Nemmeno gli Australian Open di 50 anni fa furono normali

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Nemmeno gli Australian Open di 50 anni fa furono normali

Tennis.com ha raccontato l’Australian Open del 1971, ultima edizione svoltasi a Sydney, fra cambi di sede, montepremi inadeguati e tabelloni ridotti all’osso. Forse adesso non va così male…

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Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Qui l’articolo originale

La buona notizia era che i giocatori australiani dominavano il mondo. Rod Laver aveva chiuso gli anni ‘60 vincendo tutti e quattro i Major. Margaret Court aveva fatto la stessa cosa nel 1970, anno in cui John Newcombe aveva conquistato il primo dei suoi due titoli consecutivi a Wimbledon e l’eterno Ken Rosewall aveva vinto lo US Open a 35 anni. Tony Roche e Kerry Melville erano in corsa per i titoli più importanti; i veterani Roy Emerson, Fred Stolle e Mal Anderson erano ancora pericolosi. In più, stava sbocciando un’adolescente aborigena dal gioco morbido come la seta, Evonne Goolagong.

Allo stesso tempo, tuttavia, lo Slam australiano era nella lista dei tornei in pericolo. Era sempre stato il meno prestigioso dei quattro Major del tennis, a causa della sua distanza dall’Europa e dagli Stati Uniti, della data all’inizio di gennaio e dei suoi piccoli e insignificanti tabelloni. Anche nell’era Open, gli Australian Open vinti da Laver e Court nel 1969 e nel 1970 avevano tabelloni rispettivamente di soli 48 e 43 posti.

 

In Australia, era stato difficile per il torneo generare interesse. Dal 1922 al 1971, la sede è cambiata frequentemente, ruotando tra Brisbane, Adelaide, Sydney e Melbourne. “Era bello giocare il torneo in posti diversi”, dice Emerson, “ma non c’era davvero molto tempo per promuoverlo“.

L’avvento dell’Open di tennis evidenziò le carenze del torneo. Gli eventi simili a festicciole in giardino tenuti in precedenza negli accoglienti circoli locali si trovarono improvvisamente ad affrontare nuove richieste dagli sponsor, dalle televisioni e dal fiorente circuito pro. Tutto, dagli spogliatoi al cibo, dalle sistemazioni ai trasporti, necessitava di un enorme miglioramento. Ma da nessuna parte lo scisma del tennis tra dilettantismo del vecchio mondo e nuova professionalità si rivelò più vividamente che nella questione dei compensi. Il montepremi totale in palio allo US Open del 1969 fu di $125.000. Vari resoconti dell’Australian Open di quell’anno stimano che il prize money non superasse un terzo di quell’importo.

Nel gennaio del 1970, Laver, Rosewall, Emerson e Stolle, impegnati in tornei più redditizi ed accoglienti per i giocatori, avevano saltato l’Australian Open. L’evento maschile da 48 giocatori, quell’anno tenutosi a Sydney, era stato vinto da Arthur Ashe. Subito dopo, per accogliere i nuovi tornei che stavano nascendo, la Lawn Tennis Association of Australia aveva deciso che il torneo del 1971 avrebbe fatto un passo senza precedenti e si sarebbe svolto a marzo. Tutti i grandi giocatori australiani ora potevano competere nel loro Major di casa.

Un articolo pubblicato nell’edizione del 7 aprile del 1970 del “Canberra Times” rivela che Melbourne era stata la sede prescelta dell’Australian Open del 1971… almeno fino al febbraio di quell’anno. Sempre nell’articolo, infatti, si racconta di come la federtennis locale avesse poi accettato un’offerta di $125.000 da parte di Dunlop per organizzare il torneo a Sydney. Uno dei motivi per cui Melbourne venne accantonata fu la preoccupazione che eventi come il calcio e il festival Moomba, un evento comunitario di lunga data, rendessero difficile il successo del torneo di tennis a marzo. Così fu deciso per Sydney, sede di quello che era quindi stato ribattezzato Dunlop Australian Open. I tabelloni per il singolare rimasero piccoli: 48 uomini e 30 donne avrebbero giocato presso lo storico White City Tennis Club.

Vestiti bianchi, palle bianche, un grande club in cima alla collina e file e file di campi in erba“, dice Marty Mulligan, cresciuto a Sydney e diventato uno dei primi 10 giocatori al mondo negli anni ’60. Stolle, un altro grande cresciuto a Sydney, ricorda: “Era bellissimo, ma c’erano anche buone probabilità che ci sarebbe stato vento“. Secondo Laver, vincitore del titolo in quella città nel 1962 [gli altri due titoli di Rocket arrivarono a Brisbane, ndr], “era piuttosto asciutto, con poco attrito e un po’ scivoloso“.

Un bye al primo turno portò Laver ai sedicesimi di finale, dove sconfisse facilmente l’australiano Colin Dibley. Ma poi il Superman del tennis si imbatté nella sua kryptonite. Non mi piaceva giocare con i mancini“, dice Laver, “e per cinque anni, come professionista, non ho affrontato nessun mancino, cosa che non ha aiutato“. In due delle sue precedenti corse per il titolo australiano, Laver aveva rischiato di perdere con i mancini Neale Fraser e Tony Roche, battuti in due epici match al quinto. In questa occasione, il mancino ribelle era un giocatore dai colpi potenti e puliti proveniente dalla Gran Bretagna, Mark Cox: di notte, con condizioni umide e pesanti, il britannico prevalse per 6–3, 4–6, 6–3, 7–6. La pressione era su Rod, non su di me“, disse Cox al New York Times. “Non riusciva a far funzionare la sua prima di servizio“.

Anche altre speranze australiane uscirono presto. Newcombe, terza testa di serie, fu sconfitto agli ottavi da Marty Riessen. Roche, quarta testa di serie, perse nello stesso turno contro Cliff Drysdale. Forse i due erano stanchi per un febbraio impegnativo e pieno di eventi indoor, a Richmond, Philadelphia e Londra.

Rosewall, soprannominato “Muscles” per la sua corporatura esile, fu molto meno testato, avendo perso presto a Richmond e Philadelphia. “Ma con Rosewall non importava quanto poco avesse giocato a tennis“, dice Stolle. “C’era sempre la minima possibilità che Rod potesse essere fuori ritmo, mentre con Muscles non è mai stato così“. Proprio come un altro maestro della longevità, Roger Federer, la straordinaria disciplina, il gioco di gambe e l’equilibrio hanno permesso a Rosewall di rimanere affilato come un rasoio per decenni. Aveva vinto il titolo a 18 anni nel 1953 e ne guadagnò un secondo due anni dopo. Perché non un terzo, a 36 anni?

Per quanto riguarda le donne, Court fu l’unica tra le prime dieci a scendere in campo. Nello stesso mese, a migliaia di chilometri di distanza, altre sette, tra cui Billie Jean King, Rosie Casals e Nancy Richey, gareggiavano nel primo anno solare del Virginia Slims Circuit negli Stati Uniti. Ma almeno c’era Goolagong, una spensierata cacciatrice di fortuna a rete cresciuta a Barellan, una cittadina di campagna 325 miglia a ovest di Sydney. Goolagong e Court vinsero tre partite senza perdere set, raggiungendo la finale. La gioventù sembrava pronta ad ascendere quando Goolagong si trovò in vantaggio 5-2 nel terzo set.

Nella comunità australiana, Court era sempre stata una sorta di mentore per Goolagong. Come scrisse anni dopo, “avevo sottolineato a Evonne l’importanza di non arrendersi mai, di lottare per ogni punto. Quella volta le diedi una dimostrazione pratica di ciò che intendevo“. Court vinse cinque giochi consecutivi, conquistando il suo decimo Australian Open. Fu anche il suo sesto titolo consecutivo del Grande Slam, un’impresa eguagliata nell’era Open solo da Martina Navratilova e Steffi Graf (che però saltò un torneo durante la sua corsa).

Con la sua tipica efficienza, Rosewall raggiunse la finale senza perdere un set, compresa una vittoria su Emerson nei quarti di finale. Il suo avversario era Ashe, alla sua quarta finale Down Under, che aveva perso quattro set, incluso uno contro Stolle negli ottavi. Sebbene Rosewall avesse battuto Ashe in tre dei loro quattro incontri precedenti, la vittoria di Ashe era avvenuta in un Major, nei quarti di finale dello US Open del 1969.  In questa occasione, però, Rosewall ebbe il controllo dall’inizio alla fine, vincendo 6–1, 7–5, 6–3. Ashe era forse nervoso in quanto campione uscente, ed era certamente consapevole del fatto che Rosewall possedesse la miglior risposta nel circuito – questi fattori portarono l’americano a commettere 13 doppi falli.

Per la vittoria, Rosewall portò a casa $10,080. “Purtroppo, però, l’evento non fu un grande successo, con gli organizzatori che riportarono una perdita di $ 110.000 e solo 45.000 spettatori ad assistere alle dieci sessioni di gioco (sette giorni e tre notti)”, si legge in “Muscles”, libro a quattro mani di Rosewall e dello storico Richard Naughton.

Questa fu l’ultima delle 17 volte a Sydney come città ospitante dell’Australian Open; Melbourne divenne la sede permanente un anno dopo. Ma nel decennio successivo e oltre, l’Australian Open continuò a stentare – il Kooyong Lawn Tennis Club era incantevole, ma non adatto per organizzare un grande evento di tennis professionistico. La posizione del torneo sul calendario rimbalzò fra diverse date: dal 1977 al 1985 concluse l’anno tennistico, e ci furono persino anni in cui il torneo maschile e femminile si svolsero in momenti diversi.

Infine, negli anni ’80, Tennis Australia e il governo australiano unirono le forze per costruire una nuova struttura adeguata. Il National Tennis Centre, ora conosciuto nel mondo come Melbourne Park, fu aperto nel 1988; il campo centrale del torneo fu ribattezzato Rod Laver Arena nel 2000. All’inizio del secolo, l’era del dominio australiano si era da tempo esaurita, ma il suo Slam aveva finalmente una struttura degna della profonda e illustre eredità del tennis nel Paese.

Traduzione a cura di Irene Zecchi

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Obbligo vaccinale per l’Australian Open? Parte il dibattito

Lo Stato di Victoria obbliga i lavoratori a vaccinarsi. Per ora gli sportivi provenienti da fuori dello Stato ne sono esclusi, ma con ogni probabilità non lo saranno a lungo: cosa faranno i tennisti scettici nei confronti del vaccino come Djokovic, Tsitsipas e Sabalenka?

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Novak Djokovic - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

La strada verso il ventunesimo Slam per Novak Djokovic potrebbe trovare il suo primo ostacolo ancor prima che l’Australian Open inizi, e a porglielo davanti non sembra essere un collega tennista ma bensì il governo dello Stato di Victoria. Dal primo ottobre infatti è entrato in vigore un decreto che obbliga i lavoratori a dimostrare di aver ricevuto almeno una dose di vaccinazione contro il COVID-19 entro quindici giorni o verranno banditi dai luoghi di lavoro, in base alle nuove regole applicate dal governo statale. Quest’obbligo sul vaccino, come riporta il quotidiano australiano The Age, “è ritenuto uno dei più severi al mondo ed è stato accolto con favore da gruppi imprenditoriali ma messo in discussione da alcuni esperti di salute” e andrà a toccare ben oltre un milione di lavoratori, inclusi preti, personal trainer, giudici, e atleti che risiedono nello Stato. Inoltre si legge che “i lavoratori agricoli che sono nella lista hanno criticato la decisione, avvertendo che potrebbe portare a carenze di cibo e costringere gli agricoltori a lasciare il settore”. Ma cosa c’entra tutto questo col tennis e in particolare con un torneo previsto dal 17 al 30 gennaio 2022?

C’entra perché, seppur al momento gli atleti provenienti da fuori del Victoria siano esenti da questo mandato, ci sono voci consistenti su un ulteriore mandato ad hoc per gli sportivi che dunque potrebbe aver effetto sull’estate australiana e su tutti gli eventi che essa porta con sé. A seguire la vicenda con vivo interesse c’è ovviamente il direttore dell’Australian Open e CEO di Tennis Australia Craig Tiley, il quale, stando a quanto riportano i media locali, sta portando avanti negoziazioni confidenziali con il governo per trovare una soluzione che accontenti entrambe le parti. Il timore principale di Tiley è che un obbligo vaccinale possa portare all’esclusione di un numero troppo elevato di top player, ma a questa campana il governo dello Stato di Victoria non sembra voler dare molto ascolto.

Il Brisbane Times ha infatti riportato queste parole del Premier locale, Daniel Andrews: “Al virus non importa che lavoro una persona faccia. Che tu sia un membro del Parlamento o un giudice della Corte Suprema, se non ti vaccini correrai sempre lo stesso rischio di contrarre il virus e diffonderlo”. Riferendosi poi ai tennisti, ha dichiarato: “I titoli dello Slam non ti proteggono dal coronavirus”. Sembra dunque probabile che non ci saranno marce indietro sul tema, e che l’obbligo vaccinale per recarsi a Melbourne sia solo una questione di tempo.

 

Né il circuito maschile ATP né quello femminile WTA hanno esplicitamente espresso sostegno all’obbligatorietà vaccinale, ma entrambi gli organi incoraggiano fortemente i giocatori a farsi vaccinare. Il mese scorso l’ATP ha stimato che il 50% dei suoi giocatori fosse vaccinato, mentre la stima della WTA è di circa il 60%; alcuni report di giornalisti comunque rivedono al ribasso queste cifre portandole attorno al 30%. Quel che è certo è che parecchi tennisti, soprattutto negli ultimi tempi, hanno espresso il loro scetticismo sui vaccini, e tra tutti spiccano le parole del numero uno Djokovic, del numero tre Tsitsipas, e della neo-contagiata Sabalenka. Fortemente a favore invece c’è Victoria Azarenka, la quale durante lo US Open si auspicava al più presto un dialogo franco e aperto sul tema per risolvere il problema il prima possibile, e questa sembra proprio l’occasione giusta per intavolare la discussione. Di Slam ce ne sono quattro all’anno e per parecchi giocatori anche solo disputare il primo turno di uno di essi rappresenta una delle principali entrate economiche; fino a che punto dunque si è disposti a rinunciarci?

Al momento però l’obbligo vaccinale nel sud-est dell’Australia non si estende a questa categoria di lavoratori. Un portavoce del governo ha affermato che il governo nazionale e il Commonwealth stabiliranno regole per i viaggiatori vaccinati e non vaccinati, ma le regole per i partecipanti agli Australian Open sono ancora in fase di decisione. “Altri requisiti di vaccinazione per l’Australian Open e altri eventi saranno presi in considerazione da [l’unità di sanità pubblica del Victoria] come richiesto”, ha affermato il portavoce. Dunque nulla è stato deciso e c’è persino chi parla di quarantena per coloro che decideranno di presentarsi a Melbourne senza vaccino. Se non altro l’esperienza di quest’anno e dell’estenuante periodo passato in hotel per molti tennisti potrà esser un memento per prendere la decisione giusta prima di salire in aereo a dicembre.

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Australian Open, qualificazioni a Natale fra Dubai e Abu Dhabi? Per ora niente obbligo vaccinale

Secondo il Daily Mail, ai giocatori sicuri dell’accesso al tabellone principale verrà richiesto di volare a Melbourne già a dicembre

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Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Con la pandemia ancora di là dal concludersi, Tennis Australia starebbe già finalizzando la pianificazione dell’Australian Open 2022 al fine di minimizzare il numero di giocatori che si recheranno a Melbourne: come nel 2021, le qualificazioni si dovrebbero infatti svolgere in Medio Oriente, come riporta il Daily Mail. Secondo il quotidiano britannico si giocherebbe negli Emirati Arabi Uniti, con gli uomini che giocherebbero ad Abu Dhabi (a gennaio erano volati a Doha, in Qatar) e le donne di nuovo a Dubai.

Le date saranno piuttosto diverse però. L’Happy Slam dovrebbe infatti tornare alla consueta collocazione nella seconda metà di gennaio (dal 17 al 30, per essere precisi, mentre la scorsa edizione si è giocata fra l’8 e il 21 febbraio), e questo significa che le qualificazioni saranno anticipate di conseguenza: il tabellone cadetto dovrebbe infatti svolgersi la settimana prima di Natale, con l’ultimo e decisivo turno in programma il 24. Dei voli charter provvederanno poi a portare i superstiti delle quali in Australia fra il 23 ed il 26, sempre di dicembre.

NATALE IN AUSTRALIA: NIENTE OBBLIGO VACCINALE?

Lo stacco fra la fine delle qualificazioni e l’inizio del torneo sarà quindi di tre settimane abbondanti. La ragione di questa separazione temporale è che ogni partecipante al torneo (qualificati e giocatori ammessi al main draw) dovrà trascorrere del tempo in una bolla che precederà l’inizio dei tornei di preparazione allo Slam, che dovrebbero tornare alla consueta suddivisione fra le principali città Down Under (Brisbane, Hobart, Adelaide, Sydney e Perth per l’ATP e il WTA Tour).

 

Questo significa che tutti i sopracitati dovranno volare in Australia durante le festività, probabilmente prima di Natale; questa volta, però, saranno in grado di allenarsi anche durante la quarantena, seppur in un ambiente rigidamente controllato – ricordiamo che la scorsa edizione è stata contrassegnata da una lunga serie di infortuni addominali che ha coinvolto anche Novak Djokovic e Matteo Berrettini.

Il Daily Mail ha confermato tuttavia che ci sarà una differenza sostanziale in termini di libertà fra vaccinati e non; anche se non sono arrivate specificazioni, sembra che la quarantena per chi ha (o avrà) ricevuto la doppia dose sarà decisamente più morbida. Sarebbero quindi smentite le voci su un obbligo vaccinale per chi vorrà giocare il torneo.

Queste decisioni arriva mentre Melbourne batte il record di Buenos Aires per il lockdown più duraturo: oggi sono 236 giorni dalle chiusure della capitale del Victoria che teoricamente dovrebbe riaprire i battenti il 26 ottobre, quando il 70% della popolazione locale dovrebbe aver ricevuto la doppia dose del vaccino.

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Steve Flink: “Osaka vincerà almeno 11 o 12 Slam”

Seconda parte del video di fine Australian Open con il Direttore Scanagatta, stavolta sul torneo femminile. Brady può vincere dei grandi tornei? C’è ancora speranza per il titolo N.24 di Serena?

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La regina dell’Australian Open è per la seconda volta Naomi Osaka: la ventitreenne giapponese ha superato in finale Jennifer Brady, risultato che le è valso il quarto slam della carriera, tutti sul cemento, e sembra pronta a dominare il circuito, mentre la padrona di casa e attuale N.1 Ashleigh Barty non è riuscita a trovare il suo miglior tennis dopo un anno di stop, spegnendosi al primo momento di difficoltà. Questi sono alcuni dei temi che il direttore e Steve Flink hanno affrontato nella loro chat post-torneo. Di seguito il video:

00:00 – Ubaldo: “Steve, sono sicuro che tu non sia così sorpreso del fatto che abbia vinto la Osaka”. Flink: “No, non lo sono. Eravamo entrambi d’accordo che avesse ottime possibilità di vincere. Sta emergendo come la possibile dominatrice del circuito. Potremmo discutere di quanti Slam vincerà in carriera. Prima del torneo non era al top fisicamente per un piccolo infortunio, c’era qualche preoccupazione, ma ho sempre pensato che se fosse stata bene sarebbe arrivata in finale con ottime possibilità di vincere ed è andata così”.

01:55 – Ubaldo: “Osaka è stata in difficoltà una volta sola in tutto il torneo, con Muguruza quando ha dovuto salvare match point”. Flink: “Sicuramente è stato il match migliore del tabellone femminile. La spagnola ha giocato un grande match, ed è andata vicina a vincere. Per me la rimonta è stato merito di Osaka più che demerito di Muguruza. Credo sia stata spettacolare negli ultimi tre giochi dell’incontro, praticamente ingiocabile”. Ubaldo: “Sicuramente io mi aspettavo che Muguruza facesse qualcosa in più. Ha un po’ troppi alti e bassi, più di quelli che dovrebbe avere una vera campionessa. Lei del resto ha vinto degli Slam, ma nell’ultimo anno non ha fatto così bene. Hai ragione, tendo a credere che abbia commesso troppi errori gratuiti contro Osaka, anche se è vero che Naomi serve benissimo, tocca i 190 km/h, qualcosa che non riesce a molti uomini. Insomma, rispondere non è facile. Però quando hai match point e non li sfrutti forse un po’ di rimpianti li hai sempre. Osaka è stata aggressiva, ha approfittato delle opportunità che ha avuto, ma Muguruza forse è stata troppo conservativa”.

 

06:07 – Ubaldo: “Osaka è molto forte quando ha l’iniziativa, quando può comandare il gioco. Secondo me non lo è altrettanto quando deve difendersi”. Flink: “Sono d’accordo, ma è molto veloce, può migliorare molto nella difesa. Inoltre colpisce bene da entrambi i lati e ha un gran servizio. Ha un gran kick sulla seconda palla che spesso la toglie dai guai. Con questo servizio non vedo come non possa vincere Wimbledon prima o poi”.

09:15 – Ubaldo: “Parliamo ora di quello che Osaka può fare in carriera. Mats Wilander ha detto che può vincere tra i dieci e i quindici slam, se migliora sulla terra e sull’erba. Cosa ne pensi?”. Flink: “Sono d’accordo. Il mio pronostico è che possa vincere undici o dodici Slam, e mi sto tenendo stretto. Magari può diventare la Djokovic del circuito femminile. Non vedo perché non possa vincere diverse volte Wimbledon, e magari anche il Roland Garros un paio di volte. La vedo sicuramente andare in doppia cifra di Slam vinti e magari avvicinare Chris Evert e Martina Navratilova che ne hanno vinti 18”. Ubaldo: “Sono più ottimista sulle sue possibilità sull’erba piuttosto che su terra rossa. Sulla terra anche se servi forte ci sono difficoltà, lo abbiamo visto per Venus e Serena Williams. Bisogna muoversi bene, sapersi difendere, battere giocatrici forti sulla terra come può essere Halep”.

12.05 – Ubaldo: “Essendo un americano, e anche di quelli sciovinisti, ti aspettavi che Brady, la numero 26 del mondo, potesse centrare la finale dell’Australian Open dopo la semifinale a Flushing Meadows? Ora è numero 13 del mondo; non so tu, ma credo nessuno pensasse potesse fare un torneo così…” Flink: “Non sono rimasto scioccato, non mi aspettavo magari che arrivasse in finale, ma comunque ultimamente stava giocando molto bene sul cemento. Speravo che facesse bene, e dire che ha dovuto fare la quarantena per il discorso del Covid, ma si è ripresa molto bene, ha avuto un ottimo atteggiamento. Ha un diritto incredibile, poi una volta che è arrivata in finale contro Osaka si è fatta un po’ prendere dall’agitazione”. Ubaldo: “Sì, si è visto quando ha sbagliato quella palla del 5-5 sbagliando un diritto a un metro dalla rete. Un errore incredibile che l’ha un po’ scioccata perché poi ha perso i successivi due o tre game facilmente”. Flink: “Vedo Brady in grado di vincere due o tre Majors”.

16:34 – Flink: “Muchova ha fatto un grande torneo. Barty la stava distruggendo per 6-1 nel primo set, pensavo vincesse facilmente in due set. Poi Muchova ha interrotto il gioco uscendo dal campo e questo forse ha deconcentrato l’australiana. Ma per essere onesti in semifinale contro Brady ha dimostrato di essere forte, avrebbe potuto essere lei a vincere. Ma per Barty è stato un peccato perdere quel match in Australia, quando tutti speravano potesse vincere davanti al suo pubblico”. Ubaldo: “Barty è stata sfortunata perché avrebbe dovuto giocare davanti ai suoi tifosi ma ci sono stati quei cinque giorni di lockdown per il Covid”.

18:28 – Ubaldo: “Parliamo di Serena Williams. Ha lasciato la sala stampa, dopo aver perso con Osaka, dicendo che forse è stato il suo ultimo Australian Open. Credi sia così? Ha comunque battuto la Halep, la numero due del mondo, 6-3 6-3, prima di perdere contro la Osaka per 6-3 6-4. Ha anche battuto Sabalenka, che arrivava da una striscia di vittorie”. Flink: “Per me è stata una grande vittoria per Serena, perché Sabalenka è una delle giocatrici emergenti”. Ubaldo: “Quindi adesso dobbiamo capire se siamo alla fine della leggenda di Serena o se ha ancora la possibilità di raggiungere il ventiquattresimo Slam”.

Flink: “Ha fatto finale a Wimbledon e allo US Open nel 2018 e nel 2019, nel 2020 semifinale allo US Open perdendo in tre set da Azarenka, ora nel 2021 ha perso in semifinale da una super Osaka. Quindi non penso che sia così male. Ma Serena è stata troppo severa con sé stessa davanti ai microfoni. Dall’altra parte della rete ci sono anche le avversarie e sembra che, da come ha parlato, non fosse così forte quella con cui ha perso. Si è concentrata solo sul suo dispiacere e sui suoi errori. Però Osaka, se in finale allo US Open l’aveva sconfitta in un match tirato e pieno di controversie, stavolta l’ha battuta nettamente”.

25:30 – Ubaldo: “Però c’è anche un problema psicologico a mio avviso, sin da quando ha perso con Roberta Vinci allo US Open 2015. Da quella sconfitta e poi da quando è diventata mamma fatica perché vuole così disperatamente raggiungere il record di Slam di Margaret Court che ogni volta diventa troppo nervosa”. Flink: “In qualche modo sono d’accordo con il concetto che esprimi, da quel momento non è stata più la stessa Serena. Ma comunque è vicinissima al suo obiettivo. La questione è, può gestire la pressione nei match più importanti?” Ubaldo: “Come successe ad Edberg e Navratilova, ogni grande giocatore quando invecchia ha molti alti e bassi. Quindi Serena può giocare bene come ha fatto contro Halep e Sabalenka e poi meno bene quando serve davvero. La cosa più difficile è giocare sette match di fila al top del proprio livello”. Flink: “Sono d’accordo, ma credo anche che Osaka sia un’avversaria difficile per chiunque, in qualche modo ti intimidisce. Mi piacerebbe vederle di nuovo giocare contro, magari a Wimbledon. Sicuramente Osaka ha una grande fiducia avendo battuto Serena sia in finale che in semifinale Slam. Pensi che Serena centrerà mai il ventiquattresimo Slam?”. Ubaldo: “Secondo me no, perché non credo che riuscirà a mettere insieme sette match al livello a cui vorrebbe giocare. La miglior vittoria possibile che sogno per lei sarebbe vincere Wimbledon in finale contro Osaka”.

31:53 – Ubaldo: “Ci sono state grandi delusioni in questo torneo? All’inizio ci sono state alcune sconfitte sorprendenti, ad esempio quella di Kenin”. Flink: “Ha poi detto che non giocherà il prossimo torneo perché si è sottoposta ad appendicectomia. Sì, è stata una sconfitta spiacevole perché l’anno scorso ha vinto il torneo. Presto tornerà a competere, non sono preoccupato. Sicuramente aveva molta pressione perché difendeva il titolo dell’anno scorso, ma non era così probabile che potesse vincere per due anni di fila”.


Transcript a cura di Gianluca Sartori

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