La Davis si disputerà in 3 città. C'è anche l'Italia: con Torino? (Crivelli). La Coppa Davis cambia ancora volto. E si fa in tre (Mastroluca). Le lamentele dei tennisti viziati. Un caso politico per l'Australia (Piccardi)

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La Davis si disputerà in 3 città. C’è anche l’Italia: con Torino? (Crivelli). La Coppa Davis cambia ancora volto. E si fa in tre (Mastroluca). Le lamentele dei tennisti viziati. Un caso politico per l’Australia (Piccardi)

La rassegna stampa di martedì 19 gennaio 2021

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La Davis si disputerà in 3 città. C’è anche l’Italia: con Torino? (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La rivoluzione della rivoluzione. Che nel 2019 a Madrid la prima edizione della nuova Coppa Davis griffata Gerard Piqué non avesse scaldato i cuori di chi si era trovato a giocarla, e di chi aveva comprato i biglietti per guardarla, era apparso manifesto già durante le partite. Formula cervellotica e soprattutto un programma folle, con gli ultimi match di giornata conclusi ben oltre la mezzanotte e seguiti da quattro gatti sugli spalti, mentre i tennisti tornavano in albergo imbufaliti. Così la Kosmos, partner finanziario dell’Itf nell’organizzazione dell’evento, memore di quell’esperienza ha avanzato alcune proposte per restituire appeal alla più antica manifestazione sportiva per squadre nazionali. Intanto, dal 2022, i team partecipanti scenderanno da 18 a 16, in modo da avere quattro gironi da quattro che dovrebbero rendere meno caotica la classifica finale. Soprattutto, già dall’edizione di quest’anno, il calendario verrà spalmato su 11 giorni anziché una sola settimana e, accanto a Madrid, verranno coinvolte altre due città europee per raggiungere un pubblico ancora più vasto. In ciascuna di queste sedi si disputeranno due gironi e un quarto di finale, mentre i due gironi restanti, due quarti, le semifinali e la finale restano a Madrid. L’Italia ha già presentato un proprio progetto molto forte per affiancarsi nell’organizzazione alle altre due città (la terza potrebbe essere Vienna). Ovviamente le strade portano di nuovo a Torino, sulla base della considerazione che la Davis inizierebbe il 25 novembre (e fino al 5 dicembre), cioè appena quattro giorni dopo la conclusione delle Atp Finals, di cui potrebbe ereditare le strutture. […]

La Coppa Davis cambia ancora volto. E si fa in tre (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

La Coppa Davis cambia volto. Le fasi finali si disputeranno in undici giorni, dal 25 novembre al 5 dicembre 2021, e non più in una sola settimana. E potrebbero essere spalmate anche in più sedi. Kosmos, la società di Gerard Piqué partner dell’ITF, ha avviato una procedura per presentare le candidature. La decisione finale sul format dell’edizione 2021 sarà presa entro marzo. Finora si è disputata una sola edizione delle Davis Cup Finals, questo il nome ufficiale, nel 2019 alla Caja Magica di Madrid. Le 18 nazioni qualificate si affrontano in tre gironi da sei: le prime classificate e le due migliori seconde passano alla fase a eliminazione diretta che prevede quarti, semifinali e finale. Due anni fa, la sperimentazione ha suscitato molte polemiche per le sfide terminate a notte inoltrata: il doppio conclusivo tra Italia e Stati Uniti si è protratto fino alle quattro del mattino. Se la riforma dovesse essere approvata, la fase a gironi sarebbe suddivisa tra Madrid e altre due sedi: ciascuna ospiterebbe gli incontri di due gruppi Anche quarti di finale sarebbero spalmati: uno a testa nelle due città eventualmente aggiunte, due a Madrid che resterebbe cornice unica per semifinali e finale. Una soluzione già adottata in grandi manifestazioni a squadre di altri sport. Il principio è lo stesso utilizzato per l’ultima edizione del Mondiale di pallavolo maschile del 2018, co-organizzato da Italia e Bulgaria. L’Italia potrebbe diventare per tre settimane il centro del tennis maschile mondiale. Gli appassionati già pregustano un finale di stagione senza precedenti. Dal 9 al 13 novembre, infatti, sono in programma le Next Gen ATP Finals a Milano, dal 14 al 21, al PalaAlpitour di Torino, arriveranno perla prima volta in Italia le Nitto ATP Finals, il grande evento di fine stagione con gli otto migliori giocatori del mondo. Dal 25 novembre, poi, gli appassionati potrebbero abbracciare anche gli azzurri di capitan Corrado Barazzutti, inseriti nel girone di Coppa Davis con gli Stati Uniti e la Colombia.

Le lamentele dei tennisti viziati. Un caso politico per l’Australia (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

E’ il quarto giorno di quarantena (i top players ad Adelaide, i peones a Melbourne), il tennis per l’Australia diventò un caso politico. E’ il premier dello Stato di Victoria in persona, Daniel Andrews, a rispondere con un secco no al cahier de doléance inoltrato dal n. 1 del mondo Novak Djokovic in soccorso ai 72 colleghi in quarantena stretta (allenamento vietato) dopo essere entrati in contatto con un caso Covid: tra le richieste ritenute sconcertanti, l’isolamento ridotto a fronte di un tampone negativo, il permesso di incontrare il coach, cibo migliore e il trasferimento in case private con campo da tennis. Inaccettabile per un Paese che, blindando i confini, dall’inizio della pandemia ha contenuto a 28.600 positività e 909 morti il bilancio e che tiene all’estero 40 mila cittadini, che torneranno a casa con il contagocce a causa della chiusura delle frontiere. Il governo non voleva l’Australian Open ma poi, per ragioni di business, ha acconsentito a concedere il visto a giocatori e staff (un totale di 1.200 persone), alcuni dei quali hanno scambiato la serissima quarantena per una vacanza pagata al villaggio turistico. Da giorni sui social piovono lamentele di ogni tipo: il cibo è scadente, il delivery di Uber arriva freddo (ogni tennista, quotidianamente, può mangiare a sbafo del torneo per un totale di 100 dollari), la finestra della stanza non si apre, il calendario degli allenamenti (per chi ne ha accesso) non viene rispettato, fino alla chicca di tale Vanessa Sierra, fidanzata di Bernard Tomic che gioca a Pokemon per 11 ore al giorno e ammette di essere indispettita dalle rigorose limitazioni: «Sono costretta a fare cose che non ho mai fatto in vita mia, come sciacquare i piatti nel lavandino della stanza e lavarmi i capelli da sola». Monta l’indignazione degli australiani di fronte a questa vasta platea di adulti mai cresciuti e viziati, che minacciano sottilmente di non partecipare a un torneo che non boicotteranno mai. Anche l’Atp è imbarazzata di fronte all’immagine che il tennis professionistico mondiale – con molte silenziose eccezioni – sta dando di sé agli occhi del pianeta pandemico. La richiesta, soprattutto al gruppo di top players che nel sud dell’Australia sta godendo di maggiori libertà — incluso Djokovic che si conferma leader debole e confuso —, è twittare meno e limitare le storie su Instagram per non alimentare la lotta di classe con i meno fortunati.

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Federer rinuncia a Miami, Nole lo eguaglia da numero 1 (Gazzetta dello Sport). Cerundolo, un trionfo in stile Play (Viggiani)

La rassegna stampa di martedì 2 marzo 2021

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Federer rinuncia a Miami, Nole lo eguaglia da numero 1 (Ri.cr., Gazzetta dello Sport)

Sotto il sole di Miami, Roger non ci sarà. Il campione in carica (nel 2019 batté Isner, l’anno scorso non si giocò per la pandemia) non difenderà il titolo nel Masters 1000 della Florida (dal 24 marzo al 4 aprile), unico appuntamento stagionale del Sunshine Double americano, visto che Indian Wells al momento è sospeso in attesa di nuova collocazione, se ci sarà. Federer, d’altronde, fin dal momento in cui ha annunciato il rientro a Doha (da lunedì) dopo aver rinunciato all’Australia, ha fissato gli obiettivi stagionali sui grandi appuntamenti estivi, da Wimbledon all’Olimpiade di Tokyo fino agli Us Open di settembre. E poco importa dei punti che perderà in conseguenza di questa scelta, la classifica è ancora congelata e soprattutto un’assenza così prolungata (ultima partita il 30 gennaio 2020) richiede molta cautela e impegni centellinati. Era improbabile, perciò, che il Divino si sottoponesse a un tour de force di tre tornei di fila (dopo Doha giocherà a Dubai) con un lungo viaggio aereo incorporato, senza considerare che a Miami, torneo di livello elevatissimo, il rischio era di affrontare subito un avversario molto impegnativo. La road map, perciò, appare chiara: due tornei di medio livello per mettere nel motore più partite possibili, un paio di sgambate sulla terra europea (Roma spera) e poi l’aumento di intensità per l’erba e il cemento. […] Intanto, da ieri, Federer si ritrova a condividere un record prestigiosissimo, quello delle settimane complessive al numero uno, con Novak Djokovic: 310 per entrambi. Una coabitazione che durerà appena sette giorni, perché da lunedì prossimo, curiosamente proprio nel giorno in cui Roger rientrerà sul circuito, Nole diventerà leader solitario, un traguardo fenomenale e che sembrava impensabile non solo all’inizio della carriera, ma anche dopo lo stop forzato del serbo nel 2017 per i problemi al gomito destro. Il Maestro diventò numero uno per la prima volta il 2 febbraio 2004 e lo rimase per 237 settimane consecutive, primato al momento irraggiungibile, il Djoker invece il 4 luglio 2011: «Essere il numero uno del ranking era il mio sogno da bambino in Serbia, averlo raggiunto e averlo conservato così a lungo è un’enorme soddisfazione. Ora potrò concentrarmi sugli Slam». La sete di successi non si estingue mai.

Cerundolo, un trionfo in stile Play (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

C’è Cerundolo e Cerundolo. Fin qui si conosceva Francisco, 22 anni, numero 135 del ranking ATP, vincitore di tre challenger (Spalato, Guayaquil e Campinas) sul finire del 2020 e finalista in un quarto (Concepcion) a febbraio. E invece ecco Juan Manuel, l’altro figlio d’arte di papà Alejandro, giocatore professionista negli anni Ottanta, quando arrivò a essere 309 del mondo. Appena 19enne, Juan Manuel non ha ancora la classifica del fratello maggiore. Intanto però ha appena realizzato un’impresa mica da poco, sulla terra rossa di Cordoba: al debutto in un tabellone principale ATP (l’ultimo a riuscirci era stato lo spagnolo Santiago Ventura a Casablanca 2004; Cerundolo è il quinto di sempre), s’è aggiudicato il torneo 250 da qualificato (infilando quindi otto vittorie di fila, tre nelle qualificazioni e cinque nel tabellone principale) ed è diventato il quinto giocatore con il ranking più basso a conquistare un torneo ATP (è arrivato a Cordoba da 335 del mondo, da ieri è 181: primatista è Lleyton Hewitt, n. 550 ad Adelaide 1998). Mancino, decisamente leggero nel fisico (è alto 1,83 per appena 70 kg), gran regolarista ma non solo, Juan Manuel finora al massimo aveva collezionato otto partecipazioni ai challenger ATP, conquistando le semifinali a Montevideo 2019 e fallendo le qualificazioni a Trieste 2020, in quella che è stata la sua unica apparizione italiana. Il suo obiettivo, oltre a debuttare in un Slam, è ora quello di guadagnarsi un posto nelle Next Gen Finals che si giocheranno a Milano dal 9 al 13 novembre: con l’exploit di Cordoba è n.3 della classifica dei teenager. Una famiglia molto sportiva, quella dei Cerundolo: è stata tennista anche mamma Maria Luz, senza mai affacciarsi però fuori dall’Argentina (adesso è psicologa sportiva). La secondogenita Constanza, ventenne, soprannominata “Leoncita”, è stata l’unica a tradire racchette e palline per l’hockey prato, ma è riuscita a conquistare la medaglia d’oro con l’Argentina all’Olimpiade giovanile 2018 […]

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Intevista a Gaudenzi: “Djokovic si unisca a noi. Combatte la guerra sbagliata” (Lombardo). Il primo “regalo” delle ATP Finals è uno Sporting restituito alla città (Bonsignore)

La rassegna stampa di lunedì 1 marzo 2021

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Intevista ad Andrea Gaudenzi: “Djokovic si unisca a noi. Combatte la guerra sbagliata” (Marco Lombardo, Il Giornale)

Tennista fino al numero 18 del mondo, finalista di Coppa Davis, una seconda vita da imprenditore. Poi la chiamata come presidente dell’Atp: «E proprio neanche ci pensavo…». Andrea Gaudenzi guida l’associazione a capo del tennis mondiale da poco più di un anno, quello più difficile. «Avevamo tante idee e invece ci siamo dovuti occupare di gestire la crisi. E succede sempre qualcosa». Per fortuna si è riusciti a finire gli Australian Open. «Già in autunno con i tornei di preparazione agli Slam era stato un momento delicato. Ma a Melbourne la quarantena, l’impossibilità di allenarsi, l’essere rinchiusi in una stanza d’hotel, ha reso tutto estremo».

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ll circuito è ripartito. «Ma la situazione è grave: senza spettatori si sono persi un terzo di incassi e si abbassano i prize money. I giocatori fanno più fatica e guadagnano meno: l’equazione non è positiva». ll tennis ha fama di sport per ricchi, ma non è uguale per tutti. «È vero: per giocatori di fascia più bassa il momento è terribile. Stiamo lavorando per un pacchetto che copra le spese di viaggio. E per molti stare in giro ora 6 settimane senza poter portare la famiglia è frustrante». Qual è il piano Gaudenzi? «Il piano Atp, direi: raddoppiare la torta. Dobbiamo lavorare su come far crescere gli introiti: attualmente il montepremi di tutti i tornei Atp è tra i 150 e 160 milioni di dollari. Sembra una grande cifra, ma poi togli tasse e spese e già intorno al numero 80 non rimane nulla». Su questo i big sono divisi: Federer e Nadal con l’Atp, Djokovic con la PTPA. «La pensiamo tutti allo stesso modo: un tennista professionista ha diritto a una carriera tranquilla e corta. Nel senso che quello che incassa deve durare anche quando smette di giocare. La questione è che se sei Top 20 guadagni con gli sponsor, dai 30 in giù fai fatica». Serve equilibrio. «Per questo serve unità. Se chiedi ai fans chi vogliono veder giocare, il 90% ti dice Roger, Rafa e Nole. Prima di preoccuparmi del giocatore 500 al mondo voglio risolvere i problemi del numero 80. La discussione è dove mettere la linea del tennis pro, e poi risolvere per primo quello che c’è sopra». Il sindacato di Djokovic è una spaccatura pericolosa? «La sfida non è tra giocatori contro organizzatori, ma è tennis contro gli altri sport, la musica, Netfiix, tutto ciò che tocca il portafoglio e l’attenzione degli appassionati. Non essere uniti ti fa passare il 90% del tempo a litigare e a sprecare energie». C’è qualcosa in cui potete dargli ragione? «Io sono stato giocatore e so la fatica che si fa, anche a capire i problemi del mondo organizzativo. L’ho detto a Nole: lavoriamo insieme sui punti da migliorare.

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La PTPA è nata durante lo stop per il Covid, quando c’era molto scontento. Ma così il rischio è di far saltare la baracca. E di restare tutti senza lavoro». Si dice anche: bisogna accorciare le partite. «Il tennis va migliorato? Si. Ma cominciamo da quello che c’è intorno: come lo organizziamo, come lo gestiamo. Siamo indietro di almeno 15 anni, non abbiamo un database, non siamo digitalizzati». E le regole? «Da ex giocatore dico che per me il tennis è sacro. Mi rendo conto che per i giovani un match è lungo, ma oggi lo puoi impacchettare come vuoi. Fare highlights più o meno corti, prodotti per i social media, trasmissioni per chi lo vuol vedere 4 ore e chi lo sbircia sugli smartphone. Perché poi: a chi ha pagato il biglietto per la finale di Wimbledon, glielo dici tu che il match dura solo un’ora? E poi: cambiare le regole? Solo su dati certi. E se ne vale la pena». Chiudiamo con l’Italia: il futuro di Roma? «È nella lista dei tornei che potrebbero allungarsi a 11-12 giorni con 96 giocatori in tabellone, vedremo. II Foro Italico? II tennis è uno sport che si guarda al 99% da remoto e chi lo vede in Tv può godere di uno spettacolo incredibile. Spostare il torneo per avere stadi enormi non ha senso. Lì dall’alto non vedi neanche la palla». E le Finali Atp a Torino da presidente? «La vita riserva sempre sorprese. E magari con un giocatore italiano, chissà…». Berrettini alle Finali è già stato. Giudizio su Sinner? «Io sono romagnolo, ma mi allenavo in Austria e conosco la zona. Vedo in Jannik una freddezza eccezionale. Lo sci gli ha dato quello: ti giochi tutto in millesimi di secondo. E nei punti importanti lui va a cercare sempre la cosa giusta da fare».

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Il primo “regalo” delle ATP Finals è uno Sporting restituito alla città (Filippo Bonsignore, Corriere Torino)

Sessant’anni dopo, si sta per scrivere un nuovo capitolo di storia. Da Pietrangeli e Laver a Djokovic, Nadal, Medvedev, Federer. E, chissà, Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego… Sessant’anni dopo, si può sognare di nuovo. Era il 1961 quando, sul Centrale del Circolo della Stampa Sporting, Nicola Pietrangeli conquistava gli Internazionali d’Italia nella finale contro Rod Laver. Ora, lo stadio del tennis sta per tornare a splendere, completamente rinnovato e pronto a mostrarsi nuovamente anche ai migliori del mondo che si ritroveranno sotto la Mole fino al 2025 per conquistare il Masters. Le Atp Finals si giocheranno al vicino PalaAlpitour ma il Circolo di corso Agnelli sarà una delle strutture di riferimento dell’evento, visto che ospiterà gli allenamenti dei campioni.

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Sulla terra rossa dello Sporting, infatti, di storia ne è passata davvero tanta, non solo nel ’61 con il trionfo di Pietrangeli. Sei volte ha ospitato la Coppa Davis, tra il 1948 e il 1973, e poi la Fed Cup del 1966 conquistata dagli Stati Uniti di Billie Jane King, il Challenger (vinto da Fognini nel 2008), i tornei internazionali giovanili, come quello Under 16 maschile e femminile, dove sono sbocciati campioni del calibro di Hewitt, Nalbandian, Rios, Davenport, Dementieva e Dokic. E allora, benvenuti nel futuro. Il «Corriere Torino» è in grado di svelare in esclusiva il volto del nuovo Centrale. Sarà un’arena versatile, dedicata naturalmente al tennis ma capace di ospitare anche concerti, spettacoli teatrali, convegni. Sport e cultura, quindi, per circa 2.500 spettatori. La capienza, in ogni caso, si potrà modulare per rispondere alle misure restrittive dovute alla pandemia, tanto che potrà accogliere comunque 600-800 persone a seconda della configurazione.

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Sono state ripristinate le gradinate mantenendo l’estetica originaria e utilizzando i medesimi materiali. Nuovi sono invece gli spogliatoi per gli atleti, che sono trasformabili in camerini per gli attori. Nuova è l’area accoglienza, sul lato opposto. Nuovo è l’impianto di illuminazione che consentirà appunto di ospitare diverse tipologie di manifestazioni. Nuove sono le quattro torri faro, alte quasi dieci metri, con nove proiettori ciascuno, che permetteranno le riprese in alta definizione. Nuovi sono i due accessi e le quattro aree per disabili. Nuova, infine, è l’area padel, ora adiacente al Centrale, che verrà spostata in un’altra zona del Circolo, quella attualmente occupata dai campi da tennis in cemento, e che sarà ampliata, tanto da ospitare tre campi coperti.

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New York 1977, tennis e follie (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 28 febbraio 2021

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New York 1977, tennis e follie (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Al centro di Pennsylvania Plaza, sulla 7a Avenue che gli scorre davanti, il Madison Square Garden ha la forma di un panettone. Vetri scuri a doppia tonalità e infissi in alluminio anodizzato. E’ il quarto della serie, ricostruito nel 1969 con una spesa di 200 milioni di dollari e ormai lontano dalla Madison Avenue di cui conserva gelosamente il nome, che ospitò le prime due arene (1879-1889, 1890-1924). Più semplicemente, the Garden, per i newyorker, che ne fecero il centro della boxe mondiale e della Nba del basket, ma anche una sala da musica e una sala da tennis. La sede più naturale del Masters, l’unica che potesse narrare i ricordi già lontani dei tornei professionali anni Cinquanta e raccordarli con l’avvento dei campioni della Nuova Era, quella del tennis aperto. Il torneo dei più forti vi giunse nel 1977. «La storia di un’estate, di una città, di tennis e di spari, di sommosse e di saccheggi, di soavi palline bianchissime. Una storia di gentiluomini e di malfattori, di assassini e di sopravvissuti, di palazzi che bruciarono fino alle fondamenta», scrive Corrado Erba nelle pagine iniziali del suo bel libro “Tennis e Follia a New York” (Edizioni Slam, Absolutely Free Libri). Furono i mesi degli incendi nel Bronx, dei Guerrieri della Notte che agivano come truppe scelte, della sofferenza di interi quartieri che il sindaco Beame giudicò irrecuperabili e lasciò andare a se stessi. Anche il tennis partecipò attivamente al clima di follia che sembrava essersi impossessato della città. Il 1977 vide l’ultimo US Open sui campi in terra verde e grigia del West Side Tennis Club a Forest Hills, fra le proteste dei cittadini del piccolo borgo dei ricchi, con le case più belle affacciate sull’Oceano Atlantico, che sfilavano con cartelli e slogan per evitare che il torneo migrasse verso Manhattan, nella sede attuale di Flushing Meadows. Nei giorni del torneo, un colpo di pistola venne sparato dai piani alti delle tribune del Centrale e ferì al piede uno spettatore, i tennisti protestarono a lungo per la decisione di far giocare due set su tre fino ai quarti, per poi passare a tre su cinque dalle semifinali. Era una richiesta della CBS, pagata milioni di dollari. Mike Fishback scese in campo con la sua Head munita di doppia incordatura e da tennista di umili origini si trasformò in una divinità vendicatrice, capace di stracciare Billy Martin e il primo vincitore del Masters, Stan Smith. Ma niente attrasse le polemiche come l’iscrizione al torneo di Renee Richards, prima transessuale a schierarsi nel tabellone femminile. Aveva ormai più di 40 anni, e da uomo, Richard Raskind, dentista a Los Angeles, non era mai andato oltre qualche onorevole torneo sociale. Alta più di un metro e novanta, Renee venne sconfitta subito in singolare da Virginia Wade, ma raggiunse la finale in doppio, scatenando l’ira di molte delle partecipanti. Fu l’inizio di una breve carriera nel circuito femminile, che la condusse alla conquista di sei trofei e al numero 20 della classifica, per poi diventare allenatrice di Martina Navratilova. Il torneo lo vinse Guillermo Vilas, e Jimmy Connors prese la sconfitta come un affronto personale. Aveva incassato il primo set e dava per scontato che il match sarebbe finito nella propria bacheca, già stracolma di allori. Ma Vilas seppe recuperarne i fili, e con i dritti pesanti e mancini cominciò a manovrare Jimbo da un lato all’altro, fino a stracciargli l’anima. L’ultima chance, quella su cui Connors si attaccò per decretare che il match gli fosse stato rubato, venne sul quarto match point. Guillermo cercò il passante sull’ennesima incursione di Jimbo a rete, e l’americano esplose una volée che sarebbe bastato accompagnare a mezza potenza per ottenere il punto. Palla vicino alla riga. Connors non ebbe dubbi: «Punto mio», disse. Anche Tiriac, coach di Vilas, lì vicino, non ebbe dubbi: «Punto suo», fece, indicando Guillermo. Il giudice di linea si prese il suo tempo, poi decise che il colpo fosse fuori. Connors rifiutò di restare in campo per la premiazione. «Per me questo match non è ancora finito», fece sapere, dimenticando che anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare. In semifinale, contro Corrado Barazzutti, su una palla decisamente fuori che l’italiano si affannava a mostrare all’arbitro, chiedendo che scendesse dal trespolo per controllare, raggiunse Corrado alle spalle, quasi di soppiatto, poi gli sfilò davanti con movenze da marionetta, e cancellò con il piede il segno. «Signor Connors, certe cose non si fanno», disse bonario l’arbitro, mentre dalle tribune venivano giù salve di fischi. Era una palla che non avrebbe cambiato il match, saldamente nelle mani di Connors, ma forse lo avrebbe allungato. Magari solo di un po:.. […] A New York i tennisti erano di casa, e la loro casa era al numero 254 della 54a West, tra la 78 e l’88 Avenue, non così distante dal Madison Square Garden. L’indirizzo era quello dello Studio 54, dove si entrava solo se si era un bel po’ strani, molto ammanicati o molto famosi. La bellissima Bianca Jagger, moglie ormai a un passo dal divorzio da Mick Jagger, vi era entrata su un cavallo bianco, il ballerino Sterling St. Jacques si faceva accompagnare da Khaym the Cheetah, il suo ghepardo, al quale metà locale offriva champagne in una coppa d’argento, con le conseguenze che potete immaginare. Andy Warhol si divideva tra la sua Factory e le serate nella discoteca. Vitas Gerulaitis parcheggiava lì vicino la Rolls che faceva impazzire d’invidia John McEnroe («Lui viveva in questa villa incredibile a King’s Point, girava con una Rolls targata VITAS G, mentre io stavo dai miei e la mamma ancora mi faceva il bucato», confessò Mac anni dopo) e nel breve tratto a piedi fino all’ingresso dello Studio, sceglieva le ragazze più belle tra quelle in attesa davanti al portone. Le faceva entrare come sue accompagnatrici. Ilie Nastase aveva un tavolo fisso. «Se avete bisogno di me, sapete dove trovarmi», lasciava detto agli organizzatori, costretti a telefonare allo Studio 54 per comunicare al rumeno i turni di gara. Quando venne scelto il Madison Square Garden per rivitalizzare il Masters, che dopo Tokyo (Stan Smith) e Parigi (Ilie Nastase) era finito nel giro di città tutt’altro che glamour, come Barcellona (Nastase), Boston (Nastase), la lontanissima Melbourne (Vilas), Stoccolma (Nastase) e Houston (Orantes) dove più di un big preferì non andare, per i newyorker ancora affranti dal lungo anno orribile fu la conferma che il peggio era passato. La Grande Mela poteva tornare finalmente alla sua dimensione di metropoli di affari e di turismo, di spettacoli e grandi alberghi sempre sold out. […] Fu americano il primo torneo del Garden, vinto da un Connors in assetto da marine, pronto a cancellare i fischi dello US Open perso con Vilas, e lo fu anche il secondo, con il ragazzino di casa McEnroe che già tutti chiamavano Genio, anzi McGenius. Ma dalla terza stagione entrarono in scena i giganti europei, prima Borg, poi Lendl, infine Becker e Edberg. E al termine dei tredici anni in cui il Garden mantenne il Masters nel proprio cartellone di eventi, le vittorie americane furono appena quattro, una di Connors e tre di McEnroe, quelle europee addirittura nove, con cinque colpi di Ivan Lendl, due di Borg, e uno a testa per Becker e Edberg. Era giunto il momento di tentare l’avventura in Europa. Ma il Madison rimase per anni nel cuore del tennis, «il nostro chalet per l’inverno», come lo chiamava McGenius.

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