La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il rinascimento del tennis italiano

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il rinascimento del tennis italiano

Martucci ricorda e Bertolucci pennella. Sull’onda prospettica della nouvelle vague italiana è giunto il momento di rileggere con serenità gli ultimi quarant’anni del tennis italiano, una ricchissima zona grigia posta tra Panatta-Barazzutti-Bertolucci e Sinner-Berrettini-Musetti

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Jannik Sinner e Lorenzo Musetti - Roma 2019 (foto Felice Calabrò)
 

Martucci V. Bertolucci P.., Il rinascimento del tennis italiano, Pendragon, Bologna, 2020, pp. 204.

Negli studi filosofici e sociali più evoluti il passato non è solo una porta chiusa o una cosa irreversibile posta dietro di noi ma un oggetto plastico paradossalmente modificabile solo dal presente. Per farla breve quello che sembrerebbe un piccolo rinascimento italiano con la racchetta, sostenuto dai risultati e più ancora dalle promesse dei vari Musetti, Sinner, Berrettini, Sonego e Cecchinato ci permette finalmente uno sguardo sereno sugli ultimi quarant’anni di tennis tricolore. Per chi l’ha vissuto un medioevo infinito, cominciato con l’uscita di scena di Panatta, che sembrava non dover finire mai. Quasi una maledizione. Chi ha un’età compresa tra i zero e cinquant’anni anni sa di cosa parlo.

Mentre francesi, svizzeri, argentini, slavi, russi, brasiliani, spagnoli ecc, si dividevano gli Slam, noi solo qualche raro torneo minore o al massimo esaltazioni per qualche partita di Davis. Ovviamente si parla del tennis maschile, perché quello femminile, col quale si apre la rilettura degli ultimi 40 anni di tennis italiano di Martucci e Bertolucci, è invece una pagina straordinaria che probabilmente ha avuto effetti notevoli anche negli uomini. Partendo dalla generazione Reggi, Cecchini e Farina, le ragazze hanno indicato la strada: lavoro duro, respiro internazionale e tagliare il cordone ombelicale dei centri federali. Un gruppo solido di ragazze che facendo gruppo, come nel ciclismo, alzano l’asticella reciproca arrivando vicino alle migliori.

In questo clima di sana competizione piovono lampi di luce nel buio medioevo italiano. L’indimenticabile partita di Laura Golarsa a Wimbledon a due punti dall’immortalità, Linda Ferrando che a suon di volèe elimina Monica Seles, gli exploit romani del tennis celebrale di Adriana Serra Zanetti, fino alla sintesi di quella generazione, il numero 11 del mondo raggiunto in tarda età da Silvia Farina “elegante nei movimenti, pulita nelle esecuzioni, forse troppo femminile nell’animo” per dirla con le parole di Bertolucci. È un gruppo che lascerà ambizioni e metodo alla generazione successiva, quella irripetibile che ci farà commuovere davanti agli occhi smarriti di Francesca Schiavone a Parigi e al miracolo Newyorkese in cui due ragazze pugliesi salgono in cima al mondo nello Slam più duro, mentre, per quanto riguarda il gradino più alto a squadre, quelle ragazze con l’aggiunta di Sara Errani domineranno la scena per un decennio.

Quel patrimonio etico, quell’attitudine, arriverà fino all’attuale generazione rinascimentale con i vari Sinner o Berretini, o Musetti che ormai hanno reciso quell’ombra di provincialità squisitamente politica che tanto ha pesato nel tennis italiano. In mezzo, come dicevo il Medioevo, due generazioni di incompiuti che riletti senza l’angoscia della maledizione risultano oggi molto più interessanti di quanto ci sono sembrati in sincrono. È la parte più corposa del libro. La cronaca delle carriere, le analisi caratteriali e le pennellate descrittive di Bertolucci, si confondono con la mia biografia e con la mia passione smodata verso gli eroi “just for one day”.

Le precise pagine di Martucci e Bertolucci diventano dei trampolini per la mia memoria e mi rivedo con gli occhi umidi davanti a quella fotocopia artigianale di McEnroe che risponde al nome di Gianluca Pozzi, il cavaliere bianco venuto dalla provincia che ha fatto un patto con il dio del tennis: se non tirerai mai, ma proprio mai un rovescio in top io ti trasformo in un mc in bianco e nero. Se vi sembra eccessivo chiedere ad Agassi. O mi vedo con gli occhi di mia madre mentre mi guarda stupita saltare sul divano in sincrono con i turborovesci di NeuroCané che hanno spaventato Lendl a Wimbledon e mandato in manicomio Wilander. Perché il medioevo tennistico italiano è stato questo, se c’era un gran dritto non c’era rovescio, se c’erano dritto e rovescio le gambe erano di pietra, se c’erano anche le gambe il problema era nella testa.

Il medioevo italiano è un lungo elenco di curiosissimi giocatori a cui mancava sempre un pezzettino per fare bingo. A me piacevano per questo e me li ricordo così: Bum Bum Camporese che non si spettinava nemmeno nella galleria del vento, con servizio e dritto al fulmicotone e le gambotte di mia nonna. Uno che ha fatto stare il Bum Bum vero per cinque ore e cinque set in campo. Mosé Navarra, bello come un attore che nei giorni buoni poteva giocare come McEnroe, solo che quei giorni non sono mai arrivati. Diego Nargiso con un servizio e volée perfette per l’erba ma aperture così ampie nei fondamentali buone solo per la sabbia. Cristiano Caratti con il suo stupendo schiaffo al volo di rovescio, uno che sapeva fare tutto, ma pesava 28 chili.

Furlan che non ha mai sorriso in vita sua. Pescosolido che a 50 anni gioca meglio che a trenta. Sanguinetti con un rovescio simile a Mecir e l’aria perenne di uno studente del college al primo esame. Il libro in realtà è quasi filmico o documentaristico nel suo incedere preciso, ma io i nostri eroi just for one day me li ricordo così: Bracciali servizio da dio, risposta da dio, volée da dio e ancora non ha capito come ha fatto a vincere solo un torneo. Gaudenzi, troppo intelligente per essere anche fortunato. Starace schiena di vetro, palla corta di dritto e le partite migliori con Nadal su terra rossa in cui la sconfitta era sicura. Volandri intimamente convinto che il cemento fosse sinonimo di criptonite, insomma un enorme affresco cubista in cui c’era sempre qualcosa fuoriposto e che troverà la sintesi di questo vorrei ma non posso in Fognini, il talento più brillante dai tempi di Panatta, uno che può vincere, e ha vinto con tutti, ma proprio tutti, ma che ha sempre perso la partita successiva.

Fognini rappresenta l’anello di congiunzione con la generazione del rinascimento. Accanto a lui Lorenzi che ha cominciato a vincere quando gli altri andavano in pensione, Bolelli che schioccava la palla come Federer e in cambio il solito dio cattivo non gli ha mai consentito di vincere tre partite di seguito e infine il rispettabilissimo e rispettatissimo Andreas Seppi, il vero alter ego di Fognini, la sua metà mancante, il calco del professionista che incuberà la successiva generazione che ha visto il vagito, o la fine della maledizione, nella semifinale di Parigi di Cecchinato. Come per incanto subito dopo è arrivato Berrettini, la cui intelligenza e voglia di migliorare compensa un rovescio non all’altezza del drittone e del servizio killer, e nemmeno il tempo di esaltarci che i progressi dell’albatros Sinner (sgraziato quando cammina, fluidissimo quando colpisce), Musetti e Sonego sembrano spalancare orizzonti innominabili fino a poco tempo fa.

Dietro la carrellata di tennisti c’è sullo sfondo la questione politica, una patata bollente che ha pesato come un macigno negli anni della maledizione, tra boicottaggi Davis e ostracismi. Oggi le relazioni politiche tra la federazione e i centri indipendenti sembrano incentrate su una reciproca collaborazione che si è sostituita alla lunga notte dei coltelli. Il clima sembra riverberarsi magicamente sui rapporti tra i nostri giocatori che sembrano sinceramente amici immersi in una sana competizione che ricorda molto da vicino quello della Golden age delle donne. Su questa tema, squisitamente politico e che forse il libro implicitamente attribuisce tutti i meriti all’attuale dirigenza, invito una sana operazione di incrociare i dati con i recenti editoriali del nostro direttore, al fine di avere una lettura più tridimensionale e probabilmente più completa.

 

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Premio “Gianni Mura”: vince Giorgia Mecca con “Serena e Venus Williams, nel nome del padre” come miglior libro sul tennis

Il libro sulle sorelle Williams si aggiudica, alla prima edizione, il premio “Gianni Mura” a Palazzo Madama e riceve la menzione speciale della giuria

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Sabato 12 novembre, una settimana prima che anche il direttore Ubaldo Scanagatta varcasse la soglia di Palazzo a Madama per chiudere la rassegna stampa di 8 giorni di ATP Finals, prendeva vita la prima edizione del premio Gianni Mura. Un premio intitolato a uno dei più illustri giornalisti sportivi italiani, storica firma del giornale Repubblica, scomparso a Senigallia nel marzo del 2020.

Giorgia Mecca, nata a Torino nel 1989, scrive per il quotidiano “Il Foglio”, per l’edizione torinese del “Corriere della Sera” e con il suo libro “Serena e Venus Williams, nel nome del padre” edito da 66thand2nd si è aggiudicata il premio con la menzione speciale della giuria come miglior libro sul tennis. Un libro che racconta la storia di due giovani tenniste di colore e del sogno di loro padre: farle diventare le più grandi.

Diciassette capitoli racchiudono in questo libro la forza, la paura, la tenacia e anche la vergogna di credere in un sogno. Un sogno che il padre di Serena e Venus aveva già in serbo per loro ancor prima che nascessero e che ha ispirato la giovane giornalista torinese a farne un libro di successo. Giorgia Mecca nei suoi capitoli ci racconta come queste due tenniste un giorno abbiano dovuto smettere di essere sorelle e siano dovute diventare avversarie. Ripercorre numerose sfide, la prima di tante nel capitolo intitolato “18 gennaio 1998 – Venus 7-6 6-1” dove racconta il giorno in cui Venus e Serena, al secondo turno degli Australian Open, hanno iniziato a giocare una contro l’altra. Ma ripercorre anche un’infanzia a tratti molto difficile e una storia di famiglia, più unica che rara. Questa la citazione più celebre del libro premiato: “Sono state nere in un mondo di bianchi, potenti in uno sport elegante, urlanti in un campo che richiede silenzio. Sempre dalla parte sbagliata. Per provocazione (loro), e per pregiudizio (altrui). Nel nome del padre due figlie sono state le prime afroamericane con la racchetta in mano, per non essere le ultime”.

 

Dopo aver elogiato il famoso giornalista sportivo Gianni Mura, la giornalista torinese, commossa e felice, ha chiuso così il discorso di ringraziamenti per aver ricevuto il premio: “Se anche loro si sono concesse di cadere qualche volta, forse dovremmo imparare a concedercelo tutti ogni tanto”.

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Esce oggi “Il Grande Libro di Roger Federer”, 542 pagine con il racconto (e i dati) dei giorni più memorabili del fenomeno svizzero

Stagione per stagione l’autore Remo Borgatti ripercorre tutta la sua straordinaria carriera. Tutti i suoi incontri, curiosità e statistiche, anche in rapporto alle caratteristiche tecniche degli avversari, da Nadal a Djokovic, Murray e Wawrinka, a seconda delle superfici

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

IL GRANDE LIBRO DI ROGER FEDERER

AUTORE: REMO BORGATTI

PAGINE:  542

 

EURO:  24,00

EDITORE:  ULTRA SPORT

Autore del libro è Remo Borgatti, uno dei primissimi collaboratori di Ubitennis. Suo è il racconto ‘Uno contro tutti’ che ripercorre l’avvicendarsi di tutti i numeri 1 della storia del tennis, pubblicato a puntate su Ubitennis. Lo potete trovare a questo link.
Tra le sue rubriche c’è anche ‘Mercoledì da Leoni’, racconti di imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. La serie la potete trovare a questo link.

Di Roger Federer, nel corso della sua lunga e meravigliosa carriera, si è detto e scritto di tutto. Il ritiro ufficiale, avvenuto durante lo svolgimento della Laver Cup di Londra, ha soltanto messo la parola fine a una vicenda umana e agonistica che ha cambiato per sempre la storia del tennis e più in generale dello sport. Nel volume dal titolo “IL GRANDE LIBRO DI ROGER FEDERER” (Ultra Edizioni, 542 pagine, 24 Euro), Remo Borgatti ha raccolto ed elaborato tutti i risultati e i numeri fatti registrare dal campione elvetico. Il libro è sostanzialmente diviso in due parti. Nella prima, ricca di testo, viene passata in rassegna tutta la carriera di Federer stagione per stagione e nei suoi 150 giorni più significativi. Nella seconda, vengono elencati in ordine cronologico tutti gli incontri disputati nel circuito e negli slam, con tanto di statistiche e percentuali, oltre a una serie di tabelle analitiche che vanno a sviscerare anche gli aspetti più curiosi ed inediti, come ad esempio il bilancio vinte-perse in base alla superficie e alla categoria del torneo, o in base al seeded-player degli avversari o dello stesso Federer, o ancora in base alla mano (destro o mancino) e al rovescio (una o due mani) degli avversari. Poi c’è altro, molto altro. Probabilmente c’è tutto quello che un tifoso o un appassionato vorrebbe sapere su “King Roger” e che forse nemmeno Federer conosce così bene. Certo, nell’era di internet e del web molti di questi dati (ma non tutti) si trovano anche in rete e vien da chiedersi quale sia lo scopo di un lavoro del genere. Ma pensiamo che la risposta sia semplice e venga dalla passione e dalla volontà da parte dell’autore di analizzare e svelare il fenomeno-Federer mediante le sue cifre, data l’evidente impossibilità di spiegarlo attraverso i numeri che ha fatto sui campi di tennis di tutto il mondo.

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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