La vittoria di Sinner a Sofia (Scanagatta, Clerici, Crivelli, Mastroluca, Azzolini, Piccardi)

Rassegna stampa

La vittoria di Sinner a Sofia (Scanagatta, Clerici, Crivelli, Mastroluca, Azzolini, Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 15 novembre 2020

Pubblicato

il

Italia, cento di questi Jannik (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Dicevano di lui che era un tennista freddo quasi come le sue montagne altoatesine. Fuori dal campo il suo viso si apre spesso a bei sorrisi, ma sul campo era difficile che lasciasse trasparire troppe emozioni. Sempre riusciva a restare imperturbabile, qualunque cosa succedesse. Beh, invece per conquistare il primo vero torneo della sua promettentissima e precocissima carriera, più giovane italiano vittorioso di sempre con i suoi 19 anni e 3 mesi, Jannik Sinner stavolta ha dovuto sudare e soffrire fino all’estremo, fino ad arrivare addirittura a buttare anche la racchetta a terra in un momento di frustrazione, appena subito il secondo break nella fase centrale del secondo set. Non glielo avevo mai visto fare. Mi sono detto: ma allora è umano! Già, dopo aver sofferto la pressione della sua prima finale (« – avrebbe confessato – anche prima della partita…e poi quando ho perso il secondo e ho cominciato male il terzo…») Jannik ha dovuto lottare fino al tiebreak del terzo set (64 36 76 e 7 punti a 3) per 2h e 15m contro un avversario molto più esperto di lui, il canadese Vasek Pospisil, ma anche un pochino contro se stesso in una giornata in cui non ha certo giocato al meglio delle sue possibilità. Ha sbagliato molti rovesci e il rovescio è di solito il suo colpo migliore, contro un avversario che serviva molto bene e non gli dava ritmo con le sue frequenti discese a rete. Vincere anche quando non si gioca bene, è segno di classe. Jannik era teso. Ha comunque vinto il primo set 64 grazie a un unico break senza concedere alcuna palla break al canadese. Quando ha strappato la battuta a Pospisil nel primo game del secondo set ho pensato che il più era fatto. Ma anche il fenomeno Sinner ha le sue debolezze. Come già con Nadal al Roland Garros – ci giocò alla pari per un magnifico set e mezzo – Jannik si è come rilassato. Quel poco che basta per subire l’immediato controbreak e, di lì a poco, ritrovarsi al terzo set, con Pospisil avanti 15-40 sul servizio di Sinner nel primo game del set decisivo. Poi è stata battaglia di servizi, fino al tiebreak. E lì Sinner ha giocato da veterano quando temevo che Pospisil, doppista capace di trionfare a Wimbledon (2014 con Sock, sui fratelli Bryan), potesse sfruttare le caratteristiche del doppista che gioca benissimo i colpi d’inizio gioco, servizio e risposta, e di tiebreak ne ha giocati centinaia. Invece Jannik è stato assolutamente perfetto. Lo ha vinto 7 punti a 3 senza concedere un minibreak, aggredendo giustamente la seconda di servizio di Pospisil sul 3-2, giocando un colpo da supercampione sul 5-3 con un cross stretto di dritto da paura. Di nuovo sulla seconda di Pospisil già sul primo di 3 matchpoint ha risposto attaccando provocando l’errore del figlio di emigranti cechi. Sinner, che oggi salirà a n.37 ATP (da 44) è il 26° tennista italiano a vincere un titolo. I tornei vinti dagli azzurri salgono a 68. Nadal vinse il suo primo torneo a 17 anni e 7 mesi, Murray a 18,4, Federer a 20,2, Djokovic a 19,2. «Ma la strada davanti è ancora lunga…», frena il ragazzino. Pospisil non ha dubbi: «Ho giocato contro tutti i tennisti più forti del mondo, Sinner diventerà n.1…Federer, Djokovic e Nadal non sono eterni».

Un ragazzo che rende felici (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Scusate se parlo di me stesso, in un momento di gioia per il tennis italiano e per Jannik Sinner. Parlo di me stesso, e di tre momenti della mia vita che ritengo molto importanti. Uno riguarda la vittoria in Coppa Davis, l’unica, quella del 1976, e una volta che, telefonando al giornale per informarli che avevamo vinto l’Insalatiera in Cile (dove in tanti volevano che non si andasse, e tanto merito va a Nicola Pietrangeli) dopo alcuni tentativi passati e sfortunati di farcela, e qualcuno mi rispose che una fila di aggettivi così interminabili non si poteva pubblicare, per quanto in quel tempo non c’erano né le televisioni, né internet e né i social. Un altro momento, giusto per ‘medicare’ me stesso tennista fallito, fu quello in cui mi permisi di battere un Nicola Pietrangeli che non era ancora diventato il Pietrangeli capace di vincere due Roland Garros come poi fece, ma prometteva però già quanto il Jannik Sinner di oggi: perché ora hanno capito tutti cosa vale Sinner. Ma, in una simile autocelebrazione, non posso dimenticare di aver insegnato il tennis a Riccardo Piatti. Che mi ha ringraziato il giorno del mio compleanno su Facebook (“Ti conosco da quando ero bambino e ancora una volta ti vorrei ringraziare per tutti i preziosi consigli che mi hai sempre dato“). Riccardo, mio antico figlioccio. Comasco come me e amico di famiglia, gli consigliai di recarsi a lavorare al campus di Bollettieri negli Stati Uniti, e lo fece e ci rimase per circa due mesi, non prima di aver letto Match Play and the Spin of the Ball, libro che aveva scritto, nel 1925, un signore di nome Bill Tilden e che io gli avevo prestato. Ma prima di tutte queste cose venne il giorno in cui il mio papà acquistò due palloni pressostatici a Como, affinché lo vi dirigessi gratuitamente una scuola di tennis che il presidente del club non voleva. Lì trovai i fratelli Piatti, che furono tra gli allievi maggiormente entusiasti, pur senza diventare grandi giocatori. Ho letto cose di Sinner che fanno prevedere un grande futuro per lui. Io spero che le cose che leggo si verificheranno, come quelle di Nicola Pietrangeli e la Davis. Io ormai ho novant’anni, e questa di Sinner rimane tra le giornate migliori che abbia passato.

Sinner, ragazzo d’oro (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La nuova stella Jannik rischiara il cielo di novembre e all’Italia porta in dote la luce che avvolge il dominatore del futuro. Ha riflessi rossi come i capelli ribelli di un ragazzo che a 13 anni rinunciò allo sci perché con la racchetta da tennis si divertiva di più. Riflette le sfumature verdi che colorano una speranza ormai maturata in certezza: Sinner possiede il marchio del campione destinato a segnare un’era. Magari già tra un anno, quando le Atp Finals approderanno da noi, a Torino, mentre l’ultima edizione londinese saluta a cominciare da oggi. Intanto, erano 12 anni che un tennista così giovane non vinceva un torneo (Nishikori a Delray Beach nel 2008). ed è anche diventato l’italiano più precoce ad esserci riuscito, a 19 anni e 3 mesi. L’orizzonte però si allarga verso l’infinito non solo per quello che Jannik è e che potrà diventare, ma soprattutto per quello che pensa. Così, mentre gli organizzatori di Sofia stanno approntando il palco per il trionfatore, lui se ne sta seduto con la testa tra le mani: «Non avevo ancora realizzato ciò che ero riuscito a fare, ma prima di ogni altra cosa stavo ragionando sul perché avessi perso in quel modo il secondo set». Non è tormento, bensì tensione verso l’assoluto della perfezione, tornare sugli errori per metabolizzarli subito e non ripeterli alla prossima occasione: la dote dei fuoriclasse. Del resto, dopo aver controllato Pospisil e il primo set grazie all’incisività della risposta e aver ottenuto il break d’acchito anche nel secondo, Sinner si attorciglia su se stesso, confuso dal miraggio di una vittoria storica ed emozionante: «In fondo, sono umano anch’io e ho cominciato a pensare un po’ troppo, mentre lui è cresciuto molto». Perso il parziale, con il dritto che fa le bizze soprattutto quando la palla del rivale rimbalza bassa, l’allievo di Riccardo Piatti resta inchiodato al match con la tenace volontà di chi si ribella al destino, ritrovando la prima di servizio e una buona solidità da fondo. Si arriva così al tie break e qui, una volta di più, Jannik illustra le sue qualità mentali, la sua innata abilità di leggere sempre al meglio momenti e punti delicati, lucrando meravigliosamente sul primo minibreak che gli vale il 3-1 e poi in pratica mettendo il sigillo con il favoloso dritto stretto che gli procura tre match point. Game over: «Ho saputo gestire le emozioni, sono stato bravo a trovare la soluzione al rompicapo, sono rimasto concentrato anche quando la partita sembrava sfuggirmi di mano». Così nasce un fenomeno, una luminosa scia di talento che in 24 mesi ha scalato più di 500 posizioni nel ranking, dal numero 551 di inizio 2019 al 37 di domani: «Dedico il successo a tutti quelli che mi stanno intorno, adesso ci aspetta il lavoro più duro, allenarsi per migliorare ancora. Crescere e maturare era un obiettivo di quest’anno, sono soddisfatto del percorso ma la strada è solo all’inizio». Ora lo attende qualche giorno di riposo, poi a inizio dicembre ricomincerà la preparazione a Montecarlo, la sua recente residenza: «Farò un paio di settimane lì, poi ho intenzione di trasferirmi in Australia già a metà dicembre per sbrigare la pratica della quarantena e completare il lavoro invernale: nel 2021 voglio ripartire alla grande». […]

Jannik Winner! (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Un anno fa, Jannik Sinner conquistava il pubblico di Milano alle Next Gen ATP Finals. Dodici mesi dopo, nella stessa settimana, ha conquistato a Sofia il primo titolo in carriera nel circuito maggiore, alla prima finale, contro il canadese Vasek Pospisil. Una sfida condotta per un set e mezzo con autorevolezza salvo poi incasellare un errore dietro l’altro nel secondo. Nel terzo, però, azzera i ricordi negativi e riparte. Trionfa 6-4 3-6 7-6, vince per la prima volta un tiebreak al set decisivo nel circuito maggiore e diventa il più giovane italiano con un titolo all’attivo nell’era Open. «Conquistare un torneo è sempre speciale. Preferisco vincere così che 6-1 6-1 – ha detto in conferenza stampa dopo la finale – non mi aspettavo che il pubblico stesse dalla mia parte fin dal primo turno. Sono stato contento che ci fossero molti bambini, voglio cercare di essere un esempio. […] Ho giocato bene soprattutto nel primo set. Nel secondo, sono andato avanti di un break ma Vasek ha fatto meglio di me. Giocare contro di lui non è semplice, a volte per interi game non ti fa veder palla in risposta. Io non sono riuscito a giocare come volevo. La sfida era rimanere positivo e stare lì con la testa». La tensione, ha ammesso Sinner; c’è stata ma non è stato il fattore centrale che ha allungato il match ben oltre le due ore di gioco. Il canadese ha verticalizzato di più, nel terzo set ha messo in campo quattro prime su cinque e ha costretto il giovane azzurro a trovare una soluzione. Quando Pospisil ha iniziato a venire più spesso a rete, costringendolo così ad adattarsi a uno scenario tattico differente rispetto ai primi due set, Sinner si è adattato. «Ho servito meglio e in maniera più intelligente nel terzo», ha ammesso l’azzurro, che ha salvato le uniche palle break concesse all’inizio del parziale. […] Con questo trionfo, Sinner salirà al numero 37 del mondo, suo nuovo best ranking. Un anno può cambiare tanto, a volte tutto. Può insegnare che il lavoro paga e la strada è giusta.

Sinnerissimo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Semola forse non lo sa. I fenomeni si manifestano fra i 18 e i 19 anni. Passano senza particolari trambusti dall’apprendimento a una sua forma ancora più esplicita, nella quale si assimila e acquisisce conquistando, afferrando, annettendo, e nel contempo si cambia dentro, diventando famelici, sempre più esigenti e alla fine insaziabili. È il passaggio dall’adolescenza tennistica alla fase adulta. Agli altri capita dopo, campioni compresi. Inutile chiedersi se sia una regola. Nessuno può dirlo. Ma le cose stanno così. Rafa vinse il primo torneo a Sopot, Polonia, quando aveva 18 anni, due mesi e 12 giorni. Djokovic a 19 anni, due mesi, 1 giorno, Zverev a 19 anni, 5 mesi e 5 giorni. Proseguiamo? Roger Federer si palesò nel 2001, l’anno in cui cancellò Sampras a Wimbledon. Vinse il torneo di Milano sul francese Boutter, aveva 19 anni, 7 mesi e 26 giorni. E molti altri potremmo trarne dal passato, seguendo un indicatore comune, quel ruolo da predestinati che a turno è stato affiancato ai loro nomi. Lo stesso che oggi si concede a Jannik Sinner, vittorioso a Sofia per la prima volta nel Tour a 19 anni 2 mesi e 30 giorni. Meno solerte di Rafa e Nole, se proprio ci tenete, ma più degli altri. E quel che conta, in linea con i fenomeni. Con la vittoria bulgara, giunta allo scadere della stagione più bizzarra che si sia mai disputata, Sinner mette da parte i dubbi sulle proprie qualità e si propone nella veste ormai compiuta di miglior tennista della sua generazione. Sinner è da ieri il primo nato nel 2001 a farsi largo nell’albo d’oro di un torneo. Ma la corsa ai record è diventata da tempo una specialità nella quale misurarsi, dopo aver recitato nei panni del primo Millenials ad aver vinto un match nella categoria dei Masters 1000 (a 17 anni e 8 mesi) e il primo ad approdare agli ottavi e poi ai quarti di un torneo del Grand Slam (all’ultimo Roland Garros), un exploit da diciannovenne che condivide con il solo Nadal. Un libro dei primati personali, quello di Jannik, che comincia ad arricchirsi di note a margine niente affatto scontate: Semola al momento è il più giovane fra i tennisti inseriti nella Top 100, dove quest’anno è salito dal numero 72 al numero 43 per approdare da lunedì prossimo al numero 37, a un passo dalle teste di serie nei tornei dello Slam. Resta il tennista italiano più giovane ad aver battuto tre Top Ten (David Goffin n.10 a Rotterdam, Stefanos Tsitsipas n.6 a Roma e Sascha Zverev, n.7 a Parigi). Ovvio chiedersi se Semola sarà anche il primo Millenials a qualificarsi per le Finals torinesi. […]

Nato per stupire (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

E mentre noi suiveurs annotiamo la data nel libro del tennis, sabato 14 novembre 2020, un’epifania tennistica che stupisce solo i profani, Jannik Sinner sta seduto composto in panchina, finendo di ciucciare la polpa dal nocciolo di un dattero. Ha appena tagliato la sua linea d’ombra, quel piccolo rito obbligatorio che segna il passaggio dall’età dei sogni a quella dei fatti: a Sofia, disinnescando il servizio del canadese Vasek Pospisil in cima a un rebus lungo tre set (6-4, 3-6, 7-6), ha vinto il primo titolo Atp della carriera. Ha 19 anni, 2 mesi e 29 giorni. Sarebbe autorizzato a sparare mortaretti in campo, invece se ne sta lì, compito dietro la mascherina, in attesa che le hostess bulgare si allineino per la premiazione. Cosa ti frullava per la testa in quel momento, Jannik? «Mah, niente di preciso — ci risponde —. Più che altro stavo provando a capire perché avevo perso il secondo set…». Capire. Riordinare i pensieri in base a uno schema logico che faccia risultare tutto, perlomeno, razionale. Se il tennis di Sinner è fluido come l’acqua dei ruscelli della sua valle altoatesina, il vero talento di Jannik è nella testa. «Non c’è palla che colpisca che non abbia un senso. E di quelle che sbaglia, il senso lo comprende subito dopo» dice di lui coach Riccardo Piatti, che sei anni fa ha accolto a Bordighera quella palla di neve rotolata giù dai monti; l’ha scongelata, dotata di un italiano più che accettabile e di un gioco formidabile. Goffin, Tsitsipas, Zverev, i top-10 stritolati lungo una stagione a ostacoli nella quale ha rotto il ghiaccio con il successo e ha raggiunto i quarti al Roland Garros, sono tre solidi indizi che fanno una prova: il predestinato sta arrivando nonostante la pandemia gli abbia sfilato dal braccio oltre la metà dei match con cui Piatti sperava di sfamarlo quest’anno. E anche Nadal, il vecchio dinosauro che gli ha ruggito in faccia a Parigi, è stato un test superato. Non è tanto il torneo di Sofia, l’Atp 250 che chiude la stagione, a dirci che Jannik è pronto per reggere gli urti del grande tennis. E il modo («Nel secondo set ho cominciato a pensare troppo e lui a giocare meglio, allora nel terzo mi sono messo a servire più preciso e nel tie break, sì, mi sono piaciuto»). Un anno fa a Milano sbancava Next Gen, l’anticamera del futuro. Ieri ha dedicato il titolo a Piatti, fresco 62enne («Insieme abbiamo considerato il lockdown una sfida per migliorarci») e alla famiglia, si è regalato un lampo gioioso da giamburrasca con i coriandoli blu nella zazzera rossa («Certo che mi sono emozionato: sono umano») e il n.37 del ranking. Pausa, sorriso: «Bello, ma ora comincia il lavoro duro».

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

La ricetta di Nadal (Bertellino). Swiatek e Jabeur, le stelle cadenti (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 19 agosto 2022

Pubblicato

il

La ricetta di Nadal (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Giornata di ottavi di finale nel draw maschile del Masters 1000 di Cincinnati. Si è aperta sul Center Court con l’incontro tra un giocatore di casa, Taylor Fritz, già a segno nel 2022 nell’analogo torneo di Indian Wells, ed il russo Andrey Rublev. Tre a due in favore di Fritz i precedenti, con l’ultimo giocato proprio in semifinale a Indian Wells. Lotta serrata nel primo set, deciso al tie-break in favore del tennista dell’est. Immediata la reazione dell’americano, più propositivo ed efficace al servizio rispetto alla prima parte di gara. Il numero 13 del mondo si è portato sul 5-2 e servizio nella seconda fazione prima dello stop per medical time-out chiesto dal russo (problemi alla schiena). Fritz ha pareggiato i conti rinviando al terzo set l’esito definitivo del confronto. Un’altra battaglia tra i due nella quale è stato più lucido l’americano che ha tenuto botta ed elevato il suo gioco nella fase finale della sfida, conclusa 7-5 al terzo. Sul Grand Stand, sono scesi in campo il numero 1 del mondo Daniil Medvedev, che per ora ha salvato la prima posizione nel ranking mondiale vista la prematura eliminazione di Rafael Nadal e Denis Shapovalov. In perfetta parità i precedenti (2-2). Medvedev ha salvato tre palle break nel secondo game, poi si è involato sul 3-1. Reazione del mancino nordamericano che gli ha consentito di tornare nel set sul 4-4. Match spettacolare che ha alzato via via il livello. Medvedev non ha mollato la presa e ha centrato nella fase calda del confronto il break decisivo per la conquista del primo set. Ancora grande equilibrio nel secondo con il miglior Shapovalov di stagione, ma Medvedev si è confermato ancora una volta un muro di gomma, in grado di trovare anche passanti impossibili e trasformarsi in attaccante come accaduto nel game finale dopo aver tolto il servizio al canadese in quello precedente. Ora il russo troverà Fritz in un match dal pronostico aperto. È salito nei quarti anche il greco Stefanos Tsitsipas che ha piegato a suon di vincenti il sempre ostico argentino Diego Schwartzman. Intanto Rafael Nadal è tornato sulla sconfitta subita al 2° turno, dopo il bye del primo, per mano del croato Borna Coric, reduce da due anni travagliati per gli infortuni: «Devo entrare in modalità Slam per essere competitivo a New York – ha detto il maiorchino – e allenarmi al meglio nei prossimi giorni sempre monitorando le risposte del mio fisico. Conosco la strada e la cosa principale per me è rimanere in salute. L’ultimo periodo è stato difficile da gestire, onestamente. In particolare l’ultimo mese e mezzo non è stato affatto facile, perché avendo questa lesione all’addome, non sai mai quando sarai al 100% e supererai definitivamente il problema, e certamente ciò influisce sulla tua sicurezza nel servire. Quindi mi ero detto prima del torneo, che avrei dovuto fare un passo avanti ed è successo, il gioco è stato fatto come si doveva, ma complimenti a Borna per il tennis espresso».

Swiatek e Jabeur, le stelle cadenti (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

La notte di San Lorenzo è passata, ma al Wta 1000 di Cincinnati cadono davvero le stelle. Gli ottavi del Western e Southern Open sono infatti fatali a Iga Swiatek, Anett Kontaveit e Ons Jabeur, rispettivamente n.1, n.2 e n.5 del mondo. Fa effetto, in particolare, l’uscita di scena della polacca. La 21enne di Varsavia ha trovato sulla sua strada una Madison Keys particolarmente ispirata, almeno fino a quando ha realizzato di essere vicinissima al colpaccio, mentre Swiatek ha commesso tanti gratuiti, tanto da incassare un parziale negativo di 9 game a zero (dal 3-2 in suo favore). Con un moto d’orgoglio ha annullato tre match-point sullo 0-5 e, lasciando andare il braccio mentre l’avversaria si irrigidiva, è tornata in scia recuperando i due break di svantaggio (4-5), rimonta che si è fermata sul più bello e la 27enne di Rock Island, n.24 del ranking, ha potuto festeggiare il primo successo in carriera contro una n.1 del mondo. «È una sensazione speciale, anche perché a Indian Wells quest’anno lei mi aveva seccamente battuta. Dal punto di vista emotivo è stata dura non riuscire a chiudere la partita, però alla fine ce l’ho fatta, grazie anche al supporto di questo pubblico caloroso. Ed è la dimostrazione che posso giocare a un livello di tennis notevole, anche se a volte il mio corpo non se lo ricorda…», il commento a caldo di Keys. Dopo l’uscita di scena prematura anche a Toronto, per la Swiatek questo potrebbe essere un campanello d’allarme in vista dell’imminente Slam newyorchese. In contemporanea salutava anche l’estone Kontaveit, n.2 della classifica mondiale e del seeding, piegata in rimonta dalla cinese Shuai Zhang n.44 Wta. Stessa sorte anche per la tunisina Jabeur, n.5 del mondo e del tabellone, caduta sotto i colpi della ceca Petra Kvitova, n.28 del ranking, che ha dominato il primo e il terzo set dopo un leggero calo di tensione nella seconda frazione, risoltasi al decimo game dopo ben 18 punti. La 27enne di Ksar El Heller, finalista a Wimbledon, aveva già sofferto parecchio nel turno precedente dovendo annullare tre match-point all’americana Catherine McNally, n.179 Wta, e di fronte alla potenza del servizio e alle accelerazioni della 32enne mancina di Bilovec poco ha potuto, finendo per commettere tanti errori (30 in totale).

Continua a leggere

Rassegna stampa

Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

Pubblicato

il

Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

Pubblicato

il

Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement