L'infanzia di Rublev diventa un documentario: "Ricordo una volta contro Medvedev: io piagnucolavo, lui urlava!"

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L’infanzia di Rublev diventa un documentario: “Ricordo una volta contro Medvedev: io piagnucolavo, lui urlava!”

Il tennista russo ripercorre la sua infanzia nella città natia, i primi passi allo Spartak Club di Mosca e la rivalità con Medvedev: “Una volta abbiamo giocato pallonetti per circa 4 ore. Siamo entrambi fuori di testa!”

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Andrey Rublev - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

La conduttrice sportiva russa Sofya Tartakova ha realizzato una lunga intervista ad Andrey Rublev, che sports.ru ha pubblicato su YouTube in forma di documentario. La visita allo Spartak Tennis Club di Mosca, il primo circolo dove Rublev ha mosso i primi passi, è dunque l’occasione per raccontare come è iniziata la sua carriera di tennista.

Il documentario completo, sottotitolato in inglese

Mi sembra di essere sempre stato in campo, anche prima che iniziassi ad allenarmi. Ero lì tutto il giorno. Oltre a giocare a tennis, c’erano i miei amici. Per me è più di un semplice club, è stata tutta la mia infanzia. Al di fuori del club, stavo solo a casa. Tutti i miei amici vengono da questi campi; praticavo il tennis lì, scherzavo, giocavo con gli amici, mangiavo ecc. Tutta la mia infanzia è collegata a quel luogo ed è ancora fantastico ogni volta che lo visito. Anche se è stato completamente riorganizzato e sembra così diverso, va bene comunque”.

Stare molto tempo sui campi da tennis, però, nel caso del piccolo Andrey non significa stare lontano dalla mamma perché Marina Maryenko di professione fa l’allenatrice di tennis. “Tutto ciò di cui avevo bisogno, i miei genitori me lo hanno sempre dato. Mi sento come un bambino normale. Mi piaceva stare in campo con lei e i miei amici, anzi, non mi piacevano i fine settimana perché rimanevo a casa”. La situazione tutta rosa e fiori è però cambiata quando Rublev si è trasferito a Barcellona nel 2016. Inizialmente i risultati hanno tardato ad arrivare e in famiglia sono sorti dubbi sulla bontà della scelta appena fatta. “La gente iniziò a fare pressioni sui miei genitori. ‘Come puoi lasciarlo rimanere in Spagna? Sta sprecando il suo potenziale!’ Forse i miei genitori hanno avuto troppi consigli da questi… esperti. Deve essere stato difficile per mia madre.. La tua vita sta andando in un certo modo e poi cambia drasticamente”.

 

Le cose si sono rapidamente sistemate, perché nel 2017 Rublev ha fatto prepotente irruzione in top 100 e poi subito in top 50. Nel 2020 ha fatto un’ulteriore salto di qualità passando dalla posizione 23 alla n. 8 in classifica, vincendo cinque titoli e guadagnando l’accesso alle ATP Finals.

COME SENTIRSI A CASA? – “Mi piace ogni visita che faccio a Mosca, mi ricarica. Grazie alla mia famiglia e ai miei amici. Mi distraggono da questa vita. Ma ho decisamente perso il ‘senso di casa’ nel corso degli anni. Senza di loro mi sentirei solo”. Il tennis, però, non è solo un lavoro ma anche una via di fuga. Non so chi sarei senza il tennis e sto cercando questa risposta. Il tempo me la darà”.

Il suo aspetto silenzioso lascia trasparire una personalità malinconica e lui stesso ne dà conferma. Durante i tornei di San Pietroburgo, Amburgo e Vienna ero depresso. Ora non lo sono perché sono occupato e mi sto ricaricando; avere cose da fare mi distrae. Quando ero in Germania l’ho sentita in maniera più forte. Avevo molta ansia per mia nonna e mio nonno; inoltre vivevo solo sui campi da tennis e negli hotel”. I nonni hanno ricoperto per anni ruoli cruciale nella sua vita, e la morte della nonna avvenuta ad ottobre, durante il Roland Garros, è stato un duro colpo. La vittoria successiva nel torneo di San Pietroburgo “è stato il momento più emozionante della mia carriera, ha sottolineato il tennista russo.

DRITTO VELOCE, PIEDI LENTI – Una delle giocate più frequenti che lascia il pubblico a bocca aperta durante una partita di Rublev è il dritto vincente, giocato da ogni parte del campo ma soprattutto dal lato destro. Lui però non sempre è stato consapevole di questa sua forza.“Beh, è ​​stato così fin da quando ero bambino, in modo naturale. A 13-14 anni mi hanno detto che il mio diritto è fantastico. In realtà avevo sempre pensato che fosse debole e dopo che la gente lo ha elogiato, mi sono detto ‘se il mio dritto è così buono, perché servo male?’ Forse, se non me l’avessero detto, avrei continuato a servire come prima senza ragionarci troppo”. Il russo è dunque soddisfatto del suo dritto esplosivo – e come potrebbe non esserlo! – ma chiamato a sceglierne uno, tra quello dei suoi colleghi, fa una scelta insolita: Mi piace il dritto di Dominic Thiem“.

Parlando delle debolezze, invece, Rublev va dritto al punto:Non sono veloce quanto potrei, mi muovo lentamente in campo. I miei piedi potrebbero essere più veloci e c’è molto da lavorare. Credo che quello attuale non sia il mio limite. Vedo come si muovono altri ragazzi più alti di me: sono più veloci, più bilanciati. Daniil Medvedev per esempio è molto più veloce, basta guardare a quali servizi riesce a rispondere. È molto più alto di me, almeno 10 cm, e corre due volte più veloce“.

© Peter Staples/ATP Tour

I CAPRICCI CON BABY MEDVEDEV – “È stato il mio primo vero torneo. non era nemmeno ufficiale, eravamo bambini: avevo 6 anni. Non so se Danya [Daniil Medvedev, ndr] si ricorda, ma è stata l’unica volta che l’ho battuto”. Rublev infatti ha perso contro Medvedev tutte le quattro partite disputate nel circuito maggiore, l’ultima allo US Open 2020. Tornando a quella sfida di molti anni fa, Andrey ricorda: “Erano quattro game a set, terzo set con tie-break da 7 punti e siamo riusciti a giocare questa partita breve per circa 2 ore e mezza, usando i pallonetti. Poi ci siamo incontrati di nuovo al torneo ufficiale under-10 a Zhukovka, e anche lì abbiamo giocato 3 set – di nuovo per circa 4 ore. Era davvero dramma per noi. A quel punto ho capito che siamo entrambi fuori di testa“.

Se possiamo dire che la follia si è un po’ attenuata negli atteggiamenti in campo di Andrey, lo stesso non vale per Daniil. “Giocavamo pallonetti, ogni scambio durava dieci minuti. Abbiamo continuato a spingere quei pallonetti fino all’esaurimento! Uno di noi due sbagliava il pallonetto, poi c’erano tre minuti di pianti e lanci di racchette. Poi via col secondo punto, altri dieci minuti di attesa e altri tre di pianto; magari uno si rotolava sul campo dopo aver vinto e l’altro imprecava ‘è tutto terribile‘. Andava avanti così per 3-4 ore.”

Entrando nello specifico della ‘follia in campo’ dei due russi, la distinzione che fa Rublev è chiara. “Danya lanciava racchette piangere e piagnucolare, invece urlava contro tutto e tutti, compresi i giudici. Dava di matto così. Sarebbe capace dire al giudice cosa pensa di lui senza problemi. Io per lo più piagnucolavo, piangevo, ogni tanto lanciavo le racchette. Afferravo la terra dal campo e la mangiavo”. Per fortuna, la sua dieta è migliorata parecchio e con essa anche l’atteggiamento in campo è diventato invidiabile. Tutte qualità che possono dargli lo slancio necessario per fare un passo ulteriore ed entrare in top 5. Magari già a partire dall’Australian Open.

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Australian Open

Aslan Karatsev, l’anello mancante del tennis russo

Il n. 114 del mondo ha viaggiato per cinque nazioni prima di incontrare il coach giusto. Rimpianti per un exploit così tardivo? Tutt’altro. “Sono stato molto fortunato”

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Aslan Karatsev - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se prima del torneo qualcuno avesse previsto due tennisti russi in semifinale agli Australian Open 2021 non ci sarebbe stato granché di strano. Al massimo lo si poteva tacciare di eccessivo ottimismo filo-russo, ma niente di più. Del resto si tratta sempre della nazione fresca vincitrice dell’ATP Cup che può contare su tre tennisti tra i primi 20 del mondo. E infatti ad aver raggiunto questo traguardo sono proprio due giocatori che qualche settimana fa hanno alzato al cielo il trofeo per nazioni targato ATP battendo in finale l’Italia, ma uno dei due non risponde al nome che tutti si aspetterebbero. Quella squadra era composta dal n. 4 Daniil Medvedev, il n. 10 Andrey Rublev, il n. 114 Aslan Karatsev e il n. 123 Evgeny Donskoy. È evidente come la Russia al momento presenti un buco tra i giocatori di vertice e quelli fuori dalla top 100; insomma mancano quelli di medio livello che orbitano tra la 40° la 70° posizione del ranking capaci ogni tanto di portare a casa un ATP 250 e, perché no, piazzare anche un exploit in uno Slam.

Ecco, finalmente la Russia sembra aver trovato questo anello mancante e ce l’ha sempre avuto sotto il naso: il suo nome è Aslan Karatsev, 27 anni, fresco semifinalista degli Australian Open. Di tutti i suoi record messi a segno grazie a questo storico traguardo (ne citiamo solo uno per dovere di cronaca: primo giocatore dell’era Open ad aver raggiunto una semifinale Slam al debutto in un major) abbiamo già scritto in questo pezzo. In questa sede vogliamo raccontarvi qualcosa il più sul personaggio che sta dietro a questi numeri.

Aslan Kazbekovich Karatsev nasce il 4 settembre 1993 a Vladikavkaz, piccola città russa al confine con la Georgia, da genitori di discendenza ebraica. In particolare è il nonno materno ad essere ebreo e quando Aslan ha soltanto tre anni tutta la famiglia si trasferisce proprio in Israele.

 

Inizia a muovere i primi passi tennistici nella città di Giaffa, imparando anche l’ebraico, sua seconda lingua dopo il russo. A 12 anni torna in terra natia insieme al padre trasferendosi a Tanganrog, città portuale che si affaccia sul Mar Nero. Qui le cose iniziano a farsi serie, tanto che Karatsev riesce a trovare uno sponsor che gli permette di allenarsi con maggiore libertà economica. A 18 anni si trascerisce ancora, questa volta in direzione Mosca. Nella capitale russa Aslan inizia una collaborazione con Dimitri Tursunov e lì, considerando il talento che pian piano sta emergendo, viene aiutato a raggiungere la Germania per perfezionare la sua preparazione.

Per la precisione, a 21 anni Karatsev si reca ad Halle e questo ennesimo trasferimento ci offre un primo spunto per capire qualcosa del suo carattere. “Tutto sembrava andare bene e c’erano buoni allenatori, ma non era così per me. Non mi piaceva quella situazione. Per me non ha funzionato, lì ha ammesso il giocatore russo in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre a gotennus.ru. Per bilanciare i due anni non troppo felici passati sotto il rigore tedesco, Karatsev decide quindi di provare uno stile completamente opposto e si reca a Barcellona. Neanche il passaggio al calore mediterraneo sembra giovare particolarmente ai suoi risultati; il russo riesce a stare solo a singhiozzo tra i primi 200 giocatori del mondo. Il primo ingresso, alla posizione n. 168, avviene nel marzo 2015 grazie al primo titolo Challenger della carriera vinto sul cemento di Kazan, Russia, ma negli anni successivi fatica a ripetersi a quel livello.

Qui i primi veri ostacoli iniziarono a posizionarsi sul cammino di Karatsev: “C’è stato un periodo di difficoltà per me perché ero infortunato e dopo aver recuperato da quel problema ho ricominciato a giocare ad inizio 2017. Ho però sentito subito dolore al ginocchio. Sono rimasto fermo quasi tre mesi ed è stato il momento più duro della mia carriera”. I periodi di magra sono comunque bilanciati da exploit che lasciano intravedere qualcosa, come i tre titoli Futures vinti tra dicembre 2017 e gennaio 2018 o le numerose finali giocate consecutivamente sempre a livello ITF sul finire del 2018. Questi risultati appena elencati vengono realizzati da un ragazzo ormai ‘adulto’, un 25enne giramondo che aveva avuto un assaggio di diverse culture ma che ancora non è riuscito a trovare il suo equilibrio. È difficile che un tennista a quell’età possa fare dei notevoli progressi a livello di gioco, mentre è più probabile che il miglioramento avvenga sul piano mentale. Spesso, affinché ciò accada basta trovare il giusto luogo dove allenarsi o le giuste persone con cui farlo. Karatsev ci ha messo parecchio, ma alla fine ha trovato entrambe le cose.

Riprendendo il filo del suo peregrinare, dopo la Germania e la Spagna il tennista russo opta per una via di mezzo: Minsk, capitale della Bielorussia, città di stampo sovietico ma volta alla modernità. Qui trova anche un allenatore capace di tirar fuori il meglio da lui: Yahor Yatsyk, figura forse sconosciuta persino alla maggior parte degli addetti ai lavori, ma che fa decisamente al caso suo. Lui è l’uomo giusto per me. Mi ha aiutato molto, soprattutto sulla parte mentale, nel credere maggiormente in me stesso e nel mio stile di gioco. Poi ovviamente anche sull’aspetto tecnico. Mi piace lavorare con lui. Viviamo a Minsk e ci alleniamo lì” ha spiegato Karastev nella conferenza post-vittoria su Grigor Dimitrov. La collaborazione prosegue ormai da tre anni e il team è completato dal preparatore atletico “Luis dal Portogallo”.

La semifinale raggiunta all’Australian Open provenendo dalle qualificazioni è sì un risultato straordinario, ma la sua ascesa era già iniziata, benché a livello più basso, sul finire della stagione 2020. Nel post-lockdown ha infatti ottenuto i migliori risultati della sua carriera: in estate due titoli Challenger sulla terra rossa della Repubblica Ceca e in autunno il secondo turno sia all’ATP 500 di San Pietroburgo che in quello 250 di Sofia. Questo, oltre a una capacità di adattarsi a diverse superfici, fa capire come la fiducia che lo ha portato a vincere cinque incontri consecutivi a Melbourne arrivi da lontano.

Chi in vita sua si sia allenato, per un certo periodo, in cinque nazioni diverse ha chiaramente bisogno di stabilità e serenità in un dato luogo, ed è proprio Karatsev a confermarlo.Credo che la chiave stia nel trovare il giusto team e il giusto coach come l’ho trovato io. Sono stato molto fortunato“. Sì, ha utilizzato proprio il termine ‘fortunato’ per descrivere un incontro avvenuto quando lui aveva 24 anni e molti tennisti, in assenza di risultati tangibili, si sarebbero già ritirati da tempo. “Ci siamo incrociati in un torneo Futures e ci siamo detti ‘Va bene, proviamo a lavorare assieme’. E niente, credo sia davvero una grande fortuna cha l’abbiamo fatto e ora ho un ottimo team intorno a me”.

Il nostro Luca Baldissera, in una delle dirette Facebook con Vanni Gibertini, l’ha definito “un misto tra Nikolay Davidenko e Marat Safin per gli anticipi semi-piatti del primo e la potenza pura del secondo”, e se a questo misto ci aggiungete anche un pizzico di fortuna (per sua stessa ammissione) e tanta fiducia nei propri mezzi (quasi del tutto carente nelle giovani-vecchie promesse NextGen) ecco a voi Aslan Karatsev.

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Francesca Jones: “Sarebbe fantastico continuare a giocare gli Slam, ma…”. E intanto vince la prima partita in WTA

La riconoscenza per il lavoro fatto da Tennis Australia, gli errori di Hawkeye e il futuro prossimo secondo la ventenne affetta da una rara patologia malformativa. Che nel frattempo ha festeggiato la prima vittoria nel circuito maggiore

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Non è andato benissimo l’esordio Slam di Francesca Jones, brillantemente uscita dalle qualificazioni a dispetto della malformazione alle mani e ai piedi. Sconfitta 6-4 6-1 da Shelby Rogers, Francesca ha analizzato lucidamente l’incontro. “Non ho cominciato bene, ma poi sono entrata in partita. Ho sentito che il mio tennis era pari al suo in certi momenti, probabilmente migliore quando gli scambi si allungavano. La grossa differenza è che lei ha un gran servizio e, per me, un solo errore può cambiare l’inerzia a questi livelli” spiega la ventenne n. 245 WTA. “È qualcosa a cui devo abituarmi e ne sarò consapevole la prossima volta che mi troverò a giocare un torneo come questo”.

Non mancano le parole di apprezzamento per l’organizzazione. “È fenomenale che Tennis Australia sia riuscita a far disputare il torneo. È assolutamente un grande esempio per ogni altro evento sportivo nel mondo. Chissà quando avrei potuto giocare il mio primo tabellone principale di uno Slam se Tennis Australia non avesse spinto per farlo”. La sua storia ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane e Francesca è felice per i tantissimi messaggi di sostegno ricevuti. Intanto, cosa rimane di questa esperienza? “Analizzerò con calma il match insieme al mio allenatore, ma credo di aver provato che posso competere a questo livello e adesso si tratta di accumulare quanti più match possibili contro giocatrici come Shelby o anche di livello superiore.

C’è stato un episodio “dubbio” (virgolette necessarie perché in realtà non c’è nulla di dubbio) quando Jones era al servizio nel secondo set, sotto 0-1 e 0-30. Il rovescio di Shelby è lungo di un buon mezzo metro e l’out di Hawkeye live arriva con un po’ di ritardo, per un istante rassicurando Francesca, che viene però immediatamente trafitta dallo 0-40 annunciato dall’arbitro. Beffarda l’immagine digitale che mostra una palla fuori, ma non è quella giusta: è dal lato inglese ma nel corridoio (sul colpo lungo di Shelby, Jones ha rimandato in rete e la palla è ricaduta in corridoio, appunto).

“Non so chi sia responsabile del sistema, ma è estremamente discutibile. Ho visto il replay, non so se fosse Eurosport, era chiaramente fuori. Un enorme cambio di inerzia, ma non starò qui a usare un punto come scusa per il match. Ho visto un altro paio di errori, uno con Evans e Coric. Preferisco l’errore umano e capisco perché venga usato questo sistema, ma deve essere rivisto”. Si dice abitualmente che l’arbitro non possa cambiare la chiamata elettronica, ma non è del tutto vero: succede qualche volta, quando il “falco” non rileva la palla perché troppo lunga, di diversi metri.

Mentre aspettiamo allora che le regole definiscano con precisione il limite di intervento dell’arbitro (cinque metri, overrule; mezzo metro, no; due metri?), torniamo a Francesca, alla quale non piace riposare sugli allori. “Spero che questa bellissima esperienza mi possa aiutare in futuro, se mai mi troverò al Roland Garros o a Wimbledon. Però so da dove vengo e dove sto andando; sarebbe fantastico continuare a giocare negli Slam, ma non è realistico. Tornerò ad allenarmi, a dare tutto ogni singolo giorno sperando di farmi rivedere al più presto, ma nel frattempo continuerò a bussare a qualunque porta mi troverò davanti.

 

LA PRIMA VITTORIA – Una porta intanto si è già aperta, o meglio l’ha aperta Francesca meritandosi sul campo la prima vittoria nel circuito maggiore al primo turno del Phillip Island Trophy, torneo di categoria WTA 250 che nel frattempo ha preso il via sui campi periferici di Melbourne Park e si disputerà in contemporanea alla seconda settimana dell’Australian Open. Francesca ha vinto l’unico turno di qualificazione (avversaria Niculescu) e al primo turno del main draw ha battuto l’undicesima testa di serie Saisai Zheng, per il primo hurrà nel circuito WTA. Il suo cammino si è interrotto al secondo turno contro la rumena Patricia Maria Tig, ma il bilancio della trasferta australiana – quali comprese! – non può che essere, comunque, estremamente positivo.

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Tu nel tabellone dell’Australian Open: tutto vero. Ma non sei tu, è Li, l’uomo senza classifica

Non è un refuso e neanche un casting: a sfidare Feliciano Lopez sarà la 24enne wildcard australiana Li Tu. Senza ranking ATP, ha ottenuto l’occasione delle vita. E 100.000 dollari per ripartire

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Il tennista australiano Li Tu (Fonte: https://blog.universaltennis.com)

Scorrendo il tabellone principale del singolare maschile, forse qualcuno si sarà soffermato con curiosità sulla casella che riporta il nome TU. Non si tratta di un refuso o di un casting in chiave tennistica: il match di primo turno sarà proprio Tu-Lopez. L’avversario del 39enne spagnolo sarà infatti l’australiano Li Tu, nome molto probabilmente sconosciuto alla gran parte degli appassionati. E non è strano: se infatti andiamo a vedere i risultati a livello ATP del 24enne aussie, attualmente senza ranking ATP, scopriamo che il suo best ranking di n. 1188 risale al novembre 2014 ed il suo miglior risultato sono i quarti di finale raggiunti in un ITF 15K in Australia sempre nel 2014. Anno, questo, anche dei suoi ultimi incontri ufficiali, in un circuito Future in Croazia. Ma allora, come mai un 24enne senza classifica ATP ha ottenuto una wild card in uno Slam?

Facciamo un passo indietro e raccontiamo brevemente la sua storia. Li Tu, grande promessa a livello giovanile, come è capitato a molti junior ha incontrato molte difficoltà nel passaggio al tennis professionistico. “Non ero abituato a perdere da junior. Questo ha influito sulla mia autostima e sul mio modo di allenarmi” ha raccontato di recente. Difficoltà che lo hanno portato a ridefinire le sue priorità, decidendo di concentrarsi sugli studi universitari ed anche sulla carriera di coach a livello giovanile. Con ottimi risultati, dato che alcuni dei suoi allievi si sono fatti notare nelle varie categorie, dagli under 14 agli under 18, a livello nazionale. Questo gli ha permesso di tenersi in allenamento, ma anche – osservando i match dei suoi ragazzi – di rianalizzare la sua carriera e rivedere le sue convinzioni di un tempo. “Ho capito che la differenza tra vincere e perdere spesso la fanno un paio di punti. E questo non deve influire sul giocatore. Certo, si provano sensazioni migliori quando si vince, ma ho capito che non bisogna sentirsi sconfitti perché si perde una partita. Bisogna guardare avanti“.

Un cambio di mentalità che lo ha spinto a darsi un’altra occasione, tanto da decidere di partecipare ai tornei UTR Pro Tennis Series, i tornei di esibizione organizzati dalla Federazione Australiana per consentire ai giocatori australiani di proseguire l’attività agonistica durante il lockdown e anche dopo, per chi aveva deciso di rinunciare ad uscire dal paese dopo la ripartenza del circuito. Gli stessi, per capirci, che hanno permesso a Thanasi Kokkinakis di ritrovare la confidenza con il tennis giocato e addirittura riassaporare il gusto della vittoria. Quello che non gli era riuscito quando era un teenager di belle speranze, gli è riuscito stavolta: scorrendo i risultati di Li Tu nel sito della UTR, sono più di una mezza dozzina le vittorie ottenute negli ultimi mesi del 2020 contro giocatori classificati tra i primi 700 del mondo, come quelle su Blake Mott (attuale n. 481 ATP) e Thomas Fancutt (n. 562). “Non posso credere che siano passati solo cinque mesi da quando ho deciso di riprovarci sul serio” aveva dichiarato a dicembre ad un quotidiano locale. “Ho ottenuto dei risultati incredibili sul finire dell’anno”.

 

Ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare, con la vittoria di un paio di settimane fa in un altro torneo di esibizione contro il n. 125 del ranking, Marc Polmans. Ennesimo bel risultato che non è passato inosservato e gli ha già permesso di realizzare un sogno: l’esordio in un tabellone ATP, grazie alla wildcard al Murray River Open di questa settimana, uno dei due ATP 250 di preparazione all’Australian Open che si disputano a Melbourne. Esordio più che dignitoso, considerato che è uscito sconfitto per 6-4 7-6 dopo una bella battaglia contro il portoghese Pedro Sousa, n. 108 ATP.

IL PRIMO SLAM – A stretto giro è arrivata la conferma dei rumors che giravano da qualche giorno: Tennis Australia ha deciso di assegnare proprio a Tu la wildcard per il tabellone principale dell’Australian Open rimasta vacante dopo la rinuncia di Andy Murray, impossibilitato a raggiungere l’Australia in tempo, considerando l’obbligo di quarantena, dopo la positività al coronavirus. Una decisione che oltre a permettere a Li Tu di realizzare quello che è uno dei grandi sogni di qualsiasi tennista, giocare in uno Slam, avrà anche altre (positive) ricadute.

A partire da quelle economiche: la sola partecipazione gli varrà un prize money di 100.000 dollari. Per capire cosa significhi per il Li Tu tennista, i suoi guadagni a livello di tennis professionistico prima dello scorso anno ammontavano a poco meno di 5.000 dollari, i risultati nel circuito UTR gli erano valsi 20.000 dollari, l’eliminazione di questa settimana all’ATP 250 altri 2.700 dollari. Insomma, significa tanto. Ma il primo turno in un Major porta in dote anche 10 punti per la classifica ATP, che significherà il ritorno in classifica dopo più di sei anni e un best ranking attorno alla posizione n. 1000. Se poi ci scappasse la sorpresa contro Feliciano Lopez – che a Melbourne aggiungerà una tacca, la 75°, al suo record di presenze consecutive negli Slam, ma che lo scorso anno è stato sempre eliminato al primo turno – i punti sarebbero ben 45 (e il ranking potrebbe spingersi sino circa alla posizione 600).

Ma c’è anche dell’altro. Ed è probabilmente la cosa che più sta a cuore a Tu, considerando che aveva deciso di intraprendere la carriera di allenatore giovanile e a giudicare da quanto dichiarato la scorsa settimana ai media australiani, quando si era iniziato a vociferare della sua possibile partecipazione allo Slam Down Under. “Voglio essere un esempio per gli juniores che stanno crescendo. Io ho 24 anni, e ci sono ragazzi che all’età di 15-16 anni pensano di avere ancora poco tempo a disposizione… vincere e perdere non è tutto a quell’età.Ben fatto, Li Tu. O, come direbbero da quelle parti, good on ya mate!

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