Gli 86 anni di Ken Rosewall. Con Rod Laver sul campo, con me fuori. La sua storia e 100 aneddoti. Se avesse giocato 44 Slam in più...

Editoriali del Direttore

Gli 86 anni di Ken Rosewall. Con Rod Laver sul campo, con me fuori. La sua storia e 100 aneddoti. Se avesse giocato 44 Slam in più…

La sua longevità è perfino superiore a quella di Federer. L’ultimo torneo lo ha vinto a 43 anni. Se gli 80 duelli di Navratilova-Evert e i 56 si Djokovic-Nadal sembrano tanti… Rosewall e Laver sono a quota 164!

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Il 2 novembre è stato il compleanno di un mio mito, Ken Rosewall, 86 anni. Uno dei più grandi campioni di sempre. Non è giusto che quando tutti dissertano, accalorandosi, sul GOAT, si parlì dei tre big di quest’epoca, Federer, Nadal e Djokovic, si citino Tilden, Budge, Laver e Sampras, si trascuri Rosewall… Accade soltanto perché troppi appassionati sono troppo giovani per averlo visto giocare oppure si limitano a leggere quanti Slam ha vinto Tizio e quanti Caio. Ignorando che Rosewall ne ha dovuti saltare ben 44!

È difficile parlare di Ken senza raccontare anche Rod Laver, il suo più grande rivale. Ma alla fine di questo lungo articolo racconterò miei episodi personali vissuti con Ken… anche in tempi piuttosto recenti.

Alla vigilia della finale dell’ultimo Roland Garros ricordo che la si è presentata come il 56mo duello fra Nadal e Djokovic, dicendo che la loro è stata la sfida più ripetuta dell’era moderna. Il bilancio, come sapete, vede Djokovic avanti 29 a 27 a dispetto dell’ultimo match perso. Chris Evert e Martina Navratilova avevano duellato ancora di più, 80 volte e 60 in finale! Martina in 16 anni di battaglie ha vinto 43 volte e perso 37. Io non so proprio quante volte ho incontrato Ken – mi disse Rod Laver il giorno che a Melbourne ribattezzavano il campo centrale con il suo nome – perché allora nessuno le contava, forse solo il tuo amico Rino Tommasi!”.

 

Ebbene fra Tommasi e altri ricercatori ossessivi vi posso dire che la rivalità Evert-Navratilova è roba da ridere a confronto dei duelli affrontati da Laver e Rosewall: sono stati 164! E Laver ne ha vinti 89, perdendone 75. Per condurre questa ricerca si è dovuto ripescare risultati di match giocati a Nairobi, Harare, Knokke le Zoute, Lake Tahoe, Perth, posti dove credo che Evert e Navratilova non si siano mai avventurate. E non è detto che non ne salti fuori ancora qualcuno. Ma come Chris e Martina il ragazzo di campagna Rod e il nativo di Sydney Ken hanno sviluppato una grandissima amicizia e un reciproco grandissimo rispetto…

Le loro carriere sono suddivisibili in tre atti:

1) L’era dei dilettanti conclusa nel 1968

2) L’era dei primi professionisti con Jack Kramer a giro per il mondo come degli zingari. Laver ha vinto 3 Slam in più rispetto a Rosewall, 11 contro 8, ma se Laver ha dovuto saltare – in quanto passato al professionismo e alla troupe di Jack Kramer – 5 anni e 20 Slam, Rosewall ne ha dovuti mancare ben di più, 11 anni e 44 Slam, per essersi ritrovato più a lungo in quello stesso limbo. Quanti ne avrebbe potuti vincere di quei 44 Slam se li avesse potuti giocare? Non avrebbe superato i 20 di Federer e Nadal? Io penso di sì. I giocatori della troupe avevano un contratto annuale, ma da campioni orgogliosi quali erano, non avrebbero mai perso una partita senza impegnarsi al massimo. E sul conto di Laver e Rosewall potevate scommettere che avrebbero sempre fatto di tutto pur di battere una volta in più l’amico rivale.

3) L’Era Open, la cui più grande introduzione fu… il montepremi.

Fino al ’68 potevano vivere con il tennis e grazie al tennis soltanto pochissimi giocatori. I tennisti di… Stato, quelli dell’Est europeo, qualche altro finanziato (pochissimo) dalle rispettive federazioni per via della Coppa Davis (Pietrangeli, Santana, e alcuni di quelli che non erano voluti passare al professionismo per varie ragioni ora troppo lunghe da spiegare). Anche i giocatori della troupe di Kramer dovevano sobbarcarsi trasferte e match, giorno dopo giorno, in posti tutt’altro che comodi e certo senza gli agi dei campioni contemporanei. Rod Laver raccontò una volta del coprifuoco… degli insetti a Khartoum! “Giocammo outdoor fino a che un nugolo di calabroni oscurarono le luci dei riflettori e…per tutti fu buona notte!”. Ma quella notte Laver e Rosewall non giocarono contro, quindi il conto dei loro duelli non ne è stato sfiorato.

Dopo aver aiutato l’Australia a vincere 3 Coppe Davis Rosewall diventò “pro” nel ’56, quando Pancho Gonzales era il n.1 dei tennisti ingaggiati da Kramer. Tanti australiani avevano provato a spodestarlo, Sedgman, Cooper, Hoad, Anderson. Nel ’57 Gonzales batté Rosewall 50 volte perdendoci 26. E l’anno dopo 14 volte perdendone 3. 35 vittorie in più. Grazie al vantaggio accumulato in quei primi due anni (e al 1960: 20 a 5) Pancho alla fine avrebbe potuto vantare 30 successi in più rispetto a Ken: 116 a 86. Ma negli anni ’64 ’66 ’68 ’69 ’70 Ken vinse più di quanto perse. D’altra parte Gonzales era classe 1928, 6 anni più vecchio di Ken e 10 di Rod (che infatti con Gonzales ha un record di 43 vittorie e 22 sconfitte, pur avendoci perso 3 volte su 5 nel ’70 quando Pancho aveva già 42 anni!).

Insomma era inevitabile che Gonzales dovesse lasciare il passo. E Rosewall vinse 14 dei 18 playoff americani per diventarne il successore.È stato lo stesso Rosewall a raccontare: “Nel ’62 alcuni di noi cominciavano a essere vecchiarelli, avevamo bisogno di sangue nuovo e Rod aveva realizzato il Grande Slam nel 62… Io e Hoad contribuimmo a trovare 150.000 dollari per garantirli a Rod per tre anni da professionista”.

“Ammiravo Ken, ma ero più giovane e non l’avevo mai incontrato da dilettante: la prima volta che l’affrontai fu a Sydney, da professionista… e lui fu troppo più bravo di me! ha ricordato Rod Laver. Ken vinse 11 dei primi 13 duelli con Rod nell’inverno americano. Mi chiesi se avessi fatto bene ad aggiungermi alla troupe dei “pro” per ritrovarmi a guidare su quelle strade ghiacciate quando avrei potuto giocare fra i dilettanti nel circuito caraibico con dei bei rimborsi… gonfiati! Però al tempo stesso volevo giocare contro i migliori, e loro, i “pro” erano i migliori” ricorda Rod.

Non furono tempi facili. Nel ’63, l’anno dopo aver vinto lì fra i dilettanti, Laver perse a Forest Hills nella finale Pro 6-4 6-2 6-2 da Rosewall e quel che ricevettero entrambi i finalisti fu… una calda stretta di mano! Non c’era mai vera certezza di riscuotere i soldi promessi… né tantomeno del futuro”.Nel ’67 Wimbledon invitò i “pro” a giocare un torneino un mese dopo i Championships. Laver lo vinse e i dirigenti di Wimbledon capirono che continuare a privare il tennis di quei campioni era una roba tafazziana, un harakiri. E dichiararono così che nel ’68 anche i “pro” sarebbero stati i benvenuti all’All England Club. Ormai Rosewall e Laver erano over 30, tuttavia Rosewall vinse il primo Slam Open a Parigi, battendo Laver. Un anno dopo Laver rovesciò quel risultato, conquistando il secondo Slam di quell’anno in cui li avrebbe vinti tutti e quattro.

Ma le partite più memorabili fra i due, almeno quelle viste da tutto il mondo grazie alla tv e al WCT, furono le finali di Dallas, Quella del ’72 viene considerata una delle partite più belle della storia del tennis: Rosewall la vinse 4-6 6-0 6-3 6-7(3) 7-6(5). Nel tiebreak finale Laver era avanti 5 a 4 e aveva due servizi a disposizione. Giocò due maligni servizi mancini ma Rosewall li controbattè con due splendidi rovesci, il suo marchio di fabbrica, e poi chiuse al primo matchpoint. Il primo premio era 50.000 dollari. Una fortuna per quei tempi. Rosewall aveva 37 anni: Non avrei mai creduto che a 37 anni avrei mai giocato per una somma simile… Pensavo che mi sarei ritrovato semmai a fare il venditore di assicurazioni…”.

Beh, Rosewall ha continuato a giocare e a vincere per diversi ancora. Vinse il suo ultimo titolo a Hong Kong a 43 anni nel 1977. Laver ha concluso la sua serie di successi a 37 anni, vincendo a 37 anni il torneo di Orlando, in Florida. Come ho scritto sopra, i loro duelli erano stati 164, lungo 16 anni. Salvo che ce ne siamo persi qualcuno, lungo “the long winding road” come avrebbero cantato i Beatles. Laver nell’era Open ha battuto Rosewall 22 volte su 31, ma Rosewall vinse l’ultima sfida a Houston. Almeno di questi ultimi dati sono sicuro al 100 per 100.

Certo è che un ragazzino che spulciasse i record di 30 anni di tennis fra gli anni 50 e 80 si chiederebbe: ma quel Rosewall era sempre lo stesso o erano due fratelli come i McEnroe? L’aspetto più stupefacente non è la lunghezza della sua carriera, le finali di Wimbledon giocate a 20 anni di distanza dal Little Master, il Piccolo Maestro di un metro e 70 e solo 40 di piedi. Ma la qualità del suo tennis che gli consentiva nelle giornate di vena di battere chiunque anche a 40 anni. Una longevità conseguente alla purezza tecnica dei suoi gestii. Quel fisico minuto non era mai sotto stress. A 53 anni imbronciato confessò: “Mi sa che mi dovrò operare alla spalla destra, è il mio primo infortunio”. Oggi i tennisti sono tutti rotti già a 25. Certo quel suo debole servizio non assomiglia ai cannonballs di oggi a 230 km orari, ma Rosewall con le racchettine di legno e quel rovescio chirurgico sempre nell’angolo più ingiocabile, a metà anni ’70 rispondeva tranquillamente anche alle battute che già viaggiavano vicino ai 200.

Un altro segreto per una carriera così lunga? Forse Wilma, la fedelissima moglie conosciuta a 14 anni. Con due figli, l’ha seguito ovunque. Proprio come Mirka con Roger Federer. 4 gemelli ma sempre dietro a lui. Senza una super armonia familiare anche per Ken Rosewall sarebbe stato impossibile giocare 30 anni, vincere 8 Slam pur saltandone 55 causa gli undici anni da professionista. Un vero fenomeno.

In mezzo secolo mi è capitato di incontrare parecchie volte Ken Rosewall, campione che non si è mai dato le arie del campione, del personaggio famoso. E tuttavia un idolo per milioni di australiani che sapevano come  nei primi anni di professionismo di Rod Laver fosse quasi sempre Rosewall a spuntarla nei confronti diretti. Ma Rosewall, come del resto Laver, è sempre stato l’uomo del low profile, dell’understatement. Un uomo semplice, di una educazione e umile disponibilità assolutamente straordinarie.

L’ultima vera intervista, lucidissima per un uomo ben oltre gli 80 anni, me l’ha concessa un paio d’anni fa a Wimbledon e se saremo mai capaci di ritrovare l’audio ne metteremo il link qui sotto. Ma sapeste quanto sarebbe profondo il nostro archivio e quanto è difficile ritrovare tutto! Ma l’ultima volta che ci ho riparlato è stata un paio d’anni fa, nella mattina della finale dell’Australian Open vinta da Djokovic su Nadal. Quale segretario onorario dell’International Club d’Italia avevo ricevuto l’onore di un invito al tradizionale pranzo di ogni anno organizzato dall’International Club d’Australia. C’erano un centinaio di persone fra soci, familiari ed ex tennisti e campioni australiani.

Pranzo seduto, posti assegnati al South Yarra Tennis Club di Melbourne, magnifico ed elegantissimo  circolo nel quale era nato e cresciuto il leggendario australiano Norman Brookes, il campione di 3 Slam fra il 1907 e il 1914. Il primo tennista non British a conquistare il titolo di Wimbledon. Di lui campeggiano straordinarie foto d’epoca in diverse sale della grandissima club house. La distribuzione nei vari tavoli era stata fatta per ordine alfabetico, illustrata in un grande pannello. Per via del mio cognome Scanagatta il caso volle che io lo ritrovai scritto proprio fra quello di Rosewall e quello di Sedgman. Quel brocco di Scanagatta scritto fra due campioni capaci di vincere 13 Slam! Roba da non credere. E foto ricordo inevitabile!

Dopo pranzo e dopo una foto di rito, con loro due subito disponibili, simpatici e allegri nel ricordare aneddoti divertenti, con Pietrangeli, Merlo, Sirola, Tacchini e altri. Sapevo che Rosewall di Pietrangeli diceva sempre: “Aveva talmente tanto talento naturale che se fossimo stati tutti confinati per mesi in un’isola deserta senza campi da tennis e poi avessimo giocato un torneo senza allenamento lo avrebbe vinto certamente Nicola”.Me l’ha ripetuto ancora al South Yarra Tennis Club e allora, mentre Sedgman annuiva, gli ho risposto: “Può essere che tu abbia ragione, ma l’avversario di Nicola Pietrangeli in quella finale sarebbe stato certamente Ken Rosewall”.

Ken mi ha raccontato una storia curiosa che aiuta a capire quanto siano cambiati i tempi già fra 70 e 50 anni fa, figurarsi oggi, quando chi vince uno Slam si mette in tasca 3 milioni e mezzo di euro. A metà anni Cinquanta, dopo che aveva già giocato la prima di quattro finali perse a Wimbledon nel ’54 con Jaroslav Drobny, Ken per arrotondare i modestissimi guadagni del tempo pensò bene di vendere le sue racchette, quelle con la sua effigie impressa nel cuore, fra manico e ovale. Si chiamavano Rosewall Slazenger.

Lui le vendeva ai raccattapalle che erano quasi sempre figli dei soci dei club dove si giocavano i tornei e, felicissimi, facevano a gara per conquistarle. Magari me le avessero vendute Roche e Newcombe quando fui loro raccattapalle al CT Firenze! Le racchette di Rosewall sul mercato costavano 35 dollari ma lui le vendeva per 5. Quando Ken vinse le finali WCT a Dallas nel ’71 e nel ’72 battendo Laver in due partite memorabili che hanno fatto la storia del tennis il primo premio era 50.000 dollari. “Eh sì – ha ricordato sorridendo Ken – ci sono voluti 15 anni ma da 5 dollari a 50.000 è stato un gran bel salto”.

Nei primi anni settanta il primo premio dell’US Open, il torneo con il montepremi più ricco, era di 15.000 dollari. Rosewall non aveva certo cominciato a giocare per soldi. Nei suoi primi tornei si sarebbe accontentato di una tazza di thè con i biscotti, di un pranzo. Ken non ha mai cantato, ballato, lanciato frizzi e lazzi, fatto allegri casini come Newcombe o Emerson. Ai miei occhi lui rappresenta forse il più tipico esempio di tennista australiano di quegli anni: così scrupolosamente serio che mi confessò di disertare le sale buie dei cinematografi nel timore di poter sciupare i riflessi.

Eppure non era un tennista che facesse serve&volley come la maggior parte degli altri Canguri con racchetta. Racchetta che spesso lasciava cadere, preda dello scoramento che lo prendeva per un errore che solo lui poteva considerare banale. Quando capitava lo faceva scuotendo la testa con l’aria di una infinita rassegnazione, ma senza mai lanciare un urlo, figurarsi una parolaccia. Nessuno gliene ha mai sentite dire. Non avrebbe mai voluto sbagliare, regalare un punto, ma non avrebbe mai nemmeno rubato un punto che non fosse suo. Il piccolo maestro è stato anche un grande maestro di fair play.

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Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

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Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

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Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

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All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

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Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

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ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

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