IU.ES.EI parte 2: chi vuol vedere giocare Isner? Mark Winters racconta il declino del tennis americano

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IU.ES.EI parte 2: chi vuol vedere giocare Isner? Mark Winters racconta il declino del tennis americano

Un amico del Direttore Scanagatta ci ha inviato una diagnosi “dall’interno” dei mali che affliggono la USTA. Chi vuol vedere giocare Isner?

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“Ho trovato “IU. ES. EI, dove sei (e pure l’Australia)?” un articolo affascinante”: sono le parole di Mark Winters, giornalista e allenatore statunitense che per questo motivo ha deciso di scrivere un suo contributo che abbiamo tradotto in italiano a beneficio dei lettori di Ubitennis.


[…] Trovo che sia un articolo affascinante soprattutto a partire dalla conclusione: “… la visione che si trae dai numeri che abbiamo presentato è parziale dato il campione limitato preso in esame – speriamo che il nostro lavoro possa almeno offrire qualche interessante spunto di riflessione”. Ubaldo e Steve Flink sono amici di tennis di lunga data; proprio perché lo sono, mi sento a mio agio nell’offrire “… alcuni interessanti spunti di riflessione”.

Come avrete potuto constatare, la domanda che è stata posta riguardo al declino degli Stati Uniti e dell’Australia nel tennis maschile è tremendamente complessa e non ci sono risposte “predefinite” su ciò che ha causato questo crollo. Inoltre, come detto da voi, i numeri non raccontano l’intera storia di ciò che è accaduto. Ho inviato il vostro articolo a un amico australiano, a sua volta di lunga data, che ha un passato da giocatore ma, cosa più importante, è stato parte del mondo del tennis “Down Under” per anni, e conosce a fondo il sistema Tennis Australia. Ha fornito alcuni spunti e io li offrirò in base alle mie esperienze con l’USTA. (Il mio background è il seguente: sono stato un giocatore dilettante; ho lavorato come allenatore della squadra nazionale maschile giovanile e medico specialista; e sono stato giornalista di tennis per cinquant’anni).

Sia negli Stati Uniti che in Australia, le federazioni nazionali di tennis hanno svolto un lavoro orribile. Cambiano continuamente rotta per quanto riguarda i piani e la direzione da seguire, il che si traduce in qualcosa di più di un messaggio ambiguo, molto simile a quello di un GPS che ti suggerisce il “ricalcolo” o “di fare inversione a U”. La politica e l’ego si aggiungono regolarmente per confondere ulteriormente la situazione. Questo è un paradosso visto nella maggior parte delle organizzazioni sportive, ma nel mondo del tennis la situazione è peggiore perché quelli che ricoprono ruoli di leadership, per la maggior parte, condividono una caratteristica: sono stati dei giocatori.

In generale, solo perché un individuo ha raggiunto lo status di élite in campo non significa che abbia la visione ad ampio raggio che è necessaria (essenziale è probabilmente una parola migliore) per creare programmi di sviluppo significativi e graduali. In qualità di responsabili (e lo stesso vale sovente quando ex-giocatori cercano di diventare allenatori), è difficile per loro andare oltre il loro modo di pensare lineare che è stato così utile quando erano in campo. Per loro il futuro era… la prossima partita, il prossimo torneo e poco oltre. Più precisamente, le federazioni “non creano un giocatore…”, ma dovrebbero offrire opportunità di viaggio e, cosa più importante, supporto finanziario, ma nel complesso queste organizzazioni devono accompagnare un giovane dalle fasi iniziali della carriera quando sta cercando di ottenere i primi punti necessari per avere un ranking ATP o WTA.

Questo è il motivo, e mi rendo conto che è così logico che spesso viene ignorato, per il quale gli allenatori locali, che comunicatori prima che insegnanti, sono così essenziali. Se sono in grado di stabilire solidi rapporti di lavoro con i responsabili della supervisione dei giocatori a livello nazionale, si ottiene un risultato vantaggioso per tutti… ma questo accade raramente per una serie di motivi dovuti alle differenze di personalità.

Come ha notato il mio amico, “è anche incredibile quanto le persone possano essere ingenue. Gli allenatori si mettono in contatto con un valido prospetto e poi lasciano passare molti anni, finché non è troppo tardi”. È come un’altalena, in realtà un metronomo, che ticchetta incessantemente. Alcuni allenatori ricevono complimenti e col tempo sviluppano un seguito simile a un culto. Altri, che non sono abili promotori di loro stessi, ottengono pochi riconoscimenti, anche se effettivamente potrebbero essere degli allenatori migliori rispetto ai primi. Ma, come si suole dire, “le menzogne vendono…”.

Il mio amico ha aggiunto: L’Australia è in una situazione di maggiore difficoltà nel panorama mondiale a causa della distanza. C’è anche il fatto che “gli europei sono meno inclini a pensare a sé stessi come truppe di un movimento sportivo nazionale, anche se un’eccezione è costituita dalla Francia. I giocatori del loro Paese si vedono come avversari, non come ‘il nostro numero uno al mondo’ di domani, come si è continuato a chiamare Ash Barty durante tutto lo scorso anno. Cioè, fino al momento in cui non è riuscita ad andare in finale nel ‘nostro’ torneo (l’Australian Open) come tutti noi australiani speravamo”.

Ashleigh Barty – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Negli Stati Uniti si possono utilizzare parole diverse ma il problema è lo stesso. Non appena ottengono qualche vittoria, i giovani vengono battezzati “il prossimo…”. La “benedizione”, per così dire, si traduce in analisi incredibilmente minuziose (in entrambi i Paesi) dopo un paio di buone prestazioni nei tornei. Coloro che sono coinvolti in questa “danza” cercano di tenere il passo, ma la musica cambia costantemente, e quindi le loro coreografie diventano confuse. Oggi, e sempre di più, vi è un ulteriore problema. L’allenatore del “fenomeno” è un genitore. Avendo fallito in uno sport competitivo, cerca di avere “una nuova carriera” come allenatore ma ha poca esperienza nel tennis giocato. Inoltre, essere genitori di un bambino non garantisce che l’individuo sia consapevole del bilanciamento emotivo che rappresenta una parte complessa dell’essere un allenatore/papà o un’allenatrice/mamma.

 

Come i lettori sanno, il tennis è uno sport complesso. Non solo un individuo deve avere qualche capacità atletica, ma l’abilità deve essere supportata da qualcuno (spesso la famiglia) e rafforzata dalla fiducia in sé stessi, insieme all’audacia o alla testardaggine (o entrambe). Forse ancora più importante è avere la capacità di affrontare la sconfitta e continuare a fare progressi. Per via di questi e di altri requisiti, il tennis negli Stati Uniti e in Australia non ha trovato atleti straordinari. Nella maggior parte dei casi vengono fuori, e parlo in senso ampio, dei “muratori” ma non degli “artisti”. (Sì, so che Federer, Nadal e Djokovic sono “creativi”, ma uno come Schwartzman è, e questo non è per essere offensivo, un ottimo “muratore”).

Un altro problema importante è l’attrattività. Con tutte le possibilità a livello sportivo presenti negli Stati Uniti e in Australia, perché il tennis dovrebbe essere particolarmente accattivante? È vero, è uno sport che si tramanda in famiglia, quindi diventa regolarmente parte del DNA dei suoi membri. Tuttavia, ci deve essere qualcosa di più per stimolare l’interesse per lo sport e, come ho sottolineato sopra, entrambe le federazioni hanno fallito quasi completamente nella comunicazione.

Come avete detto voi nel vostro articolo: quanto potrà essere affascinante John Isner? Sfortunatamente, lavorando attraverso le campagne sui social media, che sono notoriamente brevi, gli sforzi per richiamare l’attenzione sui giocatori sono diventati semplici notifiche. Nel vostro articolo, avete parlato di potenziali talenti come Brandon Nakashima e Rinky Hijikata e della loro posizione di “giovani promesse”, ma nessuno dei due organi di governo ha compiuto un nuovo sforzo per richiamare l’attenzione sul futuro del tennis. Vende ancora Lleyton Hewitt…

Il mio amico ha sottolineato: “Il ‘boom’ del tennis europeo ha coinciso con il crollo della cortina di ferro che ha creato una maggiore libertà per un vero mix competitivo”. Il tennis era un’attività della borghesia che ora era aperta anche al “popolo”. Cheryl Jones, mia moglie, che è stata una giocatrice molto rispettabile da giovane, ha scritto per anni di tennis (spesso per Ubitennis). Ha intervistato e scritto numerose volte su Jennifer Capriati. Uno dei commenti più eloquenti di Capriati è stato “avere il fuoco dentro per avere successo”. A molti giocatori statunitensi questo manca. Parlano di impegno, di quanto lavorano duramente, ma il più delle volte sono solo chiacchiere. Semplicemente non hanno “il desiderio ardente” perché non c’è davvero l’interesse o ispirazione di diventare qualcosa di più.

Qualche atleta vince qua e là è abbastanza per mantenere, così pensano queste persone, lo status di tennista. Per non esagerare “filosoficamente”, il tennis non consuma le loro anime. Ci giocano, si divertono e sono ricompensati dai loro risultati, ma quando viene chiesto loro di guardarsi dentro e rispondere a cosa significa essere un giocatore, lo si quantifica in vittorie e sconfitte… non in espressioni piene di emozioni. Voglio ringraziare nuovamente il vostro sito, e soprattutto l’autore Roberto Ferri per aver scritto il primo articolo. Ha suscitato molte riflessioni e ne sono grato, e spero che questo pezzo possa fare lo stesso.

Traduzione a cura di Giuseppe Di Paola

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L’ultimo scambio del coach dei coach: addio a Nick Bollettieri

A 91 anni, ci lascia il più grande coach della storia del tennis. La sua Tennis Academy, fondata nel 1978, ha cambiato per sempre il modo di approcciare al tennis professionistico

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Si è spento a 91 anni Nicholas James Bollettieri, meglio noto come Nick. Figlio di immigrati italo-americani, è stato il coach che più di tutti ha saputo cambiare l’approccio dei giocatori al tennis professionistico. Una vita dedicata a giovani tennisti talentuosi, che lo ha visto trascurare la propria vita privata, in cui si contano ben 8 mogli diverse e 7 figli, per dedicarsi al mestiere di “allenatore di tennis”, sebbene non abbia mai giocato un torneo in tutta la sua vita.

Laureato in filosofia, inizia la sua avventura nel mondo del tennis nei primi anni Settanta, diventando il direttore delle attività agonistiche al Dorado Beach Hotel a Porto Rico, di proprietà dei Rockefeller. Nel 1978 apre la sua Tennis Academy a Bradenton, in Florida – ora di proprietà della IMG. La vera rivoluzione introdotta da Bollettieri è stata quella di trasformare l’accademia in un luogo simile a college americano: i suoi allievi erano invitati a vivere all’interno dell’impianto, dove erano a loro disposizione campi da gioco aperti a tutti le ore, affiancati dall’offerta di numerosi corsi di studio compatibili con gli allenamenti. Secondo Nick, l’amore e la passione per il gioco erano l’elemento cardine per ambire alle vette della classifica mondiale. La sua lungimiranza gli ha permesso di capire, prima degli altri, la direzione futura del tennis: si può lecitamente considerare l’ideatore del power tennis, basato sulla potenza e la forza degli scambi da fondo campo. Forse, in fondo, più che capire in che direzione stava andando il tennis, è lui stesso ad averne indicato la strada.

Ben 12 dei suoi allievi hanno raggiunto la vetta delle classifiche ATP e WTA: Andre Agassi, Jim Courier, Marcelo Rios, Pete Sampras, Jennifer Capriati, Jelena Jankovic, Martina Hingis, Monica Seles, Maria Sharapova e le sorelle Williams.

 

È l’uomo che impose ad Andre Agassi il rovescio a due mani perché, secondo lui, era il colpo migliore per vincere i grandi tornei: in un tennis sempre più rapido, il rovescio a una mano sarebbe diventato un problema. Lo stesso Agassi, nella sua biografia Open, ha parlato molto degli allenamenti alla Bollettieri Academy, criticando aspramente i metodi utilizzati, a suo dire, troppo duri. Anche oggi, chi sceglie di varcare la soglia dell’Accademia deve accettare rigide regole che coinvolgono tutti gli aspetti della vita: dall’alimentazione allo studio, dalla fatica fisica alla preparazione mentale.

Bollettieri è stato anche il primo ad applicare il concetto di mental coaching e a dare risalto all’aspetto mentale dei giocatori. A Milano, nel 2015, in occasione della presentazione della sua ultima fatica editoriale, Bollettieri su Sharapova e Seles aveva detto Nessuna delle due era un’atleta, ma erano entrambe forti mentalmente”.

La sua formula per essere un ottimo coach Capire chi sono i tuoi allievi, anche le loro manie. Non si tratta di insegnare a colpire una palla, ma aiutare i giocatori 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, 365 giorni all’anno”.

Nick ci lascia con una grande eredità che, siamo certi, non sarà lasciata cadere nel vuoto. Dopo aver letto o ascoltato le sue parole, si rimane con la sensazione di aver assistito a una vera lezione di vita che si adatta bene a qualsiasi contesto dell’esistenza umana, non solo all’interno del rettangolo da gioco E come diceva lui stesso, “tutte le persone grandi nella vita devono fare errori, se non commetti errori non puoi diventare una grande persona”.

Buon viaggio Nick.

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Una contro tutte: Chris Evert ed Evonne Goolagong

Dal 1975, 28 giocatrici hanno occupato la prima posizione del ranking mondiale: ripercorriamo le loro storie. Le prime due furono Chris Evert ed Evonne Goolagong

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Dopo la rubrica UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP di Remo Borgatti, vi proponiamo anche la versione WTA a cura di Viola Tamani: UNA CONTRO TUTTE. Primo episodio dedicato alle carriere di Chris Evert ed Evonne Goolagong


Il tennis mi ha aiutato a darmi un’identità e mi ha reso qualcuno. Christine Marie Evert

Con due anni di ritardo rispetto ai colleghi uomini, dal 3 novembre 1975 anche il circuito femminile fu dotato di una classifica computerizzata che permise di definire l’accesso ai diversi tornei, fino ad allora a discrezione degli organizzatori. Il primo nome che uscì da questi complessi calcoli fu quello della statunitense Christine Marie Evert, a tutti nota come Chris. Nata nel 1954 a Fort Lauderdale, in Florida, iniziò a giocare a tennis nel campo comunale in terra rossa della sua città natale a soli 5 anni.

 

Il padre, Jimmy Evert, era un maestro di tennis e iniziò al tennis tutti e cinque i suoi figli – tutti vincitori dei National Juniors Championship -, forse ignaro di avere tra la progenie la futura stella del tennis americano.

Il primo grande exploit fu durante un piccolo torneo in North Carolina nel 1970. A soli 15 anni, Chris sconfisse l’allora numero uno Margaret Court in due tie-break. L’anno seguente, quando gli US Open si giocavano ancora sull’erba di Forest Hills, Evert infilò una serie di inaspettate vittorie che le consentirono di giocare la sua prima semifinale Slam, contro Billie Jean King. La stessa King ha detto di lei: “Chris non gioca game o set, ma solamente punti”.

Evert fu l’artefice di una piccola rivoluzione tennistica; fu la prima ad utilizzare il rovescio a due mani che, nella mente del padre-coach, avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea: infatti Chris, alle prime armi con la racchetta, era troppo piccola e minuta per colpire con una sola mano. Crescendo, decise di non abbandonarlo e anzi, ne fece il suo marchio di fabbrica. Ad oggi, più dell’80% delle top 100 usa il rovescio bimane. Degli insegnamenti di suo padre, dirà lei stessa, ha osservato sempre tre fondamenti che la accompagnarono per tutta la carriera: porta la racchetta dietro, affiancati, fai sempre passo avanti quando colpisci.

Il dominio di Evert fu pressoché incontrastato fino al 1982. Dal 1975 al 1978 conservò la prima posizione del ranking, ceduta per sole due settimane nell’aprile del 1976 all’australiana Evonne Goolagong.

La carriera di Evert è costellata di record. Nel triennio 1975-1977 vinse le uniche tre edizioni degli US Open tenutesi sull’Har-Tru, la terra verde americana. Ed è proprio sulla superficie più lenta, la prima su cui iniziò a giocare da bambina, che Chris Evert ottenne i suoi migliori risultati. A soli 19 anni, vinse il primo dei sette Roland Garros, del quale detiene il record di vittorie.

L’altro record mai eguagliato è quello della sequenza di 125 vittorie consecutive ottenute sulla stessa superficie, la terra, per un totale di ben sei anni da imbattuta (1973-1979). Ha vinto almeno una prova dello Slam per tredici anni consecutivi dal 1974 al 1986. Ha vinto oltre il 90% delle gare disputate (1304 su 1448 incontri disputati) secondo i dati della WTA.

Raggiunge la finale del Master di fine anno per sei anni consecutivi dal 1972 al 1977, perdendo solo due volte dall’australiana Evonne Goolagong nel 1974 e nel 1976. Per 13 anni, dal 1974 al 1986 ha occupato la prima o la seconda posizione del ranking. Ma la carriera di un grande atleta non sta solo nei record.

Jimmy Connors e Chris Evert (Art Seitz)

Questi primi anni ’70 furono per Chris di grande ascesa mediatica: era la sportiva più riconosciuta al mondo e, oltre alle vittorie in campo, un fattore che influì sulla sua popolarità è la felice relazione con il connazionale Jimmy Connors. I due nell’estate del 1974 vincono i rispettivi titoli di singolare a Wimbledon, con il tennis americano al massimo della sua espressione. Sfortunatamente però questo matrimonio non s’ha da fare.

Dal 1979 la si trova in campo col nome di Chris Evert-Lloyd, dopo aver preso il cognome del marito, anche lui tennista. Inizia in questo torno di anni una delle rivalità più seguite e amate del pubblico nello sport. Con Martina Navratilova. Nessuna altra rivalità nella storia del tennis ha visto opporsi i due contendenti per così tanto: le due si affrontarono in 80 occasioni. Praticamente in tutte le fasi finali dei tornei! Si scontravano due tipologie di giocatrice opposte: da un lato Chris consistente e paziente, impeccabile e abile a gestire la pressione; dall’altro Martina emozionale, sentimentale, coinvolgente col pubblico. Anche a livello personale, la percezione mediatica delle due è opposta. Evert incarnava perfettamente la figura della “ragazza della porta accanto”, la figlia e la moglie che tutti desideravano. Navratilova era l’estroversa e la ribelle, anche a causa della sua scelta politica di prendere le distanze dal comunismo, e acquisire la nazionalità americana.

Tra la primavera del 1975 e la fine del 1977 Evert vinse 15 dei 17 match disputati contro la cecoslovacca naturalizzata statunitense; in generale dal 1973 al 1982 Evert ha avuto la meglio sull’avversaria ma nel biennio ‘83-‘84 ha subito ben 13 sconfitte consecutive.

Il coach del marito John, Denis Ralston, iniziò a seguire anche Chris. L’unico modo per arginare la potenza di Navratilova era ricorrere al serve-and-volley. La finale del Roland Garros 1985 è uno dei match più belli della storia del tennis femminile. In tre lottatissimi set, Evert batte 6-3 6-7 7-5 l’avversaria di sempre ed agguanta, per l’ultima volta nella sua carriera la prima posizione mondiale.

Fin da giovanissima, le viene attribuito il soprannome The Ice Maiden: imperturbabile nelle espressioni facciali, quasi priva di emozioni come il ghiaccio; mentre Maiden sta ad indicare l’innocenza di una giovane donna, ma in lingua scozzese, è anche una rudimentale ghigliottina. Le straordinarie capaci mentali di Evert furono chiare fin dal secondo turno dello US Open del 1971 quando vinse, salvando addirittura 6 match point, ribaltando un pesante 4-6 5-6 e 0-40 contro la connazionale Mary Ann Eisel.

La sconfitta certamente più dolorosa da numero 1 del mondo è stata la semifinale del Roland Garros del 1981 persa in due set da Hana Mandlikova, tennista di Praga ma naturalizzata australiana, che la sconfisse nuovamente nel 1985 allo US Open. Nella sua carriera, Evert ha giocato 34 finali Slam, perdendone 16 delle quali 7 solo a Wimbledon, lo Slam in cui ha raccolto meno vittorie (solo 3 affermazioni ai Championship). Come detto, il biennio ’83-’84 fu per Chris, il momento più difficile di tutta la carriera. Stabile al secondo posto del ranking, subì la superiorità di Martina Navratilova che le inflisse anche le due peggiori sconfitte nelle finali Slam: allo US Open ’83 e al Roland Garros ’84, Evert raccolse solo 4 game (6-1 6-3 6-3 6-1).

La dolcezza dei tratti, la bellezza femminile ed elegante di Chris erano in netto contrasto con l’aggressività e l’imperturbabilità del suo volto durante le partite. Uno spirito guerriero sorprendente se si considera che, alla stessa età, a 30 anni, quando Evert decide di passare alla grafite (la sua rivale Navratilova era passata alla nuova tecnologia l’anno prima), un’altra straordinaria atleta come Steffi Graff decideva di ritirarsi. La carriera di Evert si conclude ufficialmente nel 1989.

Nei primissimi anni della sua carriera da professionista, iniziata nel 1973, la sua più grande rivale fu l’australiana Evonne Goolagong. Nata da una famiglia aborigena, ha qualcosa in comune con l’ultima campionessa australiana, Ashleig Barty. Oltre a condividere un’ascendenza comune, entrambe da piccole si sono cimentate nel cricket. A soli 19 anni, nel 1971 vinse il torneo di Wimbledon, diventando la prima tennista aborigena a vincere uno Slam. È diventata mamma nel 1976 e due anni dopo ha vinto gli AUS Open: non accadeva dal 1914. La sua carriera terminò nel 1982. Fu la prima atleta di colore a vincere uno Slam e a diventare la numero 1 del mondo, segnando così i sogni e la carriera di tante giovani atlete dopo di lei.

Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

SCONFITTE DA NUMERO 1 SUBITE DA CHRIS EVERT

1976M. Navratilova – EVERT6-3 6-4Houston
1976D. Fromholtz – EVERT2-6 6-2 6-3Boston
1976E. Goolagong – EVERT6-3 7-6Philadelphia
1976E. Goolagong – EVERT6-3 5-7 6-3Los Angeles
1976V. Wade – EVERT6-2 6-2Londra
1977M. Navratilova – EVERT6-2 6-3Washington
1977V. Wade – EVERT6-3 6-4San Francisco
1977V. Wade – EVERT6-1 4-6 6-2Wimbledon
1978E. Goolagong – EVERT4-6 6-1 6-4Boston
1978M. Navratilova – EVERT6-4 4-6 9-7Eastbourne
1978M. Navratilova – EVERT2-6 6-4 7-5Wimbledon
1979G. Stevens – EVERT6-2 6-3Florida
1979M. Navratilova – EVERT6-4 6-4Dallas
1979S. Barker – EVERT6-3 6-1Boston
1979M. Navratilova – EVERT6-4 6-4Wimbledon
1980M. Navratilova – EVERT7-6 6-2Tokyo
1981H. Mandlikova – EVERT7-5 6-4Roland Garros
1981T. Austin – EVERT6-1 6-4Toronto
1981M. Navratilova – EVERT7-5 4-6 6-4US Open
1981M. Navratilova – EVERT6-3 6-2Tokyo
1981M. Navratilova – EVERT6-7 6-4 7-5AUS Open
1981T. Austin – EVERT6-1 6-2East Rutherford, NJ
1982A. Jaeger – EVERT7-6 6-4California
1982A. Jaeger – EVERT6-1 1-6 6-2Hilton Head
1982A. Jaeger – EVERT6-3 6-1Roland Garros
1982M. Navratilova – EVERT6-1 3-6 6-2Wimbledon
1985M. Navratilova – EVERT4-6 6-3 6-2Wimbledon
1985H. Mandlikova – EVERT4-6 6-2 6-3US Open

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ATP

Lorenzo Sonego: “Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire”

“Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, come in Coppa Davis. “. In una lunga intervista al quotidiano La Repubblica di Torino, Lorenzo Sonego racconta le sue abitudini e gli obiettivi per l’anno prossimo

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Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Che Lorenzo Sonego sia un ragazzo umile e alla mano l’hanno capito tutti gli appassionati di tennis. Un’ulteriore conferma la si ha leggendo l’intervista rilasciata a Fabrizio Turco, collega che scrive per La Repubblica di Torino. In questa off-season, Lorenzo è nella sua Torino e si allena allo Sporting “perché qui mi sento a casa”.

Per lui che vive a poche centinaia di metri dal circolo, la sveglia è alle 7:30 ogni mattina e poi 4 ore di allenamento in campo e preparazione atletica al mattino e altrettante al pomeriggio, sempre sotto la guida attenta del suo inseparabile coach Gipo Arbino (intervistato in esclusiva pochi giorni fa) che l’ha scoperto e condotto nel mondo dello sport di racchetta quando ancora alternava il tennis al calcio nel Toro.

Classe 1995, Lorenzo non è ancora arrivato al suo meglio “Ho iniziato tardi e non sono mai stato un predestinato”. La passione per il tennis ha affiancato per tanti anni l’amore per il calcio, mai sopito che ancora agita il cuore del giovane torinese Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, proprio come in Coppa Davis. Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire, anche sul campo da tennis”.

 

Già, la Coppa Davis. In due giornate straordinarie, Lorenzo è stato l’eroe della spedizione azzurra. Prima la vittoria contro Frances Tiafoe, n. 19 del ranking, poi contro il mancino Denis Shapovalov, n. 18 “Però la partita della vita resta il 6-2 6-1 contro Djokovic, un paio d’anni da a Vienna. L’obiettivo per il 2023 è ritoccare il best ranking, mentre ora resta al n. 45. “Un pensierino alle Finals lo faccio e nel frattempo alzo l’asticella: l’obiettivo per il 2023 è migliorare la mia miglior posizione raggiunta in carriera, la n.21. La Coppa Davis purtroppo non assegna punti in classifica, ma vuoi mettere la soddisfazione?”. E chissà che quel sogno Finals di fine anno non possa concretizzarsi anche in doppio con il suo amico Andrea VavasSori. QUI INTERVISTATI IN ESCLUSIVA

Tra i suoi colleghi, il più simpatico è Berrettini, e non solo perché mi ha presentato Alice” cui Lorenzo riserva parole al miele sebbene non si parli ancora di matrimonio; Nadal “fuori dal campo è molto disponibile pur restando uno che daÀpoca confidenza” mentre Djokovic “è molto aperto”.

Gli Internazionali a Roma e Wimbledon sono per Lorenzo i tornei più belli ed emozionanti per l’atmosfera sugli spalti del primo e l’eleganza e la storia che si respira nel secondo ma i grandi spazi infiniti dei tornei americani come Miami e Indian Weels esercitano sempre un grande fascino. La stagione 2023 di Lorenzo Sonego inizierà il 2 gennaio al torneo di Adelaide e subito dopo il primo Slam dell’anno, gli Australian Open.

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