Federer è tornato ma ha perso ancora una volta dopo aver avuto match point

Focus

Federer è tornato ma ha perso ancora una volta dopo aver avuto match point

Il fuoriclasse svizzero ha mandato segnali incoraggianti al suo ritorno in campo a Doha prima di cadere vittima di una sindrome non così infrequente per lui

Pubblicato

il

Dopo ben 13 mesi, e dopo aver subito due interventi al ginocchio nel corso del 2020, Roger Federer è tornato in campo la settimana scorsa a Doha, ogni suo passo seguito dagli occhi vigili dei devoti del tennis e del mondo dello sport in generale.

Federer, essendo uno degli atleti più conosciuti al mondo, fine specialista del fioretto ma anche agonista puro nelle sue movenze artistiche, è mancato molto ai suoi ammiratori: tutti erano desiderosi di vederlo giocare ancora, speranzosi che potesse catturare ancora un po’ della magia cui li aveva abituati, e curiosi di sapere quale spinta creatrice avrebbe potuto riportare alla ribalta.

Volevano che questa nuova versione di Roger Federer fosse sublime. Speravano che li potesse ispirare ancora con la creatività e l’immaginazione che da tempo hanno reso Federer una figura divina ai loro occhi.

 

Federer, dal canto suo, non ha né completamente soddisfatto né completamente disatteso le aspettative, magari eccessive, dei suoi fan più accesi.

Nel suo primo match, gli ottavi di finale, ha affrontato il britannico Dan Evans, con il quale aveva condiviso alcuni allenamenti nelle settimane precedenti. Evans non era mai riuscito a strappare a Federer nemmeno un set, ma sicuramente intravedeva l’opportunità di approfittare di un avversario arrugginito da 405 giorni di digiuno da confronti ufficiali. Conseguentemente il britannico si è creato un’apertura andando a break point sul 4-4 nel primo set, subito ripresa dallo svizzero con calma olimpica. Un dritto profondo di Federer è stato sufficiente a portare Evans fuori posizione per poi trafiggerlo con uno dei marchi di fabbrica del campione, il dritto inside-out, una prodezza sufficiente a Federer per tenere il game. Una volta giunti al tie break, il 20 volte vincitore Slam è uscito da una situazione di 2-4 per poi servire sul 5-6 e set point per l’avversario. Federer ha tirato una prima chirurgicamente accurata verso il centro dal lato sinistro del campo, cui Evans non è riuscito a rispondere con profondità; Federer ha quindi avuto buon gioco a concludere con un dritto vincente. Scampato il pericolo, si è aggiudicato il tie per 10 a 8 al terzo set point, giocando ragionevolmente bene ma senza impressionare particolarmente sul servizio avversario.

Il britannico si è poi aggiudicato il secondo per 6 giochi a 3 con un break. Nel terzo set Federer ha dovuto affrontare due break point sul punteggio di 3-3, annullando il primo con un ace e il secondo con una spettacolare smorzata di dritto. A quel punto allo svizzero è bastato tenere sul 4-3 e di seguito sul 5-4. Nel decimo game, Federer ha sprecato un match point, sorpreso da Evans. Sceso a rete quest’ultimo dietro ad una prima di servizio molto profonda sul rovescio avversario, ha concluso con una volée di diritto. Evans si è quindi portato sul 5-5, ma Federer si è rimesso presto al lavoro, chiudendo il game di servizio tenendo l’avversario sul 30 con un rovescio lungolinea, per poi chiudere con lo stesso colpo nel game successivo, un break che ha lasciato l’avversario a 15.

La vittoria di Federer per 7-6 (8) 3-6 7-5 di certo non si può definire una passeggiata.

Lo svizzero è tornato poi in campo il giorno successivo per affrontare un giocatore di stampo molto diverso, cioè Nikoloz Basilashvili. Laddove Evans aveva cercato di prolungare gli scambi il più possibile, Basilashvili, da attaccante puro, è solito aggredire la palla con furia controllata, e questo è stato il suo approccio anche durante questi quarti di finale. Considerando l’avversario, un solido Federer ha conquistato il primo set con relativa facilità prima di subire il ritorno dell’avversario nel secondo, finendo sotto di due break e venendo sovrastato da fondocampo nel processo.

Giunti al terzo set, sul 3-3 Federer è riuscito a disinnescare tre break point, il primo con un rovescio slice a cercare l’errore avversario, il secondo con un dritto imprendibile, e il terzo con una prima di servizio sul rovescio di Basilashvili. Federer è così salito 4-3, ma Basilashvili non era ancora domo. Servendo nel decimo game per rimanere in corsa il Georgiano si è trovato ad affrontare un match point, annullato mirabilmente affrontando una palla corta di Federer con un colpo molto basso che non ha lasciato allo svizzero la possibilità di incocciare un passante di rovescio. Basilashvili ha così tenuto sul 5-5, per poi chiudere sfruttando dei lungolinea di rovescio. Da qui in poi il numero 42 del mondo si è preso i due rimanenti game, vincendo otto degli ultimi undici punti, finendo per prevalere 3-6 6-1 7-5.

E così Federer ha perso di misura un quarto di finale che sarebbe potuto andare in qualsiasi modo. Potrebbe essere in qualche modo soddisfatto del livello di gioco espresso, dopo tutti quei mesi di pausa: il suo servizio era efficiente ai livelli standard, è riuscito a portare a casa 25 ace in due confronti senza commettere nemmeno un doppio fallo. Il dritto era in ottime condizioni. Il punto dolente è il rovescio, dato che si è registrato un numero allarmante di errori su quel versante.

Ha avuto un paio di problemi anche su un paio di volée, e ha più volte sorriso amaro rivolto a sé stesso, quasi sapesse di non potersi aspettare la perfezione.

Ma forse la cosa più preoccupante è che questa sconfitta marca la ventiquattresima volta nella sua illustre carriera in cui il Maestro viene sconfitto nonostante uno o più match point a favore.

La prima volta gli accadde nel 2000. Opposto a Tim Henman nelle semifinali a Vienna, Federer vinse il primo set 6-2 ed ebbe due match point in risposta sul 5-6, 15-40 nel secondo set. Henman riuscì a vincere 2-6, 7-6 (4), 6-3. Federer aveva solo 19 anni. Nessuno fece particolarmente caso, allora, al fatto che la sconfitta fosse arrivata dopo aver avuto due match point a favore. Eppure, con il passare degli anni, questo tipo di sconfitte sono diventate sorprendentemente numerose, soprattutto all’interno di una carriera del livello dello svizzero e considerando che ha più volte dimostrato di sapere perfettamente cosa serva per chiudere le partite.

Quale commentatore potrebbe mai sostenere che Federer è preda della paura di vincere, oppure che sia incapace di chiudere match importanti? Al momento è appaiato a Nadal come numero di Major vinti, 20, e può vantare 103 titoli in singolare, secondo nell’Era Open solo a Connors con 109. Inoltre, non si può non rilevare che Federer sia stato un giocatore uso alle finali e ai match importanti, avendo vinto per 103 volte su 157 la finale di un torneo, il che restituisce una percentuale del 65,6 di vittorie totali, e 20 su 31 se circoscriviamo lo stesso calcolo alle finali di un torneo dello Slam, con una percentuale del 64,5 – si tratta ovviamente di numeri eccellenti.

Ma sono proprio queste statistiche a far apparire sorprendenti le cadute sul fil di lana che ne hanno decretato la sconfitta in alcuni match. Pensate a questo: Novak Djokovic nella sua carriera è stato battuto solo tre volte dopo aver avuto match point a favore; al contrario, per tre volte è riuscito a battere Federer stesso dopo aver annullato doppio match point. Rafael Nadal ha perso soltanto otto match nei quali ha avuto match point a favore; lo spagnolo ha battuto Federer a Roma nel 2006 dopo aver salvato due match poi nel quinto set – una vittoria fondamentale per la carriera del mancino di Manacor. Certo, sia Nadal che Djokovic sono più giovani di Federer, eppure né il serbo né lo spagnolo sono mai risultati tanto vulnerabili, nelle stesse condizioni, quanto lo svizzero.

Federer ha giocato in carriera 1515 partite, contro le 1213 di Nadal e le 1135 di Djokovic. Dopo quella prima sconfitta contro Henman con due match point a favore, non sono molte le stagioni in cui Federer non abbia subito ribaltoni del genere. È riuscito ad evitare un simile destino nel 2004, 2007, 2008, 2009, nel 2012 e nelle sei partite giocate nel 2020. Al contrario, ha perso almeno un match con match point a favore in ben 16 stagioni. Nel 2010, ha perso non meno di quattro battaglie in quelle condizioni.

Forse ancora più grave, Federer è stato vittima della sindrome da match point sprecato ben sei volte nel corso della sua stellare carriera nei Major – due volte all’Australian Open (contro Tommy Haas nel 2002 e Marat Safin nel 2005), due volte a Wimbledon (contro Kevin Anderson nei quarti di finale del 2018 e contro Novak Djokovic nell’epica finale del 2019), e due volte allo US Open (entrambe contro Djokovic nel 2010/2011). Molte di queste delusioni hanno avuto pesanti ripercussioni. Consideriamo la sconfitta nel 2005 contro Safin alle semifinali dell’AO a Melbourne. Federer era avanti due set a uno, avendo match point sul 6-5 nel tie-break del quarto set. Tentò un serve-and-volley seguendo la seconda di servizio, per poi allungarsi su una volée di rovescio lungolinea. Con il passante di Safin rimasto piuttosto basso, Federer rispose con una fine stop volley di rovescio, cui Satin replicò scattando in avanti per disegnare un lob centrale sopra la testa dello svizzero. Federer seguì a sua volta la palla, ma, anziché replicare con un lob da par suo, tentò un tweener, fallendolo miseramente.

Pur avendo Federer sempre dimostrato di avere una certa inclinazione nel percepire quando più opportuno rischiare e quando rimanere conservativo, in quella occasione fu tradito dal proprio giudizio. Quali che siano le ragioni, Safin vinse gli altri due punti del tie vincendo così il quarto set, per poi prendersi un combattuto quinto parziale sconfiggendo Federer 5-7 6-4 5-7 7-6 (6) 9-7 in quattro ore e 28 minuti. Federer si aggiudicò 201 punti contro i 194 di Safin durante il match, pur perdendolo. Aveva vinto contro il russo l’anno precedente all’Australian Open, e arrivava da un record di 6 vittorie a una contro il russo – in carriera, il computo delle vittorie di Federer sarà poi di 10 a 2 in suo favore. Tuttavia, la critica semifinale di Melbourne sfuggì allo svizzero. Avrebbe giocato contro Lleyton Hewitt nella finale, un avversario battuto per sei volte di fila nel 2004, incluse una netta vittoria all’Australian Open nei sedicesimi e uno schiacciante 6-0 7-6 (3) 6-0 nella finale dello US Open. Pertanto, la sua sconfitta contro Safin ebbe conseguenze molto pesanti, in proiezione, essendo molto improbabile una sconfitta in finale.

Ma mentre la sconfitta con Safin fu significativa, perfino più pesanti furono i tre capovolgimenti di fronte subiti da Novak Djokovic durante i tornei dello Slam. Allo US Open del 2010 Djokovic serviva sul 4-5, 15-40 nel quinto set della semifinale, ma il serbo annullò coraggiosamente il primo match point con una volée di dritto in risposta ad un rovescio slice di Federer. Il secondo match point venne poi disinnescato con un dritto inside-in. Djokovic tenne quindi sul 5-5 per poi completare una rimonta che lo vide trionfare con il punteggio finale di 5-7 6-1 5-7 6-2 7-5.

Nel 2011, Federer e Djokovic si scontrarono al penultimo round dello US Open per il quarto anno di seguito. Djokovic risalì dai due set a zero forzando lo svizzero a un quinto set. Federer, quasi rivitalizzato dopo quella maratona, andò a servizio per il match sul 5-3, 40-15. Per il secondo anno consecutivo, Federer raggiungeva un doppio match point contro Djokovic nelle semifinali dello US Open. Ma la storia recente si ripeté ancora, con Djokovic a tentare il tutto per tutto in risposta ad un servizio slice dal lato destro del campo, producendo un dritto vincente sulla diagonale. Fu un colpo che risuonò in tutto il mondo. Sul 40-30, Federer tentò un servizio al corpo più che accettabile, che però Djokovic contrastò con una risposta di rovescio che indusse lo svizzero all’errore di dritto. Djokovic vinse poi quattro game di seguito, per finire con un impressionante 4-6 6-7 (7) 6-3 6-2 7-5. Per il secondo anno di fila, il serbo recuperava da doppio match point a sfavore su Federer a New York. In entrambi quegli anni, l’avversario della finale fu Rafael Nadal. Federer sarebbe per la verità stato sfavorito in quegli anni contro Rafa, eppure chi può dire come sarebbe andata a finire?

Passiamo a Wimbledon 2019. Djokovic e Federer si affrontavano per la terza volta in finale sul Centrale, con il serbo in vantaggio dopo le due vittorie del 2014/2015. Fu il match definitivo della loro rivalità, che vede ora in vantaggio il serbo per 27-23. Djokovic seguiva 5-3 nel tie-break del primo set, per poi risalire con quattro punti consecutivi e assicurarsi il parziale. Federer navigò senza problemi per tutto il secondo set, ma Djokovic risalì da set point contro nel terzo set per assicurarsi il successivo tie-break.

A quel punto Federer vinse di nuovo una battaglia al quarto, guadagnandosi la disputa del set decisivo. Nel quinto set Djokovic tentò la fuga sul 4-2, venendo ripreso tuttavia dallo svizzero sul 4-4. A quel punto a Federer riuscì il break nel quindicesimo game, per poi servire sul match 8-7, raggiungendo il 40-15 con ace consecutivi. Per la terza volta nella propria carriera negli Slam, Roger Federer si vide sconfitto da Novak Djokovic dopo aver avuto due match point a favore. Sul primo match point, lo svizzero sbagliò un dritto scagliando la palla a lato del campo. Il secondo match point fu annullato dal serbo con un passante diagonale di dritto. Alla fine, lo svizzero subì il break che riportò il punteggio sull’8-8 per la disperazione di una grossa percentuale del pubblico presente. La contesa venne risolta grazie al primo tie-break di sempre disputato al quinto set del torneo londinese, con Djokovic comodo nel raggiungere il titolo grazie ad un punteggio di 7-6 (5) 1-6 7-6 (4) 4-6 13-12 (3). Federer non è mai riuscito a battere sia Nadal che Djokovic nello stesso torneo della Slam, eppure avrebbe collezionato il ventunesimo slam se fosse riuscito per la prima volta nell’impresa. Al contrario, fu Djokovic ad assicurarsi la sedicesima corona. Sicuramente la più esaltante delle vittorie per il serbo, la più devastante delle sconfitte per il Maestro di Basilea.

Ecco qui. La sindrome del match point ha colpito Federer più di quanto si pensi. Non va dimenticato, tuttavia, che anche lo svizzero ha portato a termine la sua buona dose di rimonte spettacolari. In 24 occasioni si è trovato a vincere recuperando almeno un match point, non poco.

La lista dei trionfi arrivati in questo modo ne include quattro negli Slam: due allo US Open, una a Wimbledon, una all’Australian Open. Nessuna di queste rimonte aiutò lo svizzero a sollevare il trofeo nello Slam in cui occorsero, ma in altre categorie di tornei sì: l’ultima di queste è avvenuta nel 2017 a Miami durante un quarto di finale contro Tomas Berdych nel quale salvò due match point per poi sconfiggere Nadal in finale. Sono altre cinque le occasioni in cui Federer è riuscito ad aggiudicarsi un torneo dopo aver salvato almeno un match point in corso d’opera, inclusa una vittoria nel girone delle ATP Finals contro Andre Agassi nel 2003 e un’altra contro Andy Roddick nel 2006, entrambe propedeutiche alla vittoria finale.

Lasciando da parte match point e rimonte, possiamo ora domandarci dove può arrivare Federer oggi? Non una domanda facile. Pensavo che avrebbe partecipato al torneo a Dubai, dato che a Doha è riuscito a disputare solo due match, mentre ha preferito riprendere gli allenamenti in solitaria. Nessuno può giudicare lo stato fisico e quello del gioco di Roger Federer meglio di Roger Federer, ma sicuramente avrà bisogno di molti altri match nelle gambe se vuole seriamente puntare alla vittoria del nono Wimbledon a luglio. Avendo già deciso di saltare Miami, potrà disputare solo incontri sul mattone tritato prima dell’avvio della stagione sull’erba – si preannunciano quindi decisioni molto importanti sul suo programma.

Non penso che sia davvero convinto di poter puntare al secondo Roland Garros, quindi è lecito domandarsi se intenda andare a Parigi. Nel 2019 scelse di tornare al Roland Garros per la prima volta in quattro anni, raggiungendo le semifinali prima di disputare la finale a Wimbledon. Il comune sentire è che Wimbledon quest’anno sia la sua ultima possibilità per puntare al ventunesimo titolo nei Major. Compirà 40 anni in agosto, e non ha più vinto lo US Open dai tempi della sua quinta vittoria consecutiva nel 2008. Sicuramente dirotterà tutte le sue energie nervose sul torneo londinese, ed anche se si dovesse presentare nella migliore delle forme possibili sarebbe molto dura per lui, anche se non impossibile, sollevare il trofeo all’All England Club.

Rimane il fatto che sicuramente non rinuncerà alla battaglia. È doveroso ricordare che si tratta di un campione vero, dotato di una riserva inesauribile di ambizione oltre che della capacità di lasciarsi alle spalle sia le più sfolgoranti vittorie che le brucianti sconfitte per concentrarsi sugli obiettivi immediati.


Traduzione a cura di Michele Brusadelli

Steve Flink si occupa di tennis a tempo pieno dal 1974, quando ha iniziato a lavorare per World Tennis Magazine, dove è rimasto fino al 1991. Ha poi lavorato per Tennis Week Magazine dal 1992 al 2007, mentre negli ultimi 14 anni ha scritto per tennis.com e tennischannel.com. Flink ha scritto quattro libri sul tennis: “Dennis Ralston’s Tennis Workbook”, pubblicato nel 1987; “The Greatest Tennis Matches of the Twentieth Century”, nel 1999; “The Greatest Tennis Matches of All Time”, nel 2012; e “Pete Sampras: Greatness Revisited”. Quest’ultimo è uscito nel settembre del 2020 e può essere acquistato in lingua originale su Amazon.com. Flink è entrato a far parte della International Tennis Hall of Fame nel 2017.

Continua a leggere
Commenti

ATP

Internazionali d’Italia: Sinner facile su Humbert, sfiderà Nadal

Jannik ha solo un momento di difficoltà all’inizio del secondo set, poi si libera del francese ma lo spettro di Rafa già incombe: “Non vedo l’ora di entrare in campo”

Pubblicato

il

Jannik Sinner - ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

J. Sinner b. U. Humbert 6-4 6-2

A dispetto di un numero piuttosto alto nella casella degli unforced, è un Jannik Sinner da corsa quello che supera in un’ora e mezza il n. 32 ATP Ugo Humbert, prendendosi la rivincita dell’unico precedente tra i due, la sfida nel girone delle Next Gen Finals 2019 vinte proprio dal diciannovenne di Sesto, e allo stesso tempo staccando il biglietto per quell’appuntamento con Rafa Nadal che aveva mancato la settimana scorsa a Madrid a causa delle passo falso contro Alexei Popyrin. “Tornerò più forte” aveva promesso l’azzurro e la sua versione del soleggiato lunedì romano ha mantenuto l’impegno.

IL MATCH – Jannik rende subito chiaro a Humbert che dovrà sudarsi i propri turni di servizio rispondendo spesso profondo e carico. Ugo non mette molte prime e, se salva il game di apertura risalendo da 15-40, non può impedire l’allungo azzurro che varia la posizione in ribattuta, sia sulla prima, cercando di tagliare l’angolo mancino a sinistra, sua sulla seconda, più spesso arretrato ma anche con i piedi sulla linea. Quando tocca a lui a iniziare il gioco, Sinner non concede opportunità, forte sì delle tre prime su quattro in campo, ma mantenendo il pallino del gioco anche in quella “quarta circostanza”. Non c’è quasi gara negli scambi da fondo campo e, dopo il 4-1 pesante, Jannik può amministrare fino al 6-2.

 

Humbert chiede l’intervento del fisioterapista per un massaggio al collo e, come nel primo parziale, esce in qualche modo indenne dal gioco di apertura, nonostante Sinner si guadagni gli applausi con chiudendo a rete dopo la smorzata. Si fa però più aggressivo, Ugo, meritandosi la sua prima e anche unica palla break, trasformata dal doppio fallo azzurro. Per nulla impressionato, il nostro ricomincia a menare forte e, con la complicità del dritto e di una prima battuta francesi spesso assente (e che in ogni caso porta poco più della metà dei punti), infila ancora quattro giochi consecutivi, mentre a Humbert non resta che lamentarsi dell’avvertimento per coaching inflittogli da Raluca Andrei e accontentarsi di un leggero vantaggio negli scambi più brevi che non compensa il considerevole divario a favore di Sinner quando si superano i quattro colpi. Nessuna sofferenza al momento di chiudere e scontro con Nadal fissato. Anche con il campione maiorchino sarà (tentativo di) rivincita, dopo il duello di Parigi dello scorso ottobre.

LE PAROLE DI SINNER – “Sicuramente a uno come Nadal non piace perdere contro un ragazzino di 18 o 19 anni, ma forse dovresti chiederlo a lui” risponde Jannik a chi gli domanda se Rafa metta in campo qualcosa in più quando affronta i più giovani. Poiché nella prima parte della stagione rossa abbiamo visto il mancino di Manacor non sfoderare al meglio tutte le armi che possiede, non sembra banale chiedere all’azzurro cosa gli toglierebbe prima del match. “Purtroppo è una domanda inutile” taglia però corto il rossocrinito, “perché non posso togliergli nulla! So che quando scenderà in campo contro di me avrà a disposizione tutti i colpi: dritto, rovescio e volée. Forse la sua qualità principale è che riesce sempre a cambiare gioco quando ne ha bisogno. Questi giocatori, Djokovic o Nadal, ti portano molto più spesso a giocare in certe situazioni. Non è che gli altri non lo facciano, ma loro lo fanno più spesso perché hanno più esperienza”.
Infine, a proposito del loro incontro al Roland Garros, “la mentalità era quella giusta. Dovrò fare la stessa cosa, anche perché so di avere più armi perché credo di essere migliorato. Ma sono cose che devi provare a mettere in campo ed è la cosa più difficile, anche perché credo che adesso lui mi conosca un po’ meglio. Non vedo l’ora di entrare in campo”.

Il tabellone aggiornato con tutti i risultati

Continua a leggere

ATP

Internazionali d’Italia: Travaglia al secondo turno, out Fognini

Il marchigiano elimina Paire, mentre il ligure è stato battuto da Nishikori. Travaglia potrebbe trovare Shapovalov al secondo turno

Pubblicato

il

Si sono giocati sul Grandstand i primi due match dei giocatori italiani presenti a Roma, Stefano Travaglia e Fabio Fognini, con il primo che è riuscito a passare il turno. Di seguito il resoconto delle partite.

BENE TRAVAGLIA – Il tennista marchigiano ha battuto Benoit Paire per 6-4 6-3 in 78 minuti, e attende il vincente di Shapovalov-Majchrzak al secondo turno. Nel primo confronto fra i due, l’azzurro ha spinto convintamente dall’inizio, attaccando il fragile dritto del francese (anche perché sull’altra diagonale Paire ha iniziato benissimo, infilando sette vincenti a fronte di due soli non forzati nel primo set), e nel terzo game si è procurato una palla break su un controbalzo dell’avversario finito largo di poco. Paire si è salvato in quella circostanza con una smorzata seguita da un passante di rovescio, ma nel settimo gioco ha commesso un altro errore con il colpo meno sicuro e concesso un’altra opportunità; stavolta la sua scelta tattica è stata decisamente meno assennata, optando per il serve-and-volley, e Travaglia ne ha approfittato con un buon passante su cui Paire non è riuscito a tenere la volée in campo.

Il francese si è guadagnato una palla del contro-break con un passante in allungo di rovescio, ma Travaglia è stato lucido, usando servizio esterno e dritto in contropiede per annullarla e salire 5-3, chiudendo poi il set in 42 minuti. E proprio la lucidità è stata la chiave per il marchigiano, che ha fatto tutto ciò che serve per prevalere su un avversario che non dà ritmo, vincendo 29-21 gli scambi brevi, conquistando 14 punti su 16 con la prima e commettendo un solo non forzato.

 

Nel secondo, a dire il vero, Travaglia ha commesso qualche imprecisione di troppo, concedendo due palle break con un approccio di rovescio sbagliato nel secondo game. Ha salvato la prima con un buon servizio al corpo e la seconda con un ace al centro, ma Paire ha retto il successivo scambio sul dritto, sorprendendolo con un cambio lungolinea ed inducendolo a un altro errore di rovescio, e ha breakkato con una robusta risposta di rovescio che l’azzurro non è riuscito a gestire. Per sua fortuna, l’avversario ha commesso due doppi falli da sinistra nel game successivo, concedendo poi il contro-break con un rovescio lungo – Travaglia è riuscito a pareggiare gestendo un buon momento dell’avversario con altri servizi ben piazzati e l’occasionale slice.

A quel punto Paire sembrava solo alla ricerca di una scusa per mollare la partita, e dopo essersi lamentato di una prima esterna finita larga (ha anche scattato una foto al segno a fine partita) ha commesso tre doppi falli di fila che hanno dato il 3-2 a Stetone. Questo il fotogramma del servizio di Paire:

Per la prima volta Travaglia è sembrato distrarsi, mettendo lungo un rovescio per il 3-3, ma Paire gli ha subito concesso un’altra palla break cercando di colpire al volo da fondo. Pur salvandola con la prima esterna, il francese ha poi sbagliato due serve-and-volley che hanno dato il break decisivo a Travaglia, che ha vinto gli ultimi dieci punti dell’incontro per accedere al secondo turno.

FOGNINI – Nel secondo match sul Grandstand, Kei Nishikori ha eliminato Fabio Fognini per 6-3 6-4 in 79 minuti, prenotando un secondo turno potenzialmente molto equilibrato con Pablo Carreño Busta.

Avanti 2-1 nei confronti diretti prima di oggi, Nishikori ha sbagliato pochissimo all’inizio, esercitando grande pressione da fondo e dando sempre l’impressione di avere qualcosina di più in termini di spinta contro un Fognini che si è spesso lamentato degli appoggi. Il giapponese si è procurato una palla break nel secondo gioco quando l’italiano ha giocato un approccio poco convinto, finendo per sbagliare la seconda volée sul passante ravvicinato del nipponico che l’aveva costretto a rifugiarsi nella stop volley. Nishikori ha però fatto una scelta strana sulla palla break, girando attorno alla pallina per rispondere di dritto; quel tipo di risposta dev’essere un vincente per avere senso, cosa che in questo caso non è successa (ben lungi), consentendo a Fognini di chiudere a campo aperto. Nishikori si è però procurato un’altra opportunità con il rovescio lungolinea, e ha breakkato su un errore bimane del ligure.

Il primo set è vissuto di parziali: il giapponese ha infatti vinto i primi otto punti giocati sul suo servizio, e si è procurato tre palle non consecutive del 4-0. Fognini però ha trovato una prima al centro e una esterna intervallate da uno sventaglio in rete dell’avversario, e una volta accorciate le distanze e si è procurato uno 0-40 con un intelligente passantino slice su cui Nishikori ha fallito la demi-volée, trovando il contro-break con una risposta di rovescio e pareggiando con una striscia di 12 punti consecutivi. Smaltita la delusione, il giapponese ha però ripreso il controllo degli scambi da fondo, e ha ricominciato a trovare punti con la prima (12 su 13 nel set) e sul 4-3 in suo favore si è procurato un’altra palla break con un rovescio lungolinea, andando a servire su un errore di dritto dell’italiano, che ha conseguentemente sfasciato la racchetta. Fognini è riuscito a portarsi sul 30-30 con una buona profondità, ma ha concesso il set tirando un rovescio lungolinea in rete.

Nel secondo set Fognini ha provato ad essere un po’ più aggressivo, ma non è bastato: nel terzo game la profondità delle risposte di Kei ha continuato a sottrargli il controllo dello scambio, e uno sventaglio molto carico ha dato adito al 15-40. Fognini si è salvato nella prima circostanza con un servizio esterno, ma nulla ha potuto sul rovescio lungolinea successivo di un avversario in grande spolvero ed estremamente efficiente (cinque errori non forzati per set). La partita si è di fatto chiusa lì, perché nel game successivo Fognini è riuscito al massimo a portarsi al deuce, senza mai riuscire a tirarsi fuori dalla diagonale di sinistra e trovandosi spesso costretto a staccare la mano sinistra per colpi difensivi su cui Nishikori è sempre stato implacabile; negli ultimi due turni di servizio il nipponico ha concesso un solo punto, chiudendo con un ace all’incrocio delle righe.

Il tabellone maschile di Roma con tutti i risultati aggiornati

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Zverev è un campione, ma siete sicuri che Berrettini non lo sia? Io no

Matteo è stato molto discusso, molto trascurato dall’opinione pubblica pro Sinner, ma Zverev per primo ha detto: “Uno che serve a 235 km orari e domina i colpi come lui… è stato più duro che battere Nadal e Thiem”

Pubblicato

il

Alexander Zverev e Matteo Berrettini - ATP Madrid 2021 (via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Matteo Berrettini non ce l’ha fatta a vincere il suo primo Masters 1000, anche se si è avuto in più di un momento la sensazione che potesse farcela. L’ha avuto lui, quando dopo aver vinto il primo set in modo rocambolesco, ha tenuto i primi tre game di servizio a zero, 12 punti a zero. Lì è sembrato – a lui e a me – che anche Zverev potesse essere demolito com’era accaduto suo malgrado a Ruud.

A Matteo la sconfitta brucia ed è normale che sia così. Lui è deluso (“Ho vinto un set che pensavo di perdere, ho perso un set che pensavo di vincere” e alludeva al secondo, anche se io ricorderò fra poco la palla break del terzo) e io pure ovviamente, ma io lo sono sicuramente soltanto fino a un certo punto. Lui non so. Diciamo però che entrambi dovremmo guardare più in là, in prospettiva.

Nel terzo set, accennavo, Matteo ha avuto la palla break del 3-1 e questo già dice molto. L’importante – e in questo momento potrà apparire certamente come una magra consolazione – è avere constatato che fra lui e uno dei migliori sei tennisti del mondo, il tedesco Zverev che è un sicuro campione, un giocatore che, con i vari Nadal, Djokovic e Federer in campo, ha già vinto le ATP Finals e quattro Masters 1000, il primo dopo quello di Madrid 2018, non c’è poi grande differenza. La differenza si è vista soprattutto in termini di esperienza. In qualche schiaffo al volo mancato per lasciare rimbalzare la palla, in qualche rovescio slice troppo difensivo sulla diagonale dei rovesci più favorevole a Zverev, in qualche smorzata giocata con meno sagacia tattica di altre volte. Ed è stata decisiva.

 

Lo si è visto nelle fasi finali, quando Matteo non ha più espresso quel tennis ordinato e coerente del primo set in cui aveva accusato una sola pausa nel tie-break, quando avanti per 5 punti a 0 e tre mini-break, si era fatto raggiungere. Lui si è reso conto di non aver giocato il suo miglior match, anche se va dato atto a Zverev di aver giocato anche in difesa (recuperando palle quasi impossibile per un tipo alto 1 metro e 98) un grandissimo match da metà del secondo set in poi.

Però dopo questo torneo in Spagna voglio sperare che nessuno dubiti più delle qualità di Matteo e del suo pieno diritto ad essere considerato un legittimo top-10.

È da più un anno e mezzo, in pratica, che la maggior parte delle attenzioni degli appassionati italiani sembravano rivolte soltanto a Jannik Sinner. Matteo aveva sempre sopportato con pazienza ed umiltà il suo essere un po’ snobbato, per quanto lui fosse top 10  quando Jannik a fine 2019 aveva sì vinto le Next Gen Finals contro dei ragazzi appena un po’ meno giovani di lui, ma era pur sempre una settantina di posti in classifica più indietro rispetto al tennista romano.

Sia chiaro, è normale che ci si… innamori soprattutto dei tennisti giovani, anzi giovanissimi, perché sono soprattutto loro che ci fanno sognare in prospettiva. E certamente Sinner – oggi n.9 dietro a Matteo n.8 nella race – ha tali qualità, al di là di quella indubbia precocità che ha autorizzato confronti a distanza con i migliori tennisti delle ultime due decadi, Djokovic, Federer, Nadal, che – ribadisco – è normale che su lui si sia incentrato tanto interesse, degli appassionati e degli sponsor.

Molto più che su Berrettini, che ha il ‘torto’ di essere venuto alla ribalta dopo i 23 anni, senza una grande carriera da junior o da under 21. Di sponsor Sinner ne ha già nove, se non me ne sono perso qualcuno. Anche loro hanno contribuito – nel promuovere i loro brand – a conquistare tanto spazio extra per il loro ambassador.

Questo apporto degli sponsor non c’è stato assolutamente, quantomeno in misura lontanamente paragonabile per Matteo Berrettini. I suoi sponsor – oltre ad essere inferiori per numero (un terzo?) – si sono mossi talmente sottotraccia, che si è arrivati perfino a dubitare che i rapporti di qualcuna di quelle aziende con il tennista romano fossero ancora in essere. O lo fossero solo ancora per pochi mesi. Si poteva infatti dubitare che essi fossero forse ancora in piedi perché legati a contratti che per via del Covid e dei sei mesi di break non fossero stati completamente onorati. O non fossero suscettibili – è un’ipotesi – di azione legali collegate anche al cambio di management avvenuto per Matteo che dalle cure della Topseed di Corrado Tschabushnig era a fine anno scorso passato a quelle della società di Ivan Ljubicic, la LJ Sports Group.

Un passaggio particolarmente doloroso, anche affettivamente, per il vecchio manager che poteva dire di “aver tirato su Matteo” e tutto il suo clan, da Santopadre al mental coach per anni e anni e se lo era visto scivolar via dalle mani quando poteva essere arrivato il momento di raccogliere i frutti di tanta semina.

Matteo Berrettini – ATP Madrid 2021 (ph. Diego González) (2)

 VERSO TORINO

Nella Race intanto Matteo, come dicevo. è n.8. Mancano ancora troppi mesi, tantissimi punti ATP in palio e da conquistare, per poter festeggiare la sua presenza alle finali ATP di Torino. Ma troppa gente nei mesi scorsi sembrava persuasa che le migliori chance di essere a Torino le avesse Jannik Sinner, che le nostre chance di avere un rappresentante italiano fossero tutte legate agli exploit del tennista altoatesino. Si parlava solo di lui, mentre Matteo pareva caduto nel dimenticatoio. L’infortunio in cui Matteo era incappato in Australia, sebbene fino a lì avesse giocato piuttosto bene, pareva quasi che per la gente non ci fosse stato. Capitava invece di leggere la sua progressiva retrocessione in termini di Race, quasi che Matteo avrebbe potuto inventarsi qualcos’altro per conquistare punti da infortunato. Chiaro che senza giocare i punti non poteva farli.

La cosa più bella di questi momenti d’oro del tennis italiano è essersi ritrovati con due italiani in finale in un Masters 1000 nell’arco di poco più di un mese, quando per anni dal 1990 a oggi ne avevamo avuto uno solo, Fabio Fognini nel 2019 a Montecarlo. Io non sono mai stato bravo in aritmetica, ma dal 1990 a 2019 ci sono 29 anni! E non è che, quando i Masters 1000 non si chiamavano così, ma i tornei di quello status erano più o meno gli stessi, Montecarlo, Roma, Canadian Open, Cincinnati eccetera, conquistassimo finali di quel rango a bizzeffe. Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli e stop. Roba vintage, anni Settanta.  

Ma adesso non ci sentiamo di escludere che possano farcela per le ATP Finals sia Berrettini sia Sinner. Quando l’approdo alle ATP finals di Londra di Berrettini nel 2019 “coprì” un digiuno di 42 anni. Eppure entrambi i nostri potenziali top-Eight, a ben guardare non sono stati fortunatissimi, a mio avviso. 

Sinner non ha davvero goduto di sorteggi particolarmente favorevoli. All’Australian open ha trovato subito Shapovalov all’indomani della vittoria di Melbourne 250 ATP. A Montecarlo ha trovato al suo secondo turno Djokovic che giocava il primo dopo il bye. Anche a Roma, insomma, ammesso che batta Humbert, Sinner troverà Nadal, che non è un bell’incontrare a Roma dove Rafa ha trionfato nove volte. Sarebbe stato meglio incontrarlo a Madrid, su quel tipo di superficie, no? Eppure Jannik è n.9 nella Race.

Quanto a Berrettini, abbiamo ricordato l’infortunio agli addominali che lo ha appiedato per due mesi, una convalescenza che lui per primo non si aspettava così lunga. Ciononostante è n.8. E se avesse potuto difendere le sue chance in quei due mesi non avrebbe avuto qualche punto in più?

Per questi motivi oggi non ci sentiamo di escludere che possano farcela tutti e due a centrare l’approdo di Torino.  Quando se ne parlava a gennaio si diceva che era un sogno. Ma, siamo onesti, non solo avremmo firmato carte false per averne uno – e ancora le firmerei sia chiaro – ma ci credevamo tutti assai poco. Oggi, francamente, anche chi ama restare con i piedi per terra, ha invece il diritto di crederci. E di dire, sebbene io dagli Internazionali d’Italia una volta visto il tabellone abbia già scritto che non mi aspetto molto: why not?

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement