoriali del Direttore

Le profezie del Mago Ubaldo ‘colpiscono’ tutti: Federer, Djokovic, Nadal, Thiem, Sinner e Berrettini, Serena Williams, Trevisan

Le predizioni di un anno fa… buone per più di metà. Come andrà il 2021 anche per Medvedev, Tsitsipas, Zverev, Rublev, Murray, ATP Cup, Davis Cup, Osaka, Barty, Azarenka. Chi si ritirerà? Le finali ATP di Torino e l’italiano che le giocherà

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Cari amici di Ubitennis, questo 2020 che ci deve soltanto chiedere scusa, ma che finalmente se ne è andato, stava per darvi l’ultima brutta notizia! Quale peggiore dell’improvvisa e inattesa scomparsa del Mago Ubaldo, l’unico Mago che davvero capisca di tennis?

Ma, cercate di capire, lo stress procurato da questo orribile 2020 è stato duro, durissimo anche per lui. Si dirà “mal comune mezzo gaudio” perché nessun Mago  – ma proprio nessuno e neppure il leggendario Nostradamus –  aveva previsto la pandemia, nessun oroscopo lo aveva accennato, però per lo smisurato orgoglio del vanitoso Mago Ubaldo rendersi conto di aver fatto pronostici anche per i sei mesi in cui non si è giocato, è stato un colpo troppo duro per assorbirlo come se nulla fosse.

È anche vero, a sua parziale discolpa, che invece di leggere il futuro in una palla di vetro come fan tutti, il mago Ubaldo lo fa in una buffa improbabile insalatiera d’argento d’inizio secolo scorso chiamata, chissà perché, Davis. Chiunque può intuire quanto sia più difficile vederci attraverso, dopo che già un anno fa si era di colpo incredibilmente appannata per colpa di un signore spagnolo, quindi señor, abituato a muoversi con dei tacchetti sotto le scarpe e a lavorare con i piedi, mica con con braccia e mani come fan tutti i tennisti, tal Piquè, probabilmente – dato il passaporto e le prime dichiarazioni – più esperto di padel che di tennis.

 

Comunque alla fine, pur respirando a fatica, ossigenazione a 92, il Mago non è voluto mancare all’appuntamento. Molti colleghi del Mago Ubaldo sono diventati famosi

  • interpretando il passato sulla base di indizi colti con spregiudicata furbizia
  • sbilanciandosi il meno possibile e con la maggior vaghezza possibile (Nostradamus)
  • dando risposte sibilline (appunto come la Sibilla cumana) che consentono mille scappatoie nel caso che non si verifichi quanto predetto
  • sfuggendo a qualsiasi confronto con le proprie precedenti profezie onde non perdere di credibilità nei casi di predizioni clamorosamente sbagliate.

Ma il Mago Ubaldo è unico fra tutti i maghi perché è intellettualmente onesto e non si fa condizionare da quei comportamenti che i suoi colleghi truffaldini e senza scrupoli hanno invece sposato.

Cominciamo dal confronto con le 40 profezie di un anno fa.

Quelle azzeccate, interamente o quantomeno parzialmente se all’interno della stessa profezia c’erano più predizioni, sono state la n.1, 2, 5, 7, 8, 10, 11, 12, 13, 15, 16, 19, 20, 21, 25, 26, 27, 28, 30, 32, 33, 34, 37, 38, 40. Se non erro 25 su 40. Poiché Mago Ubaldo non è un Mago vigliacco che rifugge dai grandi rischi, aver azzeccato più previsioni della metà, e averne mancate alcune altre solo per colpa della pandemia che ha cancellato alcune gare – come le NextGen per le quali avevo previsto una wild card per Musetti sulla scia di Sinner – è un bilancio positivo, cioè negativo, cioè positivo, uffa negativo… insomma, che si deve dire per dire ‘buono’ in questa maledetta epoca Covid?!?

Certo le circostanze Covid mi hanno favorito nell’indovinare la prima, “Federer non perderà più partite con il matchpoint a favore!” – Ne ha giocate così poche… – o la quinta, “Nadal non risponderà più male a Scanagatta che starà molto più attento nel porre le sue domande in modo da non essere equivocato”. Ci siamo visti così poco e gli ho potuto fare domande solo via Zoom quando… mi concedevano di farle! O la settima, “Scanagatta si ingegnerà per fare rispondere a Djokovic un altro ‘not too bad’” perché il primo che si diverte a dirmi “Not too Bad!” è proprio Nole! Insomma, era troppo facile! Vabbè lasciatemene riprenderne altre, anche se rischio che non andiate a cliccare su quel link delle previsioni dello scorso anno e allora e il direttore di Ubitennis se la prenderebbe con me! Ma conto sulla vostra innata e malevola perfidia, sulla vostra maligna curiosità per andare a vedere le profezie sbagliate e pescare il Mago in flagranza di reato. Quindi secondo me quel clic lo farete ugualmente.

Però siate onesti. Se il Mago ha scritto che Sinner sarebbe salito a n.16 del mondo, proprio come accadde a Djokovic l’anno dopo il suo primo grande balzo, beh il Mago si arroga il diritto di vantarsi di averlo indovinato! Sinner sarebbe entrato effettivamente fra i primi 20 se l’ATP non avesse regalato i punti conquistati nel 2019 anche per il 2020 a un sacco di giocatori che nel 2020 hanno fatto poco o niente.

Poi ci sono quelle previsioni multiple tipo “I top 5 uomini saranno Djokovic, Tsitsipas, Medvedev, Nadal, Thiem” e “Le 5 top donne saranno: Andreescu, Osaka, Barty, Halep, Bencic”…che insomma, avendo predetto giusti quattro uomini su cinque (con Tsitsipas che è n.6 invece di n.5 che è rimasto Federer a dispetto del fatto che lo svizzero ha giocato soltanto fino a Dubai… e secondo me non vale!) e le prime tre donne su cinque va considerato una profezia andata a buon fine. Vabbè, si sa che io sono di parte. Le prime tre, Barty, Halep, Osaka c’erano tutte, e non invece Kenin e Svitolina.

Il mago non va forte su virus e infortuni: è stato tradito da Andreescu sempre rotta e da Bencic che anche lei quanto a infortuni non scherza mai. Il Mago resta orgoglioso e fiero di aver profetizzato a fine 2019 quanto segue: “Berrettini farà fatica a confermarsi n.8. Il calcolo delle probabilità, dopo che per 41 anni nessun italiano ce l’aveva fatta a qualificarsi per le finali ATP, è contro di lui. Però non si dovranno aspettare altri 41 anni. E poi è più importante che Matteo ci riesca nel 2021, l’anno di Torino quando Federer difficilmente sarà ancora in ballo, e chissà se lo sarà Nadal. Gli anni passano per tutti. Restare top-ten sarebbe già un bel successo. Al suo posto firmerei”. Beh, da umile cronista quale sono confesso la mia impreparazione: non ricordo se Matteo avesse firmato. Dico però che alla fine gli è andata bene. Ok, allo US open ha perso in ottavi invece che in semifinale come l’anno prima, ma mica è colpa sua se si è imbattuto così presto in un Rublev che è il tennista ad aver fatto i più grandi progressi rispetto al 2019.

Di queste altre profezie anche il Mago, sia pur sommessamente, mi ha rivelato d’essere piuttosto soddisfatto: “Lorenzo Sonego tornerà fra i top 50 anche se non potrà fare il bis di Antalya” e “Musetti e Zeppieri si avvicineranno ai top 100. Fra i 120 e i 150?”. Beh insomma, qui ci ha azzeccato solo a metà: Musetti è 128, e invece Zeppieri è solo 324. Non c’è tutta questa differenza di quasi 200 posti. Lo dicono anche i risultati dei confronti diretti. Però è vero che qui il Mago invece di limitarsi a leggere nell’insalatiera opaca, si è lasciato andare in giudizi tecnici che non gli competono. Troppo presuntuoso!

Sulla predizione seguente:  “Serena Williams non riuscirà a vincere uno Slam e eguagliare Margaret Court. Il Mago Ubaldo se l’è legata al dito per essere stato tradito da lei nel corso di due finali Slam dopo che l’aveva pronosticata vittoriosa in almeno una prova” beh, il Mago non ci ha fatto una bella figura a gufare contro la povera Serena, solo per vendicarsi del precedente pronostico sbagliato.

Vabbè, potrebbe bastare così nell’autocitarsi e lodarsi, però il narcisismo del Mago Ubaldo è tale che non riesce a contenersi e mi ha ricordato queste altre sue previsioni. “Il campionato di serie A maschile vedrà protagoniste le squadre genovesi, Park e TC, e il Selva Alta”; ammettetelo, questa è da Oscar! E questa: “Il TC Country Time Club, con il suo attivissimo direttore Oliviero Palma, farà una disperata corte a Maria Sharapova perché vada a giocare il Ladies Open di metà luglio, ma la Venere siberiana insisterà nel chiedere la luna e non se ne farà di nulla, anche se lei rispetto ad altre star non andrà comunque a Tokyo”. E quest’altra: ”Il giocatore che entrerà per la prima volta tra i top-ten sarà Denis Shapovalov”. Quindi “Le delusioni Serena Williams e/o Pliskova”, “La giocatrice top 20 che deluderà: Angie Kerber”, “Per il tennis maschile italiano sarà un altro anno d’oro. Potremmo chiuderlo con tre top 20”.

Ragazzi, applausi, il Mago Ubaldo aveva chiuso il 2019 in bellezza!

Ora (dopo 8233 caratteri già scritti!) arriva il difficile però, con le profezie per il 2021. Il Mago me le ha mandate scritte subito dopo Natale. Io mi limito a copiare e incollare, estrapolando soltanto la prima – perché si è già verificata! “Roger Federer non si sogna neppure di andare a chiudersi per due settimane in un hotel di Melbourne, senza Mirka, gemelli/gemelle, lo stuolo di baby sitter e il cuoco, rischiando di sentire la bua al ginocchio per trovarsi su un campo bruciato dal sole con 40 gradi all’ombra e l’indomani, nel caso più sfortunato, già sull’aereo di ritorno. A quasi 40 anni? Mica è matto!

Roger Federer in allenamento (foto via Twitter @rogerfederer)

Adesso sotto con le altre 44

  1. Novak Djokovic, se Medvedev non si troverà sulla sua strada, vincerà il suo nono Australian Open perché già soffre di malcelata invidia nel sopportare i 13 trionfi di Nadal nello stesso Slam, ma non sopravviverebbe all’eventuale circostanza di un Federer vincitore di Wimbledon per la nona volta. Soltanto vincendo a Melbourne Nole si metterebbe al riparo. Sarà più determinato che mai e super-attento a non lanciare pallate in alcuna direzione. Estroverso com’è soffrirà più nei primi turni che alla fine: all’inizio la reclusione in solitario in albergo gli peserà tantissimo.
  2. Rafa Nadal non vincerà il 14° Roland Garros. A fermarlo potrebbe essere Jannik Sinner… ma a vincere il torneo sarà Dominic Thiem.
  3. Dagli attuali top-10 usciranno Federer e Schwartzman
  4. Federer non raggiungerà i 109 titoli (fake peraltro…) attribuiti a Jimbo Connors.
  5. Tuttavia, Federer riuscirà a vincere almeno un torneo, forse due, anche se minori (Basilea?)
  6. Farà (nuovamente) irruzione tra i top-ten Shapovalov e un tennista italiano. Aliassime continuerà a balbettare.
  7. Thiem, almeno per un certo periodo, salirà a n.2
  8. Nei top-ten di fine anno ci saranno due italiani…
  9. …ma nelle finali ATP di Torino giocherà un solo italiano, un altro sarà riserva.
  10. Jannik Sinner centrerà almeno una semifinale di uno Slam.
  11. Medvedev starà sempre davanti a Tsitsipas.
  12. Rafa Nadal non vincerà nessun torneo al di fuori della terra battuta
  13. Sasha Zverev non riuscirà a sconfiggere il complesso della seconda palla di servizio
  14. Degli avversari di Sinner all’edizione Next Gen del 2019, chi farà più progressi sarà il francese Humbert
  15. Andy Murray rientrerà fra i primi 100 ma accorgendosi di non essere competitivo come una volta annuncerà il suo ritiro (almeno dal singolare)
  16. Due o tre di questi altri otto giocatori annunceranno il loro ritiro durante il 2021: Tsonga, Lopez, Federer, Karlovic, Verdasco, Simon, Gasquet, Monfils
  17. Seppi invece non ha nessuna voglia di appendere la racchetta al chiodo: all’open d’Australia giocherà il suo 62° Slam di fila dal Roland Garros 2005. Lopez con 74 è fuori tiro, Verdasco con 68 pure. Per uguagliare Federer, che vanta una striscia di 65, Andreas dovrebbe giocarli tutti quest’anno. Molto ma molto difficile.  
  18. Il Canada vincerà un’ATP CUP di discreto successo. Con 12 nazioni è meglio che con più squadre.
  19. Naomi Osaka diventerà n.1 del mondo detronizzando la Barty
  20. Sofia Kenin non farà il bis all’Australian Open
  21. Iga Swiatek entrerà tra le top-10, a ridosso delle top-5 se non dentro
  22. Dalle Top-10 usciranno Petra Kvitova e Kiki Bertens  
  23. Fra le top-ten rientrerà almeno una ex n.1: Vika Azarenka, Garbine Muguruza?
  24. Serena Williams non vincerà più un torneo e non rientrerà tra le top-10
  25. Martina Trevisan salirà ampiamente tra le prime 50 del mondo (ora è 85) e comunque scavalcherà Camila Giorgi (n.76) più intenzionata a esibirsi come modella Gio-Mila (influencer dell’intimo?) che come tennista
  26. Clara Tauson, danese diciottenne oggi n.152, farà un balzo in alto di 80-100 posti.
  27. Kamilla Rakhimova, russa diciannovenne oggi n.155, entrerà alla grande fra le prime 100
  28. Fiona Ferro, vittoriosa a Palermo nel 2020, entrerà fra le prime 25.
  29. Venus Williams darà l’addio al tennis nel corso del suo ultimo US Open
  30. Lorenzo Musetti entrerà a gonfie vele tra i primi 80, ma senza raggiungere il best ranking di Sinner nel 2020
  31. I tennisti italiani fra i primi 100 saranno ancora 8, con una media migliore all’attuale (10-17-33-37-74-76-80-100: il totale fa 427, la media è 53,375) ma non saranno gli stessi otto.
  32. Le tenniste italiane fra le prime 100 saranno tre e non quattro. Una è la Trevisan. In ballottaggio Giorgi 76, Paolini 96, Errani 131, Cocciaretto 132.
  33. Zeppieri guadagnerà intorno ai 200 posti.
  34. Lorenzo Sonego arriverà almeno tra i primi 20, spalla a spalla con Fabio Fognini, ma non supererà Matteo Berrettini.
  35. Jannik Sinner batterà il numero record degli sponsor per un tennista italiano
  36. Riccardo Piatti diventerà ricco come Creso, ma dovrà scegliere: o seguire Sinner o il Piatti Center.
  37. La seconda edizione della Coppa Davis a Madrid avrà più successo della prima e non costringerà più nessuno a far l’alba per capire chi si qualifichi.
  38. L’Italia farà miglior figura nella Davis Cup che nell’ATP Cup.
  39. Sonego e Berrettini giocheranno qualche torneo in coppia e faranno discretamente, ma non quanto Cecchinato e Caruso in singolare.
  40. Montecarlo e Roma non potranno concedersi più di 1.000 spettatori sulle tribune, Parigi 2.000
  41. Il tennis tornerà a Wimbledon… (perché l’assicurazione l’All England Club se l’è già giocata).
  42. I numeri di Ubitennis cresceranno ancora, nonostante il fatto per i primi 6 mesi del 2021 il virus non sarà stato ancora debellato. Il record del 2019 (5 milioni di utenti unici, 22 milioni di visite, 41 milioni di pagine visualizzate) verrà stra-battuto, gli sponsor ricompariranno ma non Barilla; il contratto con Master Pasta Federer è quasi… un caro estinto. Non Federer, eh, ma il contratto. Su Instagram dopo aver valicato il muro dei 10.000 follower si supererà quello dei 15.000 (venghino venghino signori, posti limitati!) e sulla newsletter (si iscrivano, si iscrivano, se non si arriva a 10.000 la chiudiamo eh! sbrigatevi) 
  43. Le finali ATP di Torino, primo torneo in Italia a spalti gremiti e a vaccino diffuso, saranno un grande successo. RAI cercherà di infilarsi fra SKY e Supertennis.
  44. Angelo Binaghi lo sfrutterà alla grande. Lo vedremo in tv quasi altrettanto spesso di Bruno Vespa, Lilli Gruber, Corrado Formigli, Massimo Gramellini, Aldo Cazzullo. Supertennis è stato fondato anche per garantire le opportune passerelle ai dirigenti e agli amici degli amici.

Auguri di Buon Anno a tutti, al tennis italiano in particolare, dal Mago Ubaldo, il tennis-veggente più affidabile del mondo.

P.S: In quanto direttore di Ubitennis, io sottoscritto Ubaldo Scanagatta, pur intrattenendo ottimi rapporti da un trentennio con il Mago Ubaldo, vi diffido dal prendere sul serio le profezie del suddetto. Lo stesso Mago, nel confidarmele in camera caritatis, sorrideva e mi faceva l’occhiolino, ingigantito a dismisura dai riflessi della Coppa Davis che sfregava mentre mi parlava

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Editoriali del Direttore

Leggete Ubitennis, ma non smettete di giocare a tennis, quale sia la vostra età!

Un appello ai lettori perché, ostacolati nella pratica dal COVID-19 (e dai tesseramenti obbligatori), non lascino la racchetta

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Cari amici di Ubitennis, innanzitutto tanti cari auguri di un sereno 2021. Vi ho già ringraziato e augurato tutto quello che si può augurare con questo lungo articolo e in questo video registrato davanti al mio super-albero di Natale. Oggi vorrei invece fare un appello.

È vero che noi ci rivolgiamo sempre ad amici che leggono di tennis e non sappiamo quanti di voi lo pratichino sul campo. È stato più difficile del solito farlo quest’anno, un annus horribilis come ho avuto più volte modo di dire (senza alcuna pretesa di originalità), un anno al quale possiamo soltanto raccomandare di andarsene e tutt’al più di… chiedere scusa per tutti i danni che ha fatto, le vite che si è portato via, le sofferenze che ha procurato a tutti, perfino a quelli che non hanno avuto perdite familiari e di lavoro e non sono stati neppure contagiati ma hanno comunque sofferto gravi limitazioni della loro libertà, inclusa quella di comunicazione con i propri cari e amici prediletti, che non abbiamo potuto né frequentare né tantomeno abbracciare.

I single sono rimasti quasi inevitabilmente single anche se magari avrebbero avuto piacere di non restarlo, le famiglie e le coppie hanno vissuto momenti talvolta difficili se costretti a vivere in ambienti ristretti dove mancava l’aria… ma l’elenco degli inconvenienti più o meno gravi sarebbe interminabile e pressoché scontato, per cui la mollo subito qui e torno al tema iniziale, cioè al tennis giocato con un appello rivolto ai praticanti abituali di tutte le età e anche ai tennisti della domenica: “Non smettete di giocare a tennis!.

 

Da vecchietto ormai, ma irriducibile nell’animo, mi permetto di suggerire la continuazione dell’attività anche dopo i 60 anni. Non sarò infatti certo io a scoraggiare la pratica del tennis, sport al quale mi sono avvicinato all’età di quattro anni e praticato a livelli agonistici ma non super professionistici fino ai 26. Oggi lo gioco raramente, ma solo perché ogni volta ritengo che dovrei essere meglio preparato prima di scendere in campo, onde evitare infortuni in agguato. Quando ho trascurato un approccio prima morbido sono stato punito da piccoli acciacchi che sarebbero stati evitabilissimi. Una volta il polpaccio, un’altra la spalla o il braccio.

In quell’arco di tempo fra i 10 e i 26 anni, e lo dico non per narcisismo ma per dare un’idea di come lo abbia praticato, ero stato convocato ai raduni della nazionale junior al centro tecnico nazionale di Formia con i vari Panatta, Bertolucci, eccetera. Erano tempi in cui l’importanza di avere una condizione atletica a sostegno del puro talento tennistico avrebbe dovuto essere intuitiva. Ma non era così. La necessità di una preparazione atletica a supporto delle doti naturali di agilità, reattività, tocco, timing, fantasia, senso tattico, aggressività, intelligenza, iniziativa, veniva trasmessa dai tecnici dell’epoca in maniera piuttosto blanda e comunque veniva quasi rimossa dai tennisti più promettenti, quasi che fosse una preoccupazione eccessiva, comunque non prioritaria.

Per molti diventava quasi un blocco psicologico. Ricordo ai raduni junior, alcuni di noi giovani “promesse” – nel mio caso… mancate! – che proprio si facevano vanto di sfuggire a certi allenamenti. Se riuscivano a fare un giro di corsa in meno, erano felici e soddisfatti di avere ingannato chi non se n’era accorto. Mi sono reso conto che ciò valeva più per l’Italia che all’estero.

Anche per questo motivo, ritengo, la maturazione dei tennisti italiani è quasi sempre arrivata in grave ritardo rispetto ai coetanei stranieri, vale a dire di quelle nazioni culturalmente più predisposte ad una più severa disciplina. Quanto sopra vale per il tennis, più che per altre discipline individuali umili (alludo al ciclismo, allo sci di fondo, alla boxe), sviluppatesi in contesti meno borghesi, meno socialmente elitari dove l’applicazione e la determinazione dei giovani aspiranti campioni anziché essere applaudita e incentivata veniva quasi irrisa.

Io stesso sono arrivato a vincere più volte i campionati italiani universitari, in singolare come in doppio… grazie al modesto tasso di scolarità dei nostri migliori tennisti. Ma non certo grazie a un impegno “atletico” serio, determinato, professionale. Altri tempi. E qualche rimpianto. Un bell’alibi per me stesso potermi dire: “Chissà dove sarei potuto arrivare se mi fossi allenato più seriamente!” .

Tuttavia i muscoli hanno memoria. Se hai fatto per tanto tempo sport di un certo livello, recuperare e mantenersi sufficientemente in gamba è più facile che per chi si improvvisi. E la cultura a suo tempo accumulata, anche se non sempre interamente assimilata, ti consente di capire che sebbene l’innata componente agonistica ti spingerebbe a fare scatti e sforzi superiori alla tua condizione fisica di over 64enne – nel mio caso 71 – per recuperare una pallina e aggredirla, mettendo quindi a rischio la tua sanità, ti consiglia però di affrontare gradualmente la ripresa di un’attività eventualmente interrotta.

Il tennis è sport di scatti, movimenti rapidi, istintivi e spesso irruenti. Non lo si deve affrontare con improvvisazione. È sport talmente completo, ritengo oggettivamente più completo della gran parte degli sport perché quasi tutti i sensi (vista, udito, tatto in primis) sono sollecitati e così anche quasi tutti i muscoli e arti, inferiori e superiori, che può fare sicuramente bene anche a un’età avanzatissima – c’è chi gioca e partecipa anche a piccole gare anche dopo i 90 anni – ma l’approccio deve essere sempre intelligente, misurato e rapportato alla propria preparazione progressiva. La continuità motoria, ‘allenativa’, è un aspetto irrinunciabile, se si vogliono evitare contraccolpi, boomerang negativi.

Buon tennis a tutti, fa bene, ma occorre essere saggi, prudenti. Guai a fare il passo più lungo della gamba. E con gli anni… la gamba, e non solo quella, si è certamente un po’ accorciata.

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Editoriali del Direttore

L’annus horribilis non finisce mai: è morto anche Paolo Rossi, il “Pablito” eroe del mundial 1982. Il ricordo del direttore

Nel suo libro dedicato a 110 grandi personaggi dello sport italiano “Mezzo secolo di campioni, 1957-2011” Ubaldo Scanagatta aveva scritto (10 anni fa) questo articolo su Paolo Rossi, morto questa notte a soli 64 a seguito di un male incurabile

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Paolo Rossi (foto Facebook - Paolo Rossi)

In questo tragico momento voglio esprimere le mie più sentite accorate condoglianze a sua moglie Federica Cappelletti, collega stimatissima de La Nazione per tutto il periodo in cui si occupava in particolare della sezione “Salute” del “mio” giornale, e alle figlie di Pablito, Sofia Elena, Maria Vittoria e Alessandro.

Avevo scritto questo “pezzo” su lui, l’eroe dell’Italia campione del mondo che battè nel 1982 il Brasile di Zico, l’Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek e la Germania di Rummenigge. Con Baggio e Vieri “Pablito” vanta il record dei gol azzurri nei Mundial, nove. Quell’anno “Pablito” vinse il Mundial, il Pallone d’oro e il titolo di capocannoniere.Sarebbe stata dura perfino soltanto diventare il più famoso degli 80.000 Rossi d’Italia, il cognome meno originale della Penisola. Lui non s’è accontentato. Ha fatto molto di più: a inizio anni Ottanta è diventato il più famoso di cinquanta milioni di italiani. Prima che di Rossi ne arrivasse un altro, Valentino, a prendere il suo posto.

Eppure iniziò tutto fra i fischi, le polemiche, i silenzi stampa di un Mundial nato sotto cupi presagi ma poi vinto trionfalmente dagli azzurri in Spagna nel 1982. Lui, Paolo Rossi, non un calciatore qualsiasi ma per tutti “el hombre del partido”, il capocannoniere con sei gol sul suolo iberico, divenne per il mondo intero Pablito, il piccolo grande uomo che il 5 luglio 1982 allo stadio Sarrià di Barcellona aveva fatto piangere il Brasile, segnando addirittura una storica, inedita e mai più ripetuta tripletta alla nazionale di Zico, Falcao, Eder, Junior, Socrates.

 

Quella era davvero la nazionale più forte che il Brasile abbia mai avuto – esagera forse Pablito, sottovalutando un tantino quella dei Didì-Vavà-Pelè nel ’58 in Svezia – ma dopo aver battuto l’Argentina eravamo convinti di vincere e che nessuno ci avrebbe fermati”.

E così fu. Gli azzurri, trascinati dal centravanti ritrovato e sbloccatosi proprio con il Brasile, dopo che mezz’Italia aveva invocato la sua sostituzione senza (fortunatamente!) persuadere il ct Enzo Bearzot dopo i tre deludenti pareggi del girone eliminatorio di Vigo con Polonia, Perù e Camerun, batterono prima 2-0 la Polonia in semifinale – con due suoi gol – quindi in finale la Germania Ovest 3-1, con un altro gol di Rossi, il primo della serata. Un guizzo di testa, in tuffo, all’inizio del secondo tempo, dopo che il “Bell’Antonio” Cabrini s’era mangiato un calcio di rigore sullo 0-0. Nessuno più del suo grande amico Cabrini, con il quale divideva la stanza, dovette rallegrarsi di quel gol-svolta che dette l’avvio alla cavalcata trionfale, ancor più del successivo gol di Tardelli che sarebbe diventato il più visto e rivisto della storia del calcio italiano, per via della folle corsa, gli occhi fuor dalle orbite, e dell’urlo disumano del mediano impazzito di gioia.

Una volta consumata l’euforia mundial bastava che qualunque italiano all’estero si facesse riconoscere come tale perché la gente, ovunque, ma proprio ovunque, reagisse sorridendo con un “Ah, you Italian? Paolo Rossi!”. Un modo cordiale di darti il benvenuto. A chi scrive accadde più d’una volta, persino in un villaggio sperduto delle Isole Fiji dove la tv, ritenuta diseducativa, era ancora proibita dalla ragion di Stato. Potenza del pallone. Quel ragazzo magro dal viso appuntito che correva con i pugni alzati dopo un gol, era l’immagine sbarazzina e vincente di un’Italia che non avremmo più rivisto fino al Mondiale tedesco del 2006, un’Italia passata alla storia più nel nome del suo allenatore, Marcello Lippi, che in quello di un suo giocatore davvero decisivo. Ai “tetracampioni” di Berlino è mancato infatti un campione capace di stagliarsi sugli altri, com’era riuscito invece a Pablito Rossi nell’82.

Paolo Rossi impersonava l’immagine lieve e leggiadra del danzatore così perfetto da assumere finanche movenze femminili, era la grazia, il garbo trionfante in un gioco non di rado inficiato da gesti rozzi e violenti” – scrisse di lui “Giuan” Brera che la prima volta lo vide a Marassi descrivendolo con una felicità che giustifica la lunga citazione: “Arriva sulla palla con salti lievi da gazzella, lancia il destro come una sfida, colpisce nitidamente a volo e indirizza nell’angolino sul secondo palo. Mi pare subito un efebo da incoronare a Olimpia. Non servono corone da olivastro: gli bastano i riccioli che Michelangiolo ha dato al suo David. Inventa calcio con intuizioni fulminee, balzi armoniosi, tocchi rapidi e arguti come i morsi di un aspide. È la sorpresa del gol ogni volta entusiasmante, lo stupore della grazia serena in fasi di concitato e spesso brutale agonismo, tutto questo è stato Paolo Rossi”.

Un vero talento, il ragazzino pratese tifoso della Fiorentina (“Il mio idolo era Kurt Hamrin, un’ala come me”) trasferitosi a 11 anni dal campetto dell’oratorio Santa Lucia al vivaio della Cattolica Virtus, alla periferia di Firenze, e lì “scovato” quattro anni dopo dal general manager della Juventus Italo Allodi, che lo acquistò per 20 milioni. Era una bella cifra, a quei tempi, per quella guizzante aletta destra con il fiuto del gol.

La Juve lo provò, anche in una tournee in Brasile, ma Paolino, classe 1956, non era ancora Pablito: era leggerino e le sue ginocchia tanto agili quanto fragili. Per ben tre volte si dovette operare al menisco. In prestito al Como nel ’75 giocò infatti soltanto sei partite in serie A. Nel’76, a vent’anni, sempre in prestito, Rossi finisce in B al Vicenza di Giussy Farina. Avrebbe dovuto far la riserva nei biancorossi, ma il centravanti titolare, Vitali, litiga con Farina e Paolino dall’ala viene riciclato come centravanti da una geniale intuizione di G.B. Fabbri, l’allenatore al quale, insieme con Bearzot, Paolino resterà perennemente grato.

Rossi segna 21 gol e il Real Vicenza – fu davvero ribattezzato così – vola in Serie A. In A lui fa ancor meglio: 24 gol, sfiorando il record di Meazza (25) per i campionati a 16 squadre, e il Vicenza conquista uno storico secondo posto.

Bearzot non può non chiamarlo in Nazionale per i Mondiali del ’78 in Argentina. In teroria è la riserva di “Ciccio” Graziani, ma nel primo match contro la Francia Bearzot lo schiera a sorpresa accanto a Bettega. L’Italia vince 2-1, il primo gol è di Rossi. Sempre confermato, segna altri due gol in 7 partite. In Argentina Paolino diventa Pablito. Ha sfondato. Juventus e Vicenza se lo disputano e alle buste, a sorpresa, è la società meno ricca a offrire quasi 2 miliardi in più per la sua metà. “M’ero innamorato di lui, che potevo farci?” giustificò la sua follia, il presidente Farina, che non ne fu ben ripagato perché quell’anno, nonostante 15 gol di Paolino, il Vicenza finì in serie B. E Rossi fu “prestato” al Perugia.

Un altro anno da dimenticare, il 1979-1980, dopo 13 reti in 20 giornate. Il 1° marzo 1980 Rossi, coinvolto nello scandalo del calcio-scommesse con altri giocatori del Perugia (lui si dichiarerà sempre innocente) viene squalificato per due anni.  Torna, ceduto per 3,5 miliardi alla Juventus che vince lo scudetto senza che lui, tre sole partite giocate perché c’era la squalifica da scontare, abbia gran merito.

Il merito lo ha invece Bearzot perché, memore degli exploit argentini, nell’anno del Mundial spagnolo, dà fiducia a un Rossi troppo spesso acciaccato e nel quale ormai credono in pochi. “La Nazionale è il mio grande amore – risponde lui – sono legato alla Nazionale e alla maglia azzurra perché quel colore è una cosa che unisce, mentre i club dividono”.

Quel che accade in Spagna è storia nota, così come la conquista del Pallone d’Oro 1982, dello scudetto 1983-1984 con gli assist di Michel “le Roi” Platini, della Coppa delle Coppe. L’amarezza arriva con la Coppa dei Campioni sfumata: “È il più grosso rimpianto, perdemmo con l’Amburgo per quel maledetto gol di Magath, eravamo convinti di vincere, perché obiettivamente eravamo più forti”.

Forti non erano invece le ginocchia di Pablito, proprio no. Furono loro a tagliargli… le gambe. Tre anni solo in bianconero, compreso quello della tragica serata all’Heysel, altre operazioni ai menischi (quattro in tutto), un anno al Milan (6 miliardi) ma solo 10 partite e 2 reti, un mondiale 1986 in Messico in cui non gioca mai,  un altro campionato al Verona, con la miseria di 4 gol in 20 partite. Nel dicembre 1987, a 31 anni, dice basta: “Ho avuto una carriera intensa, ma corta. Offerte ne sono arrivate, dal Modena in B, da Fenerbhace in Turchia, da Francia, Spagna, perfino da Emirati Arabi e potrei guadagnare altri soldi. Ma io cerco soddisfazioni, non denaro. Non voglio finire come un ferro vecchio. La gente ricorda nei dettagli più precisi i miei gol dell’82 e io voglio che mi ricordino per quelli, non per un malinconico declino”.

Nel 1989 è  in Brasile, un viaggio fra amici. “Ero a San Paolo, uscito dal ristorante verso mezzanotte ho visto che in una piazza stavano giocando alcuni ragazzi. Mi sono fermato ed ho chiesto a loro se potevo giocare. È stato come tornare bambino, come assaggiare di nuovo il sapore vero del calcio e dello sport. Ho giocato con loro una decina di minuti. Non credo che abbiano mai saputo chi fossi. L’avessero saputo forse non mi avrebbero mai fatto giocare”.

Pablito si è poi fermato nella città che l’aveva adottato calcisticamente, Vicenza, dove ha un’agenzia immobiliare con l’ex compagno Giancarlo Salvi. Nel 2002 ha scritto un’autobiografia dal titolo certamente indovinato “Ho fatto piangere il Brasile” e, dopo essersi separato dalla moglie , è diventato  in coppia con Gianluca Vialli il commentatore principe del calcio televisivo per Sky. L’”hombre del partido” dopo tanti gol fatti, 20 in 48 incontri della nazionale, 82 in 215 presenze di serie A, adesso commenta i gol dei suoi presunti eredi. Sapendo che tanto la fama di Pablito non gliela potrà usurpare mai nessuno. Fine.


I 110 campioni di 28 diversi sport raccontati nelle 256 pagine complessive (in due volumi) di Mezzo Secolo di Campioni, illustrati da oltre 600 foto, sono raccontati con questo criterio: due campioni per anno. Per ogni anno (salvo poche eccezioni) il campione e il suo rivale, raccontati ed illustrati in 4 pagine con fotografie storiche a colori selezionate fra migliaia ma riferite ai momenti dei più grandi trionfi di queste leggende che hanno conquistato il mondo dello sport e non solo l’Italia.

Chi fosse interessato ad acquistare i due volumi (ma del primo. 1957-1982 ne sono rimasti pochissimi, scriva a direttaubitennis@gmail.com con oggetto “Libro Mezzo Secolo di Campioni”).

1957 Coppi-Bartali, 1958 I fratelli Mangiarotti, 1959 Pietrangeli-Gardini, 1960 Berruti-Consolini, 1961 Monti-Nones, 1962 Ragno-Lonzi, 1963 Rivera-Mazzola, 1964 Menichelli-Pamich, 1965 Gimondi-Adorni, 1966 Di Biasi-Cagnotto, 1967 Benvenuti-Mazzinghi, 1968 Zoff-Albertosi, 1969 De Magistris-Pizzo, 1970 Riva-Boninsegna, 1971 Thoeni-Gros, 1972 Raimondo e Piero D’Inzeo, 1973 Calligaris-Lamberti, 1974 Agostini-Ubbiali, 1975 Ferrari-Alboreto, 1976 Panatta-Barazzutti, 1977 Bettarello-Munari, 1978 Simeoni-Dorio, 1979 Saronni-Lanfranco, 1980 Mennea-Da Milano, 1981 Giuseppe,Carmine,Agostino Abbagnale, 1982 Rossi-Conti, 1983 Cova-Panetta, 1984 Moser-Argentin, 1985 Maldini-Bergomi, 1986 Canins-De Zolt, 1987 Meneghin-Riva, 1988 Bordin-Maenza, 1989 Baresi-Scirea, 1990 Bernardi-Lucchetta, 1991 Bugno-Chiappucci, 1992 Compagnoni-Kostner, 1993 Baggio-Vialli, 1994 Di Centa-Fauner, 1995 Tomba-Ghedina, 1996 Trillini-Rossi, 1997 Chechi-Cassina, 1998 Pantani-Ballerini. 1999 Belmondo-Piccinini, 2000 Rosolino-Fioravanti, 2001 Idem-May, 2002 Cipollini-Bartoli, 2003 Rossi-Biaggi, 2004 Vezzali-Baldini, 2005 Sensini-Magnini, 2006 Cannavaro-Buffon, 2007 Bettini-Ballan, 2008 Totti-Del Piero, 2009 Pellegrini-Filippi, 2010 Schiavone-Pennetta, 2011 Zoeggeler-Kostner

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