L'infanzia di Rublev diventa un documentario: "Ricordo una volta contro Medvedev: io piagnucolavo, lui urlava!"

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L’infanzia di Rublev diventa un documentario: “Ricordo una volta contro Medvedev: io piagnucolavo, lui urlava!”

Il tennista russo ripercorre la sua infanzia nella città natia, i primi passi allo Spartak Club di Mosca e la rivalità con Medvedev: “Una volta abbiamo giocato pallonetti per circa 4 ore. Siamo entrambi fuori di testa!”

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Andrey Rublev - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

La conduttrice sportiva russa Sofya Tartakova ha realizzato una lunga intervista ad Andrey Rublev, che sports.ru ha pubblicato su YouTube in forma di documentario. La visita allo Spartak Tennis Club di Mosca, il primo circolo dove Rublev ha mosso i primi passi, è dunque l’occasione per raccontare come è iniziata la sua carriera di tennista.

Il documentario completo, sottotitolato in inglese

Mi sembra di essere sempre stato in campo, anche prima che iniziassi ad allenarmi. Ero lì tutto il giorno. Oltre a giocare a tennis, c’erano i miei amici. Per me è più di un semplice club, è stata tutta la mia infanzia. Al di fuori del club, stavo solo a casa. Tutti i miei amici vengono da questi campi; praticavo il tennis lì, scherzavo, giocavo con gli amici, mangiavo ecc. Tutta la mia infanzia è collegata a quel luogo ed è ancora fantastico ogni volta che lo visito. Anche se è stato completamente riorganizzato e sembra così diverso, va bene comunque”.

Stare molto tempo sui campi da tennis, però, nel caso del piccolo Andrey non significa stare lontano dalla mamma perché Marina Maryenko di professione fa l’allenatrice di tennis. “Tutto ciò di cui avevo bisogno, i miei genitori me lo hanno sempre dato. Mi sento come un bambino normale. Mi piaceva stare in campo con lei e i miei amici, anzi, non mi piacevano i fine settimana perché rimanevo a casa”. La situazione tutta rosa e fiori è però cambiata quando Rublev si è trasferito a Barcellona nel 2016. Inizialmente i risultati hanno tardato ad arrivare e in famiglia sono sorti dubbi sulla bontà della scelta appena fatta. “La gente iniziò a fare pressioni sui miei genitori. ‘Come puoi lasciarlo rimanere in Spagna? Sta sprecando il suo potenziale!’ Forse i miei genitori hanno avuto troppi consigli da questi… esperti. Deve essere stato difficile per mia madre.. La tua vita sta andando in un certo modo e poi cambia drasticamente”.

Le cose si sono rapidamente sistemate, perché nel 2017 Rublev ha fatto prepotente irruzione in top 100 e poi subito in top 50. Nel 2020 ha fatto un’ulteriore salto di qualità passando dalla posizione 23 alla n. 8 in classifica, vincendo cinque titoli e guadagnando l’accesso alle ATP Finals.

COME SENTIRSI A CASA? – “Mi piace ogni visita che faccio a Mosca, mi ricarica. Grazie alla mia famiglia e ai miei amici. Mi distraggono da questa vita. Ma ho decisamente perso il ‘senso di casa’ nel corso degli anni. Senza di loro mi sentirei solo”. Il tennis, però, non è solo un lavoro ma anche una via di fuga. Non so chi sarei senza il tennis e sto cercando questa risposta. Il tempo me la darà”.

Il suo aspetto silenzioso lascia trasparire una personalità malinconica e lui stesso ne dà conferma. Durante i tornei di San Pietroburgo, Amburgo e Vienna ero depresso. Ora non lo sono perché sono occupato e mi sto ricaricando; avere cose da fare mi distrae. Quando ero in Germania l’ho sentita in maniera più forte. Avevo molta ansia per mia nonna e mio nonno; inoltre vivevo solo sui campi da tennis e negli hotel”. I nonni hanno ricoperto per anni ruoli cruciale nella sua vita, e la morte della nonna avvenuta ad ottobre, durante il Roland Garros, è stato un duro colpo. La vittoria successiva nel torneo di San Pietroburgo “è stato il momento più emozionante della mia carriera, ha sottolineato il tennista russo.

DRITTO VELOCE, PIEDI LENTI – Una delle giocate più frequenti che lascia il pubblico a bocca aperta durante una partita di Rublev è il dritto vincente, giocato da ogni parte del campo ma soprattutto dal lato destro. Lui però non sempre è stato consapevole di questa sua forza.“Beh, è ​​stato così fin da quando ero bambino, in modo naturale. A 13-14 anni mi hanno detto che il mio diritto è fantastico. In realtà avevo sempre pensato che fosse debole e dopo che la gente lo ha elogiato, mi sono detto ‘se il mio dritto è così buono, perché servo male?’ Forse, se non me l’avessero detto, avrei continuato a servire come prima senza ragionarci troppo”. Il russo è dunque soddisfatto del suo dritto esplosivo – e come potrebbe non esserlo! – ma chiamato a sceglierne uno, tra quello dei suoi colleghi, fa una scelta insolita: Mi piace il dritto di Dominic Thiem“.

Parlando delle debolezze, invece, Rublev va dritto al punto:Non sono veloce quanto potrei, mi muovo lentamente in campo. I miei piedi potrebbero essere più veloci e c’è molto da lavorare. Credo che quello attuale non sia il mio limite. Vedo come si muovono altri ragazzi più alti di me: sono più veloci, più bilanciati. Daniil Medvedev per esempio è molto più veloce, basta guardare a quali servizi riesce a rispondere. È molto più alto di me, almeno 10 cm, e corre due volte più veloce“.

© Peter Staples/ATP Tour

I CAPRICCI CON BABY MEDVEDEV – “È stato il mio primo vero torneo. non era nemmeno ufficiale, eravamo bambini: avevo 6 anni. Non so se Danya [Daniil Medvedev, ndr] si ricorda, ma è stata l’unica volta che l’ho battuto”. Rublev infatti ha perso contro Medvedev tutte le quattro partite disputate nel circuito maggiore, l’ultima allo US Open 2020. Tornando a quella sfida di molti anni fa, Andrey ricorda: “Erano quattro game a set, terzo set con tie-break da 7 punti e siamo riusciti a giocare questa partita breve per circa 2 ore e mezza, usando i pallonetti. Poi ci siamo incontrati di nuovo al torneo ufficiale under-10 a Zhukovka, e anche lì abbiamo giocato 3 set – di nuovo per circa 4 ore. Era davvero dramma per noi. A quel punto ho capito che siamo entrambi fuori di testa“.

Se possiamo dire che la follia si è un po’ attenuata negli atteggiamenti in campo di Andrey, lo stesso non vale per Daniil. “Giocavamo pallonetti, ogni scambio durava dieci minuti. Abbiamo continuato a spingere quei pallonetti fino all’esaurimento! Uno di noi due sbagliava il pallonetto, poi c’erano tre minuti di pianti e lanci di racchette. Poi via col secondo punto, altri dieci minuti di attesa e altri tre di pianto; magari uno si rotolava sul campo dopo aver vinto e l’altro imprecava ‘è tutto terribile‘. Andava avanti così per 3-4 ore.”

Entrando nello specifico della ‘follia in campo’ dei due russi, la distinzione che fa Rublev è chiara. “Danya lanciava racchette piangere e piagnucolare, invece urlava contro tutto e tutti, compresi i giudici. Dava di matto così. Sarebbe capace dire al giudice cosa pensa di lui senza problemi. Io per lo più piagnucolavo, piangevo, ogni tanto lanciavo le racchette. Afferravo la terra dal campo e la mangiavo”. Per fortuna, la sua dieta è migliorata parecchio e con essa anche l’atteggiamento in campo è diventato invidiabile. Tutte qualità che possono dargli lo slancio necessario per fare un passo ulteriore ed entrare in top 5. Magari già a partire dall’Australian Open.

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