ATP Finals: il duo Matusa rischia grosso con il duo Primavera. Azzardo il mio favorito e…

Editoriali del Direttore

ATP Finals: il duo Matusa rischia grosso con il duo Primavera. Azzardo il mio favorito e…

Voi votate il vostro e la finale. Finora decisamente migliori gli young gen Thiem e Medvedev nel round robin. Fino a che punto conta l’esperienza degli old-gen Djokovic e Nadal?

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Alla fine sono arrivati alle semifinali di questo Masters di fine anno (che si temeva non si potesse neppure giocare) tutti i primi quattro tennisti del mondo. Normale? Beh, mica tanto. Non era più successo dal 2004. Allora i 4 furono Federer, Roddick, Hewitt e Safin. Direi che, vista la facilità con cui Federer aveva preso a sbarazzarsi di Roddick e Hewitt, ma anche di Safin, questo quartetto di semifinalisti 2020 si presenta certamente come molto ma molto più equilibrato.

Possono davvero vincere tutti. Non come nel 2004 quando Federer era il netto favorito e, salvo che per la mina vagante Safin, nessuno avrebbe scommesso un euro su Hewitt e Roddick. Federer – vi ricordo – ha avuto a fine carriera un bilancio di 21 a 3 con Roddick, di 10 a 2 con Safin, di 18 a 9 con Hewitt, con il quale perse tante delle prime volte… ma già a partire dal 2004 prese a batterlo quasi tutte le volte, 4 su 4.

È anche per questi risultati a senso unico che qualcuno – certo fra i non simpatizzanti di Roger – ha parlato non del tutto a sproposito al di là degli schieramenti ideologici diweak era” agli albori dell’avvento del campione svizzero. Lo so che c’è stato anche un 16-14 con Roddick nella finale di Wimbledon 2009, ma delle ultime 18 partite contro Andy (dal 2004 in poi) Federer ne ha vinte 16.

 

Nel quartetto di quest’anno, previsto per tre quarti dai bookmaker alla vigilia del torneo dal momento che pagavano il sesto trionfo di Djokovic a 2,5, il primo di Nadal a 5, il primo di Medvedev a 6 mentre il primo di Thiem era a 8,5, preceduto dal secondo di Zverev a 7, il primo di Rublev a 11, il secondo di Tsitsipas a 12, il primo di Schwartzman a 26, un superfavorito onestamente non c’è. E ho sentito i pronostici di tanti ragazzi.

Le quote del torneo nel momento in cui scrivo ancora non le conosco, ma potrebbero essere cambiate sensibilmente, perché Medvedev è sembrato il tennista più in forma e non solo perché ha vinto tre partite su tre, ma per come le ha vinte. Con una maggiore attenzione avrebbe potuto vincerne tre anche Thiem, ma a semifinale raggiunte ha perso un match con Rublev che magari in una situazione psicologica diversa avrebbe forse vinto.

Thiem ha battuto Nadal nel round robin, Medvedev ha fatto altrettanto con Djokovic. Nel doppio conflitto generazionale di queste due semifinali – sì il duo Matusa contro il duo Primavera, proprio come si chiamava su Tele+ il duo Clerici-Tommasi e il duo Lombardi-Scanagatta – si dovrebbero considerare favoriti i due “vecchietti” perché più esperti, o i due “giovanotti” perché migliori nel round robin, più freschi e apparentemente più in forma continua?

Non è una scelta facile. Fossimo stati alla fine di una stagione super intensa avrei pensato che i “vecchietti” potessero essere più logori, però questo non è il caso per il 2020. I successi dei vari Dimitrov, Zverev e Tsitsipas, sono stati forse determinati proprio dalla loro maggior freschezza. In fondo anche Murray rovesciò la leadership di Djokovic nel 2016 perché dopo quattro Slam di fila vinti da Djokovic fra il 2015 e il 2016, il serbo entrò in crisi e lo scozzese invece infilò una striscia pazzesca fino a detronizzarlo proprio sul traguardo finale. Ma, al di fuori dei Masters ordinari, la storia dei FAB (3 o 4 che fossero) dice che sono state tantissime le volte in cui loro sono stati capaci di produrre, giorno dopo giorno lungo il corso di un torneo, un tennis sempre migliore.

Di sicuro in prospettiva Thiem e Medvedev sembrano oggi i più probabili successori al trono dei Fab 4. L’austriaco ha già vinto uno Slam a New York ed è stato finalista al Roland Garros e in Australia. Medvedev trascinò Nadal al quinto set a New York un anno fa e sembra molto più sicuro di sé di quanto lo fosse un anno fa qui a Londra, sebbene nel 2019 avesse disputato sei finali in un’estate travolgente.

Meglio di così questo torneo non poteva finire. Avremo oggi due rivincite di finali Slam, oggi alle 15 quella dell’Australian Open 2020, Djokovic-Thiem vinta dal serbo 6-4 al quinto, stasera alle 21 quella dell’US Open 2009, Nadal-Medvedev, vinta anche quella – idem con patatine – 6-4 al quinto dal maiorchino.

Rafa Nadal e Daniil Medvedev – US Open 2019 (photo by Darren Carroll/USTA)

All’epoca delle due finali Slam non è sembrato affatto un caso che i due campioni più titolati ed esperti vincessero il torneo come era in fondo pronosticato dai più. Diversi mesi dopo, 15 e 10, le gerarchie non paiono più così definite. I più giovani hanno fatto sicuri progressi, i meno giovani forse no. È vero però che quando hai perso tre volte su tre con il tuo avversario Nadal – che Daniil ha detto essere stato un suo idolo quando era ragazzino – non è semplicissimo dimenticarselo.

Una settimana fa – ma l’ho già scritto ieri elencando sei punti a… sfavore delle chance di Rafa di imporsi in questo torneo – Nadal sembrava competitivo all’80/90 per cento. Però dopo averlo visto contro Tsitsipas (e anche con Thiem dal quale ha perso di stretta misura) le prospettive sembrano cambiate. Nessuno oggi si meraviglierebbe più se Rafa scrivesse un’altra pagina di storia che potrebbe cominciare battendo stasera Medvedev per proseguire domani contro il vincente fra Thiem e Djokovic. Se Nadal battesse Medvedev io credo proprio che in finale Rafa preferirebbe rigiocare con Thiem piuttosto che con Djokovic con il quale, al di fuori della terra rossa ha troppi brutti ricordi. E per ragioni certamente anche tecniche.

Penso che Rafa tema di più il miglior Djokovic. E se Djokovic avesse battuto anche Thiem dopo Zverev  potrebbe uscir fuori il miglior Djokovic anche se non tutti se lo aspettano più. Vorrebbe dire che la sua orribile partita contro Medvedev era stata un caso e in buona parte legata a tutto quanto successo nei corridoi della politica.

Il fatto che Djokovic abbia vinto 23 degli ultimi 25 tie-break la dice lunga sulla sua capacità di alzare l’asticella (una delle frasi predilette da Paolo Bertolucci…) quando arriva il momento giusto di giocare i punti che contano di più.

Contro Zverev per la verità Djokovic, tie-break a parte, non è che mi sia piaciuto troppo: l’ho trovato troppo passivo… ma potrebbe essere che dopo essere stato accusato d’essere stato troppo impaziente, di essersi lanciato troppo allo sbaraglio contro Medvedev, Nole abbia stavolta esagerato in senso opposto. Pochissimi vincenti, partita di pura attesa per gran parte dei game.

È proprio vero che ogni partita fa storia a sé. Ed è anche vero che è di solito difficile battere due volte lo stesso avversario nello stesso torneo, come capita soltanto in un torneo dalla formula round robin. E qui sono tutti grandi avversari. Quindi per Thiem non sarebbe facile battere Nadal due volte di fila. Sia Rafa sia Dominic lo sanno.

Fra Thiem e Djokovic ci sono 11 precedenti, 7 vinti da DjokerNole e 4 da Dominator. Le più facili da ricordare sono quella vinta 7-6 al terzo un anno fa da Thiem nelle semifinali dell’ATP Finals all’02 Arena e – l’ho appena citata – quella rivincita che Djokovic si è preso Djokovic all’Open d’Australia al termine di una partita ugualmente incerta.

Novak Djokovic e Dominic Thiem – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Tutti hanno buonissime ragioni per cercare di vincere, al di là dell’innata competitività senza la quale non sarebbero mai diventati quei grandi campioni che sono. A parte il fatto che nessuno sa di sicuro quando si potrà rigiocare a tennis – in Australia quasi certamente sì, ma quando? – i due vecchietti sono inesauribilmente sempre affamati di nuovi record.

Djokovic ha addirittura due obiettivi. Eguagliare i sei trionfi a Londra di Roger Federer, superare le 39 vittorie di Ivan Lendl nei Masters ATP di fine anno. Battendo Zverev ha raggiunto quota 38. Lendl era stato finalista per nove finali di fila dall’80 all’88.

Nadal potrebbe finalmente vincere, 15 anni dopo il suo ultimo trionfo indoor (Coppa Davis esclusa), il suo primo Masters alla decima partecipazione londinese dopo due finali perdute (2010 e 2013).

Thiem e Medvedev hanno l’ambizione di succedere nell’albo d’oro delle finali ATP a un tris di giovani campioni che non erano pronosticati Maestri alla vigilia di quei tornei e che poco fa ricordato: Dimitrov nel 2017 (dopo Djokovic 2015 e Murray 2016), Zverev nel 2018, Tsitsipas nel 2019. Hanno quell’ambizione anche se i tre ultimi Maestri hanno vissuto annate tutt’altro che memorabili dopo il loro trionfo all’02 Arena. Vorrà dire che il vincitore… toccherà legno.

Mentre fra Nadal e Medvedev credo che le relazioni siano superbuone, seppur non troppo ravvicinate, fra Djokovic e Thiem forse non sono così buone. Quando si è chiesto a Thiem se avesse avuto mai intenzione di aderire alla PTPA lui ha dato una risposta sincera che a Djokovic non avrà fatto certamente piacere: “Non vedo la ragione di essere scontenti dell’ATP che ha fatto un ottimo lavoro… ma ciascuno è libero di pensarla come vuole”. Sic.

A suo tempo Thiem si era anche lasciato andare a dichiarazioni poco apprezzate dai giocatori meno forti: “Non vedo perché dovrei rinunciare a dei soldi per darli a giocatori che non sono troppo seri professionisti, che non lavorano sempre abbastanza duramente”. L’austriaco è tipo che dice pane al pane e vino al vino. Magari chi è più politically correct da alcuni viene più apprezzato. A me, anche quando non lo condivido, piace così.

Djokovic, più generoso – se non altro del suo tempo e dell’ impegno messo nell’occuparsi di problemi che sembrano stare meno a cuore dei top-players come Federer e Nadal –  ha perso certamente un po’ di credibilità per quanto accaduto durante l’Adria Tour (una sfortuna un po’ cercata), allo US open (una sfortuna meno cercata), e anche nella scarsa diplomazia nel condurre una battaglia altrimenti sacrosanta in favore dei giocatori economicamente meno autosufficienti. Di certo questi giocatori non hanno ricevuto grande aiuto da parte degli organizzatori dei tornei che in seno all’ATP dividono il potere politico-economico con i tennisti.

Djokovic ha ricordato che Thiem era nato come tennista più forte sulla terra rossa: “Ma è uno che ha sempre lavorato più duro di tanti e ha migliorato ovunque, tanto che il suo primo Slam lo ha vinto sul cemento e l’anno scorso mi ha battuto qui. Speriamo di dar vita a un altro grande match – ha concluso – ma con un risultato diverso…”.

Voglio concludere anch’io questo lungo articolo… esponendomi al pubblico ludibrio e sbagliando il mio pronostico per le semifinali e anche per l’eventuale finale. Lo faccio secondo il noto detto ‘tommasiano’ che dice che i pronostici li sbaglia solo chi li azzarda; vi rivelo una mia malignità, secondo me Rino lo coniò perché il suo “compagno di merende” Gianni Clerici tendeva spesso a sottrarvisi rifugiandosi in battute originali e acute quanto geniali perifrasi.

Pronti a rinfacciarmi la cattiva profezia vita natural durante: penso che Nadal batterà Medvedev e in finale anche Thiem, nel caso che l’austriaco batta Djokovic come io penso che farà avendo visto Novak palleggiare così piano e corto con Zverev (o anche così fallosamente quando ha cercato di giocare più brillante contro Medvedev). Però, attenzione, penso anche se invece io mi sbagliassi e Djokovic battesse Thiem allora in finale Nole batterebbe anche Rafa.

Preparatevi a sbeffeggiarmi, però già che ci siete chi legga questo articolo fino in fondo (lo so, è dura) esprima fra i post le proprie previsioni. Poiché sbaglieranno in tanti, almeno non sarò solo.

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Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

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Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

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Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

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All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

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Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

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ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

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